I PROPRIETARI DELLO STATO

Condividi:

 

La Costituzione italiana incomincia male – incomincia con una menzogna: “La sovranità appartiene al popolo.” La sovranità appartiene al capitale, non al popolo. Al grande capitale, che è tanto più potente quanto più è concentrato. Da sempre, la politica è dettata -salve brevissime e improduttive parentesi- dalla finanza. E non può essere diversamente, perché il capitalista, qualora la politica cerchi di legargli le mani, se ne va all’estero. Ritira gli investimenti e mette in ginocchio il Paese. Non è legato al territorio nazionale, è sovranazionale e globale per natura: per il capitale, tutto, anche gli stati, altro non è che una commodity, una materia prima.

 

Queste sono realtà economiche, strutturali, impersonali, globali, cui è improprio applicare categorie e giudizi etici, esattamente come lo è rispetto al clima o alla forza di gravità; il genio di Machiavelli l’aveva capito. Non è questione di uomini, che si possono cambiare. Non è una questione di ideologie: il socialismo reale è andato peggio, molto peggio del capitalismo; e il capitalismo futuro potrebbe andare molto peggio del comunismo.

Non è nemmeno una questione di sistema, perchè anche il sistema è prodotto da qualcosa. Questo qualcosa, è il motore dei comportamenti organizzati stabili: la ricerca del profitto, ossia del dominio sul mondo, sulla materia. Del resto, nessuna organizzazione è competitiva se non persegue il profitto, e l’organizzazione più forte, quella che si afferma, è quella più capace di profitto. Al potere si ascende promettendo guadagni, solitamente ingiusti, a coloro di cui si ha bisogno per andare al potere. Le strategie degli aggregati stabili sono sempre dirette dal profitto. Nessuna rivoluzione ha mai cambiato questo principio. Il che dimostra che è un principio reale. Un valido assioma.

Non lo ha cambiato la rivoluzione francese, che ha portato al potere la borghesia industriale e finanziaria (la classe divenuta più capace di produrre profitto rispetto a quelle dominanti), e non lo hanno fatto le rivoluzioni comuniste, che hanno prodotto oligarchie ristrette, poliziesche, regnanti su popoli poveri e su Paesi abbandonati al disastro ecologico. Tentare di combattere quel principio con la violenza, con la rivoluzione, in realtà lo rafforza, perchè ne enfatizza il fondamento, ossia la competizione per il dominio sul mondo come obiettivo ultimo.

 

Ricominciamo daccapo, quindi, in chiave di realtà. E scriviamo:

Articolo I : “L’Italia è una res privata plutocratica, fondata sul capitale, esattamente come le altre. La sovranità appartiene al capitale, che la esercita nelle forme e nei modi per esso più redditizi. Il popolo ha il dovere di illudersi di essere sovrano, per non capire ciò che gli si fa e per servire meglio il capitale, altrimenti il capitale va ad investire altrove. Il capitale appartiene alla Banca Centrale.”

 

E in quelle costituzioni dove sta scritto che “Ognuno è libero di perseguire la felicità,”  toglieremo l’eufemismo e scriveremo apertis verbis: “Ognuno è libero di perseguire il profitto.” O meglio, traducendo dall’enunciazione di un ideale alla constatazione di un dato di fatto: “Niente al mondo riesce opporsi alla rincorsa del profitto.”

 

Tra come un fatto –manovra fiscale, manovra monetaria, opera pubblica, aiuti ai terremotati, aiuti al terzo mondo, attribuzione di monopoli od oligopoli, relative indagini giudiziarie- viene descritto dall’informazione popolare, e come tu puoi conoscere quel fatto, se lo vivi da dentro, vi è sempre una differenza, e sempre quella: l’informazione per la popolazione generale presenta il fatto come compiuto in base al dovere legale, alla volontà popolare, a un ideale etico o a una convinzione ideologica o scientifica. La conoscenza del fatto dal suo interno, per gli addetti ai lavori, rivela che esso, invece, è stato compiuto per il fine del profitto di pochi– in termini di denaro o di vantaggio di mercato o di maggior potere- un profitto di solito illecito, col quale si compera anche la sua copertura politica, mediatica e giudiziaria. Tutti gli scandali, regolarmente, consistono nella scoperta che, toh!, il ministro, il funzionario, l’assessore, il magistrato, hanno violato i loro doveri per un tornaconto in denaro. Scandalizzarsi o stupirsi di fronte a simili fatti è da stupidi, perchè nulla è più ovvio di un comportamento guidato dalla ricerca del profitto. Il politico deve conoscere due linguaggi, due paradigmi: quello economico della realtà, parlato dai suoi committenti; e quello illusorio dell’etica e della legalità, nel quale ‘ragiona’ coi suoi elettori.

