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Archivio del mese di novembre, 2010

UN’ANGELA PER LA “SOLUZIONE FINALE”?

UN’ANGELA PER LA “SOLUZIONE FINALE”?

Berlino autorevolmente prescrive alle altre capitali dell’Eurozona di affrontare l’inverno con una dieta ipocalorica. Di conseguenza, in Italia, sull’agenda del che sarà in carica nella prossima primavera, campeggia l’esecuzione di un’imposizione comunitaria (cioè tedesca) ad abbattere fortemente o ad annullare il deficit di bilancio per riportare il debito pubblico al 60% del pil in 5 anni – cosa che si può fare solo tagliando gli investimenti e i servizi pubblici, e alzando le tasse, e che darà pretesto per far cassa svendendo i pezzi migliori del patrimonio pubblico ai soliti amici e parenti. Peccato che, come già provato e riprovato, e come la confraternita dell’Ecofin sa benissimo, questa ricetta provochi contrazione dei consumi e degli investimenti privati, quindi calo del pil e del gettito fiscale e della capacità di avviare il rimborso del debito pubblico. Cioè peggiori la crisi impedendo di uscirne. Tranne che in Germania, unico grande paese europeo che non sia in recessione bensì in forte espansione e che, quindi, abbia non danno, ma vantaggio (salvo quanto si dirà sotto) da una politica di rigore e raffreddamento, e che prevenga l’inflazione, soprattutto finché non sarà completata l’assimilazione perequativa dell’ex DDR, in cui fermentano ancora nostalgie comuniste e neonaziste. Quello che si sta per imporre a tutti i paesi europei è una politica di rigore che è stabilizzante e anticiclica per i paesi con economia in crescita, e depressiva (prociclica) per quelli con economia fiacca. E’ come se, in un gruppo di persone di cui alcune sono sovralimentate e sovrappeso, e le altre, la maggioranza, sottoalimentate come i prigionieri dei campi di concentramento, le prime imponessero alle seconde una drastica dieta dimagrante, chiamandola “virtuosità”.

E’ comune nozione di economia politica, nonché prontamente intuibile, che un paese in recessione, con fattori produttivi non attivati per mancanza di liquidità, come è l’Italia oggi, ha bisogno di investimenti, per ripartire e rialzare la produzione attivando i fattori inoperosi, dalle tecnologie alle maestranze disoccupate o cassintegrate. Ha bisogno di investimenti dapprima pubblici, perché i privati non tornano ad investire finché non vi è ripresa economica. Lo Stato deve quindi spendere (anche deficit) per investimenti, perché i suoi investimenti aumenteranno il reddito, il pil, la liquidità, incoraggiando gli investimenti privati; e tali aumenti aumenteranno il gettito fiscale, permettendo così di iniziare a ridurre lo stock di debito pubblico. Se un paese come l’Italia, con un deficit e un debito pubblico alti, scarse infrastrutture, bassa innovazione, cedente competitività, in una fase di recessione come l’attuale, dovesse abbattere ulteriormente la spesa pubblica, innanzitutto ridurrebbe i redditi e la quantità di liquidi disponibile al mercato, e ciò di per sé  indurrebbe più recessione. Non sarebbe una policy virtuosa, ma stolta e suicida. Inoltre, non potendo ridurre se non marginalmente la spesa corrente (costituita perlopiù da interessi passivi, stipendi, pensioni, sanità), dovrebbe fare due cose: azzerare praticamente la spesa per investimenti (ricerca, infrastrutture, innovazione) e aumentare la tassazione. La seconda cosa indurrebbe un calo della domanda interna. La prima cosa, impedendo l’ammodernamento e l’infrastrutturazione, e prevenendo il ritorno dei capitali privati nell’economia reale, produrrebbe con certezza l’effetto di rendere l’economia italiana rapidamente obsoleta e a livello nordafricano, di renderla non più in grado di competere con quelle avanzate e forti, soprattutto con la Germania (ed è appunto ciò che la Merkel vuole). Il conseguente calo del pil in breve  tempo rigenererebbe un alto deficit e l’impossibilità definitiva di ridurre, o forse anche di sostenere, il debito pubblico. Si va verso il default.

La ricetta di rigore imposta in sede UE dalla Germania, dietro i suoi falsi scopi dichiarati, ha quindi questo chiarissimo fine: sabotare ed eliminare, imponendo la pseudo-virtuosità, quei paesi europei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia) le cui economie potrebbero fare concorrenza a quella tedesca. La Germania vuole assicurarsi sviluppo e occupazione eliminando i concorrenti. Inoltre, mettendoli in condizione di non poter sostenere il loro debito pubblico, li forzerà a uscire dall’Euro, oppure creerà sull’Euro tensioni tali, da essere legittimata, o costretta, ad uscirne essa stessa, come già vuole il 65% dei tedeschi. Ma non  lo poteva fare al tempo della crisi greca, e nemmeno oggi: prima deve completare l’opera,  tagliare a fondo e per sempre (Endlösung, soluzione finale) le gambe ai concorrenti, in modo tale che non possano ricrescere, perché altrimenti questi potrebbero ancora farle un’efficace concorrenza. Li tiene stretti entro l’Euro, valuta forte, per soffocarne la concorrenzialità internazionale, la capacità di esportare, il potenziale manifatturiero, così che affondino nel debito estero. Solo dopo di ciò li lascerà, o li farà, uscire dall’Euro.La politica del governo tedesco mira pertanto a mettere in ginocchio l’Europa, per poi assumerne il dominio, l’egemonia, o – per dirla alla tedesca – la Führerschaft, e a farne il suo Lebensraum, lo spazio vitale, nel quale assorbire l’aliquota di tedeschi disoccupati già ora generata dalla sua politica monetaria “renana” di pareggio di bilancio, niente inflazione, alti tassi, alti investimenti. E in cui smerciare i suoi prodotti a superiore tecnologia, stabilendone il prezzo pressoché unilateralmente (price maker). Berlino vuole restare la sola potenza del Vecchio Continente, col suo contorno di piccoli paesi, satelliti della stirpe germanica e della sua valuta: i Währungsangehörigen. Le sue imposizioni di politica monetaria in sede comunitaria, per violenza e distruttività, sono equivalenti a una campagna militare. Sì, il sogno di conquista è tornato,  a Berlino. Angela Merkel, come qualsiasi Bundeskanzler, risponde delle sue azioni solo ai Tedeschi, non agli altri Europei. Impone le sua politica economico-finanziaria a tutta l’Eurozona, però la decide guardando al consenso e all’interesse dei soli Tedeschi. A cui sacrifica l’interesse degli altri popoli. Questo si chiama imperialismo. Imperialismo ostile. Esso, relegando le istituzioni europee, coi vari Van Rompuy e Solana, al ruolo di comparse, di immagini di facciata, senza potere proprio, toglie alle istituzioni europee la capacità di rappresentare i cittadini europei. Quindi delegittima l’Unione dal punto di vista della democrazia: non esiste, infatti, legittimazione democratica senza rappresentanza.

Oggi come le altre volte, i piani di supremazia della Germania sono tecnicamente ben architettati, ma sono basati sul principio del conflitto tra i propri interessi nazionali e tutti gli altri popoli e del non ricercare soluzioni  accettabili anche per gli altri paesi; inoltre, non tengono conto delle vastissime forze che il loro stesso successo potrà suscitare e coalizzare, come già due volte è avvenuto nel secolo scorso, contro lo Herrenvolk, il “popolo dei padroni”. Difetto mentali che la politica tedesca non vuole ancora correggere. Continua a cercare il consenso interno intorno a piani che pongono la Germania come nemico rispetto ai paesi vicini. “Ich habe den Krieg nicht gewollt – Io non ho voluto la guerra”, fu la balbettante autodifesa del Kaiser, alla fine del 1918, tre anni dopo che i Francesi li ebbero fermati sulla Marne, al prezzo di molto sangue. Vedremo presto se Sarkozy ha quello stesso sangue, ossia se denuncerà e contrasterà come antieuropeo, antiumanitario ed egemonico il disegno tedesco; oppure se, nel timore di un confronto economico-monetario con Berlino, comprerà, con molte concessioni in termini di appoggio alla loro linea, una pace separata con gli interessi germanici, dimenticando che, una volta sistemati gli altri, toccherebbe ineluttabilmente anche alla Francia.

E’ però in atto un trend evolutivo verso un altro scenario. La politica economica del governo Merkel sta sì dando forza e propulsione alle esportazioni tedesche e alla parte di industria che le alimenta (ossia al settore globalizzabile), ma il resto dell’economia tedesca, nel complesso, va male – peggio di quella italiana. Ciò da un lato conferma che la Merkel persegue obiettivi i grande potenza, di egemonia sull’Europa; ma dall’altro lato può indebolire il consenso interno della Merkel – o meglio, può alienarle la fiducia di tutta quella parte della popolazione e delle forze economiche che non traggono vantaggi concreti dall’espansione del settore globalizzato. L’importante è allora che i Tedeschi si accorgano che la politica economica imperialista del loro attuale governo è in realtà contraria ai loro interessi, che li sta impoverendo e, insieme, rinchiudendo in un isolamento internazionale che potrebbe avere risultati disastrosi per loro, e altresì per l’Europa, ancora una volta. Ma altrettanto importante è che in tutto il mondo ci si renda conto degli inevitabili effetti rovinosi (per i più) di un’organizzazione economica mondiale che porta alla sopravvivenza del più forte (dell’impresa più forte, del sistema-paese più forte) nella competizione per la conquista dei mercati dell’esportazione e per l’accaparramento delle risorse naturali ai costi minori possibili. E che verosimilmente sarebbe invece sostenibile un sistema come quello ripetutamente proposto dall’economista Nino Galloni (vedi, da ultimo, il suo Prendi i soldi e scappa?, Koiné 2010), in cui i diversi ambiti dell’attività produttiva umana abbiano regimi differenziati conformemente alle loro diverse nature e finalità: vi dovrebbe essere un primo settore – quello degli scambi internazionali – in cui vige la competizione darwiniana (salvi accordi internazionali di solidarietà e stabilità globali) riguarda, in quanto alle esportazioni, le eccedenze delle produzioni locali o nazionali; e, in quanto alle importazioni, i beni e i servizi non localmente producibili; un secondo settore – quello della produzione per i bisogni locali o interni – regolato in modo che si producano localmente tutti i beni e i servizi localmente producibili a costi ragionevoli, cioè tali da consentire un profitto -; un secondo settore – quello dei servizi primari e alle funzioni pubbliche, sottratto alla logica del commercio e del profitto, ma organizzato e gestito con criterio di efficienza economica; e un quarto settore  – quello della creatività artistica, letteraria, etc. – interamente sottratto alla competizione commerciale per la sopravvivenza,  e alla stessa logica del profitto e dell’economia.

 Un tale sistema avrebbe molteplici effetti positivi per le popolazioni:

-riduzione dei costi (finanziari ed ecologici) per i trasporti delle merci in giro per il mondo (utile dato il trend di aumento dei costi di estrazione e raffinazione del petrolio);

-incentivazione delle reti produttive e sociali locali, del patrimonio umano, della qualità;

-riduzione della dipendenza delle nazioni, dei consumatori, dei lavoratori dai cartelli e monopoli-monopsoni multinazionali o sovrannazionali in quanto alla fornitura e all’acquisto di beni e servizi.

Galloni osserva anche che un tale sistema consentirebbe di risolvere le tensioni monetarie, quali l’insostenibilità dell’Euro forte per larga parte di Europa. Infatti consentirebbe avere una moneta per gli scambi internazionali, come l’Euro, e una per l’economia interna, affiancata da monete complementari e alternative, locali o in rete, quali già sono in uso in molti paesi anche europei.

Dato però che il potere di fatto, e anche, sempre più, anche di diritto, è nelle mani dei suddetti cartelli e monopoli-monopsoni internazionali, e che questi hanno tutto l’interesse e mantenere e coltivare la dipendenza e l’insicurezza delle popolazioni rispetto ad se stessi, è del tutto inverosimile che un tale modello venga introdotto nel mondo reale, e che, prima e piuttosto di dar luogo ad esso, si darà luogo a soluzioni temute e prevedibili.

29.11.10

IL BREVE TERMINE DEL GOVERNO TECNICO

 

Nel breve o brevissimo termine, iniziando dal prossimo Gennaio, specialmente in relazione all’imminente discussione del riassetto finanziario europeo, dove Berlino pare in grado di imporre i suoi interessi e la sua linea di rigidità, l’Italia sarà costretta a un secco rientro del debito pubblico a tappe forzate entro il 2020, quindi sbatterà contro le sue storture consolidate: la crescente inefficienza comparativa, il fallimentare costo del lavoro per unità di prodotto, la mancanza di governabilità politico-economica e di riformabilità dovuta alla rigidità dei suoi meccanismi di consenso politico, basati sul mantenimento di privilegi di categoria e sul clientelismo capillare e multilevel.

L’Italia sbatte contro il fatto che la sua classe politica si è specializzata in metodi di mantenimento del potere (soprattutto sui soldi e le risorse pubbliche) che prescindono dall’uso buono ed efficiente del potere stesso. Non ha competenze di governo efficiente. Quindi non ha le alte capacità tecniche, oltre a non disporre del consenso politico, come sarebbe indispensabile per gestire la difficile contraddizione tra una politica di bilancio virtuosa, cioè restrittiva e deflativa, e il rimborso dello stock di debito pubblico, che presuppone un’espansione in corso dell’economia tale da incrementare il gettito fiscale per pagare il rimborso stesso. La spesa pubblica parassitaria e improduttiva non potrà mai esser tagliata da qualsiasi governo italiano, perché appunto è quella che apporta (comperandoli) voti e soldi ai partiti, e senza la quale i partiti non hanno consenso né potere e non possono governare (così come non possono governare contro gli interessi della Mafia e del Vaticano, data la loro forza economica, sociale e politica nel paese). L’attuale governo, avendo perso il sostegno di categorie meridionaliste (MPA, Finiani), per recuperare in quei settori e poter sopravvivere lancia un piano di spesa per 100 miliardi al Sud, mentre al Veneto alluvionato concede 300 milioni – meno dell’iva che incasserà sulle spese per la ricostruzione.

