Archivio del mese di aprile, 2008
PERCHE’ NON HO VOTATO – di F. Belloni
Non sono andato a votare. E ne sono fiero e soddisfatto. Il giochetto, il teatrino, il certamen ludico della sceneggiata elettorale che si auto definisce democrazia, ha celebrato il suo rito, ha sacrificato al suo dio. Ha immolato sull’altare del potere alcuni inutili personaggi, ammantando il sacrificio umano come risultato di regole adottate in nome della governabilità. Ha certificato anche formalmente la fine della democrazia parlamentare, mentre sostanzialmente la democrazia era morta già duemila e cinquecento anni fa’, con la morte della democrazia di Pericle, nella piazza di Atene. Unico esempio (tranne rari casi svizzeri, finché il voto è rimasto in mani maschili) di democrazia nella storia. Tutto il resto è stato scimmiottatura, ipocrisia, teatro, rappresentazione, falsità. In Italia ci stiamo avviando, (anzi ci siamo già), verso un centralismo autoritario, dirigista, ammantato di democrazia formale, in realtà fortemente, profondamente, ferocemente e irriducibilmente oligarchico. Il muro di Berlino è caduto anche in Italia e i comunisti sono fuori dal parlamento, oltre che dalla storia. Buoni ultimi in Europa ( anche a causa della presenza del Vaticano, ma è un discorso lungo, che parla della cosiddetta democrazia imperfetta e senza alternanza).
Sembra che le ultime elezioni italiche abbiano portato lo stivale all’altezza dei Paesi d’Europa, con bipartitismo accentuato.
Non fatevi fregare. Hanno deliberatamente eliminato tutti i partiti ideologici e potenzialmente pericolosi per i poteri forti. Cioè tutti quei partiti che rispondono prima ad una idea e poi al cassiere.
Hanno lasciato due grandi gruppi: Berlusconi e Veltroni. Che giurano che non faranno nessun inciucio dopo le elezioni. E non mentono: l’inciucio lo hanno già fatto, prima, molto prima dell’election day. Del resto era, è e sarà inevitabile. Berlusconi si trova infatti davanti una scrivania letteralmente ricoperta da dossier pieni di gravi problemi, di gravissimi problemi, di problemi di tale portata da necessitare una cura da elefante per tentare di risolverli. In altre parole, o si cambia il patto fra italiani, o non se ne esce.
E bisogna essere in tanti, e bipartisan, per affrontare il cambiamento. Altrimenti ci si sbatte il muso, come hanno subito capito i Tedeschi. Bisogna essere in tanti per affrontare il cuore del problema, il problema dei problemi, la causa di tutti i problemi di questo Paese: il problema della sovranità dei nostri soldi, il problema della Banca d’Italia, il problema della regolamentazione delle banche e dei loro iperbolici utili, assurdamente esenti da tasse. Che poi è il problema dei cosiddetti poteri forti, dei poteri che sono i veri padroni dell’Italia. E, tanto per non nasconderci dietro un dito, quei poteri forti hanno un nome ed un cognome: si tratta della potentissima banca d’affari ebrea Goldman – Sachs. E tanto per capirci e per non passare da sognatore, tale Draghi, Governatore a vita della Banca d’Italia, è stato per oltre dieci anni direttore generale della filiale italiana (o europea?) della Goldman – Sachs; banca ebrea che è socia di Berlusconi nell’acquisto della olandese Endemol (quella che fa schifezze tipo grande fratello, la droga mediatica); e il futuro vice presidente del Consiglio, il dottor Letta, il gran consigliori di Berlusconi, è testé stato cooptato dalla Goldman – Sachs. L’onnipotente Goldman – Sachs, l’onnipresente Goldman – Sachs. E, per amore delle vostre coronarie, non parlo di petrolio, case farmaceutiche, trasporti, armi, materie prime e migrazioni.
I due partitoni ed i loro alleati saranno costretti ad allearsi per tentare di salvare la rabberciata navicella italica. Che, nelle mire dei….. “poteri forti”, deve essere messa in svendita, a cominciare dal polo energetico, per passare alla telefonia, all’acqua potabile e non, al gas, alla grande distribuzione, ai trasporti…..
I due partitoni sono i lacchè, i camerieri dei poteri forti. A cominciare dal futuro Presidente della Camera, quel Gianfranco Fini che rinnegò e rimangiò il suo credo ed il suo passato, per il classico piatto di lenticchie. Trentatre denari per il Ministero degli esteri, che doveva avere il nulla osta dei padroni. Infatti Gianfranco Fini si recò a Tel Aviv per la pubblica abiura.
Ci fanno credere di essere in competizione e di litigare: sceneggiata per tener tranquillo il popolo e dare l’illusione alla gente di contare qualcosa. Ormai il popolo non conta più nulla. Destra e sinistra sono diventate solo collocazioni geografiche. I politici restano in carica fino a che si comportano in modo servile e prono ai voleri dei poteri forti. Berlusconi volle rendere pubblici gli elenchi dei proprietari (contra legem) della Banca d’Italia, e, cosa ancora più grave, preparò un disegno di legge che avrebbe riportato in mani pubbliche, dello stato, di tutti noi, la Banca d’Italia. E subito tutte le banche, le finanziarie corsero a sostenere l’affidabile ed ubbidiente Prodi, Che vinse per un soffio le elezioni. Poi dette prova di quanto valeva e crollò dopo due anni sui cinque ululati di legislatura. Pussa via.
Ora torna il lolito Berlusconi: non so perché, ma faccio una scommessa con tutti voi. Scommettiamo che non verrà riproposto quel disegno di legge riguardante la Banca d’Italia? Cioè, più chiaramente, io scommetto che anche Berlusconi si è dovuto allineare ai poteri forti, alla Goldman – Sachs.
Non siamo mai stati una Nazione, neppure sotto l’immane sforzo in questa direzione che fece Mussolini, che, unico, almeno ci provò. Non siamo Stato, con quattro o cinque regioni governate dalla malavita, con i rifiuti che sono il biglietto da visita nazionale che Napoli ha regalato all’Italia, in ringraziamento delle montagne di soldi fagocitati da nulla facenti cronici ed abituali. Non siamo neppure regime, anche se i nostri politichetti bramerebbero crearlo, per godere le briciole che i poteri forti lasciano cadere sotto il tavolo del potere, dove è accucciata la nostra casta.
Non siamo più niente. Siamo allo sbando morale, etico, culturale, economico, sociale. E il brutto deve ancora arrivare.
Non mi riconosco in questa casta, che si finge anti politica, per cercare di fingere di governare. Non è la mia gente, la mia terra, la mia fede, i miei sentimenti.
Una volta lessi una frase che mi è tornata sempre più spesso alla mente in questi tempi: <<libertà è servire un signore vero>>.
Ma di signori veri sembra non essercene da oltre mezzo secolo.
Ci provarono, in cinquantaquattro Stati contro tre, che rifiutavano il dio denaro dei poteri forti, dei signori dell’oro.
Neppure col suggello atomico sono riusciti a cancellare la polluzione dell’Uomo Libero.
Attenzione,signori politici finti, camerieri veri dei poteri forti: state ricreando le condizioni per la rinascita della coscienza di sé, dell’Uomo morale ed etico. Che vi spazzerà via una volta per tutte.
Non sono andato a votare. E mi sento un po’ più libero e nel giusto.
Cerco un signore vero da servire, da uomo libero.
Forse lo ho trovato. Anzi lo ho ritrovato.
Fabrizio Belloni
16 aprile 2008, cell. 348 31 61 598
Pubblicato il: aprile 18th, 2008 under GENERALI.
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ALITALIA SULLA ROTTA COLONIALE
Di Marco Della Luna
I dipendenti si assumono perché producano o perché votino chi li ha fatti assumere?
Alla luce di questa domanda, il problema Alitalia è molto semplice. Ogni difficoltà nasce dal non dire le cose. Dal non dire che Alitalia spa è un’impresa commerciale e che, come tale, doveva essere gestita per produrre utili. Invece è stata gestita per produrre voti clientelari – fino all’ultimo, fino alle recentissime assunzioni di 2.000 dipendenti inutili fatta sotto l’uscente governo.
Dovendo fungere da greppia per i partiti politici, non può che andar male come impresa. I fatti confermano che chi è assunto per votare e non per produrre, tende a non produrre e, se possibile, a non andare nemmeno a lavorare.
Se la si vuol fare andar bene, bisogna liberarla dagli oneri impropri – ossia dalle spese clientelari, comprese quelle per dipendenti inutili o in esubero o non redditizi.
Solo che i politici italiani non sono in grado di licenziare i dipendenti inutili, di tagliare le assunzioni clientelari, perché dipendono elettoralmente da loro (che sono moltissimi, dentro e fuori di Alitalia) e perché i sindacalisti si opporrebbero con ogni mezzo.
Quindi i politici italiani, dopo aver portato Alitalia al fallimento con le loro assunzioni clientelari, cercano di venderla al capitale straniero. Un proprietario straniero, infatti, può essere interessato ad acquistare Alitalia spa a perché, non dipendendo dai voti clientelari dei suoi dipendenti, può licenziare gli improduttivi e gestire Alitalia come un’impresa, ossia normalmente, quindi risanarla e riportarla in attivo come le altre compagnie aeree.
Orbene, questo schema si applica alla generalità delle grandi imprese italiane a capitale pubblico o misto, o fortemente condizionate da oneri clientelari e dai sindacalisti.
Si può dire che l’intero sistema-paese Italia, nel settore privato come in quello pubblico, ha il problema generale dell’incapacità di tagliare le spese inutili, di eseguire le centinaia di migliaia di licenziamenti di dipendenti improduttivi, proprio perché spese e assunzioni clientelari sono state sistematicamente usate dalla politica per acquisire e fidelizzare consenso elettorale, sociale, imprenditoriale, e non per far funzionare la pubblica amministrazione, i pubblici servizi, le aziende – dai forestali calabresi ai netturbini napoletani (25 a 1 rispetto a Milano) agli impiegati delle Camere, all’esercito di presidenti, amministratori, consiglieri da centomila Euro l’anno in su. Ai milioni di statali superflui e supergarantiti con aumenti doppi dei privati. Sono tutti stabilizzatori del potere politico, o casta. Quindi la politica non le può tagliare, nemmeno ora che, per ragioni di vincoli finanziari e di declino del paese, sarebbe indispensabile farlo.
L’unica via d’uscita, per tutto il paese, è allora quella di cedere il comando a padroni esterni al sistema di consenso e di pressione suddetto.
Ed è precisamente quello che sta avvenendo, con la sistematica cessione a gruppi stranieri, soprattutto francesi e tedeschi, di industrie strategiche e primari mercati nazionali: le leve del potere. Alitalia è solo un episodio tra molti.
Solo lo straniero può riformare e rendere efficiente l’Italia, perché solo lo straniero può fare a meno del consenso clientelare, complice, malato di molte categorie di Italiani. E i gruppi stranieri la riformeranno nel proprio interesse, non certo in quello degli Italiani. Imperialisticamente. Faranno, anzi proseguiranno, i licenziamenti e le precarizzazioni su larga scala. Si porteranno a Parigi, Francoforte, Berlino, Londra le direzioni generali – come Paris Bas ha batto con BNL subito dopo averla rilevata e aver sostituito (senza opposizione sindacale) migliaia di impiegati a tempo indeterminato con giovani precari. E trasferiranno in Italia le attività di bassa qualificazione e di alto rischio, come già hanno fatto gli svizzeri della Givaudan (poi Hoffmann-La Roche) con l’Icmesa di Severo e gli americani della Union Carbide con Bhopal in India. Controllando la politica e il capitale dei mass media, potranno gestire l’informazione su altri, eventuali incidenti di quel tipo, e le conseguenze giudiziarie, ancora meglio che in passato.
Il risanamento imperialista che i nostri politici stanno aiutando, non comporterà soltanto ondate di licenziamenti, ma anche subordinazione ecologica e tecnologica. Le nazioni che non funzionano, non hanno democrazia e nemmeno dittatori, ma cadono sotto padroni esterni.
1.3.2008
Pubblicato il: aprile 13th, 2008 under MONETICA ED ECONOMIA POLITICA.
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L’ECONOMIA DEL BUCO NERO
L’inserto economico di Libero del 25.03.08 divulga il dato delle aliquote fiscali che lo Stato applica alle banche, che sono l’unico comparto imprenditoriale in forte, anzi fortissimo sviluppo: circa il 33% contro una media superiore al 50% per le altre imprese.
Questo dato è strutturalmente incompleto, perché le banche, oltre che di un’aliquota preferenziale, godono di esenzioni dal dichiarare la maggior parte dei loro profitti – soprattutto quelli da creazione di liquidità mediante la concessione di credito. Ma, anche nella sua incompletezza, quel dato racchiude tutto: l’origine del male economico che affonda l’Italia, il progresso del male, e le risorse per curarlo.
Ma di questo tacciono i programmi elettorali dei due grandi partiti che si contendono il governo del Paese nelle elezioni dell’Aprile 2008: essi si basano sull’illusione. Sono concepiti per vincere, non per governare, per risolvere i problemi. Nessuno risolve i problemi – tutti li cavalcano. La politica persegue il potere, nongià quegli ideali sbandierando i quali cerca consensi. Su di essa non resta molto da dire, dopo Niccolò Machiavelli. E di quanto restava, quasi tutto lo ha detto John Stuart Mill, evidenziando un dato del tutto logico, se non ovvio: ossia, che gli interessi di chi governa (“the rulers”) o vuole governare divergono, come tali, da quelli dei governati – il che limita sia la realizzabilità sia della democrazia in generale, sia di una libera informazione, perché i governanti hanno interesse a che quella divergenza di interessi non sia rivelata, soprattutto nelle sue applicazioni pratiche. Hanno interesse pratico a ingannare, a gestire e manipolare l’opinione pubblica e il pubblico comportamento.
I programmi elettorali in questione sono ingannevoli perché promettono tagli delle tasse e innalzamento dei redditi – due cose che richiedono risorse finanziarie, di bilancio mentre queste risorse non ci sono. Infatti i partiti in questione non indicano dove reperirle. Non solo non ci sono le risorse aggiuntive per fare ciò che essi promettono, ma le stesse risorse, le stesse entrate fiscali su cui si basa la legge finanziaria per il 2008 si ridurranno rispetto alle previsioni, perché le previsioni di entrata si basavano sull’assunto che il pil aumentasse dell’1,5%, mentre il pil non aumenterà affatto. Amenoché non salti fuori qualcosa di ancora peggiore, ossia che il governo uscente, prevedendo privatamente la crescita zero, per compensarla aveva surrettiziamente applicato (mediante duplicazioni di imposta, ampliamenti della base imponibile, presunzioni di redditi) una pressione fiscale reale notevolmente maggiore del dichiarato – ipotesi che pare confermata da due dati recentissimi, ossia un forte aumento delle entrate fiscali e un forte aumento dei prezzi (falsamente detto ‘inflazione’): i prezzi sono spinti insù dall’aumento dei costi di produzione dovuti all’aumento della tassazione e dei tassi di interesse. Questo aumento del carico-gettito fiscale può far quadrare i conti pubblici per il 2008; ma, indebolendo l’economia e i consumi, induce recessione, quindi scarica il problema sugli anni seguenti, e sulla testa della gente, aggravandolo.
Inoltre sta arrivando la recessione e la crisi finanziaria da oltre Atlantico. E si fanno sentire gli effetti restrittivi di Basilea II e dell’accresciuta pressione fiscale e contributiva – sotto forma di numerosissime piccole aziende che chiudono o licenziano.
Tutto ciò determinerà verso fine anno, o con l’inizio dell’anno prossimo, un tendenziale aumento del disavanzo, quindi la necessità di maggiori tasse e/o di tagli alla spesa pubblica (con maggiori costi o minori entrate per la gente) e/o di ulteriori svendite di industrie strategiche nazionali (ENI) ai colonizzatori stranieri – i così detti paesi amici: Francia, Germania, USA, Svizzera, etc. Non credo si possa licenziare i 300.000 lavoratori perlopiù inutili, assunti senza concorso, a fini puramente clientelari ed elettorali, dal governo uscente – compresi i 2.000 dipendenti extra per l’Alitalia: questi sono oramai una spesa strutturale e fissa quanto inutile e parassitaria a carico dei lavoratori produttivi, dei contribuenti, dell’occupazione, dei giovani, dei pensionati.
Chiunque vinca e vada al potere, dovrà fare i conti col momento in cui le sue promesse elettorali verranno dimostrate illusorie dalla dura realtà. E con la probabilità di forte dissenso e lotta sociale. La Casta reagirà allora formando la grande coalizione, il Veltrusconi, il governo di unità nazionale, di emergenza. Ma per far che cosa? Per tagliare la spesa e licenziare? Per fare un salasso fiscale? O per reprimere la protesta popolare con le forze dell’ordine di genovese memoria, e magari con l’aiuto del potere bancario, che blocchi conti correnti e carte di credito a chi troppo dissente?
A che serve anche una grande coalizione con l’80% dei voti popolari, se non vi sono, oggettivamente, margini di azione (investimenti, innovazione, infrastrutture, tagli fiscali, scuola) per mancanza di risorse finanziare, perché tutte le entrate se ne vanno già in spese correnti non comprimibili? Potrà fare solo ciò che han fatto i governi precedenti, ossia tassare e tagliare le spese sociali e gli investimenti. E prendere a bersaglio alcune categorie economiche politicamente non forti, per saccheggiarle fiscalmente e usare il relativo bottino per tamponare qualche buco. Il fatto di essere (seppure solo formalmente) legittimata dal consenso dell’80% dell’elettorato le consentirà di fare solo una cosa specifica di nuovo: reprimere la protesta con la forza.
Alternativamente, una simile grande coalizione potrebbe usare la sua forza politica per togliere alle banche i privilegi fiscali di cui dicevamo in apertura, recuperando immediatamente decine di miliardi. Potrebbe, cioè, applicare alle banche le aliquote effettive che applica agli altri imprenditori. E potrebbe far emergere l’enorme nero dei profitti bancari –circa 750 miliardi di Euro l’anno – che le banche realizzano senza doverli dichiarare, in base alle regole contabili da loro stesse elaborate, che consentono loro di neutralizzare con pari appostazioni passive le erogazioni di credito. Le erogazioni credito, consistendo in operazioni puramente elettroniche senza esborso di denaro, non costituiscono uscite patrimoniali per la banca, la quale, nell’erogare credito realizza quindi un profitto netto (e quasi sempre garantito) pari al capitale e all’interesse attualizzato ( vedi i miei saggi Euroschiavi, Polli da Spennare; i saggi di Nino Galloni Il Grande Mutuo, Misteri dell’Euro e Misfatti della Finanza; nonché Creating New Money di Huber-Robertson, New Paradigm in Macroeconomics e The Princes of Yen di Richard Werner).
L’emersione di questi profitti extracontabili e la loro tassazione, anche con un’aliquota mite, produrrebbe le risorse per il risanamento e il rilancio, nonché per dare sollievo ai redditi deboli e alla debolezza finanziaria e competitiva del sistema imprenditoriale.
Ma si potrebbe andare oltre.
Si potrebbe porre fine alla finzione bancaria di mettere al passivo anche i depositi irregolari dei loro clienti, dato che essi non vengono coperti o rimborsati con valuta legale, ma, di nuovo, con scritturazioni di nessun costo patrimoniale per le banche stesse. Ciò apporterebbe altre entrate fiscali.
Ulteriori risorse verrebbero dalla nazionalizzazione della Banca d’Italia, ora in mano a privati per il 95%, la quale esercita, sia pur entro il Sistema Europeo delle Banche Centrali, il potere politico e sovrano di emettere cartamoneta a corso forzoso non coperta da oro, nonché di fissare il tasso di sconto e di disciplinare le altre banche – quindi, per norma costituzionale (art. 1, 2° Comma), dovrebbe essere pubblica.
Immediatamente, circa 70 miliardi di Euro annui, costituenti profitti non contabilizzabili di Bankitalia (secondo le regole contabili correnti) sarebbero acquisiti al bilancio dello Stato, e costituirebbero da soli un possente sollievo per i contribuenti e una fonte generosa per il finanziamento degli investimenti.
Simili iniziative politico-economiche sarebbero esportabili anche in molti altri paesi, costituendo pure per essi l’unica soluzione possibile al male economico di fondo, un male matematicamente certo e misurabile, e che consiste nella progressione esponenziale della curva del costo della liquidità. Mi spiego: tutta la liquidità esistente, tutti i mezzi di pagamento, nascono attraverso un’operazione di indebitamento di chi originariamente li riceve verso il sistema bancario: il denaro legale viene emesso in cambio di titoli del debito pubblico gravati da interesse; il denaro scritturale bancario viene emesso sotto forma di prestito, pure gravato di interesse. Ciò comporta che il totale del debito (capitale + interesse) risultante dalla emissione di tutta questa liquidità sia sempre, e sempre di più, superiore alla liquidità stessa. Si chiama ‘legge del debito infinito’. La progressione della crescita del debito totale, attraverso la periodica capitalizzazione degli interessi maturati, è esponenziale. Per un periodo iniziale è impercettibile, modesta, sostenibile; poi accelera sempre di più, si impenna, trasferisce gradualmente tutti i margini produttivi delle attività produttive a quella creditizia, bancaria, impoverendo fino a far chiudere le prime, precarizzando e immiserendo i dipendenti e arricchendo a dismisura le banche stesse. Questa è appunto la situazione italiana, in cui ipocritamente le sinistre portano avanti politiche di redistribuzione che, per trasferire briciole ai ceti più bassi tolgono ai ceti medi produttivi e già impoveriti, ma che esse mentendo descrivono come agiati, mentre nascondono il problema dello smisurato, ingiustificato e non tassato arricchimento delle banche, che lo conseguono drenando a sé i margini di profitto di tutte le categorie produttive. Il PD e, prima di esso, il PDS e il DS, sono il partito collaterale dei grandi banchieri.
Automaticamente, per effetto dei meccanismi suddetti, arriva a un punto in cui il costo per il pagamento degli interessi fa si che non sia più proficuo indebitarsi per investire. Quello è il crash point economico-finanziario, oltre cui inizia inevitabilmente la decapitalizzazione industriale e la recessione, e noi l’abbiamo già superato. E’ questo il fattore di crisi e povertà vero, di cui nessun partito parla. In tale contesto, le iniezioni di denaro creditizio – ossia, gravato di interessi – che le banche centrali fanno per sostenere il sistema, creando ulteriore onere per interessi, agiscono come una bevuta di acqua di mare su un assetato. Il denaro – questo denaro creato mediante indebitamento – è denaro che mangia se stesso, con la progressione esponenziale degli interessi passivi composti. Il che si vede benissimo da dati come il seguente: l’aumento di produzione indotto da aumento di liquidità va calando esponenzialmente. Ossia, anno dopo anno, per indurre un pari aumento di produzione è necessario immettere nell’economia quantità di denaro sempre crescenti, e crescenti non in modo lineare, ma esponenziale, fino al punto che investire non rende più, anzi ha un rendimento negativo. Questo punto è già stato raggiunto. La recessione americana è una sua conseguenza, come quella italiana.
Perché il buco nero è nero? Perché da esso non esce luce. E perché non esce la luce? Perché la velocità di fuga da esso è superiore a quella della luce, data l’enorme gravità che esso raggiunge.
Anzi, si dovrebbe dire che una stella collassando diviene un buco nero quando la concentrazione della sua massa diviene tale, per effetto del collasso, che produce una forza di gravità tanto intensa, da non lasciar uscire nemmeno la luce. Ma il punto di non ritorno è raggiunto prima, ossia quando la massa stellare incomincia a collassare, a contrarsi. In materia monetaria, il punto di non ritorno è raggiunto quando l’indebitamento è tanto grande da assorbire, con gli interessi passivi, tutto il valore della produzione. Quello è il crash point – o crush point – del sistema, da cui inizia il processo recessivo-distruttivo. Noi l’abbiamo già raggiunto: il debito delle famiglie americane, dal 2001 al 2007, è passato da 29.000 a 43.000, ossia è cresciuto di 14.000 miliardi; mentre nel medesimo periodo il pil è salito solo di 1.500 miliardi. Il che vuol dire che i 9/10 dei nuovi crediti sono stati assorbiti dagli interessi passivi sui debiti preesistenti. Storicamente, si assiste a un continuo peggioramento del rapporto tra costo dell’investimento produttivo e sua redditività, finché questo rapporto diventa superiore a 1, ossia finché l’investimento costa più di quanto rende, e la liquidità tende quindi a lasciare il settore produttivo rifluendo in quello speculativo, finanziario – e producendo così disinvestimento e recessione, come mostra la seguente curva di Larouche:
.
L’unica via di uscita da questo scenario di recessione mondiale, al di là delle misure-tampone, è l’eliminazione del fattore che produce la gravità, quindi il collasso, il big crunch del sistema e della società, e li condanna a finire nel buco nero: ossia, l’eliminazione del vizio congenito del denaro usato nel nostro sistema – l’eliminazione della creazione monetaria a debito, la sostituzione della moneta-debito con una moneta creata senza indebitamento da parte dello Stato né dei privati – e che quindi non produce la curva esponenzialmente crescente di cui dicevamo – sul modello proposto da Huber-Robertson e già più volte praticato nella storia, affiancata da monete locali complementari o alternative, parimenti prodotte senza debito, e già collaudate, esse pure, in molti contesti storici e geografici. In Italia, nell’Aprile 2008 parte il progetto di moneta complementare SCEC-BLS (www.centrofondi.it; www.arcipelagomoneta.it).
1.4.2008
Marco Della Luna
Pubblicato il: aprile 13th, 2008 under MONETICA ED ECONOMIA POLITICA.
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UMORE E SPIRITUALITA’
Umore e Spiritualità
Definizione, contenuto e funzioni della ‘spiritualità’
Preliminarmente occorre definire il termine ‘umore’ e il termine ‘spiritualità’.
‘Umore’ è un termine semanticamente articolato, ma sufficientemente stabilizzato nel suo uso psichiatrico, almeno ai nostri fini. Comprende i sentimenti e gli affetti vitali di base, radicati nella sensazione cenestetica di benessere o malessere corporeo, regolati principalmente da neuromodulatori, influenzanti autostima, gioia, sicurezza e alimentanti motivazione, propositività, aspettative, intraprendenza. Il termine ‘umore’ è l’indice riassuntivo di questi fattori.
‘Spiritualità’, per contro, è un termine semanticamente assai impreciso e insieme assai evocativo; il che pone un serio problema preliminare, siccome una trattazione scientifica esige che si sia, o ci si renda, consapevoli del significato delle parole che si usano e del loro eventuale grado di indeterminatezza semantica.
Poichè non si sa che cosa sia, nè se esista, lo ‘spirito’ (con tutta la problematica filosofica e ontologica che ciò implica, cominciando dalla bimillenaria questione del dualismo ontologico e della trascendenza[1]), non si può definire la spiritualità in modo diretto. La si può solo porre tra virgolette e descrivere in modo fenomenologico. Fenomenologicamente, la ‘spiritualità’ si presenta come un insieme di costellazioni emotive, rappresentative, comportamentali, fisiologiche caratterizzate da vissuti di trascensione dei limiti del mondo naturale associati a sentimenti di gioia, esaltazione, beatitudine, ma anche di autosvalutazione, angoscia, sensi di colpa.
Il paradigma che viene più o meno estesamente ‘superato’ da tutte le forme di spiritualità, è quello della condizione umana, e può essere esplicitato e, insieme, compendiato nei seguenti termini:
“La realtà e il nostro corpo sono fatti di materia; la coscienza vive sinchè vive il corpo; la morte è la fine di tutto; la coscienza non agisce sulla materia; tutte le cose interagiscono secondo la legge di causa ed effetto e sono soggette a nascita e morte; il divenire è governato da leggi naturali più o meno note, impersonali, amorali, non influenzabili dai nostri desideri; l’uomo abbandonato a sè stesso in un universo che non si cura di lui e della sua vita senza scopo nè senso”[2].
Questo paradigma perlopiù opera tacitamente, come un filtro o stampo dietro la nostra coscienza e la nostra affettività, ed è il sostrato e il presupposto più o meno consaputo di quasi tutte le attività umane (scientifiche, tecnologiche, economiche, politiche, edonistiche, etc.), nonchè, al contempo, della problematica esistenziale, della condizione umana. Esso è frustrante perchè, tra l’altro, implica la mortalità dell’uomo (il cessare di esistere), esclude la possibilità della ‘magia’ (il comando della natura, della materia, attraverso il desiderio, il pensiero, la parola di potenza), non fornisce un senso e un valore complessivo del soggetto e della sua esistenza. Nell’era moderna si è aggiunta la crisi delle certezze, prima religiose e morali, poi anche scientifiche, in cui l’uomo è disorientato dalla presenza di numerosi paradigmi teleologici, interpretativi e valutativi della realtà, tra di loro contraddittori, e tutti in rapido mutamento. Tutto ciò costituisce pertanto un permanente impegno e fattore destabilizzante per l’equilibrio umorale. La spiritualità funge da contrasto a questa azione ‘deprimente’ e svalorizzante del paradigma naturalistico. Basti pensare alle caratteristiche dei paradisi proposti dalle varie religioni, i quali sono connotati dal far salvi i piaceri e le bellezze di questo mondo, depurandoli dagli aspetti sgradevoli (vecchiaia, mortalità, funzioni escretorie, ingiustizia, etc.). Significativamente, il mondo paradisiaco dei devoti del dio Vishnu ha nome Vaikunta, letteralmente traducibile nel francese Sans-Souci.
Ciò premesso, la definizione più comprensiva, più aderente alla fenomenologia e, al contempo, più neutra di ‘spiritualità’, ci pare essere così formulabile: “l’insieme degli strumenti e delle esperienze efficaci nell’appagare bisogni esistenziali (senso e valore di sè e dell’esistenza, ansia della mortalità, inquietudine di fondo, anelito di infinità-totalità, etc.) ristabilendo certezze, fiducia, senso del valore di sè, della vita, etc., mediante una più o meno ampia deroga o negazione della condizione umana e del paradigma della realtà generalmente condiviso”.[3]
La conversione alla spiritualità come processo di disapprendimento e thought reform
La spiritualità si attiva e sostiene la psiche attraverso una sovrapposizione o sostituzione del frustrante paradigma naturalistico della realtà con un nuovo paradigma, che rilancia l’umore, le prospettive, la sicurezza, il senso del valore dell’individuo. Le persone che sperimentano questo passaggio -ossia, la conversione religiosa, la scoperta di Dio, il dono della fede- fruiscono generalmente di uno slancio elazionale apportatore di benessere, serenità, senso di unione col Tutto, con Dio, che si configura diversamente a seconda dei contesti culturali e del retroterra della persona, e che è accompagnato, solitamente, da un nuovo progetto di vita e da una capacità di disciplinarsi in funzione di esso.
Nella spiritualità il soggetto entra non per ragionamento logico, bensì dinamicamente, attraverso una sorta di crisi catartica: il soppiantamento di un modo di sentire e concepire, e la sua sostituzione con un modo diverso – sovente anche con un diverso senso di identità. Mutare profondamente il proprio modo di sentirsi, di sentire la vita, concezioni e valori cui si è attaccati, richiede un rivolgimento molto energico. Si tratta, quindi, essenzialmente, di un processo di disapprendimento di un modello di realtà e di apprendimento di uno nuovo che, in misura variabile, talora radicale, contraddice il primo.
Di questo processo sono noti anche molti aspetti e meccanismi fisiologici, compresi quelli che inducono la conversione. Questi meccanismi possono attivarsi in modo endogeno e accidentale (ad es., in malattie, traumi, esperienze di premorte); ma, nel maggior numero di casi, vengono messi in opera volontariamente, su larga scala, da organizzazioni ‘religiose’, allo scopo di condizionare le persone a fini di lucro (erogare donazioni e lavoro gratuito o semigratuito, oppure comperare dall’organizzazione servizi, corsi e oggetti) – come avviene in molti culti organizzati e con molti predicatori televisivi.