 

Recenti vicende nazionali e internazionali -Iran Contras, Nicaragua, Iraq, Tav, Cirio, Enron, Parmalat, etc. -, con i vari Tanzi (che altro non sono che i tramiti con cui il potere bancario paga i politici per gestire lo stato, strumento e facciata etico-giuridica dei loro affari) confermano un dato in modo estremamente chiaro e nella sua vera dimensione: lo stato ha i suoi proprietari: sono quelli che si arricchiscono indebitando la gente e lo stato mediante la monetazione, mandando la gente comune a morire in guerra per conquistar loro nuovi mercati, materie prime e appalti per costruire nuove armi – e decidono che la gente deve sapere un’altra verità, ossia che bisognava esportare democrazia e sicurezza; quelli che si spartiscono il gettito fiscale e si arricchiscono attraverso lo spreco corrotto del denaro pubblico; quelli che si arricchiscono con l’inflazione e pure nella deflazione, comperando sottocosto; quelli che si arricchiscono alla roulette della borsa tosando il gregge dei risparmiatori, siccome sanno in anticipo dei rialzi e dei ribassi che essi stessi produrranno coi soldi che già hanno; quelli che guadagnano prima sulla vendita delle sigarette, poi sulla vendita dei farmaci per curare i danni da fumo, e che però prima pagano i governi affinchè essi questi paghino molto cari quei farmaci coi soldi del contribuente; quelli che sotto pretesti etici proibiscono le droghe per rialzarne i prezzi, in modo che i produttori abbiano più soldi per comperare le armi prodotte dalle loro fabbriche;  quelli a cui il denaro frutta il 30% l’anno quando l’inflazione è al 10%  mentre riconoscono, attraverso gli uffici statistici di stato, solo il 3% di rivalutazione al reddito fisso; quelli che pagano i politici per ottenere crediti di miliardi di Euro senza garanzie, e se li intascano, trasferendo il danno ai risparmiatori attraverso le banche, e ai contribuenti attraverso lo stato, che usa il denaro pubblico per salvare le banche che essi hanno svuotate; quelli che di fatto nominano e pagano e intimidiscono gli organi e le autorità di controllo; quelli che possiedono la quasi totalità dei mezzi d’informazione e di intrattenimento planetari e da cui dipende quasi tutta la ricerca scientifica e tecnologica, e stabiliscono quale informazione e quali idee devono circolare, e quali no; e dietro quali mode, passioni e paure deve correre il popolo per non pensare alle cose a cui è pericoloso che pensi.

 

Sono quelli dai cui soldi dipende la vittoria elettorale o la stessa possibilità di fare campagna elettorale. Quelli che finanziano i politici e che i politici ripagano coi soldi dei contribuenti e dei risparmiatori, cogli appalti truccati, i monopoli pirateschi e l’immunità per ogni abuso. Quelli per i cui mandati proconsolari i ‘leaders’ politici, sindacali e religiosi rivaleggiano tra loro in ipocrisia e millanteria e demagogia, e offrono l’obbedienza dei loro militanti. Quelli davanti a cui nessuna magistratura e nessun parlamento può essere indipendente. Quelli la cui realtà appalesa come infantili tanto le concezioni garantiste, legalitarie e liberali dello stato -compresa la chimera della divisione dei poteri-, quanto quelle socialiste e comuniste. Quelli che praticano il divide et impera sul popolo, concedendo privilegi ingiusti a una serie di categorie a spese di altre categorie, così da legare a sè le prime per interesse e le seconde per indigenza indotta. Quelli che, quando e dove qualche governo si azzarda a porre freno al loro spadroneggiamento e a cercare di fare un poco gli interessi della nazione, non hanno che da trasferire all’estero i propri capitali, creando automaticamente una crisi economica che genera disoccupazione e malcontento dal basso, e finanziando un’opposizione a loro strumentale, finchè mandano al potere i propri uomini – come regolarmente avvenuto nell’America Latina. Quelli che riempiono città e campagne di criminalità e prostituzione affinchè la gente comune viva nella paura fisica, si demoralizzi e non possa occuparsi di come si spendono i soldi delle tasse. Quelli che hanno deciso che la carne sequestrata per BSE e diossina non venisse distrutta, ma conservata, e che poi hanno guadagnato vendendola a Paesi dell’ex URSS e del Medio Oriente, dove la popolazione opportunamente non era stata informata del problema di BSE e diossina. Quelli per cui le persone e le stesse nazioni sono solo parti del ciclo moltiplicativo dei loro soldi: produttori da un lato,  consumatori/contribuenti dall’altro; e che usano il potere politico da un lato per aprire i nostri mercati alla concorrenza dei Paesi dove i lavoratori sono sfruttati peggio che animali, e dall’altro per importare immigranti che sostituiscano e rottamino noi, popoli stanchi di lavorare e di consumare e con troppe pretese sociali ed ecologiche.

