Archivio del mese di settembre, 2010
LA BOLLA EUROPA
Esiste l’Europa – intendo, come realtà e unità spirituale, non semplicemente come espressione geografica? Certamente sì, e sommariamente possiamo individuarla nei seguenti elementi:
- una complessa e in parte tuttora misteriosa preistoria, dalla civiltà di Stonehenge a quella dei nuraghi;
- un’ancor oggi stupefacente creatività ellenica, madre delle arti, della matematica, della filosofia, della storiografia, e che costituisce la radice identitaria più autentica e specifica dell’Europa;
- il contributo e l’elaborazione di Roma, soprattutto nella creazione dell’ordinamento giuridico e amministrativo e nella costruzione dei diritti civili e individuali, nella loro distinzione dalla sfera pubblica;
- e successivamente i convergenti contributi soprattutto dell’area italica, dell’area germanica, dell’area francese, dell’area britannica (inclusi i celti), nonché dell’incessante produzione del pensiero ebraico della diaspora;
- l’attiva recettività, sin dai tempi più remoti, ad apporti e influssi asiatici ed egizi, in molti campi, tra cui quello artistico, esoterico e religioso;
- l’avvento di una religione asiatica, dogmatica e intollerante, che si consocia al potere politico, legittimandolo e partecipando ad esso;
- e che pone bruscamente fine, per circa mille e quattrocento anni, alla libertà di pensiero, ricerca, insegnamento, religione, demolendo i templi degli altri culti e chiudendo le scuole filosofiche che non si allineano ad essa, istituendo la censura, sopprimendo o torturando pensatori e scienziati scomodi, lanciando guerre contro i diversamente credenti;
- la successiva, lenta e travagliata risurrezione del pensiero laico e indipendente dai secoli bui, la sua lunga lotta per riconquistare la libertà e ristabilire la tolleranza; il nascere della scienza nell’opposizione della gerarchia religiosa; l’indagine sui limiti del pensiero e del conoscere; il rinascimento e i lumi;
- la multisecolare resistenza contro l’invasione armata di un’altra religione asiatica, militante, ancora più crudamente dogmatica della prima, violenta e intollerante (tranne una breve parentesi dovuta all’influsso dei pochi libri greci che non aveva bruciato), le cui armate erano penetrate fino a Poitiers e a Vienna;
- la fioritura di musica, di belle arti e belle lettere, nonché delle tecniche e delle industrie; la nascita del pensiero e del dibattito politici; la critica del potere e della morale costituiti; la scoperta del relativismo culturale e dell’inconscio;
- e, insieme, i conflitti sociali scatenati dall’industrializzazione capitalista, la critica socioecnomica, le rivoluzioni totalitarie, la resistenza e le cruente lotte per liberarsi dai regimi da esse sorti;
- l’approdo, nei nostri giorni, e oramai su scala non più europea, ma globale, a una condizione di incertezza, precarietà, cronicizzazione delle crisi.
Ma che percentuale degli abitanti dell’Europa ha conoscenza di queste cose, le apprezza, le ha interiorizzate come parte dell’identità, e le vive quotidianamente? Una percentuale irrilevante. E non solo delle masse popolari, ma anche dei ceti medi e alti. Queste sono cose che valgono per pochi cultori specialisti. Altri sono i poli di identificazione e interesse degli odierni abitatori dell’Europa: denaro, potere, droga, sesso, sport, moda, musica commerciale americana o perlomeno non europea. Gusti globalizzati. Che cosa c’è di europeo negli Europei? Praticamente niente. L’identità, la civiltà europea non esistono, nella società e nella politica dei paesi europei, se non indirettamente e vagamente. Eppure vengono addotte a fondamento legittimante dell’Unione Europea e del suo concreto potere politico – sostanzialmente non basato su democratiche elezioni – sui c.d. cittadini europei. L’Unione Europea non è la realtà e unità spirituale “Europa” e in nessun senso la rappresenta. Non ha niente in comune con essa, tolto il riferimento geografico. E’ un ordinamento giuridico-finanziario con caratteri burocratici, vagamente liberali e liberisti, in parte dirigisti. Ma niente di identitariamente o specificamente europeo come qualità.