Tali organizzazioni hanno in sostanza due lati: uno rivolto agli ‘utenti’, che fornisce loro esperienze spirituali; e uno rivolto ai gestori, che fornisce a questi un profitto. Esistono anche capi spirituali più o meno convinti di ciò che predicano e che, dalla fede e dall’entusiasmo dei loro seguaci derivano, in tutto o in parte, tornaconti diversi dal profitto patrimoniale, come la gratificazione di sentirsi un maestro, un guru, un inviato di Dio, un essere dotato di poteri o virtù superiori, etc.[4] I gruppi guidati da capi di questo tipo sono rari e non grandi, perchè solo un’organizzazione imprenditoriale riesce a gestire molte persone e, soprattutto, a sopravvivere al proprio leader spirituale. Nondimeno, essi sono assai rilevanti dal punto di vista psichiatrico e criminologico, perchè tra essi troviamo soggetti capaci di produrre stragi. E’ questo il caso di David Koresh, il capo spirituale dei Branch Davidians di Waco, il quale non gestiva la sua setta per fini di lucro, ma piuttosto di auto-divinificazione e, insieme, di godimento sessuale (si accoppiava con tutte le donne piacenti della setta, mentre prescriveva la castità agli altri uomini). Il suo profilo psicopatologico rivela un bisogno estremo (comune peraltro a molti capi religiosi) di controllo, di dominio sia delle persone che delle cose. La tattica degli assedianti del ranch di Koresh, guidati dall’FBI, fu quella di stringere sempre più l’assedio, privando Koresh del controllo degli spazi esterni all’edificio in cui era asserragliato coi suoi devoti, al fine di esercitare su di lui una pressione mentale che lo inducesse alla resa. Ma la perdita di controllo, così procuratagli, produsse in lui il senso della disperazione, del tutto-è-perduto – onde la sua scelta di morte. In effetti, mentre entro la comunità dei Branch Davidians egli era un dio onnipotente, una volta preso sarebbe stato declassato a pazzo criminale. I suoi devoti, in preda al fanatismo religioso, convinti dal loro credo di essere gli eletti, chiamati alla tribolazione, e che l’estremo sacrificio -la lotta dell’Agnello contro il carro armato- fosse richiesto dalla Bibbia come via per conquistare il Regno dei Cieli, resistettero, armi in pugno, alle truppe che assediavano il loro ranch, causando una strage, e poi bruciandosi vivi assieme ai propri bambini[5].
I meccanismi di conversione sopra accennati non sono affatto esclusivi nè tipici della conversione religiosa. Essi sono, al contrario, i medesimi che, in generale, operano i mutamenti di mentalità, convincimenti, abitudini e sensibilità pure in ambiti diversi dalla religione. Sono stati studiati nelle loro applicazioni propagandistiche e pubblicitarie, ma anche di condizionamento aziendale e militare, sotto i nomi di thought reform, belief coercion, indottrinamento, condizionamento e lavaggio del cervello. Vengono impiegati per creare dipendenza, fedeltà e acriticità verso l’organizzazione che li somministra (stato, partito, esercito, azienda), nonché, negli interrogatori polizieschi, per vincere la resistenza e indurre la confessione e la delazione. Si deve tener presente, infatti, che chi organizza queste ‘conversioni’ o thought reforms, non ha, se non strumentalmente, il fine di risolvere i problemi esistenziali e di umore degli adepti; ha bensì il fine di ricavare da quest’ultimi un’utilità per sè stesso (donazioni, lavoro gratuito o semigratuito, acquisto di prodotti e servizi, disponibilità a combattere, sostegno politico, compliance; in casi estremi, anche atti terroristici, come fa Hamas, per esempio).
I meccanismi fisiologici implicati sono comuni a tutti i processi di thought reform[6]-[7] e di creazione di nuove identità. Le basi di questi meccanismi sono essenzialmente emotive e fisiologiche e sono state studiate scientificamente e sperimentalmente nel secolo scorso soprattutto nell’ambito del condizionamento classico, dell’ipnosi e del condizionamento operante, più recentemente nella pnl, anche se i loro principi venivano applicati, più o meno consapevolmente, molto tempo prima – o, più probabilmente, dalla preistoria, entro le società tribali, nei riti di passaggio o iniziatici, la cui funzione era quella, appunto, di ristrutturare la persona e l’identità al momento del passaggio dalla fanciullezza alla società degli adulti, che richiedeva l’assunzione di una nuova personalità.
Il supporto e la condivisione del nuovo credo da parte dell’ambiente sociale, sono importanti per il mantenimento nel tempo della conversione, come pure la riproposizione di stimoli associati all’induzione della conversione (musiche, cerimonie, divise, liturgie, etc.).
L’uso delle tecniche di manipolazione mentale e di conversione, di fatto ha importanti effetti patogeni, individuali e collettivi, su un numero rilevante di soggetti; esso è quindi di primario interesse psichiatrico nonché giuridico.
La psichiatria si avvale, peraltro, essa stessa di simili tecniche, coinvolgendo talora lo spirituale, nella cura di diversi disturbi, soprattutto sindrome posttraumatica da stress, depressione, etilismo e tossicodipendenza.
Modi di induzione dei vissuti e degli stati spirituali
I modi di induzione degli stati e delle esperienze spirituali possono venir classificati sotto diversi aspetti.
Rispetto alla volontà:
Volontari e involontari, dal punto di vista del soggetto che sperimenta i vissuti in parola:
- intenzionali del soggetto, quando il soggetto li attua consapevolmente al fine di ottenere un risultato di tipo psichico-spirituale;
- intenzionali di terzi, quando sono imposti al soggetto da terzi (con la forza, con la suggestione, mediante sostanze, ipnosi, elettrostimolazione encefalica, etc.),
- non intenzionali, quando sono opera del soggetto o di terzi ma senza intenzione di indurre stati od esperienze spirituali (carcerazione, deprivazioni di cibo e sonno);
- accidentali (disastri, malattie), o di circostanze volute da terzi o dal soggetto ma con altri fini (carcerazione, deprivazioni);
- stati di premorte (near death experiences – NDE).
Rispetto ai soggetti implicati:
Solitari (ritiro sciamanico, eremiti) e di gruppo (riti di passaggio, cerimonie, ascesi comunitaria).
Rispetto alla forza:
Rilassanti, o morbidi (meditazione, musiche, ipnosi) e tarassici, o violenti (come l’esperienza che converte Saul sulla via di Damasco, o le iniziazioni traumatizzanti); e
Rispetto al mezzo:
Chimici, mediante somministrazione di sostanze come la ketamina o droghe psichedeliche o di insulina;
Suggestivi, mediante somministrazioni di immagini, simboli, narrazioni, sermoni, capaci di evocare il ‘mode’ spirituale e il mood dell’elazione;
Relazionali, mediante la partecipazione ad attività di gruppo, la creazione di spirito e di identità di corpo
Fisiologici, mediante somministrazione di opportuni stimoli che agiscono sul SNC in molteplici modi (suoni ritmici, luci), danze o piroette (come i dervisci) o mediante tecniche di rilassamento e meditazione (pranayama, un metodo di respirazione yoga) (vi sono tecnici specializzati nell’allestimento di chiese efficaci nell’indurre conversioni e donazioni).
Le fasi e gli strumenti della conversione
E’ necessario premettere una breve esposizione delle scoperte di Ivan Petrovic Pavlov in fatto di disapprendimento degli habits e dei condizionamenti, e di riprogrammazione. I riflessi incondizionati sono quelli innati, come il ritrarsi da una fonte di dolore, o il chiudere gli occhi se abbagliati, o il salivare quando si mangia. I riflessi condizionati sono quelli appresi per associazione (tra uno stimolo elicitante il riflesso incondizionato -la vista del cibo- e un altro stimolo -il campanello), vuoi casualmente, vuoi per volontà di terzi, vuoi per volontà propria (imparando a guidare, per esempio).[8] Pavlov è noto per aver condizionato un gran numero di cani ad emettere risposte a stimoli vari – ad es., faceva suonare un campanello prima di dare il cibo al cane, e il cane apprendeva (veniva condizionato) a salivare al solo udire il campanello, senza bisogno di mostrargli il cibo. Orbene, Pavlov eseguì molti esperimenti sulle risposte comportamentali di cani, precedentemente condizionati ad emettere determinate risposte a determinati stimoli, sottoponendoli a varie intensità di stress, procurato mediante somministrazione di scariche elettriche, o di stimoli ambigui, o ritardando l’erogazione del cibo dopo la somministrazione dello stimolo ad esso associato. Oltre una certa soglia di stress (variabile a seconda dell’animale), le risposte condizionate e gli habits risultavano modificati. L’intero funzionamento del cervello veniva inibito, come ad opera di un meccanismo di autoprotezione contro il sovraccarico di stimoli. Pavlov denominò questo fenomeno ‘inibizione transmarginale’ del sistema nervoso centrale e lo interpretò come un’autoprotezione dal sovraccarico di stimolazione..
Gli esperimenti mostrarono tre livelli o fasi di inibizione transmarginale, distinti dal normale stato di veglia: fase equivalente (in cui il soggetto risponde con pari intensità a stimoli di diversa intensità); fase paradossale (in cui viene protettivamente inibita la risposta agli stimoli forti, perchè eccessivi, ma non a quelli deboli, quindi il soggetto non risponde o quasi agli stimoli forti, ma solo a quelli deboli) e fase ultraparadossale (in cui il soggetto inverte i modelli di comportamento e i condizionamenti già acquisiti e, in casi estremi, li perde del tutto[9]). Quest’ultima fase vede un esteso disapprendimento, probabilmente prodotto da estese disconnessioni sinaptiche ad opera del rilascio di neuromodulatori quali l’ossitocina. Come risultò anche a Pavlov dai suoi esperimenti, dopo il cedimento, il cane sovente rimane in uno stato ipnoide ed è in ogni caso più facile da riaddestrarsi, da ricondizionarsi.
La ricerca sull’uomo condotta successivamente da tre psichiatri, Joost Meerloo, William Sargant, Robert. J. Lifton, ha riscontrato negli essere umani la medesima tipologia di risposta e i medesimi processi descritti da Pavlov nei cani. Ad es., nella fase ultraparadossale da stress da combattimento, il fante salta fuori dalla trincea e si mette a correre verso il fuoco nemico (inversione della risposta allo stimolo della minaccia). Il soggetto indotto, mediante opportuno stress, alla fase ultraparadossale, proprio perchè perde i vecchi condizionamenti e habits, può essere non semplicemente suggestionato o condizionato, ma ‘riprogammato’ nel modo più efficiente. Il che è ciò che molte organizzazioni religiose, politiche, aziendali e militari fanno, con tecniche sempre più sofisticate, allo scopo rendere quanto possibile obbedienti, omogenei e fedeli, quindi utili, i propri adepti, membri, agenti, soldati, staccandoli dai precedenti legami e riferimenti. La riprogammazione, o conversione spirituale, agisce principalmente attraverso un energico sollevamento del tono dell’umore in relazione alle tematiche esistenziali e a una prospettata realtà soprannaturale; quest’ultimo tratto la differenzia dalle altre forme di conversione.
Joost Meerloo, nel suo celebre libro The Rape of the Mind, studiò questi processi nell’uomo, soprattutto nei soldati alleati impegnati nella campagna di Normandia e nella manipolazione mentale da parte dei regimi totalitari e della Santa Inquisizione. William Sargant approfondì questi studi in Battle for the Mind. Robert Jay Lifton studiò il plagio mentale, da lui definito da lui thought reform, sui prigionieri americani e alleati della guerra di Corea, dopo la loro restituzione da parte della Cina comunista.
Si possono distinguere, sebbene alle volte si sovrappongano e si ripetano, oppure in parte non vengano attuate, diverse fasi dell’induzione delle esperienze in parola:
1-Decognizione (disattivazione dell’attenzione critica, induzione di modalità regressive e infantili di pensiero), mediante rilassamento o eccitamento emotivo, con abbassamento della vigilanza mentale;
2-Softening up, od ammorbidimento delle convinzioni, dei valori etc. del soggetto;
3-Evocazione di insicurezze, angosce, sensi di colpa profondi;
4-Eccitazione psicofisica / spossamento psicofisico (mediante droghe, farmaci e diete ipoglicemizzanti, vino, funghi, danze, musiche parossistiche, affaticamento, bombardamento con infrasuoni od ultrasuoni ad alta energia o radiofrequenze[10], prediche che durano anche 12 ore incessantemente, per spezzare senza sosta la catena dei pensieri propri degli ascoltatori; impedimento fisico o morale ad accedere alla toilette – il soggetto si affatica resistendo ad impulsi fisiologici);
5-Cedimento nervoso (inibizione transmarginale ultraparadossale, a seguito della quale le funzioni cognitive vengono ripristinate piuttosto rapidamente, mentre “gli atteggiamenti, i valori e gli obiettivi sociali si dissolvono”[11] e possono quindi venire rimpiazzati con altri e con nuove strutture intenzionali);
6-Induzione dei nuovi valori, modelli, identità, fedeltà, dipendenze;
7-Mantenimento e rafforzamento mediante integrazione gregaria in un gruppo che condivide e attua comportamentalmente il nuovo paradigma (la condivisione di una forte esperienza.emotiva stabilisce legami fortissimi e nuclei identitari, mentre la fiducia indotta dal disapprendimento consente di colmare lacune tra le aree di significato nella psiche dei soggetti [12]).
I vissuti ideativi e fantastici che il soggetto ha in stati mentali alterati, di forte emozione e connotati dall’inibizione o attenuazione dell’attenzione e della percezione del mondo spaziotemporale esterno (stati di decognizione o in stati di inibizione transmarginale) vengono registrati dal cervello come reali, ossia come oggettivi e non soggettivi; e, grazie alla loro intensità, possono prevalere sul paradigma di realtà ordinario e sovrapporgli un nuovo paradigma – appunto, quello spirituale ( o ideologico, se si tratta di condizionamento mentale di carattere politico).
Una volta avvenuto questo soppiantamento, il soggetto avrà una mutata concezione della realtà e potrà aderire, anche cognitivamente oltrechè comportamentalmente, a una nuova teoria o dottrina che si basi su questa nuova concezione, senza trovarla ridicola e assurda. Con tale strategia, sfruttando il fatto che la maggior parte dell’attività psichica è subconscia e predispone quella conscia, anche le persone intelligenti e colte, abituate al pensiero razionale, possono sovente venir suggestionate e circuite, sicchè le si ritrova a militare nei credi più bizzarri.
Attingendo a nostre dirette esperienze, presentiamo di seguito un esempio abbastanza completo di un trattamento induttivo della ‘spiritualità’.
Si inizia col sottoporre i nuovi arrivati a una procedura di decognizione, ossia di indebolimento delle capacità critiche e dell’attenzione. A questo fine, i possibili nuovi adepti vengono adescati da promotori del culto organizzato mediante un invito a una festa gratuita in un luogo piacevole. Si prospetta un programma accattivante, con intrattenimento, buffet gratuito, trattazione in chiave gratificante di grandi temi esistenziali; si sorvola, invece, su tutti quegli elementi dottrinari e disciplinari del culto, che potrebbero destare sospetto o avversione. Si insiste sull’informalità, sull’amicizia, sui valori dello spirito. Gli invitati vengono ricevuti e intrattenuti da persone simpatiche e sessualmente attraenti che dimostrano simpatia e interesse per loro, ponendo molte domande e dimostrando empatia (love bombing).
Vengono serviti cibi e bevande e, soprattutto, suonate musiche melodiose, rilassanti, ritmiche (con un ritmo intorno a quello del battito cardiaco), idonee -unitamente al clima informale e gaio- a produrre un abbassamento della lucidità critica (passaggio al ritmo alfa). Gli invitati vengono invogliati a confidare i loro problemi e le loro aspirazioni, e ricevono in cambio partecipazione empatica e apprezzamenti assai cordiali. I membri del culto si astengono dal parlare di problemi propri che non siano già risolti; curano così di emanare un senso di sicurezza e competenza, che suscita aspettativa di aiuto negli degli invitati.
A un certo punto, compare il leader spirituale. Tutti i discepoli si fanno zitti e si profondono in atti di venerazione. Gli invitati, che sono in minoranza, si sentono (bandwaggon effect) incoraggiati e in dovere di conformarsi – sentono di essere tenuti a un certo comportamento. Quindi poi partecipano anche (oppure si sentono a disagio se non lo fanno – il che è equivalente: già negli invitati sta costituendosi una coscienza morale o ‘super-ego’ di gruppo, regolato dalla figura carismatica) alle preghiere e ai segni liturgici del culto. Il capo carismatico, nel presentarsi, nel gestire e nel sermocinare, cura di esprimere totale sicurezza delle dottrine che espone e dei mezzi spirituali che vanta. In effetti, egli, nell’organizzazione, è l’unico soggetto ‘abilitato’ ad avere un io, una volontà, una capacità di giudizio. Egli non si propone come semplice trend-setter, ma reality-setter: per i convertiti, egli detterà che cosa è reale e che cosa non lo è. Solitamente, il suo eloquio è lento, scandito a ritmi precisi, esclude ogni fretta o tensione, ha un effetto ipnotico o subipnotico su numerosi ascoltatori, che si manifesta anche fisicamente (midriasi).
Una volta che il rapport ipnotico o subipnotico e la recettività non-razionale siano stati stabiliti, si passa alla fase di eccitamento di gruppo, mediante canti e danze parossistici, o sermoni infuocati dati dal capo spirituale. I sermoni possono evocare angosce profonde o profondi sensi di colpa, di solitudine, di impotenza, su cui si può far leva per spingere alla conversione. Ogni forte emozione aumenta la suggestionabilità. E’ questo il momento in cui, preferibilmente, si raccolgono le offerte e le firme, e si inizia a parlare di miracoli e guarigioni: diversi fedeli testimoniano di aver ricevuto grazie e portentose guarigioni. Se raggiunto, lo stato di eccitazione ultraparadossale può effettivamente produrre la liquidazione parziale o totale, stabile o temporanea, di sintomi, perchè in esso si ottiene una generale dissoluzione dei condizionamenti e dei patterns sinaptici corrispondenti e una loro sostituzione con nuovi – quindi è possibile che avvenga una suggestione di guarigione, con effetto più o meno stabile, allorchè il capo carismatico ingiunge al devoto di guarire, o invoca un potere divino di guarirlo. Ovviamente, chi non ha fede, chi non partecipa all’entusiasmo di gruppo, difficilmente beneficerà di una guarigione.
Successivamente, gli insegnamenti del capo spirituale vengono commentati – e qui si gioca tutto sull’umore per fare accettare la ‘spiritualità’. Se qualcuno tra gli invitati esprime un’opinione dubbiosa o contrastante rispetto a quella del maestro, i discepoli reagiranno non con aggressività nè con argomenti logici, ma piuttosto aggrottando la fronte e mostrandosi rattristati, non più estroversi e giocosi. Al che, l’invitato in questione teme di aver leso il rapporto così bello con loro, e altresì si sente in colpa di aver causato tristezza a persone tanto buone e amichevoli, e di aver guastato l’atmosfera gioiosa anche agli altri partecipanti. Facilmente, allora, farà marcia indietro, rimettendosi in sintonia con i promotori e recuperando così la gaiezza e la cordialità di prima. In ciò agiscono, chiaramente, sia il condizionamento operante (il comportamento negativo è disappreso attraverso rinforzi negativi) che le dissonanze cognitive (“queste persone sono così buone e simpatiche, mi posso tanto identificare con loro, che forse le loro idee, per quanto mi appaiono bizzarre, sono condivisibili o migliori di quelle della maggior parte della gente ‘materialista’ e gretta che vive nel mondo: guarda infatti come sono felici e come fanno star bene gli altri”).
In un secondo tempo, se l’invitato si lega al culto organizzato, ossia diviene dipendente da esso (si affida), si può passare a metodi più vigorosi per dissolvere le sue capacità critiche, le sue vecchie convinzioni e motivazioni, etc. Descriviamone alcuni.
I neofiti vengono privati degli indumenti e di tutti gli effetti personali. Ne riceveranno di nuovi dalla comunità, in cui si devono fondere, rinunciando alla precedente identità. Altri vengono sottoposti a una dieta molto povera e a cicli di saune: col pretesto della disintossicazione, li si indebolisce in modo da renderli più malleabili e indottrinabili. Molti vengono avviati al lavoro gratuito per l’organizzazione, come vendere libri, videocassette o gadgets vari, oppure reclutare nuovi adepti. Periodicamente, si radunano questi lavoratori gratuiti, si confronta le quote di produzione di ciascuno di loro e si acclama chi ha prodotto di più.
Gli adepti di un noto movimento mondiale di ispirazione induista, residenti nelle comunità dei templi. vengono privati di adeguato riposo e adeguata alimentazione: sveglia alle 03:30 dopo 4-5 ore di sonno, doccia fredda, canti e danza frenetici, parossistici (samkirtana), recitazione del rosario (japamala) (il mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna Hare hare; Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama Hare Hare è recitato 1.728 volte). Il tempo complessivo per la preghiera è di 4-7 ore al giorno, e di 8-10 quello dedicato al lavoro. L’alimentazione è povera. L’espressione di pensiero e giudizio autonomi è fortemente inibita. Lo scopo è assorbire l’insegnamento eterno trasmesso da Krishna attraverso la multimillenaria successione dei maestri. Si è quasi costantemente impegnati in attività di gruppo. Manca il tempo per il recupero delle forze, della concentrazione, dell’identità e, soprattutto, della prospettiva. La danza parossistica, praticata sia dentro che fuori del tempio, è accompagnata da ritmi incalzanti e musiche assordanti.
Secondo alcune evidenze sperimentali, le cantilene (mantra) e la meditazione, se praticate con costanza (da 60 a 90’ al giorno per qualche settimana) producono una stabilizzazione del ritmo alfa del pensiero, con crescente difficoltà a ritornare al beta – il che può dare serenità e un senso di trascendenza, ma diminuisce le capacità cognitive e intellettive, mentre aumenta la suggestionabilità, quindi la dominabilità.
I nuovi condizionamenti (nuova identità, nuove convinzioni, nuovi valori e fedeltà) sono pronti intorno al neofita: la coreografia, le immagini sacre, i comportamenti degli altri, il loro supporto sociale e affettivo, le musiche etc. – tutti stimoli che si associano all’esperienza della conversione e che quindi, in futuro, serviranno a rievocarne l’esperienza per associazione.
Va segnalato che gli adepti di questa setta, residenti nei templi, sono da anni in forte calo, come pure le nuove conversioni; rispetto al boom degli anni ’70 e ’80, il movimento ha perso molto del suo slancio proselitario e delle sue capacità sia di convertire che di mantenere le conversioni. Molti di loro sono entrati in crisi allorchè si sono accorti della loro situazione reale, ossia del fatto che erano entrati nel movimento a tempo pieno lasciando gli studi e il lavoro, avevano lavorato per molti anni gratuitamente per il movimento senza versamenti contributivi, e si ritrovavano in età matura senza professione, senza reddito, senza diritti alla pensione.
Come altri ricercatori, frequentando vari gruppi ‘religiosi’, abbiamo regolarmente trovato che gli strumenti per la conversione e il condizionamento non si avvalgono dell’argomentazione logica, che anzi viene scoraggiata o denigrata (se viene usata, viene usata per annoiare ed abbassare l’attenzione critica, come parte del procedimento di decognizione): non si indirizzano alla neocorteccia, bensì al sistema limbico, per suscitare emozioni, affetti, attaccamenti, aspettative. Le facoltà razionali e la stessa consapevolezza vengono aggirate – fatto che non stupisce possa avvenire, dato che notoriamente le funzioni cerebrali operano per la maggior parte inconsciamente, e la coscienza si ‘occupa’ solo di una parte minore degli stessi processi decisionali. Nei famosi esperimenti di Libet, appare che la reazione a uno stimolo può precedere la consapevolezza dello stimolo e della decisione. L’attività cerebrale preparatoria a un’azione precede la consapevolezza dell’azione stessa, e la coscienza fornisce sovente una mera razionalizzazione di atti e convincimenti già maturati inconsciamente[13].
L’eventuale sforzo di resistere alla suggestione aumenterebbe lo stress sul sistema nervoso centrale, quindi la sua suggestionabilità. Per resistere alla manipolazione, sarebbe utile invece abreagire la stimolazione ridendo, parlando abbondantemente e scoordinatamente, ma il setting cerimoniale e solenne della conversione non lo consente: il soggetto può solo ricevere, può solo essere passivo. Si ha una chance di sfuggire alla suggestione impegnando la mente con calcoli matematici (recupero del ritmo beta) o estraniandosi e ponendosi in posizione di mero osservatore.
La pratica cultuale o devozionale comprende moltissimi comportamenti (riti, atti liturgici, osservanze), che assorbono molto del tempo e delle energie dei soggetti, mentre lasciano inattiva la ragione[14]. La fede agita, il mito agito, ripetitivamente, in uno stato di inibizione critica, di bassa lucidità, subipnotico, e di partecipazione emotiva di gruppo, imprimono una traccia, un ‘engramma’, che contiene un vissuto di realtà ‘spirituale’ più forte, quindi prevalente, rispetto a quelle delle esperienze reali del paradigma naturalistico, creando così i presupposti per soppiantare quest’ultimo nell’esperienza soggettiva, fino a risultati radicali, come si vedrà infra trattando del caso paradigmatico dei Branch Davidians[15].
Per quanto esaltante ed entusiasmante possa essere il vissuto della conversione, alla fine di simili addestramenti, non si consegue la liberazione o l’illuminazione o l’auto-realizzazione -solitamente promesse per attirare nuovi adepti- ma la piena dipendenza dell’adepto dall’organizzazione e dal suo capo in quanto alle funzioni che sostengono il tono dell’umore, in quanto alla protezione da angosce, insicurezze e sensi di colpa, nonchè, talora, in quanto al soddisfacimento dei bisogni primari (vitto, alloggio, vestiario).
In effetti, non sempre la conversione allo ‘spirituale’ è accompagnata a emozioni positive: a volta viene indotta attraverso il terrore. E’ questo il caso di molti predicatori religiosi di un filone iniziato dal Christian Revivalism da Jonathan Edwards verso la metà del XVIII secolo nel Massachussets e da John Wesley. Essi avevano imparato a ottenere sottomissione e conversione suscitando negli ascoltatori un fortissimo senso di colpa per i propri peccati e il terrore del castigo divino. Quelle forti emozioni predisponevano il cervello a una riprogrammazione. Il momento del cedimento nervoso era segnato dal fatto che le persone cadevano a terra ed erano preda di attacchi di vario tipo. Peraltro, essendo le nuove suggestioni prettamente negative (“siete peccatori!”, “meritate l’Inferno, le fiamme eterne!”), Edwards e Wesley sentimenti di disperazione, tendenze suicide, sofferenze fisiche. Alcuni ascoltatori, particolarmente suggestionabili, si tolsero la vita, poiché, inizialmente, questi predicatori abusavano della fase 3 del procedimento, come sopra descritta. Ma essi impararono presto a somministrare, dopo aver ottenuto la crisi di conversione, l’Evangelo, o Buona Novella, dell’Amore e del Perdono, prospettando la dannazione come punizione per il solo caso di rifiuto della salvazione conquistata con la fede, di cui ovviamente erano essi i legittimi portatori (creazione di dipendenza)[16]. Il neo-converso può quindi risorgere dalla crisi assimilando la nuova fede di salvezza e facendo un’esperienza di morte-e-rinascita, in linea con quelle tipiche di riti iniziatici di pubertà praticati nelle tribù primitive. In queste, gli adolescenti subiscono vari tipi di trattamenti traumatici (rapimenti, lesioni, circoncisione, spaventi, isolamento, droghe allucinogene), e si dice che questo o quel dio li inghiotte o li uccide; poscia li si libera, gli si dice che sono stati risuscitati, si fa in modo che provino un grande senso di sollievo, e li si introduce nella vita sociale come adulti[17]. Nel passaggio attraverso la morte iniziatica essi hanno, intanto, perso i vecchi attaccamenti abiti mentali (quelli dell’infanzia) e sono stati imprintati con i nuovi, quelli della vita adulta. Una volta che un’esperienza mistica sia stata associata a un dato simbolo, suono, setting, essa potrà essere rievocata e confermata mediante esposizione ad essi (associazione, riflesso condizionato).
Nelle nostre ricerche, abbiamo trovato anche culti che non ricorrono agli estremi del parossismo, ma piuttosto alla creazione di un nuovo sistema di vita e all’inserimento totale in una nuova società, ossia la comunità degli adepti, finchè il soggetto si ritrova a vivere in una nuova realtà che lo assorbe completamente. La Soka Gakkai è una setta giapponese, non teista, vagamente buddhista, molto dotata patrimonialmente, politicamente attiva, i cui adepti credono che, recitando ripetitivamente per ore e ore ogni giorno lunghi testi in una lingua che potrebbe essere giapponese arcaico, si possano ottenere “benefici” di ogni genere (guarigioni, amore, successo, ricchezza, etc.) e risolvere ogni problema. Gli adepti, a livello di gruppi di base (5-12 membri), si riuniscono due volte al mese per recitare insieme, leggere un testo dottrinale, e soprattutto per ascoltare uno o due di loro, ogni volta, raccontare i ‘benefici’ ottenuti, asseritamente, mediante la recitazione. Ovviamente, chiunque sia di turno si sente in dovere di far del suo meglio per magnificare i ‘benefici’ e per accreditarli alla sua pratica. Meglio lo fa, più gratifica gli altri membri e più si rende autorevole, ponendosi in sintonia coi valori della setta. Le manifestazioni di approvazione che riscuote così facendo, gratificano e confermano lui stesso, la sua fede, la sua identità come credente, e lo spronano a impegnarsi maggiormente. E’ un meccanismo di rinforzo circolare in cui il segnale si autoamplifica nell’interazione di gruppo. In tal modo si producono sovente esplosioni di entusiasmo e gioia di gruppo in un ‘sentiment’ di onnipotenza della pratica. Il sistema è estremamente efficace nel confermare la ‘realtà’ di questa onnipotenza, e gradualmente porta l’adepto ad impegnare molto e, in alcuni casi, tutto o quasi il proprio tempo, nella pratica della recitazione, nello studio della fede e in attività di lavoro gratuito per l’organizzazione, sinchè questa pratica cessa di essere ciò per cui era stata abbracciata -ossia, un mezzo per la felicità e la realizzazione personale- e diventa lo scopo stesso dell’esistenza del devoto: il devoto sacrifica quattro o più ore al giorno alla recitazione, la lettura, l’insegnamento, lo studio, il proselitismo; non ha quasi più tempo per altri interessi, per altri studi, né per rapporti sociali al di fuori della setta.
Correlati organici dei vissuti spirituali e di premorte
I correlati organici dei vissuti e degli stati spirituali sono abbastanza noti e coerenti, iscrivibili in un quadro di stimolazione parasimpatica e limbica con inibizione simpatica:
Vasodilatazione periferica con sudore e sensazione di piacevole calore;
Alterazioni della temperatura in diverse aree del corpo;
Dilatazione delle pupille;
Lacrimazione;
Rallentamento del battito cardiaco;
Rallentamento e ampliamento della respirazione;
Calo della pressione sistolica;
Riduzione dei livelli ematici di acido lattico e di altre;
Massiccio rilascio di beta-endorfine e di ossitocina;
Rilascio di acetilcolina e norepinefrina.
Aumento della risposta galvanica della pelle;
Anestesie e analgesie;
Attività neurocorticale alfa (13-8 Hz), sovente delta (4-0,5 Hz) e talora theta.(inferiore a 0,5 Hz).
Le endorfine procurano il senso di sollievo, leggerezza, serenità, euforia.
L’ossitocina ha un’azione di dissoluzione sinaptica (agevola quindi il disapprendimento) e di facilitazione del bonding.
All’attivazione parasimpatica e al rilascio di endorfine si attribuiscono da taluni certi casi di guarigione ‘miracolosa’.
Acetilcolina e norepinefrina pure svolgono un’azione a livello sinaptico.