 

Nello specifico italiano, sono anche quelli che han posto nel nulla i referendum popolari per la responsabilità dei magistrati e l’abolizione del ministero dell’agricoltura; quelli che, assieme alla mafia, hanno fatto quello che volevano coi soldi dei cittadini nella vicenda Tav, hanno fatto insabbiare le indagini o sono stati prosciolti, e poi hanno fatto carriera; quelli che hanno, sempre, chiuso gli occhi, le orecchie e le bocche della commissione antimafia e dei pochi magistrati ingenui, che volevano far chiarezza; quelli che hanno svenduto gli interessi nazionali per qualche appoggio estero. Quelli che investono all’estero quanto rubano in Italia. Quelli che, a Seveso, hanno precorso Bhopal.

 

Lo stato, le istituzioni, hanno dunque un autentico proprietario, che non è il popolo, non è l’elettore. Lo stato non è ‘la cosa pubblica’ – non è pubblico. E’ privato. Un’azienda privata.

Quel proprietario usa lo stato, il fisco, la pubblica amministrazione, per arricchirsi, perlopiù togliendo alla gente comune e creando attorno a sé il sistema delle leggi e della costituzione e della disinformazione allo scopo di nascondere i suoi traffici e fini e di creare un’illusione di legalità e un senso del dovere negli sfruttati.

Il cittadino è come il piccolo azionista di una grande società per azioni, il quale legalmente è socio, ma realmente è niente – una pecora da tosare. Il 10% delle azioni, concentrato nelle mani di un solo azionista –che detiene l’amministrazione e la conoscenza della vera attività economica e della vera contabilità- , decide per tutti e conta più del restante 90%, disperso tra centinaia di migliaia di piccolissimi azionisti. Immaginiamo che quell’azionista col 10% potesse imporre tasse ed espropri ai piccoli azionisti, che potesse metter loro le mani in tasca. Questo è lo stato.

 

Mi diceva un amico esperto di organizzazione imprenditoriale: “Quanto sono fessi quei dipendenti che proclamano: “Dobbiamo sacrificarci, fare gli straordinari gratis, per il bene dell’azienda!” Che cos’è l’azienda? Uno o più azionisti che la usano per arricchirsi. E che valore morale ha regalare il proprio tempo, la propria salute, al progetto di arricchimento di qualcuno? Ha un unico valore: l’effetto psicologico di rimuovere l’umiliante consapevolezza della oggettiva condizione alienata e di sfruttamento in cui si trova.”

 

