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Archivio del mese di agosto, 2010

REALISMO E IMMIGRAZIONE

 

 L’immigrazione di massa è un trapianto di società, non semplicemente di singoli immigranti. Quando riceviamo un’immigrazione di massa da questo o quel paese, riceviamo non solo singole persone portatrici di caratteri e problemi individuali, bensì interi pezzi della società di quel paese – gruppi di persone che portano con sé, da i paesi di origine, i sistemi sociali, relazionali, morali, politici propri delle società di provenienza. Sistemi che tendono a modificarsi nell’interazione col nostro contesto sociale. Le modificazioni possono andare in vari sensi: verso la chiusura e la radicalizzazione etnico-religiosa, verso l’assimilazione alla nostra società, verso forme di ibridazione.

Per valutare realisticamente, sia in via preventiva-previsionale che in via consuntiva, gli effetti dell’immigrazione di massa che stiamo ricevendo, dobbiamo conoscere non solo l’impatto dei singoli immigrati, ma anche e soprattutto l’impatto dei loro gruppi associativi, delle loro comunità: verificare che tipo di culture, di pratiche e di sistemi sociali portano con sé le varie etnie che immigrano, e che effetti questi hanno sulla nostra società e sulla nostra economia. Dobbiamo verificare, quindi:

-se sono o non sono lesivi della sensibilità etica che costituisce il presupposto della coesione, dell’affidamento, della solidarietà sociale nostri (ad es., sottomissione della donna, mutilazioni genitali, mangiare cani e gatti);

-se sono intolleranti e aggressivi verso nostri diritti, principi, valori, credenze religiose;

-se impongano, con la forza o la minaccia o la corruzione, la tolleranza da parte della nostra società e delle sue istituzioni verso prassi legalmente illecite (ad esempio, corruzione o intimidazione delle Autorità affinché tollerino prassi di lavoro nero schiavistico,  sfruttamento di prostituzione, spaccio di droga); e se nel far questo siano appoggiati dal potere economico e politico della loro patria (come può essere il caso della Cina o di paesi da cui dipendiamo per il petrolio);

-se migliorano o peggiorano la sicurezza e l’ordine pubblico, il rapporto dei cittadini col territorio;

-se migliorano o peggiorano il senso civico, il rispetto complessivo delle regole, la fiducia in tale rispetto;

-se migliorano o peggiorano il funzionamento dei servizi pubblici, come la scuola, la sanità, i trasporti;

-se migliorano o peggiorano l’igiene pubblica (cioè se apportano malattie infettive nocive per la popolazione);

-quali costi e quali benefici danno, e a chi, e se il saldo è attivo o negativo; cioè:

-se gli immigrati vanno a soddisfare una domanda di lavoro che la popolazione autoctona non può soddisfare;

-se il lavoro che essi forniscono va a beneficio solo dei datori di lavoro, in quanto mano d’opera a basso costo, oppure si traduce in vantaggi per tutta la popolazione;

-se il lavoro a basso costo che essi offrono, in nero o regolarmente, comporta il licenziamento, la non assunzione,  l’abbassamento dei salari e la riduzione degli altri diritti dei lavoratori nazionali;

-se essi offrono, e in che misura, mano d’opera anche alla criminalità organizzata;

-in che misura versano i contributi, e in che misura lavorano in nero;

-in che misura lasciano i loro redditi in Italia, e in che misura li spediscono all’estero, diminuendo la ricchezza nazionale;

-in che misura, considerando anche i ricongiungimenti e i figli che generano, essi  gravano sulla finanza pubblica in termini di assistenza, pensioni, sanità, scuola, casa (molti enti pubblici pagano coi soldi dei cittadini l’affitto e le spese condominali di numerosi immigrati).

Dobbiamo essere consapevoli che quando importiamo centinaia di migliaia di marocchini o di albanesi o di nigeriani o di cinesi o di rom e sinti, importiamo interi  pezzi delle loro società, non semplicemente singole persone, e ce li mettiamo o lasciamo mettere nella nostra società. E’ un trapianto di società e culture, non (solo) di individui. Dobbiamo chiederci, ad esempio: com’è la società nigeriana? che pratiche, che valori, che problemi sanitari ha?  ne vogliamo un pezzo di 300.000 persone?

Quando si dibatte sull’immigrazione, si ignora questo quesito fondamentale, come pure un altro, ancor più generale: siamo una società salda, integrata, con un alto rispetto delle regole, che quindi potrà reggere l’immissione di grossi gruppi di altre culture, da integrare? I gruppi analoghi che sono già immigrati da tempo, che impatto hanno avuto sul nostro sistema?

Si dovrebbe cioè fare un lavoro scientifico di prospezione e ingegneria dell’immigrazione, che allo stato manca.

Ad esempio, Torino e Milano hanno avuto una immigrazione di massa dal Meridione negli anni 50-70, che ha trapiantato al Nord una società diversa da quella autoctona. Orbene, questo trapianto, che effetti ha avuto sulla società autoctona? Ha migliorato o ha peggiorato la qualità della vita, l’ordine pubblico, la sicurezza, la vivibilità del territorio, il rispetto delle regole, la moralità della pubblica amministrazione e della classe politica?  Ha impiantato nel Nord sistemi di potere tipici del Sud e indesiderabili? Gli effetti di tale immigrazione dal Meridione potevano essere preveduti e, in quanto indesiderabili, prevenuti, se si fossero presi in considerazione gli effetti che essa aveva avuto, ad. es., sulla società americana negli anni ’20 e ’30?

Queste verifiche vanno fatte in modo oggettivo e quantitativo, scevro da giudizi morali, ossia misurando e quantificando dati controllabili, senza nulla concedere ai pregiudizi in un senso o nell’altro, o ai preconcetti identitari.

Vanno altresì fatte distinguendo tra i vari gruppi etnici immigrati: albanese, rumeno, indiano, egiziano, marocchino, nigeriano, cinese,  etc. Se si accerta che un certo gruppo etnico immigrato ha il 90% della popolazione attiva impiegato in agricoltura e un basso tasso di criminalità, quello è un gruppo utile. Se si accerta che un altro gruppo etnico ha il 90% delle donne dedito alla prostituzione e il 90% degli uomini dedito ad attività illecite o ignote, quello è un gruppo nocivo per la società, e va trattato di conseguenza: blocco degli accessi e dei rinnovi dei permessi, espulsione efficace dei clandestini.

Lo Stato ha come ragion d’essere la rappresentanza e la tutela degli interessi e dei diritti della sua popolazione, sia pure collaborando, nei limiti delle sue risorse disponibili, alla gestione dei problemi globali, ed astenendosi dal violare i diritti universali dell’uomo se non in caso di emergenza. Lo Stato è dunque tenuto, nei confronti della sua popolazione, a fare le predette valutazioni, e regolarsi di conseguenza. Le valutazioni e i provvedimenti devono considerare innanzitutto le caratteristiche dei gruppi sociali nel loro insieme, e in seconda battuta i singoli individui. Ossia devono innanzitutto individuare statisticamente i fattori problematici delle varie categorie di immigrati, e adottare misure di ordine generale, cioè leggi; e, al secondo livello, si devono distinguere i casi specifici. Ad esempio, all’interno di un gruppo etnico complessivamente sano e non disturbante, si individua l’autore di un reato e, singolarmente e senza generalizzare, lo si processa, condanna ed espelle, con provvedimenti non generali, ma singolari (sentente, decreti, ordinanze). Oppure, all’interno di un gruppo etnico complessivamente nocivo, ci si apre a casi singoli di persone di accertabile innocuità e meritevolezza.

Ancora prima che sui gruppi già immigrati, è indispensabile fare accertamenti preventivi sulle società  da cui proviene o ci si attende un flusso migratorio verso il nostro paese: occorre accertare preventivamente quali caratteristiche abbia quella società e quella cultura in tutti i campi rilevanti: pratiche circa la violenza, le armi, livello di tolleranza; livello di igiene; concezione del lavoro; propensione al furto, alla rapina, allo sfruttamento del lavoro altrui; etc. Ciò per valutarne la prevedibile problematicità e istituire i filtri del caso, più o meno stretti. Pensiamo al caso di quelle società che sono caratterizzate dalla pratica della violenza, della guerra o guerriglia, tribale o religiosa o etnica, nelle quali la generalità delle persone, e magari anche i fanciulli, sono avviati all’uso delle armi, a combattere, uccidere e saccheggiare, a rubare o prostituirsi o spacciar droga. Il trapianto di pezzi di una tale società nella nostra è ovviamente indesiderabile, quantomeno per il fatto che l’immigrazione di numerose persone la cui principale competenza è l’uso delle armi fornisce ampia manovalanza alle già troppo forti organizzazioni criminali italiane – una manovalanza, per di più, avvezza ad ammazzare e a sfidare la morte.

VERSO LE URNE DI PANDORA

 

L’on.le Angela Napoli della commissione antimafia lo ha detto apertamente, il 4 Agosto a Rai News 24, conversando con Corradino Mineo: i finiani voteranno il federalismo fiscale se sarà un federalismo “solidale”, altrimenti no. Cioè, il governo avrà il loro voto se continuerà a dare ai pubblici amministratori del Sud i soldi del Nord necessari per pagare le cose cinque volte più che in Lombardia e a mantenere personale da cinque a dieci volte più numeroso che in Lombardia. Ricorda la Napoli che programma di governo prevede sì il federalismo fiscale, ma non specifica come debba essere. Quindi c’è libertà di interpretazione.

Al contempo, i finiani risultano molto più numerosi del previsto, e incontrano i casini ani, i rutelliani e il siculo Lombardo; si parla di terzo polo e di sua capacità di attrarre pezzi del PD. Il 13 Agosto Napolitano ha rilasciato un’intervista al L’Unità, organo ufficiale del partito di opposizione, per dire che PDL e Lega non si illudano di andare automaticamente alle elezioni se il governo viene sfiduciato: si potrebbe fare un governo con altra maggioranza per evitare il vuoto politico (questo governo, è implicito, cambierebbe la legge elettorale per ostacolare una nuova vittoria di Berlusconi). Montezemolo, intanto, si pre-candida o si fa pre-candidare. Insomma, si coagula il partito romano-meridionalista della spesa pubblica assistenziale garantita a spese del reddito prodotto nel settentrione. Il Polo del Sacco del Nord. Forse certe iniziative, certi attacchi al governo in chiave di tutela della spesa assistenziale al Sud sono una reazione al f atto che il ministro Maroni sta colpendo molto duramente gli interessi e le pratiche intorno alla spesa pubblica al Sud. I beneficiari di questa spesa pubblica si sentono minacciati. Il 5 Agosto, al voto di sfiducia su Caliendo, il rappresentante degli autonomisti siculi di Lombardo ha richiamato il governo al suo dovere di sostenere il Sud.

Aggiungiamo che già si parla di nuova manovra (tagli, tasse) per l’autunno. E che gli istituti econometrici ammoniscono: il sistema-paese sta perdendo rapidamente produttività del lavoro, ossia competitività. Ossia, che produrre beni e servizi in Italia costa sempre di più. Il che si legge così: a causa della troppa pressione fiscale, dei forti costi finanziari, dei pochi soldi che rimangono per ricerca e investimenti, nonché delle scadenti infrastrutture, le aree produttive del paese perdono posizioni rispetto ai competitori internazionali, quindi esporteranno sempre meno, oppure dovranno tagliare i salari. O anche: spremuta come è per mantenere il Sud e la casta di politicanti disonesti e incompetenti, la parte produttiva del paese perde produttività e in un futuro non remoto non sarà più in grado di continuare il mantenimento, anche se la parte mantenuta non pensa a tale evento, essendo abituata ad essere mantenuta senza interessarsi alla produzione di ciò con cui viene mantenuta.

A questo punto si aprono tre vie divaricate all’inizio, ma convergenti in proiezione:

Prima via: Berlusconi e il Polo del Sacco del Nord raggiungono un accordo per continuare col governo attuale senza federalismo fiscale, o meglio attuandone uno “solidale”; per far ciò  hanno bisogno di fare a meno dell’appoggio dei titolari della Lega Nord e degli altri esponenti del settentrione produttivo, oppure di comperare il loro appoggio. Poiché si tratterebbe di governare fino ad esaurimento delle residue risorse economiche, sarebbe un governo in cui si massimizza il rubare politico. Ma se fossi Bossi o Calderoli o Maroni non mi venderei, bensì andrei allo scontro popolare contro i romano-meridionalisti, perché così otterrei il 50% del voti del Nord (come ha detto il 5 Agosto a Radio 3 Massimo Cacciari), e potrei sensatamente puntare all’indipendenza.

Seconda via: Berlusconi insiste su un vero federalismo fiscale e sui costi standard, e cerca di rimpiazzare i voti dei finiani e di altri romano-meridionalisti con l’aggregazione di esponenti politici delle aree produttive. Cioè omogeneizza quanto rimane del PDL alla Lega Nord e punta a costituire una maggioranza nordista, capace di reggersi contro gli interessi e l’azione politica di Roma e del Sud – interessi che si coalizzeranno in un fronte partitico. In tal modo si stabilisce finalmente la corrispondenza tra i poli di interessi reali e rappresentanza politica, ossia un bipartitismo efficiente, con la fine dei partiti c.d.  nazionali, ossia che pretendono di rappresentare sia il Nord che il Sud. E siccome ai due opposti poli di interessi corrispondono due aree distinte del paese, l’esito naturale di questa opposizione sarebbe la separazione del Nord. Di quel Nord al di sopra del Po, di cui, come sempre Cacciari ha detto, da Bologna in giù l’Italia non conosce – se non come vacca da mungere, aggiungo io. Per spingere Berlusconi su questa via, la Lega può coltivare rapporti col PD e minacciare di allearsi con esso per fare il c.d. federalismo (del resto, in oltre dieci anni al governo con Berlusconi non ha ottenuto alcuna vera riforma per il, Nord o per il paese nel suo complesso, e Berlusconi appare sempre più bolso e sulle difensive, sempre meno capace di riformare il paese).

Terza via: Colle e Palazzo evitano il ricorso alle urne, e danno vita a un governo transitorio senza  mandato popolare, sostenuto da PD, CDU, IDV, finiani, rutelliani, autonomisti siculi – un governo che faccia una riforma elettorale tale da prevenire future vittorie di PDL e Lega Nord, e che ricorra a tasse e a misure forti per reprimere ogni resistenza in un quadro economico in accelerato deterioramento. Anche questo sarebbe un governo ad esaurimento delle risorse, a breve termine, quindi a massima ruberia politica. E anch’esso produrrebbe una fortissima polarizzazione antiromana, antimeridionale e secessionista dl Nord. E probabilmente dovrebbe fronteggiare l’urto di milioni e milioni di padani che effettivamente scenderebbero nelle piazze, se e quando la situazione socioeconomica si farà dura, o quando quel governo gli metterà nuovamente le mani in tasca. In una tale lotta, Napolitano sa che la propaganda avversaria gli lancerebbe contro almeno due accuse alquanto pericolose, basate sui suoi precedenti politici: la prima, di aver difeso l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, fatta per bloccare l’evoluzione democratica di quel paese, sicché si direbbe che oggi come allora, egli è contro la democrazia e le libere elezioni. La seconda, di essere stato dirigente del PCI ai tempi in cui il PCI era sottoposto a quel PCUS che teneva puntati  i missili nucleari sugli Italiani, sicché è inconcepibile che oggi egli sia il loro presidente.

Stiamo fluendo verso le urne di Pandora. Da un voto popolare, in questa situazione, può uscire di tutto, anche la prova lampante che l’Italia è ingovernabile, che è un modello fallito. Può sortire il primo fatto politico importante della storia italiana dal 1949, ossia dalla firma dei patti di soggezione agli USA. E se Washington percepisce che l’Italia è ingovernabile col presente assetto, può farlo saltare e sostituirlo con altro più efficiente nel reggere il paese e mantenerlo in linea coi suoi vincoli verso gli USA. Gli interessi dell’apparato di potere italiano, partitico-burocratico, sono dunque seriamente a rischio. Impedire che si vada alle urne, in questo scenario, può quindi ben essere la priorità di un Napolitano, come pure di una Angela Napoli.

15.08.10