Risulta inoltre implicata la colecistochinina, regolante la sazietà e interferente con dopamina e varie sostanze psicotrope
E’ notorio che molte persone che sono uscite da uno stato di premorte riferiscono strane esperienze, come il passaggio per un tunnel, l’uscita dal corpo, il librarsi nella stanza del decesso, l’entrare in un altro tunnel con una luce in fondo, il venire ricevuti da amici, parenti, angeli, Gesù, etc. Queste esperienze sono connotate da sensazioni ed emozioni perlopiù positive, di dolcezza, amore, serenità, meraviglia. Molte persone, dopo averle fatte, ne restano profondamente mutate nella sensibilità e nella concezione della vita, soprattutto nella prospettiva esistenziale, acquisendo un atteggiamento fiducioso nell’immortalità.
E’ rilevante, che queste esperienze avvengono anche quando la morte è soltanto creduta come imminente dal soggetto, non anche imminente nella realtà. La rappresentazione e la paura della morte come imminente è quindi causa sufficiente, se non necessaria, delle esperienze di premorte.
I correlati neurofisiologici tipici delle esperienze di premorte sono il rilascio di endorfine, serotonina e glutammato – sostanze che, in congiunzione con una situazione di ipossia o ipercapnia possono produrre vissuti allucinatori del tipo in esame associati ad euforia e serenità. Inoltre appare attivarsi una “speciale funzione della regione temporal-limbica soprattutto, ma non esclusivamente, dell’emisfero destro.”[18]
Cure ‘spirituali’ per la psiche
Nella predetta chiave di risposta al male esistenziale, l’induzione di ‘spiritualità’ viene adibita alla cura della depressione dalla medicina contemporanea: “… … sempre più terapeuti usano la spiritualità come strumento clinico nel trattamento dei disturbi dell’umore. D’altronde, le comunità di fede in Canada riconoscono che la spiritualità fornisce una base e un inquadramento per sostenere le persone nel misurarsi con l’incertezza, il caos e la sofferenza e nel trovare un significato in ciò. Essa così protegge e promuove la salute mentale”[19]. Vengono anche condotti esperimenti in cui si confronta la performance degli esercizi di spiritualità con quelli di meditazione e col gruppo di controllo in campioni di pazienti con disturbi dell’umore, nei quali la pratica della ‘spiritualità’ si accompagna a miglioramenti statisticamente significativi (non così la meditazione)[20].
Evgeny M. Krupitsky, Direttore del Laboratorio di Ricerca del Dispensario Narcologico di S. Pietroburgo, per curare la dipendenza da alcool, induce esperienze ‘mistiche’ somministrando ketamina in associazione con bemegride (sostanza ansiogenica che amplifica i vissuti negativi dell’esperienza psichedelica e stimola l’attività corticale favorendo la psicoterapia), aethemizolo (che migliora il fissaggio delle esperienze nella memoria di lungo termine) e nimidipina (un antagonista del canale centrale del calcio), propinata prima della seduta, per migliorare il ricordo dell’esperienza psichedelica.
I contenuti delle esperienze di Kruptisky variano soggettivamente, ma sono quelli tipici delle esperienze mistiche, sia in quanto alle emozioni che in quanto alle percezioni e sensazioni (pace, infinità, essere fuori dal corpo, in unione con l’universo, incontrare Dio o esseri superiori, etc.).
Il fatto che simili esperienze possano essere indotte con mezzi naturali, per suggestione o per via chimica, non accredita certamente tali esperienze come indizi della realtà oggettiva del ‘divino’ e del soprannaturale che in esse sembra di esperire. Il fatto che io abbia un’esperienza emotivamente profonda di esseri divini, con visioni e comunicazioni verbali con essi, e che a me pare vera e reale mentre la sto avendo nonchè poi nel ricordo, etc., non implica, ovviamente, che quegli esseri esistano realmente e indipendentemente dal mio vissuto soggettivo[21]; però crederlo è utile al paziente per guarire e al terapeuta per curare.
Cionondimeno, numerosi psichiatri e psicoterapeuti, a seguito di esperienze con la terapia ‘spirituale’, incominciano effettivamente a credere essi stessi nella realtà oggettiva e nella capacità curativa del ‘divino’ e del soprannaturale, e si rivolgono a ‘maestri’ spirituali, i cui insegnamenti sono di tipo pensiero forte pre-scientifico, in quanto in essi non si pone il problema della dimostrazione di ciò che si insegna, se non in termini aneddotici e di vissuti personali. Il convincimento è affidato a fattori dinamici e relazionali, diversi dalla prova razionale. Peraltro, di fatto, questa mancanza di oggettiva verificabilità quasi mai ostacola l’accettazione dell’insegnamento e della sua autorevolezza, accettazione che molto spesso si accompagna all’entusiasmo emotivo proprio della conversione e a un cambiamento della visione esistenziale dei partecipanti..
Spiritualità: sue dinamiche e conflittualità
Chi ha un vissuto di Dio, di angeli, di infinità, di panpsichismo cosmico, di poteri mistici, di trascendenza (ossia superamento della condizione naturalistica, materiale), di una propria natura ‘spirituale’ nel senso di immune dalle sorti del corpo materiale, etc., ha un vissuto di qualcosa di estraneo a questo paradigma, perchè in esso non lo si può trovare – anzi, sovente contraddice e viola il paradigma medesimo. Mercé questa violazione, esso dona o ridona al soggetto sicurezza, autostima, senso del valore dell’esistenza, senso di immortalità, di potenza, di essere amato dall’Onnipotente, integrato socialmente, dotato di una missione nella vita, etc. In una parola, sostiene l’umore[22], nel senso lato in cui l’abbiamo definito all’inizio del capitolo[23]. Nei vari credi, le violazioni si strutturano in sistemi o paradigmi alternativi. In effetti, l’essere umano ha in sè un potenziale timico-ideativo in grado di antagonizzare e di superare l’angoscia e le angustie esistenziali attraverso esperienze soggettive, illuminanti ed esaltanti, mistiche in senso lato, che conferiscono talora istantaneamente una forte valenza positiva e un nuovo significato a situazioni estremamente oppressive o deprivanti o frustranti o stressanti. Il passaggio dalla potenza all’atto viene sovente attivato dalla stessa tensione cui il soggetto è sottoposto da altri (vedasi, ad esempio, la esaltante esperienza di rivelazione divina vissuta dal fondatore della religione Bahai, sotto forma di angelo che appare in una imponente cascata di luce, dopo lunga prigionia nelle buie carceri persiane) o da sè stesso (digiuni, isolamento, deprivazione sensoria), in gruppo o isolatamente. Le tecniche iniziatiche e di conversione mirano anche ad attivare quel potenziale.
Nell’attivarsi, ossia nello sprigionare il vissuto elativo, esaltante, entusiastico (con i suoi noti correlati organici), quel potenziale può assumere diverse forme: forme mistico-religiose, ovviamente, ma anche forme ‘laiche’, come entusiasmi e passioni sociali, politici[24]; la frenesia militare (lanciarsi con entusiasmo contro il nemico, sfidando la morte); l’ebrezza dello spirito di massa[25] che ti fa sentire invincibile, nobile e infallibile anche mentre compi le azioni più irrazionali, abiette e perniciose (vedi gli estremi del tifo sportivo). Accenneremo a come il potenziale in parola abbia un importante ruolo anche nei processi finanziari.
Le diversità di tutte queste forme, le quali sono accomunate da analoghi vissuti psichici, sensazioni cenestetiche, processi fisiologici, nonché dal rendere le persone più manipolabili, sono secondarie (variabili culturali e situazionali) rispetto al comune tronco o processo da cui derivano.
Si noti che l’entusiasmo spirituale si manifesta molto sovente in forme collettive: folle, sette, movimenti politici, masse, tifoserie, formazioni combattenti, etc.
Questa circostanza raccomanda che ci si abitui a studiare, prevenire e trattare i disturbi mentali correlati ai suddetti fenomeni come radicati nel loro contesto e nelle loro dinamiche collettive, anzichè come disturbi ‘privati’, eziologicamente e funzionalmente interni all’individuo – soprattutto tenendo presenti i metodi e i fattori di induzione e mantenimento degli stati mentali in questione da un lato; e dall’altro gli scopi, il tornaconto ricavabile dall’induzione e del mantenimento.
Infatti, le persone -i gruppi di persone- indotti e comunque entrati in quegli stati entusiastici, caratterizzati anche dalla privazione selettiva delle capacità critiche, dell’autonomia di giudizio, etc., costituiscono una risorsa facilmente sfruttabile a scopi utilitari e soprattutto economici, perchè è facile, per colui che si è reso tramite indispensabile del processo elazionale, ottenere da loro donazioni, lavoro gratuito, acquisto di corsi teorici o pratici a prezzi alti e sovente esponenzialmente crescenti (come pure prestazioni di proselitismo, propaganda, talora anche terrorismo). In un mercato dove il lavoro costa molto ed è sindacalizzato, e dove il fisco è pesantissimo, il disporre di lavoratori gratuiti o semigratuiti e non tutelati, nonchè di esenzione fiscale, dona un grande vantaggio competitivo rispetto ai soggetti economici non ‘spirituali’. Consente di ottenere un profitto facilmente e senza rischio. Per tale ragione, siffatti gruppi vengono estesamente creati e gestiti, e costituiscono importanti assets politici ed economici nelle mani dei loro leaders. Essi costituiscono vere e proprie imprese commerciali e sono disponibili illuminanti ricerche sul lato affaristico della spiritualità, che rivelano come praticamente tutti i credi organizzati siano sfruttati per il business. Chi ricercasse, tra di essi, associazioni di liberi ricercatori spirituali, soffrirebbe molti disinganni.
I gestori e beneficiari dei culti organizzati sovente, forti del peso ‘democratico’ del numero dei loro seguaci, praticano lobbying e ricevono prestigio, riconoscimenti sociali e istituzionali e sono integrati nell’establishment, col che l’establishment riconosce e tutela la loro proprietà sul gruppo che gestiscono e condizionano, e altresì la non patologicità delle loro credenze e pratiche. Talvolta, come conclamatamente avvenne nel caso del Nazionalsocialismo, hanno conquistato un potere assoluto grazie soprattutto alla forza dell’entusiasmo di massa che riuscivano a mobilitare. Capire la struttura e le finalità di tali gruppi -come funzionano, chi in essi ha il potere effettivo, che cosa fa agli adepti e degli adepti, chi guadagna, quanto e in che modo- richiede un’indagine integrata, psicologica, giuridica e aziendale.
Sovente i supposti poteri o benefici sovrannaturali e le ‘esenzioni’ dalla realtà si devono pagare con rinunce al mondo materiale, al piacere, alla ragione e al corpo, quali sacrifici, ascesi, fioretti, mortificazioni della carne, mutilazioni, etc. Devo sminuirmi, per aumentare il mio vissuto di onnipotenza della figura divina cui proiettivamente affido la mia salvezza e la mia identità idealizzata. Da ciò derivano sovente comportamenti di rilevanza psicopatologica e criminologica.
Il sesso viene generalmente proibito o svilito o qualificato come spiritualmente ritardante. Il soggetto viene diviso e indotto in conflitto con sè medesimo, per poi farsi gestori di questo conflitto: divide et impera. A questo fine, si pongono restrizioni che il soggetto non riesce a rispettare sempre, sicchè quando non riesce, si sente in colpa, sporco; sente quindi il bisogno di ripulirsi, di essere reintegrato nel gruppo e riconciliato con sè stesso. Per ottenere ciò, chiede l’intervento su di sè del capo carismatico o del delegato o del sacerdote (sacramento della confessione), condizionandosi così alla dipendenza dall’organizzazione. L’intervento della ‘spiritualità’ sulla sessualità risulta quindi diffusamente patogeno. Del resto, interferire nella sessualità delle persone è un mezzo sicuro ed efficace per agire sugli strati profondi della loro psiche.
Ma, in generale, la tendenza a risolvere il disagio esistenziale e a sostenere l’umore mediante trasgressioni ‘spirituali’ della realtà, è quindi intrinseca alle religioni, e spinge alla distorsione dei processi cognitivi e percettivi. Se il paradigma della realtà deve essere violato per appagare, almeno soggettivamente, il bisogno esistenziale, allora la spiritualità è intrinsecamente conflittuale con quelle dimensioni dell’agire, del pensare, del sentire, che alla validità di quel paradigma sono legate e che in esso hanno investito.
Da qui nasce un movente fondamentale dell’aggregarsi umano: le persone di una data fede da millenni si aggregano per vivere collettivamente, ritualmente, liturgicamente, il mito trasgressivo della realtà che caratterizza la loro specifica fede, la loro soluzione al problema esistenziale, allo scopo che la condivisione drammatizzata (meglio se tra persone legate da rapporti affettivi o di identità) di quel mito rafforzi il vissuto di realtà e oggettività del medesimo di fronte alla realtà che quotidianamente e duramente lo smentisce. Aggregarsi non assicura soltanto protezione dagli animali feroci, nutrimento per invalidi e puerpere, etc.; assicura anche, nelle forme religiose, protezione del rimedio esistenziale e dell’umore contro la contraria evidenza della realtà e contro i diversi sistemi di pensiero.
Per questa ragione, il vivere e praticare un credo oggettivamente delirante entro un gruppo che lo condivide, piuttosto che isolatamente, offre un ammortizzatore rispetto alla realtà, modera il bisogno di difendere il credo dall’evidenza di questa – richiede minori censure e distorsioni della percezione e del pensiero, minori conflittualità e distorsioni comportamentali; consente di sopportare meglio le frustrazioni; quindi protegge l’efficienza e l’adattamento dell’individuo al mondo reale. Insomma, i due paradigmi di realtà -quello reale-frustrante e quello delirante-consolatorio- convivono meno disarmonicamente entro la persona.
Il gruppo credente è organizzato e disciplinato in modo da emettere, solo o quasi solo, sovente in modo massiccio (nei riti), conferme comportamentali e verbali del suo credo. Così, anche se il singolo intrasoggettivamente vive il dubbio[26], dall’entourage dei suoi simili riceve solo messaggi di conferma, e richieste di adeguamento ad essi. Per sentirsi inserito nel gruppo, deve sintonizzarsi. Sono notori i risultati di diversi esperimenti in cui una classe di scolari viene divisa in due gruppi. Il primo viene istruito a dichiarare che, di due linee di diversa lunghezza tracciate sulla lavagna dell’aula, la più lunga sia la più corta. I soggetti del secondo gruppo vengono poi uno ad uno introdotti nell’aula, posti di fronte alla lavagna, fatti ascoltare i loro compagni che dichiarano che la linea corta sia la più lunga; dopo di ciò si chiede loro quale sia la linea più lunga, ed essi sovente e contro l’evidenza rispondono come i loro compagni istruiti a mentire. Facile transitur ad plures, intuiva Seneca.
Questo effetto armonizzante e ammortizzante della condivisione comunitaria può essere un argomento, peraltro non esaustivo, in favore della scelta, operata nel DSM IV rispetto al DSM III, di introdurre il principio secondo cui il soggetto che ha idee con le caratteristiche del delirio strutturato (delusion) (infondatezza, inaccessibilità alla critica e all’evidenza contraria, etc.)[27] non va considerato delirante se il suo credo è condiviso dalla comunità di appartenenza. Tuttavia, quella scelta rimane controvertibile, dato che il partecipare a un credo delirante comunitariamente condiviso può essere esso stesso espressione di un disturbo mentale nonchè comportare comportamenti collettivi di sicura rilevanza psicopatologica e persino criminologica; e può anche produrre un’evoluzione marcatamente morbosa. Infatti, il culto organizzato, di solito, non ha il disinteressato fine di sostenere ed armonizzare la fede nel credo spirituale conciliandola con la vita pratica, e non si limita a raggiungere questi obiettivi – nel qual caso sarebbe in un certo senso benefico. I suoi gestori hanno il fine di asservire vieppiù gli adepti al servizio dell’interesse loro proprio, aumentando crescentemente la loro sfruttabilità economica, e per ciò fare aumentano la loro dipendenza dal capo o dall’organizzazione, i loro bisogni, le loro angosce, carenze, distorsioni. Il fenomeno delle sette (ricordiamo sempre Waco, il Solar Temple e Jonestown, quest’uiltimo caso con oltre 900 morti di cui più di 270 bambini) e del revivalismo cristiano lo dimostra. In tale processo, la personalità, e non solo il pensiero, sovente subisce crescenti deformazioni e impoverimenti, di interesse psichiatrico, che dimostrano come insostenibile e pericolosa la suddetta scelta del DSM IV.
Questo pertanto è auspicabile che venga integrato per tener conto di questi dati di realtà, della sofferenza psichica che in essi appare, dei disadattamenti sociali che essa produce, e degli episodi sanguinari cui essa ricorrentemente perviene. Per fare un esempio, gli studi sulla disastrosa gestione dell’assedio dei Branch Davidians dimostrano che i fatali ed ingenui errori commessi dall’FBI sono dovuti al fatto che non si volle considerare il problema per quello che era, ossia un problema di follia religiosa strutturata di un gruppo guidato da un pazzo carismatico irragionevole, ma piuttosto come un problema di polizia, di tattica militare, di immagine pubblica e di negoziazione con un boss affetto da disturbi della socialità ma, complessivamente, non alienato[28]. Specificamente, dalle analisi emerge come i responsabili dell’operazione non avessero capito o tenuto presente che i Davidiani (gente con un passato perlopiù esente da significativi disturbi mentali) erano realmente convinti, non solo a livello mentale ma molto più profondamente, che il contenuto della loro fede fosse la realtà, l’unica realtà; e che proprio per questo non avrebbero esitato a uccidere e a bruciarsi vivi assieme ai propri figli, allo scopo di conseguire il Regno dei Cieli, secondo la loro fede. L’FBI pensava che, in fondo, i Davidiani e lo stesso Koresh conservassero il paradigma ordinario di realtà e che, perciò, li si potesse riportare alla ragione con le trattative, il gas lacrimogeno e una “dynamic entry” nel loro ranch – ma si sbagliavano completamente. Il paradigma della realtà ‘spirituale’ di David Koresh, grazie a un penetrante condizionamento e plagio, si era efficacemente e totalmente sostituito alla realtà ordinaria, creando una schiera di aspiranti martiri, di alienati, al punto che alcuni devoti si ribellarono a chi voleva strapparli alle fiamme[29]. Era divenuto più forte del dolore fisico e dell’istinto di conservazione. Questi criteri vanno tenuti presente nell’approccio a tutti i casi di fanatismo religioso, compresi quelli dei bombardieri suicidi della Palestina. Tantum potuit religio suadere malorum (“A un sì gran male potè indurre la religione”), scrive Lucrezio nel De Rerum Natura, a commento dell’immolazione di Ifigenia, compiuta dagli Achei per ottenere dagli dèi una felice traversata fino alle spiagge di Troia.
E’ quindi un dato di fatto che la difesa collettiva della fede che tutela l’umore (l’autostima, il senso della vita, il senso di potere, immortalità etc.) talvolta si spinge sino ad estremi. La realtà, che, con le sue evidenze, minaccia il credo dispensatore di ‘benessere’, speranza, autostima etc., viene a un primo livello svalorizzata e screditata – i fedeli sono invitati, ad es., a non dar retta ai giornali, alla scienza, etc.; a un livello più grave, viene criminalizzata o demonizzata (limitazioni o proibizioni di frequentare i non credenti; loro deportazione in luoghi isolati, come Jonestown); a un livello ancora più grave, viene combattuta materialmente con atti di violenza distruttiva. Qualora queste difese radicali falliscano o siano impraticabili, e la realtà, il mondo contaminato e contaminante, penetri e minacci direttamente la fede, la difesa estrema, che vediamo sovente all’opera nelle sette, è quella del rigetto totale del mondo, della natura, attraverso il suicidio collettivo (Jonestown, Solar Temple, Waco, etc.), regolarmente presentato dai capi ‘spirituali’ come messo necessario per salvarsi, e come tale creduto dagli adepti.
La percezione del mancamento della promessa religiosa, ossia della promessa di rispondere efficacemente all’angoscia della morte, all’esigenza di giustizia, etc., genera frustrazione, e questa frustrazione si deve scaricare. La via, la direzione, l’oggetto su cui si scarica, è un importante criterio differenziale tra le religioni.
“La scarica solitamente non può avvenire sottoforma di riconoscimento dell’illusione, sia perché ciò porterebbe la rinuncia ai benefici dell’illusione, sia per l’imprinting fisiologico pavloviano [il ricondizionamento previo disapprendimento mediante inibizione transmarginale oppure ‘softening up’][v. infra]… … ; né può avvenire contro la religione stessa e i suoi esponenti, perché ciò implicherebbe l’ammissione dell’illusione e, insieme, lo scontro col gruppo sociale in cui si è integrati e che condivide la religione medesima. Nel Cristianesimo, nel Giudaismo, nell’Induismo, essa [la frustrazione] si scarica perlopiù in via introversa, ossia il credente viene condizionato ad imputare a sé la causa del fallimento (il peccato, il karma); nell’Islam, religione militante, si scarica sul non credente: il fedele viene istruito a pensare che è colpa degli infedeli se le cose vanno male.” [30]
Naturalmente, questo meccanismo psicodinamico tende ad aumentare la coesione interna del gruppo e la sua aggressività esterna, quindi lo rende più efficiente nelle mani dei suoi capi. Insomma, anche se la pericolosità di un credo organizzato non deriva direttamente tanto dai suoi specifici contenuti, quanto dalle dinamiche psichiche e sociali entro il concreto del gruppo o sottogruppo religioso, vi sono nondimeno credi religiosi formulati in modo tale da inclinare all’intolleranza e all’aggressività verso chi non condivide quel credo. Ciò non toglie, ovviamente, che possiamo trovare sottogruppi hinduisti estremamente aggressivi e intolleranti, e sottogruppi islamici completamente tolleranti e pacifici.
Circa cent’anni or sono James Frazer, nel suo famoso e vastissimo studio comparato sulle religione, The Golden Bough (Il Ramo d’Oro), mostrò e documentò come tutte o quasi le credenze religiose e le liturgie, dietro le loro apparenti e appariscenti diversità, hanno una funzione fondamentale comune: la negazione della mortalità, o l’affermazione dell’immortalità. Frazer mostra inoltre come le varie religioni reagiscono di fronte al fatto che, a dispetto di tutti i riti, le negazioni e le preghiere, continuano a manifestarsi l’invecchiamento e la morte – ossia, la realtà, o il suddescritto paradigma della realtà. Esse reagiscono attraverso pratiche di scapegoating (loimòs greco), di uccisioni espiatorie o sacrificali, di morte redentrice del dio buono (Gesù), che sostanzialmente deve morire perchè non è riuscito a proteggere l’uomo dal decadimento e dalla morte. Emblematico è il caso descritto nel capitolo sui re africani: per negare la mortalità e la corruttibilità, il re deve restare sempre fisicamente integro; allorchè incomincia a manifestare segni di invecchiamento, viene eliminato (ucciso o scacciato) e sostituito con un re novello, senza difetti. e senza segni di decadimento. Il rogo della Befana o della Vecchia deriva da riti che assolvevano, in Europa, analoga funzione.
Pratiche consimili comportano, ovviamente, l’attivazione e lo sviluppo di possenti e strutturati meccanismi collettivi di negazione, indi di proiezione, da parte dei gruppi etnico-sociali interessati. Alle volte la negazione della mortalità è inscenata a beneficio di pochi privilegiati, mentre la massa del popolo muore e basta. Così nell’antico Egitto, originariamente, solo il faraone era immortale. Re Unas, o Onnos, nei Testi delle Piramidi, è detto essere un dio, il più forte degli dei, tanto che, dopo il trapasso, non solo non cessa di esistere, ma ascende tra di loro e spadroneggia, terrorizzandoli.
E’ giustificato, data la diffusione e l’antichità di questo schema di soluzione del problema esistenziale attraverso la negazione della realtà, supporre l’esistenza, accanto al suddescritto paradigma della realtà, di un contro-paradigma magico-religioso della realtà, altrettanto radicato nella psiche e nella cultura.
Precisiamo che il paradigma magico-religioso, nella sua risposta al problema esistenziale, opera in modo diverso dalla soluzione allucinatoria. Nella soluzione allucinatoria, il soggetto si appaga allucinatoriamente, in un corto circuito, annullando il problema. Nella soluzione magica e in quella religiosa, il soggetto ha innanzi a sè il problema e lo ‘risolve’ ( procura a sè e agli altri un vissuto di soluzione del problema, di appagamento del bisogno) col ricorso a un insieme di pratiche e di rappresentazioni.
Propaganda, pubblicità e ruolo ‘spirituale’ della corsa al profitto nella società contemporanea
La propaganda viene affinata nei regimi totalitari, ma anche in quelli democratici. Nei primi, essa sovente fa sì che i valori, i dogmi e gli scopi del regimi assurgano, nei cittadini, al livello mistico, spirituale, fanatico – al livello di risposta globale alla problematica esistenziale. Conseguentemente, il crollo di questi regimi e delle loro mistiche, o mistificazioni, ha indotto, in numerosi casi, crisi di identità e di autostima, le quali hanno talora prodotto il suicidio degli interessati. Così è avvenuto anche nella DDR dopo la riunificazione, dove numerosi intellettuali sono precipitati in crisi depressive o si sono tolti la vita alla scoperta dell’illusorietà dei valori e delle verità di cui erano stati nutriti. La Russia postcomunista ha in programma di dotarsi di 500.000 nuovi psicologi qualificati per la terapia e il supporto.
La pubblicità, come industria della creazione di bisogni immaginari e di mode (fancied wants, fashionable consumption) che raggiunge il suo apice col neuromarketing[31], ha creato un sistema che, parimenti, tende a occupare il campo esistenziale, prima riservato all’infinità divina, con la ‘cattiva infinità’ del consumismo e della rincorsa onniassorbente di guadagni e ricchezze senza limite, del tutto sganciata da qualsiasi bisogno pratico e persino da qualsiasi oggetto reale, perchè il suo oggetto è sempre più astratto, smaterializzato, finanziario (non più case, terreni, armenti, ma numeri su conti bancari e di depositi di titoli).
Questa rincorsa ha generato il tratto più determinante e critico dell’attuale società e dei suoi processi – un tratto essenzialmente socio-psicologico: il valore aggregato nominale della ricchezza finanziaria, per la cui conquista ed espansione si vive, si investe e si lavora, è circa quintuplo del valore aggregato di tutti i beni realmente esistenti nel mondo, e -proprio come una catena di S. Antonio, che è basata sul continuo rilancio delle aspettative- questa ipertrofica mole di valore atteso si tiene pericolosamente in bilico su un sostegno meramente psicologico: la bramosia di ricchezza finanziaria e la fiducia che questa continui a rappresentare ricchezza reale. Essa può sostenersi solo finchè continua a crescere, perchè, qualora smetta di crescere, ossia di remunerare e di indurre il rilancio delle aspettative di guadagno, imploderebbe, travolgendo la fiducia nel denaro, nei mercati e nei titoli finanziari, quindi anche l’economia mondiale. La crisi finanziaria del marzo 2000 è stato un inizio di una simile crisi, ma pronti interventi correttivi e di sostegno alla fiducia nei titoli la hanno circoscritta e, probabilmente, anche cronicizzata[32].
Quanto sopra, solo per dire e spiegare come l’economia dipenda oramai dal fatto che la rincorsa senza limite del guadagno immaginario e virtualmente illimitato, detenga e mantenga, perlomeno negli operatori economici e finanziari e nelle classi più influenti della società, la funzione elativa che tradizionalmente spetta alla spiritualità – della quale questo sistema condivide la caratteristica di derogare ai limiti della realtà, in quanto la rincorsa ha per oggetto titoli finanziari virtuali, a cui sempre meno corrispondono beni esistenti.
Questa obiettiva esigenza del sistema finanziario, ancor più che industriale, basato sull’aspettativa di profitto, imprime alla vita delle persone un orientamento fondamentale molto marcato e del tutto nuovo per la specie umana, quindi in un certo senso innaturale. I bisogni artefatti di beni e servizi oggettivamente superflui vengono indotti, cioè resi reali, col rendere quei beni e qui servizi necessari per accedere a rapporti sociali importanti per la persona e per la sua autostima. Ad esempio, vestire abiti con certe firme è richiesto per essere accettati nel gruppo sociale già dall’infanzia; certi status symbols sono richiesti per il corteggiamento. Il bene più richiesto per l’autostima, l’accettazione e la valorizzazione sociale, ma anche per sentirsi sicuri contro i rischi della vita è, però, la ricchezza relativa a quella degli altri (il denaro inteso come pura quantità e potenziale, indipendentemente dal suo soddisfare bisogni concreti del suo possessore). L’acquisizione del denaro per il denaro sposta sempre più in alto il livello di soddisfazione, rendendolo semplicemente irraggiungibile, quindi condannando l’individuo a una essenziale insoddisfazione (la nostra economia riempie la società e la vita di mete irraggiungibili di bellezza, vitalità, sportività, etc., quindi di frustrazione). Inoltre, l’individuo è indotto a differire progressivamente il momento della fruizione del denaro, ossia a lavorare per accumulare e non per vivere. E’ del tutto verosimile che vi sia un limite di sopportabilità al livello di tensione, di insoddisfazione, di differimento della gratificazione. Lo stesso George Soros racconta di come si sentiva sull’orlo di un crollo proprio mentre il suo patrimonio personale raggiungeva i 25 milioni di dollari. Geroge Soros si allontanò dall’orlo del crollo ritirandosi parzialmente dagli affari e dedicandosi, con successo, a studi filosofici ed epistemologici (era laureato in filosofia). Ma le persone con le doti di Soros sono rare. Molto più frequenti sono esiti di altro tipo, come il crollo nel burn out, la ricerca del sostegno di sostanze stimolanti (cocaina), l’incapacità o rinuncia o rifiuto di sostenere l’interminabile differimento del piacere, con la conseguente scelta dell’opposto, ossia del piacere immediato e totalizzante attraverso droghe come l’eroina.
Umore, spiritualità e sviluppo delle funzioni metacognitive
La definizione di ‘spiritualità’ data all’inizio del presente capitolo non è esaustiva. L’induzione di esperienze mistiche ha storicamente avuto almeno un’altra funzione nell’evoluzione storica delle capacità psichiche dell’essere umano, soprattutto di quelle metacognitive (autocoscienza, riflessione sul sè, automonitorizzazione, riconoscimento dei contenuti psichici). Il vissuto mistico appare, storicamente, non aver prodotto solo disapprendimento di vecchi paradigmi e l’impianto di nuovi., ma anche lo sviluppo di fondamentali facoltà psichiche.
Il rapporto tra thymòs e misticismo era ben noto a culture antichissime; e come specificamerte la cultura vedica[33], diversi millenni or sono, aveva la consapevolezza non solamente di quel rapporto tra umore e misticismo, ma anche del rapporto interattivo tra umore e capacità cognitive.
Essa, inoltre, aveva sviluppato, in termini espliciti e professi, tecniche per lavorare sulla sfera timica e sulla coscienza allo scopo di sviluppare l’attitudine e l’insight mistiche, dirigendo verso obiettivi prestabiliti lo sviluppo dei gusti, delle motivazioni, delle tendenze della persona. Si trovano, inoltre, chiare enunciazioni del concetto di coscienza trascendentale in senso kantiano[34]. Quanto sopra fa della cultura indovedica un caso unico e di centrale rilevanza per il presente capitolo.
Trattasi, infatti, del primo ambito culturale a noi noto, in cui sia sorto qualcosa che a diritto (e a parte dalla condivisibilità o non condivisibilità del suo metodo e del suo merito) può definirsi come ‘psicologia’, ossia riflessione consapevole e sistematica sul funzionamento della psiche, la quale viene considerata come avente più componenti (compreso l’inconscio) e più funzioni (perlopiù inconsce). Una psicologia che nasce non solo come descrittiva, né solo come terapeutica, ma anche come migliorativa, costruttiva, ossia progettante il potenziamento della psiche nelle sue varie funzioni al fine di conseguire più conoscenza, più lucidità, più felicità, liberandosi da vincoli, coazioni e limiti posti dai meccanismi e dalle tendenze inconsci.
Chi ha qualche conoscenza del pensiero e della mentalità delle antiche civiltà (Egizii, Greci omerici), si meraviglierà alla notevole modernità del ben più antico pensiero vedico, specialmente con riguardo al livello di meta-consapevolezza circa la coscienza e la autocoscienza, da una parte; e la sfera umorale-motivazionale, dall’altra. Sebbene, nella concezione vedica, sia l’ambito timico ad avere la precedenza, in quanto considerato come matrice, anzi ‘ignition’ ( da ‘ignis’, fuoco) della coscienza, per ragioni di chiarezza espositiva, vediamo innanzitutto il problema della consapevolezza.
L’uomo moderno è normalmente consapevole di sé stesso: è conscio. Quando pensa o rievoca, è consapevole di far ciò ‘dentro’ alla sua mente. Similmente, quando esperisce emozioni o intuizioni, è consapevole che queste sono fatti interni a lui, non ubicati o prodotti nell’ambiente circostante o ‘iniettati’ da un essere soprannaturale quale un dio, genius o daimon.
La fondamentale caratteristica del nostro funzionamento mentale, è che siamo consci che noi, come menti, operiamo su ed entro noi stessi (nelle nostre menti) ogniqualvolta eseguiamo un’operazione cognitiva; e che pure quei fatti mentali, che non sono prodotti volontariamente, quali emozioni e intuizioni, sono siti entro di noi, le nostre menti. Ossia, noi spazializziamo la nostra mente – abbiamo aperto o scoperto le nostre menti come spazio interiore della nostra azione.
Non è così nella mente arcaica come la conosciamo attraverso molti scritti antichi da Egitto, Babilonia e persino Grecia omerica.
Gli uomini arcaici -di Sumer, dell’Antico Regno egizio, etc.- erano probabilmente inconsci, ossia, non consapevoli di sé, della propria mente, come afferma Julyan Jaynes nel suo saggio (Jaynes, 1976-1990). Il che non è incompatibile col fatto che essi riuscirono a sviluppare complesse civiltà, perché effettivamente gli uomini (e gli animali) possono eseguire, e lo fanno, molte, se non tutte, le loro funzioni mentali in modo inconsapevole. Come la ricerca psicologica ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, la coscienza non è necessaria per la mente, per i concetti, per imparare, per pensare, per ragionare, per agire, nemmeno per giudicare (ibidem, pagg. 30-46).
L’Iliade, che fu probabilmente composta nel X Secolo a.C., ancora mostra molti tratti del pensiero arcaico, in quanto non ha concetto né termine per ‘mente’ come una funzione. Jaynes, nel Capitolo Terzo del suo saggio, esamina il linguaggio dell’Iliade e la terminologia usata per ciò che noi chiameremmo eventi e fatti mentali. ‘Psychè’, nel linguaggio omerico, non significa ciò che poi passerà a significare, Indica una sorta di funzione refrigerante interna di natura piuttosto materiale – così mostra anche la sua etimologia (psygròs significa ‘fresco’). ‘Noos’ (in seguito, nous), similmente, non significa ‘intelletto’, come nel Greco classico, ma ‘vista’. Il verbo ‘noein’ non significa ‘pensare’, come nel Greco classico, ma ‘guardare’.
Altre parole -contima Jaynes-, come ‘splanghnos’ (spleen), stethos (petto), kradiè (cuore), etc., si riferiscono a organi e funzioni fisiologiche e non esprimono il menomo riferimento al pensiero. Non si trovano vocaboli descriventi attività mentali come attività mentali – il che è più che singolare in un poema di quell’ampiezza e di quei soggetti. Emozioni ed intuizioni sono descritte come qualche dio che influenza da fuori il personaggio interessato, che gli appare e gli infonde passioni, desideri, idee. Gli dei appaiono come personificazioni di funzioni mentali tuttora inconscie, piuttosto che come autentiche, complete personalità autonome. Nel linguaggio dell’Iliade e del mito in generale, essi si ‘manifestano’ a questo o quel personaggio e gli si rivolgono per comunicargli informazioni e direttive. Nel linguaggio moderno, diremmo che uno ha un’idea, un’intuizione, una trovata, come risultato di una previa elaborazione mentale subconscia.
In realtà -osserviamo noi- le cose, con l’Iliade, non stanno esattamente come le pone questo studioso: nell’Iliade trovasi la parola ‘noos’ usata anche per indicare una funzione psichica interiore o interiorizzata: “hos soi enì stethessin atarbetos noos esti” (Il. III 63): “siccome nel.petto hai un noos intrepido” (l’affermazione è di Paride, che risponde ad Ettore, il quale lo ha duramente rampognato per un atto di codardia in battaglia). Interno è sicuramente lo thymòs: “en thymòi memaotes alexemen allelosin” (Il., III, 9): “bramando nello thymòs di darsi man forte” (detto degli Achei che marciano contro i Troiani). Il redattore dell’Iliade si trovava perlomeno in una fase di transizione, successiva al livello di coscienza cui riferiscesi l’analisi di Jaynes.
La consapevolezza della mente e l’interna volizione, compresa la capacità di programmare un inganno, albeggia più chiaramente nell’Odissea. Il volitivo imbroglione Odisseo è un personaggio cruciale perché impersona la transizione dall’uomo inconscio a quello autocosciente. La capacità di mentire è un buon indice di questo passaggio, perché presuppone, in fondo, la capacità di rappresentare volontariamente ad altri la realtà in un modo diverso da come la si conosce – ossia, di esser consci della mente altrui come altra dalla propria e di pianificare il suo inganno portandola a credere qualcosa di diverso da quello che appare a sè.
Jaynes analizza fonti pertinenti ad altre antiche civiltà, inclusa l’Ebraica, trovando in ogni caso indizi di questa inconsapevolezza della mente e delle funzioni mentali da un lato, e la sua personificazione in dèi dall’altro. Questa struttura egli chiama ‘mente bicamerale’, perché consiste di due ‘camere’ intercomunicanti: una, sita nell’emisfero cerebrale sinistro, contenente ciò che l’uomo antico descrive come il personaggio; l’altra, sita nel destro, contenente gli ‘dèi’ che inspirano, possiedono, indirizzano l’uomo. In quasi tutte le civiltà, ma in modo sommamente vistoso in quella ebraica, si riconosce una ‘serie di pietre da guado’ dalla mente arcaica a quella moderna.”
Quanto sopra vale -dice Jaynes (pag. 313)- anche per il linguaggio dei Veda e il loro essere asseritamente emanati dal supremo âtman o divinità: “[La letteratura] indiana schizza dalla mente bicamerale alle ultrasoggettive Upanishad, ma ambo gli estremi non corrispondono al loro tempo.”
Questa conclusione è confutata dai contenuti e dal linguaggio dei Veda. Invero, seppur da un lato i Veda sono ricchi di descrizioni degli atti di dèi che si prestano all’interpretazione jaynesiana (e non solo jaynesiana) come personificazioni di funzioni psichiche subconscie dell’uomo, dall’altro lato troviamo numerosi passaggi che chiaramente ed entusiasticamente dipingono la scoperta o apertura dello spazio interno di consapevolezza nella mente degli autori. Questa scoperta è la stessa anima dei Veda, che descrivono in metafore o termini cosmici o cosmogonici ciò che palesemente è un processo psicogonico, ovvero la scoperta della coscienza dall’oscurità della notte, con una vivida enfasi sull’idea di luce, alba, aurora (Ushas), fulgore. “Il primo pensatore vedico che investigò il problema dell’origine dell’universo -ossia, del mondo come unità e totalità, e della relazione tra questo mondo e quello della molteplice realtà- assorbito nella ricerca si mette all’opera, scrutando nelle fonti della propria vita psichica. Il documento che ci ha lasciato su questa scoperta, è una cosmogonia.” (Falk, pag. 25). Così, una volta di più, il fuoco è sulla coscienza come unità trascendentale o principio unificante.
“I saggi che cercarono coi pensieri del loro cuore, scoprirono la parentela tra esistente e non esistente. Vi era oscurità. Un inconscio ondeggiante, in essa nascosto, era tutto questo. Quell’immenso era rinchiuso nel piccolo; per il potere del tapas quell’uno nacque. E da esso emanò in principio il desiderio, che fu la prima cosa a procedere dal manas. Il legame dell’essere al non essere scoprirono i sapienti kavi, osservando nel loro cuore.” (R.V. X, 129).
Griffith traduce: “saggi che cercarono col pensiero del loro cuore.” ‘Tapas’, corrispondente al latino ‘tepus’, tepore, originariamente indica il calore del fuoco mistico, yogico – v. anche Svetasvatara Upanishad I, 7 e 14-16, dove la generazione del tapas è metaforizzata col confricamento dei due legni usati per accendere fuoco. In seguito, il termine ‘tapas’ verrà usato per indicare le pratiche ascetiche che generano quel calore.
Il che attira la nostra attenzione sul fondamentale ruolo del riscaldamento, del tapas, per la produzione dell’illuminazione, della dischiusura, dell’insight. Il riscaldamento, il fuoco, il sacrificio, l’umore (come fattore motivazionale, come elevatore della capacità noetica) sono significativamente collegati dall’etimologia. Infatti, dalla radice indoeuropea DHU° abbiamo il greco thyomai (sacrifico mediante fuoco), il greco thymòs (da cui i termini ‘timico’, ‘distimico’ etc.), il latino fumus.
Il tapas è acceso dal desiderio, e il desiderio è originato dal manas. Non vi è da stupirsi, dunque, se il principale personaggio del Rig Veda è Agni, il dio del fuoco, che porta qua gli dèi, come annuncia il primo canto del Rig Veda. Così, se l’antico sapiente voleva produrre tapas e operare l’illuminazione, aveva necessità di stimolare il manas appropriatamente, allettandolo con visioni di opulenza e magnificenza, che gli ispirassero idee di immortalità e gloria, devozionalmente collegandole a esaltanti rappresentazioni degli dei che rappresentavano le funzioni inconscie da attivarsi per conseguire lo sviluppo mentale.” Questo processo, in termini psicodinamici, verrebbe molto probabilmente descritto come processo di investimento narcisistico delle funzioni mentali (ovviamente intendendo il narcisismo sano)[35], investimento che promuove il loro sorgere, sviluppo e potenziamento, analogamente a come produce, nella crescita dell’individuo, lo sviluppo delle varie facoltà, come il camminare, il parlare, etc.
Tutto ciò “può spiegare questo sorprendente, radicale bipolarismo di contenuti dei Veda: la massa di inni apparentemente oggettivistici, naturalistici (talvolta veramente squisiti e sovrastanti gran parte di tutta l’altra poesia di tutti i tempi) che cantano la gloria, le gesta etc. degli dèi e il loro culto, da un lato, ha il compito di infiammare il manas (accensione e investimento narcisistici) (il manas è la sede delle facoltà mentali) e innescare il processo nel giusto modo e con l’assistenza (consapevolezza) degli opportuni dèi-funzione; dall’altro lato, troviamo il punto di arrivo di questo processo: alcuni passaggi di sconcertante insight soggettivo e di sofisticatissima introspezione, i quali palesemente costituiscono la culminazione, lo scopo o l’essenza di tutti i Veda, la scoperta dello spazio interiore e della luminosità e del potere di guidarne, di produrne consapevolmente e volontariamente l’espansione.
In questo preciso senso, del tutto esplicito circa il ruolo centrale della coscienza, è il celebre Gayatri-Mantra, da Rig Veda III, 60, considerato il Vedasara, ossia l’essenza dei Veda:
“Tat savitur varenyam bhargo devasya dhiimahi
dhiyo yo-nah prachodayat.”
Queste parole ammettono differenti traduzioni, alcune personalistiche e teistiche, altre no: “Meditiamo su quel celeste divino splendore di Savitar (il Sole): invastisca il nostro dhi (intelligenza, intelletto, insight). O anche: “il nostro dhi si espanda.”
Un altro Leitmotiv, intrecciato con quello della luce e dell’insight, è quello dello spazio interno, lo spazio del cuore, talvolta detto hridayesamudra od oceano (samudra) del cuore (hrid) (RV IV, 58, 11b; X, 5, 1; 117, 1).
Il mito psicologico narra che le acque (o vacche) erano congelate, bloccate, rinchiuse in antico da Varuna, l’antico dio-prete, mago e serpente; e Indra le sbloccò ammazzando Varuna; così esse vennero liberate e poterono nuovamente scorrere (probabile espressione, questa, di un’operazione di profondo disapprendimento e riapprendimento di un modello superiore di funzionalità psichica).
Atharva Veda X, 2, 31-32, spiega che il corpo (detto la cittadella degli dèi) ha uno spazio interno, o santuario, un cielo avvolto dalla luce; quale yaksha dotato di âtman (sé) si trovi in esso, lo sanno i conoscitori del Brahmân. Questo tempio contiene la perla che è l’âtman (AV IV, 10, 4; 7; X, 8, 6-7), l’âtman è assimilato a un unico perno (AV 2, 32-34), comune all’interno universo: di nuovo l’accento cade sulle proprietà trascendentali della coscienza.
Nelle Upanishad troviamo ancor più numerosi e frequenti riferimenti, commenti, descrizioni del ‘sé’ e dell’autocoscienza. Brihadaranyaka Upanishad, IV, 3, 7-9 descrive il sé come “quell’essere, o purusha, consistente nella consapevolezza delle percezioni e costituente l’intima luce del cuore.” Esso trascorre tra tre stati: veglia, sonno profondo e aldilà, come un immutevole testimone. E IV, 4, 22 dice “In verità questo grande, increato âtman è fatto di coscienza (vijñanamâya) nelle percezioni dei sensi. Quell’etereo spazio che è all’interno del cuore, è ivi che Esso dimora, Signore del tutto.”
Abbiamo, quindi, valide ragioni per ritenere che gli inni vedici fossero mezzi o sussidii intesi come stimoli per destare l’autocoscienza in persone in cui non era ancora sbocciata; la recitazione degli inni si combinava con sacrifici rituali e bevute di soma, chiaramente una bevanda ricavata da una sostanza psicotropa vegetale, che aiutava a sbloccare le acque, accendere il desiderio, illuminare la mente, etc. Questa schiusa dell’autocoscienza era l’essenza dell’iniziazione, intesa come una seconda nascita (gli iniziati erano chiamati dvija, ossia, letteralmente, bi-nati, nati due volte).
Pratiche analoghe, volte a svegliare la coscienza, si possono ritrovare nel Tibet, “dove alcune scuole buddhiste (soprattutto lo Dzog-chen o Zog-quen) enfatizzano diversi elementi vedici e upanishadici, come la produzione del calore psichico (tapas) -pratica del dum-mo-, e pongono al centro e alla guida del progresso spirituale la ricerca della Chiara Luce, della luce naturale della coscienza nel suo stato primordiale, anteriore all’ahamkara [ossia, al senso dell’io], alle identificazioni con le cose, con i sensi: entità particolari che vengono tutte riconosciute come vacue, prive di natura propria.”
La costante e comune denominatore dei fenomeni suddescritti è che la coscienza o luce ‘spirituale’ è generata mediante il thymòs o fuoco, calore (tapas) sacrificale (dove, ovviamente, ‘sacrificio’ va inteso nel senso proprio di consacrazione, sacrum facere, non nel senso riduttivo dell’uso corrente di questo termine).
Il caso del misticismo vedico, che abbiamo testè esaminato, è un esempio singolare e interessante di spiritualità evolutiva – in cui, cioè, una controllata trasgressione del paradigma di realtà appare aver cospicuamente innescato e favorito un progresso delle facoltà cognitive.
[1] La spiritualità, ovviamente, va tenuta separata dalle questioni e le teorie dell’idealismo e dell’immaterialismo, che sono posizioni di carattere essenzialmente gnoseologico.
[2] Questo paradigma entra peraltro in crisi, rivelandosi insostenibile, sia nella critica filosofica (dagli Eleati a Herbert Francis Bradley) che nella moderna e contemporanea ricerca della fisica quantistica e relativistica, in cui le categorie di tempo, spazio, causazione, materia risultano incompatibili coi risultati sperimentali, restando applicabili solo alle dimensioni intermedie tra quella atomica (ambito quantistico) e quella interstellare (ambito relativistico).
[3] Ai fini di questo trattato non sarebbe utile una definizione filosofica di spiritualità, del tipo di “realtà che, come il pensiero, non è materiale, ma che, a differenza del pensiero, non è condizionata dalla materia (corpo)”.
[4] Per denotare l’atteggiamento mentale di questo tipo di persona, convinta di poter guidare e illuminare gli altri, Guido Sgaravatti, uno studioso del pensiero indiano e dello yoga, ha proposto il termine ‘guruaggine’.
[5] Rapporto Alan Stone 10.11.93
[6] ‘Thought reform’ è termine coniato dallo psichiatra statunitense John Jay Lifton nella sua analisi della manipolazione mentale condotta dai cinesi sui prigionieri di guerra americani e alleati.
[9] “… … the ultraparadoxical phase, during which only the previously elaborate inhibitory agents have a positive effect. After this follows a state of complete inhibition.” – Ivan Petrovich Pavlov, Excitation and Inhibition, in Lectures ondConditioned Reflexes, 1941, pag. 347.
[10] Negli USA vi sono imprese specializzate negli allestimenti di chiese e simili locali per le conversioni e le prediche; l’80% delle spese per questi allestimenti va in impianti acustici e luminosi.
[11] Freeman, pag. 189
[12] Freeman, pag. 189.
[13] Freeman, p. 156.
[14] Così anche Geri-Ann Galanti,in Volume , Number 10, 1, 1992, California State University, Los Angeles,
[15] Uno degli Autori, in due diversi soggiorni in India, osservò due sue cattolicissime conoscenti assumere dopo solo un giorno di riti collettivi, con la massima naturalezza, comportamenti inconciliabili con la fede cattolica: una, di professione psicologa, nell’ashrama di Sai Baba, alle 5 del mattino adorava in ginocchio la statua del dio Ganesha; l’altra, una ragioniera, in un ashrama shivaita, si era messa a formare centinaia di piccoli falli di creta con un chicco di riso in punta a rappresentare l’emissione seminale di Shiva. Entrambi i soggetti ripresero la precedente condotta religiosa poco dopo il rientro in Italia.
[16] William Sargant, Battle for the Mind, 1957 –ed. 1997, pag. 81 ss.
[17] Cit., 109 ss.
[18] Schröter-Kunhardt, 1993c, 57-75
[19] Phil Upshall, Presidente e Direttore nazionale dell’Associazione Canadese per i Disturbi dell’Umore, Spiritualità e disturbi dell’umore’, 07.12.04.
[20] Sabine Moritz, Dipl. Biol, MSc riferisce:
After the 8-week intervention period mood disturbance of participants in the spirituality group had decreased by 41%, as compared to a decrease of 23% in the meditation group and 11% in the control group. The differences between the spirituality group and the control group, but also between the spirituality group and the meditation group were statistically significant. The difference between the meditation and the control group was not statistically significant. Spiritual involvement and beliefs increased most in the spirituality group, less in the meditation group and least in the control group. The differences between the spirituality and the control group and the spirituality and meditation group were statistically significant, however the difference between the control and the meditation group was not.
In addition to the randomized trial, 14 qualitative interviews were conducted to allow a better understanding of how the spirituality programme my have impacted participants’ mood. In these interviews participants reported a shift in their general outlook on life. There was a greater sense of purpose and meaning, more trust and hope that difficult life situations could be resolved or handled, a greater awareness of being a spiritual being and an expansion of previous beliefs, and a sense of connectedness with other beings, nature, the universe or a higher power. Interviewees also reported a shift in their view of oneself and others. They indicated that they had less of an inward focus, less absorption with ones own issues and a sense of gratitude. They were less judgmental and more compassionate and had an increased interest in others and an increased desire to relate to others. Participants linked their improved mood to their altered view of others and their changed outlook on life.
In conclusion, results from this trial suggest that a home based, 8 week spirituality education programme can significantly reduce mood disturbance. Measurements of spirituality levels and findings from qualitative interviews both indicate that the programme supports a more spiritual outlook on life.”
[21] Why god won’t go away?, 2001, di Andrew Newberg ed Eugene Aquili espone e commenta il risultato di ricerche condotte su monache francescane e monaci buddhisti mediante moderne tecniche di laboratorio (comprese la spect e neuroimmagini) sulla neurofisiologia dell’esperienza mistica, ravvisando nella struttura stessa del cervello le radici inestirpabili di queste esperienze. Gli autori scoprono che, durante le esperienze mistiche, si riduce l’attività di un’area cerebrale deputata alla distinzione tra sè, il proprio corpo, e il non-sè, l’ambiente – area implicata anche nell’orientamento spaziale. Il libro si dilunga, nel proseguimento, in speculazioni non scientifiche.
[22] Luigi De Marchi, nel suo saggio Lo Shock primario (ERI 2003), sostiene che la presa di coscienza della mortalità sia, nella storia della civiltà, il motore principale delle elaborazioni culturali, spirituali, artistiche, filosofiche etc.; elaborazioni il cui fine pare essere il compensare, in vari modi, l’affetto deprimente, annichilente di quella scoperta.
[23] In ambito psicoanaltico, Béla Grünberger parla, a questo riguardo, di elazione. L’entusiasmo spirituale, religioso, sarebbe la riattivazione della traccia mnestica di un’esaltante esperienza intrauterina di proliferazione cellulare che accompagna lo sviluppo dell’embrione, esperienza che si traduce nel senso di infinità, di onnipotenza, di immortalità (Il Narcisismo – Einaudi; Narciso e Anubi – Ubaldini).
[24] Poco prima della guerra del Golfo fu mandato in onda un documentario sul regime di Saddam Hussein, in cui si vedeva un membro del suo partito che, durante una festa in onore del rais-dio, in un empito di entusiasmo devozionale verso di questi, si configgeva a martellate un lungo chiodo nel cervello: il suo fervore si dirigeva verso un oggetto che ai più appare inadeguato, ma era indubitabilmente mistico.
[25] Bene descritto da Elias Canetti in Massa e Potere
[26] “Credere est tendere in unam partem contradictionis cum formidine alterius partis” (credere è sforzarsi di pensare che le cose stiano in un certo modo, anziché diversamente), dice Tommaso nella Summa Theologica.
[27] Bertrand Russel, in Perchè non sono cristiano, definisce la fede come “A stark set of convictions that cannot be altered by contrary evidence”.
[28] Alan Stone, cit.; Ammerman, Nancy T. 1993. “Report to the Justice and Treasury Departments Regarding Law Enforcement Interaction with the Branch Davidians in Waco, Texas.” In Recommendations of Experts for Improvements in Federal Law Enforcement after Waco. Washington, DC: U.S. Department of Justice. Bromley, David G., and Thomas Robbins. 1992. “The Role of Government in Regulating New and Nonconventional Religions.” In The Role of Government in Monitoring and Regulating Religion in Public Life, edited by James Wood and Derek Davis, pp. 205-41. Wa co: Baylor University. Carter, Stephen L. 1993. The Culture of Disbelief: How American Law and Politics Trivialize Religious Devotion. New York: Basic Books.Tabor, Tames D. 1994. “The Waco Tragedy: An Autobiographical Account of One Attempt to Avert Disaster.” In From the Ashes: Making Sense of Waco, edited by James R. Lewis, pp. 13-22. Lanham, MD: Rowman and Littlefield.
Weber, Max. 1946. Max Weber: Essays in Sociology, edited by Hans Gerth and C. Wright Mills. New York: Oxford University.
[29] Dagli anni ’90 vi è un ampio dibattito sulla realtà o irrealtà del lavaggio del cervello e della belief coercion da parte dei culti e in ambito non religioso; le procedure di condizionamento e gli studi per affinarle vengono nondimeno continuati. E’ un dato di fatto, che l’apprendimento dei comportamenti avviene per associazione e condizionamento.
[30] Marco Della Luna, Le Chiavi del Potere, pag. 213
[31] Il Neuromarketing è un nuovo e controverso ramo del marketing che usa tecniche mediche come la Risonanza Magnetica Funzionale per studiare la neurofisiologia dei processi che portano all’acquisto, al fine di aumentare le vendite dei propri prodotti. Sostanzialmente, si osservano i livelli di attivazione dell’area prefrontale mediana mentre si mostrano al soggetto immagini-stimolo, individuando quelle più efficaci nel produrre l’arousal che si ritiene correlato alla decisione di acquisto. Può venire usato, in senso lato, per condizionare la mente anche a scopi politici e ideologici, compreso il proselitismo. Viene ufficialmente studiato in diverse università, tra cui la Emory University. Il suo sviluppo e impiego è oggetto di sorveglianza e contrasto da parte di associazioni per i diritti umani.
[32] Analoga ipertrofia interessa anche il debito aggregato dei mercati, che, negli USA, a fine 2004 raggiunge il 300% del p.i.l.
[33] I Veda (dalla radice °vid -vedere/sapere- sono quattro libri contenenti, sotto forma di inni, la Shruti, o sapienza universale primaria, secondo la tradizione indiana. Sicuramente i più antichi testi dell’umanità, non hanno una datazione sicura; lla tradiziona indiana colloca la loro compilazione intorno al 6.000 a.C.; Max Mueller -ormai confutato- a partire dal 1.500 a.C.; quella basata su criteri astronomici, intorno al 4.000 a.C. Ai Veda seguono le Upanishad, o lezioni, come commentario filosofico.
[34] Il molteplice è, in Kant come nelle Upanishad, unificato da un fattore trascendentale innato, immanente a ogni essere e forma consci (legando insieme le rappresentazioni); il significante legame tra il multiforme di sempre mutevoli, sparpagliate, frammentate esperienze da un lato; e l’immutevole unicità dell’Io o Sé o Coscienza (cit) immutevole, a-spaziale, senza connotati dall’altra parte.
“Sappi per certo che il Sè ha il dominio, sappi il corpo esser cocchio,
L’intelletto esser l’auriga, e la mente, ovviamente, le redini;
I sensi ne sono i cavalli; strade gli oggetti, che svoltano a destra e sinistra;
Dai saggi è chiamato ‘fruitore’, unito col corpo, coi sensi e la mente.”
(Katha Upanishad, III, 3-4).
[35] Per il concetto di narcisismo sano, v.. Béla Grunberger, Il Narcisismo, Einaudi 1998.
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under PSICOLOGIA E SOCIOLOGIA.
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PROSPETTIVE DELLA DEVIANZA
PROSPETTIVE SOCIALI DELLA DEVIANZA – TESTO A
Gli operatori della scuola, della salute mentale, dell’assistenza sociale, dell’amministrazione della giustizia, sono complessivamente concordi nel constatare che gli ultimi decenni hanno visto, e stanno vedendo, un aggravamento sia quantitativo che qualitativo della realtà della devianza, e che le strutture e gli strumenti di cui sono dotati istituzionalmente e professionalmente si fanno sempre più inadeguati, soprattutto con riguardo a tre fattori:
1-la crescente violenza degli agiti, dei comportamenti ‘anomali’, di atteggiamenti spavaldi, ribellistici, di sfida e disobbedienza –frutto di un ambiente educativo sempre più incapace di far interiorizzare il diniego-, e la mancanza di strumenti per dissuaderli, contenerli, sanzionarli; con la conseguenza che questi comportamenti vengono pavlovianamente rinforzati: il minore (ma anche l’adulto) apprende che, se agisce violenza, tutti si impauriscono, fanno un passo indietro, non possono reagire, devono cedere; quindi la violenza è il modo di ottenere le cose; urge quindi un intervento normativo che appresti forme idonee di contenimento e repressione;
2-la crescente diversificazione delle forme della devianza, anche sotto il profilo interculturale, interreligioso e multietnico comportato dalla crescente presenza di minori provenienti da altre culture, altre religioni, altri sistemi ideologici, che non sono semplicemente, ‘neutralmente’ diversi, ma conflittualmente diversi, rispetto ai valori fondamentali, comunemente condivisi e ai diritti, legalmente sanciti, nel nostro contesto di civiltà – mi riferisco ai minori provenienti da zone di violenza diffusa, di guerra o guerriglia, di lotta quotidiana per la sopravvivenza, in cui essi hanno appreso che la violenza paga, che il diritto discende dalla forza individuale, che la donna è inferiore e va sottomessa, anche se è l’insegnante o l’educatrice, e che cani e gatti sono cose da mangiare;
3-il drastico calo del valore percepito –percepito sia dal minore, che dal suo ambiente – della formazione (studio, cultura, disciplina) rispetto a valori concorrenti, edonistici, di immediata gratificazione: dal telefono cellulare, al computer, allo sport, al sesso, alla discoteca, allo ‘sballo’, alle sostanze psicotrope –alcol, droghe; con la conseguente perdita di valore, dignità, autorevolezza dei portatori tradizionali dei valori soccombenti, in primis la scuola. Una scuola, quella pubblica o di massa (almeno), che deve concentrarsi sui bisogni e sulla realtà della maggioranza dei suoi utenti. E così assistiamo a un’evoluzione sconsolante: trenta, quarant’anni fa, quando la popolazione scolastica si componeva di una grossa maggioranza, un 80% almeno, di fanciulli che imparavano più o meno a seconda dell’impegno e della capacità degli insegnanti, mentre il resto per metà non imparava in ogni caso, e per metà imparava anche senza aiuto, gli insegnati si concentravano sull’insegnare a quell’80%. Oggi che il grosso è costituito da quelli che non sono disponibili o capaci di imparare, è su di questi che si devono concentrare gli insegnanti, ma non tanto con un’attività di insegnamento, quanto con un’azione di intrattenimento-contenimento per prevenire la devianza, la vita sulla strada. Prima barriera, questa, alla devianza, gravante sugli insegnanti.
Assieme all’immigrazione di massa, questo mutamento, questa riallocazione dei valori e delle priorità, prodotta da una mentalità edonista e consumista, non nasce dal nulla, non è mero accidente evitabile, ma bensì conseguenza dell’esigenza di vendere, di domanda interna, che ha l’economia per funzionare, cioè per massimizzare i profitti. Se l’economia non tira, abbiamo disoccupazione, recessione, pochi soldi per le politiche sociali. L’economia tira se produce profitti e previsioni di profitti a breve termine, ossia se i consumi tirano, se le persone sono massimizzate sia come produttrici, che come consumatrici di beni e servizi. La rivoluzione culturale occidentale iniziata nel 1968 ha questa funzione profonda: liquidare la cultura del dovere, del sacrificio, della colpa, del risparmio, per instaurare, principiando con i ragazzi, quella del piacere, della gratificazione, del consumismo. Il che ha prodotto sì, da un lato, una forte espansione economica; ma anche, dall’altro, un affievolimento dei valori non-consumistici, del senso del dovere, della famiglia, della cultura, dell’autorità. Si è ottenuta una nuova categoria di consumatori, di spenditori di reddito –i fanciulli- ma al costo di renderli incapaci o demotivati a imparare abbastanza, anche in fatto di autodisciplina, da diventare efficaci lavoratori un domani. Tanto, i lavoratori si possono importare. In questo, riconosciamo il contrasto tra il tornaconto a lungo termine e il tornaconto a breve termine inerente al capitalismo, di stato o liberale che sia. Fenomeni come Tangentopoli e simili, in corso anche oggi, non hanno certo migliorato le cose, anzi hanno pressocchè distrutto la percezione di legittimità e autorevolezza del sistema. Ci troviamo, quindi, a fronteggiare una complessiva perdita della norma – una deriva verso l’anomia – paradossalmente, proprio mentre lo stato, e l’U.E., producono un’inflazione di norme, legiferando invasivamente, ossessivamente su ogni aspetto della vita, talchè diventa naturale e sano che questa si ribelli all’eccesso norma. Al contempo, le istituzioni, lo stato, la politica, non possono non trasmettere alla società le esigenze dell’economia, del mercato, del capitale, che è la vera e ultima fonte del potere. Siamo abbastanza cresciuti in consapevolezza del rapporto tra economia, stato, diritto, psichiatria, da poter accettare l’evidenza: ossia che il deviante, in pratica, viene identificato come colui che disturba condizioni sociali e lavorative imposte dalle esigenze dell’economia, cioè di massimizzazione del profitto, nel dato contesto storico-geografico.