Idem vale per il rapporto del cittadino verso lo stato e le sue istituzioni. Non vi è nulla di più illusorio e suicida, che sacrificarsi per lo stato e credere alla sua facciata di mentiti valori e mentita legalità, e affidarsi alla sua autorità. Quindi questa illusione viene al massimo incoraggiata e lodata dalle istituzioni –dai capi di stato ai capi di governo, liberali o socialisti, cristiani o atei che siano: essa è la virtù che più di tutte rende ai proprietari dello stato. Infatti consente loro di pagare al minimo e di sfruttare al massimo la persona, fino a mandarla a morire (in realtà la pagano tributandole “l’onore”), come è successo coi militari italiani nei Balcani, che venivano comandati di maneggiare oggetti contaminati in mezzo a polveri tossiche senza protezione (americani e britannici erano protetti) e senza informazione, anzi con mendaci, omicide rassicurazioni (“non fate caso agli Americani, con le loro maschere antigas, lo sapete, che esagerano sempre”); e quando si ammalarono di cancro, le istituzioni fecero del loro meglio per insabbiare e oscurare, per non pagare indennizzi e pensioni, e istituirono persino una commissione che arrivò alla conclusione voluta dai proprietari dello stato attraverso una serie di errori statistici senza precedenti nella storia (ad es., contare tra le persone esposte all’ipotetico fattore patogeno anche quelle che erano state solo poche ore di passaggio in un aeroporto bosniaco, e non contare altri che erano rimasti esposti a lungo, così che l’incidenza media veniva falcidiata) e che, malgrado lo scandalo, non viene più riaperta. Essa rimane di monito a qualsiasi persona che si illuda di essere ‘cittadino’, assieme alla strage di Nassiriya, dove una banale barriera mobile che fermasse ogni automezzo a distanza di sicurezza avrebbe prevenuto l’eccidio – ma forse un eccidio di illusi e il rispetto suscitato da quei morti era l’unica cosa non ridicola che l’efficienza militare italiana potesse produrre come proprio contributo nell’alleanza delle potenze democratiche, dopo che nella prima guerra del Golfo, per mantenere ‘operativa’ la nave Audace in quelle acque, aveva dovuto tenerne altre due identiche in rada a Taranto, smontando da queste tutti i pezzi necessari per far funzionare l’Audace, e i suoi Tornado -in arretrato di molti anni sugli aggiornamenti avionici- non erano in grado di operare se non scortati dai Tornado degli altri Paesi.

 

Ma l’intera Italia, nel confronto con Paesi più decenti ed efficienti,  è monito di un’altra verità: quanta più gente, percentualmente, si rende conto di quanto sopra e si sveglia dall’illusione  -e in Italia incomincia ad esser molta-, tanto più il sistema-Paese diventa inefficiente e balordo, ingiusto verso i più deboli, indisponibile ad aiutarli, incline a toglier loro tutto quanto che è toglibile – e ciò proprio perchè chi si sveglia si mette ad esercitare la legittima difesa contro lo stato e a contro-fregarlo ogniqualvolta ne ha il destro. Si arrangia, insomma: lavora male, pratica l’assenteismo, evade il fisco e la previdenza sociale, corrompe i funzionari, ottiene pensioni non dovute, sottrae beni e denaro pubblico. L’efficienza del sistema ne esce a pezzi.

 

Per essere efficiente, per attrarre e mantenere gli investimenti, per garantire l’ordine pubblico e una discreta istruzione, per distribuire un poco di benessere anche ai più deboli, dai posti di lavoro all’assistenza alla previdenza – per far tutto ciò, un sistema-Paese deve contare su un’alta percentuale di illusi, di compliance (obbedienza fiduciosa alle regole, alle istituzioni). Ha bisogno di non esser capito per ciò che è in realtà, di gente che ‘viva’ lo stato come un soggetto autorevole, giusto, legittimo, protettivo: vedi Giappone, Scandinavia, Svizzera… Ma non basta: ha bisogno anche del vantaggio competitivo -fatto di tecnologia, di ricerca, di infrastrutture, di tecnici ben formati- altrimenti i capitali emigrano verso sistemi più vantaggiosi. Ma in Italia, leaders politici e sindacali hanno costruito il loro seguito popolare proponendo all’elettore di associarsi a loro nel saccheggio delle risorse pubbliche e private e nella violazione delle regole: votami, finanziami, mangerai con me nel calderone, approfitteremo insieme del potere – vi ricordate i campioni del voto di preferenza? Hanno coltivato quella tendenza opportunista (se non ladresca e truffaldina) così radicata, soprattutto in certi settori del Paese. Ora raccogliamo i risultati di quei metodi di produzione del consenso: la perdita accelerata del residuo vantaggio competitivo, la completa mancanza di iniziativa per rimediarvi, il rapido declino economico del Paese, l’emigrazione delle persone più valide. Li raccogliamo e li combiniamo con una struttura di produzione del consenso democratico, della rappresentanza democratica, che è basata sulla frode, sul peculato, sull’abuso di potere, sull’elusione di ogni responsabilità. Il risultato non può che essere la rovina del sistema. E quando il capitale fiuta rovina, si trasferisce all’estero –accelerando in marasma- per poi ritornare e comperare tutto sottoscosto. Mi sembra appunto che l’attuale policy del sistema bancario vada in questo senso.

 

Condividi:

Informazioni su admin

Avvocato, autore, scrittore
Questa voce è stata pubblicata in GENERALI. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento