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Archivio del mese di dicembre, 2010

UNIRSI ALL’ITALIA

UNIRSI ALL’ITALIA

Voi lo vedete, un valente e stimato imprenditore a fare società con un imprenditore di cattiva reputazione, pieno di debiti, in pericolo di insolvenza, che lavora con macchinari superati, tecnologie obsolete, e dipendenti infidi? Nel lungo corso della presente crisi finanziaria ed economica, da molte parti si indica l’integrazione politica dei paesi europei e la messa in comune dei debiti pubblici come cura dei mali odierni e prevenzione di quelli futuri. Ma solo un manipolatore può dire, e solo un merlo credere, che la Germania o paesi simili, a livello sia di ceti dominanti che di opinione pubblica, possano accettare l’idea dell’unione, dell’integrazione politica con paesi come l’Italia o la Grecia, soprattutto dopo le ultime prove di inefficienza, dissesto e degrado politico-istituzionale che hanno dato e stanno dando, senza posa, dal bilancio pubblico truccato al blocco camorrista dello smaltimento dei rifiuti, alle sceneggiate parlamentari. Chi mai vorrebbe sottoporsi a un parlamento europeo effettivamente legiferante in cui entrerebbero parlamentari eletti nelle regioni italiane a dominio mafioso? O parlamentari teleguidati dal Vaticano? O parlamentari avvezzi all’indecenza, abituati a drogarsi o a vendere il voto? Oppure nominati direttamente, e telecomandati, da un Berlusconi, che, a torto o a ragione, di fatto è bruciato in Europa? Chi vorrebbe associarsi un sistema tanto inefficiente e corrotto e impresentabile a un elettorato che non sia già altrettanto corrotto? I fatti del 2011 hanno definitivamente chiarito le idee ai popoli e ai governi dell’Europa sana e normale: nessuna integrazione col sistema-paese Italia. Si deve tenerlo sotto controllo e costringerlo a onorare i propri debiti, giusto per non farsi colpire dal suo default  e per neutralizzarlo come potenziale competitore – poi, prenderne le distanze e dissociarsi. Altro che farsi carico dei debiti suoi e degli altri PIGS attraverso gli Eurobond. Agli europei è chiarissimo, oramai, che non si tratta semplicemente di un problema finanziario o economico, ma culturale, anzi etnico. L’Italia non si è minimamente corretta in tanti anni, quindi non lo farà nemmeno domani o dopodomani.

A questo punto, è suicida, per l’Italia, insistere in politiche giustificate da un progetto di integrazione che ben si sa oramai irrealizzabile, ossia che presuppongano un’integrazione che non ci potrà mai essere. E che impedisce di fare politiche diverse, ossia di spesa a debito per investimenti produttivi e innovativi. Occorrerebbe fare piani  realistici, che tengano conto di ciò: di una graduale marginalizzazione dell’Italia, di un possibile default, di una possibile insostenibilità del cambio Lira-Marco (l’Euro non è una moneta unica, infatti, ma un sistema di parità bloccate, come il defunto SME, siccome i debiti pubblici restano divisi e pagano tassi diversi), in uno scenario in cui continua il declino economico e funzionale e aumenta l’instabilità politico-sociale. E’ necessario aver pronto un piano B per l’eventualità di uscita da Maastricht e per la riattivazione della moneta nazionale, in caso di necessità. Averlo, e far sapere agli altri che lo si ha. Ma per far ciò occorrerebbe un governo forte con una maggioranza sicura, quale non c’è né si potrebbe avere nemmeno andando a votare. E di una coesione nazionale che non si basi sul trasferimento di reddito da una parte produttiva del paese a una improduttiva, né sulla continua espansione della spesa pubblica assistenziale.

Ed è questo il punto di snodo di ogni analisi: il sistema-Italia da decenni è sottoposto a molteplici e gravi sollecitazioni e attacchi – soprattutto a sfide competitive derivanti dalla globalizzazione – ma di fatto non reagisce e continua a perdere posizioni rispetto all’estero e a perdere efficienza e credibilità all’interno. La sua classe dominante, ossia la Casta, si è curata, esclusivamente, di tutelare le proprie posizioni di privilegio e di intercettazione della spesa pubblica e delle risorse pubbliche, a spese della produttività, dell’efficienza e della legalità. Cioè si è curata di difendere le sue proprie rendite senza curarsi del funzionamento e della salute della società dal cui sfruttamento essa ricava queste sue rendite. E non dimostra alcuna tendenza a cambiare. Taglia la spesa che dovrebbe ampliare, ossia quella per investimenti, ricerca, formazione, servizi – mentre allarga quella corrente, clientelare, che invece dovrebbe tagliare: + 40% dal 2000 ad oggi. Manifesta dunque, oggettivamente, una natura, una mentalità e un funzionamento strettamente parassitari.

Un organismo unicellulare non ha bisogno di regole per coordinare il funzionamento delle sue cellule, appunto perché consiste di una sola cellula. Un organismo pluricellulare, come un lombrico, con organi specializzati per le varie funzioni, ha bisogno, per contro, di numerose regole. Un organismo ancora più complesso, come un uomo, capace di progettare il computer e di modificare il proprio genoma, ha bisogno di numerosi e sofisticati sistemi di regolazione a vari livelli – senza di cui non vive.

L’efficienza e la competitività dei sistemi sociali, come quella degli organismi viventi, dipende dalla loro capacità di strutturarsi in modo complesso, di coordinarsi nelle loro componenti, per sviluppare e svolgere funzioni sempre più specializzate, differenziate, evolute, e per coordinarle. Una tribù di trenta persone  ha bisogno di meno coordinamento che un villaggio di mille. Una polis greca ha bisogno di meno coordinamento di un impero romano o cinese. L’incapacità dei greci di organizzarsi in una società panellenica ne ha determinato il tramonto e la sottomissione a Roma. La complessità, l’articolazione, può crescere solo di pari passo con la capacità di coordinamento, di cooperazione, ossia di produrre norme efficienti e di osservarle da parte della generalità: sovente si dimentica che non basta che le leggi siano rispettate, occorre anche che siano leggi funzionali e non disfunzionali al sistema e ai suoi componenti: se sono disfunzionali, illogiche, ingiuste, è meglio che siano, come spesso restano, disattese. L’incapacità italiana di organizzarsi in un sistema complesso, specializzato ed efficiente come quelli di altri popoli è palese e perdurante dalla c.d. unità d’Italia ad oggi, senza miglioramenti, anzi con tendenza al peggioramento. Si affermano e prevalgono, in Italia, soprattutto in politica e nelle istituzioni, i sistemi tribali, non evoluti, egoistici, parassitari, corporativi, miopi. I vertici dei partiti e dei sindacati sono divenuti orde di occupazione, saccheggio e spartizione, senza capacità tecniche di buona gestione e senza proposte strategiche per il paese nel suo complesso. Il palazzo della politica, per funzionamento assomiglia alla Tortuga, l’isola-base comune (bi-partisan), e porto sicuro, da cui i capitani-pirati salpano per compiere le loro predazioni.

L’efficienza di un sistema sociale è anche in mutua dipendenza con la pubblica fede, ossia con la fiducia reciproca tra cittadini e stato e tra cittadini e cittadini. La fiducia nello stato richiede che lo stato sappia sia governare bene ed equamente, sia legiferare bene ed equamente, sia applicare efficacemente le norme e le sanzioni. La mancanza di questi fattori corrisponde a una mancanza di pubblica fede, quindi a una società in cui prevalgono organizzazioni  ristrette (di tipo familistico o tribale), che agiscono in base a un’ottica di saccheggio, a calcoli di breve termine, mordi e fuggi (perché non si possono fare programmi lunghi), a diretto scapito dei più deboli e della collettività, nonché delle generazioni venture, senza alcun interesse per il benessere e il futuro di questa stessa. I partiti politici italiani si evolvono in tribù od orde sostanzialmente secondo il modello dell’organizzazione mafiosa. Nessun progetto di lungo termine e di interesse collettivo fa presa o si afferma nel mondo reale (cioè fuori della propaganda e delle aspettative che essa, durante le campagne elettorali, suscita entro la soggettività delle persone che essa raggiunge). La pubblica amministrazione e la giurisdizione funzionano sempre peggio e costano sempre di più (con le ovvie conseguenze di improduttività economica, deficit pubblico, pressione fiscale, fuga dei capitali) perché chi le ha in mano le usa primariamente per sé e i suoi collegati e non per la loro funzione propria, e pretende di essere intangibile, ergendosi a valore morale intrinseco mentre manda in rovina il sistema. O forse che l’ANM si adopera per far sì che la “giustizia” italiana, che è centocinquantaseiesima al mondo per qualità, a livello di Africa nera, cessi di allontanare gli investitori con la sua sistemica inaffidabilità? No: la cosa non la interessa. Non è un problema suo. La Casta dominante vede la crisi come una minaccia non al paese ma al proprio potere e ai propri privilegi,  quindi reagisce alla crisi aumentando la quota di risorse pubbliche destinata a comperare consensi mediante concessioni di privilegi, e diminuendo di conseguenza la quota di spesa destinata a servizi e investimenti utili (spende di più per fidelizzarsi Chiesa, magistrati, alti burocrati, monopolisti, capi-mafia, mentre per fidelizzarsi le categorie inferiori, non vitali, usa la paura: paura di perdere il lavoro, la pensione, i sussidi; paura di Berlusconi, del comunismo, delle tasse, degli immigrati, di Marchionne). Per effetto di queste contromisure, la crisi del paese si aggrava e minaccia ancora di più la Casta. Allora la Casta reagisce aumentando ulteriormente la quota di spesa pubblica destinata a propria tutela (ad es., si deliberano 100 miliardi per il feudo elettorale siculo e altri soldi per avere il sostegno vaticano) e aggiungendo misure di limitazione della libertà di protesta e dei mezzi di diffusione della informazione dissenziente (tagli ai sussidi all’editoria, restrizioni alla comunicazione pubblica via internet). Dato questo feedback positivo (ossia, di reciproco rinforzo) tra peggioramento della crisi e peggioramento della gestione politica, si va verso un punto di rottura, di system crash. Coloro che stanno portando avanti questo processo non è che non si rendano conto delle sue conseguenze e della sua insostenibilità, ma, analogamente al comportamento dei brokers che portavano e portano avanti i processi speculativi delle bolle finanziarie e immobiliari, finché il processo rende, nessuno lo ferma o ne esce. Il processo si arresta soltanto quando diventa insostenibile, e allora avviene l’implosione.

Il ruolo di un ministro delle finanze e dell’economia, in un simile sistema politico, è quello di far durare il gioco quanto più a lungo possibile, frenando gli eccessi di spesa pubblica cui alcuni gruppi politici ricorrerebbero per rafforzare o rappezzare la loro posizione di potere e conseguenti vantaggi, ma accentuando gli squilibri e anticipando così la fine del gioco, con conseguente danno per l’insieme della Casta e per il suo complessivo interesse. Interesse che in ciò converge coll’interesse dei paesi euroforti a costringere l’Italia a non fare default (a stringere la cinghia e ad alzare le tasse) finché quei medesimi paesi e i loro sistemi bancari non si saranno liberati dei bonds italiani nei loro bilanci. Questo ruolo del ministro in questione viene presentato come una politica di virtuosità, di convergenza europea, di risanamento, di ristrutturazione e rilancio, mentre ha tutt’altro scopo: prolungare il business della casta politica interna e dar tempo ai partners forti di mettersi al riparo dall’inevitabile tracollo italiano. A conferma di ciò sta il fatto che, in venti anni di declino, non è stato elaborato, discusso, e ancor meno attuato, alcun progetto economico strategico, alcun  nuovo modello, alcuna riforma sistemica. Insomma, la politica economica dei governi italiani è una politica che, sotto il falso pretesto dell’integrazione europea, serve a due  scopi: tirare avanti finché si può col business della Casta italiana e insieme obbedire gli interessi del padrone tedesco. Nel frattempo non si fa alcuna riforma (scuola, università, ricerca, pubblica amministrazione, trasporti, mentalità) per rendere il paese efficiente ed “europeo”, per prepararlo realmente all’integrazione che si dice di voler realizzare – ovviamente, mentendo, e solo per far accettare ai cittadini i “sacrifici”. La prospettiva cui si guarda dalle finestre dell’Hotel Bilderberg non è l’integrazione, bensì il system crash, la crisi “vera”, cioè tale da frantumare le attuali strutture di rendita, consenso e bloccaggio, quindi capace di aprire nuovi spazi di business, di investimento, di ristrutturazione del potere e da creare le condizioni politiche per una vera riforma – la quale probabilmente sarà basata su un take-over del sistema-Italia dall’estero, compiuto da capitali esteri, e che avvierà l’Italia a una gestione da parte di tali capitali, in stile Marchionne, ma senza più aver bisogno di negoziare. Il Belpaese troverà così la sua tanto agognata governabilità e modernizzazione.

25.12.10

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RISPOSTE AI CRITICI

I miei recenti articoli sulle scelte di politica economica europea del Governo tedesco mi hanno attirato molteplici critiche. Vorrei qui replicare, scusandomi con chi si sentirà non menzionato. Qualcuno ha affermato di conoscere i miei scritti e di condividerli complessivamente, tranne che trova i due predetti articoli incoerenti con i principi di libero mercato. A questo qualcuno rispondo che, se avesse letto i miei scritti, avrebbe notato che io nego sia l’esistenza che la possibilità di un libero mercato (come pure della democrazia rappresentativa), ossia di un mercato trasparente e non violentato dall’esterno mediante poteri monopolistici: commodities, servizi primari, informazione, credito e moneta, tecnologie di punta (militari e genetiche), etc., sono tutte oggetto di monopoli cartellistici. Altri mi hanno detto che la causa della stagnazione economica italiana non è la mancanza di disponibilità monetaria, ma la cattiva qualità della classe dirigente. Replico che è nozione economica comune, che la disponibilità monetaria dovrebbe essere tale da consentire il pieno impiego dei mezzi di produzione, mentre chiaramente in Italia e pressoché in tutto l’Occidente la disponibilità monetaria è ben sotto tale livello – e chiunque abbia a che fare con l’economia reale, con la capacità produttiva che si ferma, con i negozi che chiudono o si restringono per mancanza del denaro necessario per pagare prodotti e servizi esistenti, non scriverebbe mai una sciocchezza come quella. E’ peraltro vero, e l’ho più volte scritto, che, quand’anche in Italia si facesse una riforma tale da assicurare un’adeguata disponibilità monetaria, probabilmente non si avrebbe uno sviluppo decente, a causa della pessima qualità della classe dirigente. Altri lettore mi hanno rimproverato di propugnare l’indipendenza della Padania equiparando ingiustamente alla grande borghesia tedesca la stracciona imprenditoria padana. A questi signori eccepisco che la produttività del Nord Est supera quella media tedesca, nonostante il peso del saccheggio che subisce per assistere il Sud e nonostante sia sabotata da una burocrazia paralizzante e perlopiù meridionale. Ad ogni buon conto, io raccomando non di lottare per l’indipendenza della Padania (la quale, se verrà, verrà per altre vie), ma di emigrare. Qualcun altro mi ha rimproverato di colpevolizzare i bravi Tedeschi dei mali che gli ignavi Italiani si infliggono (per scarso spirito civico, o continuando a votare i loro politici marci e inetti). Ha letto male: da un lato, io vado da sempre evidenziando l’inguaribile inefficienza della classe dirigente italiana, mentre dall’altro, nei due predetti articoli, ho detto che il Governo Merkel sta facendo gli interessi della grande borghesia tedesca, meno quelli della popolazione generale germanica, e per far ciò sta strangolando i paesi eurodeboli – ma questa sua linea di contrapposizione di interesse contro un vasto insieme di altri paesi, potrebbe raccogliere, per la terza volta dal 1915, una grande coalizione di forze contro la Germania, e quindi tradursi in un autogol. E, in ogni caso, per quanto responsabili della propria inferiorità, gli Eurodeboli dovrebbero tutelarsi come meglio possono contro l’azione tedesca, in quanto questa è contraria ai loro interessi: right or wrong, my pocket. Peraltro vorrei richiamare quanto esposto in un mio saggio del 2008, Polli da spennare, a dimostrazione che Berlino non compete lealmente, ma molto slealmente, giocando sporco, e che ha dispiegato la sua influenza politica sul governo italiano per indurlo a rinunciare a fare i propri interessi, che erano in contrasto con la strategia di dominazione germanica, e per spingerla a scelte che aggravassero il debito pubblico e . La mia fonte è il diretto interessato, Antonino (Nino) Galloni, discepolo del grande Federico Caffè, e critico prima della politica monetaria (catastrofico “divorzio” di Bankitalia dal Tesoro, conseguente impennata del debito pubblico). Galloni, dirigente generale nonché principale consigliere del Ministero del Bilancio, dopo l’estate del 1989, inizia a lavorare alla Relazione Previsionale e Programmatica per il 1990: con essa intendeva scardinare l’illogica e dannosa impostazione finanziaria della politica economica italiana fino a quel momento. Vengono organizzati convegni e conferenze; un Seminario alla Bocconi cui partecipa, oltre al Ministro Pomicino, anche Mario Monti (molto critico e preoccupato non tanto per le idee di Galloni, peraltro note perché vicine a quelle di Federico Caffè e Paolo Leon, quanto per il credito che egli sembrava acquisire presso alcuni ambienti politici e governativi democristiani, la cosiddetta sinistra sociale di Donat Cattin, la parte contraria a De Mita nella sinistra politica come Granelli e Bodrato e ora, addirittura, la componente andreottiana…); Galloni compare come pericolo nazionale in articoli di prima pagina su Repubblica: ad esempio, quello di Massimo Riva. In poco tempo si scatena una pressione fortissima sul Ministro da parte della Banca Centrale, della Fondazione Agnelli, della Confindustria e, infine, da parte – nientemeno – del cancelliere Helmut Kohl finché il Ministro del Tesoro, Guido Carli, chiede formalmente al collega la estromissione dell’economista non-traditore Galloni. Il Ministro Pomicino chiama il suo Consigliere (Capo della segreteria tecnica del Ministero del Bilancio) e lo informa della situazione. Il governo italiano è sotto schiaffo tedesco e deve cambiare politica, deve rinunciare a risanarsi. Galloni lascia l’amministrazione finanziaria per la seconda volta.

Questa vicenda, che riporto da fonte diretta nel mio Polli dal Spennare (2008), nel capitolo “Storia di un tentativo”, dimostra anche ai più scettici che il sistema-paese Germania è più efficiente del sistema paese-Italia non solo perché ha una popolazione che fa sistema, fa organico, è più seria; ma anche perché usa la sua forza per impedire all’Italia di migliorare la propria condizione ed efficienza. Del resto, il 09.12.10 a Radio Radicale Giuliano Amato ha osservato che le recenti dichiarazioni di Angela Merkel, che escludevano sia l’ampliamento del fondo di sostegno all’Euro, sia l’emissione di Eurobond, sia interventi tedeschi a sostegno di paesi dell’Eurozona in difficoltà, è di fatto un’istigazione ai mercati a speculare contro i debiti pubblici irlandese, portoghese, greco, spagnolo, italiano. E’ un atto ostile, di sabotaggio, perdipiù compiuto in una fase particolarmente critica. Amato ha anche rammentato ai distratti che la Costituzione tedesca, diversamente da quella italiana e da altre, ha una clausola che riserva alla valutazione della Corte Costituzionale le norme contenute nei trattati, sicché può esimersi dall’osservanza di accordi internazionali che ne ledano gli interessi. Io aggiungo che la Costituzione francese non consente la limitazione della sovranità nazionale, come invece consente quella italiana. Insomma, e col proposito di fare una sistematica indagine di diritto comparato su questo punto, l’Italia, rispetto ai due altri maggiori paesi dell’Eurozona, è in una posizione inerme, prona, pronta a subire – quindi asimmetrica, e non di parità: il che dovrebbe escludere, però, la limitazione della sovranità, perché il prefato art. 11 esige che questa limitazione avvenga solo a condizioni di parità. Purtroppo nessuno lo dice, e l’Italia subisce la sopraffazione dei partners più forti, che la vogliono (da sempre) debole e dipendente, attraverso la facciata, nobile e idealizzata, delle Istituzioni Europee. Amato ha anche rilevato che gli Italiani dovrebbero pure cambiare la loro classe politica inefficiente, per risollevarsi e mettersi in una posizione di maggiore competitività con i partners europei e non. Giusto – solo che i partners predetti fanno in modo di appoggiare i decision-makers italiani che fanno gli interessi dei medesimi partners più di quelli italiani, e fanno togliere di mezzo quelli che difendono gli interessi italiani. Ricorderà, Giuliano Amato, i 70.000 miliardi buttati al vento (o all’insider trading) nel 1992 per ritardare di due settimane la oramai certa svalutazione della Lira. Ebbene, quell’operazione si tradusse in un affarone per il capitale straniero che poi fece man bassa di assets pregiati italiani a prezzi svalutati. E’ la famosa storia del Britannia Party.

Da ultimo rispondo all’amico Nino Galloni, che approva i miei due articoli sulla Merkel, mentre dissente dall’articolo Verde, fame e nucleare, proponendo una visione opposta, ottimista. Scrive:

«Ho letto l’articolo ieri ed avrei, questa volta, alcune chiose da farti: in generale mi sembra che tu utilizzi – in alcune parti del tuo testo – equazioni lineari quando, invece, la realtà ci era sempre sembrata un pochino più complessa! (Vedi il nostro La moneta copernicana, ad esempio)

La scarsità dei metalli è vera finchè non si introducono le nuove tecnologie che li sostituiscono o ne utilizzano quantità decrescenti per unità di prodotto (questa è la vera linea di difesa e valorizzazione dell’ambiente non certo le bufale dei cosiddetti ambientalisti che – hai ragione – da bravi neo-malthusiani propongono o dovrebbero proporre il genocidio di massa: a Napoli e dintorni o in Congo (RDC) ho visto una certa pianificazione di esso; ma il progetto di eliminazione dell’umanità non mi sembra destinato al pieno successo).

Un’impostazione troppo pessimista – irrazionale almeno quanto quella ottimistica – finisce per aumentare i dolori e le difficoltà che, in campo economico e monetario sarebbero risolte dando il pieno sviluppo alle capacità umane ed alle opportunità attualmente disponibili: dall’aumento di offerta di moneta e credito fino al limite del pieno impiego dei fattori alla utilizzazione delle disponibili tecniche sociali e produttive più avanzate. Il problema è politico: cambiare in campo monetario e produttivo comporterebbe spostamenti nei rapporti sociali ed internazionali che i poteri forti temono per definizione; così facendo non condannano solo noi alla rovina, ma anche sè stessi (come diceva Roosevelt).

Ieri stavo a Napoli ed ho potuto assaporare nell’atmosfera di completo sbando di quella città l’inizio di una nuova era con nuovi progetti ecc.

Marco, l’Italia ha bisogno, per riprendersi, di una nuova Caporetto dove – una seconda volta – il popolo faccia tutto il contrario di quello che gli viene ordinato: allora si disse ai soldati di resistere e se l’avessero fatto saremmo rimasti veramente senza esercito e senza difesa, invece la fuga li portò a salvarsi e, quindi, a potersi riorganizzare. Oggi che la classe dirigente, da decenni, sta preparando la nuova Caporetto, possiamo nutrire la speranza di una riorganizzazione non lontana. A proposito di Caporetto, e del cosiddetto CHAOS (su cui sto lavorando!), bisogna considerare gli “imprevedibili” o “imprevisti” piani della VITA che, a volte ci stupiscono… »

Al che io replico:

Spero che tu abbia ragione e io torto e che ci siano, pronti ad entrare in azione, fattori risolutivi, che per ora non conosco. Il rimedio all’esaurimento di materie prime si potrà trovare realmente solo riuscendo a modificare, a costo energetico ragionevole, il numero atomico degli elementi – a cambiare un elemento in un altro – cosa che mi risulta già in parte possibile.
Il problema dell’energia però va oltre questo, così come quello dell’avvelenamento della biosfera: questi non li risolvi proprio, se non abbattendo il carico antropico del pianeta. Gli umani – con eccezione dei popoli decadenti -, finché han da mangiare, fan figli, incuranti di ciò che sarà di loro.

Per contro, le masse di umani oggi sono superflue per il potere, anzi nocive, destabilizzanti, inquinanti.Pertanto, in base ai dati a me noti, ti confermo la previsione di eliminazione, più o meno guidata, nei prossimi 10-20 anni, dell’eccesso di carico antropico rispetto alla quantità sostentabile in modo ecocompatibile. Sbagli a definire ciò un male: per morire, si deve morire ad ogni modo; meglio prima che la vita peggiori (anche solo per l’invecchiamento); il mezzo miliardo che rimarrà su una Terra liberata e risanata godrà di un’esistenza invidiabile – ma solo se il cambiamento sarà eseguito in modo “pulito”.

Non può sussistere analogia con Caporetto. E’ vero che la fuga di massa, contraria agli ordini degli Alti Comandi responsabili della disfatta, preservò allora le forze per la difesa e il contrattacco; ma quello non fu un comportamento consapevole, pianificato e coordinato di una collettività, bensì la somma delle reazioni automatiche, biologiche, istintive dei singoli interessati, i quali, vedendo un pericolo ben riconoscibile venire da una direzione ben riconoscibile e identica per tutti, presero tutti a fuggire nella direzione opposta a quella: comportamento meccanico, pre-codificato istintualmente (reazione di fuga). Quello in cui speri tu sarebbe invece un comportamento consapevole e coordinato di milioni di persone a tutela di un loro interesse diffuso. Un tale comportamento non si può avverare, perché a)pochissimi si rendono conto di che cosa sia il pericolo oggi e da che “direzione” venga; b)ancora meno concepiscono come fuggirne; c)se anche fossero in contatto tra di loro, dovrebbero coordinarsi, d)se anche si coordinassero, pochi come sono, non avrebbero peso. Il comportamento emergenziale è sempre meccanico, soprattutto su scala collettiva. L’alternativa è tra una fine del topo agitata e una fine del topo sedata. Ciò che le persone consapevoli e industriose potrebbero fare, invece, è evitare quanto evitabile del danno, anche dandosi una mano tra loro. Questo è ciò che io propongo: soluzioni limitate, private, centrate sulla riduzione della sofferenza, non sulla soluzione di problemi mondiali, che è di fatto, allo stato, e per quanto so, semplicememnte impossibile.

16.12.10

FAME, VERDE E NUCLEARE

 

Il mondo sta arrivando rapidamente ai limiti esterni dello sviluppo: esaurimento di alcune risorse-base (metalli) e della capacità della biosfera di sostenere l’inquinamento: in 250 anni stiamo versando nella biosfera tutta l’anidride carbonica fissatasi nei combustibili fossili durante i 60 milioni di anni del Carbonifero – cioè a una velocità 240.000 volte superiore. 

I giacimenti di petrolio si esauriscono iniziando con quelli migliori, ossia i più superficiali e quelli contenenti il petrolio più “puro”, ossia che richiede meno trattamento. Rimangono quelli più profondi e di petrolio più sporco. Quindi il petrolio non si esaurisce in senso assoluto, ma produrlo diviene sempre più dispendioso, in termini monetari ed energetici: più costi di estrazione, più costi di raffinazione. Quindi il costo dei prodotti petroliferi – carburanti, combustibili, plastiche, fertilizzanti, antiparassitari – è destinato a salire. 

Il carbone rimane abbondante, ma molto inquinante, e ancor più la lignite. 

L’impennata esponenziale della crescita industriale e demografica dell’ultimo centennio è avvenuta grazie alla disponibilità soprattutto di molto petrolio a basso prezzo – disponibilità che sta cessando per le ragioni suddette. 

La curva dell’incremento della popolazione terrestre è parallela a quello dell’incremento della disponibilità di petrolio. 

L’80% del costo di produzione agricola del cibo è relativo al petrolio necessario per spianare, bonificare, irrigare, arare, erpicare, seminare, fertilizzare, diserbare, etc. 

Cali dell’offerta e rincari del petrolio si traducono in cali dell’offerta e rincari del cibo – con le conseguenze immaginabili per i miliardi di umani alimentarmente marginali. 

L’acidificazione delle acque marine e pluviali sta compromettendo catene biologiche che concorrono notevolmente a sfamare la specie umana, la quale inoltre sta già fortemente intaccando (riducendo) lo stock planetario di pesce, oltre a portare avanti (con diverse pratiche errate) la desertificazione di terreni precedentemente fertili. 

I suddetti fattori costituiscono una barriera respingente alla crescita demografica, capace di rovesciarla drammaticamente. La tendenza demografica, per contro, rimane di crescita esponenziale. Quindi prevedibilmente a breve avverrà uno scontro violento tra questo trend e i fattori contrapposti. La violenza di questo scontro potrà essere occasione di conflitti anche bellici, con eventuale coinvolgimento di armi non convenzionali di diversi tipi, con esiti potenzialmente devastanti per la biosfera. 

Lo scontro avverrà – si stima – entro il 2030, con tendenza all’anticipazione sulle date calcolate nei decenni scorsi in ragione del forte aumento dei consumi energetici e dell’inquinamento da parte di Cina e India. 

A questo sfavorevole scenario si contrappongono le proposte di metodi di produzione energetica detti “verdi”, puliti rinnovabili, da una parte; e, dall’altra, dell’energia prodotta col metodo nucleare. 

I metodi verdi si basano tutti (tranne quello mareale, che è gravitazionale ma può soddisfare solo una minima frazione del fabbisogno) sull’energia solare, che viene trasformata in  energia elettrica. Ciò vale non solo per quello fotovoltaico e quello fototermico: anche l’energia idroelettrica deriva dall’acqua fatta salire dal sole per evaporazione, e le biomasse derivano dalla fotosintesi clorofilliana. Orbene, nessuna di queste fonti può soddisfare una quota significativa del fabbisogno attuale, e ciò – si badi – non per limiti tecnologici, quindi superabili, ma per insuperabili ragioni fisiche: la seconda legge della termodinamica, il fatto che la potenza solare media ricevuta dalla Terra è circa 200 W al mq, e il fatto che la sua trasformazione in elettricità ha una resa dell’80% coi collettori termici, del 20% col fotovoltaico, del 10% col termoelettrico, del 2% con l’eolico e dell’1% colle coltivazione legnose, e il fatto praticamente non è efficacemente immagazzinabile, sicché per alimentare un aspirapolvere da 1,5 K ci vorrebbero 40 mq di pannelli solari; e per tutto il fabbisogno nazionale (36 miliardi di Watt) 2000 kmq di pannelli solari (costo: 2.400 miliardi – durata anni 20); e questa energia sarebbe disponibile solo durante il dì. Per soddisfare il fabbisogno energetico col bioetnaolo, dovremmo coltivarne 400.ooo kmq, ossia 90.000 più della superficie dell’Italia! Inoltre, il costo industriale di produzione di tutti questi tipi di energia è molto superiore a  quello dell’energia derivata da combustibili fossili, e decine di volte superiore rispetto al metodo nucleare. Analogo discorso vale per le altri fonti “verdi”.A ciò si aggiunge che tutti questi metodi “verdi” sottrarrebbero gran parte del territorio ad altri usi. Nei casi più favorevoli, le fonti verdi potrebbero coprire circa il 10% del fabbisogno. 

Fino a duecent’anni fa la popolazione terrestre era meno di 1/10 degli attuali 6,7 miliardi, e viveva  solamente con energie verdi, rinnovabili, solari. Ritornare all’antico, al solare, all’eco-sostenibile, implicherebbe riportare la popolazione a 500 milioni di umani – ciò considerando che, da un lato, il fabbisogno pro capite di energia è aumentato rispetto a 200 anni fa, ma l’aumento è compensabile con i più efficienti metodi di produzione energetica e con tecnologie, come quelle informatiche, che fanno risparmiare energia. 

Questa è la prima opzione. 

Non è, invece, un’opzione il risparmio delle fonti fossili, perché il risparmio ha senso solo rispetto a fonti che si rinnovano (ad esempio, gli alberi: non taglio mai più alberi di quanti ne pianto). Kyoto è una frottola planetaria, di cui presto spiegheremo il fine. Risparmiare su fonti che si esauriscono ha senso solo per differire l’esaurimento – ma solo se lo si fa tutti, altrimenti chi lo fa si limita a infliggersi un danno senza contropartita. 

La seconda opzione è quella nucleare, integrata col petrolio e col carbone. Astrattamente, sulla carta, la costruzione di centrali elettronucleari potrebbe assicurare disponibilità di energia a costi sostenibili e compatibili con la crescita industriale e col mantenimento e la crescita dell’attuale stock di popolazione. Ma quest’opzione implicherebbe la costruzione di migliaia di tali impianti, in numero crescente, in tutto il mondo,anche in aree instabili, e in un periodo storico caratterizzato dal ridursi ed esaurirsi di alcune materie prime e della disponibilità di primarie fonti alimentari e di acqua potabile.  La disponibilità dell’energia con essi prodotta sosterrebbe la crescita demografica. Il rischio di incidenti o di uso bellico o terroristico dell’uranio e del plutonio sarebbe immanente e sempre più intenso. Per non parlare delle scorie radioattive, per le quali non vi è un  valido sistema di messa in sicurezza. Questa opzione è quindi la più distruttiva di tutte. 

Anche l’opzione di non far nulla, di lasciare che le cose vadano avanti spontaneamente, è pericolosissima, perché porta a conflitti estremi per la conquista delle scorte delle materie prime in esaurimento. 

Qual è dunque l’opzione preferibile per un’oligarchia globalizzata che desidera preservare la biosfera, la vivibilità della Terra? E’ l’opzione di puntare decisamente alla riduzione della popolazione a quota 500 milioni – la quota sostenibile con le fonti pulite e rinnovabili. Bisogna pervenire a tale obiettivo evitando conflitti e dissesti che possano compromettere la biosfera, nelle sue componenti. Si tratta di percorrere un sentiero stretto, tra due pericoli egualmente seri: quello di recessioni che suscitino tali conflitti, da una parte; e quello di crescite industriali che ledano gravemente la biosfera. Nel mentre che la si percorre, è opportuno disinformare e distrarre l’opinione pubblica in modo che non capisca la situazione reale e i suoi sbocchi, come qui descritti. A tal fine, si curerà che la popolazione non sia a conoscenza dei dati quantitativi rilevanti, e si diffonderanno errate concezioni e speranze circa le fonti verdi e le fonti nucleari, di fissione e fusione. Si faranno sorgere contrapposizioni ideologiche tra movimenti pro- e antinucleari, ecologisti e sviluppisti – vedi Kyoto e Copenhagen. Al contempo, si finanzieranno investimenti in energia verde e in energia nucleare – realizzando in entrambi un business lucroso per l’industria, la finanza e la politica, a spese del contribuente. Così, inoltre, si sfrutterà parte del reddito degli attuali sette miliardi per costruire impianti energetici puliti adeguati al mezzo miliardo che resterà. Questi, essendo pochi, potranno usare anche il nucleare, se necessario. 

Come si attua la riduzione dello stock di popolazione? Le vie sono numerose, e sono disponibili metodi non traumatici. Possiamo concepire una transizione tranquilla, in un certo senso umanitaria, senza visibile violenza:  farmaci, vaccini, sostanze chimiche immesse nell’ambiente, nanoparticelle (soprattutto quelle più fini del pm 10) prodotte dai termovalorizzatori e altri impianti industriali, cibi industrialmente prodotti e privati di nutrienti specifici, cibi insalubri per l’infanzia, si ottiene già ora  diminuzione della fertilità, delle difese immunitarie, della salute generale nonché aumento dell’incidenza di malattie varie (soprattutto degenerative: tumori, demenze). Non mancano nemmeno gli indizi di uso di agenti patogeni naturali o artefatti. L’aumento dei prezzi e la diminuzione e dell’offerta di cibarie e di acqua potabile è un ulteriore, potente strumento. Per diversi di questi strumenti vi sono prove e indizi che sono già all’opera, con cospicui risultati. La decrescita industriale e demografica sarà aiutata anche con politiche di rarefazione monetaria (credit crunch, debit overhang). Sul fronte dell’informazione di massa, la massiccia, martellante presentazione di notizie di catastrofi, pericoli, epidemie, crolli economico-finanziari instilla un senso di impotenza e ineluttabilità che previene la possibilità di partecipazione di massa a movimenti politici di denuncia e resistenza. 

Naturalmente, quanto sopra non esclude la possibilità che intervengano fattori nuovi, come nuove scoperte nel campo della fisica, a risolvere il problema energetico. Ma sottolineo che non basta risolvere il problema energetico: occorre anche risolvere quello delle materie prime in esaurimento, e dell’ecosistema sempre più inquinato e compromesso, con le catene alimentari che si interrompono. Il tutto, tenendo presente che la gran parte della popolazione terrestre, finché ha da mangiare, continua a moltiplicarsi, quindi a moltiplicare il fabbisogno e l’inquinamento; e che portare tutta la popolazione terrestre a un livello di benessere tale che controlli le nascite, è ecologicamente impossibile. 

10.12.10 

(Per una trattazione più ampia v. il mio Oligarchia per Popoli superflui, Koinè Nuove Edizioni, 2010; per i dati sulla produzione di energia, v. Franco Battaglia, l’Illusione dell’Energia dal Sole, Ed. 21° Secolo, 2010.)

BERLINO DECIDE: SHOAH PER GLI EURODEBOLI

Tremonti e Juncker, appoggiati dal commissario finlandese Rehn, e riprendendo un suggerimento di Mario Monti, hanno messo allo scoperto le mire biecamente nazionaliste ed anti-europee di Berlino. L’altroieri, proponendo l’emissione da parte dell’UE di Eurobond, ossia di un debito pubblico comune per rinforzare l’Euro e concretare il progetto di unificazione finanziaria europea, trasformando l’Euro in moneta unica (anziché insieme di parità fisse quale ancora oggi è), hanno messo Berlino alle strette: sì o no. E Berlino ha detto chiaramente “no”.  Anche al rafforzamento del fondo di difesa dell’Euro.

Gli Eurobond consentirebbero di finanziare il debito pubblico dei paesi dell’Eurozona a costi (tassi) inferiori degli attuali, quindi proteggerebbero l’Euro sui mercati internazionali e farebbero risparmiare i governi; consentirebbero più investimenti infrastrutturali e produttivi, quindi aiuterebbero a uscire dalla crisi e a recuperare produttività e competitività. Intanto, il mito del pareggio di bilancio ed epurazione dell’inflazione, come regola base dell’economia, viene oramai demistificato non solo oltreoceano, ma anche in Europa. Però l’interesse nazionalistico di Berlino è diverso: la Germania è già fuori dalla crisi (almeno nel comparto export) col suo + 3,6% di pil; già paga pochissimo, meno di tutti gli altri, sul proprio debito pubblico; già ha i mezzi per i suoi investimenti interni; e gli altri paesi europei è meglio che vadano a fondo, strangolati dal rigore di bilancio, dal debito pubblico, dalla concorrenza cinese, indiana, turca, e dalle virtuosità germaniche. Quando saranno al default, dovranno uscire dall’Euro. Oppure sarà la Germania a uscirne, come  da tempo vuole la maggioranza dei Tedeschi. Dicendo no all’Eurobond, la Merkel ha gettato la maschera: i suoi intenti sono ostili e conflittuali. L’Euro, alla Germania, serve solo per sottomettere gli altri europei. E allora chiediamoci: conviene restare in un’UE e sotto una BCE cui cediamo la sovranità economica, se quell’Europa e quella BCE sono dominate da una Germania che ha deciso di farci (economicamente) fuori? Ovviamente, no. Se dobbiamo prepararci a un imminente lotta contro la Germania per la sopravvivenza economica, bisogna toglierle le armi che le abbiamo indirettamente dato, e svegliarsi dall’europeismo idealizzante e cieco alla realtà.

Il conflitto entro la UE tra area germanica e area franco-mediterranea è un conflitto inevitabile, perché deriva direttamente dalle diverse mentalità e dai diversi comportamenti collettivi di queste due aree. Diversità che le rende disomogenee, con livelli diversi di efficienza, e perciò non amalgamabili tra loro, come l’acqua con l’olio, o il cerio coll’alluminio. L’Euro si salva se l’Europa si unisce economicamente e politicamente, ma le unioni politiche funzionano solo tra popoli con comportamenti politico-economici compatibili. Il progetto di unificazione europeo fallisce a causa di questa diversità, così come per analoga diversità fallisce il progetto di unificazione italiana. La Germania rifiuta di fare verso gli Eurodeboli ciò che il Lombardo-Veneto è costretto a fare verso il Meridione – Rampini docuit. I Tedeschi non vogliono fare la fine dei Padani. Popoli diversi per efficienza economica stanno meglio separati e senza monete comuni o cambi fissi tra le loro monete. I confini nazionali proteggono i popoli meno competitivi dando loro il tempo di adeguarsi agli altri, prima che questi li schiaccino. Se invece li si tiene legati insieme, si creano conflitti e sopraffazioni. I lavoratori tedeschi, per superare la crisi, hanno accettato con disciplina di rinunciare a una settimana di ferie e a fare un supplemento di orario non pagato – comportamenti impensabili in Italia, come in area germanica sono impensabili storie come quelle dei rifiuti napoletani e del clientelismo italiano. In area germanica, nel complesso, c’è un livello di rispetto delle regole e di fiducia reciproca, tra cittadini, imprese e istituzioni, molto più alto che nell’Europa mediterranea, quindi c’è un livello di efficienza superiore, e di sprechi inferiore. E’ un organismo socio-economico che prevale sugli altri nella competizione darwiniana. L’area germanica può quindi permettersi una strettezza nella spesa pubblica, che per gli Eurodeboli implica impossibilità di uscire dalla crisi per carenza di fondi per investimenti infrastrutturali. Non può permettersi di farsi carico di compensare le inefficienze relative degli altri popoli, anche perché così facendo le incentiverebbe – esattamente come avviene nel caso dell’unificazione italiana o come avveniva nella cessata Jugoslavia. Ma poi per quale motivo dovrebbe aiutarli, quando ha interesse a soggiogarli e a neutralizzarli come concorrenti sul mercato globale, e a farne un mercato passivo per i propri prodotti? L’odierno “nazionalismo tedesco” punta sul disprezzo della svalutazione della moneta legale (Euro), sull’inflazione “importata” (visto che quella interna è sotto controllo ed accettata dai cittadini / contribuenti), e sul ritorno ad una correlazione quasi perfetta tra la ricchezza creata nel periodo ed il tenore di vita dei cittadini. All’opinione pubblica tedesca  ciò può essere fatto vivere e accettare come un ritorno del nazionalismo idealistico; ma, sul piano politico-economico, esso è l’antico “mercantilismo”, che fu un precursore della rivoluzione agricola e poi industriale inglese. Su questo piano si tiene conto del fatto che i costi inferiori di finanziamento mediante Eurobond  sarebbero tali per i paesi deboli, ma i mercati, conoscendo la struttura di questo debito globale europeo, lo farebbero pagare di più dei bond tedeschi: l’aggravio ci sarà, anche se con velocità di trend (di segno algebrico diverso) differenti tra di loro, nel senso che i tedeschi vedrebbero aumentare la remunerazione di questi titoli, ma bisognerebbe capire quali saranno i risvolti per il contribuente tedesco.  Le garanzie di rimborso di questi titoli dovrebbero essere “collettive e solidali tra tutti i paesi membri dell’UE”. In più, diciamo che sino al 2013 ci sarà una “tregua”, nel senso che i parametri di Maastricht lasceranno un po’ il tempo che trovano … o quasi. Berlino giustamente paventa che, ad allora, i debiti pubblici degli Eurodeboli salgano molto, e di doversi far carico anche di questo incremento. Ed è proprio perché il piano tedesco per la Shoah degli Eurodeboli deriva da un’esigenza di tutela di interessi economici, razionali, e non da fattori irrazionali (orgoglio nazionale, egoismo, scarsa fratellanza e cose simili), che bisogna difendersi agendo prontamente sul piano oggettivo, anziché invocare principi morali di fratellanza ed europeismo – quelli sotto il cui miraggio propagandistico è stata costruita questa situazione.

L’ottimo Corradino Mineo, due giorni fa, su Rainews 24, ha ripreso e fatti propri i contenuti del mio precedente articolo, Un’Angela per la soluzione finale?, sottolineando come la Germania stia tornando al medesimo nazionalismo ostile ed egoista che, nel XX Secolo, la spinse a due guerre disastrose per sé e per l’Europa. Oggi le guerre non si combattono più con bombe, carri armati e fanterie, ma con la finanza. L’Euro e i vincoli finanziari di Maastricht danno alla Germania la possibilità di eliminare o sottomettere (sceglierà al momento giusto) le economie concorrenti. E lo sta facendo, metodicamente, sistematicamente, legalmente. Costringendo gliu Eurodeboli a tagli di bilancio e a strette fiscali sul risparmio,  cercherà di evitare di far scoppiare i titoli degli Eurodeboli che le banche tedesche hanno in pancia. La sua ideologia di non violenza, ostentata per qualche decennio, era solo un adattamento provvisorio alle circostanze. Il suo nuovo mito di superiorità è la purezza di bilancio e l’epurazione dell’inflazione. L’Eurozona è il suo K-Lager monetario dove ci sta affamando tutti. I vincoli di bilancio sono il suo filo spinato. L’Eurtotower è la torretta delle guardie. Le sanzioni per chi sfora, sono le frustate per gli internati che osano evadere. Corrono voci che Sarkozy sia ebreo. Ed è sicuramente vero, perché, di fronte a certo germanesimo, siamo ebrei tutti.

07.12.10


DIRITTO AD ESISTERE ?

La campagna antimafia condotta sotto il Ministero Maroni ha innegabilmente fruttato risultati molto estesi. Molto estesi orizzontalmente, con numerosissimi arresti e confische in tutt’Italia, al Sud, al Centro, al Nord. Ma che non sono saliti verticalmente, non hanno individuato ed eliminato la mafia nel parlamento, nei piani alti dei ministeri, nei vertici dei partiti, delle banche, delle fondazioni bancarie. Hanno neutralizzato personaggi sostituibili, e forse già sostituiti. Non hanno infranto gli elementi strutturali che generano la mafia e le danno forza, né ridimensionato il potere politico di questa né il suo giro d’affari, né la sua presa sulla società. Non aspettiamoci, pertanto, che le cose cambino apprezzabilmente.

Altro è il più importante risultato di questa campagna: essa, proprio col successo quantitativo che ha avuto e continua ad avere,  con le centinaia di arresti anche nel Nord, con l’individuazione di una ramificata rete mafiosa di potere, affari, imprese, corruzione nelle regioni settentrionali, ha dimostrato che la mafia, dal Sud, si trapianta al Nord e lo sta massicciamente e sempre più, col passare del tempo, infiltrando coi suoi uomini, i suoi capitali e i suoi investimenti, condizionandone non solo l’economia e l’ordine pubblico, ma anche la vita quotidiana, l’amministrazione, l’uso dei pubblici poteri, il modo di vivere, e minando la tenuta di quanto resta del suo tessuto sociale, di quella fiducia di fondo che tiene insieme la gente. La società del Nord è così in via di assimilazione alla società matrice del modello mafioso di potere ed economia.

Tale dato di realtà pone quindi una netta questione: una società, un Land, una regione (o macroregione), dotta di una sua identità mentalità, morale, way of life, ha o non ha il diritto (riesce o non riesce a farlo riconoscere) di bloccare questo tipo di penetrazione e assimilazione ponendo limiti selettivi all’ingresso, all’insediamento, alla permanenza di persone, imprese e capitali, sul suo territorio, quando gli organi e i poteri dello stato non sono disposti o capaci di farlo? Oppure deve accettare di subirle, rinunciando alla propria identità e qualità, fino ad essere assimilata, affinché sia salvaguardato il principio – sicuramente elevato e pregevole – di libero movimento ed insediamento di persone, imprese e capitali? Ad esempio, hanno Veneti e Lombardi il diritto di opporsi con mezzi efficaci alla trasformazione in senso calabrese o siciliano della loro società attraverso le varie dinamiche di penetrazione e assimilazione? Oppure sono tenuti ad accettare questa trasformazione in atto?

Questo dilemma vale ovviamente non solo per l’emigrazione interna, ma anche per quella globale: ha un popolo, una civiltà, il diritto e la forza di limitare qualitativamente e quantitativamente i flussi migratori in entrata e di porre come condizione per lo stabilimento di immigranti, che questi si assimilino (realmente, non superficialmente)  alla propria, che ne accettino e non calpestino norme e valori, affinché nel tempo non finiscano per alterarli? Pensiamo ai costumi degli islamici e dei cinesi, ad esempio, e alle loro rivendicazioni di poter applicare le loro norme, come nascondere il volto, usare la loro medicina tradizionale, costituire comunità chiuse e zone franche dove fare a modo loro, praticare mutilazioni alle bambine, etc. Va anche considerato che la penetrazione cinese è appoggiata dalla Cina, una superpotenza che è in grado di imporre a paesi deboli come l’Italia anche deroghe alla loro legalità interna in favore di quelle comunità. A risultati analoghi può portare la dipendenza per petrolio e gas da potenze islamiche, rispetto alla penetrazione islamica.  Allo stato presente, tra le due suddette opzioni, tutto è in favore della seconda: dalle norme sia della vigente costituzione italiana che dell’Unione Europea, all’interesse sia della mafia, che del capitalismo come tale: i popoli, le culture, le società, devono accettare di essere aperti alla penetrazione e profondamente modificabili da chi le penetra.

Attuare la seconda opzione presupporrebbe profonde modificazioni normative, che consentano ad organi rappresentativi dei popoli, intesi propriamente, ossia in senso etnico-sociologico, naturale, di regolare e dosare la penetrazione esogena, e di allontanare in via amministrativa le persone e le imprese immigrate (sia nazionali, che comunitarie ed extracomunitarie) che siano in contrasto con gli interessi del popolo il questione. Naturalmente, tale funzione-potere, per essere reale, dovrebbe essere espressione della sovranità popolare, completamente indipendente dai poteri e dai controlli dello stato c.d. nazionale e da quelli comunitari (si pensi all’Italia, nel cui parlamento nazionale la rappresentanza delle mafie è determinante). Ossia, bisognerebbe introdurre il principio che ogni popolo, sia esso indipendente o inserito in una federazione, ha il diritto di assicurarsi l’esistenza, e che quindi ogni regione o macroregione è sovrana nel regolare l’immigrazione e il diritto elettorale sul proprio territorio, sia legislativamente, che esecutivamente e giudiziariamente. Il che ripropone un ulteriore principio, affinché ciò che viene cacciato per la porta non rientri per la finestra, ossia che magistrati e responsabili delle forze dell’ordine siano cittadini regionali eletti dai cittadini regionali e verso di questi responsabili., e che siano abolite le prefetture, come organi periferici del potere centrale. Anzi, lo stesso concetto di “periferia” va superato, perché intrinsecamente incompatibile col principio federale.

04.12.10