Archivio del mese di febbraio, 2011
GODERSI LO SPETTACOLO DELLO SCONTRO ISTITUZIONALE
A la guerre comme à la guerre. Per la stagione primavera-estate, si sta caricando uno scontro tra poteri dello stato pari a quello che portò alla deposizione e all’arresto del Duce. Una circolare del Ministero degli Interni avrebbe già allertato gli uffici Digos che per maggio in Italia potrebbero arrivare i Caschi Blu. Dopo l’ultimo, insoddisfacente incontro con Napolitano, Berlusconi ha cambiato metodo: visto che la linea di ricerca dell’intesa e del far buon viso, da lui perseguita finora, non paga, anzi lo porta a soccombere, ha adottato la linea dell’attacco, della forza e della rottura, del giocarsi tutto per tutto. Scelta razionale alla luce dei rovinosi risultati della linea precedente e del fatto che l’età gli lascia pochi anni per la politica attiva. O la va o la spacca. Non ha niente da perdere. Anche se non porterà a voti di sfiducia o a condanne penali, il caso Ruby, se non contrastato da un violento contrattacco, lo costringerà a dimettersi perché lo sta già facendo apparire un uomo osceno, moralmente impresentabile e da evitare (shunned) in ambito internazionale, una faccia da cui neanche un paese come l’Italia può più farsi rappresentare..
Il suo piano di intervento sul potere giudiziario è di scontro con l’Anm, la sinistra, il centro, Napolitano, la Consulta: riforme dura del CSM, delle intercettazioni, dell’ordinamento giudiziario, del processo, della Consulta, accusata di essere ora composta prevalentemente di uomini di estrema sinistra (8), di sinistra (4), con pochissimi (3) giudici moderati. Riforme motivate dicendo che chi comanda nella casta dei magistrati abusa dei poteri per condizionare la politica e rovesciare la volontà dei cittadini per mettere al potere la sinistra, quindi attaccando lo stereotipo popolare “magistratura = legalità”, ma anche quello “potere dello stato = legalità”, e minacciando così di delegittimazione la generalità delle poltrone istituzionali e dei privilegi.
Ma riforme che, implicando modificazioni della Costituzione, quindi un lungo iter parlamentare e maggioranze impegnative, non potranno giovargli, se non in parte minore, nella fase che si aprirà in Aprile, ossia nella fase in cui da un lato inizierà il suo processo per concussione e prostituzione minorile, con la possibile condanna; e dall’altro lato i parlamentari neoeletti avranno maturato la pensione e gli altri benefici, quindi potranno togliergli il voto, tanto più che in estate non si vota, quindi, in caso di crisi, si farebbe un governo-ponte.
Quale dunque la funzione pratica di questa iniziativa riformatrice? Probabilmente quella di provocare uno scontro istituzionale palese, cioè tale che tutti i contendenti – partiti, Anm, Pm, tribunali, Napolitano, Corte Costituzionale – saranno costrette ad apparire come parti, fazioni, in lizza, anziché poteri vergini, neutri, super partes. Berlusconi, circa la Corte Costituzionale, che sarebbe competente a risolvere il conflitto tra poteri dello Stato – tra governo / parlamento e potere giudiziario – ha già detto che è quasi tutta rossa, quindi non è neutrale, non è legittimo giudice. Forse dirà pure che la nomina di molti giudici di sinistra è avvenuta grazie a qualcuno che doveva sdebitarsi con certi gruppi di magistrati che l’avevano salvato da un certo scandalo. Insomma, anche la Consulta è stata tirata giù dal suo piedistallo di neutralità, e senza bisogno di attingere dagli archivi del Partito Radicale per documentare suoi supposti comportamenti politicamente orientati e lesivi della Costituzione. In quanto a Napolitano, il suo passato apparentemente filo-stalinista, il suo apologo dell’invasione sovietica dell’Ungheria, le sue critiche a Dubcek, sebbene lontani nel tempo, possono essere strumentalizzati per scriditare la sua persona politica e morale, quindi pure ogni sua iniziativa. Inoltre l’amico Putin, disponendo degli archivi del Kgb e del Pcus, avrà fornito a Berlusconi le informazioni e le carte utili su tutti gli ex-comunisti. Infine, per distruggere la credibilità morale e legale della magistratura, Berlusconi potrebbe semplicemente affidare ai suoi mass media la divulgazione dei dati oggettivi contenuti nei di libri-inchiesta sui magistrati, come quelli di Misiani e di Livadiotti, e l’opinione pubblica percepirebbe la categoria dei magistrati come analoga o peggiore di quella dei politici, e sicuramente come inidonea a tutelare la legalità e la verità. Queste le linee generali di una possibile campagna di propaganda berlusconiana.
Attaccate e sfidate, le forze avverse o subiranno, e allora saranno allora schiacciate e ridimensionate, domate; oppure contrattaccheranno, con esternazioni delegittimanti del Colle, con azioni di piazza delle sinistre, con provvedimenti d’assalto e rivelazioni alla stampa dei PM antisilvio e dei loro “pentiti a orologeria”. Napolitano potrebbe anche, senza attendere un voto di sfiducia, emettere un decreto di revoca di Berlusconi, nominando un altro premier. O un decreto di scioglimento delle Camere, come secondo alcuni avrebbe già minacciato di fare.
Tali scenari consentirebbero a Berlusconi di fare appello diretto al popolo e portarlo nelle piazze, denunciando l’azione di un fronte eversivo antidemocratico, che vuole privare i cittadini dei loro diritti e andare al governo per depredarli col fisco. Il governo, eletto dal popolo sovrano, dovrebbe quindi prendere provvedimenti anche materiali “a difesa della democrazia”. Tra i suoi consiglieri si parla della possibilità che i ministri degli interni, della difesa, del tesoro e della giustizia ordinino rispettivamente a PS, Carabinieri, GdF e Polizia penitenziaria di non prestare più servizio di scorta o di assistenza ai magistrati, e di non mettere a loro disposizione nemmeno i rispettivi veicoli; i magistrati quindi avrebbero le unghie spuntate, anzi dovrebbero restarsene in casa per sicurezza. Contemporaneamente, partirebbe una campagna mirata di informazione dell’opinione pubblica sulla magistratura, eventualmente su Napolitano, e su altri.
Per evitare uno scontro di tale portata, che potrebbe portarli a perdere i loro privilegi e il loro prestigio, gli avversari di Berlusconi forse verrebbero a compromessi in via preventiva. Il che ci priverebbe, ovviamente, di un grande spettacolo di lotta tra fazioni istituzionali, oltre che della possibilità di vedere qualche cambiamento in questo paludoso paese.
Se avremo la ventura di essere spettatori di un bello scontro istituzionale in grande stile, sapremo però anche che le fazioni in campo si scontrano, forse, per interessi loro propri, o dei loro mandatari, e non per il bene della popolazione. Infatti, il fatto che due fazioni si combattano con contrapposte accuse, non implica che una abbia ragione e l’altra torto, che l’una difenda la legalità, la giustizia, la democrazia, la collettività, e l’altra per contro le minacci. Tanto meno implica che una rappresenti il bene, o il nostro bene, e l’altra l’opposto. Tutte le parti in campo – i vari partiti politici, il parlamento, il potere giudiziario – hanno svolto e svolgono le loro funzioni in modo pessimo, tutte contribuendo al dissesto e al declino del paese. Tutte si sono fatte e si fanno i loro interessi di bottega coi pubblici poteri e mezzi di cui dispongono, e continuano a comportarsi come sempre anche mentre il paese affonda, senza curarsi dei cittadini, perché finché a loro va bene, non hanno bisogno di preoccuparsi. La contesa è sulla spartizione e sull’ordine di beccata, per dirla in termini etologici. Sperare che la vittoria di una sulle altre possa risanare il sistema, è pura ingenuità, contraria ai fatti. Nel mio recente articolo, Spolpare: il business di questa fase, ho spiegato che politica e “giustizia” in Italia non possono essere altro che quello che sono adesso, perché la situazione complessiva dell’Italia non lo consente: in un sistema-paese vecchio, deteriorato e tarato come quello italiano di oggi, l’unico business comparativamente conveniente, è quello di andare a prendere alla gente la ricchezza già prodotta e accumulata, e non certo quello di investire per produrne di nuova – cosa che conviene invece fare in altri paesi con condizioni oggettive più idonee a questo fine, magari investendo in essi anche i soldi tolti all’Italia. In Italia, di conseguenza, la funzione politica consiste essenzialmente nell’agevolare e mimetizzare questa operazione di prelevamento di ricchezza mediante i poteri e i crismi giuridici e morali dello stato, mentre il potere giudiziario avrà il primario compito di regolare e consentire l’esecuzione di tale operazione ad alcuni gruppi, evitando di indagare le loro operazioni; e al contempo di impedirla ad altri, tenendoli sempre sotto tiro, anche con pretesti, e offrendoli alla gogna mediatica quando opportuno; in tal modo, esso potrà anche ritagliarsi la quota propria di privilegi – sempre più larga, ovviamente. E’ il tipo di business fondamentale di una società – nel nostro caso, il business del “prelevare” – che determina le caratteristiche delle sovrastrutture politiche e giudiziarie, configurandole in modo funzionale a sè stesso.
Ciò posto, effettivamente, sin dal suo primo governo nel 1994, un forte coordinamento di magistrati ha operato contro Berlusconi con straordinario impegno, straordinario spiegamento di mezzi, straordinario ricorso a mezzi di sputtanamento, generoso sacrificio dell’immagine internazionale del paese (pubblica notifica di avviso di garanzia durante il G8 di Napoli). A che scopo lo fa? Che cos’è Berlusconi di speciale? Che cosa ha fatto di diverso dagli altri?
In realtà, Berlusconi ha fatto sostanzialmente le medesime cose degli altri in quanto ad affarismo privato e di partito; a rapporti con Chiesa, Mafia, USA; come gli altri, non ha fatto riforme né rimediato al declino nazionale; non ha toccato i poteri e gli interessi dei magistrati né dei capitali stranieri; nel 2005 stabilì di nazionalizzare la Banca d’Italia, ma poi non l’ha fatto; insomma, non ha modificato né seriamente minacciato i rapporti di interesse nazionali e internazionali. Si è comportato come tutti gli altri, salvo qualche provvedimento in favore delle sue aziende e delle sue difese processuali.
Ridicolo pensare che i pm lo perseguitino perché “comunisti” – anche se qualcuno di loro viene dal vivaio del vecchio PCI; ridicolo pure pensare che lo facciano per ragioni etiche: la persecuzione è iniziata quando ancora non si parlava di minorenni, ma soprattutto feste di sesso e droga sono l’ordinario nell’alta società, e i pm, se volessero moralizzare perseguendo veri reati, indagherebbero su molte altre cose, ben più gravi, di uno stato in cui di legale e costituzionale c’è ben poco, e nel cui parlamento la cocaina è popolarissima. Perseguirebbero i sistematici falsi nella raccolta di firme elettorali, anziché insabbiarli – vedi il recente caso delle elezioni amministrative della Lombardia, con le falsità nella raccolta delle firme, vanamente denunciato dai Radicali (guarda caso, la fazione vincente è legata alla Compagnia delle Opere, cioè all’imprenditoria che ruota intorno al Vaticano). Ma ancor prima farebbero pulizia nel loro stesso ordine, prendendo doverose notizie di reato, a bizzeffe, dalla saggistica che tratta degli abusi della casta giudiziaria.
Berlusconi, di diverso dagli altri leaders politici ha che, essendo dotato di mezzi propri, non deve chiedere soldi al grande capitale privato per il suo partito e le sue campagne elettorali, quindi non è pilotabile come gli altri. Però questa sua indipendenza non si è tradotta in azioni significative, e poteva giustificare la persecuzione giudiziaria in occasione dei suoi primi governi, ma non quella odierna. C’è chi pensa che la campagna giudiziaria contro di lui sia istigata da Rupert Murdoch e finalizzata a eliminarlo per rilevare le sue reti televisive. Ma Mediaset è così piccola cosa rispetto all’impero di Murdoch, che l’ipotesi appare irrealistica, seppur non impossibile. Si deve ancora ricordare che Berlusconi scese in campo e fondò Forza Italia quando i pm di Mani Pulite avevano praticamente eliminato tutti i partiti popolari tradizionali diversi dal PCI, cui si diceva fossero collaterali, e che di fatto stavano mandando al potere per eliminazione della concorrenza. Berlusconi ruppe loro le uova nel paniere. Però la politica non è vendetta, perciò non è realistica l’ipotesi che la persecuzione per quel fatto séguiti oggi a distanza di tanti anni, anche se l’odio personale inevitabilmente rimane.
Tra tante riforme mancate, c’è solo una cosa concreta, oggettiva e importante, che Berlusconi ha fatto, e che tocca grandi equilibri di interessi: South Stream, l’oleodotto con cui la Russia può esportare petrolio verso l’Italia e altri paesi europei senza passare per paesi controllati da USA, Germania e le Sette Sorelle. Anche L’Unità è contraria a South Stream. In concorrenza coll’oleodotto Nabucco, che invece passa per tali paesi ed è sostenuto da Berlino e Washington. E in effetti Berlusconi viene molto biasimato per i suoi rapporti con Putin. Tuttavia, anche qui si può obiettare qualcosa, ossia che South Stream inizialmente fu voluto da Prodi, ma brevemente.
Vi è però in un’ipotesi esplicativa complessivamente diversa, ossia che le sinistre, fiancheggiate dai predetti magistrati, demonizzino e attacchino costantemente Berlusconi per far intendere alla gente la politica come crociata morale e di legalità contro un Cattivo, così da evitare che la gente capisca che la politica è affarismo, e che si interessi al merito, ossia a come i politici, e la sinistra in particolare, gestiscono la cosa pubblica – ossia in modo inefficiente, molto corrotto, e con metodi di controllo sociale del tutto illiberali e inaccettabili. Le sinistre hanno bisogno di un Berlusconi per giustificare se stesse come baluardo della democrazia contro chi la minaccia, mentre sul piano affaristico fanno i loro comodi. Senza un Berlusconi, apparirebbero nella loro miseria di basso affarismo locale, collateralismo alla speculazione finanziaria e totale mancanza di progetti per il paese. E la “giustizia” italiana apparirebbe per quello che è: a livello di Africa nera, inefficiente, autoreferenziale, corrotta, come la descrivono alcuni rapporti diplomatici americani divulgati da Wikileaks – molto lontana dalla grandezza epica e nobiltà di fini che la ammantano mentre combatte Berlusconi e la corruzione.
Ma anche Berlusconi ha bisogno che la lotta politica, il teatrino della politica, sia presentata all’opinione pubblica in termini di contrapposte crociate sul piano dei grandi valori, in cui la sinistra lotta contro di lui per la legalità e la democrazia, mentre egli lotta contro la sinistra per la libertà e la democrazia. Cioè, ha anch’egli bisogno che la contrapposizione politica appaia come una lotta morale e di grandi principi, per coprire ciò che i politici fanno realmente. La persona comune che si interessa di politica, percependo la politica come scontro di grandi valori e princìpi, o di grandi personalità, reagisce identificandosi con una delle contrapposte fazioni e coi suoi valori e il suo leader (se ce n’è uno di spicco). Aderendo e votando secondo questi meccanismi mentali, irrazionali, non andrà a indagare criticamente quale sia l’effettiva azione sia del partito cui aderisce, sia degli altri; non verificherà se essa sia conforme a come esso si presenta, e se corrisponda ai suoi concreti e personali interessi e valori. Tutto ciò nasconde la verità, ossia, in sintesi, nello Stato italiano non sussiste alcun potere o forza meritevole di credito, capace e interessato a fare qualcosa per il paese.
Insomma, secondo questa iupotesi interpretativa, l’accanimento giudiziario contro Berlusconi è indispensabile sia alla sinistra e al partito dei magistrati interventisti, che alla stessa destra: berlusconismo e antiberlusconismo, i Santoro e i Belpietro, il loro modo di contrapporsi, alternarsi e combattersi, di creare capri espiatori degli insuccessi e del malandare, sono un’esigenza del sistema di potere, per mantenere la gente nell’illusione e per conservare il potere su di essa, per farsi accettare nonostante la sua pessima qualità, chiunque governi.
Ma, grazie a Ruby, a Lele Mora, Berlusconi stesso e a molti altri, il conflitto dei poteri, il loro reciproco delegittimarsi, il processo dei pm al premier per concussione e prostituzione minorile, il controprocesso del premier ai pm per eversione e abuso di intercettazione, stanno proprio ora sulla ribalta internazionale, nel disprezzo e nella derisione di tutto il mondo – proprio mentre lo Stato italiano, col suo Presidente della Repubblica, col suo premier e molte altre figure istituzionali, manda in scena le celebrazioni del centocinquantenario della c.d. unità d’Italia – centocinquant’anni di storia vergognosa e fallimentare. Lo Stato italiano, le sue istituzioni e la sua fondazione – fatta con violenza e brogli, e dovuta principalmente a interessi e interventi britannici e francesi – nella mente della gente di tutto il mondo si assoceranno con la realtà di questo stesso Stato: il marcio, gli abusi, le inefficienze generalizzate.
Il fatto che la gente di tutto il mondo veda che cos’è lo Stato italiano, e rida a lungo di esso, come sta facendo da mesi con questa storia di Ruby, e come ha fatto più volte negli ultimi anni con storie analoghe e con storie dei rifiuti campani, delegittima lo Stato italiano e legittima, rendendone tangibili e provate le giuste ragioni, le aspirazioni dei popoli che vogliono liberarsi da esso e dal complessivo degrado che esso impone. Sostiene quindi il processo di liberazione, che necessiterà del riconoscimento internazionale, se e quando si andrà oltre la tappa costituita dal c.d. federalismo.
Del resto, se vale il principio che un governo che non ha la maggioranza politica per governare e fare le riforme debba dimettersi; e se vale il principio che un parlamento che non riesce ad esprimere un governo funzionante debba essere sciolto; che cosa si dovrà fare, allora, di uno stato che da vent’anni è bloccato, perde colpi, sprofonda nei debiti e non riesce a recuperare, a produrre una maggioranza e un governo capaci di rilanciarlo, pur provando tre leggi elettorali e molte diverse maggioranze? Si potrà solo constatare che è uno stato che non funziona e che va sciolto, prima che distrugga tutta la ricchezza e il futuro della sua popolazione. Si deve dire che è l’ora di staccare la spina.
23.02.11
Pubblicato il: febbraio 23rd, 2011 under GENERALI.
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PRESUPPOSTI PER IL RILANCIO ECONOMICO
I capitali privati non investono anticiclicamente nelle attività produttive, ossia non investono nelle fasi di stanca e in assenza di prospettive di crescita del sistema. Non possono permetterselo. Essi aspettano, per reinvestire, che siano partiti programmi di investimenti di lungo termine, infrastrutturali, di solito pubblici, che consentano di prevedere linee di sviluppo del mercato, della politica economica, dell’assetto fiscale, lavoristico, contributivo. Investimenti che assicurino una crescita della produzione, dei consumi, della massa monetaria. Altrimenti non hanno ragionevole certezza di profitto o perlomeno di non perdita.
La situazione dell’Occidente, e soprattutto quella dell’Italia, è di bassa crescita presente con prospettive di bassa crescita futura nel quadro complessivo di un sorpasso competitivo da parte dei BRIC. Inoltre in Italia il settore pubblico non ha la capacità finanziaria, né quella tecnica, di porre in atto un vero piano di investimenti di lungo termine per rilanciare il sistema economico. Per contro ha un enorme debito pubblico, un ancora più enorme debito pensionistico, una popolazione vecchia, una bassa (capacità di) formazione professionale della forza lavoro, una forte disorganizzazione amministrativa e una scarsa rispettosità delle regole, quindi una bassa funzionalità, a tutti i livelli, tranne il crimine organizzato e poche nicchie.
Un piano di investimenti infrastrutturali di lungo termine può dunque venire solo da capitali non pubblici, ma stranieri; e questi capitali saranno disposti a investire soltanto se conseguiranno il controllo stabile del paese e solo alla complessa condizione che a)non ci sia più una maggioranza della popolazione che viva a spese del reddito prodotto da una minoranza e un sistema di produzione di consenso e coesione sociali basato su un clientelismo e sulla concessione di assunzioni, rendite e pensioni parassitarie; b)che si imponga un complessivo rispetto delle regole nel paese a tutti i livelli; c)che si ripristinino l’efficacia e la credibilità della funzione giurisdizionale e un livello di insegnamento e di apprendimento, nella scuola, in grado di fornire tecnici con un’adeguata capacità. Questo perché anche essi necessitano di un quadro stabile e di una certa prevedibilità del futuro. L’attuazione di quelle condizioni comporterebbe forti incisioni sulle categorie interessate: politici, magistrati, insegnanti. Potenzialmente anche massicce sostituzioni, perché occorrerebbe porre fine a mentalità e prassi consolidare – il che non si può fare senza sostituire le persone.
E’ inoltre possibile che i capitali in questione decidano che quelle condizioni siano meglio realizzabili previa divisione del paese nelle sue tre grandi aree etnico-comportamentali: Nord, Centro e Sud, in modo che ciascuna sia regolata conformemente alle sue caratteristiche sociali e culturali.
Peraltro, non è affatto detto che quegli investimenti debbano avvenire. Può benissimo essere che quei capitali giudichino l’Italia comparativamente non idonea, anche in considerazione del fatto che oramai le multidecennali esperienze di un certo tipo di potere politico e giudiziario e di metodi di sopravvivenza ad esso hanno insegnato alla gente la diffidenza, la scaltrezza, la convenienza di violare od aggirare le norme, aspettandosi che tutti lo facciano, iniziando da chi le scrive e da chi dovrebbe imporle. L’osservanza delle regole è tutt’uno con la capacità di agire in modo organizzato, soprattutto in sistemi socioeconomici complessi, come devono essere i sistemi competitivi. E mentre il passaggio da una condizione di alta fiducia-osservanza delle regole a una di bassa fiducia-osservanza è facile, quello inverso è pressoché impossibile, come il passaggio da una condizione di disordine a una condizione di ordine, nel senso della II Legge della Termodinamica. L’incremento dell’ordine di un sistema non può venire dall’interno del sistema medesimo, ma solo da un agente esterno. Trattandosi di un sistema sociale – l’Italia, appunto – per iniziare a ripristinare l’ordine occorrerebbe innanzitutto dare autonomia organizzativa ai diversi grandi gruppi etnico-comportamentali attualmente chiusi dentro lo Stato italiano: la condivsione delle regole è assai più facile entro gruppi omogenei per mentalità, valori e costumi.
16.02.11
Pubblicato il: febbraio 16th, 2011 under GENERALI.
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SPOLPARE: IL BUSINESS DI QUESTA FASE
L’Italia è un territorio da cui le attività produttive, soprattutto quelle per il commercio estero, se ne sono andate o se ne stanno andando, assieme alle residue capacità tecnologiche e a molti imprenditori e tecnici e ricercatori. Rimane un apparato amministrativo sempre più elefantiaco, costoso e inefficiente; un sistema infrastrutturale e scolastico sempre più arretrato e carente; due milioni di giovani che né studiano né lavorano; una popolazione sempre più vecchia, improduttiva, bisognosa di sostegni; un debito pubblico sempre più massiccio; una fiducia nelle regole quasi azzerata, come quella nell’etica; una share del 46% per Sanremo.
Però in capo a questa popolazione rimane anche il notevole patrimonio accumulato in epoche precedenti e diverse. Quale può essere il business in una tale situazione? Quali attività economiche incoraggia un paese così? E’ ovvio: l’attività economica che rende di più – e forse l’unica che possa rendere realmente – in un paese come l’Italia, non è produrre nuova ricchezza, non è investire a lungo termine, ma è il sottrarre la ricchezza già esistente a chi la possiede. Produrre nuova ricchezza è economicamente razionale, soprattutto in tempi di globalizzazione, solo dove vi sono le condizioni per farlo, ossia dove vi sono buona amministrazione, buone infrastrutture, tecnici qualificati, alta produttività oraria rispetto al costo del lavoro, bassi oneri fiscali. In tali condizioni, è razionale fare investimenti e programmi di lungo termine. Dove vi è l’opposto di queste condizioni, conviene disinvestire, fare programmi a breve, e … spolpare. Specialmente se si dispone di una classe politico-sindacale e amministrativa corrotta, comperabile, guidabile (dall’interno, o dalla UE, dove l’Italia è passiva nelle mani di Germania e Francia), come quella italiana. E se le autorità di controllo sono anch’esse inefficienti e condizionabili. Queste condizioni rendono particolarmente agevole ed efficace la sottrazione di ricchezza esistente alla popolazione. Ungendo gli ingranaggi giusti, si può ottenere collaborazione o connivenza politica, sindacale e giudiziaria. E’ irrazionale aspettarsi dalla politica qualcosa di divergente dall’assecondamento di tali strategie – aspettarsi uno sforzo per rilanciare il paese. Semplicemente, non è il momento, non è la fase.
Con queste premesse, quali sono i metodi con cui sottrarre ricchezza alla popolazione?
Sul piano internazionale, i pesci grossi – in Europa, la Germania e la Francia; su scala mondiale, gli USA, soprattutto – negli organismi internazionali acquisiscono vantaggi – posizioni di mercato, grandi commesse, normative economiche – a svantaggio dell’Italia.
In ambito interno, innanzitutto, già ci si è accaparrati le parti migliori e i mercati di grandi imprese in crisi chiudendo i rami poco o troppo concorrenziali, trasferendo all’estero le produzioni migliori, etc. Ciò viene fatto anche con le grandi imprese pubbliche, che lo Stato privatizza e vende all’asserito scopo di far fronte alle sue difficoltà finanziarie.
Queste difficoltà, che periodicasmente vengono proposte come emergenze, consentono alla partitocrazia di spremere molte tasse per far fronte alle crisi, ma usa a tal fine solo una parte di queste tasse – il resto se lo mette in tasca.
Sempre sfruttando la debolezza finanziaria dello Stato e lavorando di rating, si possono spremere interessi passivi “premiali” sul debito pubblico. Le truffe finanziarie mediante contratti truccati alle pubbliche amministrazioni da parte di banche anche di primo piano, sono all’ordine del giorno, e quelle banche continuano a detenere le loro quote in Banca d’Italia, mentre seguitano a progettare, con l’aiuto di ingegneri finanziari, obbligazioni strutturate truffaldine, per sottrarre ricchezza agli ignari risparmiatori.
Inserendosi nell’attività appaltistica come quella dei lavoro pubblici e quella della sanità, molto ricca ed estremamente corrotta soprattutto da Roma in giù, si possono realizzare lauti guadagni a spese soprattutto delle finanze regionali, che per l’80% vanno in spese sanitarie, giustificate solo in parte minoritaria dal valore effettivo dei beni e dei servizi comperati, e per il resto costituente margine di profitto economico, seppur formalmente criminale. Profitto che, quindi, attraverso il SSN, è prelevato dai cittadini contribuenti.
Sfruttando le posizioni di monopolio di servizi pubblici essenziali e/o imposti per legge, quindi sfruttando la possibilità di imporre sovrapprezzi monopolistici da un lato e di risparmiare sul servizio dall’altro, grandi quantità di denaro vengono spremute costantemente e stabilmente dalla popolazione: acqua, rifiuti, energia elettrica, etc. Le aziende che forniscono tali servizi sono state costituite con soldi dei contribuenti e poi sono state vendute o svendute a società private o miste, che hanno rapidamente moltiplicato le tariffe, peggiorando il servizio.
La spremitura fiscale è un ulteriore e ovvio metodo per prendere la ricchezza alla gente. L’Italia ha un sistema tributario ampiamente basato su aliquote impossibili, che, se pagate, buttano l’azienda fuori dal mercato, e su presunzioni di reddito. Presunzioni in teoria semplici, ossia superabili mediante prova contraria, ma perlopiù funzionanti come assolute, perché considerate tali dai giudici tributari (nominati, pagati e alloggiati dal Ministero delle Finanze) o perché non sono ammesse le prove per confutarle. D’altronde, pagare le tasse a un sistema destinato al collasso non ha senso economico, soprattutto per il grande capitale, che quindi continuerà a sottrarsi al fisco, costringendo lo Stato a torchiare sempre di più i cittadini e le pmi – il che accelera il collasso stesso.
La spremitura mediante il fisco e mediante i monopoli è sostenuta con metodi terroristici: controlli fiscali fatti da militari della GdF col mitra puntato, multe da fallimento, ganasce fiscali e altri barbarici strumenti di intimidazione. Sovente l’unica via di scampo è corrompere. D’altronde, soprattutto in una competizione globalizzata, una ditta che sta in Italia (e che quindi sopporta alti costi del lavoro, alti costi dei servizi, alti costi dell’energia, alti costi della pubblica amministrazione, alta pressione fiscale, scarsa qualità delle infrastrutture, della giustizia, della formazione), essendo da tutto ciò svantaggiata rispetto alla concorrenza, o evade o fallisce, a meno che disponga di una posizione di nicchia o di monopolio. E in effetti la parte più normale e sana dell’economia italiana è fatta di nicchie. Le quali però sono posizioni labili, contendibili. Mentre i monopoli, assistiti coi pubblici poteri dalla politica corrotta, alzando sempre più le tariffe, sottraggono il reddito dai consumi, quindi alle altre imprese, e deprimono il mercato.
L’estorsione fiscale è accompagnata dalla frode fiscale, compiuta dalla pubblica amministrazione e dai suoi concessionari mediante l’emissione di c.d. cartelle pazze (che spesso pazze non sono, ma pianificate) e da cartelle doppie (per tributi già pagati) al fine di aumentare gli incassi: emettere cartelle indebite, fingendo l’errore, non costa nulla, e una buona parte viene pagata, vuoi per svista, vuoi per paura, vuoi per mancata conservazione delle ricevute (che si deve tenere per 10 anni, ossia fino alla prescrizione), vuoi perché opporsi costa troppo.
Con tutte queste aziende in difficoltà, con tutte queste persone che lottano per salvare la casa da mutui, ipoteche, Equitalia, etc., è possibile realizzare grandi profitti con l’usura: offrire un poco di liquidità per tirare avanti, nella speranza che le cose stiano per cambiare, che arrivi la ripresa sempre annunciata dalla politica… e, siccome fintanto che c’è vita c’è speranza, e fintanto che c’è speranza la gente si tira il collo per lavorare, risparmiare, fregare il prossimo, ipotecare i beni di tutta la famiglia, dar fondo a tutte le riserve, pur di pagare i debiti e salvare la casa o l’azienda, grazie a tutto ciò l’usura bancaria e parabancaria più arricchirsi dello sforzo lavorativo totale di milioni e milioni di persone, senza assumersi alcuna responsabilità sociale verso di loro (libertà assoluta d’impresa). Analogamente, ai lavoratori dipendenti si dettano le condizioni contrattuali che devono accettare se vogliono lavorare e mangiare.
Ulteriori possibilità di saccheggio del patrimonio e del lavoro dei cittadini si possono produrre se e quando il paese entrerà in dissesto, se sarà costretto a tagli brutali di spesa e/o a imposte straordinarie. Allora si potrebbe avviare un fuggi-fuggi di persone e capitali dall’Italia, contrastato da misure governative di emergenza (blocco dei capitali) e si potrebbe speculare vendendo alla gente in panico costosi servizi di trasferimento all’estero dei suoi risparmi, di esterovestizione, di reinvestimento.
Dopo una simile fase terminale di smantellamento socio-economico del paese, ci sarebbero le condizioni per massicci reinvestimenti di rifondazione e di ricostruzione – investimenti concentrati di grandi capitali internazionali, demolizione dell’attuale sistema di produzione di consenso, e strutturazione di un nuovo sistema statuale – o di più stati, per adattarsi alle diversità etniche e storiche. Disponendo di un grande, incontestabile e concentrato potere e libertà di strutturazione economica, politica e sociale, questo capitale potrebbe lanciare e sostenere programmi di sviluppo e piani di investimenti di lungo termine, idonei a incoraggiare le iniziative economiche e gli investimenti dei singoli imprenditori, stranieri e italiani, avviando la fase di ripresa e di fiducia nel futuro. Fino a che non si sia esaurita la presente fase, col drenaggio di tutta la ricchezza drenabile, e lo smantellamento del sistema sociopolitico degli interessi e delle rendite istituzionalizzati e facenti parte del sistema di consenso e potere, e fino a che non sia stata innescata quella nuova fase, la politica e l’economia potranno solo lavorare allo spolpamento e non potranno avere piano di rilancio e risanamento. E così anche oggi vediamo che il pacchetto di stimolo all’economia del governo è pietoso, mentre l’opposizione (faccialmente di sinistra, ma collaterale alla finanza bancaria, al globalismo, alle privatizzazioni), non si differenzia dalla maggioranza, non formula alcun piano di rilancio, e parla essenzialmente di tasse. Sforzarsi di riparare e rilanciare il sistema Italia ora sarebbe come sforzarsi di seminare in Luglio, sotto il sole cocente e prima di aver liberato il campo le messi guastate dai parassiti: si sprecherebbe solo lavoro e semenza. Nessun agricoltore lo farà mai. Così come è sterile ogni sforzo di moralizzare la politica attraverso i tribunali o altro: la politica di una fase così può essere solo così, una politica del brevissimo termine, del mordi e fuggi.
Dopo, forse molto dopo, con la nuova fase, riprenderà il processo di concessione di crediti allo sviluppo e al consumo, i quali produrranno, nel corso del tempo, le future crisi di indebitamento e l’innesco di altre fasi, meno allegre, del ciclo economico.
14.02.11
Marco Della Luna
Pubblicato il: febbraio 9th, 2011 under GENERALI.
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SBARCARE NEL DOMANI
Quali possibilità di azione e di profitto ci possono offrire le tendenze in atto e i possibili scenari in cui sfoceranno? Che servizi potremo dare, a chi, e in cambio di che, nel contesto che si sta formando, per quanto tormentato e impoverito esso possa essere? La situazione italiana, e occidentale in generale, è carica di tensioni e squilibri che per ora vengono tamponati, ma che, per il loro sottostante strutturale, non possono scaricarsi in cambiamenti modesti, bensì solo in cambiamenti sostanziali. E i cambiamenti sostanziali, anche se in peggio, cioè nel senso del degrado e del disastro economico, schiudono opportunità di guadagni sostanziali a chi è mentalmente aperto e pronto ad intervenire per occupare le giuste posizioni in tali rivolgimenti danno la possibilità di emergere. Immaginiamo di essere una compagnia d’assalto che si prepara a sbarcare su un’isola sconosciuta, e che la scruta attraverso le foschie del tempo, cercando di indovinarne il profilo e le caratteristiche, le insidie e i tesori nascosti.
Il profilo che ci si para di fronte è complesso, gravido di squilibri, potenzialmente esplosivo. L’Italia ha conti pubblici insostenibili. Il debito pubblico cresce, mentre cala la ricchezza prodotta e l’occupazione reale. I partner dominanti nell’UE – Germania e Francia – esigono riduzione del debito. Si profilano nuove tasse e nuove privatizzazioni, eufemisticamente dette “liberalizzazioni”. Le prime saranno una patrimoniale che colpirà i patrimoni non abbastanza grandi da sottrarsi al fisco. Quindi colpirà il mattone e il risparmio. L’effetto sarà depressivo per i consumi e l’economia. Invoglierà all’esportazione dei capitali e all’emigrazione. Le privatizzazioni, eufemisticamente dette “liberalizzazioni” (libera vole in libero pollaio) si sono sempre tradotte in svendite in favore degli amici e in creazione di nuovi monopoli e cartelli politico-affaristici, perlopiù inefficienti (servizi pubblici), più costosi, quindi in un aumento dei costi e dell’inefficienza del sistema-paese, in un impoverimento della popolazione. L’ideale sarebbe quindi delocalizzarsi adesso, per poi rientrare coi capitali dopo il collasso e comperare a prezzi stracciati. Chi ritarda, sarà doppiamente svantaggiato, perché subirà la patrimoniale e perché si troverà a muoversi assieme a molti altri, probabilmente.
La patrimoniale e le liberalizzazioni, eseguite al fine dichiarato di risanare la finanza pubblica, faranno cassa e porteranno i soldi dei cittadini nelle mani dei capi nazionali e locali di quella stessa partitocrazia che, con la sua incompetenza e con la sua rubacità, ha prodotto il disastro di finanza pubblica che ora pretende di sanare coi nostri soldi. Si tenga presente che la partitocrazia ottiene legittimazione “democratica”, voti, sostegni e potere non per i suoi meriti di buona gestione – meriti che non ha – bensì mediante le clientele e il voto di scambio. I politici più clientelisti sono quelli che pigliavano più preferenze. Quindi peggio va la cosa pubblica che gestisce, più essa ha necessità di usare i soldi dei contribuenti in modo tale da mantenere i consensi clientelari e criminosi anzidetti. Essa si trova costretta, dall’attuale situazione di crisi, a spendere ed amministrare sempre più clientelarmente, cioè sempre peggio, in termini di efficienza collettiva. E’ impossibile che tagli le spese inutili, clientelari, corrotte, perché sono proprio quelle che le portano i principali sostegni e guadagni. Non dimentichiamo che circa ¼ del territorio è controllato dalle varie mafie e che senza il loro supporto anche elettorale nessun governo può avere i numeri nel parlamento nazionale, per non dire dei consigli regionali di Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. E senza gli sprechi della sanità umbra, che spende quanto quella lombarda con una popolazione di 1/10, come potrebbero mantenere i consensi i lucumoni che molto stabilmente governano l’Umbria? Vi sarebbero, ovviamente, altri esempi per Sardegna, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta, e non solo. Quindi non può avvenire che si volti pagina, che si tagli la spesa improduttiva, che si eliminino gli sprechi. Per farlo, bisognerebbe eliminare interamente la stessa classe politica che su di essa si regge, nonché i meccanismi di consenso che la esprimono e sostengono. Inoltre, bisognerebbe sostituire questa classe politica con una competente e “sana”, che però non esiste in Italia, anche perché la classe politica esistente si è sempre selezionata nel modo che sappiamo.
Previsionalmente, l’Italia pertanto continuerà il suo cammino di declino economico, produttivo, tecnologico, scientifico, didattico, formativo, amministrativo, funzionale, competitivo. La sua economia, costituita perlopiù da nicchie – il design, il lusso, qualche punta tecnologica, il turismo – e da settori in competizione coi paesi emergenti, anzi rampanti, continuerà a perdere terreno, via via che questi paesi eroderanno il residuo distacco qualitativo e via via che altri paesi impareranno a imitare le produzioni di nicchia. La classe dirigente non ha mostrato, in vent’anni, alcuna capacità di reazione, recupero, correzione. Il trend oramai è fisso. L’Italia sarà sempre più povera, avrà sempre meno lavoro, sempre meno valore aggiunto. Per sostenere il debito pubblico il risparmio sarà ripetutamente colpito e i servizi tagliati. La grande industria, capace di fare sistema, ricerca, innovazione, è morta o in mani straniere, quasi interamente. Del resto, nessun popolo, nessuna civiltà, che abbia constatato di essere in via di declino sistemico (India, Egitto, Grecia, Roma, etc.) è mai riuscita a invertire il trend, pur provandoci. Oggi vediamo la politica bloccata in una posizione di stallo, tale che verosimilmente neanche elezioni politiche anticipate porterebbero a una chiara e funzionante maggioranza, capace di vere ed efficaci riforme. Soprattutto, però, la classe politica italiana, in blocco, e in particolare il parlamento (nelle cui fogne altissimo è il tasso di metaboliti della cocaina), non possono rappresentare il popolo – quindi non vi è la legittimazione democratica del potere pubblico, delle istituzioni – perché i parlamentari rappresentano essenzialmente i segretari dei partiti dai quali vengono nominati, e i loro interessi. Rappresentano la casta che va contro gli interessi della collettività, mandandola in rovina e spendendo per arricchirsi e comprar consensi. Quindi manca alla base il meccanismo fondamentale di trasmissione dal popolo, dalla società civile, al palazzo, allo Stato.
In quale scenario dobbiamo dunque prepararci a intervenire, a operare, con le nostre varie professionalità? Direi in uno scenario analogo a quello di una grande azienda in crisi di obsolescenza e inefficienza e indebitamento. Arriva la concorrenza, la smembra, rileva i pezzi più interessanti, chiude quelli morti, chiude anche quelli troppo vivi, perché capaci di fare concorrenza; con il resto e coi debiti fa una Bad Company e la scarica sull’Inps o giù di lì. Ai dipendenti, ai sindacati e al governo nazionale pone la scelta Marchionne: “O lavorate alle condizioni che dico io, e io pago le tasse come mi sta bene, oppure chiudo”. L’Italia, cioè, sarà presto gestita da chi avrà in mano i suoi centri economici e i suoi debiti. Sarà gestita da padroni esteri o esterizzati. Da Detroit, Francoforte e Londra. E allora sì che verranno le riforme, anche se non nell’interesse degli Italiani, ovviamente. Allora sì che sarà riformabile, che le sue mille ingessature interne si sbricioleranno, perché chi la comanderà non sarà più una classe politica interna, nazionale, che per conservare la poltrona e per governare ha bisogno dei consensi interni, dei voti popolari, della pace sindacale, del benestare vaticano. Sarà un padrone straniero non più ricattabile, bensì ricattante, perché avrà la forza economica in pugno. Avrà il controllo dei mercati e del credito, del rating del debito pubblico italiano, quindi della stabilità di qualsiasi maggioranza. Rispetto al caso della grande azienda in dissesto c’è in più il fattore del possibile scontro sociale: se le condizioni di vita peggiorano bruscamente ( cambiamenti lenti non sono percepiti dal popolo), potrebbero scoppiare moti insurrezionali. questi, date le caratteristiche della popolazione italiana (frammentazione, diffidenza, codardia) difficilmente saranno coordinati ed efficaci come quelli tunisini o egiziani.
Questo è lo scenario, questo è l’insieme dei processi trasformativi, sociali ed economici, in cui bisogna sapersi inserire per aver chances di successo. Si profilano esigenze di competenze professionali in grado di gestire il consenso, l’ordine pubblico, la riorganizzazione, di una società che si impoverisce, che viene governata sempre più da poteri esterni, i quali però avranno bisogno di operatori di collegamento italiani, intelligenti e affidabili, capaci di assorbire e gestire gli scontenti, i dissensi, le contraddizioni anche giuridiche. Avranno bisogno di rinnovare la classe dirigente, e di contractors privati per assicurare l’ordine pubblico intorno ai loro affari (come coi pozzi petroliferi irakeni). Avranno bisogno di operatori che accettino di inserirsi in un governo di carattere sostanzialmente (cioè economicamente) coloniale. In questo li potrà aiutare la storiografia, la quale ci mostra che lo stato unitario italiano nasce appunto come uno stato creato in modo coloniale, come la Jugoslavia o il Sudan o l’Iraq, per azione e interessi esterni ad esso, delle grandi potenze del tempo – Gran Bretagna e Francia – che decisero di costituire una media potenza, molto divisa quindi debole e pilotabile, in funzione prevalentemente antigermanica e antipontificia.
02.02.11
Pubblicato il: febbraio 2nd, 2011 under GENERALI.
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