Conosciamo posizioni che addirittura salutano come corretta e benvenuta la morte della norma. Infatti, in questo difficile quadro, si aggiunge un ulteriore fattore, che viene dinamizzato dall’esposizione ai confronti interculturali: la presa di coscienza del relativismo culturale – relativismo sia delle scienze, che dei valori, dell’Occidente, dell’Europa. Questa presa di coscienza matura in ambito epistemologico con pensatori come Kuhn, Lakatos e principalmente Paul Feyerabend, col costruttivismo: il sapere ‘scientifico’, i valori, sono non acquisizioni di conoscenze e realtà oggettive, ma bensì paradigmi sociocostruiti, i prodotti di congiunture storico-geografiche, più o meno convenzionali e consaputi. La conoscenza scientifica occidentale moderna non è qualitativamente superiore ai saperi tradizionali o locali indiani o arabi o africani o cinesi. E’ semplicemente stata più forte, dal punto di vista politico-militare ed economico, per un certo tempo. In realtà, tutti i paradigmi, i ‘saperi’ e tutti i valori vanno bene, sono validi: anything goes. Questa acquisizione di coscienza, in sè dotata di un fortissimo valore libertario, è stata presa al balzo dai movimenti politici integralisti più illiberali, oscurantisti, retrivi e totalitari del mondo islamico e induista al fine di ripristinare le strutture di potere superstiziose e clericali della loro tradizione, sotto il pretesto della decolonizzazione culturale e della crociata contro il demone illuminista.
Un fenomeno di equivocazione culturale, collegato a questo discorso, è il seguente: Molte persone che hanno problemi comportamentali, talvolta anche criminali, cercano di ‘mutare’ la classificazione che hanno ricevuto, attraverso l’assunzione di una identità culturale-religiosa che percepiscono come proteggente, non attaccabile per ragioni di ordine pubblico o di tolleranza dovuta: così si sono fatti mussulmani Mike Tyson, Michael Jackson, Cassius Clay: “io sono religiosamente diverso; ogni attacco giudiziario o non giudiziario a me, è una discriminazione religiosa, quindi illegittimo o perlomeno relativo, sicchè posso accreditarmi come perseguitato.” Questo tipo di argomento difensivo, o controffensivo, è sempre più vittoriosamente adottato nei Paesi occidentali da soggetti di altre culture per sottrarsi alle sanzioni civili, penali, amministrative. E per rivendicare privilegi rispetto alla popolazione comune. Il che aprirebbe il discorso sulle devianze miste, o composite, dove il fattore ‘variabile culturale’ si congiunge o si fonde al disturbo comportamentale individuale. Ma anche il discorso della paura: perchè altro non è, se non paura delle reazioni, della violenza individuale e del gruppo etnico-religioso, quella che induce le istituzioni di polizia e giudiziarie a chiudere gli occhi, molto spesso, su notori casi di poligamia, di mutilazioni genitali, di vari tipi di reato, anche di droga e terroristici. Una paura che rinforza quei comportamenti e che rinforza la figura del deviante, adulto e minore, come simbolo di portatore di supposti diritti – diritti falsi, perchè insostenibili, anticostituzionali, discriminatori e soprattutto perchè estorti con un metodo, che è la negazione stessa del diritto, della democrazia, della legalità.
Questo discorso vale a ricordare gli svantaggi e il controsenso dell’essere tolleranti verso gli intolleranti, anarchici verso i dispotici e passivi verso gli aggressivi: gli intolleranti aggressivi dispotici, se non contrastati, se anzi legittimati, finiscono col prevalere e imporre intolleranza, dispotismo e aggressività.
Proprio questo controsenso pone alle istituzioni e agli operatori responsabili la necessità di superare quella passività, quella ferita di Amfortas, uscendo dall’incantesimo del relativismo e soggettivismo culturali e giuridici. Non è che il relativismo sia erroneo – anzi, è un’importante acquisizione di consapevolezza. E’ l’acquisizione del socratico ‘so di non sapere’, ‘mi rendo conto che ciò che appare ovvio non è affatto certo nè dimostrato, e può essere diversamente.’ Il punto è che ogni praxis umana opera sul presupposto di un paradigma accettato di realtà, di valori, di natura e diritti dell’uomo. La finestra critica, o (propriamente) filosofica, che ha scoperto il relativismo, lo scetticismo –che ha scoperto che in realtà noi non sappiamo che cosa sia l’uomo e la sua natura e il suo fine, quindi non siamo razionalmente in grado di stabilire che cosa sia deviante e che cosa sia normale-, deve essere chiusa, se si vuole passare alla prassi, se si vuole agire, se non si vuole che diventi la ferita di Amfortas. Chiuderla è un atto della volontà, basato non sulla ragion pura –che è quella che mantiene aperta la finestra- ma sul sentire, su sentimenti di valore. Non esiste, in fondo, una giustificazione o dimostrazione logica sulle specifiche scelte che facciamo, nel chiudere quella finestra, nello scegliere il paradigma in base al quale operare, i suoi contenuti. Inutile tentare di deresponsabilizzarsi col cercare un simile fondamento neutro, impersonale, puramente razionale, universale, extratemporale. E’ un qualcosa che viene dalla nostra identità storicamente formatasi: una sensibilità maturata in un cristianesimo civilizzato da Grecia, Roma e Rinascimento (cosa che manca all’Islam); un liberalismo (pure ignoto all’Islam) contemperato da una coscienza sociale e solidale. Viene, a condizione che questa identità non venga distrutta, annientata, neutralizzata.
In realtà, poichè tutti noi siamo impegnati nella prassi, tutti noi adottiamo qualche paradigma, anche più di uno, nel nostro agire e giudicare. L’importante è vedere se lo facciamo consapevolmente, ossia avendo presenti i contenuti e le radici di questo paradigma, oppure inconsapevolmente, facendoci guidare da paradigmi che se ne stanno nell’ombra, dietro la nostra coscienza, e ci guidano con ispirazioni, sentimenti, pregiudizi, fideismi.
Questo è un invito a divenire consapevoli di, e riflessivi su,
-quali siano questi paradigmi, in cui agiamo e giudichiamo;
-se, e quanto chiaramente, abbiamo davanti agli occhi, i contenuti di questi paradigmi;
-se vi siano consonanze o dissonanze, armonie o discrasie tra questi paradigmi e rispetto alla prassi;
-nonchè tra essi e la realtà;
-se questi paradigmi siano strumenti di propaganda e di gestione del consenso nelle mani delle politica, quindi delle istituzioni.
Di fatto, si sta operando in base a una concezione o più concezioni, paradigmi, essenzialmente opinabili, relativi, soggettivi; i quali spesso, oltrechè opinabili, relativi, soggettivi, sono impliciti, nel senso che noi li usiamo, o che essi guidano, ispirano il nostro agire, il nostro giudicare, la nostra prassi (quindi il nostro concepire la devianza, l’antisocialità, gli interventi) senza che noi abbiamo davanti agli occhi il loro contenuto. O quale altro fattore ci sensibilizza e talora ci divide così acutamente, per esempio, sul tema della libertà di culto in fatto di sette, o sul tema del proibizionismo/antiproibizionismo rispetto alla droga, di cui muoiono circa 3.000 persone all’anno, mentre ci desensibilizza rispetto al fatto che lo Stato ha il monopolio del tabacco, droga che dà assuefazione e causa, annualmente, 90.000 morti e un introito di 7.200 milioni di Euro?
Palesemente, questi giudizi –che si basano, in fondo, su un nostro sentire- provengono da qualche matrice. Essi sono applicazioni di un qualche modello della natura umana.
Ma le condizioni operative della mente umana sono state rivoluzionate. E’ stato stimato che il nostro sistema nervoso centrale sia sottoposto a circa 300.000 volte gli stimoli che colpivano quello dei nostri antenati del XIX secolo. Solo una minima parte di questi inputs può essere consciamente elaborata. Il resto incide ‘clandestinamente’ sui molti processi paralleli inconsci e subconsci che costituiscono la grande maggioranza del funzionamento della psiche. Ciò significa che questa lavora in condizioni, in un ‘ambiente’ e a un regime drammaticamente diversi, oggi, da quelli in cui lavorava solo tre generazioni fa. D’altronde, questo modo di vivere contemporaneo, non viene dal nulla, dal caso, o dalle mode. Né da un processo di liberazione ed emancipazione ‘positivo’ del genere umano. Viene dall’evoluzione dell’economia e dell’industria, dalle loro esigenze impersonali e oggettive.
E’ perciò ovvio che bisogna porsi anche in questa prospettiva per comprendere il modo in cui il problema della devianza viene attualmente trattato e per prevedere come verrà gestito in futuro; e contemporaneamente occorre focalizzarsi sulle estreme tensioni ‘operative’ in cui è posto l’individuo nell’odierna società consumistica, tensioni che spingono costantemente verso il punto di rottura ampi strati della popolazione e che quindi costituiscono verosimilmente il più importante fattore generativo della devianza, in termini quantitativi, iniziando con la fanciullezza. Un fattore che origina ultimamente non nella psiche individuale né in quella relazionale, ma bensì nelle leggi e nelle dinamiche dell’economia e dei mercati, dei valori di scambio, dalla logica del profitto e della competitività. L’orizzonte ultimo, più ‘comprendente’, per la comprensione e la gestione del problema della devianza, è quello economico. Esploriamolo sommariamente nei tratti evolutivi che ci interessano qui.
Come dicevamo prima, gli oggi rimpianti valori tradizionali (di sacrificio, lavoro, risparmio, onestà, famiglia, religione etc.), sono stati liquidati per consentire una maggior redditività del capitale investito, massimizzando l’individuo non solo come lavoratore ma anche come consumatore. La rivoluzione degli anni ’60 ha provveduto a ciò, demolendo i valori –o vettori motivazionali- etici e sociali che ostavano al realizzarsi dell’uomo consumista: liberazione dai doveri, liberazione sessuale, colpevolizzazione delle proibizioni, svalutazione della famiglia e dei ruoli familiari, svuotamento della religione, relativizzazione dell’etica, dell’autorità, creazione di innumerevoli nuovi bisogni della persona (fancied wants. La pedagogia moderna ha trasformato gli stessi bambini in una categoria di consumatori, indotti e legittimati, soprattutto dalla televisione, a concepire e avanzare proprie pretese consumistiche verso i genitori, i quali parallelamente sono stati indottrinati a sentirsi in colpa se non appagano le richieste dei figli (pensiamo oggi al ‘dover comperare’ ai figli lo zaino Invicta e le scarpe Nike). Il diniego e il differimento del piacere come strumento educativo è stato messo in crisi, con le conseguenze che vediamo nei giovani, in termini di scarsa acquisizione di capacità e competenze presupponenti la disciplina e il sacrificio.
Agli stessi bambini viene insegnato a viversi come inadeguati e insufficienti, in quanto non sono completi se non acquistano determinate cose oggi, e determinate altre cose domani. Comperando la firma dello stilista, le persone comperano la propria identità e accettabilità sociali. Imparano a sentirsi vive e realizzate solo nell’atto di eccitarsi o di scaricare l’eccitazione. Ogni acquisto è provvisorio, ogni piacere precario, perché soggetto alla moda. L’appagamento stabile non è e non può essere concesso, perché comporterebbe la fine della lotta per guadagnare e consumare, quindi la fine della redditività della persona per il capitale. Al contrario, vengono proposti attraverso i mass media, la pubblicità etc., modelli di successo, lusso, bellezza, consumo etc., che sono pressochè irraggiungibili, se non a pochi e per breve tempo – modelli permanentemente frustranti oltre che galvanizzanti.
L’esigenza di massimizzazione del profitto, propria dell’industria, confligge coi limiti, colla fragilità, colla sofferenza delle persone. Entra in conflitto, ma non può rallentare nella sua azione di stimolo a sempre maggiori guadagni e dei consumi. Non lo può fare, pena il calo dei profitti, quindi del ritiro degli investimenti, della recessione, della disoccupazione, della crisi dei mercati. Le ricette per uscire dalla presente stagnazione globale si incentrano sugli incentivi agli acquisti, ai consumi, alla domanda interna. E’ del tutto probabile, pertanto, che gli esseri umani saranno spinti a ‘correre’ sempre più forte, come automobili col motore sempre al massimo, col turbocompressore sempre più spinto, oltre i limiti per cui sono costruite, finchè non sbiellano o escono di strada o si scontrano; e ciò nel contesto di in una società e in un modo esistenziale sempre più frustranti, esasperanti, desecurizzanti.
Se, come pare, questo tipo di società e di modo esistenziale induce nelle persone risposte devianti, in termini di delinquenza, malattia, tossicodipendenza – ebbene, è logico attendersi una costante crescita di queste risposte fino al punto di rottura della società. Così come abbiamo fatto per i costi ecologici, nel senso che l’attività produttiva produce inevitabilmente inquinamento, rendiamoci conto che la vitalità del sistema economico produce pure un inquinamento in termini di disturbo e devianza, come costo per reggere sé stessa.
La risposta ormai adottata, e moralmente prescritta, a questo quadro di devianza crescente, è la negazione etico-ideologica del problema, che viene scaricato sui cittadini e fatto pagare a loro: negazione dell’esistenza dello scolaro-studente ‘impossibile’ e dannoso agli altri, negazione della malattia mentale (chiusura degli ospedali psichiatrici, scarico dei malati mentali sulle famiglie e sulla società) e negazione dell’esistenza di un’emergenza criminale (si chiudono gli occhi davanti a bande criminali che si sono impossessate di ampie zone territoriali; si decolpevolizza il delitto, non lo si persegue, si liberano subito anche gli autori di gravi reati, si abitua la gente all’inesistenza della tutela contro il crimine). O, più raffinatamente: si colpevolizza la società per i comportamenti criminali e le malattie mentali, sicchè la società è in debito verso folli e criminali (soprattutto se immigrati); e, se la società è in colpa, i suoi membri sono moralmente tenuti ad accettare di vivere in un ambiente dove la devianza li minaccia, mentre forze dell’ordine e giustizia non li proteggono e i mass media si profondono in accorate lamentazioni o persino celebrazioni di delinquenti uccisi sul fatto dalle loro vittime per legittima difesa o adempimento di dovere, e mostrano le medesime vittime sconvolte dal senso di colpa per aver sparato.
Analogamente a quanto succede con l’inquinamento ambientale, per il potere costituito, economico, in questo quadro, il problema della devianza si pone innanzitutto non come problema di tutelare i diritti, bensì di conservare il consenso e l’ordine istituzionale nonostante il malcontento provocato dall’aumento della devianza. Esso è quindi tentato a prevenire e scoraggiare la protesta e la domanda di tutela dei diritti, che il cittadino è portato a rivolgere allo stato. Bisogna che il cittadino si evolva nel senso che non senta più lo stato come un soggetto tenuto a difendere i suoi diritti, in modo che accetti uno stato che sempre meno può permettersi di difenderli. Tutta la politica giudiziaria è andata in questo senso: rendere gli interventi sempre più difficili, ritardati, pericolosi per chi vi si impegna; rendere il processo sempre più lento, costoso, inefficiente, imprevedibile, ingiusto.
Questa strategia è la più semplice, la meno costosa politicamente, ma è efficace solo nel breve periodo, perchè, rinforzando e incoraggiando i comportamenti violenti e intimidatori, continua ad aggravare il problema nel medio e lungo periodo. Di nuovo, quindi, un conflitto tra tornaconto a breve e tornaconto a lungo termine.
In conclusione, ai fini pratici di questo odierno convegno, è prevedibile che lo stato occidentale, negli anni a venire, sia sempre più tollerante verso la devianza e le trasgressioni, specialmente verso quelle che colpiscono l’ordine pubblico, il patrimonio, la sicurezza dei cittadini; mentre è parimenti verosimile che concentrerà la repressione su quei reati, anche di opinione e di informazione, che attaccano le istituzioni e l’establishment. Ciò finchè non sia raggiunto un punto di rottura o inversione, che ancora non si delinea all’orizzonte.
Se queste sono le prospettive, le risposte, o proposte formulabili in questa sede circa la gestione della devianza minorile possono solo essere realistiche, pragmatiche, miranti a obiettivi possibili e limitati.
Esse devono tener presenti tre vincoli:
-Lo scopo di consentire al meglio la realizzazione personale del minore
-Lo scopo di preservare la società e i diritti dei terzi
-I costi finanziari.
Ai predetti tre vincoli, come mi sono convinto in ormai diversi anni di osservazione, la risposta migliore è data da comunità o strutture educative e terapeutiche, che dir si voglia, del tipo de Il Cedro. In ciascuna di esse vive un numero limitato di ospiti e si crea una vera atmosfera domestica, familiare, in cui è possibile la percezione e lo scambio di valori e affetti peculiari dell’esperienza familiare, e in cui è seguito e incoraggiato lo sviluppo affettivo, cognitivo e culturale degli ospiti. Ciò consente di dare una buona chance di realizzazione personale, mentre, al contempo, realizza il contenimento e la protezione della società soprattutto attraverso il monitoraggio professionalmente competente, la prevenzione, gli eventuali interventi anche psicofarmacologici interni. In quanto al costo finanziario, esso è anticipato rispetto alla scelta che differisce l’intervento fino al momento del delitto, ma molto meno costoso sia in termini di spesa giornaliera –che va dai 70 ai 200 € a testa al giorno a seconda che si tratti di comunità solo educative o anche terapeutiche- che di evitamento del danno criminale e di spese per la repressione, le indagini, il processo, la carcerazione o l’internamento in OPG.
Questi dati di fatto e di contabilità sono oggettivi e chiarissimi; però essi hanno tornaconto nel medio-lungo termine, e soprattutto sotto forma di spese e danni evitati. Invece il sindaco, la contabilità comunale, ragiona politicamente in termini annuali, o al massimo della durata del mandato del sindaco. Ciò costituisce un fattore che spinge i sindaci a privilegiare il risparmio in bilancio oppure altre spese e altre logiche, piuttosto che fare l’investimento di lungo termine nel capitale umano, ossia mandare in comunità il minore che ne ha bisogno. Per questa ragione, nell’interesse di tutta la società e dei minori, è necessario costituire, mediante leggi regionali e nazionali, e mediante interventi giudiziari, un fattore che controbilanci e superi la logica della annualità del bilancio e del breve termine che astringe le amministrazioni comunali.
PROSPETTIVE SOCIALI DELLA DEVIANZA – TESTO B
Gli ultimi decenni vedono un aggravamento sia quantitativo che qualitativo della realtà della devianza, mentre le strutture e gli strumenti istituzionalmente e professionalmente disponibili risultano sempre più inadeguati, soprattutto con riguardo a tre fattori:
1-la crescente violenza degli agiti, di atteggiamenti ribelli, di sfida e disobbedienza, soprattutto nella scuola, e la mancanza di strumenti legali per dissuaderli, contenerli, sanzionarli; con la conseguenza che questi comportamenti vengono pavlovianamente rinforzati: il minore (ma anche l’adulto) apprende che, se agisce violenza, tutti si impauriscono, fanno un passo indietro, non possono reagire, devono cedere; quindi la violenza è il modo di ottenere le cose; urge quindi un intervento normativo che appresti forme idonee di contenimento;
2-la crescente diversificazione delle forme della devianza, anche sotto il profilo interculturale, interreligioso e multietnico comportato dalla crescente presenza di minori provenienti da altre culture, altre religioni, altri sistemi ideologici, che non sono semplicemente, ‘neutralmente’ diversi, ma conflittualmente diversi, rispetto ai valori fondamentali, comunemente condivisi e ai diritti, legalmente sanciti, nel nostro contesto di civiltà – mi riferisco ai minori provenienti da zone di violenza diffusa, di guerra o guerriglia, di lotta quotidiana per la sopravvivenza, in cui essi hanno appreso che la violenza paga, che il diritto discende dalla forza individuale, che le istituzioni o non esistono o sono mera sopraffazione;
3-il drastico calo del valore percepito –percepito sia dal minore, che dal suo ambiente – della formazione (studio, cultura, disciplina) rispetto a valori concorrenti, edonistici, di immediata gratificazione, con la conseguente perdita di valore, dignità, autorevolezza dei portatori tradizionali dei valori soccombenti, in primis la scuola. Una scuola, quella pubblica o di massa (almeno), che deve concentrarsi sui bisogni e sulla realtà della maggioranza dei suoi utenti. Quarant’anni fa, quando la popolazione scolastica si componeva di una grossa maggioranza, un 80% almeno, di fanciulli che imparavano più o meno a seconda dell’impegno e della capacità degli insegnanti, mentre il resto per metà non imparava in ogni caso, e per metà imparava anche senza aiuto, gli insegnati si concentravano sull’insegnare a quell’80%. Oggi che il grosso è costituito da quelli che non sono disponibili o capaci di imparare, è su di questi che si devono concentrare gli insegnanti, ma non tanto con un’attività di insegnamento, quanto con un’azione di intrattenimento-contenimento per prevenire la devianza, la vita sulla strada. Prima barriera, questa, alla devianza, gravante sugli insegnanti.
Assieme all’immigrazione di massa, questo mutamento, questa riallocazione dei valori e delle priorità, prodotti di una mentalità edonista e consumista, non nasce dal nulla, non è mero accidente evitabile, ma bensì conseguenza dell’esigenza di vendere, di domanda interna, che ha l’economia per funzionare, cioè per massimizzare i profitti. Se l’economia non tira, abbiamo disoccupazione, recessione, pochi soldi per le politiche sociali. L’economia tira se produce profitti e previsioni di profitti a breve termine, ossia se i consumi tirano, se le persone sono massimizzate sia come produttrici, che come consumatrici di beni e servizi. La rivoluzione culturale occidentale iniziata nel 1968 ha questa funzione profonda: liquidare la cultura del dovere, del sacrificio, della colpa, del risparmio, per instaurare, principiando con i ragazzi, quella del piacere, della gratificazione, del consumismo. Il che ha prodotto sì, da un lato, una forte espansione economica; ma anche, dall’altro, un affievolimento dei valori non-consumistici, del senso del dovere, della famiglia, della cultura, dell’autorità. Si è ottenuta una nuova categoria di consumatori, di spenditori di reddito –i fanciulli- ma al costo di renderli incapaci o demotivati a imparare abbastanza, anche in fatto di autodisciplina, da diventare efficaci lavoratori un domani. Tanto, come si ragionava alla conferenza di Montevideo del 1996 per la revisione del GATT, i lavoratori non qualificati o semi-qualificati si possono importare dal Terzo Mondo. In questo, vediamo l’oggettiva autodistruttività del sistema basato sulla competizione nel profitto, che per sua natura persegue il profitto a breve termine con sacrificio dell’ambiente e degli investimenti in conto capitale (infrastrutture, ricerca), in capitale umano (istruzione, salute, società).
Fenomeni come Tangentopoli e simili, in corso anche oggi, hanno pressocchè distrutto la percezione di legittimità e autorevolezza del sistema. Ci troviamo, quindi, a fronteggiare una complessiva perdita della norma – una deriva verso l’anomia – paradossalmente, proprio mentre lo stato, e l’U.E., producono un’inflazione di norme, legiferando invasivamente, ossessivamente, insopportabilmente su ogni aspetto della vita, talchè diventa naturale e sano che la vita si ribelli all’eccesso di norma. Al contempo, le istituzioni, lo stato, la politica, non possono non trasmettere alla società le esigenze dell’economia, del mercato, del capitale, che è la vera e ultima fonte del potere, onde il deviante, in pratica, viene identificato come colui che disturba le condizioni sociali e lavorative richieste dalle esigenze dell’economia, cioè di massimizzazione del profitto, nel dato contesto storico-geografico. Così negli USA, le cui esportazioni chimiche verso il Sudamerica vanno per il 90% alla narcoindustria e i cui banchieri riciclano il 60% circa dei narcodollari (circa 600 miliardi l’anno), nessun banchiere e nessun esportatore chimico va in carcere per riciclaggio –appunto perchè il riciclaggio è utile, produce ricchezza-, mentre il minore deviante va in carcere per uno spinello o per un furto bagatellare e si afferma il principio moralista della tolleranza zero, così che si fissa l’opinione pubblica su false cause e false soluzioni in modo che non disturbi i grandi affari accorgendosi dei loro costi sociali, ambientali etc. Quindi la norma –anche la norma giuridica e psicologica che definisce la devianza minorile- non è affatto morta, ma si evolve in funzione delle esigenze vincenti. A livello mondiale, la norma, il criterio oggettivo di individuazione della devianza è imposto dall’economia nei termini funzionali anzidetti: il deviante è colui che disturba le condizioni sociali di massimizzazione del profitto economico e di stabilità del sistema.
Di fatto, l’obiettivo delle politiche per la devianza è la riduzione di questo fattore di disturbo e la sua conversione, per quanto possibile, in un elemento di conferma del sistema e dell’accettazione del sistema da parte della pubblica opinione (v. il caso statunitense dianzi citato). La devianza –così intesa- viene accettata analogamente a come viene accettato l’inquinamento, ossia come prodotto collaterale sgradito ma inevitabile, del sistema socio-economico. Inevitabile, ma limitabile, razionalizzabile e, in parte, riciclabile, recuperabile, riutilizzabile dal sistema.
La norma che è morta, o che muore, è la norma, il criterio di devianza, basata sulla cultura e sui valori morali e identitari. Conosciamo posizioni che addirittura salutano come corretta e benvenuta la sua morte, sull’onda del relativismo etico-culturale e del costruttivismo. I valori e lo stesso ‘sapere scientifico’, nel pensiero di Kuhn, Lakatos, Feyerabend, sono non acquisizioni di conoscenze e realtà oggettive, ma bensì paradigmi sociocostruiti, i prodotti di congiunture storico-geografiche, più o meno convenzionali. I moderni paradigmi etici e culturali occidentali non sono qualitativamente superiori a quelli tradizionali o locali indiani o arabi o africani o cinesi, ma semplicemente si sono imposti come più forti in termini politico-militari ed economici, per un certo tempo. In realtà, tutti i paradigmi, i ‘saperi’ e tutti i valori vanno bene, sono validi: anything goes. Quindi dovremmo accettare tutto.
Un fenomeno di equivocazione culturale, collegato a questo discorso, è il seguente: Molte persone che hanno problemi comportamentali, talvolta anche criminali, cercano di ‘mutare’ la classificazione che hanno ricevuto, attraverso l’assunzione di una identità culturale-religiosa che percepiscono come proteggente, non attaccabile per ragioni di ordine pubblico o di tolleranza dovuta: così si sono fatti mussulmani Mike Tyson, Michael Jackson, Cassius Clay: “io sono religiosamente diverso; ogni attacco giudiziario o non giudiziario a me, è una discriminazione religiosa, quindi illegittimo o perlomeno relativo, sicchè posso accreditarmi come perseguitato.” Questo tipo di argomento difensivo, o controffensivo, è sempre più vittoriosamente adottato nei Paesi occidentali da soggetti di altre culture per sottrarsi alle sanzioni civili, penali, amministrative. E per rivendicare privilegi rispetto alla popolazione comune. Il che aprirebbe il discorso sulle devianze miste, o composite, dove il fattore ‘variabile culturale’ si congiunge o si fonde al disturbo comportamentale individuale. Ma anche il discorso della paura: perchè altro non è, se non paura delle reazioni, della violenza individuale e del gruppo etnico-religioso, quella che induce le istituzioni di polizia e giudiziarie a chiudere gli occhi, molto spesso, su notori casi e prassi di poligamia, di mutilazioni genitali, di vari tipi di reato, anche di droga e terroristici. Una paura che rinforza quei comportamenti e che rinforza la figura del deviante, adulto e minore, come simbolo di portatore di supposti diritti – diritti falsi, perchè estorti.
Questo discorso vale a ricordare gli svantaggi e il controsenso dell’essere tolleranti verso gli intolleranti, anarchici verso i dispotici e passivi verso gli aggressivi.
Proprio questo controsenso pone alle istituzioni e agli operatori responsabili la necessità pratica di superare quella passività, quella ferita di Amfortas, uscendo dall’incantesimo del relativismo e soggettivismo culturali e giuridici. Non è che il relativismo sia erroneo – anzi, è un’importante acquisizione di consapevolezza. E’ l’acquisizione del socratico ‘so di non sapere’, ‘mi rendo conto che ciò che appare ovvio non è affatto certo nè dimostrato, e può essere diversamente.’ Il punto è che ogni praxis umana opera sul presupposto di un paradigma accettato di realtà, di valori, di natura e diritti dell’uomo. La finestra critica, o (propriamente) filosofica, che ha scoperto il relativismo, lo scetticismo –che ha scoperto che in realtà noi non sappiamo che cosa sia l’uomo e la sua natura e il suo fine, quindi non siamo razionalmente in grado di stabilire che cosa sia deviante e che cosa sia normale-, non deve essere chiusa, ma bisogna passare alla prassi, se si vuole agire, se non si vuole che la finestra diventi la ferita di Amfortas. Questo ‘passare’ è un atto basato non sulla ragion pura –che è anzi quella che mantiene aperta la finestra- ma sul sentire, su sentimenti di valore. Inutile tentare di deresponsabilizzarsi col cercare un simile fondamento neutro, impersonale, puramente razionale, universale, extratemporale. Inutile anche rifarsi a metodi matematico-statistici. E’ un qualcosa che viene dalla nostra identità storicamente formatasi: una sensibilità maturata in un cristianesimo civilizzato da Grecia, Roma e Rinascimento (cosa che manca all’Islam); un liberalismo (pure ignoto all’Islam) contemperato da una coscienza sociale e solidale.
In realtà, poichè tutti noi siamo impegnati nella prassi, tutti noi adottiamo qualche paradigma, anche più di uno, nel nostro agire e giudicare. L’importante è vedere se lo facciamo consapevolmente, ossia avendo presenti i contenuti e le radici di questo paradigma, oppure inconsapevolmente, facendoci guidare da paradigmi che se ne stanno nell’ombra, dietro la nostra coscienza, e ci guidano con ispirazioni, sentimenti, pregiudizi, fideismi. O quale altro fattore ci sensibilizza e talora ci divide così acutamente, per esempio, sul tema del proibizionismo/antiproibizionismo rispetto alla droga, di cui muoiono circa 3.000 persone all’anno, mentre ci desensibilizza rispetto al fatto che lo Stato ha il monopolio del tabacco, droga che dà assuefazione e causa, annualmente, 90.000 morti e un introito di 7.200 milioni di Euro?
Le condizioni operative della mente umana sono state rivoluzionate. E’ stato stimato che il nostro sistema nervoso centrale sia sottoposto a circa 300.000 volte gli stimoli che colpivano quello dei nostri antenati del XIX secolo. Solo una minima parte di questi inputs può essere consciamente elaborata. Il resto incide ‘clandestinamente’ sui molti processi paralleli inconsci e subconsci che costituiscono la grande maggioranza del funzionamento della psiche. Ciò significa che questa lavora in condizioni, in un ‘ambiente’ e a un regime drammaticamente diversi, oggi, da quelli in cui lavorava solo tre generazioni fa. D’altronde, questo modo di vivere contemporaneo, non viene dal nulla, dal caso, o dalle mode. Né da un processo di liberazione ed emancipazione ‘positivo’ del genere umano. Viene dall’evoluzione dell’economia e dell’industria, dalle loro esigenze impersonali e oggettive.
E’ perciò ovvio che bisogna porsi anche in questa prospettiva per comprendere il modo in cui il problema della devianza viene attualmente trattato e per prevedere come verrà gestito in futuro; e contemporaneamente occorre focalizzarsi sulle estreme tensioni ‘operative’ in cui è posto l’individuo nell’odierna società consumistica, tensioni che spingono costantemente verso il punto di rottura ampi strati della popolazione e che quindi costituiscono verosimilmente il più importante fattore generativo della devianza, in termini quantitativi, iniziando con la fanciullezza. L’orizzonte ultimo, più ‘comprendente’, per la comprensione e la gestione del problema della devianza, è quello economico.
Come dicevamo prima, gli oggi rimpianti valori tradizionali (di sacrificio, lavoro, risparmio, onestà, famiglia, religione etc.), sono stati liquidati per consentire una maggior redditività del capitale investito, massimizzando l’individuo non solo come lavoratore ma anche come consumatore. La rivoluzione degli anni ’60 ha provveduto a ciò, demolendo i valori –o vettori motivazionali- etici e sociali che ostavano al realizzarsi dell’uomo consumista: liberazione dai doveri, liberazione sessuale, colpevolizzazione delle proibizioni, svalutazione della famiglia e dei ruoli familiari, svuotamento della religione, relativizzazione dell’etica, dell’autorità, creazione di innumerevoli nuovi bisogni della persona (fancied wants). La pedagogia popolare moderna ha trasformato gli stessi bambini in una categoria di consumatori, indotti e legittimati, soprattutto dalla televisione, a concepire e avanzare proprie pretese consumistiche verso i genitori, i quali parallelamente sono stati indottrinati a sentirsi in colpa se non appagano le richieste dei figli (pensiamo oggi al ‘dover comperare’ ai figli lo zaino Invicta e le scarpe Nike). Il diniego e il differimento del piacere come strumento educativo è stato messo in crisi, con le conseguenze che vediamo nei giovani, in termini di scarsa acquisizione di capacità e competenze presupponenti la disciplina e il sacrificio.