Sino a ieri o avant’ieri, la classe politica, oltre ad alimentare l’emotività della gente e a sviarne l’attenzione mediante le contrapposizioni ideologiche, è riuscita a compensare tale sua inefficienza nel gestire la cosa pubblica mediante tre principali strumenti: a)la svalutazione competitiva, che faceva recuperare competitività alla produzione per l’esportazione, disincentivando al contempo le importazioni, quindi combinatamente sostenendo la produzione, l’occupazione, gli investimenti e i redditi domestici; b)la continua espansione del debito pubblico per acquisire il consenso di categorie aggiuntive di cittadini e imprenditori (pensioni di falsa invalidità, pensioni senza previa contribuzione, posti di lavoro improduttivi, sovvenzioni a pioggia, etc.); questa prassi ha comportato, da un certo punto, il continuo incremento della tassazione per finanziare il processo di cui al punto precedente, soprattutto da quando, vent’anni fa, il pil si è pressoché fermato; c) l’operazione mediatico-giudiziaria “Mani Pulite”  e l’operazione mediatico-monetaria “Euro” per rifarsi la credibilità e legittimare l’incremento della pressione fiscale sfruttando il risentimento verso i politici e il sentimento europeista della popolazione generale.

Nella situazione odierna, lo strumento a) è bloccato dai vincoli comunitari; lo strumento c) è bruciato in ambo le sue componenti; lo strumento b) rimane l’unico praticabile, ma per finanziarlo è indispensabile accrescere fortemente la pressione fiscale onde dare alla classe politica molto più denaro per continuare a comperare i suoi consensi e, al contempo, cominciare a ridurre lo stock di debito pubblico. Ma sui redditi da lavoro e da impresa non è possibile aumentare la tassazione, perché è già tanto alta, da deprimere produzione e occupazione. Neanche sulle rendite finanziarie e sui grandi capitali è possibile aumentare la tassazione, perché ciò colpirebbe gli interessi dei veri detentori del potere. Non resta che colpire fortemente il risparmio e il mattone, con una tassa patrimoniale che inizi come “una tantum” nel 2011, per ritornare annualmente e cronicizzarsi. In più, si farebbe casa riprendendo la vendita degli assets pubblici, di cui i più importanti sarebbero rastrellati dal capitale finanziario straniero. Questa operazione richiede un governo tecnico, con i crismi dell’emergenza, della BCE, del Quirinale, del FMI, della Merkel e della “magistratura” – quest’ultimo crisma ottenuto silurando giudiziariamente Berlusconi, onde poter dire: “abbiamo cacciato il gaglioffo, ora potete tornare a lavorare e pagarci le tasse sapendo che finiranno in mano a persone per bene, che salveranno il paese (Mani Pulite bis), come pure i soldi che faremo vendendo i vostri beni nazionali.”

Gli Italiani non potranno mai cambiare la classe politica, perché sono essi stessi troppo da essa corrotti e di essa complici. Non potranno farlo col voto “democratico” né con una rivoluzione. Non potrà e non vorrà farlo nemmeno la sua “magistratura”, che è parte dell’establishment e, in ragione dei suoi livelli di potere interno, ne condivide i privilegi, che perderebbe, in uno scenario diverso. Lo faranno invece i predetti capitali stranieri, quando avranno completato il take-over degli assets strategici italiani. Allora elimineranno la classe politica, la “casta”, che in ciò li sta aiutando, e piloteranno il Belpaese dall’esterno, insediando una nuova classe dirigente e riformandolo, un buona volta – beninteso, a loro convenienza. Chi vuole far carriera politica nell’Italia di domani, la incominci quindi oggi stesso in Paris-Bas o General Motors.

25.11.10 Marco Della Luna

CONFESSIONI DI UN BANCHIERE CENTRALE

 

CONFESSIONI DI UN BANCHIERE CENTRALE

DAVANTI AL SUO BOIA

by Marco Della Luna

23.11.10

Dedicato alla resistenza monetaria della Repubblica d’Irlanda

 

Tutti i diritti riservati

Dramma in atto unico e nove scene, liberamente tratto, in parte, dal racconto Salvation Island di Louis Even e dal saggio Euroschiavi di Marco Della Luna e Antonio Miclavez.

PERSONAGGI:

Carlo, C, Carpentiere

Agostino, A, Agricoltore

Pietro, P, Pescatore

Samuele, S, Sarto

Fabio, F, Fabbro

Goldman, G, Banchiere

Sacerdotessa, SD, giunonica e materna

Cinque avvenenti fanciulle dei Mari del Sud, seminude

Narratore, N, sobrio e distinto, ma non ricercato; tiene sempre in mano una bacchetta da direttore di orchestra, e la usa per indicare le cose e le persone.

PRIMA SCENA

Crepuscolo. Una spiaggia sabbiosa di un’isola dei Mari del Sud. Una capanna con tettoia. Suona l’ouverture da La Gazza Ladra di G. Rossini. Rumore di risacca.

 

N (puntando la bacchetta in alto, come per cercare la fonte della musica): La riconoscete? riconoscete questa melodia? Sì, è l’ouverture da La Gazza Ladra. Benvenuti sulla mia isola, signore e signori. In questi tempi di recessione vi sarete accorti che siete sempre meno signore e signori, e sempre più straccioni. Vi chiedete, probabilmente, perché, come sia potuto succedere, di chi sia la colpa, di chi sia l’interesse.

Nel 1815, un grande presidente, Thomas Jefferson, scriveva: La dominazione che gli istituti bancari hanno ottenuto sulle menti dei nostri cittadini… deve essere spezzata, o essa spezzerà noi. Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di gestire l’emissione della sua moneta, allora, alternando inflazione e deflazione, le banche e le società finanziarie che cresceranno intorno a esse spoglieranno il popolo di ogni proprietà, sinché i suoi figli si sveglieranno senza un tetto nel continente che i loro padri conquistarono… Credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per la nostra libertà che eserciti in armi… il potere di emissione dovrebbe essere tolto alle banche e restituito allo Stato, a cui esso propriamente appartiene. Cose simili scriverà un altro grande presidente, Abraham Lincoln, che fu ucciso proprio perché aveva cercato di spezzare il monopolio bancario sul denaro e liberare gli Americani dal debito pubblico.

Ma che cosa volevano effettivamente dire Jefferson e Lincoln? Come funziona questo monopolio, come può portare tumultuosa crescita oggi, e rovinosa recessione domani? Nel nostro mondo, oramai incredibilmente complicato, per i profani è difficile vederlo. Però in un mondo più semplice e più piccolo, come questa isola, le cose si fanno più facilmente riconoscibili e più difficili da… nascondersi. Forse l’opera di Mammona, il demone dell’avidità e dell’usura, potrà essere smascherato. Sicché ho buone ragioni di sperare che ciò che sta per avvenire qui, davanti ai vostri occhi, vi possa efficacemente illuminare sulle vicende che interessano il vostro lavoro, i vostri risparmi, la casa, le tasse, le banche… sugli sviluppi imminenti e sui possibili rimedi. Ma ecco arrivare Pietro, il pescatore della piccola comunità che vive sull’isola… vi lascio con lui. Ci vediamo dopo. (Esce).

Avanza Pietro, con vestimenti rabberciati, zufolando, con in mano una rete e alcuni pesci. D’un tratto la sua attenzione è attratta da qualcosa in mare. Scruta facendosi schermo al sole con la mano. Poi smette di zufolare, lascia cadere rete e pesci.

P: Diamine, una scialuppa di salvataggio… un uomo a bordo… sarà vivo o morto?

Corre in acqua e afferra la scialuppa. La trascina a riva.  Prima che la barca tocchi terra, Goldman si alza a sedere.

G: Che c’è? Chi sei? Dove sono?

P: Grazie a Dio, siete vivo!

G: Chi sei? Dove sono?

P: Mi chiamo Pietro, e dove siamo non lo so nemmeno io… sono stato abbandonato su quest’isola, con alcuni compagni. Siamo qui da due anni e più, e ancora non si è vista una nave…

G: Due anni?! Oh, mio Dio! Sono perduto in mezzo all’oceano! Sono rovinato! (Sviene).

 

Arrivano Carlo e Agostino.

P: Su, aiutatemi, portatelo nella mia capanna. Io vado a chiamare gli altri.

Insieme trasportano Goldman nella vicina capanna di Pietro, dove stanno cocendosi alle braci alcuni pesci succulenti. Lo rinfrescano, lo rianimano, gli danno acqua. Pietro va a chiamare Fabio e Samuele

Arrivano Fabio e Samuele. Guardano G. che dorme su una branda.

S: Osservate: respira regolarmente. Non mi pare in pericolo. Lasciamolo dormire. Intanto, vediamo di mettere qualcosa sotto i denti…

P: Sì, lasciamo che si riposi nella capanna… e intanto vediamo di onorare questi bellissimi pesci… che oramai mi sembrano cotti… quando il nostro amico si risveglierà, ci racconterà la sua storia. Se ne avrà voglia.

Mangiano e bevono di gusto sotto la tettoia della capanna, sedendo sull’assito.

G: (comparendo sulla soglia della capanna): Salve, giovanotti, ce n’è anche per me?

C: Ma certo, sedetevi e siate il benvenuto… scusando l’informalità… qui siamo  sistemati alla spartana…

G: Oh, grazie, nessun problema… figuratevi… è già molto aver salvato la pelle… (si siede, poi scatta bruscamente in piedi) Il mio bagaglio! Il mio barilotto? Dov’è?

P: E’ dietro di voi, l’ho portato qua dalla scialuppa con cui siete arrivato… pesa un quintale… ma che ci avete dentro?

G: Ah, grazie al Cielo…(si ricompone) temevo fosse andato perduto in mare… sapete, non riesco a mangiare se non sono propriamente seduto… (rotola a fatica il barilotto fino al suo posto, poi vi si siede sopra; riprende a mangiare di gusto).

P: Diamine, che vitalità, complimenti! Vi siete ripreso in neanche venti minuti…Scusate, non ci siamo ancora presentati… io sono Pietro, faccio il pescatore. Questo è Samuele, il nostro sarto. Questi a destra sono Fabio, il fabbro, e Agostino, l’agricoltore e allevatore. Carlo, il carpentiere, vi sta portando la frutta fresca.

G: Mi presento anch’io. Mi chiamo Goldman, Ben Goldman, e sono… banchiere.

S: Volete dire, un impiegato…?

G: No, il proprietario di una banca. E Terzo Consigliere della Fed, Federal Reserve Bank…La banca centrale degli Stati Uniti d’America. Sono anche il proprietario di una banca… o forse non più… ora, qui, sperduto in mezzo all’oceano… non sono  più nessuno (singhiozza)…  Non fatemici pensare…

A: Suvvia… abbiate fede… finché c’è vita, nulla è perduto…

G: Ah! Voi non sapete che cosa ho perso…non sapete, non potete immaginare… (singhiozza) proprio ora, che tutti i governi si stavano indebitando per darci più soldi…

A: No, no, Goldman… Pietro ha ragione… anche noi, non appena ci siamo ritrovati abbandonati su quest’isola, eravamo abbattuti…

G: Chi vi ha abbandonati qui?

A: Una compagnia che produceva un reality show per la tv. Era un reality a cui partecipavano solo artigiani. Si doveva chiamare Robinson Island, o Brico Island, non avevano ancora deciso. Era commissionato da una multinazionale del bricolage, e dovevamo arrangiarci costruendo tutto e producendo il nostro cibo con pochi attrezzi e materiali che ci metteva a disposizione la regia. Una specie di dimostrazione di autosufficienza possibile per tutti. Ci hanno portato qui per girarlo, poi, dopo alcuni giorni, qualcosa è successo, forse hanno perso il contratto o sono falliti per debiti, e una notte hanno levato le tende e ci hanno piantati in asso… per non pagarci, penso. Dapprima eravamo abbattuti, angosciati… però poi abbiamo scoperto gli aspetti positivi di questo luogo… Eravamo cinque, cinque italiani che volevano guadagnare qualcosa, partecipando al reality show, per emigrare in cerca di lavoro, metter su qualcosa all’estero, cercando di sfuggire dalla disoccupazione e dai debiti. Il contratto, questo qua (mostra un contratto), diceva che, se entro sei mesi o anche prima avessimo costruito un villaggio autosufficiente, ci avrebbero dato anche delle donne e 20.000 Euro a testa, e che altri 100.000 sarebbero andati alla prima coppia che avrebbe avuto un bambino. Con quei soldi saremmo potuti emigrare.

G: Sospetto, ragazzi miei, che un simile contratto sia risultato legalmente nullo, e forse è proprio per questa ragione, che se ne sono andati.

A: Sì, se ne sono andati. Potete immaginare il nostro sgomento, quando ci siamo svegliati, siamo usciti dalle nostre tende, e abbiamo scoperto che se ne erano andati durante la notte con le motolancie Non abbiamo ricevuto i premi, ma qui abbiamo trovato molto più dei premi, del lavoro che cercavamo… Credetemi, Mister Goldman, questa è un’isola della Provvidenza! Si tratta di una piccola isola, lontana dalla civiltà. Una volta usciti dallo shock dell’abbandono, il nostro primo impulso fu di esplorarla in lungo e in largo. Dopo una prima perlustrazione, ci rincuorammo: l’isola non era una roccia sterile.

Veramente eravamo gli unici uomini su di essa al momento. Ma giudicando dalle greggi degli animali semi domestici che incontravamo, là dovevano esserci stati altri uomini in passato. Io, come allevatore, sono riuscito ad addomesticarli completamente e metterli al nostro servizio. Trovai anche che il terreno dell’isola, per la maggior parte, era abbastanza adatta alla coltivazione. Scoprii alcuni alberi da frutto che, se lavorati correttamente, potevano dare buoni raccolti.

C: Erano presenti grandi quantità di legname con molti tipi di legno. Io, da carpentiere, senza troppa difficoltà, ho potuto costruire le case per tutti. Così Fabio, il fabbro, che aveva esperienza in campo minerario, trovò nelle formazioni rocciose dell’isola i segni di ricchi giacimenti minerari, con i quali, grazie alla sua ingegnosità ed iniziativa, abbiamo potuto ottenere i metalli per costruire gli attrezzi da lavoro. E Pietro, che vi ha raccolto dalla scialuppa, ispezionò le coste e scoprì che si poteva catturare una grande quantità di pesci, molluschi e crostacei. Con l’aiuto di Samuele, il sarto, e di Fabio, il fabbro, ha fabbricato reti, fiocine, ami… Samuele, dal canto suo, con le fibre naturali disponibili abbondantemente, e anche con le pelli e le lane degli animali, preparava indumenti e calzature per tutti. Io costruivo case e mobili vari. Inizialmente trovammo alimento nella vegetazione spontanea. Ma presto i campi furono lavorati e seminati ed il coltivatore fece abbondanti raccolti.

Pertanto ciascuno poteva servire la collettività con il suo speciale talento. Tutti fummo d’accordo a denominare quella terra “Isola della Salvezza”, e non “Brico Island” come doveva chiamarsi secondo il contratto. Tutti ringraziammo la Provvidenza per la felice svolta della nostra avventura.

G: Ci fu qualcuno che prese il comando? Avete eletto un capo che vi guidi?

S: Non è stato necessario, dato il nostro piccolo numero, e anche perché ciò che andava fatto, in quelle condizioni, è sempre stato di per sé chiaro a tutti noi. Ci mettemmo senza indugio al lavoro, con gli attrezzi e i materiali lasciatici dalla troupe, e altre cose che raccoglievamo lungo la spiaggia.. Stagione dopo stagione, la nostra isola, con il lavoro di noi cinque, divenne ricchissima di ogni bene necessario alla vita. La ricchezza non era quella relativa all’oro o alle banconote di carta, ma di un valore essenziale; una ricchezza di alimenti, vestiti, abitazioni, libertà… insomma, di tutte quelle cose necessarie per soddisfare le vere esigenze umane.

Ognuno di noi cura anche i sui affari. Lo scambio delle rispettive eccedenze, cioè di quanto ciascuno produce e non consuma per se stesso, consente a tutti noi di beneficiare di tutti i prodotti dei lavoro della piccola comunità, senza far mancare nulla ad alcuno. La vita non è proprio articolata e complessa come potremmo sognare; difetta di molte delle cose a cui eravamo abituati nella “civiltà”. Ma non potevamo certo lamentarci.

Prima di partire avevamo saputo della grave depressione economica che aveva colpito il mondo e anche il nostro paese, dove c’erano le persone senza tetto, senza lavoro e con le pance vuote e parallelamente i grandi magazzini tracimavano di alimenti che solo pochi fortunati potevano acquistare, così come le liste di disoccupazione traboccavano di lavoratori senza impiego. Almeno, sull’Isola della Salvezza, non siamo costretti a vedere i prodotti alimentari andare in putrefazione, né a vivere di pubblica assistenza.

Tra noi, ovviamente, le tasse sono sconosciute, perciò non viviamo nel timore costante dell’arrivo dell’esattore o della Guardia di Finanza. Lavoriamo per noi stessi, non per altri. E nessuno ci porta via il frutto del nostro lavoro.

G: A sentir voi, qui non avreste problemi. Ma io, da esperto economista, non posso credere che tutto fili liscio da sé. Un’economia non si organizza da sola, spontaneamente, nemmeno su piccola scala. E poi, non avete denaro. Come potete regolare i vostri scambi, i vostri crediti e debiti, per le cose che ciascuno dà all’altro?

S: In effetti, ci riuniamo spesso per trattare i nostri affari. Nel sistema economico che abbiamo naturalmente sviluppato, una sola cosa ci dà seri problemi e ci limita: non abbiamo alcuna forma di denaro. Il baratto, lo scambio diretto di merci contro merci, ha i suoi svantaggi. I prodotti da scambiare non sono sempre attuali o freschi quando si contratta.  Per esempio, il legno trasportato al coltivatore nell’inverno non può essere da lui pagato col grano finché, sei mesi più tardi, non matura il raccolto. A volte uno di noi può avere un prodotto di grande valore che non può essere però compensato dai prodotti degli altri in quel momento. Tutto queste complicazioni creano difficoltà, dobbiamo ammetterlo.

G: Vedete che anche voi arrivate a intuire alcune questioni fondamentali dell’economia? Con un sistema monetario, ognuno potrebbe vendere i propri prodotti agli altri per una  prestabilita quantità di soldi. Con questi soldi potrebbe acquistare ordinatamente dagli altri le cose che desidera, quando le desidera e quando sono disponibili. Non vi pare?

(I cinque si consultano tra di loro)

S: Siamo tutti d’accordo, in linea di principio, che un sistema monetario, con regolari banconote garantite da una banca centrale di emissione, effettivamente sarebbe molto conveniente. Ma nessun di noi sa introdurre un tal sistema. Sappiamo produrre tutti i beni che ci servono; ma come si fa produrre i soldi? Come si fa a dar loro il valore? A trasformarli da semplici pezzi di carta in banconote valide? Non l’abbiamo mai fatto, nessuno ci ha insegnato come si fa.

G: Bene, potete ringraziare la Provvidenza, perché sono un banchiere ed in poco tempo potrò realizzarvi un vero sistema monetario. Io so dare al denaro quel suo specifico potere, ossia il valore della banconota. Così avrete tutto ciò che le popolazioni civili hanno. Beninteso, se voi accettate i miei servigi e se mi nominate vostro banchiere centrale. Come potete immaginare, io sono abituato a operare su ben altre grandezze, su milioni di soggetti economici – imprenditori, risparmiatori, famiglie che si comperano la casa – ma, dato che sono confinato su quest’isola in vostra compagnia, perché non dovrei  adattarmi, per il vostro bene, a servire la vostra piccola comunità? Ora però mi sento molto stanco, e ho bisogno di riposare. Potreste lasciarmi a disposizione questa capanna, per la notte?

P: Allora vi lascio la mia capanna. Voi riposate con agio. Domattina ci consulteremo tra di noi e, verso mezzogiorno, ritorneremo qui e vi comunicheremo la nostra decisione. Buona notte.

(I cinque escono).

SECONDA SCENA

Capanna di Pietro. E’ giorno fatto. I cinque ritornano alla capanna. Pietro bussa alla porta. Goldman esce.

G: Buondì, giovanotti. Che mi dite di bello?

S: Buondì a voi. Mister Goldman, vi comunico che accettiamo la vostra offerta. Se siete d’accordo, come nostro banchiere, la vostra unica occupazione su questa isola sarà di occuparvi dei nostri soldi; come produrli, dargli valore, farli circolare e farli fruttare. Nessun lavoro manuale. Costruiremo per voi una casa lussuosa, per quanto possibile, in armonia con la vostra dignità di banchiere. Nel frattempo alloggerete nel fabbricato che usiamo per le attività comunitarie

G: Benone. Non perdiamo tempo. Per meritare i riguardi che mi tributate, e di cui vi ringrazio, mi metterò all’opera immantinente. Come ogni altro banchiere, per soddisfare le vostre esigenze, inizierò a produrre la moneta di cui avete tanto bisogno. Ma in primo luogo, scaricare la barca. C’è della carta ed un torchio tipografico, completo di inchiostro, e una taglierina; c’è inoltre il barilotto, che vi esorto a trattare con la più grande cura. Portate tutto nel mio alloggio provvisorio, tranne il barilotto, che resta qui con me. Sappiate che il barilotto contiene il tesoro di tutti i sogni. E’ pieno… d’ORO! E questo oro sarà la riserva di valore che darà valore alle banconote che stamperò per voi oggi stesso… banconote garantite, convertibili in oro, mi capite?

(Tutti, con meraviglia e gaudio) Oh! Bontà divina! La nostra comunità ha una riserva d’oro!

G: Sì, miei amici, ho oro abbastanza per un continente. Ma l’oro non è fatto per la circolazione. L’oro deve essere nascosto. L’oro è l’anima dei soldi veri e l’anima è sempre invisibile. Ma vi spiegherò tutto quando riceverete il vostro primo finanziamento. Ora ditemi, piuttosto: Quanti soldi vi servono per cominciare ad effettuare agevolmente i vostri commerci e ad espanderli secondo il vostro potenziale?

(I cinque si guardano l’un l’altro; poi) Non sapremmo, signor Banchiere… ci potete aiutare voi?

G: Ben volentieri! Fatemi vedere i conti delle vostre rispettive produzioni…

(Samuele gli porge un fascio di fogli, Goldman lo studia qualche minuto e fa qualche conto)

G: Direi che 2.000 Euro ciascuno possono bastare, per ora. Poi, con l’aumento della produzione, si vedrà. Ora lasciatemi fare… portate tutto nell’edificio comune, tranne il barilotto.

I cinque escono di scena trasportando le cose di Goldman nell’edificio comune.

Goldman, rimasto solo, ridacchia: Il dio della civiltà è arrivato sull’Isola della Salvezza! Il dio giallo, sempre nascosto, tuttavia terribile per chi non ce l’ha; la sua presenza o assenza o il minimo capriccio potrebbe decidere il destino stesso di tutte le nazioni civilizzate! “Oro! Signor Banchiere, siete veramente un grande banchiere!” “Oh, augusta maestà! Oh, venerabile Maestro Goldman! Alto sacerdote del grande dio oro! Accettate il nostro umile omaggio e ricevete i nostri giuramenti di fedeltà! Avanti, occultiamo il biondo dio alla vista di questi mortali! Ogni tesoro che si rispetti deve restare irraggiungibile, per restare credibile…. Andiamo quindi a sotterrarlo per benino, prima che qualcuno di questi bravi lavoratori ritorni a rompere le scatole.

(Esce di scena rotolando a calci il barilotto e tenendo una vanga sulla spalla).

 

TERZA SCENA

Notte. Interno dell’edificio comune, che è una baracca di legno. Da fuori si sentono le grida e i canti di contentezza dei cinque, che festeggiano la loro nuova ricchezza. Goldman mette in funzione la sua piccola pressa per stampare mille biglietti della taglia di 10 Euro. Guarda le nuove banconote pulite uscire dalla sua pressa. Le ritaglia con la taglierina. Forma 5 pacchi e li pone su un tavolo.

G (fregandosi le mani tutto compiaciuto): Quanto è semplice fare i soldi. Pezzi di carta. Tutto il loro valore viene dai prodotti dei cinque fessacchiotti lavoratori, e dalla loro fiducia nei miei biglietti. Prodotti che i soldi permetteranno di acquistare. Senza prodotti, queste banconote sarebbero senza valore. I miei cinque ingenui clienti non lo realizzeranno mai. Realmente pensano che questi nuovi soldi derivino il loro valore dall’oro! La loro stessa ignoranza mi renderà il loro padrone. (Ride) Questa sì che è vita: impadronirsi delle vite degli altri approfittando delle loro richieste. Io li accontento, do loro tutto il credito che mi richiedono, quelli mi ringraziano, e io mi prendo le loro vite. Essi non capiscono un fico secco di ciò che io faccio con loro. Io so come la storia si svilupperà, ma i lavoratori non lo sanno affatto. Finiranno per lavorare per me senza possedere più nulla. Come dice il proverbio: dagli corda finché si impiccano! Del resto, sta scritto anche nella Sacra Scrittura, vediamo un po’, nel Deuteronomio, Capitolo 15, versetto 6, se ben ricordo (apre una Bibbia) ecco: “darai  prestiti a interesse a molte nazioni, ma tu non chiederai prestiti; così dominerai su molte nazioni, ma esse non domineranno su di te.” (Richiude la Bibbia e si distende con voluttà) Ah, che parole meravigliose, mio Signore… mi metterebbero a posto la coscienza, se ne avessi una! (Ride).

Un raggio di sole entra da una finestra.

G: Toh, si fa giorno! Fra un po’ i miei clienti arriveranno a chiedere il finanziamento… anzi, mi sembra già di sentirli arrivare… quanto sono impazienti, quanto sono entusiasti! (Si frega le mani).

(Bussano.)

G: Avanti, baldi giovani! Avanti! Vi stavo aspettando. Buongiorno a tutti!

(I cinque entrano) Buongiorno, Mister Goldman!

G: Ecco, sul tavolo vedete i vostri cinque pacchi di banconote. Sono 2.000 a testa. In taglio da 10.

C: Caspita, non pensavo che fosse così facile!

G: Un momento. Prima della distribuzione dei soldi, gradirei la vostra attenzione. La base di tutti i soldi è l’oro. Ed esso, immagazzinato nel deposito della mia sede, è il MIO ORO. Di conseguenza, i soldi sono i miei. Oh! Non c’è nulla da scoraggiarsi. Lo consegnerò a voi, come potete vedete. Tuttavia, dovrete pagare l’interesse. Considerando che i soldi sono limitati qui, non penso che l’8% sia irragionevole.

F, P: Oh, è davvero ragionevole!

G: Un ultimo punto, amici miei. Il commercio è il commercio, anche fra gli amici. Prima che preleviate i soldi, ciascuno di voi dovrà firmare una carta. Con essa vi impegnerete a pagare sia l’interesse che il capitale sotto la pena della confisca delle vostre proprietà. Oh! Questa è una pura formalità. La vostra proprietà non è di nessun interesse per me. Sono soddisfatto solo con soldi. E ritengo che sicuramente otterrò i miei soldi e voi manterrete la vostra proprietà.

A: Ne siamo certi anche noi. Stiamo già andando a lavorare, e lo faremo con la massima determinazione per restituirle i suoi soldi. Prima il lavoro, poi il riposo. Prima si pagano i debiti, poi si pensa a se stessi! Così mi insegnava mio nonno.

G: Allora, visto che siete bravi cristiani, vogliate giurare sulla Bibbia che vi impegnate a pagarmi gli interessi annualmente e a rimborsarmi il capitale a richiesta (porge loro la Bibbia su un tavolo).

I cinque (ponendovi sopra la mano): Lo giuriamo sulla nostra anima! Che possa non avere mai pace se non onoreremo il nostro debito verso di voi, Mr. Goldman!

G: Benissimo! Questo è lo spirito giusto, o miei prodi! In qualunque momento avrete un problema monetario, venite pure da me. Il vostro banchiere è il vostro migliore amico. Ora, qui, avete 2.000 Euro ciascuno. Vogliate servirvi.

(Ciascuno ritira il suo pacco. Euforici, i cinque escono di scena).

QUARTA SCENA:

Capanna di Fabio, che fa conti seduto a uno scrittoio.

N: E così le banconote del banchiere sono entrate in circolazione sull’isola. I commerci, semplificati dai soldi, raddoppiano. Tutti sono felici. Il danaro è veramente il sangue dell’organismo economico! Ed il banchiere è sempre accolto con rispetto e con sicuri ringraziamenti. Ma ora, vediamoli … Perché Fabio, il fabbro, seduto al tavolo, guarda così pensosamente e calcola così attivamente con carta e matita? Perché Fabio, come gli altri, ha firmato un accordo per rimborsare Goldman, in un anno, € 2.000 più gli interessi dell’8%, ossia 160. Ma Fabio ha soltanto alcune banconote nella sua tasca e la data del pagamento è vicina.

Pensa a lungo al suo problema personale, ma senza successo; non trova una soluzione. Infine decide di impostare il medesimo problema dal punto di vista della piccola Comunità nell’insieme. Ha convocato gli altri quattro naufraghi nella sua capanna, per esporre loro le sue conclusioni, e già vedo che stanno per entrare.

(Entrano i quattro, e si siedono).

F: Benvenuti. Veniamo subito al punto. Prendendo in considerazione tutto sull’isola, nel suo insieme, siamo in grado di onorare i nostri obblighi? Goldman ha emesso un totale di € 10.000. Sta chiedendoci di ridargli € 10.800. Ma anche se gli portassimo tutte le banconote presenti sull’isola, ancora saremmo mancanti di € 800. Nessuno ha emesso gli 800 supplementari. Abbiamo tantissimi prodotti, ma non abbiamo altre banconote da un dollaro. Così Goldman potrà assumere la direzione dell’intera isola poiché tutti gli abitanti insieme non potranno restituirgli l’importo totale dei capitale e degli interessi.

Anche se alcuni, sfruttando o defraudando gli altri, forse riusciranno a onorare l’impegno, gli altri non potrebbero farlo. E prima o poi tutti cadranno nell’insolvenza. Il banchiere avrà comunque tutto. E’ indispensabile effettuare subito una riunione col nostro banchiere e decidere che fare a questo proposito.

S: I numeri sono numeri. I conti di Fabio sono inoppugnabili. Il sistema che Goldman ci ha proposto, e che noi abbiamo accettato, liberamente ma nell’ignoranza, è oggettivamente insostenibile. Non dipende da noi, ma dal sistema stesso.

P: Mi pare impossibile che Goldman ci abbia proposto un sistema monetario insostenibile. E’ troppo esperto per commettere un simile errore.

A: Allora, amici miei, non resta che parlargli del problema. Subito. Siete tutti d’accordo?

C,S,R,C: Sì, sì. Andiamo subito da lui.

QUINTA SCENA

 

Edificio comune. Goldman è allo scrittoio. Entrano i cinque.

C: Mister banchiere, scusate l’intrusione, ma dobbiamo parlarvi di un problema serio e urgente.

G: Dite pure, ragazzi miei.

F: L’anno sta per scadere, perciò dobbiamo rimborsarvi il prestito e pagarvi gli interessi. Il prestito è di 10.000 Euro e gli interessi di 800. Ciò fa in tutto 10.800 Euro. Ma come possiamo pagarvi 10.800 Euro, se in tutto ce ne avete dati solo 10.000?

G: La differenza sono gli interessi, amici miei. Non avete aumentato la vostra produzione?

C: Sicuro, ma gli 800 relativi agli interessi nessuno li ha. E sono i soldi che state chiedendo, non i nostri prodotti. Siete l’unico che può fare i soldi. Avete stampato soltanto 10.000 ma ne chiedete 10.800. Ciò è impossibile!

G: Ora ascoltatemi, amici. I banchieri, per il bene supremo della Comunità, si adattano sempre alle esigenze dei tempi. Vi chiederò soltanto gli interessi. Soltanto € 800. Continuerete a tenere il capitale”.

A: Siate benedetto, Mister Goldman! Ci state condonando i 2.000 ciascuno che vi dobbiamo?

G: Oh no! Sono spiacente; un banchiere non annulla mai un debito. Altrimenti, si innescherebbe la spirale dell’inflazione. E tutti voi ci rimettereste. L’inflazione è la peste, la tisi e il cancro di una sana economia. Quindi mi dovete ancora tutti i soldi che avete preso in prestito. Ma mi pagherete, ogni anno, soltanto gli interessi. Se mi rimborserete puntualmente ogni anno degli interessi non vi solleciterò la restituzione del capitale. Forse potrà succedere che alcuni non potranno rimborsare neppure gli interessi a causa dell’andamento degli affari fra voi. Bene, bisogna che vi organizziate come una nazione, realizzando un sistema dei contributi, che chiameremo tasse. Coloro che avranno più soldi saranno tassati maggiormente; i poveri pagheranno di meno. Farete un sistema di soccorso sociale. Assicuratevi che complessivamente possiate pagare gli interessi che mi dovete ed io sarò soddisfatto. E la vostra piccola nazione prospererà.

C: Caspita, non ci avevamo pensato! Eppure la soluzione è così semplice!

F: Sì, sembrava un problema tragico, irresolubile, e al contrario… davvero, è l’uovo di Colombo!

G: Suvvia, ragazzi miei, non prendetevela con voi stessi! La scienza economica è una materia complessa, e voi la state imparando passo dopo passo, nozione dopo nozione… io ve la insegno molto volentieri, e questo servizio, ricordatevelo, ve lo faccio gratis!

P: A nome di tutti, Mister Goldman, vi porgo i più sentiti ringraziamenti! E anche complimenti per la vostra abilità! Non siete solo il nostro banchiere, siete pure il nostro professore!

A: E grazie ancora per le vostre lezioni di economia! Arrivederci! (I cinque escono.)

G: (chiudendo la porta) Gli affari vanno bene. Questi ragazzi sono bravi operai, ma stupidi. La loro ignoranza e la loro ingenuità sono la mia forza. Chiedono soldi e do loro le catene della schiavitù. Mi danno le orchidee ed io alleggerisco legalmente le loro tasche.  Potrebbero ribellarsi e gettarmi in mare! Ma non credo che lo faranno! Ho le loro firme. Sono gente onesta; sono lavoratori! Sono stati messi in questo mondo per servire i finanzieri. Oh grande Mammona! Ritengo che il tuo genio delle operazioni bancarie scorra attraverso la mia persona! Oh, illustre maestro! quanta ragione avevate quando avete detto: “datemi il controllo dei soldi della nazione e non mi importerà di chi emana le leggi.” Sono il padrone dell’isola della Salvezza perché controllo i soldi dell’intera isola. Potrei governare l’universo. Perché io, Goldman, sono capitato qui? Il mio posto era il mondo.  Oh! se soltanto potessi andarmene da questa isola! So che potrei governare il mondo intero senza nessuno al di sopra di me! Il mio piacere supremo sarebbe quello di inculcare la mia filosofia nelle menti di coloro che governano la società: banchieri, industriali, politici, militari, insegnanti, giornalisti; tutti sarebbero miei servi. Le masse sono soddisfatte di vivere in schiavitù, quando chi comanda appartiene al partito politico da loro votato (ride). E tutti i partiti sono miei…

 

 

SESTA SCENA

 

   Frutteto di Agostino, giorno fatto. Le fanciulle danzano svagatamene e giocano con una palla.

N: Nel frattempo le cose vanno di peggio in peggio sull’isola della Salvezza. La produzione è elevata, ma gli scambi commerciali sono in forte calo. Goldman raccoglie regolarmente i suoi interessi. Gli altri devono pensare a risparmiare i soldi per pagare le rate degli interessi. Quindi, i soldi cominciano a coagularsi piuttosto che a circolare liberamente. Compare il fenomeno della rarefazione monetaria. Nel frattempo, su una lunga canoa, sono arrivate sull’isola alcune avvenenti ragazze (compaiono alcune ragazze di tipo polinesiano, seminude e danzanti) che, secondo le usanze della loro tribù, ogni sette anni vengono mandate su quest’isola a piantare l’Albero della Felicità, guidate dalla loro sacerdotessa (appare la sacerdotessa). E, siccome erano attraenti e dolci, i cinque naufraghi si sono uniti a loro, e desiderano fare famiglia ed avere figli, ma, a cagione del peso dei debiti e degli interessi passivi, non se la sentono, e ciò li irrita assai. (Le ragazze smettono di danzare e guardano intorno imbronciate). In queste condizioni, evidentemente, non possono piantare l’Albero della Felicità.

Coloro che pagano la maggior parte nelle tasse protestano contro coloro che pagano di meno. Aumentano i prezzi delle loro merci per compensare quelle perdite. I poveri, che pagano meno tasse, deplorano l’alto costo della vita e comprano di meno. Il banchiere lancia moniti contro il rischio dell’inflazione, dicendo che, per tenerla a freno, dovrà alzare il tasso di interesse, portarlo al 10% annuo, anche se in realtà i prezzi stanno salendo proprio a causa del tasso di interesse. E raccomanda di avere fiducia. Il morale però è sempre più basso. La gioia di vivere non c’è più. Nessuno si impegna più con passione al proprio lavoro. Perché dovrebbe? I prodotti sono venduti a bassissimo costo. Si incassa sempre più a fatica e con ritardo. Quando si riesce ad effettuare una vendita, si devono pagare le tasse a Goldman. Del margine di profitto rimane poco o nulla, dopo pagati gli interessi e le tasse. Ciascuno, per cercare di sbarcare il lunario e di non fallire, è costretto a cercare di fregare gli altri. La solidarietà e l’amicizia tra gli isolani è finita. Ciascuno diffida degli altri. Ciascuno cerca di farsi lucchetti e serrature per proteggere la sua roba e i suoi soldi. L’Isola della Provvidenza è diventata proprio come l’Europa da cui sono emigrati. O come l’America.

Le cose vanno proprio così, come oggi. E’ una crisi reale. E gli isolani, in base alle lezioni di economia del Banchiere Centrale, si accusano l’un l’altro di tenere i prezzi troppo alti oppure di non consumare più abbastanza.

Entrano  Agostino, Carlo e Fabio

F: Ho pensato attentamente alla situazione nella quale ci ritroviamo. Infine sono arrivato alla conclusione che questo “progresso”, introdotto dal sistema monetario dei banchiere, ha rovinato tutto sull’isola. Il sistema di Goldman sembra proprio progettato per mettere in evidenza le parti peggiori di ciascuno di noi..

A: Non sono un genio, ma vedo anch’io che da troppo tempo stiamo soffrendo a causa dei sistema monetario di questo banchiere. Eccolo che arriva, lupus in fabula, seguito da Samuele e Pietro.

F (rivolto a G): Signor Banchiere, sull’isola i soldi sono limitati, inoltre ce li portate via in continuazione! Li paghiamo e ripaghiamo, ma ancora vi dobbiamo tanto quanto all’inizio. Lavoriamo solo per voi, ma ugualmente non siamo a posto! Abbiamo la terra, la più ricca possibile, ma siamo più poveri di prima del giorno del vostro arrivo. Debiti! Debiti!

G: Oh! ragazzi, siate ragionevoli! I vostri affari stanno crescendo ed è grazie a me. Un buon sistema bancario è il bene migliore del paese. Ma per funzionare al meglio dovete avere fiducia nel banchiere. Venite da me come da un padre… avete bisogno di più soldi? Molto bene. Il mio barilotto d’oro è sufficiente per milioni di Euro. Vedete, è sufficiente che ipotechiate altre vostre proprietà e saranno disponibili altri 10.000 Euro.

F: Già, così il nostro debito andrebbe a 20.800 in linea capitale, con l’interesse composto! Dovremmo pagare più del doppio di interessi, e così per il resto delle nostre vite!

G: Ma le vostra proprietà, grazie al sistema monetario, aumenteranno presto di valore ed io potrò prestarvi ancora più soldi. E non pagherete mai nulla in più degli interessi e dei capitale residuo. E potrete trasferire il debito di un anno all’anno successivo.

P: Ed aumenteranno le tasse di anno in anno?

G: Ovviamente. Ma anche i vostri redditi aumenteranno ogni anno.

F: Così dunque, più il paese si sviluppa a causa del nostro lavoro, più il debito pubblico aumenta!

G: Naturalmente! Proprio come nella nostra Eurozona, o in qualsivoglia altra parte del mondo civilizzato. Il grado di civilizzazione del paese è misurato sempre dall’ammontare del debito nei confronti dei banchieri; niente debiti, niente progresso.

S: E codesto è un sistema monetario sano, voi ci assicurate, signor Goldman?”

G: Signori, tutti i soldi veri, i soldi sani, sono basati sull’oro e vengono immessi sul mercato attraverso i debiti. Il debito pubblico è una buona cosa. Mantiene gli uomini in competizione fra loro per aumentare la loro ricchezza. Sottomette i governi alla saggezza suprema ed ultima, quella che è incarnata dai banchieri, cioè nelle Autorità Monetarie. Come banchiere, sono la torcia della civiltà e del progresso qui sulla vostra piccola isola. Detterò la vostra politica e regolerò il vostro livello di vita. Esattamente come fa la Banca Centrale Europea, che detta le sue direttive ai governi dell’Eurozona.

P: Sig. Goldman, siamo gente semplice e non conosciamo bene il sistema monetario, ma non desideriamo quel genere di civiltà qui. Non prenderemo in prestito un altro centesimo da voi. Soldi veri o non veri, non faremo più nessun tipo di nuova transazione con voi.

G: Signori, sono profondamente rammaricato per questa vostra decisione, assai sconsiderata. Ma se questa è la vostra decisione, ricordatevi che ho le vostre firme. Quindi vi chiedo tutto il rimborso immediato: capitale ed interessi.

F: Questo non è possibile. Anche se vi dessimo tutti i soldi presenti sull’isola, ancora non saremmo sdebitati con voi.

G: Non è un mio problema. Avete o non avete firmato? Sì? Molto bene. In virtù della santità dei contratti stipulati e del solenne giuramento che voi avete prestato sulla Sacra Bibbia e per le vostre anime, prendo possesso delle vostre proprietà ipotecate al momento della consegna del denaro. Se non intenderete adempiere ai vostri obblighi nei confronti dell’autorità suprema dei soldi allora obbedirete alla legge dell’uomo e di Dio. Continuerete a sfruttare l’isola, ma nel mio interesse e secondo la mia volontà. Ora, uscite! Avrete domani le mie nuove disposizioni.

SETTIMA SCENA

Caletta sabbiosa, nascosta dall’erba, di buon mattino

N: Goldman sapeva che chiunque ha il controllo dei soldi della nazione, controlla la nazione. Ma sa anche che per avere il controllo completo era necessario mantenere la gente in una condizione di informazione fuorviante e di distrazione dai veri problemi.

Goldman aveva colto le convinzioni politiche dei cinque isolani; due erano conservatori e tre erano democratici; molte cose erano cambiate nelle loro conversazioni serali, particolarmente dopo essere caduti in schiavitù. Fra conservatori e democratici c’era attrito costante. Occasionalmente, Fabio, considerando che tutti avevano gli stessi bisogni ed aspirazioni, aveva suggerito la loro unione per esercitare la pressione sull’autorità. Una tal unione, Goldman non la poteva tollerare; avrebbe comportato la conclusione dei suo dominio. Nessun dittatore, finanziario o altro, potrebbe esistere se la gente fosse unita ed informata correttamente. Di conseguenza, Goldman si impegnò a fomentare, quanto più possibile, la disputa politica fra loro mettendo gli uni contro gli altri.

Il banchiere mise la sua pressa al lavoro e fu editore di due giornali settimanali, Rai del Sole, per i democratici, e Media Star, per i conservatori. La linea editoriale di Rai del Sole era: Se non siete più liberi, la colpa è dei conservatori che pagano poco i lavoratori e  provocano l’inflazione tenendo alti i prezzi. Quella di Media Star era: La condizione rovinosa dei commercio e del debito pubblico è dovuta ai democratici traditori che spendono e spandono in attività clientelari e coprono le spese con eccessive tasse.  Le due fazioni litigano fra loro ferocemente, evitando sempre di dire che il responsabile vero delle loro disgrazie, colui che aveva forgiato le loro catene, era il banchiere Goldman. Se l’avessero detto, avrebbero infatti perso i finanziamenti.

 

Entra Fabio, che scopre una cassa spiaggiata tra le canne. La apre e ne estrae alcuni libri. Incomincia a leggere incuriosito.

F: Senti senti… ma questo libro parla proprio di ciò che sta succedendo a noi… a noi Euroschiavi, a noi  Polli da Spennare

(Legge) I soldi dovrebbero essere solo uno strumento della contabilità, degli accreditamenti che passano da un conto ad un altro secondo gli acquisti e le vendite. Il totale dei soldi deve essere pari alla somma dei prodotti presenti sul mercato. Ogni volta che aumenta la produzione deve aumentare in maniera corrispondente l’ammontare dei soldi. La proprietà dei soldi di nuova emissione deve essere della collettività, perché è della collettività il merito di aver aumentato la produttività. Il denaro può essere emesso senza generare debito… e senza bisogno di copertura… direttamente dallo Stato in nome del popolo… Il denaro di nuova emissione deve nascere di proprietà popolare, ed essere destinato ad investimenti produttivi, alle infrastrutture, alla scuola, alla sanità… non può andare a finanziare attività speculative… Dire che lo stato non ha i soldi per realizzare le opere pubbliche è come dire che un ingegnere non ha i chilometri per costruire una strada… I prestiti bancari sono invalidi, perché le banche non sono proprietarie del valore… quindi nessun interesse è dovuto…

Diamine! Ma questa è la nostra salvezza! Che botta di fortuna! Adesso me ne vado a casa e mi studio queste… queste… queste… e poi le spiego agli altri… vedranno chi è Fabio! (esce, al suono dell’ouverture da La Gazza Ladra, che fa un breve stacco musicale).

OTTAVA SCENA

Pomeriggio, tettoia della capanna di Pietro. Fabio ha con sé una mannaia, Samuele due camicie, Pietro tre grossi pesci, Agostino una capra, Carlo una sedia. Fabio, usando un proiettore powerpoint, insegna agli altri quattro e alle fanciulle. Su un tavolo accanto stanno in vista alcuni libri.

F: Amici miei, vi annuncio che ho trovato il bandolo della matassa. Finalmente ho capito che cosa ci sta realmente succedendo. In una cassa arenatasi in una caletta, c’erano alcuni libri di economia monetaria. Ho passato la notte a studiarli. Adesso quei libri sono qui, a disposizione di tutti. Grazie ad essi, siamo in grado di ricostruire, di decifrare, il sistema monetario costruito dal quel furfante di Goldman. Vediamo dapprima che cosa è successo. Il nostro banchiere centrale, Mister Goldman, a nostra richiesta, ha creato inizialmente 10.000 Euro. E li ha emessi prestandoceli all’8%. Quindi, matematicamente, dopo un anno la quantità di denaro esistente era sempre di 10.000, ma la quantità di debito era di 10.800. E dopo due anni, considerando che gli interessi si capitalizzano, si compongono, il debito sarà di 11.664, mentre il denaro esistente sarà sempre 10.000. In pochi anni il debito sarà doppio del denaro esistente. Guardate questo grafico, che ho trovato in un libro: il totale del debito si impenna nel tempo, crescendo così (proietta un grafico evidenziante l’incremento esponenziale del debito in base al tasso di interesse composto). E a un certo punto gli interessi da pagare annualmente supereranno la quantità di denaro disponibile. Se l’economia non continua a crescere, non si riesce più a pagare gli interessi. Se, a questo punto, per finanziare il pagamento degli interessi, prendiamo a prestito altro denaro, come abbiamo fatto su consiglio di Goldman, risolviamo il problema nell’immediato, ma lo moltiplichiamo nel futuro. La società, nel suo complesso, non potrà mai rimborsare il debito, matematicamente. Ma alcuni singoli lo possono fare, se riescono ad arricchirsi sfruttando e defraudando il prossimo. Questo porta alla guerra di tutti contro tutti, spinge alla sopraffazione come sistema di sopravvivenza. Quindi distrugge la solidarietà, la moralità, la legalità. Avete capito? Goldman sapeva e voleva quello a cui andavamo incontro! Quindi il  nostro giuramento sulla Bibbia non è valido, essendo stato carpito con dolo e inganno!

S: In fondo, è la stessa medesima cosa che ci stava succedendo in America e in Europa, e che ci ha costretti ad emigrare alla ricerca di lavoro… Ma ciò significa che non vi può essere via d’uscita, che il debito… è infinito! Che l’emissione di denaro genera automaticamente un debito che tendenzialmente diviene infinito. Che non c’è speranza! Che il destino è la schiavitù per debiti! Dev’esser questa la SOLUZIONE FINALE! La soluzione finale per il genere umano… come la programmano Goldman e i suoi colleghi.

F: No. Non è vero. Il denaro si può e si dovrebbe emettere senza creare debito.

A: Sì, ma come?

F: Esattamente come ha fatto il banchiere. Lo spiegano questi libri. Basta togliersi il paraocchi che ci hanno imposto sin dalla scuola, e poi coi libri, coi giornali, i telegiornali, la politica… Il banchiere ha creato denaro senza indebitarsi e senza nemmeno mostrarci il suo oro, e a costo zero, salve le spese tipografiche. Ebbene, anche noi possiamo crearlo così. Al medesimo modo. Il denaro ce lo potevamo fare da soli, capite? Questo è ciò che potevamo fare senza aspettare un banchiere ed il suo barile di oro o senza sottoscrivere alcun debito. Niente debito, niente interesse passivo. Niente obbligo di restituzione.

P: Denaro senza obbligo di restituzione? Ma non è un controsenso? Non sarebbe privo di valore?

F: No, al contrario, e adesso vi mostro come funziona nella pratica. Vi ho chiesto di portare ciascuno le cose che aveva concordato di vendere a qualcun altro, ma che il compratore non poteva comperare per mancanza di Euro. Ora vi distribuisco queste banconote, che io ho fatto alla buona, con un timbro. Vi do 2.000 Scudi a testa. Diecimila in tutto. Sono vostri. Non me li dovete restituire e non dovete pagare alcun interesse. (Li distribuisce). Ora usiamoli per eseguire le compravendite che non potevamo eseguire prima. I prezzi sono come quelli stabiliti in Euro: un Euro, uno Scudo.

S: Un momento, ma chi ci garantisce che valgano qualcosa, che non prendiamo una fregatura?

F: La garanzia è il fatto stesso che decidiamo di accettarli. Ad ogni modo, per rassicurarvi, incomincio io. Cominciamo noi due, Carlo. Mi avevi chiesto una mannaia. Eccola (gliela porge).

F(prendendola): Ecco a te i 50 Euro… anzi, Scudi concordati…(glieli dà).

S (a Fabio): Ho capito tutto. Il denaro, basta che sia accettato, e vale. Eccoti le tue due camicie. Pagale. Fanno 40 Scudi.

F: Ecco i 40 Scudi (paga).

P (a Samuele): Eccoti i tre pesci. Fanno 15 Scudi (Samuele paga). E tu, Agostino, mi hai portato la capra, vedo. Eccoti il prezzo pattuito, cioè 30 Scudi.

A (consegna la capra e riceve il denaro, poi dà 20 Scudi a Carlo, prendendosi la sedia): E questi sono per la sedia.

S: Insomma, siamo riusciti a fare i nostri scambi senza Euro. Ci siamo dotati della liquidità necessaria senza aumentare il nostro debito verso la banca. Formidabile! Il banchiere ci ha sfruttati con l’inganno, ridotti alla disperazione, a lavorare per lui… in cambio di niente! E’ assurdo pagare per avere il denaro, dato che siamo noi a dargli valore. Quando penso a ciò che abbiamo fatto fino ad ora, mi sembra che siamo stati pazzi, o ipnotizzati! Adesso possiamo essere liberi, possiamo lavorare, produrre, godere il frutto del nostro lavoro… senza timore di perdere la casa e i nostri beni.

P (a Fabio): Fabio, visto che adesso ho soldi per pagarti, mi servirebbero pure dieci ami, una fiocina, un arpione…

F: Passa fra tre giorni e saranno pronti.

A (a Carlo): A me servono due secchi per il latte e una scala a pioli…

C: Se cresce la domanda di miei prodotti, dovrò a mia volta ordinare nuovi attrezzi a Fabio.

F: E io avrò bisogno di una nuova officina… come vedete, quando la scarsità di denaro viene colmata, l’economia riprende, a spirale!

S: Ho capito. Gli Scudi funzionano perché li accettiamo tutti. Il loro valore dipende dalla produzione di beni e servizi. Non serve, in effetti, una garanzia in oro. Però bisogna assicurarsi che nessuno li contraffaccia, altrimenti si svaluterebbero. Dobbiamo studiare un metodo di stampa sicuro. Ma questo è un dettaglio tecnico. Il problema, a questo punto, mi pare un altro: le tasse. Come facciamo a finanziare le spese comuni, le spese pubbliche? Supponiamo di voler costruire un porto, un ponte, o una strada, o una diga con alcuni fossi per meglio irrigare i campi. E lo dovremo fare, se avremo figli, perché ci occorrerà più produzione agricola. Che cosa ci proponi? Che cosa dicono i tuoi libri?

F: Molto semplice. Supponiamo di voler costruire la diga e i fossi, e che il costo di costruzione di queste opere pubbliche sia stimato in 3.000 Scudi. Ebbene, noi emettiamo 3.000 nuovi Scudi, e con essi paghiamo chi costruisce.

S: Ma questo aumento di liquidità, non produrrà inflazione? Avremo una massa di denaro maggiore, e gli stessi beni di prima…

F: No, avremo più beni di prima – più prodotti agricoli, grazie alla irrigazione di nuovi campi. Questo è il punto: possiamo emettere denaro aggiuntivo senza generare inflazione, proprio perché quel denaro aggiuntivo viene emesso per aumentare la quantità dei beni prodotti. Avremo, così, più beni, e più soldi per comperarli. Saremo più ricchi. Il denaro che emettiamo come popolo, come nazione, è il reddito monetario nazionale. Che rovescia ed elimina l’indebitamento pubblico.

S: Quindi non avremo più bisogno di pagare tasse…

F: Esatto. Si pagheranno tributi solo per i servizi goduti individualmente. Per contro, se restiamo nel sistema bancario di Goldman e dei suoi simili, pagare le tasse non aiuta a sanare l’indebitamento pubblico, perché è come versare acqua in un secchio bucato, essendo il debito inestinguibile. Serve solo a pagare gli interessi su un debito fasullo verso il sistema bancario. A portare avanti il processo di indebitamento. Ad aggravare le cose, in fin dei conti. E’ tutto chiaro?

S: Chiarissimo. Evidentemente, il banchiere sapeva tutto in partenza. E voleva che le cose andassero proprio così come sono andate: un disastro premeditato (mormorii di approvazione). Più paghiamo tasse nell’illusione che serva a sanare il debito pubblico, più aggraviamo il debito pubblico, eseguendo il loro copione. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, esaminando la sua dichiarazione dei redditi, ho notato che paga le tasse solo su ciò che guadagna a titolo di interesse, ma non sulle somme che crea a costo zero, ossia sul capitale. Nella sua contabilità, quando ci eroga il denaro, segna un’uscita di valore, come se a lui creare denaro costasse, mentre non gli costa nulla! Quindi la creazione di denaro, che è la sua principale entrata, e che gli consente di prendersi gratis i nostri beni e il nostro lavoro, sfugge alle tasse. E tutto questo succede esattamente così anche in Europa, in America…

A: Ma allora nessuno è pulito, sono tutti complici… ministri, parlamentari, presidenti e capi di stato… tutti… destra e sinistra…

S: Oramai il quadro è chiaro. Ci eravamo illusi, circa le nostre istituzioni, la legalità, la democrazia… oggi siamo in grado di guardare in faccia la realtà!

C: Ebbene, amici, allora che si fa?

P: Non resta che mandare una diffida a Goldman di togliersi dalle palle e di lasciarci stare.

F: Se vi sta bene, la lettera per il nostro banchiere è già pronta. Ve la leggo: “Egregio Signore, senza la minima giustificazione ci avete immersi nel debito e ci avete sfruttati. Non avremo più bisogno di operare con il vostro sistema dei soldi. Abbiamo anche capito che il denaro non ha bisogno di copertura aurea, quindi il vostro barilotto d’oro non vi dà alcun diritto di proprietà sul denaro né a pretendere interessi. D’ora in poi avremo tutti i soldi a noi necessari senza bisogno di oro, di debiti o tasse. Stiamo stabilendo, immediatamente, il sistema di intestazione sociale della moneta. Il reddito monetario nazionale annullerà il debito pubblico. Se insistete sul rimborso, possiamo restituirvi tutti i soldi che ci avete dato. Ma non un centesimo in più. Inoltre la moneta che vi restituiremo sarà quella che intendiamo noi, che esiste, e non la vostra che non esiste in quanto ha mangiato se stessa, come da copione. E, se vi opporrete, sarà rivolta e guerra contro di voi e le vostre truffe.

A,P,S,C: Bravo Fabio, firmiamo tutti! (firmano).

F: Bene, e adesso andate a prendere Goldman. Portatelo qui. De-li-ca-ta-men-te, mi raccomando. Con maniere urbane.

Pietro e Agostino si allontanano.

NONA SCENA

Pietro e Carlo entrano preceduti da Goldman, che cammina a fatica, legato ai polsi e alle caviglie. Sono seguiti dalla Sacerdotessa.

P: Ha tentato di scappare, così abbiamo pensato bene di legarlo.

Agostino porge la lettera a Goldman, che la legge e si irrigidisce. Il suo volto diviene inespressivo.

F: Ebbene, Mister Goldman, che cosa avete da dire?

G: Nulla. E’ tutto chiaro. Avete fatto luce. Complimenti. Il gioco è finito. E ora che volete da me?

F: Che ci firmiate una liberatoria e ci restituiate tutto ciò che si trova sull’isola.

P: Anche la pressa per la stampa, la taglierina, la carta filigrana e il barilotto d’oro.

G: Ma quelli sono mia proprietà!

C: Con quel che ci avete fatto, è già molto che non vi ammazziamo.

S: Mister Goldman, vogliate scrivere sotto la mia dettatura: (Goldman scrive) “Io, Mister Ben Goldman,  Banchiere dell’Isola della Salvezza, stipulo e dichiaro quanto segue:

Premesso che mi sono impossessato privatamente con l’inganno della sovranità monetaria del popolo dell’Isola della Salvezza e che ne ho usato per arricchirmi (causando loro molta sofferenza) a spese dei suoi abitanti cui spetta di diritto come parte essenziale della loro sovranità nazionale, e che pertanto il predetto impossessamento è giuridicamente nullo e illecito, sicché rinuncio ad esso e riconosco la sua invalidità -

Punto uno: Riconosco come inesistente, e in ogni caso rinuncio, ad ogni mio credito, con relative ipoteche, garanzie, interessi, verso Agostino, Fabio, Carlo, Pietro, Samuele, verso le loro compagne, verso la loro isola, detta Isola della Salvezza.

Punto due: Riconosco in capo ai predetti la piena e libera proprietà dei loro beni da me confiscati per i suddetti, inesistenti crediti.

Punto tre: A parziale risarcimento dei danni cagionati alla comunità isolana, cedo alla medesima tutti i miei beni e averi, inclusi la scialuppa su cui sono approdato all’isola, coi relativi remi; la pressa per stampa, la carta filigranata, il barilotto d’oro.

Firmato: Goldman Banchiere

G: (firma, tremante): Ma il barilotto d’oro…

C: (minacciandolo con la mannaia): Niente ma, o ti taglio via le mani, una dopo l’altra. Portaci al barilotto.

G: No, il barilotto mai! Non vi posso rivelare dove si trova! Se lo scopriste, tutto il vostro sistema monetario e creditizio sarebbe a rischio di crollare… nel vostro interesse, non cercatelo mai…

C: Ancora con queste frottole! Tenetelo fermo, che gli taglio via la mano!

S: No, non è necessario… facciamo come gli Americani con gli interrogatori dei prigionieri islamici a Guantanamo… facciamolo parlare col waterboarding… sapete come si fa, no? Alla persona interrogata dà proprio la sensazione della morte imminente, dicono.

P, C, F: Sì, certo, l’abbiamo letto sui giornali e visto in televisione… (prendono Goldman, lo legano a un’asse, immobilizzato, gli pongono un panno sulla faccia – mentre Goldman invano si dimena e protesta – e iniziano a versare acqua sul panno; Goldman emette grida disperate e soffocate).

F (Dopo un po’, facendo cenno di sospendere) F: Allora, ti basta così? Sì o no?

G (emette suoni soffocati).

F: Riprendete (Carlo riprende a versare acqua).

G (dopo pochi istanti): Basta, mi arrendo, confesso.

F: Slegatelo (lo slegano).

G (carponi, poi si leva in piedi, sputando acqua, ansimando e indicando): D’accordo. E’ sepolto proprio qui, dietro la capanna.

 C: (spintonando Goldman e facendolo quasi cadere): Dove? Dove?

G: (indicando col dito un masso) Là dietro, vicino alla roccia.

P: (scava):  Eccolo, l’ho trovato…

C: (estrae il barilotto e F lo sfascia con la mannaia. Dentro al barilotto vi sono solo pietre): Maledizione!

A: Solo rocce, normali rocce senza valore! Non dirci che ci hai potuto ingannare in questa maniera, furfante!

S: Eravamo così ingenui ed entusiasti da non comprendere la pericolosità dei sistema monetario basato sul debito e non sui beni.

P: Abbiamo ipotecato tutti i nostri averi per degli impegni formalizzati su alcune libbre di rocce? E’ un furto costruito sulle bugie!

C: Per pensare una cosa così perversa bisogna proprio odiare l’umanità! Quel diavolo di un banchiere!.  (Con un calcio lo mette in ginocchio). Meriti solo la morte! Ti stacco la testa! (Leva la mannaia per colpire).

P: Ammazzalo, e facciamola finita.

G: Ingenui! Vi lamentate che io vi abbia fregato, garantendo i miei Euro con un barilotto di pietre, mi chiamate truffatore, imbroglione, disonesto per questo, mi volete tagliare la testa, e prima vi andavano bene gli Euro della Banca Centrale Europea, che non sono garantiti nemmeno con le pietre! Vi hanno abituati a mettervi tutti a novanta gradi davanti alle Autorità Monetarie europee, ricevevate le loro ramanzine e prescrizioni come oro colato, e quelle vi rifilavano denaro non solo scoperto, ma stampato in quantità non dichiarate, senza numero di serie! Io sarò un  disonesto perché applico un interesse dell’8%, ma almeno io vi do soldi a un tasso di interesse fisso, non faccio come la Banca Centrale Europea, che prima abbassa i tassi per indurre la gente a contrarre i debiti, e dopo alza i tassi per fare andare in recessione le economie e mette la gente in condizione di non poter più pagare i nuovi tassi rialzati e di perdere i suoi investimenti! I banchieri stanno portando via case, terreni e aziende a tutti, nel vostro paradiso della democrazia.

A (sferrandogli un calcio): Non può essere! Mente! Mi rifiuto di credergli! Ci ha ingannato sino ad ora, e lo sta facendo di nuovo, il bastardo usuraio!

G: E il vostro potere d’acquisto, ditemi, dov’è mai andato a finire? I vostri padri, dopo il diploma, trovavano lavoro, un lavoro stabile, con uno stipendio sufficiente a mantenere una famiglia; invece voi, i giovani d’oggi, a fatica trovano lavori da tre o sei mesi, da sei, sette, ottocento Euro al mese, e non mantengono nemmeno se stessi. Come spiegate che il potere d’acquisto è calato tanto, mentre la produttività del lavoro, grazie alle tecniche e alle macchine, è aumentata di oltre dieci volte negli ultimi cinquant’anni? Non intuite, a chi va il valore del vostro lavoro? La realtà è che ce lo siamo presi noi, creando denaro-debito che mangia se stesso lasciandovi a debito per sempre verso di noi, e taroccando la nostra contabilità per non pagare le tasse sul grosso dei guadagni. E’ così che gira il mondo, miei cari, da New York a Tokyo. Senza saperlo, voi siete schiavi. Euroschiavi, per la precisione. E ora tagliatemi pure la testa, almeno morirò d’un colpo. Vi auguro che domani stesso arrivi una nave che vi riporti in Europa, dove le banche vi faranno morire lentamente, molto lentamente! Sarò vendicato, sarò vendicato dai miei colleghi!

C: Un momento! La Banca Centrale Europea è un’istituzione pubblica del Parlamento Europeo! Agisce nell’interesse di tutti e su mandato dei rappresentati dei popoli europei! E risponde ai giudici di Strasburgo! E’ democratica! (Prende a calci Goldman.)

G: Mi concedi un ultimo desiderio, prima di morire?

C: Sì. Quale?

G: Quello di chiamarti col tuo autentico nome: cre-ti-no. Questo è il tuo nome. Cretino. Ignorante. Mi fai pietà anche se mi stai per ammazzare. Da tanto che sei scemo. Ti perdono, perché non sai quello che fai… (sghignazza).

P: Che vuoi dire? Sii più chiaro, altrimenti pagherai anche per i tuoi insulti gratuiti.

G: Voglio dire che mi avete giudicato e condannato nella vostra ignoranza abissale, con un moralismo puerile. Voi non sapete che la Banca d’Italia è privata al 95%. Che  Banca Centrale Europea è una società per azioni autogestita in modo privato. Che è del tutto indipendente dal parlamento europeo, dai parlamenti nazionali, dai governi, dalla Commissione… è esonerata per legge da ogni responsabilità…  fa il cavolo che vuole col culo vostro… e non è nemmeno soggetta alla magistratura… totalmente immune da indagini, diritto assoluto alla segretezza. Il tutto stabilito dal Trattato di Maastricht…votato dai vostri democratici parlamentari, che stanno sui nostri libri paga! Leggetevi il Trattato di Maastricht, che cosa stabilisce per noi banchieri, agli articoli 105, 107, 117! Leggetevi gli articoli 7, 10, 12, 16 del Protocollo! E più o meno tutte le banche centrali del mondo sono organizzate così! E i vostri governi democratici, che in realtà sono nostri, nostri fantocci, guardate che cosa stanno facendo, di questi tempi: contraggono debito pubblico, ossia indebitano voi, poveri fessi lavoratori, per colmare i buchi che noi banchieri abbiamo fatto nelle nostre banche per speculare su di loro, sui risparmiatori! I vostri governi vi indebitano sempre di più verso di noi, per fare i nostri interessi. E più si indebitano, più vi indebitano, più hanno bisogno di prestiti, più cresce la loro dipendenza da noi banchieri, e il nostro potere politico sulla società. Vedrete, quando le economie del mondo ripartiranno e noi alzeremo i tassi col pretesto di combattere l’inflazione, vedrete allora quante, quante tasse ci vorranno, per pagare gli interessi sul debito pubblico, vedrete quanti tagli alle spese sociali – per pagare noi, in cambio del niente che vi abbiamo dato, anzi vi abbiamo già preso quasi tutto! E’ esattamente lo stesso medesimo giochino che vi stavo facendo io. Anzi, più sporco. O più furbo: dipende dai punti di vista (sghignazza). Voi avete vinto, per ora, su questa isola – ma noi dominiamo il mondo – che Mammona sia lodato, Mammona, il principe di questo mondo, osanna a Mammona nel profondo del debito pubblico!

P: Carlo, uccidilo subito, non ne posso più delle sue infamie qualunquiste! Non vedete che vuole farci diventar pazzi? Se lo ascoltiamo, finiremo per perdere la nostalgia dell’Europa, finiremo per sentirci impotenti… condannati a vivere in un mondo governato da tanti Goldman, dovunque andiamo…

S: Aspettate: voglio fargli ancora una domanda. Goldman, il sistema di potere che avete costruito è spietato, crudele. Ma da dove viene tutto codesto odio per il genere umano che avete voi banchieri, tutta codesta crudeltà?

G: Ti sbagli. Tu interpreti il nostro comportamento dal vostro punto di vista. Pensi che se il nostro dominio vi fa soffrire è perché noi vogliamo farvi soffrire, e che se vogliamo farvi soffrire è perché vi odiamo e siamo crudeli. Ma che motivo avremmo di odiarvi, dato che voi a noi non fate nulla, mentre noi facciamo a voi tutto ciò che vogliamo? Noi, in realtà, non sappiamo nemmeno chi siate. Non ci interessate come persone, ma solo come massa da maneggiare. Come plastilina. Come il vecchio Pongo. Se soffrite a causa di ciò che facciamo, la vostra è una sofferenza accidentale, inutile, se non serve a dominarvi meglio. Noi abbiamo organizzato il mondo così per desiderio di potere, di controllo. E lo fareste anche voi, al nostro posto. Quando si possiede virtualmente tutta la ricchezza e il potere politico, si vuole stringere nel proprio pugno la società, dominare gli altri, possederli come cose. E i vostri politici percepiscono questo potere che noi esercitiamo, ne sono affascinati, e, anche se non partecipano a questo potere, fanno a gara come cani per offrirci i loro servigi, per restare attaccati a noi ed evitare di essere anch’essi ridotti al livello di cose, come tutta la gente, come i loro elettori. Essi vivono nell’angoscia di essere come voi e nel sogno di essere come noi. Per quell’angoscia e per quel sogno venderebbero anche la loro madre. Sono come i Kapò di Auschwitz, disposti ad ogni bassezza pur di differenziarsi provvisoriamente dai loro compagni di prigionia, per mangiare meglio di loro e vivere un mese di più, sognando di poter diventare carcerieri. Come cani da pastore, che sognano di essere uomini come i pastori e non bestie come le pecore. Premier, Presidenti, Senatori, Onorevoli, Ministri… che pompose denominazioni, per quei servi senza dignità, leccatori di stivali e millantatori di un potere che non hanno. Ecco perché i rappresentanti del popolo, che eleggete così democraticamente, vi governano nel nostro interesse e non nel vostro, mentre reggono il nostro gioco, consentendoci di costruire le famose bolle, di fare tutto ciò che vogliamo. Coprono coi soldi delle vostre tasse i buchi che noi facciamo, e strisciano scodinzolanti per domandare il nostro plauso e un nuovo mandato o soldi e visibilità per una campagna elettorale, o per elemosinare il permesso di rubare di qua o di là, o l’intervento su un tribunale per non finire in galera. Quanti di loro, per darci prova di essere affidabili, non appena qualcuno critica il sistema bancario, o vorrebbe nazionalizzarlo, si proclamano strenui difensori dell’indipendenza dei banchieri, del credito, da ogni controllo politico! Cercano di esaudire i nostri desideri ancor prima che glieli comunichiamo, mentre al popolino pontificano di etica, legalità, eguaglianza, democrazia. Si sforzano di dimostrarci di non avere alcuna remora morale verso la gente, di esser pronti a sacrificare il popolo, i suoi risparmi, i suoi posti di lavoro, per il nostro interesse. Il cinismo e la falsità sono la loro livrea. E non mi riferisco solo a tutte le leggi che fanno per noi, compresa la riforma della Banca d’Italia del 2006, con cui l’abbiamo completamente privatizzata. I vostri rappresentanti non esitano nemmeno a impegnare i popoli in guerre inutili e sanguinose, se, come si suol dire, fanno bene ai mercati… Però noi, stanchi di servitori di tale fatta, che in fondo come statisti valgono poco o nulla, ultimamente ci siamo poi costruiti uno statista perfetto, moralmente credibile, che nel paio d’anni da che è entrato in azione già ha aumentato del 50% il debito pubblico per dare soldi a noi… farà faville, vedrete. Le sue faville ricopriranno la Terra! E non immaginate quanto mi dispiaccia di perdere lo spettacolo.

C: Non serve che costui sparga altro veleno. Adesso lasciamelo ammazzare.

S: No. Goldman merita di vivere. Ci ha insegnato ciò che non avremmo mai imparato, se fossimo rimasti in Europa o in qualsiasi altro paese. Avremmo continuato a lavorare per pagare interessi su debiti contratti per nulla. Goldman ci ha insegnato come restare liberi. Semplicemente, restando qua. Stampando e distribuendo tra noi la nostra moneta senza interesse e senza riserve del cavolo. Consapevoli che è ciascuno di noi, col suo lavoro e col suo consumo, a darle valore. (Gli taglia le corde che lo legano).

P: O ritornando in Europa e iniziando a diffondere monete popolari autoprodotte, senza debito e senza interessi… la conoscenza della sovranità monetaria… chissà che qualcosa non cambi…

S: Anche. E la liberazione dal debito pubblico, non dimenticatela: il reddito monetario nazionale. E’ quello che ci vuole per uscire dalla recessione. Spesa pubblica senza tassazione e senza debito.

C: Ragazzi! Non ci avevo pensato… ma è vero… corriamo a dirlo agli IUralndesi, ai Greci, ai Portoghesi, prima che i simili di Goldman li colonizzino.

G: (supplicante) Sbrigatevi a uccidermi! Non ne posso più!

A: Ma perché vuoi morire?

G: (stridulo): Non lo capite? Voi avete fatto luce sul mistero del denaro… Sbrigati, tu, idiota con l’accetta! Non sopporto la luce del sole! (Geme) La vita per me, ora, vale meno di un debito. Quello che facevo, non lo facevo solo per il profitto, ma per il piacere di governarvi… con la pressione del debito, l’ansia… di vedervi lottare fra di voi sempre più disperatamente e spietatamente, senza capire… e sapere che ciascuno di voi faceva tutto ciò per me, per pagarmi… per non fallire, per non andare all’asta… i più deboli, soccombono, come è giusto che sia, e si danno alla droga, o agli psicofarmaci, al crimine, o si arruolano negli eserciti dei nostri servitori politici, rischiano la vita e fanno stragi in cambio di soldi o della cittadinanza americana… mi nutrivo della vostra esasperazione, della vostra competizione senza quartiere… come belve feroci… lo spettacolo della lotta per la sopravvivenza, la selezione naturale del più forte… quando ero al mio posto alla Fed, a New York… uno spettacolo degno di un imperatore romano in un Colosseo grande quanto il mondo… con miliardi di gladiatori tutti insieme, e senza esclusione di colpi… pilotare la vostra evoluzione…come dei, sentendoci come dei. Dei viventi, veri… arbitri universali nel grande mondo… dall’America specialmente, e domani dalla Cina, noi dirigiamo anche le guerre…è una droga, per noi, capite, una vera droga… la droga di noi banchieri,  perché il potere assoluto dà una dipendenza… assoluta…. assoluta… senza ritorno. È su questo che gira il mondo, la politica, tutto, tutto! E ora tutto questo per me è finito… non posso vivere senza… e alla mercede dei miei schiavi, euroschiavi… fino a ieri eravate i misi schiavi… e io il vostro padrone… diamoci un taglio, vi supplico, uccidetemi… vendicatevi… (singhiozza, con la faccia in terra).

P (dà un calcio nel sedere a Goldman): Vattene. Sparisci. Pezzo di merda!

Goldman striscia, si alza, si allontana di soppiatto ed entra nella capanna di Pietro.

P: Adesso bisogna decidere se restare qua e organizzarci nel migliore dei modi possibili con una moneta esente da debito, oppure cercare di ritornare in Europa raggiungendo le isole più vicine con le canoe delle nostre donne e cercando da là un passaggio per un porto frequentato da navi.

S: Per fortuna nessuno ci corre dietro. Riflettiamo bene su che cosa realmente potremmo realizzare qui, su che cosa realisticamente potremmo realizzare in Europa. Compariamo i due progetti. E poi decidiamo razionalmente.

F: Sono d’accordo con te, ma se ciò che Goldman ha detto è tutto vero, allora…

G (da dentro la capanna): Ahhhh!

A: Che succede?

G: (comparendo sulla soglia, con l’arpione di  Pietro che gli trapassa il ventre; sanguina): Scusate il sangue, ragazzi (singhiozza sghignazzando) ma voi avete fatto troppa luce sull’arcano del denaro… e un vampiro non può vivere senza le sue tenebre. Vi devo lasciare. (Stramazza al suolo; tutti lo fissano attoniti) .

SD (facendosi avanti): Fermi tutti! (poi, con dolcezza) Uomo banchiere, so che puoi ancora udirci. Abbiamo visto la tua immensa disperazione e tutto il tuo terrore. Noi ti perdoniamo e ti affidiamo a Colei che sola può rigenerarti a nuova vita. Ragazze, mettete Goldman a riposo nel seno della Madre Terra, nella fossa in cui nascondeva il suo falso oro, piantate in essa l’Albero della Felicità e colmate per bene la buca. (Le fanciulle eseguono, togliendogli l’arpione; gli altri osservano sbalorditi).

SD: Uomo banchiere, noi ti perdoniamo e ti affidiamo l’Albero della Felicità, per la tua e la nostra riconciliazione con la Natura, liberi dalla spirale della falsa moneta e del debito eterno! Dalla droga del potere usuraio!

G (da sottoterra, commosso): Che bello, mi sento già rinascere! Non sono mai stato così vivo! Grazie, sorelle! Grazie, fratelli! Grazie! Ora chiudetemi dentro, per favore, e non vi importunerò più. Copritemi ben bene con la terra, mi raccomando!

SD ( danzando pesta intorno per compattare la terra, e  innaffia): Dormi, buon uomo, gusta il riposo; ridestati dopo di esso nel benessere di tutti e in armonia coi tuoi simili. La Madre Terra, riconciliata, ti accoglie benevolmente nel suo sacro grembo, dove si genera il vero Oro.

Indi tutti danzano gioiosamente in girotondo, intorno all’Albero della Felicità, inclinandosi a destra e a sinistra al ritmo ripetitivo di un canto agreste. A una fanciulla si slaccia il top e le cade qualche decina di banconote; la fanciulla spalanca la bocca e sgrana gli occhi guardando il pubblico e ricoprendosi pudicamente con una mano. Il sipario viene chiuso di fretta.

Riprende a suonare l’ouverture da La Gazza Ladra.

 

 

FINE

SE UN POLO LAVA L’ALTRO

 

Nei prossimi mesi finalmente accerteremo se è fondato un sospetto, una sensazione, un’ipotesi sottesa al crescente astensionismo elettorale e probabilmente anche alla crescente emigrazione qualificata dall’Italia. L’ipotesi, che sembra condivisa da molti, si basa sulle seguenti osservazioni.

Berlusconi e Bossi hanno chiesto di governare per fare, il primo, la rivoluzione liberale, e, il secondo, la rivoluzione federale. Hanno governato per circa 10 anni su 15 anni e non hanno fatto né l’una né l’altra. Il paese è più burocratico, inefficiente, centralista, fiscalmente pesante ed energeticamente dipendente di prima. Cervelli, capitali e tecnologie emigrano. La tanto promessa riforma della giustizia non è stata mai fatta.  La riforma federale si è ridotta a federalismo fiscale, ossia a un parziale trattenimento dei tributi nelle regioni che attualmente li danno a Roma per il Sud assistito – ma i decreti attuativi sono ancora incompleti e tutto è in ogni caso rinviato a fra sei anni, cioè forse a mai più, data la rapida e turbolenta evoluzione, che in poche settimane può cambiare presupposti ed esigenze. Intanto, con la legge “Roma Capitale” votata anche dalla Lega, Roma Ladrona si pappa fior di miliardi tolti al lavoro dei padani, esattamente come continua a fare la Regione Sicilia, madre di tutti gli sprechi. Dopo tante promesse mancate e tanti anni di governo, Bossi ormai ha bisogno di andare all’opposizione per poter dare ad altri la colpa del mancato rispetto delle promesse. Se non va all’opposizione, rischia di apparire non più credibile alla parte attenta della sua base elettorale. Analogamente, B. è poco credibile come liberale, date le sue origini nel craxismo, e ancora meno come personificazione delle virtù del Nord, dati i soldi che ha ricevuto dalle forze sicule, sia come imprenditore che come fondatore del suo partito, e data pure la sua dipendenza dai voti siculi. Anche B. ha quindi interesse a trovare un colpevole dei suoi mancati adempimenti. Se il Fli non fosse nato da sé, bisognava che qualcuno glielo inventasse. 

La sinistra ha chiesto di governare per risolvere il “conflitto di interessi”, ossia per stabilire per legge l’incompatibilità tra la posizione di duopolista dell’informazione di Silvio B. e l’incarico di governo. Ha governato, e non ha fatto nulla in tal senso. Ha rispettato gli interessi politici e imprenditoriali di B. Non gli ha tolto il terzo canale. Ne ha consentito la ricandidatura e la rielezione. Ha chiesto di governare per modernizzare il paese, e il paese è più obsoleto che mai. Ha chiesto di governare per tutelare i ceti produttivi, e ha tutelato a loro spese quelli finanziari, parassitari, speculativi, mantenendo la tassazione di favore per le rendite finanziarie, molto più bassa di quella sui redditi da lavoro. Ha legittimato la proprietà privata e il controllo in parte straniero sulla Banca d’Italia. Non ha risolto il conflitto controllori-controllati tra le banche proprietarie della Banca d’Italia. Ha privatizzato banche e imprese nazionali a prezzi di favore. Ha smantellato e ceduto a capitale straniero quasi tutta la grande industria nazionale, con la sua capacità di ricerca e innovazione. Dopo aver ripudiato il suo precedente, e fallito, modello socioeconomico, ossia il marxismo, ha abbracciato il suo opposto, ossia il globalismo finanziario competitivo, neodarwiniano, che poi pure è fallito, e che si è rivelato estremamente distruttivo per le classi lavoratrici e deboli, ma vantaggiosissimo per quelle elitarie. Quindi la sinistra italiana (escluse le frange rimaste marxiste o no global) ha fatto una politica contraria al bene della sua base elettorale e contraria ai suoi valori di facciata. Di tutti i suoi inadempimenti, ha poi sempre scaricato la colpa sul berlusconismo. 

Dati questi fatti, è legittimo ipotizzare che tra i due poli sia in corso una manfrina: ciascuno rispetta gli interessi dell’altro e gli eserciti delle sue clientele, nessuno tocca le caste (le caste, in fondo, sono loro); nessuno riforma gli assetti di interesse profondi del paese, né le sue inefficienze; nessuno cerca di cambiare la struttura per cui la politica mantiene il Sud nell’arretratezza onde avere un pretesto per spogliare il Nord e usare quei soldi per arricchirsi e mantenersi al potere a dispetto dei suoi fallimenti. Ciascun polo usa la fiducia che gli dà la sua base elettorale per barattare il tradimento degli interessi delle classi che finge di voler tutelare, contro vantaggi per i suoi capi e loro sponsors. B. potrà uscire dalla politica attiva sapendo che i suoi figli conserveranno le loro reti e le loro frequenze – ciò in cambio del fatto che, dopo tanti anni di mancate promesse, e dopo un’uscita di scena tra scandali alquanto degradanti, consegnerà, come da intese, il paese alle sinistre per molti anni. Chiamiamola “concertazione dell’alternanza”. Analogamente, i capi della Lega, passando all’opposizione e svolgendo, nella misura e nelle forme consentite, la funzione di sindacalisti del Nord e di inerti quanto altisonanti cantori dell’aspirazione padana all’indipendenza entro un’Italia oramai definitivamente centralista, assistenzialista, meridionalista e meridionalizzata,  conserveranno per sé e per i loro cari figli le posizioni che tutti si sono saputi meritare. La crisi di governo, e ancor più le elezioni politiche, possono essere un diversivo utile a tutti per sviare l’emotività della gente dai mali reali, economici, sociali, che si stanno acuendo ora (con chiusure aziendali, disoccupazione, tagli alla spesa pubblica, calo delle entrate pubbliche, aumento del deficit pubblico ed estero) e divamperanno nella prossima primavera. Ciascun polo incolperà l’altro polo di tutto ciò e chiederà, ancora una volta, di essere mandato al governo per rimediare, fingendo di avere quel potere politico-economico che oramai nessun governo occidentale ha più, perché la sovranità economica è in mano ad altri organismi (BCE, FED, BIS, IMF, WTO, WB), quelli che “pisciano in testa ai politici”. 

Un polo lava l’altro, dunque? Votare è tempo perso? Resta solo da emigrare? Questa è l’ipotesi che i prossimi mesi metteranno alla riprova dei fatti. 

17.11.10

SILVIO B. NELLE CAMERE ARDENTI: PER UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE, FEDERALE E FEDERANTE

 

Col Porcellum e con il “tradimento” futurista, l’establishment italiano ha creato una trappola da cui rischia fortemente di non poter uscire senza una violazione conclamata delle regole fondamentali di legittimità costituzionale e democratica. La partitocrazia, la classe politica, è degenerata al punto che non riesce più non solo a tenere a galla il sistema-paese, o a far sparire le immondizie di Napoli, ma nemmeno a mantenere la finzione di legalità.

La Costituzione non contiene una procedura per le crisi di governo. Poco si ricava dagli articoli 88, 1° comma («Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere, o anche una di esse.») e 92, 2° comma («Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri»). Si aggiunge l’art. 89, in base al quale il decreto di scioglimento delle Camere, per essere valido, deve essere controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri. Quindi il Presidente della Repubblica è tenuto soltanto a consultare i Presidenti delle Camere. Per il resto è libero: può rimandare il Presidente del Consiglio dei ministri avanti alle Camere per un nuovo voto di fiducia, può nominare un altro e mandare questo davanti alla Camere. Può sciogliere ambedue le Camere o una sola a sua discrezione, tranne che, in ogni caso, il decreto di scioglimento è efficace solo se controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri. Se però questi si oppone e non firma, il Presidente della Repubblica può nominare un altro Presidente del Consiglio dei ministri e farsi controfirmare il decreto di scioglimento da lui. Quindi, se B. rifiutasse la controfirma, N. nominerebbe un suo fido al suo posto, che, incassata la sfiducia delle Camere, controfirmerebbe lo scioglimento e poi gestirebbe le elezioni. Però N. potrebbe nominare il suo fido in ogni caso, al fine che a gestire le elezioni sia quest’ultimo, e non B. Chi gestirà le elezioni gestirà anche molte opportunità di influenzare il risultato mediante le irregolarità che abbiamo già visto regolarmente all’opera nelle operazioni elettorali. Quindi ciò, in una situazione di sostanziale parità, può far vincere l’una o l’altra fazione politica.

Dall’altra parte abbiamo una legge elettorale che fa scegliere al popolo non solo la coalizione che vince, ma anche il “capo” di questa coalizione. Non il “capo del governo”, ma il capo dello schieramento che esprime il capo del governo. Questa dizione fu imposta da Ciampi per impedire che si togliesse formalmente al Presidente della Repubblica la facoltà di scegliere discrezionalmente  il capo del governo (art. 88). Però il popolo, oramai, quando vota per una coalizione e per il suo capo, percepisce di eleggere il capo del governo, non soltanto il capo della maggioranza. Percepisce che sta esercitando la sua sovranità politica e democratica, che è il principio fondamentale della Repubblica (art. 1 Cost.). N. si arrischierà a togliere questo potere dalle mani del popolo, nominando un nuovo capo del governo senza passare per le urne? Si arrischierà a metter su un governo dei vinti (di coloro che non hanno avuto il voto democratico) per cambiare la legge elettorale, ossia le regole del gioco?  Il principio sostanziale della scelta popolare del capo del governo esprime direttamente la volontà popolare e democratica, quindi eluderlo mettendo su un governo dei non eletti dal popolo sarebbe un vero e proprio colpo di stato sostanziale, che delegittimerebbe – rispetto al principio democratico, sia pur non rispetto alla Costituzione formale – lo stesso N., dando a B. un’irresistibile arma contro di lui e i partiti da lui coalizzati.

Per converso, sciogliere le direttamente camere e andare ad elezioni anticipate, sebbene vi possa essere una maggioranza alternativa, sarebbe legittimo secondo la lettera della Costituzione, ma contrario alla consolidata prassi applicativa della medesima, secondo cui il Presidente della Repubblica cerca in parlamento nuove possibili maggioranze, prima di scioglierlo. Inoltre, i sondaggi prevedono che, da elezioni anticipate con l’attuale legge elettorale, non sortirebbe una maggioranza parlamentare. Quindi questo sarebbe un vicolo cieco che produrrebbe una situazione assai nociva e pericolosa per il paese.

Sciogliere sola la Camera bassa, dato che è solo in questa che B. non ha o non avrà la fiducia, è opzione giuridicamente possibile, ma è improbabile che venga adottata, anche perché non è affatto certo, in base ai sondaggi, che dalle urne uscirebbe una Camera con una maggioranza effettiva e omogenea a quella del Senato.

Tirando le somme, non vi è una possibilità di soluzione dell’attuale crisi politico-costituzionale che rispetti insieme la Costituzione formale e il principio fondamentale della medesima.

Come uscire da questo vicolo cieco in modo non palesemente illegittimo e golpistico?

B. ha escluso l’accoglimento del Diktat di Fini (dimissioni di B. e nuovo governo con programma gradito a Fini); ma forse, secondo qualcuno, in cambio di una sistemazione dei suoi problemi giudiziari, B. potrebbe accondiscendere.

Una seconda via d’uscita sarebbe la morte di B, spontanea o no; oppure il suo arresto, o la sua fuga all’estero per sottrarsi all’arresto; o la sua rinuncia alla politica in cambio della fine della sua persecuzione giudiziaria: ciascuno di questi fatti potrebbe consentire una maggioranza  definita in esito ad elezioni anticipate.

Una terza via d’uscita sarebbe la prosecuzione fino a termine dell’attuale governo, fra tre anni, quando le elezioni potrebbero fruttare una maggioranza funzionante.

Una quarta possibilità sarebbe che la Corte Costituzionale dichiarasse l’incostituzionalità dell’attuale legge elettorale nella parte in cui consente ai segretari dei partiti politici di nominare i parlamentari (in barba alla sovranità popolare – art. 1 Cost.) e al contempo li sottopone a un vincolo di mandato (in barba all’art. 67 Cost.). In tal modo la corte non solo imporrebbe al governo e al Parlamento di mutare la legge elettorale, ma detterebbe anche i principi della riforma, così da superare la diversità di indirizzi tra le forze politiche in questa materia. Inoltre, dato che la sentenza della Consulta affermerebbe l’illegittimità costituzionale delle ultime elezioni, imporrebbe di sciogliere subito le Camere e di andare al voto per avere un Parlamento costituzionalmente legittimo. Modificare la legge elettorale senza un siffatto intervento della Corte Costituzionale non pare una via percorribile: i partiti hanno progetti molto diversi, sicché un accordo per la riforma sarebbe improbabile; e una riforma formulata al fine di trombare B. sarebbe un golpe e come tale riconoscibile; ma soprattutto un sistema elettorale proporzionale e in ogni caso che togliesse il principio che è il popolo a scegliere premier e maggioranza porterebbe, oggi più che nella prima repubblica, a una situazione totalmente partitocratica e instabile. Infatti, nella prima repubblica c’era un partito egemone, la DC, che assicurava una continuità di linea politica e di composizione delle maggioranze, di cui era sempre l’asse portante, pur nella successione dei governi, che duravano mediamente 6 mesi. Ma oggi, non essendoci più un partito egemone, le maggioranze parlamentari sarebbero ancora più instabili e liquide di allora, mentre le esigenze di continuità, soprattutto in fatto di finanza pubblica, sono divenute vitali.

Una quinta via d’uscita sarebbe un’assemblea costituente, federale e federante, eletta con metodo puramente proporzionale, e su base federale, ossia regionale, che faccia una nuova costituzione, disponendo di poteri pieni e sovrani. Ogni regione elegge una sua rappresentanza popolare. Le rappresentanze si radunano (meglio se non in Roma, o non solo in Roma) per verificare e negoziare le possibili basi di una repubblica realmente federale, ossia di uno stato centrale costituito su accordo tra le rappresentanze dei diversi popoli regionali, che ad esso conferiscono determinati poteri, ruoli e tributi, trattenendo per sé gli altri.  Le varie rappresentanze potranno arrivare a un accordo costituzionale-federale  in virtù del quale si stabiliscono limiti e condizioni dei trasferimenti dalle regioni produttive a quelle meno produttive. In tal modo realizzeremmo direttamente e meglio il disegno del c.d. federalismo fiscale, evitando quel fondo interregionale di solidarietà che continuerebbe il consolidato assistenzialismo. Naturalmente, l’esito di una siffatta assemblea può anche essere che non si formi un accordo tra tutte le regioni, che si prenda atto che alcune regioni hanno bisogno di un certo tipo di politica, diverso da altre, in campo economico, monetario, giudiziario, sociale; e che si pervenga alla formazione di due o più stati federali – ad esempio, una Repubblica del Nord e una del Sud.

15.11.10

FERMENTAZIONI PREAGONICHE

La classe politica italiana sa solo farsi i propri interessi e non sa amministrare il paese né si interessa a farlo. Siccome lo gestisce malissimo, gli appoggi e i consensi per restare al potere se li può procurare solo col sistematico clientelismo corruttivo – il che la spinge a peggiorare vieppiù la sua gestione, l’insoddisfazione popolare per tale gestione, quindi radicalizza il suo bisogno di usare il clientelismo corruttivo per restare al potere. Stanno lì a guardare il paese che va in malora – tanto a loro i soldi delle tasse, per arricchirsi e per comperare i consensi, arrivano comunque. E’ una spirale, che porta alla distruzione dell’Italia. La classe politica non può, per le predette ragioni, risanare il paese né correggere se stessa, ma solo peggiorare: lo ha sempre fatto e lo sta ancora facendo, e si perpetua così nelle sue nuove leve, generazione dopo generazione. Una classe politica siffatta è un cancro, nuoce alla popolazione, non rappresenta nessuno, e andrebbe sostituita in blocco, materialmente, affinché non continui a riprodursi. Solo che nessuno può eliminarla e nessuno può creare dal nulla una classe politica sostitutiva, che non esiste.

Intanto, niente più funziona in Italia, tutto si lacera e va a pezzi: il territorio nazionale (ad alto rischio idrogeologico al 90%), il partito di maggioranza, il governo, l’opposizione, la funzione giudiziaria, l’occupazione, l’innovazione, le infrastrutture. Se anche si andasse presto a votare, i più recenti sondaggi indicano che dalle urne non uscirebbe una maggioranza parlamentare, nemmeno se si adottasse il sistema elettorale tedesco. L’intera classe politica non affronta i problemi, per quanto urgenti, ma si occupa solo di depredare, accusare, ricattare, delegittimare, difendersi da delegittimazioni. Il premier fa un passo falso dopo l’altro, soprattutto con minorenni e donne di facili costumi, e adesso si parla anche di droga. La cosa in sé non è anormale, in un paese in cui, per esempio, sistematicamente, ai parlamentari si offrono escort e droga, per renderli gestibili, affidabili. Il problema con B è si altra natura: la sua conclamata incapacità di imparare dai suoi ripetuti errori e la sua rivendicazione di questo suo stile di vita, la sua evidente perdita del senso del “limite”, sono seri indizi di possibili problemi psichici (ipercompensazione dell’ablazione della prostata) o, più probabilmente neurofisiologici, ossia dovuti a un deficit di interconnessione tra aree corticali della cognizione e della volizione da una parte, e nuclei profondi dell’emotività e della libido dall’altra. Un tale deficit spiegherebbe la paradossale incapacità del premier di apprendere e correggere i propri comportamenti inadeguati per effetto delle frustrazioni emotive che questi gli cagionano. Il deficit è grave, come dimostra il fatto che B ha fatto l’improvvida battuta contro i gay proprio mentre era sotto accusa per il caso Ruby; ciò dimostra che non è in grado di percepire l’inopportunità per suoi atti per la sua immagine nemmeno mentre sta pagando le loro conseguenze ed è biasimato da mezzo mondo . Il deficit potrebbe essere causato sia da un processo degenerativo, che dagli effetti collaterali di farmaci per il sostegno dell’umore e della capacità lavorativa. Nella seconda ipotesi, sarebbe relativamente facile intervenire correttivamente, da parte di un medico competente. E bisognerebbe farlo con urgenza, perché una persona con le sue importanti funzioni recuperi l’efficienza mentale. Anche perché può darsi che B sia ancora premier l’anno prossimo, quando il governo che sarà in carica dovrà compiere scelte impopolari: il calo dell’occupazione e del gettito fiscale, congiunto alle prescrizioni europee (ossia: tedesche) di ridurre il debito pubblico a tappe forzate predeterminate, si tradurrà in ulteriori tagli alla spesa sociosanitaria, all’azzeramento degli investimenti pubblici, e soprattutto a un maggiore prelievo fiscale. La ricetta della recessione senza uscita, insomma. Ma voluta dall’”Europa”, ossia dalla maschera del mago di Oz, dietro cui si nasconde il decisore finanziario.

In tale contesto, il 31 Ottobre, rivolgendosi al livello mentale medio, reale o presunto, del loro pubblico, molti Tg aprono con lunghi servizi sulla supervincita al lotto del sistemone “Mamma”. Solo come terza o quarta notizia arriva quella importante: le dichiarazioni del Presidente di Confindustria. Prevedendo la vicina caduta del governo Berlusquater, quindi l’opportunità di dare ad esso la colpa del dissesto e delle nuove tasse (tassa patrimoniale in primavera) per curare il paese onde tornare a poter sperare (carota virtuale), la Marcegaglia ha detto un primo pezzo di verità scomoda: l’Italia è bloccata e va a fondo, nel suo debito, nel suo vecchiume, nel marcio delle sue istituzioni e nell’inerzia del suo governo. Ma non ha detto il secondo e più importante pezzo, ossia che nessun governo occidentale, nemmeno il governo Obama, riesce a riformare l’economia, per la semplice ragione che non dispone più delle leve dell’economia, le quali oggi sono in mano al cartello bancario mondiale della moneta e del credito.La realtà è che le analisi, i giudizi e le proposte di Confindustria non considerano la dimensione e la dinamica macroeconomiche, quindi sono fuori della realtà – analogamente a quelli del governo e dell’opposizione.

Nella storia, i debiti pubblici degli stati che non riescono a pagarli si estinguono quando questi stati   muoiono, quando si sciolgono. L’Italia è un paese malnato e fallito, degradato e ingessato, che non si riesce più a governare e a tenere insieme (impedendo l’indipendenza del Nord) se non cambiando metodo, ossia usando la forza di una mafia che  non solo condizioni le maggioranze parlamentari e regionali, ma abbia in mano forze dell’ordine, fisco, mass media; e che si faccia legittimare raggiungendo accordi col Vaticano e cogli USA (134 basi militari in Italia). La funzione di un governo tecnico potrebbe esser quella di preparare questa svolta, rinviando le elezioni politiche a quando essa sarà consolidata e irreversibile, e avrà fatto cassa con le nuove tasse. Per queste ragioni sarebbe preferibile che qualcuno, magari lo stesso B, staccasse la spina, però non solo a questo o quel governo (si somigliano tutti), ma proprio a questo balordo e disastroso esperimento di Italia “unita”, prima che la sua agonia e il suo degrado ci trascinino tutti in un inferno di mafia, polizia, tasse e corruzione a livello africano.

Fini si è mosso quando gli hanno detto di farlo perché l’abbattimento di B era già predisposto e a lui si poteva dare un ruolo prestigioso nella svolta e dopo. Però non si faccia illusioni di poter poi continuare a smarcarsi, nel nuovo incarico, come ha fatto sempre, con Almirante in principio e ora con B. Infatti da oggi avrà sempre bisogno di protezione, dato che gli hanno messo scheletri pesanti nell’armadio (non importa se veri o falsi): l’appartamento già proprietà del suo partito e venduto a 1/3 del valore a suo cognato; il lucroso appalto Rai a sua suocera, che non aveva esperienze televisive. Fini adesso si goda la gloria di silurare B, si goda gli allori di un Bruto alle idi di Marzo (se sono queste le sue fantasie),  resti  tranquillo alla presidenza della Camera come se non avesse solennemente promesso di dimettersi qualora fosse risultato che la casa di Montecarlo era di suo cognato; e usi pure di quella presidenza per fare ostruzionismo al governo: tutto gli è consentito – ma sappia che, se lo metteranno su, è perché ha il collare elettrico che lo rende affidabile; e che, dal giorno dopo, dovrà rigar dritto, perché il regime, quello che “piscia in testa” ai politici, può darlo in pasto ai pm e ai giornalisti quando e come vuole.

02.11.10

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