Al popolo italiano, specificamente, si diceva e si dice: “dovete pagare o fare questo o quello per entrare in Europa, per restare in Europa, perché è l’Europa che ve lo chiede”. Ma, appunto, quando si invoca quell’Europa con simili appelli, si lascia – volutamente – nell’implicito che cosa il popolo dovrebbe intendere per “Europa”. E che cosa intende il popolo italiano per “Europa”? Spirito, cultura, civiltà? Aristotele e Kant? Virgilio e Coleridge? Haydn e Rameau? Caravaggio e Rembrandt? Keplero e Bohr? Bentham e Hannah Arendt? No: il popolo italiano intende, e gli si lascia intendere, un’istituzione statuale o superstatuale di tipo assistenziale, che eroga sussidi, che supplisce all’inefficienza, agli sprechi, all’immoralità, alla debolezza finanziaria dello Stato e della pubblica amministrazione italiani. Il paese che rimane attaccato a questa istituzione, rimane un paese di prima classe; chi perde il contatto, scivola verso il terzo mondo e la povertà.
Le aspettative di assistenza e supplenza sono molto radicate nel sentire e nel credere delle popolazioni italiane, soprattutto al Sud, che vive tradizionalmente di trasferimenti a spese di altri, quindi è predisposto a credere a promesse di questo tipo. Altrettanto diffusa è l’esterofilia, la maggior stima dell’estero e per lo straniero rispetto al domestico – forse un retaggio dei molti secoli di sottomissione a dominatori stranieri di quasi tutte le regioni italiane. Forse anche del Piano Marshall. A fare i programmi di medio è lungo termine è lo straniero, il detentore del potere e delle risorse; quindi l’italiano, anche il politico italiano, gestisce solo il presente e il particolaristico. Perciò, ai fini della gestione e produzione dei comportamenti collettivi, era ed è stato psicologicamente efficace abbinare questi due elementi (l’assistenza e lo straniero) per fare accettare agli Italiani molti sacrifici e molti trasferimenti di potere a organismi non italiani e non elettivi. E per fare accettare l’Euro. L’Euro veniva presentato agli Italiani come una panacea, una garanzia di aggancio alla prosperità ed efficienza tedesche, ma anche alla rispettabilità del sistema tedesco. Si diceva – per giustificare fortissimi e numerosi prelievi fiscali “allo scopo di entrare nell’Euro” – che, a) entrando nell’Euro, avremmo salvaguardato il nostro potere d’acquisto; e, b) che i paesi forti si sarebbero fatti carico del nostro enorme debito pubblico. Si trattava di fare un modico sacrificio per essere ammessi all’interno del club dell’Euro, e poi la strada sarebbe stata in discesa. Una furbata, un affarone, insomma. Invece è accaduto tutt’altro, e troppi se ne sono accorti: il passaggio all’Euro a) ha tagliato del 40% circa il potere d’acquisto e, b) ci ha lasciato sulle spalle tutto il debito pubblico – perché era falso, era una menzogna, che entrare nell’Euro avrebbe comportato la comunitarizzazione dei singoli debiti pubblici nazionali. Per giunta, ci ha privati della possibilità di ridurre il debito pubblico, in quanto ha peggiorato il rapporto pil/spesa pubblica, poiché, impedendo la svalutazione competitiva, ha bloccato lo sviluppo economico, ci ha fatto perdere sia quote di mercato estero e costretti a interno, che quote di occupazione. Si osservi come le aspettative popolari circa l’UE e l’Euro fossero sostanzialmente opposte, tra Italia e paesi forti, nel senso che questi ultimi li vedevano come occasione e mezzo per dispiegare ed espandere la propria forza politico-economica, e non certo per farsi assistere o per aiutare altri.
L’ultima sveglia è arrivata mesi fa, allorché la Germania ha messo in chiaro e dimostrato coi fatti che non si farà assolutamente carico dei problemi dei paesi deboli, e che i popoli come i Tedeschi, che hanno le qualità giuste e le mettono in pratica – i popoli laboriosi, efficienti, seri, concreti, ligi alle norme – vanno avanti, reggendo il confronto con la globalizzazione, la Cina, l’India, la Turchia. I popoli parolai, inefficienti e assistenzialisti, sono per contro destinati a un rapido impoverimento. Impoverimento che oramai appare avere una causa non tanto contingente e politica, quanto etnico-culturale, radicata nella mentalità sociale, nelle prassi abituali del singolo popolo circa il lavoro, le regole, l’amministrazione. Una causa che quindi non si risolve cambiando governo, né cambiando le leggi, né incarcerando mafiosi e corrotti. Bisognerebbe cambiare la mentalità, i costumi, la psicologia collettiva di quei popoli, a tutti i livelli, dalla politica alla magistratura, dai liberi professionisti agli insegnanti, e anche del corpo elettorale: un compito assai complesso e difficile, che non si sa nemmeno con che strumenti affrontare. Qualcuno si aspettava che bastasse imporre vincoli di bilancio, alla spesa pubblica, ossia la “virtuosità” di Maastricht, per rieducare i popoli PIGS, o per costringerli a rieducarsi da sé, con uno sforzo interno ma imposto dall’esterno. Ebbene, i fatti hanno smentito tale aspettativa: i PIGS sono rimasti PIGS – hanno perso le setole, ma non il vizio. In fondo, la storia mostra che il successo di un popolo dipende essenzialmente dalle sue qualità etniche, molto meno dai suoi contingenti governi e dalle sue contingenti normative. Svizzeri, Tedeschi, Austriaci, Scandinavi, ad esempio, sono sempre andati bene o comunque meglio degli altri. E meglio degli altri gestiscono anche la presente crisi.
Oramai troppi italiani si sono accorti che le aspettative di aiuto europeo in essi indotte dalla propaganda erano illusorie, e che l’Unione Europea e l’Euro costano molto e rendono poco o nulla. Bruxelles è una sorta di Nuova Roma, burocratica, imperiale, lobbystica, finanziarizzata, corrotta (ricordate M.me Cresson? sapete che i bilanci comunitari non sono controllati da un soggetto autonomo? immaginate quanto continuano a mangiarci? ci salva il fatto che il budget UE è solo l’1% del pil). Una Nuova Roma grassa e grassatrice, autoreferenziale, assurda in interminabili e onerose prescrizioni elucubrate da funzionari strapagati e incompetenti. Una Nuova Roma iniqua, inefficiente, quando non nemica, a cominciare dalla politica agricola comune. E insieme pressoché impotente e senza prestigio, politicamente e militarmente, sulla scena mondiale, tanto quanto nel gestire la corrente crisi economica: infatti ciascun paese fa per sé (ciascun governo fa per il proprio elettorato) e guardando solo ai propri interessi, o al più all’esigenza di rassicurare i mercati. L’idea di un ordinamento che cresce e si impone anche politicamente attraverso un processo strisciante di aggregazione e centralizzazione di funzione dopo funzione, avocandole dagli Stati nazionali, è quindi palesemente fallita. E gli aiuti europei – che poi altro non sono che il parziale ritorno delle nostre tasse – ossia i fondi perequativi, a seguito dell’ingresso dei paesi orientali, vanno oramai quasi tutti ad essi, e non più a noi, aiutandoli anzi a farci concorrenza e ad attirare le nostre imprese e i nostri capitali.
Anche la componente idealista dell’europeismo italiano, cioè il sogno della grande Federazione Europea, è rimasta tradita: con l’inclusione di molti paesi disomogenei dell’Est europeo, Washington e Londra hanno oramai conseguito il loro tradizionale obiettivo di impedire l’integrazione politica europea. Politicamente, anzi, l’Unione è in via di dissoluzione. La vera beneficiaria della sua espansione a Est è la Nato, che se ne è servita per penetrare nell’area ex Comecon in antagonismo alla Russia e piazzare i missili più vicini alle sue frontiere. E la grande burocrazia autoreferenziale europea è un terreno di penetrazione e sviluppo perfetto per la mafia, il potere mafioso, l’affarismo mafioso.
A misura che l’opinione pubblica italiana si accorge che la realtà è questa, è naturale che diventi non semplicemente “euroscettica”, ma contraria a Bruxelles (e, i più informati, anche alla sua Bastiglia monetaria, l’Eurotower di Francoforte). E che voti di conseguenza. Gli entusiasmi europeisti della popolazione italiana si sgonfiano come una bolla via via che gli Italiani realizzano che l’Unione Europea non li aiuta, non li sostiene, non supplisce alla loro inefficiente e corrotta gestione politica. Anzi, impone tagli a quel welfare che in Italia è servito per mantenere la coesione sociale e geografica. Col prossimo aggravarsi della recessione italiana, che avevo preannunciato per la fine di questo mese e che si sta avverando, sarà sempre più così.
08.09.10
Pubblicato il: settembre 8th, 2010 under GENERALI.
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ARMI STRATEGICHE E DIRITTI DEI LAVORATORI
Che si prenderà le ultime scorte di petrolio, nickel, rame etc.? Chi resterà senza queste commodities e dovrà rinunciare al proprio benessere? Le risorse naturali, e alcuni metalli specialmente, si avviano rapidamente all’esaurimento, anche a causa del forte consumo da parte dell’esplosiva economia cinese, che guida la corsa all’accaparramento anche di terre agricole e di fonti d’acqua. La riserve calano, la competizione per assicurarsele si accende, e le potenze dotate di armi nucleari strategiche, quindi in grado di imporsi in questa competizione togliendo le risorse alle altre, sono tre: USA, Russia e Cina. Le altre, tutte le altre, non avendo vettori nucleari intercontinentali, non possono eseguire rappresaglie, quindi possono essere fermate con la minaccia o l’attuazione di un attacco nucleare o anche convenzionale da parte di USA o Russia o Cina, o un’occupazione finalizzata all’impianto della democrazia quando si vuole vendere materie prime e petrolio in particolare senza passare per il Dollaro. Gli altri paesi nucleari, ossia Francia, Gran Bretagna, Israele, India, Pakistan, Corea del Nord, hanno vettori nucleari difensivi, incapaci di colpire un eventuale aggressore lontano migliaia di chilometri, quindi inutili come deterrente contro di esso. La Nato ha armi strategiche intercontinentali, ma le controllano gli americani, quindi non sono certo al servizio degli interessi europei. Se esistesse una federazione europea capace di una sua politica di autotutela, si doterebbe, come prima priorità, di missili balistici intercontinentali con testate da 20 megatoni e di sottomarini nucleari con altri analoghi vettori strategici. Sarebbe la più grande potenza economico-industriale, con 600 milioni di abitanti, e potrebbe ‘partecipare alla spartizione delle risorse planetarie. Invece non lo farà.
La Cina ha un sistema monetario che le consente di finanziare la spesa pubblica e gli investimenti sia interni che all’estero senza contrarre debito, sicché riesce non solo a crescere vertiginosamente, ma anche a fare incetta delle risorse planetarie, dalle miniere africane ai ristoranti di Venezia, togliendole praticamente a costo zero a paesi come l’Italia che invece affondano in un indebitamento pubblico e privato che oramai si riconosce essere irredimibile, inestinguibile. Inoltre la Cina ha un esercito di un miliardo – ripetesi: un miliardo – di lavoratori disciplinati e zelanti, con pochi diritti e poche pretese, senza scioperi, e con la loro smisurata forza produttiva invade settori di mercato globale occidentali, compresi molti di quelli tradizionalmente italiani. Inoltre, anche in fatto di ricerca e innovazione tecnologica è in grado di raggiungere o surclassare la maggior parte dei competitori sul mercato globale in molti settori, mentre l’Italia da vent’anni perde posizioni in fatto di produttività, infrastrutture, quote di mercato, ricerca e innovazione, efficacia della sua scuola. Non parliamo del confronto con altre potenze emergenti quali India, Russia, Brasile. Nello scacchiere mondiale, l’Italia, come soggetto politico, conta zero. Conta come area di conquista e sfruttamento di altri.
Poiché queste cose non vengono (per ora) dette né capite a livello di opinione pubblica, si può ancora esaltarsi coi sindacalisti, con Bagnasco e compagnia bella per il reinserimento forzato nel posto di lavoro degli operai della Fiat di Melfi e raccontare alla gente che oggi c’è da combattere contro la logica della globalizzazione finanziaria per preservare i diritti salariali e non conquistati dai lavoratori italiani in decenni di lotte sindacali democratiche. Quei diritti possono essere giustissimi – non si discute – ma sono finiti, finiti senza ritorno, poiché l’evoluzione geostrategica e geoeconomica (assieme all’involuzione e stagnazione del sistema-paese italiano) ha eliminato il loro presupposto, che era il fatto che l’Italia era una potenza economica e tecnologica in crescita, con un reddito e una produttività pro capite comparativamente elevati. L’Italia dei decenni scorsi poteva viver bene e dedicarsi al contempo ai grandi obiettivi sociali e ideali, ai diritti dei lavoratori senza pari doveri, al 27 politico per tutti gli studenti, all’assistenzialismo a pioggia, perché la generazione precedente aveva lavorato sodo e con poche pretese; e perché i giganti asiatici non si erano ancora svegliati; e anche perché allora l’indebitamento pubblico era basso e c’era molto spazio per spendere a deficit e indebitare le generazioni future. Ora la pacchia è finita, arriva lo scontro con la realtà, e l’Italia è un paese vecchio e ristagnante, sempre più ingessato dai suoi debiti e simultaneamente schiacciato da sistemi-paese concorrenti molto più produttivi, dinamici, innovativi, nonché in grado di prendersi con la forza le risorse di cui hanno bisogno, e – nel caso della Cina – addirittura di finanziare senza indebitarsi la propria espansione economica e il lavoro per il suo sterminato esercito di lavoratori e consumatori.
01.09.10 Marco Della Luna
Pubblicato il: settembre 1st, 2010 under GENERALI.
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