Agli stessi bambini viene insegnato a viversi come inadeguati e insufficienti, in quanto non sono completi se non acquistano determinate cose oggi, e determinate altre cose domani.
L’esigenza di massimizzazione del profitto, propria dell’industria, confligge coi limiti, colla fragilità, colla sofferenza delle persone. Entra in conflitto, ma non può rallentare nella sua azione di stimolo a sempre maggiori guadagni e dei consumi. Non lo può fare, pena il calo dei profitti, quindi ritiro degli investimenti, recessione, disoccupazione, crisi dei mercati. Le ricette per uscire dalla presente stagnazione globale si incentrano sugli incentivi agli acquisti, ai consumi, alla domanda interna – come lo sgravio Irpef ora promesso dal governo. E’ del tutto probabile, pertanto, che gli esseri umani saranno spinti a ‘correre’ sempre più forte, come automobili col motore sempre al massimo, col turbocompressore sempre più spinto, oltre i limiti per cui sono costruite, finchè non sbiellano o escono di strada o si scontrano; e ciò nel contesto di in una società e in un modo esistenziale sempre più frustranti, esasperanti, desecurizzanti. E’ quindi da aspettarsi un costante aumento delle risposte devianti, nelle varie forme, fino al punto di rottura della società. Così come abbiamo fatto per i costi ecologici, nel senso che l’attività produttiva produce inevitabilmente inquinamento, rendiamoci conto che la vitalità del sistema economico produce pure un inquinamento in termini di disturbo e devianza, come costo per reggere sé stessa. La devianza, in quest’ottica, viene quindi criminalizzata, circoscritta, repressa, smaltita per quanto possibile, assieme alle classi sociali poco o punto produttive in cui essa è concentrata; al contempo viene definanziato il welfare. Per questa strada si è avviata con decisione la policy degli USA, sia sotto W. Clinton che sotto G.W. Bush.
In Italia, la risposta sinora adottata, e moralmente prescritta, a questo quadro di devianza crescente, in ossequio a condizioni ideologiche e religiose, tipiche locali, di stabilità, è invece prevalentemente la negazione etico-ideologica del problema, che viene scaricato sui cittadini e fatto pagare a loro: negazione dell’esistenza dello scolaro-studente ‘impossibile’ e dannoso agli altri, negazione della malattia mentale (chiusura degli ospedali psichiatrici, scarico dei malati mentali sulle famiglie e sulla società) e negazione dell’esistenza di un’emergenza criminale. O, più raffinatamente: si colpevolizza la società per i comportamenti criminali e le malattie mentali, sicchè la società è in debito verso folli e criminali (soprattutto se immigrati); e, se la società è in colpa, i suoi membri sono moralmente tenuti ad accettare di vivere in un ambiente dove la devianza li minaccia, mentre forze dell’ordine e giustizia non li proteggono.
Analogamente a quanto succede con l’inquinamento ambientale, per il potere costituito, economico, in questo quadro, il problema della devianza si pone innanzitutto non come problema di tutelare i diritti, bensì di conservare il consenso e l’ordine istituzionale nonostante il malcontento provocato dall’aumento della devianza. Esso è quindi tentato a prevenire e scoraggiare la protesta e la domanda di tutela dei diritti, che il cittadino è portato a rivolgere allo stato. Bisogna che il cittadino si evolva nel senso che non senta più lo stato come un soggetto tenuto a difendere i suoi diritti, in modo che accetti uno stato che sempre meno può permettersi di difenderli. Tutta la politica giudiziaria è andata in questo senso: rendere gli interventi sempre più difficili, ritardati, pericolosi per chi vi si impegna; rendere il processo sempre più lento, costoso, inefficiente, imprevedibile, ingiusto.
Questa strategia è la più semplice, la meno costosa politicamente, ma è efficace solo nel breve periodo, perchè, rinforzando e incoraggiando i comportamenti violenti e intimidatori, essa continua ad aggravare il problema nel medio e lungo periodo. Di nuovo, quindi, un conflitto tra tornaconto a breve e tornaconto a lungo termine.
In conclusione, ai fini pratici di questo odierno convegno, è prevedibile che lo stato italiano, negli anni a venire, sia sempre più tollerante verso la devianza e le trasgressioni, specialmente verso quelle che colpiscono l’ordine pubblico, il patrimonio, la sicurezza dei cittadini.
Se queste sono le prospettive, le risposte, o proposte formulabili in questa sede circa la gestione della devianza minorile possono solo essere realistiche, pragmatiche, miranti a obiettivi possibili e limitati. Esse devono tener presenti tre obiettivi:
-Lo scopo di consentire al meglio la realizzazione personale del minore
-Lo scopo di preservare la società e i diritti dei terzi
-I costi delle varie opzioni, complessivamente considerati, in un sistema finanziario globale che impone ai governi, indipendentemente dall’alternanza e dalla diversità politiche e dalle peculiarità locali come quelle italiane sopra menzionate, policies di pareggio dei bilanci, di riduzione dei debiti pubblici, di tagli alla spesa sociale.
Le soluzioni che vogliamo dare al nostro problema dovranno quindi, per essere accettate e implementabili, ossia finanziabili, presentarsi convincentemente e competentemente soprattutto come piani di risparmio già sul medio periodo.
Ai predetti tre obiettivi, la risposta migliore è data da comunità o strutture educative e terapeutiche, che dir si voglia, del tipo de Il Cedro. In ciascuna di esse vive un numero limitato di ospiti e si crea una vera atmosfera domestica, familiare, in cui è possibile la percezione e lo scambio di valori e affetti peculiari dell’esperienza familiare, e in cui è seguito e incoraggiato lo sviluppo affettivo, cognitivo e culturale degli ospiti. Ciò consente di dare una buona chance di realizzazione personale, mentre, al contempo, realizza il contenimento e la protezione della società soprattutto attraverso il monitoraggio professionalmente competente, la prevenzione, gli eventuali interventi anche psicofarmacologici interni. In quanto al costo, esso è anticipato rispetto alla scelta che differisce l’intervento fino al momento del delitto, ma molto meno costoso sia in termini di spesa giornaliera –che va dai 70 ai 200 € a testa al giorno a seconda che si tratti di comunità solo educative o anche terapeutiche- che di evitamento del danno criminale e di spese per la repressione, le indagini, il processo, la carcerazione o l’internamento in OPG.
Questi dati di fatto e di contabilità sono oggettivi e chiarissimi; però essi hanno tornaconto nel medio-lungo termine, e soprattutto sotto forma di spese e danni evitati. Invece il sindaco, entro la contabilità comunale, è indotto a ragionare in termini annuali, o al massimo della durata del suo mandato. Ciò costituisce un fattore che spinge i sindaci a privilegiare il risparmio in bilancio oppure altre spese e altre logiche, anzichè fare l’investimento di lungo termine nel capitale umano, ossia mandare in comunità il minore che ne ha bisogno. Per questa ragione, nell’interesse di tutta la società e dei minori, è necessario costituire, mediante leggi regionali e nazionali, e mediante interventi giudiziari, un fattore che controbilanci e superi la logica della annualità del bilancio e del breve termine che astringe le amministrazioni comunali.
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under PSICOLOGIA E SOCIOLOGIA.
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RELAZIONE SU CTU IN PSICHIATRIA
FORMULAZIONE E COMPRENSIONE DEI QUESITI
Osserviamo una diffusa standardizzazione, o stereotipizzazione, dei quesiti che i giudici formulano ai loro consulenti tecnici in campo psicologico e psichiatrico. Questo dato di fatto, questa prassi, può ingenerare un senso di stabilità e di certezza delle procedure giudiziarie nonchè della collaborazione con l’esperto. In realtà la situazione non è certa nè stabilizzata. Anzi, racchiude contradizioni e antinomie, che il ctu dovrebbe avere sempre presenti durante l’espletamento del suo incarico ma anche prima di esso, nel momento della formulazione del quesito.
La CTU civile e la Perizia penale sono due istituti che, pur restando inalterate le norme che li disciplinano, hanno avuto nella prassi una profonda evoluzione che li ha portati sovente a superare il ruolo che il diritto positivo assegna loro. Nella presente relazione tratterò essenzialmente problemi inerenti alla ctu.
Una prima e ben nota linea evolutiva, è quella della psicologizzazione. La CTU civile e la Perizia penale erano, in passato, orientate alla ricerca e alla diagnosi di malattie mentali che comportassero l’incapacità genitoriale o l’interdicibilità – la prima – e la non imputabilità o ridotta imputabilità – l’altra.
Oggigiorno abbiamo quesiti e ctu civili che si interessano a processi intrasoggettivi e relazionali da un punto di vista psicologico, sovente -dati gli orientamenti prevalenti tra gli psicologi- attraverso un’ottica psicodinamica, prescindendo dalla ricerca della malattia psichiatrica. In ambito familiare, ciò è una conseguenza dell’art. 155 cc, che spinge il giudice a cercare non tanto una decisione della causa tra le contrapposte posizioni di padre e madre, quanto l’interesse dei figli minorenni, in analogia a quanto consentito dall’art. 336 cc al TM per i provvedimenti in camera di consiglio.
Parallelamente, come faceva notare il prof. Placidi, in ambito penale, la Perizia penale, malgrado il disposto del diritto positivo che esclude la ricerca di fattori causativi psicologici, ha un taglio e una sostanza sempre più psicologici.
Una seconda, pure nota, linea evolutiva, è quella dell’affidamento alla ctu di funzioni prescrittive – stabilire, in sostanza, per esempio, il regime di affidamento e frequentazione della prole minorenne. Anche questa linea evolutiva diverge da ciò che la ctu è per il diritto positivo, ossia per le norme del codice, sebbene sia indotta dalle disposizioni dell’art. 155 cc, oltre che dalla popolarità e fascinosità della psicologia.
Una terza linea evolutiva, meno discussa, meno problematizzata, ma ancor più seriamente divergente dal codice perchè potenzialmente lesiva del diritto alla difesa, è quella della delega da parte del giudice al ctu di compiti istruttori che sono riservati al giudice. Una delega che può essere implicita o esplicita nel contenuto del quesito e del suo preambolo. Esaminiamo questo tema partendo dai suoi presupposti.
Nel diritto processuale civile, la ctu non è un mezzo di prova -come lo sono, invece, la testimonianza, la confessione, il giuramento, i documenti- bensì un mezzo per valutare tecnicamente dati la cui prova sia già stata assunta nel processo attraverso i mezzi di prova suddetti, nonchè per fornire elementi diretti di giudizio.
Codice civile (1942) art. 2697
Codice procedura civile art. 61
Codice procedura civile art. 191
La consulenza tecnica, pur disposta d’ufficio, ha la funzione di fornire all’attività valutativa del giudice l’apporto di cognizioni tecniche che egli non possiede, ma non è certo destinata ad esonerare la parte dalla prova dei fatti dalla stessa dedotti e posti a base delle proprie richieste, fatti che devono essere dimostrati dalla medesima parte alla stregua dei criteri di ripartizione dell’onere della prova posti dall’art. 2697 c.c..
Cassazione civile, sez. lav., 10 dicembre 2002, n. 17555
Enpals c. Com. Parma
Al riguardo dell’onere della prova, faccio presente che, nella maggior parte delle cause in cui si dà luogo a una ctu o perizia psicologica o psichiatrica (affidamenti di minori, interdizione e inabilitazione, questioni di imputabilità), è parte anche il PM, che quindi dovrebbe attivarsi per cercare e fornire prove a tutela dei minori o degli interdicendi.
Insomma, il CPC descrive il CTU come un assistente, ausiliare del giudice, che dal giudice può essere delegato a compiere determinate attività accertative in proprio – artt. 61, 193, 194.
Nella prassi, ossia nei quesiti, il CTU ha però una autonomia di indagine molto maggiore. Egli può, infatti -come riconosce la SC- non solo valutare circostanze di cui sia già stata acquisita la prova, bensì anche assumere egli stesso quelle circostanze, la cui assunzione si possa fare solo attraverso le sue conoscenze e capacità tecniche.
Codice procedura civile art. 61
La consulenza tecnica d’ufficio, il cui scopo è quello di aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze tecniche, non può essere disposta al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume ed è quindi legittimamente negata dal giudice qualora la parte tenda con esso a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o di prove ovvero a compiere un’indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati. Ai sopraindicati limiti è consentito derogare unicamente quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto possa effettuarsi soltanto con il ricorso a specifiche cognizioni tecniche, nella quale ipotesi, peraltro, la parte che denunzia la mancata ammissione della consulenza ha l’onere di precisare, sotto il profilo causale, come l’espletamento del detto mezzo avrebbe potuto influire sulla decisione impugnata.
Cassazione civile, sez. III, 31 luglio 2002, n. 11359
Raduano c. Soc. lav. e sicurtà
Giust. civ. Mass. 2002, 1414
Non solo.
Oltre alla ricerca di prove e all’assunzione di prove nei termini suddetti, la ctu perviene anche alla raccomandazione di scelte – atto che concettualmente nulla ha a che fare con l’attività probatoria. Ciò è quanto accade -dicevamo- ogniqualvolta il giudice affidi al CTU -caso frequentissimo- la individuazione del genitore più adatto come affidatario e la predisposizione di un programma di frequentazione del genitore non affidatario.
E’ del tutto evidente la lontananza qualitativa di questa prassi dal significato delle norme del diritto positivo. Una lontananza che si è prodotta per soddisfare bisogni pratici.
E’ del resto un ben noto dato di fatto, che la prassi dei giudici e dei giudizii sovente si allontana dalle norme di legge, o si sottrae ad esse. Ad esempio, i tentativi di imporre per legge tempi rapidi e un carattere di oralità al processo si sono sempre scontrati con una resistenza della prassi. E così i tentativi di imporre per legge limiti e garanzie alla custodia cautelare in carcere sono sempre stati in parte vanificati da una prassi di disapplicazione di quei limiti e garanzie. La stessa Costituzione -è arcinoto-, pur essendo legge fondamentale, è da sempre in buona parte disapplicata o violata dalla prassi, che ha formato la c.d. costituzione materiale. Si pensi solo alla tradizione di governi formati e dissolti fuori dal parlamento e di presidenti della repubblica che si schirano politicamente. A questo fenomeno, definibile ‘trasgressività istituzionale’, ho dedicato uno studio approfondito nel mio saggio Le Chiavi del Potere, dove espongo come essa sia funzionale e indispensabile al mantenimento di qualsiasi sistema di potere. Sempre in tema di ctu, ritroveremo però all’opera la trasgressività istituzionale tra poco.
Intanto, riprendendo il discorso, dal punto di vista del diritto, è anche però evidente che questo allontanarsi dei quesiti, quindi della prassi della ctu dalle norme processuali pone un problema di ordine superiore, ossia di salvaguardia del diritto alla difesa delle parti processuali, il quale, a norma dell’art. 24 Cost., deve essere garantito.
E qui occorre chiarire che cosa è, e soprattutto come va fatta, la ricerca della ‘verità’ nel processo, perchè essa è diversa dalla ricerca della verità tout court. Si può pensare, comunemente, che la giustizia, il processo, la sentenza accertino, o mirino istituzionalmente ad accertare, la verità. Concezione falsa. La verità giudiziale non è la verità tout court, è una cosa diversa. Può deviare completamente dalla verità reale: res judicata facit de albo nigrum, si era capito già in tempi antichi. Il processo non ha la funzione di ricercare la verità, bensì di applicare prestabilite regole all’ipotesi iniziale per arrivare, in tempi più o meno lunghi a una decisione che sia definitiva – regole di accertamento, sì, ma di accertamento secondo un metodo specifico che pone limitazioni -più o meno elastiche a seconda del tipo di procedimento- alla ricerca della verità, in funzione della garanzia della difesa, dei diritti dei terzi, della necessità di definire il giudizio (necessità che non ha la ricerca pura della verità). Così non tutte le prove sono ammissibili.
Ad esempio non sono ammesse intercettazioni telefoniche fuori dei casi di legge, atti istruttori compiuti senza la presenza del difensore, atti istruttori non chiesti per tempo, testimonianze valutative o su dicerie; nel processo civile non è ammessa la prova testimoniale – ma solo documentale – di contratti di alto valore od aventi ad oggetto diritti reali; nel processo tributario non è ammessa alcuna prova testimoniale; etc.
Per lo psichiatra, allo psicologo, quale persona di scienza, quale clinico, la ricerca della verità, dei fatti, appare ovviamente come qualcosa di libero, da farsi secondo il metodo cui egli aderisce, le sue teorie. Nel processo, per contro, la ricerca della ‘verità’ avviene conflittualmente, ossia nello scontro di interessi e di punti di vista delle parti, a ciascuna delle quali deve essere garantita la partecipazione alle varie attività, comprese la ricerca, l’assunzione e la valutazione delle prove. E avviene con misure di sicurezza, come l’incapacità a testimoniare di persone che abbiano un interesse in causa, che legittimerebbe la loro partecipazione al giudizio; la responsabilizzazione attraverso sanzioni penali del teste o del perito che dichiara il falso, o della parte che commette spergiuro. Queste garanzie non assistono, invece, l’attività investigativa del ctu.
Così, stando alla lettera delle norme procedurali, la ctu dovrebbe limitarsi all’esame delle prove già acquisite e non andare alla ricerca di altre prove, nè assumerle, nè elaborare prescrizioni.
Poichè però fa tutte queste cose, si pone un problema di adeguamento della tutela del diritto delle parti alla partecipazione e al contraddittorio, specialmente laddove il ctu -come non di rado accade nella consulenza psicologica e psichiatrica- debba o voglia porre a fondamento delle proprie valutazioni e conclusioni fatti, circostanze, che non sono stati provati nel processo, e che sono controversi. Ad. es., immaginiamo che un ctu incaricato di valutare l’idoneità e la capacità di un padre ai fini dei rapporti con la prole, si trovi di fronte all’affermazione della madre, che il padre in questione sia alcolizzato e violento, o pesantemente dedito al gioco d’azzardo; e che il padre neghi questa affermazione. La circostanza non è stata oggetto di prova nel procedimento, ed è molto rilevante ai fini delle conclusioni del ctu, conclusioni che comprenderanno, di fatto, la decisione sul punto dell’affidamento o della frequentazione. Magari la circostanza si trova menzionata in qualche rapporto dei Servizi Sociali. Come si dovrà comportare il ctu? Dovrà ripararsi dietro il dire “La madre afferma e il padre nega che il padre sia un violento ubriacone; ai fini psicologici non interessa la verità oggettiva, ma la verità del vissuto soggettivo, nel quale il padre è così.” Questo sarebbe una presa in giro della giustizia. Dovrà recepire come oro colato tutto ciò che sia stato scritto da una qualsiasi autorità, per rispetto verso l’autorità? Questa scelta potrà far piacere ai colleghi dei SS, ma sarebbe contraria al codice e alla costituzione. Dovrà dire: “ritenuto sulla base delle affermazioni di persone sentite, dei SS etc. che il padre sia un alcolista e un violento, lo ritengo inidoneo per l’affidamento”? Ciò sarebbe solo superficialmente corretto, perchè le controverse circostanze oggettive dell’alcolismo e dei comportamenti violenti possono, quindi devono, essere provate mediante le prove ordinarie, e non essere liberamente, soggettivamente stimate dal ctu (ricordiamo che il ctu, secondo la giurisprudenza, può assumere direttamente solo quelle prove che siano assumibili unicamente attraverso le sue competenze tecniche specifiche, sicchè davanti al dubbio su un fatto che si può provare diversamente -con testimoni- il ctu deve astenersi, anche se, di fatto, spesso ciò non avviene). Dovrà allora limitarsi a prendere conclusioni ipotetiche -ossia, se è vero che il padre è un alcolista violento, allora è genitorialmente incapace? Ciò sarebbe metodologicamente onesto, ma lascerebbe il giudice in difficoltà. Credo che la scelta insieme corretta e pratica sia quella di far presente al giudice e ai difensori, per iscritto, che, appunto, sono emerse circostanze di fatto, controverse, e non ancora oggetto di prova nel giudizio, rilevanti per la risposta ai quesiti, sollecitando che venga disposta prova sul punto, perchè senza prova sul punto la ctu non può essere eseguita in modo soddisfacente.
Naturalmente, quando la circostanza controversa sia una circostanza di cui la parte interessata a provarla aveva precedentemente conoscenza, e aveva l’onere di chiederne la prova, e non l’ha fatto -non ha, ad esempio, chiesto di provarla mediante testimoni nel termine di legge, posto, per il processo civile, dall’art. 184-, allora il ctu non potrà considerarla come provata nè potrà egli stesso assumerla, supplendo all’omissione della parte processuale, perchè ciò sarebbe contrario alla legge e alla giurisprudenza che abbiamo poc’anzi esaminata.
Situazioni del genere non sono rare, e spesso producono serie sofferenze e ingiustizie, che non possono essere raddrizzate nel prosieguo della causa, specialmente se manca il vaglio giudiziale per ragioni di frettolosità e di standardizzazione, che portano a scotomizzare la problematicità. Pensiamo al ctu che si induce a prendere per buona, per vera, una circostanza controversa del tipo e del peso che dicevamo poco fa, in realtà falsa, e che di conseguenza dia al giudice un input di pericolosità di uno dei due genitori o di entrambi e che ciò porti all’affidamento della prole a un istituto o a una famiglia. Nel tempo che serve al genitore ‘calunniato’ per provare la falsità delle circostanze comportanti il giudizio di pericolosità o inidoneità -che è un tempo di anni- il rapporto coi figli è compromesso, il figlio sviluppa un inserimento in un altro contesto sociale, familiare; sicchè il giudice dirà: “Toh, avevi ragione, non sei un ubriacone nè un violento. Però, sai, sono passati anni, i tuoi bambini si sono nel frattempo inseriti in un altro contesto… che ci vuoi fare… dobbiamo lasciarli dove sono, a questo punto.”
E’ questo il caso di un mio sfortunato cliente, Mario, il quale, dopo la separazione dalla moglie epilettica schizofrenica violenta, subì l’allontanamento dei figli sulla motivazione che fosse alcolista e incline alla violenza sotto l’effetto dell’alcool. In realtà, mario era ed è astemio, ma le assistenti sociali e la psicologa dell’ASL avevano scritto, nel loro rapporto che fosse alcolista, perché così aveva detto loro la moglie di Mario. Ebbene, nei successivi dodici anni di cause davanti al Tribunale dei Minori per riavere i figli, Mario non è mai riuscito ad ottenere, pur domandandolo frequentemente e presentando dovizia di certificati medici e di analisi di laboratorio, che il consulente tecnico del Tribunale riesaminasse la valutazione di alcolismo. Palesemente, i consulenti del Tribunale – tutti psicologi – osservavano una legge non scritta, che prescrive che non si possa smentire i colleghi dell’Asl né, tantomeno, rivelare i loro errori più clamorosi.
Purtroppo, per dirla tutta, esiste una tendenza diffusa, nei giudici, soprattutto in campo psicologico, a delegare al ctu gli accertamenti di circostanze che potrebbero, dunque dovrebbero, essere accertate con le prove ordinarie, onde alleggerirsi il lavoro. Le udienze di prova orale sono, infatti, molto impegnative per il giudice in termini di tempo e lavoro.
E a questo punto si compie un ulteriore passo avanti nell’illegalità. Primo passo: il giudice ha delegato al ctu una funzione che al ctu per legge non compete, essendo riservata alle prove tipiche. Secondo passo: il ctu ha assunto prove su date circostanze senza il rispetto delle garanzie processuali, fuori dal contraddittorio, e le ha inserite nella sua relazione. Terzo passo: il giudice, che si ritrova la relazione del ctu dove si affermano come accertate quelle medesime circostanze, le tratta come circostanze provate ai fini della decisione, come se fossero state oggetto di una prova legittima, eludendo le norme e garanzie in materia istruttoria, grazie a un uso surrettizio del seguente principio:
Codice procedura civile art. 132
Codice procedura civile art. 161
Quando il giudice di merito ritenga di aderire alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, non è tenuto ad una particolareggiata motivazione, ben potendo il relativo obbligo ritenersi assolto con l’indicazione, come fonte del proprio convincimento, della relazione di consulenza, anche nel caso in cui le valutazioni contenute in una prima relazione peritale siano state oggetto di esame critico in una successiva consulenza tecnica d’ufficio, alle cui conclusioni il giudice di merito ritenga di aderire. Anche in questo caso, infatti, è sufficiente la ragionata accettazione dei risultati della nuova consulenza per ritenere implicitamente disattesi, senza necessità di specifica ed analitica confutazione, le argomentazioni e i conclusivi rilievi esposti nella precedente consulenza.
Cassazione civile, sez. lav., 9 gennaio 2003, n. 125
Tondinelli c. Inail
Giust. civ. Mass. 2003, f. 1
Sarebbe invece auspicabile che sia il giudice stesso, nella formulazione del quesito, magari su richiesta dello stesso CTU nominato, a introdurre quella prescrizione, con una dicitura del tipo: “Qualora la risposta ai quesiti dipenda dall’accertamento della verità di un fatto contestato da una o più parti, e che possa essere provato con i mezzi istruttori ordinari, il CTU ne riferisca al giudice e ai CTP”; e anche “qualora la circostanza si trovi affermata in dichiarazioni de relato, sia orali che contenute in un documento, e risulti la persona che si assume aver percepito la circostanza, assuma il ctu informazioni scritte da questa persona; qualora non risulti, il ctu ignori le dichiarazioni.” Ciò per garantire la risalibilità alla fonte originaria e l’eventuale possibilità di sentirla a testimonianza.
Questo ci porta verso un approdo preciso, significativo: l’interattività del ctu nei confronti del giudice. Una risorsa non adeguatamente sfruttata.
Ma non sempre.
Recentemente mi è stato sottoposto un caso in cui l’interattività è stata imposta dalle circostanze. Le circostanze di una giustizia talvolta disattenta.
Un professionista, sposato e padre di un handicappato che da lui dipende per la gestione quotidiana, viene investito da un veicolo mentre attraversa la strada sulle zebre e subisce gravi lesioni anche cerebrali, con danni cognitivi, motori e alterazioni della personalità. E’ compromesso nella capacità lavorativa e non è più idoneo a gestire il figlio. Nella causa di risarcimento dei danni intentata dalla moglie anche per il figlio, il giudice istruttore nomina un collegio peritale formulando, per quanto ci interessa, un quesito vertente sulla sola idoneità parentale del padre a seguito del sinistro.
Adotta il testo-standard del quesito per l’idoneità-capacità genitoriale -quello usato nei giudizi che riguardano l’affidamento dei minori-, ossia chiede al ctu di accertare se e quanto sia scemata la capacità-idoneità genitoriale della famiglia a seguito del sinistro. Verbalmente raccomanda però al ctu di fare valutazioni anche del sofferto danno.
Alla prima riunione del ctu coi ctp, il ctp di parte convenuta, correttamente, fa presente che la relazione del ctu verrà contestata siccome inutilizzabile nalla parte che andrà a quantificare il danno da risarcire, perchè tale quantificazione non è compresa nel testo del quesito.
A questo punto il ctu fa istanza al giudice istruttore affinchè questo modifichi, integri, il testo del quesito, estendendolo alla descrizione e quantificazione del danno.
Parliamo ora di un problema di merito, anzi del principale problema di merito della ctu e della perizia psicologica e psichiatrica: quello del relativismo, della soggettività, dell’opinabilità.
Nella formulazione del quesito e del suo preambolo, e ancor prima nella scelta del ctu o del perito psicologo o psichiatra, il giudice dovrebbe tener conto di un ulteriore aspetto, ossia che non esiste un’unica psicologia nè (sia pure in minor misura) un’unica psichiatria; e che da scuola a scuola, da metodo a metodo cambia non solo la capacità dimostrativa, ma anche l’ampiezza del campo di indagine. Campo di indagine che è molto ristretto nel caso, per esempio, del comportamentismo -il quale però ha la massima capacità dimostrativa grazie al metodo sperimentale e oggettivo-quantitativo- e molto ampio nel caso della psicoanalisi -la quale non ha capacità dimostrativa, bensì suggestiva, grazie anche al fatto che la stragrande maggioranza degli psicologi italiani è di orientamento psicodinamico – circostanza, quest’ultima, che garantisce condivisione, diffuso consenso, scarso e poco percepito dissenso, quindi validazione sociale. Fattori questi importantissimi e preziosi per l’attività giudiziale, che è un’attività fondamentalmente rivolta alla stabilizzazione sociale, alla produzione di consenso, e non -ripetiamo- un’attività di indagine scientifica, la quale è, per sua natura, falsificante, quindi destabilizzante.
Parlando di psicologia in particolare, questa circostanza della pluralità delle psicologie, che spesso tra loro si delegittimano reciprocamente, appare lampante. Il dr. Bondavalli, precedente relatore, si è diffuso sul punto, quindi non serve che io mi dilunghi in esemplificazioni. E posso venire a problematiche pratiche che investono la ctu e la perizia.
Innanzitutto, il problema della scelta del ctu.
Il giudice dovrebbe da un lato aver presenti i tipi di questioni che dovranno essere indagati allo scopo di scegliere non solo il tipo di specialista, ma lo specialista di una scuola che si occupi dei tipi di questioni che ricorrono e che sono da esaminare nella fattispecie.
Oppure scegliere più di un consulente, quando la competenza di uno non basti. Ma in questo caso, se i due consulenti devono collaborare, sorge un ulteriore problema: bisognerà che il giudice ponga attenzione a nominare due consulenti che siano tra loro metodologicamente ed epistemologicamente compatibili.
Esempio del primo caso: supponiamo che, in una data causa, si ponga una questione di possibili disturbi psicopatici di una persona. Sarebbe improprio nominare ctu uno psicologo di una scuola che si occupa specificamente dello studio di sistemi di relazione intersoggettiva. Bisogna nominare uno psichiatra.
In una fattispecie concreta ho visto una relazione di ctu (un sistemico) che, in apertura, dichiara che non farà conoscere, per principio, al giudice, l’eventuale psicopatia individuale di uno o dell’altro genitore; ciò comporta una violazione dell’art. 193 cpc, e del giuramento di “bene e fedelmente adempiere le funzione affidate, al solo scopo di far conoscere al giudice la verità” – onde ulteriore ragione di nullità della ctu. Il ctu scrive: “la necessità del Giudice di conoscere la potenziale nocività dei genitori è un’insidia poiché implica la possibilità di evidenziare in uno solo dei due tale nocività, sapendo invece che la nocività è spesso funzione di una relazione disfunzionale tra coniugi o tra genitori”. Questa affermazione è incompatibile coll’art. 193 cpc perchè è una dichiarazione che al giudice certe cose non devono interessare, perché potrebbero sviarlo; quindi non gli verranno dette, anzi non si indagherà nemmeno per vedere se ricorrano oppure no. Al contempo, è la professione di fede, di una fede di tipo religioso, in uno dei molti modelli teorici della psicologia, quello sistemico-relazionale, che non è certo tra i più accreditati, ma che, soprattutto, è con certezza insufficiente, se non addirittura inidoneo per l’uso giudiziario, che richiede innanzitutto una valutazione e, se del caso, una diagnosi, della singola persona, indi un’analisi delle dinamiche intersoggettive. Come correlato, nella predetta ctu non vi è alcun tentativo di approfondimento clinico: nonostante la riconosciuta presenza di sospetti di disturbi psichiatrici, non è stata raccolta alcuna storia in senso medico per evidenziare nei due coniugi elementi fisiologici o patologici pregressi che possano chiarificare gli sviluppi successivi.
Esempio del secondo caso: il giudice nomina uno psicologo di scuola sistemica, cognitivista e gli affianca uno psicologo psicometrista di scuola psicodinamica. In questa ipotesi abbiamo due consulenti con matrici interpretative incompatibili. Come può un cognitivista delegare l’indagine della personalità al test di Rorschach? I due ‘esperti’ potranno collaborare, ma questa collaborazione sarà solo una finzione di comodo.
Qualora il ctu nominato si accorga, al momento del conferimento dell’incarico o in corso d’opera, che ricorre uno dei suddetti problemi, dovrebbe, ancora una volta, riferirne al giudice e ai ctp.
Altrimenti accadrà, anzi accade, che, di fronte a molte situazioni che presentano aspetti rientranti solo in parte nel campo di studio della sua scuola di appartenenza, il ctu bellamente ometta di prendere in esame la parte eccedente la sua ‘competenza’, e il giudice o il difensore non si accorga, o chiuda -per semplificarsi il lavoro- un occhio su questa omissione.
In secondo luogo, il problema del basso livello di validabilità e del relativismo.
Questo è un problema essenzialmente sociopolitico e di equità, che si articola in due componenti:
-la psicologia non è la fisica nè l’ingegneria: le psicologie, gli psicologi ctu, dispongono di metodi di falsificazione/verificazione molto deboli e arrivano alle loro conclusioni, soprattutto nei casi singoli, senza vere e proprie prove; le loro conclusioni sono spesso opinabili e rovesciabili perchè facilmente confutabili sono le loro metodologie, quindi ben difficilmente una sentenza basata su una ctu psicologica potrà essere appagante;
-le psicologie sono molte. Supponiamo, per esempio, di porre un quesito sul rapporto eziologico tra il comportamento del marito e l’ansia della moglie a psicologi di diverse scuole. Stante la grande diversità di metodo e di presupposti antropologici delle varie scuole psicologiche, in quasi tutti i casi, scegliere un consulente di una scuola piuttosto che di un’altra fa molta differenza. Porterà a differenti e tra loro inconciliabili metodi di indagine e probabilmente a diverse risposte ai quesiti, quindi tendenzialmente a diverse decisioni giudiziali.
Lo stato, in fondo, riconoscendo più scuole, più psicologie, tra loro in parte incompatibili e generalmente divergenti e consentendo che tutte siano applicabili nel processo (ma che altro poteva fare?), ha creato una situazione paradossale, in cui molto spesso il tipo di risposta al quesito dipende da scelte del tutto opinabili, il che dà una percezione di ingiustizia, perchè una giustizia soggettivista è percepita come iniqua, e tanto più in quanto va ad aggiungersi alla intrinseca opinabilità e soggettività di ogni psicologia.
In linea di puro, ideale garantismo democratico massimalista, la soluzione, altrettanto paradossale, sarebbe quella di affidare ogni ctu a rappresentanti delle varie scuole, dei vari metodi, in modo che al giudice siano sottoposte le soluzioni alternative, e poi il giudice, peritus peritorum, decida per l’interpretazione migliore. Ovviamente, dovrebbe motivare questa decisione – cosa irrealistica, per ovvie ragioni.
In linea di garantismo minimalista, la soluzione potrebbe consistere nell’enunciare, da parte del ctu, il proprio metodo, i propri assunti, i loro limiti di campo e di validazione, precisando che le conclusioni hanno un margine irriducibile e apprezzabile di incertezza e che esperti di altre scuole applicherebbero altri metodi e potrebbero arrivare a conclusioni diverse. Questa soluzione non sarebbe una soluzione perchè esaspererebbe la percezione di opinabilità, quindi di ingiustezza delle decisioni della ‘giustizia’.
In linea di buon senso e onestà culturale, la soluzione potrebbe andare nel senso di restare quanto più possibile aderenti alla realtà oggettivamente verificabile e non mai prescinderne, prescrivendo al ctu di muovere sempre dall’accertamento e dall’ipotesi più oggettivi, ossia fare innanzitutto un inventario di tutti i fatti storici e i documenti rilevanti -ad esempio, l’anamnesi degli interessati, la ricostruzione della loro vita scolastica, sociale, professionale; precedenti penali; indi (come richiesto dalle varie circostanze) eseguire gli accertamenti clinici (su tutto il range di ipotesi rilevanti, iniziando da quelle organiche, siccome più verificabili) e psicometrici, quindi eventuali diagnosi; solo in seguito procedere alle interpretazioni di carattere squisitamente psicologico e congetturale. Il metodo è, in somma, di dare priorità procedurale all’accertamento più verificabile e preferenza alla spiegazione meno soggettiva, ossia a quella rispetto a cui meglio è garantito il diritto costituzionale di difesa e contraddittorio. Le diagnosi dovranno farsi secondo i criteri del DSM, che appunto costituisce uno sforzo per superare o limitare la soggettività nelle valutazioni cliniche attraverso una formalizzazione su basi statistiche.
In linea di ragion di stato, di politica, la soluzione è un’altra, e la vediamo non di rado adottata. Lo scopo dell’amministrazione della giustizia, delle istituzioni, dello Stato, non è la ‘giustizia’ in se stessa, nè la correttezza diagnostica, criminologica, pedagogica; ma bensì la produzione e il mantenimento del consenso intorno a sè stesse, della compliance, della fiducia, dell’opinio legalitatis – ossia la prevenzione della percezione di ingiustizia o inefficienza, da parte della popolazione in generale e degli utenti del servizio giudiziario in particolare; e in più offrire un colpevole, un capro espiatorio su cui si possano scaricare le tensioni. Per questo lo stato, anche nell’amministrazione della giustizia, quindi il tribunale, agisce e argomenta in modo verificazionista, quindi antiscientifico. Il metodo falsificazionista proprio della indagine scientifica, non è compatibile con l’azione dello stato, e con la giurisdizione in particolare, per due ovvie ragioni: a)aumenta la percezione del dubbio, della possibilità di altre verità, di errore giudiziario; b)è contrario al pensiero comune, che è appunto verificazionista (Lorenzo Fanoli, la Prova della Verità nel Processo penale).
Da quanto sopra consegue che un metodo efficace, per risolvere il problema della opinabilità e del relativismo delle ctu psicologiche, è quello di eliminare il presupposto della percezione del relativismo, ossia eliminare o minimizzare la percezione della pluralità delle scuole e dei metodi alternativi, e impedire che la decisione che si prende oggi possa domani essere confutata. Il che si ottiene facilmente: basta che gli uffici giudiziari di un dato foro, o meglio distretto di corte di appello (questo perchè la Corte di Cassazione non entra nelle questioni di merito, che ultimamente vengono quindi decise dalla corte di appello) si coordinino per nominare sempre o quasi ctu tra gli appartenenti a un’unica scuola, meglio se già maggioritaria, così da dare a questa il monopolio metodologico e culturale, scoraggiando o mettendo fuori gioco le scuole diverse da essa e creando un pensiero psicologico comune, autovalidante, autoreferenziale, che perciostesso verrà percepito come obiettivo, più sicuro, più scientifico da magistrati, avvocati, parti, mass media che divulgano le vicende. Chi vuole lavorare, in un simile contesto, deve conformarsi.
Il processo di creazione del consenso andrà poi oltre, entrando nel merito: non solo sarà applicata e riconosciuta una sola psicologia, ma verranno standardizzate e tipicizzate anche le analisi e le soluzioni, creando un’uniformità integrata tra scuola di ctu, modelli interpretativi, modelli decisionali per le sentenze, talchè cadere in errore o in contradizione diverrà pressochè impossibile e l’amministrazione della giustizia guadagnerà assai in autorevolezza. Il giudice nominerà il ctu della scuola monopolista, sapendo che questi darà una risposta che egli, giudice, potrà usare direttamente per decidere, sicuro che non vi sarà un ctu di diversa impostazione, in appello o in una fase ulteriore, che confuti quello che ha detto il primo ctu.
Avviene anche sovente che il giudice trasmetta, più o meno intenzionalmente, sovente nella stessa formulazione dei quesiti o del preambolo, all’ambiente dei ctu o al ctu nominato in particolare, i suoi desiderata, la sua mentalità, la sua ideologia, in generale o circa un caso specifico. E soprattutto l’impostazione verificazionista. E che quindi il ctu del processo specifico, o i ctu in generale, imparino ad attaccare l’asino dove vuole il padrone, altrimenti questi nomina un altro e/o liquida gli onorari in base alle tabelle ministeriali senza maggiorazione.
Così, ad esempio, può trasmettere al ctu la direttiva di andare alla ricerca delle conferme di una data tesi o stereotipo interpretativo che il giudice preferisce, scotomizzando i dati contrari – direttiva assai facilmente eseguibile in campo psicologico e psichiatrico, data l’ampia soggettività metodologica. Può trasmettere la preferenza o preconcezione ideologica per la reinterpretazione-negazione della malattia mentale in chiave di costruzione sociale; oppure -pensiamo al riesame di pericolosità- una sua convinzione ideologica che il reinserimento debba sempre essere possibile. Ecco i molti ex internati che tornano a uccidere.
In fatto di modelli interpretativi più articolati, può trasmettere la direttiva di rappresentare falsamente nel suo elaborato come genitore adatto per l’affidamento quello mentalmente più disturbato, nella logica di far portare la sofferenza per la privazione e per la squalificazione al genitore più sano e più forte. La professione ideologica del ctu citato precedentemente -non riferire al giudice i tratti psicopatologici allo scopo di non sviarlo- potrebbe essere funzionale a una simile politica.
Con queste considerazioni ci siamo ormai addentrati nelle dinamiche del condizionamento del ctu e del perito da parte del giudice e del quesito, delle formulazioni suggestive, induttive; nonchè del conseguente comportamento del ctu - temi tutti su cui ci illuminerà la d.ssa Mereu con una relazione che sono sicuro ricorderemo a lungo.
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under PSICOLOGIA E SOCIOLOGIA.
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RIFORMA ELETTORALE: UN SISTEMA RAZIONALE
Propongo un sistema elettorale che riunisce molti vantaggi, soprattutto quelli di assicurare che gli eletti siano rappresentativi della maggioranza, scelti dagli elettori, e che non avvengano mercimoni come quelli implicati dal doppio turno. Il sistema è una variante di quello denominato ‘Optional Preferential Alternative Vote’ (in vigore nel Queensland) e può essere adibito alle elezioni amministrative e parlamentari, e ancor meglio a quelle –a suffragio popolare- del Capo di Stato o del Capo del Governo.
La presa di distanza dai fautori del sistema maggioritario, e soprattutto da quelli del c.d. sistema anglosassone, è saggia e opportuna poiché essi propugnavano le loro idee con semplicismo e nascondendo fatti basilari, come gli svantaggi del sistema inglese (il quale potenzia la burocrazia, diminuisce la rappresentatività politica da parte delle Camere della nazione, e scava divisioni in essa come pure tra i partiti affini – quindi esattamente produrrebbe l’esasperazione dei principali mali del nostro Paese), mentre esaltano il ‘sistema anglosassone’ senza considerare che la costituzione degli USA è, in un certo senso, e volutamente, l’opposto del sistema britannico, essendo stata disegnata per evitare gli inconvenienti di questo, sicchè accomunare i due sistemi sotto l’aggettivo ‘anglosassone’ è atto di ignoranza o disinformazione; e che –tanto per limitarsi a due punti- il sistema bipartitico degli USA è indotto dal sistema presidenzialista colà vigente.
L’Italia ha bisogno di un sistema elettorale che favorisca l’aggregazione delle frazioni sociali, divise da decenni di clientelismo, lobbismo, malizioso indottrinamento e false lotte di classe. E che favorisca anche l’aggregazione dei partiti politici per aree armoniche e coordinate, se non omogenee, scoraggiando la formazione di partitelli eminentemente finalizzati allo sfruttamento economico dei vantaggi di marginalità, ma rispettando e garantendo la rappresentanza e rilevanza –almeno a livello di concausalità- di genuini partiti di opinione, anche se piccoli.
Propongo, in breve, collegi uninominali e turno unico. Ogni elettore, sotto il nome del suo candidato preferito, può indicare, in ordine di preferenza decrescente, una o più scelte subordinate, con il limite dato dal numero dei candidati. Se, al primo conteggio, uno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta, viene eletto. Se nessuno la raggiunge, ai voti di prima preferenza di ciascun candidato si sommano le preferenze di secondo grado. Se nessuno ancora raggiunge la maggioranza assoluta, si sommano quelle di secondo grado, e così via. Se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta dopo l’addizione delle preferenze di ultimo grado, si farà un ballottaggio tra i due più votati.
E’ così assicurato che verranno eletti solo candidati che abbiano il consenso, o perlomeno che non abbiano il dissenso, della maggioranza assoluta dei votanti; e che saranno gli elettori a determinare chi, specialmente tra i candidati di aree affini, verrà eletto. Al contempo si favorisce l’allineamento spontaneo e non artificioso dei partiti affini e si scoraggiano le campagne elettorali denigratorie tra partiti tra i quali può avvenire il trasferimento dei voti. Inoltre, ciascun partito –specialmente se minore- potrà propugnare le sue proprie idee senza timore di danneggiare partiti affini.
A questo metodo si potrebbe aggiungere (ma non credo ve ne sia bisogno) uno sbarramento al 5% (con diritto di tribuna per i partiti che piglino almeno l’1%) e/o una piccola quota di deputati nominati (e revocabili) dal Capo di Stato o di Governo eletto dal popolo, che decadano al termine del suo mandato. Lo sbarramento non si applicherebbe nei confronti degli eletti al primo conteggio (ossia, che abbiano riportato il 51% dei voti di preferenza di primo grado), onde garantire la rappresentanza parlamentare dei collegi che si riconoscono massicciamente in partiti o personaggi locali.
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under GENERALI.
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L’EVASIONE NUOCE AGLI ONESTI MA LE TASSE…
L’EVASIONE NUOCE AGLI ONESTI,
MA LE TASSE GIOVANO AI LADRI.
RISPOSTA ALLA GUARDIA DI FINANZA
Il Col. Dino Pagliari, Comandante provinciale delle Fiamme Oro, nella sua intervista pubblicata su La Cronaca di Mantova del 6 Luglio, denuncia innanzitutto la natura culturale del problema dell’evasione fiscale: un circolo vizioso di furbizia e sfiducia, tipico della mentalità italiana. In un paese in cui si sa che tutti o quasi, di fatto, violano le regole (evadono le tasse), a cominciare da chi è alla guida delle istituzioni, come mostra il celebre libro La Casta di Stella e Rizzi, è semplicemente logico violarle per non restare svantaggiati e pagare anche per gli altri. Tanto più che, essendo un po’ tutti a violarle, è improbabile essere puniti. Una logica insuperabile. Come sottolinea giustamente il Col. Pagliari, è un circolo vizioso, anzi un vortice vizioso: chi la fa, l’aspetta; ma chi l’aspetta, cerca di farla per primo!
Da queste corrette premesse deriva una prognosi di sfascio irreversibile.
Primo punto: quel circolo vizioso non riguarda solo gli obblighi fiscali, ma tutte le regole, giuridiche e organizzative. Ossia, la popolazione e la Casta che la governa non credono nelle norme in generale, non si aspettano che vengano rispettate, e non le rispettano. Dato che il rispetto delle norme è l’essenza di ogni organizzazione, gli Italiani non riescono a organizzarsi, a costruire un sistema-paese efficiente, perché ciascuno o ciascun gruppetto si fa gli affari suoi e cerca di fregare gli altri approfittando del potere o delle risorse che si ritrova. Mordi e fuggi. Di fatto, il sistema-paese non funziona o funziona molto male. Così, un corpo in cui le singole cellule si mettessero a comportarsi in modo non coordinato, ciascuna a suo talento: sarebbe non un organismo vitale e competitivo, ma un organismo malato di cancro. Gli italiani non riescono a creare forme organizzative complesse ed efficienti, in grado di reggere la concorrenza globale, perchè vivono (quasi tutti) secondo quella mentalità e la legge del Menga. Questo significa che il sistema paese Italia è, e sempre più sarà, perdente, in un mondo che richiede sempre più alte forme di organizzazione e specializzazione, organismi con un numero sempre crescente di “cellule” sempre più specializzate. Gli italiani riescono ad organizzarsi efficacemente solo a livello rudimentale, in organismi centrati su scopi elementari e mai di lungo termine: le società commerciali, le corporazioni, le cosche mafiose, i comitati d’affari, i vertici dei partiti politici. Forme equivalenti, in termini biologici, a quelle di vermi composti da poche centinaia di cellule. Si può uscire da questa situazione? Si è mai visto nella storia un popolo, che dopo aver perso la fiducia nelle regole e nei valori, sia riuscito a recuperarla? No.
Secondo punto: premesso che tasse e contributi per i dipendenti costituiscono per le imprese un fattore di costo di produzione (ossia, quanto più l’imprenditore deve pagare di tasse e contributi per produrre, tanto più aumenta il costo che deve sostenere per produrre), per molte imprese evadere il fisco è la condizione oggettiva per restare competitive con la concorrenza (soprattutto di paesi con tasse e contributi minimi), per poter restare sul mercato, per non chiudere, per non licenziare. Se venissero costrette a pagare tutte le tasse e i contributi, dovrebbero o cessare l’attività (e magari trasferirsi all’estero) oppure (potendo) scaricare sui loro prodotti il maggior costo di produzione, aumentando i prezzi. Entrambe le soluzioni sono dannose per la collettività. Quindi è semplicistico, demagogico e illusorio dire che sia desiderabile costringere tutti a pagare le tasse. È uno slogan che non tiene conto delle conseguenze. E che dire di quei milioni di italiani che hanno un primo o secondo lavoro in nero? Se il loro lavoro fosse costretto a emergere, costerebbe di più, quindi probabilmente finirebbe. E per quale ragione logica o etica o economica un giovane lavoratore dovrebbe pagare i contributi pensionistici, dato che, per ben che vada, quando andrà in pensione potrà recuperarne solo la metà, poiché che la Casta, per ragioni clientelari, ha concesso pensioni a milioni di persone che non avevano versato o avevano versato poco, per non dire dei falsi invalidi?
Terzo punto: affermare che la popolazione avrebbe vantaggio se non ci fosse evasione, presuppone che i soldi delle tasse siano usati meglio, per gli interessi della collettività, dallo Stato italiano che dai contribuenti. Ma, per gli interessi della collettività, chi usa meglio i soldi: il piccolo imprenditore che li usa per far andare avanti la sua azienda, per mantenere i posti di lavoro, per competere con la concorrenza cinese, rumena, marocchina; oppure la Casta (lo Stato, la Pubblica Amministrazione)? In mano a chi, dei due, i soldi sono più produttivi? La Casta li usa perlopiù per la spesa corrente dell’apparato amministrativo più costoso e inefficiente d’Europa, per aumentarsi gli stipendi, per le sue auto blu (18 euromiliardi l’anno), etc.: il libro di Stella e Rizzo non lascia dubbi. La piccola e piccolissima imprenditoria e il lavoro autonomo sono, al contrario, la struttura portante dell’economia nazionale e del lavoro reale, quella che finora ha salvato il paese. Perché ha potuto evadere.
Quarto punto: non è vero che se pagassero tutti le tasse, la pressione fiscale scenderebbe. Sarebbe vero, se il fabbisogno dello Stato fosse determinato oggettivamente e onestamente. Ma non è così: esso è in buona parte creato ad arte, per scopi precisi. La Casta tende a prelevare in tasse il massimo possibile, e sempre di più, perché usa i soldi delle tasse per arricchire se stessa e per comperarsi il consenso elettorale; gran parte della spesa pubblica è inutile o sprecata. Le tasse che noi paghiamo, in buona parte, sono usate per fini illegittimi. A cominciare da quei circa 90 miliardi l’anno che lo Stato regala agli azionisti privati (in buona parte stranieri) della Banca d’Italia per quei pezzi di carta stampata che sono le banconote e per i relativi interessi sul debito pubblico. Basterebbe una bella revisione dei bilanci della Banca d’Italia e dello Stato, che riflettesse la realtà economica togliendo di mezzo i criteri contabili fasulli che lo Stato concede alle banche, per raddrizzare finanziariamente le cose.
Quinto punto: la Casta aumenta quanto può la pressione fiscale, indipendentemente dai bisogni oggettivi, anche perché quanto più toglie alla gente e alle imprese, tanto più rende la gente e le imprese dipendenti dalla redistribuzione (incentivi, sussidi, assistenza, etc.), cioè dalla benevolenza della Casta stessa. Quindi rende l’una e le altre più obbedienti e sottomesse a sé stessa. Meno capaci di ribellarsi. La Casta riesce a mantenersi al potere nonostante sia tanto palesemente e notoriamente inefficiente e corrotta, proprio perché ha grandi quantità di soldi dei contribuenti da usare per comperarsi voti e supporti anche mediatici. Grazie a questi soldi, quindi, riesce a vanificare i meccanismi (teorici) della democrazia rappresentativa e a restare fissa al potere. È questa l’implicazione principale del libro di Stella e Rizzi: la Casta è il fallimento della democrazia rappresentativa perché legifera e governa in rappresentanza dei suoi propri interessi e a spese del popolo, anziché legiferare e governare per il popolo elettore.
Sesto punto: se la Casta che impone e raccoglie le tasse non rappresenta il popolo e non è possibile sostituirla perché essa si compera i sostegni grazie ai soldi delle tasse di cui dispone e alle leggi elettorali che essa vota a proprio beneficio, allora, in base al principio fondamentale “niente rappresentanza, niente tassazione”, le tasse sono illegittime. Anzi, poiché la Casta ha vanificato il principio della rappresentanza democratica, che è alla base della legittimazione del potere politico, in Italia il potere politico stesso, in base ai principi della nostra Costituzione, è delegittimato.
Si potrebbe continuare, ma è ora di trarre le conclusioni: i mezzi elettorali e i mezzi giudiziari hanno fallito, la Casta rimane dov’è, a rubare e distruggere risorse prodotte dal lavoro dei cittadini. I Francesi avevano una Casta, nota come Ancien Régime, la quale, come la nostra, divorava e distruggeva risorse, gonfiando il debito pubblico e opprimendo la nazione. L’aveva portata alla bancarotta, allo sfascio, all’inefficienza. E i Francesi se la sono tolta dalle spese con la Rivoluzione. Sono insorti, e il colonnello delle guardie regie, al momento giusto, alle Tuileries, non ha fatto sparare sul popolo, ma contro il Palazzo delle tasse e dei debiti. Però gli Italiani non sono i Francesi. Non ne hanno il coraggio, il senso di dignità, di libertà. Non hanno la fiducia nelle regole e la capacità di organizzarsi, necessarie per mettere insieme una rivoluzione. Non sono nemmeno una nazione unica. L’unica via d’uscita da questa situazione, che sia a loro disposizione, e che del resto stanno tornando a praticare, è l’emigrazione verso sistemi-paese più efficienti e più sani.
Non stupiamoci che, in questa fase di declino, la “grande” politica della Casta consista, a parte dalla tassazione, nel privatizzare monopoli di servizi e beni pubblici essenziali (per estorcerci con le tariffe monopolistiche quanto non ci sottraggono col fisco), e nel privatizzare e vendere al capitale straniero le imprese e i mercati strategici (chimica, cantieristica, grande distribuzione, autostrade…). E grandi pezzi della Banca d’Italia. Non stupiamoci che l’azienda Italia segua le sorti delle grandi aziende in crisi che non riescono a risanarsi da sé, e che vengono quindi rilevate, a pezzi, dalla concorrenza.
Non perdiamo tempo a stupirci o in altre cose inutili Perché gli ultimi ad andarsene saranno quelli che alloggeranno peggio. Già 120 miliardi di Euro sono scappati dall’Italia, nel primo anno del Governo Prodi.
Mantova, 12 Luglio 2007
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under GENERALI.
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DEBUNKING – PUBBLICATO DA NEXUS 2007
Il Debunking della Controinformazione
Il debunking non è una cosa a sé, isolata, che si fa per sport. Va analizzato nel suo contesto, compreso secondo le esigenze che soddisfa, studiato nei suoi metodi.
Il debunking consiste nello smontare e confutare, dimostrandone l’infondatezza e la capziosità, teorie e informazioni che vanno contro il pensiero ufficiale o dominante, il mainstream. Il debunking è diretto principalmente a demolire e a screditare come bugiarda o paranoica (delirio di persecuzione) la controinformazione, soprattutto quella tendente a svelare e denunciare “complotti” di gruppi elitari potenti, anche di vertici di istituzioni pubbliche o della grande finanza o industria. Complotti diretti a mettere insieme e impiegare conoscenze, tecnologie, strumenti speciali, spesso segreti, per manipolare il pensiero, le decisioni, i comportamenti della popolazione generale a proprio vantaggio egoistico, economico e/o politico, e a danno della popolazione generale, o perlomeno a limitazione della sua libertà, salute, dignità, possibilità di conoscere la realtà delle cose.
Si constata subito come la suesposta definizione di “complotto” corrisponde semplicemente al marketing e alla propaganda politica, come insegnate e studiate dai testi di marketing e propaganda disponibili nelle librerie, anche se non direttamente insegnate nelle università.
Per capirci, è necessario fare un breve ragionamento economico. Generalmente, l’imprenditore, e soprattutto l’imprenditore industriale e tecnologico, ha bisogno, quindi tende, a produrre e ad assicurarsi una forte, duratura e rigida domanda (la domanda dicesi “rigida” quando varia poco al variare, e soprattutto all’aumentare, del prezzo) dei prodotti o servizi che intende produrre. Ne ha bisogno allo scopo di assicurarsi l’ammortamento degli investimenti (passati, in corso, futuri), di poter pianificare nuovi investimenti, e di guadagnare. Maggiore è l’investimento e il tempo di ammortamento, maggiore è questo bisogno. L’artigiano tradizionale (il calzolaio, il fornaio, il fabbro) investe poco, rischia poco, ammortizza presto, ha pochi costi fissi. Quindi può tranquillamente aspettare la clientela, la domanda. Non ha bisogno di produrla. L’industriale che investe molto è invece nella condizione opposta.
L’ideale è conquistare una stabile posizione di monopolio, che consente di massimizzare i ricavi (alzando i prezzi), quindi di accelerare l’ammortamento e di accrescere i profitti. Per questo si dice ogni imprenditore vorrebbe il libero mercato per gli altri, e il monopolio per sé. E’ un interesse oggettivo, non una scelta etica.
Per capirci meglio, facciamo un esempio: se vogliamo produrre industrialmente aeroplani militari, da vendere ovviamente a governi, dobbiamo investire (rischiare), diciamo, 5 miliardi di Dollari in spese di ricerca, progettazione, impianto produttivo, personale, macchinario, materiali. Abbiamo necessità, quindi, di contare su una domanda futura di aeroplani militari prodotti da noi. Il nostro investimento si ammortizzerà in non meno di 15 anni. Un concorrente che arrivi sul mercato con aeroplani migliori o meno costosi dei miei, ci farebbe perdere l’investimento. Una evoluzione pacifista nella politica dei governi costituenti la nostra clientela porterebbe a un crollo della domanda dei miei prodotti, e anche tale evento ci farebbe perdere il nostro investimento. Quindi, se non vogliamo perderlo e se vogliamo guadagnare, dobbiamo organizzarci in modo da prevenire il realizzarsi dei due eventi distruttivi per il nostro business: la concorrenza e la pace.
Poiché il nostro budget imprenditoriale, il rischio, è di 5 miliardi di Dollari, possiamo destinare una grossa somma, diciamo 1 miliardo, alla prevenzione della concorrenza e della pacificazione.
Come procederemo, quindi, prima ancora di attuare l’investimento?
Innanzitutto, cercheremo alleanze con imprenditori che condividano i nostri interessi – come produttori di missili e bombe, di sistemi d’arma, di avionica, di navi militari, di carri armati, etc.- per fare una lobby degli armamenti e un pool di risorse finanziarie, in modo che al nostro miliardo di dollari se ne aggiungano altri cento.
Con questa somma potremo condizionare la politica – sovvenzionare i candidati portatori di un forte programma di spesa per gli armamenti; comprare gli eletti; montare scandali contro leaders pacifisti; corrompere i politici affinché comperino i nostri prodotti anziché quelli della concorrenza, potenziale o attuale che sia; possiamo condizionare gli information media (giornali, riviste, editori, pubblicisti, scrittori) e gli entertainment media ( produttori cinematografici) – in modo che diffondano una cultura di allarme e bisogno di protezione; possiamo sovvenzionare università e ricercatori affinchè producano studi scientifici e analisi da cui risulti che il mondo va verso un clima di instabilità e guerre; possiamo pagare agenti che organizzino incidenti – quali attentati, rapimenti, assassinii- idonei a suscitare conflitti, paure, tensioni, quindi propensione ad accettare un aumento della spesa per la difesa.
Ovviamente, abbiamo anche interesse a che l’opinione pubblica non si accorga, non sia informata, dei nostri interessi e delle operazioni che compiamo per proteggerli e portarli avanti. Pagheremo, per mantenerli nascosti. Il capitale dell’industria degli armamenti è anche nell’industria chimica, elettronica, automobilistica, alimentare. Quindi condizioniamo i mass media (quando addirittura non li possiede direttamente), che vivono degli introiti pubblicitari, dicendo “Se volete che continuiamo a comperare spazi pubblicitari nei vostri giornali o nelle vostre trasmissioni, la vostra linea editoriale deve sostenere i nostri interessi industriali e non deve ospitare idee e informazioni contrarie ad essi, anzi, alla bisogna deve screditarli, smontarli (debunk), pubblicando opportune confutazioni.”
Ho fatto un esempio con l’industria degli armamenti perché è il più completo tra quelli facilmente comprensibilii (un esempio con le banche e la moneta sarebbe ancora più completo, ma molto più complesso da spiegare, richiederebbe un libro – v. Euroschivi.
All’inizio del 2001, dopo il crollo borsistico del 2000, l’economia, la domanda interna soprattutto, ristagnavano. Le precedenti policies monetarie (ribassi dei tassi, ampliamento del credito) e fiscali (restituzione del surplus finanziario ai contribuenti, incentivi vari) non sono servite. Bisognava stimolare l’economia con la spesa pubblica, in senso keynesiano: la spesa pubblica finisce nelle tasche delle imprese appaltatrici e subappaltatrici, in quelle dei lavoratori, dei fornitori, etc., e tutti possono spendere di più, così generano più domanda, e l’economia riparte. Ma per organizzare ed eseguire una grossa spesa pubblica occorrono anni di progettazioni, autorizzazioni, gare di appalto, mentre la grave situazione richiedeva invece un intervento urgente. Tuttavia si sa anche che c’è un tipo di spesa pubblica che si può fare rapidamente: quella militare, la quale, con l’entrata in guerra a seguito dell’attacco di Pearl Harbor (che ora si sa istigato, previsto e voluto da Washington per creare consenso popolare all’entrata in guerra), già fece uscire l’economia statunitense dalla depressione seguita al crollo del 1929. Però dovevamo renderla accettabile, anzi desiderabile, all’opinione pubblica, ai contribuenti. Supponiamo di avere allora organizzato ed eseguito l’attacco alle Torri Gemelle per rilanciare le spese governative per armamenti. La cosa funziona, come Pearl Harbor. La nazione è indignata, inorridita, impaurita. Chiede difesa. La spesa pubblica riparte, ripartono gli investimenti e la produzione, il sistema-paese ritrova slancio. Iniziano campagne militari, con forte consumo di munizioni, bombe, missili, vettovaglie, etc. Il p.i.l., che è calcolato sulla spesa ai costi di mercato, ascende. La disoccupazione cala.
Ecco che, nel bel mezzo di questa ripresa, si fa avanti qualcuno con un insieme di elementi probatori o indiziari che rischia di disturbare la convinzione che abbiamo prodotto nell’opinione pubblica, scoprendo ciò che abbiamo fatto. E magari aggiungendo che il particolato tossico emesso dagli incendi ha causato ad oggi 400.000 malattie mortali, respiratorie e degenerative, nella popolazione di New York. A questo punto, è logico che noi cerchiamo di neutralizzare questa minaccia della controinformazione, anche se è una minaccia modesta, rispetto alla forza e all’estensione dei processi che abbiamo messo in moto nella società, nell’economia, nella mente collettiva. Una volta che una convinzione forte, a livello morale e biologico, abbia fatto presa sulla mente collettiva e stia producendo un comportamento collettivo, la semplice conoscenza razionale della falsità di quella convinzione ha poco o punto effetto sul comportamento collettivo, soprattutto perché quella convinzione è diventata essa stessa un fattore di integrazione sociale e di creazione di valori. D’altronde, il grado di efficacia di un input sul comportamento e sul grado di “verità” che il suo contenuto informativo assume nei soggetti, è funzione della forza emotigena di cui è caricato. Inoltre, la carica emotigena dell’input dato dalla apocalittica scena delle Torri Gemelle brucianti e agonizzanti è infinitamente superiore a quella di una semplice informazione o controinformazione. Essa si trasmette ai commenti e ai giudizi che accompagnano quella scena e insieme attiva nella psiche un mode funzionale regressivo, emotivo e non critico, ideale per la propaganda mirata a convincere il popolo che è sotto attacco di un prestabilito nemico e che bisogna distruggerlo.
Non sempre saremo tanto agevolati, nella nostra opera di gestione della mente collettiva, come nel caso delle Torri Gemelle. Raramente la propaganda o il marketing possono avvalersi della forza emotigena di un fatto tanto apocalittico e impressionante. Non di rado la controinformazione sarà molto più efficace e pericolosa per la gestione della mente pubblica. Talvolta, come nel caso del riscaldamento globale e dei gas serra, o delle inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq, o degli inesistenti rapporti tra Saddam Hussein e Al Quaeda, si deve fronteggiare una controinformazione che a sua volta si avvale di un’immagine molto positiva, etica, ecologica, pacifista, e che si diffonde molto più facilmente che la controinformazione sull’11 Settembre. Altre volte la controinformazione non riesce a raggiungere numeri preoccupanti di persone, pur disponendo di efficacissime prove filmate della falsità delle tesi della propaganda, come sta avvenendo con la o.n.g. Etleboro, che sul suo sito offre prove schiaccianti della falsità delle accuse e dei documentari sulle pretese stragi e atrocità dei Serbi ai danni di musulmani di Bosnia ed Erzegovina.
Tornando a noi, dobbiamo ora reagire alla controinformazione sull’11 Settembre. Per farlo, ci occuperemo poco delle minoranze colte e critiche, che leggono i libri. Inibiremo essenzialmente la divulgazione, anche nella stampa medica e in internet, dei dati sui 400.000 malati. Ci preoccuperemo soprattutto della popolazione generale, che non è raggiunta dai libri, ma dalla televisione e dai quotidiani più diffusi. Quindi innanzitutto, cercheremo di bloccare la divulgazione della controinformazione su tv e quotidiani, usando le ‘leve’ già descritte.
Se però la controinformazione riesce in qualche modo a diffondersi a una parte rilevante della popolazione, allora sarà necessario reagire con un adeguato debunking, ovviamente orientato soprattutto alla gestione della popolazione generale. Vedremo presto come.
Orbene, tutto questo altro non è che business. Strategia imprenditoriale e finanziaria. Che si continua nella strategia politica. E in cui sfruttiamo a nostro beneficio il nostro vantaggio informativo, tecnologico, finanziario, politico, ma soprattutto di consapevolezza dei processi mentali, di razionalità dei processi valutativi e decisionali, rispetto alla popolazione generale. Il business, col passaggio dall’artigianato e dal commercio locale all’industria, alla produzione in serie, ai grandi investimenti di lungo ammortamento, ha iniziato ad aver bisogno, e bisogno assoluto, di produrre la domanda, di manipolare la mente pubblica, la politica, la democrazia. Senza questa manipolazione, non vi sarebbero la società dei consumi, tutta la ricchezza e abbondanza di cui disponiamo, tutta la tecnologia che ci riempie le case, che si basano sulla ricerca e sulla produzione industriale in serie, in grande scala. E tutte le elezioni a cui siamo chiamati. Ciò è stato capito, analizzato, enunciato e tradotto in strategie da oltre cent’anni. Già Edward Bernays, nel suo celeberrimo ma poco pubblicato saggio del 1929, Propaganda, lo spiega molto chiaramente, come prassi già in atto e consolidata. Il grosso della psicologia, della ricerca e degli investimenti e dell’attività in campo psicologico, ha precisamente questo scopo. La psicologia come popolarmente intesa – la psicoterapia, la psicoanalisi – e quella insegnata nelle università, è solo marginale, quantitativamente e qualitativamente.
A questo punto abbiamo contestualizzato e definito il debunking: esso è una componente indispensabile nello strumentario della gestione della mente pubblica e dei comportamenti di massa nella società ricca, industrializzata e democratica.
Resta da vedere come si attua il debunking.
Premettiamo che la formazione dell’opinione pubblica, della percezione, dell’interpretazione, dell’accettazione della realtà e dei valori da parte del pubblico, è prodotta largamente dalla televisione e da pochi altri information media, e in misura trascurabile dalla conoscenza personale o ricevuta da altre persone. Il telespettatore è solo davanti allo schermo, il lettore è solo davanti al tabloid. Il flusso di informazioni è unidirezionale, top-down, senza scambio: dallo schermo e dalla pagina del mass media al cervello del singolo. Il messaggio è trasmesso alla massa, ma raggiunge ciascuno singolarmente e unidirezionalmente. Ciò è stato definito da Noam Chomsky “individualismo di massa”. Individualismo, perché siamo soli davanti allo schermo o al tabloid e riceviamo molta più informazione da essi che dagli scambi sociali. Di massa, perché i mass media trasmettono, appunto, alla massa, in modo uniformato e uniformante informazioni prese da fonti governative nazionali o dalle poche e oligopolistiche agenzie di informazioni dominanti (come Reuters o Ansa). Pochi direttori osano, su temi delicati, prendere notizie da altre fonti.
Da questa situazione discende che, se la maggioranza dei cittadini ha un convincimento o una volontà contrari a quelle sostenute dalla politica e dai mass media (ad esempio, ritiene che l’occupazione dell’Iraq sia illegittima, immorale, basata su accuse false e finalizzata allo sfruttamento del petrolio di quel paese), purtuttavia ciascuno dei cittadini che compongono quella maggioranza riceverà, dai mass media, una realtà rappresentata, in cui tutti sanno, e nessuno dubita, che l’Iraq ha armi di distruzione di massa, che collabora con Al Quaida; tutti sono doverosamente patrioti, cantano e pregano insieme, solidali col governo e coi “nostri ragazzi che combattono laggiù per la nostra sicurezza e la democrazia.” Quindi, amenoché possa accedere ai sondaggi di opinione e attivare un mode cognitivo razionale e non emotivamente condizionato, si sentirà come un cane in chiesa, isolato, colpevole, diverso. Non avrà la cognizione di essere maggioranza. La maggioranza contraria all’occupazione non saprà… di esistere.
Ma anche questa struttura della formazione dell’opinione pubblica non è, evidentemente, sufficiente e completa.
Occorre attivare ulteriori misure, come il debunking.
Per il debunking, gli strumenti abbondano. Si tratta, sostanzialmente, di una selezione mirata dei medesimi strumenti della sofistica, della retorica, della pubblicità della propaganda, che si trovano descritti nei trattati di queste discipline. Sofisti come Gorgia erano lautamente pagati proprio per tali prestazioni. Le Institutiones Oratoriae di Quintiliano sono un classico di tecnica dialettica e persuasiva, ed erano un libro di testo nell’antichità romana e medievale. L’Arte della Polemica di Arthur Schopenhauer è un prontuario di tecniche controargomentative. Finché l’istruzione è rimasta privilegio delle classi governanti, i rampolli di tali classi sono stati addestrati a persuadere di una tesi e poi del suo contrario, quindi sia a suggestionare gli altri che a resistere alla manipolazione e all’indottrinamento. Quando la scuola è divenuta popolare, naturalmente è stata privata di queste materie di insegnamento, perché il popolo deve restare manipolabile. Le relative tecniche si insegnano ancora, ma altrove e a pagamento.
Vediamone alcune tra le più pertinenti al debunking.
Prima di tutto, la controinformazione sostanzialmente evidenzia i veri scopi (profitto e potere) che stanno dietro a scelte politiche ed economiche, smentendo la giustificazione ufficiale, in chiave etica, di queste medesime scelte. Quindi, per un efficace debunking, preliminarmente e preventivamente occorre far sì che la gente non pensi agli atti politici, legislativi, istituzionali e, se possibili, industriali, come ad atti aventi fini economici egoistici (non dichiarati). La gente non deve pensare che siano moventi economici a guidare le scelte dei governanti e delle grandi corporations. Non deve imparare a interpretarle in quella chiave. Deve essere educata e indotta e sempre richiamata a interpretarli in chiave etica, affettiva, ideologica, religiosa (qualsiasi cosa tranne che il business) – come se fossero ispirati da sentimenti di solidarietà, di doverosità, di onorevolezza, di amicizia, di dignità, di devozione. Le figure di potere agiscono per il bene di coloro su cui hanno potere, secondo il modello genitori-figli. E’ ciò che dà loro autorevolezza e legittimazione. Nel farlo, rispettano e fanno rispettare le regole. Esse sono genuinamente interessate al rispetto delle regole e desiderano genuinamente punire che le viola. Inoltre, i loro atti mirano ad aumentare l’eguaglianza sociale, non mai ad aumentare le diseguaglianze (i vantaggi in termini di potere e di strumenti tecnologici) in favore dei governanti stessi. Soprattutto, non mirano mai a nascondere verità o informazioni né a mentire su di esse alla nazione. Chi pensasse diversamente, è come se pensasse tali cose dei propri amati genitori, è come se pensasse che il suo babbo volesse derubarlo e che la sua mamma si fosse sposata e stesse con lui solo per denaro; dovrebbe perciostesso vergognarsi e tacere, come farebbe uno che effettivamente avesse tali genitori.
In effetti, spiegare e spiegarsi una policy in termini eroici o etici o ideologici è molto più semplice, discorsivo, bello, emotivamente gratificante, che analizzarla in freddi termini economici, ricercando dati matematici, partecipazioni incrociate, informazioni scientifiche. Anche perché riportabile alle esperienze relazionali umane, familiari, della vita personale. E perché ci consente di “proiettare” meglio le nostre emozioni e motivazioni sugli atti e sulla vita di personaggi che pensano, decidono e agiscono in un contesto che, in fondo, la popolazione generale immagina senza poter conoscere, e che cerca di “tirar giù” nei propri schemi interpretativi.
Questo esempio mostra diversi strumenti all’opera:
-educazione al pensiero acritico e depistaggio dall’indagine di realtà;
-seduzione alla chiave interpretativa più facile, gratificante, espressiva, umanizzante, da applicarsi a processi molto più complessi e impersonali;
-evocazione di conflitti tra il contenuto demistificante della controinformazione e costrutti consolidati, affettivi, rassicuranti, integranti (con sé, con società, con la famiglia), corroborati dall’agito abituale e collettivo, come quelli pertinenti alla famiglia, ai genitori, alla patria, alla lealtà;
-colpevolizzazione del prestar fede a chi tocca e “sporca” la consacrazione delle figure eroicizzate, santificate: genitori, presidente, pompieri (impegnatisi generosamente ma poco utilmente nelle Torri Gemelle, poi quasi tutti morti), dei militari morti come eroi in Afghanistan e Iraq, etc.;
-suggestione che, prestando fede alla versione divergenti, ci si renda diversi e socialmente esposti ed evitati come traditori degli interessi nazionali o addirittura alleati de facto del nemico.
Questi strumenti, che già operano in via preventiva, possono essere facilmente convertiti e usati per il debunking, per far sentire il messaggio controinformante come a)inutilmente complesso, cervellotico, astruso, arido; b)delirante, del tipo “delirio di persecuzione” (che peraltro non può escludersi come possibilità), quindi malato, stupido, perdente; c)sporco, infame, proditorio, antisociale, contagioso, isolante. Forniremo quindi alla popolazione generale una versione che, anziché suscitare i conflitti di cui sopra, si allei e si rinforzi mutuamente con tutte le convinzioni e i valori consolidati, e che inoltri appaghi il bisogno incomprimibile dell’uomo comune di darsi sempre una spiegazione dei fatti, anche quando non è in grado di capirli e spiegarli. L’uomo comune, non specificamente educato e formato, fa molta fatica a dire “so di non sapere”, “sospendo il giudizio”, “mancano dati”, “forse le cose stanno in questo modo, forse in un altro completamente diverso”. L’uomo comune individua subito il vero e il falso, il giusto e il torto, l’amico e il nemico. Un’informazione culturalmente onesta, al contrario, frequentemente dichiara i propri limiti, i propri dubbi, i propri “non si sa”, la debolezza del proprio pensiero, la provvisorietà delle proprie verità. La mente pubblica vuole invece certezze e definitività. Respinge la sospensione del giudizio e la relatività del giudizio. Più i temi sono importanti ed emotigeni, più preferisce ed esige un’informazione culturalmente disonesta ed è attratta da chi offre certezze con linguaggio categorico e connotazioni morali.
Il debunker, come in generale l’esperto di propaganda e marketing, a differenza dell’uomo comune, è professionalmente al corrente di questa e di molte altre caratteristiche, di molti punti deboli, di molte fallacie tendenziali della mente umana; e adopera consapevolmente queste sue conoscenze per i fini dei suoi committenti, sa dove mettere le dita.
L’uomo si crede, perché così gli si insegna a pensarsi, di essere consapevole dei propri processi e fattori di interpretazione della realtà, di scelta dei valori, di presa delle decisioni. Non è così. Quei processi e quei fattori sono perlopiù inconsci. La manipolazione mentale, di cui il debunking è una forma, e la pubblicità commerciale un’altra, interviene su di essi e lo fa a livello inconscio per produrre i comportamenti desiderati, di adesione a valori, verità ufficiali, etc. L’uomo non sa a causa di che cosa comperi un prodotto di una certa marca o con un certo design, piuttosto che un altro. O perché voti per un certo candidato piuttosto che per un altro. Ma l’esperto di propaganda lo sa. (v. Clotaire Rapaille, Il codice nascosto, Nuovi Mondi Media, 2006): egli stesso ha congegnato quel fattore causale. Ha elaborato il design del PT Cruiser, ad esempio, perché esso corrisponde al codice culturale inconscio degli americani per “automobile”, e la domanda di PT Cruisers è subito balzata oltre la capacità produttiva della fabbrica.
Il debunker sa che tutti hanno emozioni e pensieri, alcuni pensano, pochi ragionano, pochissimi discernono quando stanno pensando razionalmente, da quando stanno fantasticando o associando o vivendo stati emotivi; ancora meno ne tengono conto, nel senso di tener presente, agli effetti dell’aderenza alla realtà, che stanno vivendo un’idea come bella, buona, reale, rispondente ai loro bisogni (ad es., l’idea di un amore, o di un messaggio religioso), ma che tutto ciò non costituisce alcuna dimostrazione che quell’idea corrisponda alla realtà oggettiva, e che non è idoneo a supplire alla mancanza della prova oggettiva della verità di quell’idea. Sull’uomo comune quei vissuti soggettivi hanno l’efficacia di prova oggettiva; mentre l’idea di che cosa sia il dimostrare, e quindi il non dimostrare, non è realmente presente alla sua coscienza e attenzione.
Inoltre, quasi nessuno è conscio di come il suo stato di umore ed emotivo modifica la sua penetrabilità alla manipolazione, alla suggestione della propaganda. I venditori, i predicatori televisivi e i gestori dei culti organizzati che fanno proselitismo ne sono molto consci e ne fanno un uso massiccio. Sanno che, se si riesce a indurre un’elevazione del tono dell’umore, a creare un sentimento di giocosità, di rilassatezza, o di aspettative di successo, o di grazie divine, etc., sarà più facile indurre la persona comune a comperare, a firmare un contratto, ad accettare di condividere una fede e una pratica religiosa. Anche la stanchezza, il tedio, la paura attenuano le capacità critiche e le resistenze delle persone al condizionamento.
Insomma, il debunker sa che ciò che fa sì che una tesi faccia presa e sia vissuta come reale non è la sua dimostratezza, ma la sua forza gratificatrice. La completezza del quadro probatorio, la rigorosità delle deduzioni logiche, la correttezza del loro concatenamento, le basi scientifiche e documentali sono secondarie. Anzi, spingere le persone ad eseguire un consapevole e critico esame di queste cose, comprendente il vaglio delle ipotesi alternative e degli indizi contrari (esame che invece costituisce il metodo professionale dell’operatore scientifico e del giudice) può essere controproducente, perché nella gente comune suscita noia, stanchezza o desta tendenze critiche latenti.
Perciò il debunker attacca la controinformazione con messaggi semplici, discorsivi, prevalentemente diretti al livello emotivo, con “ganci” diretti all’inconscio, piuttosto che con la logica e le dimostrazioni. Componenti, “spezzoni” di logica e di scientificità vengono inseriti, ma non come struttura portante, bensì per evocare una sensazione di razionalità scientifica del messaggio stesso, per dare un’impressione, una vernice di autorevolezza e oggettività – in funzione, ossia, di testimonials (come, nella réclame per un dentifricio, un riferimento ai dentisti del tipo “il più raccomandato dai dentisti”). Ovviamente, anche veri e propri testimonials possono essere impiegati.
Per contro, spesso questi messaggi mirano a screditare la fonte e l’autore della controinformazione sul piano morale o con insinuazioni di immoralità ideologica o di affiliazioni “appestanti” coi terroristi o coi nazisti o coi fascisti o coi comunisti – si pensi al debunking del revisionismo o del negazionismo.
Soprattutto, forse, il debunker tiene presente che, a sua volta, l’adesione popolare alla controinformazione è essa pure dovuta non tanto alla forza probatoria e logica degli argomenti dei controinformatori, ma a fattori emotivi: al gusto per la dietrologia, per il pettegolezzo, per lo smascheramento dei complotti. Il cittadino si sente, complessivamente, ingannato, disinformato, manipolato, sfruttato. Ma non ha gli strumenti per capire come, per uscire da questa situazione. Quindi è risentito, frustrato. Perciò è recettivo, bramoso di rivelazioni, di scandali, di controinformazione, di dietrologia. Di rivalsa. Offriamogli una bella teoria del complotto, più o meno dimostrata, più o meno vera, più o meno fantascientifica o magica, e avremo buone chances di far presa su questo o quel sottogruppo sociale.
Però questo meccanismo può anche essere rivolto dal debunker contro il contro la controinformazione. Il medesimo gusto della controinformazione, dello smascheramento, dello sputtanamento, può essere provato anche a spese del controinformatore, quando si scopre che anch’egli è un mentitore, un manipolatore. Anche questa scoperta è gratificante. Ancor più se essa lo riconcilia col sistema, coi valori e le verità ufficiali, del mainstream, riportandolo “a casa”, “in famiglia”, “in patria”, dopo un’escursione proibita.
Smascherare lo smascheratore, sputtanare lo sputtanatore, è una dinamica che abbiamo visto all’opera anche durante Mani Pulite, una campagna di smascheramento della sporcizia e dell’illegalità dei politici, dalla quale però nacque una contro-campagna: Toghe Sporche. Alcuni magistrati-simbolo di Mani Pulite, e soprattutto il dr Antonio di Pietro, furono a loro volta indagati e inquisiti per gravi ipotesi di reato. Le loro vite, i loro vizi privati, furono esposti dai mass media e avidamente divorati dall’opinione pubblica. Anche se i magistrati inquisiti furono, più o meno credibilmente, assolti o prosciolti, l’indice di fiducia popolare nei magistrati crollò al 20% circa – un livello inferiore a quello che mediamente gli avvocati giudicano corrispondente alla realtà.
L’approdo estremo del debunking, che pare sia raggiunto in Italia, è quello di portare lo smascheramento degli smascheratori alle estreme conseguenze, ossia di portare l’opinione pubblica alla conclusione che tutto è marcio, tutti mentono, tutti ingannano, tutti fregano, tutti sono disonesti; che la verità non si potrà mai sapere; e che quindi è moralmente giustificato fare l’unica cosa razionale in un cosiffatto contesto, ossia arrangiarsi, infischiarsi di tutto e di tutti, fregare gli altri e la società ogniqualvolta sia possibile. Questa idea, soprattutto in Italia dove vi è una cultura nazionale del chiagni (piangi) e fotti, specificamente predisponente, sia perché legittima la frode, l’immoralità, il menefreghismo; sia perché razionalizza la pigrizia mentale di chi non vuole impegnarsi nell’indagine della realtà e di sé stesso; sia e ancor più perché discolpa l’insuccesso: grazie ad essa, chi nella vita si sente fallito, trova una spiegazione attraverso una decolpevolizzazione propria e una colpevolizzazione degli altri. Forse anche un riscatto del proprio valore perduto: nel vittimismo.
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Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under GENERALI.
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SOGNO DI UNA BORSA DI MEZZA ESTATE
TUTELARSI DA MERCATI E GESTORI
L’analisi delle ultime e non ultime traversie borsistiche va fatta su almeno tre livelli di penetrazione e di ricerca delle cause:
Causa superficiale: le autorità di controllo sul credito (banche centrali) e sulla borsa “chiudono un occhio”.
Si dice che la causa della flessione borsistica mondiale di questo Agosto 2007 sarebbero le diffuse insolvenze nei mutui immobiliari subprime (a rischio) negli USA – crisi di cui si parla da circa un anno. Bene, ma allora dov’era la Federal Reserve Bank? Vigilava o non vigilava sulle aziende di credito che concedevano mutui troppo facili in tanto grande misura, per poi cederli frazionatamente a terzi con congrua svalutazione (cioè a molto meno del loro valore nominale), indice della loro mala fede? Peraltro questo tipo di cessioni a progressiva svalutazione è prassi corrente negli USA, per creare liquidità dal nulla. Si sappia che la Fed è di proprietà di banche e assicurazioni private esattamente come la Banca d’Italia, quindi è proprietà degli stessi soggetti che dovrebbe, nell’interesse della collettività, trattenere dal commettere abusi. È quindi da attendersi che simili istituzioni pseudo-pubbliche facciano gli interessi dei propri proprietari e non quelli della comunità, e che lascino accadere certe cose, anzi le coprano o le favoriscano. Come dicesi sia accaduto con Enron, Halliburton, Parmalat, Cirio, Argentina, WorldCom.
Causa più profonda: operazioni di signoraggio creditizio o secondario da parte della comunità dei banchieri.
La comunità dei banchieri, centrali e non, ha costruito negli ultimi anni una crisi di liquidità, concedendo dapprima mutui facili a tassi bassi, e poi rialzando vigorosamente i tassi, così da drenare liquidità dal mercato perché i loro debitori ultimamente devono usarne di più per pagare gli interessi e gli imprenditori possono procurarsi meno liquidità; meno liquidità disponibile significa meno liquidità non solo per gli investimenti ma anche per i pagamenti, quindi più insolvenze; più insolvenze comporta abbassamento dei ratings di molte società e ulteriori insolvenze a catena, quindi ulteriori restrizioni del credito, della liquidità, fallimenti, esecuzioni coatte, svalutazione dei collaterali. Le banche creano questa situazione sia per poter acquisire a basso costo i collaterali e le stesse imprese indebitate, sia per premere le imprese a indebitarsi maggiormente ai tassi ultimamente innalzati, fornendo ulteriori collaterali. In ciò la violenza si unisce all’inganno, poiché le banche, che non hanno reali riserve in valuta legale o in oro, concedono credito mediante emissione di promesse di pagamento (fideiussioni, lettere di credito, assegni circolari, etc.) di denaro legale (contante, hard money) che non hanno, e che sono coperte solo dalle promesse di pagamento che le banche ricevono dai loro clienti o da depositi sempre dei loro clienti, depositi che costituiscono un debito per le banche depositarie, si ha, in sostanza, che le banche fanno prestiti putativi di denaro che non hanno ma lasciano intendere di avere, e su questo denaro, che non hanno e non danno, percepiscono gli “interessi” (che tali non sono perché l’interesse presuppone la dazione di un capitale), il cui tasso aumentano con pretesti a loro comodo attraverso le banche centrali (cosiddette “Autorità Monetarie”) da loro possedute e controllate. Questa operazione di estrazione di ricchezza dalla società produttiva in cambio di finti prestiti di denaro putativo inesistente creato illusoriamente e a costo nullo, è l’essenza del signoraggio creditizio.
Tre cause di fondo: i credit derivatives fuori controllo, il signoraggio del Dollaro USA, e i Crimi-dollari.
I mercati finanziari sono instabili perché su di essi incombe un’immensa massa di titoli derivati (credit derivatives), che assorbono buona parte dei risparmi, e che sono denominati in Dollari USA – una massa pari a oltre otto volte il pil sommato di USA, Canada, Europa e Cina (V. Uckmar, MF 14.08.07 pag. 6). Questi titoli sono sostanzialmente privi di ricchezza reale sottostante, perché rappresentano solo indici di borsa, oppure crediti inesigibili – e questa è la prima causa di fondo. Ma già il fatto di essere “denominati in USD” equivale a “denominati in carta straccia”. Perché gli USA (la Federal Riserve Bank Corporation) da decenni comperano le risorse del mondo intero a costo nullo per essi, mediante la stampa e l’emissione di immani quantità, non limitate da alcuna regola, e non trasparenti, di Dollari non coperti da nulla – ultimamente nemmeno da un’economia produttiva forte, nemmeno da un esercito capace di realizzare efficace conquiste di un paese petrolifero come l’Iraq, o di uno eroinifero, come l’Afghanistan. E con un disavanzo delle partite correnti fuori controllo (intorno al 7%), così come la crescita del debito interno, che supera il 300% del pil, per non parlare dell’indebitamento privato. Agli USA il gioco ancora riesce perché sfruttano la circostanza che il Dollaro, di fatto, è accettato in quasi tutti gli scambi internazionali, ed è imposto ai paesi petroliferi come unico mezzo di pagamento del petrolio, sotto pena di invasione, come nel caso dell’Iraq. Ma riesce sempre meno: molti paesi stanno vendendo le loro riserve di dollari per sostituirle con Euro e altre valute. L’esistenza di una simile anomalia sui mercati, ossia di un grosso soggetto come gli USA che compera tutto, anche la politica degli altri paesi, stampando carta, dipersè distorce i mercati di tutto il mondo – e questa è la seconda causa di fondo.
La percezione del vuoto che sta dietro questi enormi valori mobiliari in derivati (su cui si concentra la speculazione degli hedge funds) e dietro il Dollaro – percezione incipiente tra i risparmiatori, strisciante tra gli operatori, sempre presente tra i banchieri – destabilizza strutturalmente le borse.
Su 10.000 hedge funds (Uckmar, cit.), ben 6.000 hanno sede nella Cayman Islands, dove gli USA garantiscono il segreto assoluto, persino dalle indagini giudiziarie. Le Cayman Islands sono il crocevia dei traffici finanziari delle multinazionali, del commercio di droga, armi e altro, sicché i mercati dipendono dai cicli di questi grandi flussi oscuri di cui gli analisti non trattano. E ancora, del signoraggio bancario, ossia dei guadagni bancari da creazione di moneta e credito, guadagni non segnati in bilancio grazie alle vigenti regole contabili, e che le banche stesse possono riciclare trasferendoli nel segreto della Cayman Islands (in televisione abbiamo esibito uno statement di una banca delle Cayman, dichiarante i conti neri colà aperti da alcune primarie banche italiane); anche questi flussi non sono considerati ufficialmente dagli analisti, ma condizionano i mercati – e questa è la terza causa di fondo.
Ci si può aspettare che, un bel giorno, si diffonda tra gli operatori e i gestori dei fondi l’insight che i credit derivatives in cui han messo buona parte dei soldi dei loro clienti sono il nulla, carta straccia, e che essi si precipitino a svenderli per passare all’investimento in ricchezza reale, ossia in azioni dei settori non finanziari, e non denominate in Dollari. Vi sarebbe allora un’impennata di questo settore, e probabilmente un successivo crollo per prese di beneficio. Allora il sogno estivo delle borse finirebbe, e seguirebbe un lungo e salutare inverno.
Perché i fondi, i consulenti e i gestori finanziari tradiscono i loro clienti; e quale dovrebbe essere la loro etica professionale
Con queste premesse, si capisce facilmente perché le gestioni finanziarie falliscono, tradiscono, danneggiano i loro clienti. E perché sono, quasi sempre, colpevoli di questi danni. Questi soggetti, infatti, sanno benissimo (tranne quelli dei livelli inferiori) che esistono quei precisi fattori determinanti e critici per l’andamento delle borse, ma non li spiegano mai ai loro clienti nella loro attività di consulenza, né quando commentano gli andamenti. Questi fattori sono, ripeto:
1)che il Dollaro USA non ha più basi di valore reale e sta perdendo quelle di valore putativo;
2)che i derivati finanziari (perlopiù denominati in Dollari USA) sono il vuoto;
3)che l’andamento dei mercati dipende dai movimenti di flussi enormi di denaro occulto: a)il signoraggio, stimabile in circa 100 volte gli utili dichiarati dalle banche; b)i crimi-dollari dei traffici di droga, armi etc.
Dare consulenza e gestione dei risparmi altrui senza tener conto di queste realtà, è come pretendere di praticare la medicina fingendo che non esistano virus e batteri.
È così potuto accadere questo: una delle più importanti e serie istituzioni finanziarie, la JPMorgan, ha fatto subire ai suoi clienti, sul suo fondo di punta del 2007 (il fondo JP Highbridge), incentrato su credit derivatives, finanza creativa etc., perdite di oltre il 10% nell’ultimo mese dopo averlo presentato con la caratteristica dell’ “absolute return” (ossia, rendimento modesto ma sicuramente positivo e completamente decorrelato rispetto agli indici dei mercati azionari).
Il crollo di borsa di questo Agosto 2007 è un crollo derivante, appunto, da quei tre frattori.
Di queste realtà, promotori e gestori parlano solo se e quando è il cliente a parlarne per primo, se il cliente dimostra di essere consapevole. Altrimenti fanno finta che non esistano e di non conoscerne l’esistenza. Celano dati fondamentali e rilevanti a loro conoscenza. Poiché però essi, per legge e per contratto, hanno il giuridico dovere di informare i clienti su tutte i fattori rilevanti, essi, violando questo dovere, sono legalmente responsabili dei danni che il cliente avrebbe potuto evitare se debitamente da loro informato.
Consigli per i risparmiatori e per i lavoratori che hanno affidato il tfr ai fondi gestione: come fare concretamente per tutelarsi
A questo punto, il risparmiatore avrà già intuito come deve comportarsi, per tutelarsi in un mondo che è, per sua natura, ingannevole se non fraudolento, e che, se va bene, campa sulle convinzioni erronee della gente. Dovrà, semplicemente, imparare questo articolo e farlo leggere al suo promotore, al suo banchiere, al suo gestore, e chiedere di prenderli posizione, per iscritto, facendogli presente che considerare quei tre fattori è essenziale per la sua etica e per la sua credibilità. Se quello eviterà il confronto, il risparmiatore potrà notificargli, a mezzo dell’Ufficiale Giudiziario, una richiesta esplicita:
INTIMAZIONE AD ADEMPIERE
Io, sig. … …, residente in … … ,vostro cliente risparmiatore (contratti nn. … …), vi richiedo di informarmi e di tener conto, nella gestione dei miei risparmi che vi ho affidato, anche degli andamenti dei seguenti tre fattori: 1)che il Dollaro USA non ha più basi di valore reale e sta perdendo quelle di valore putativo; 2)che i derivati finanziari (perlopiù denominati in Dollari USA) sono il vuoto; 3)che l’andamento dei mercati dipende dai movimenti di flussi enormi di denaro occulto: a)il signoraggio monetario e creditizio, non dichiarato contabilmente; b)i crimi-dollari dei traffici di droga, armi etc. Siete responsabili dei danni che mi derivino dalla mancata informazione su, e considerazione di questi fattori, nella gestione dei miei risparmi, e sin da ora vi richiedo il risarcimento dei danni che mi avete sin qui cagionato con tali antidoverose omissioni.
Data,
Luogo,
Firma
RELAZIONE DI NOTIFICA Richiesto come sopra, io sottoscritto Ufficiale Giudiziario ho notificato il presente atto alla __________________ spa in persona del legale rappresentante nella sede di____________ Via_______________.
Pubblicato il: aprile 5th, 2008 under GENERALI.
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