Archivio del mese di agosto, 2011
LA MANOVRA CHE INSEGNA AD EMIGRARE
Il rifacimento 30.08.11 della manovra-bis di risanamento dei conti pubblici conferma il mio già più volte enunciato teorema, secondo cui la classe politica italiana non può tagliare, nemmeno in situazioni di emergenza, nemmeno per rilanciare l’economia in recessione, la spesa improduttiva (inutile, parassitaria, clientelare), perché è quella da cui dipende per arricchirsi e ancor prima mantenere il potere, e ne dipende tanto più rigidamente, quanto peggio amministra – perché quanto peggio amministra, tanto meno riceve sostegno fisiologico, e tanto più deve procurarselo in via clientelare e ladresca.
Il caso Penati non è un’eccezione, ma la regola: ciò di cui lo si accusa è semplicemente ciò per cui e con cui operano i partiti. E’ la regola, non l’eccezione criminale. E’ lo strumento della produzione del consenso, quindi della legittimazione politica, anche se per la legge formale è illecito. Il rifacimento della manovra era stato, per l’appunto, imposto dalle esigenze degli apparati dei partiti, i quali non possono rinunciare alla spesa degli enti locali perché da essa mangiano e traggono le risorse per ottenere i voti e le sponsorizzazioni. La nuova e stravolta versione della manovra è stato un rifacimento per salvare la greppia della casta. Per la medesima ragione i partiti non possono rinunciare alle 25.000 poltrone di consiglieri di amministrazione di enti misti, dove mangiano ancora di più. Non è possibile, per la nostra classe politica e burocratica cessare queste pratiche, perché da esse dipende la sua stessa esistenza. Non è possibile che essa si metta ad amministrare bene, perché l’unica cosa per cui si è selezionata e formata è quella pratica, quindi manca delle necessarie competenze tecniche per fare buona amministrazione. Infatti, non sa nemmeno far quadrare i conti sulla carta. Davanti al mondo si comporta in un modo grottescamente contraddittorio, convulso, indecoroso. Accecata e indementita dalla sua avidità, angosciata dal rischio di perdere le sue posizioni, è completamente appiattita sulla divorante esigenza di assicurare a se stessa i soldi e le risorse pubbliche con cui preservarsi nell’immediato, e a tal fine spreme il paese con ulteriore pressione fiscale, a costo di precipitarlo nella recessione. Del rilancio economico e del medio-lungo termine neanche si dà pensiero. E ciò non vale solo per il centro-destra, ma pure per il centro-sinistra, la cui contro-proposta arrivava a 1/10 della copertura e, come quella del centro-destra, non aveva reali strumenti per il rilancio economico.
E così il suddetto rifacimento, seguito all’ondata di proteste suscitata dalla sua prima versione, sta abortendo già il giorno stesso del suo esultante annuncio da parte di Berlusconi e Bossi: fallisce sia nel paese (perché l’ondata di rifiuto monta come contro la precedente versione), che sui mercati finanziari, perché lo spread Btp-Bund si è impennato e il FMI ha tagliato le previsioni sul pil (i mercati si sono accorti che la manovra non ha copertura, che tra qualche giorno bisognerà fare un’ulteriore manovra, che è incostituzionale, che consiste più di promesse lontane che di fatti tangibili, come il dimezzamento dei parlamentari e la soppressione delle province). Per non parlare delle palesi illegittimità del togliere diritti per i quali i cittadini hanno già pagato (riscatto degli anni di laurea) o del discriminatorio mantenimento del c.d. prelievo di solidarietà sui soli redditi degli statali. Mi chiedo se Tremonti avrebbe mai sottoscritto una manovra di tale livello, prima che l’affaire Milanese lo indebolisse e lo rendesse, come alcuni dicono, più disponibile all’ascolto delle ragioni degli altri.
A questo punto è chiaro a tutti – a tutti gli operatori stranieri, se non a tutti gli Italiani – che la vera stortura, il vero male da tagliare, è la stessa classe politico-burocratica italiana, e che se essa non viene eliminata il paese continuerà ad andare allo sbando e poi alla rovina. Poiché essa, internamente solidale nonostante gli scontri di facciata, detiene e domina tutti gli spazi politici e le istituzioni, non è possibile eliminarla per via elettorale – e in effetti non è mai stata eliminata, nonostante le molte elezioni e i molti cambi di maggioranza. In teoria, una simile casta dovrebbe essere eliminata con una rivoluzione popolare, che la tolga di mezzo fisicamente. Ma gli Italiani sono codardi, incapaci di organizzarsi e di fidarsi e di comportarsi lealmente, quindi non faranno alcuna rivoluzione – e in effetti non ne hanno mai fatte. E, ancora più importante, essi tradizionalmente concepiscono il rapporto con l’uomo politico di riferimento come una complicità, un allearsi per fare i propri interessi a spese della cosa pubblica. Mangiare insieme. Infatti le preferenze più numerose le prendevano i politici più bravi in quest’arte. Quindi la classe politico-burocratica italiana è un’espressione antropologica degli Italiani reali, non un qualcosa di sovrapposto alla società italiana, che possa essere rimosso per liberare quella società da un parassita. Forse non bastano secoli per cambiare la mentalità di una popolazione. Diverse civiltà del passato si sono accorte di essere in decadenza, e hanno cercato di porvi rimedio, ma nessuna vi è riuscita. Hanno tutte continuato a decadere finché sono state spazzate via o sottomesse da altri popoli.
Di tutto questo, della deriva alla rovina, dell’impossibilità di correggere, dell’inutilità dello strumento elettorale, della infattibilità di una rivoluzione, la gente ha oramai una percezione diffusa. E questa percezione si traduce in comportamenti realistici, ossia emigrare, delocalizzare, preparare i propri figli per andare a studiare e lavorare all’estero. Anche a studiare, ovviamente, perché la scuola italiana, soprattutto l’università, è degradata e dequalificata come tutto il sistema-paese, quindi una buona formazione è, con poche eccezioni, possibile solo all’estero. Perché sforzarsi di cambiare le cose, di debellare la partitocrazia, di organizzare una rivoluzione o una secessione? Queste sono tutte opzioni incerte, lunghe, faticose, pericolose. Antieconomiche. Emigrare è molto più semplice, rapido, sicuro. Emigrare, ossia uscire non solo dall’Italia, ma anche e soprattutto da un popolo e da un sistema sociale programmati per stagnare e marcire.
31.08.11
Pubblicato il: agosto 31st, 2011 under GENERALI.
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USCIRE DALL’EURO
USCIRE DALL’EURO
PIUTTOSTO CHE LASCIARSI PRIMA SVENARE E POI SVENDERE…
I rimedi ai problemi finanziari proposti dalle parti sociali e dai partiti sono meri palliativi, inutili, perché servono solo a tirare avanti di qualche settimana. La manovra governativa, anche la seconda, è iniqua e recessiva, sbilanciata sul lato delle entrate, e ha mobilitato resistenze insuperabili nel paese. Ora il governo, dopo che l’UE l’ha approvata, se la rimangia e ne fa un’altra, non migliore, ma semplicemente congegnata in modo da evitare che si coalizzi un’efficace resistenza, sia civile, che interna alla partitocrazia, la quale vuole conservare i suoi canali di spesa. La manovra alternativa del PD frutterebbe solo 1/10 dei 40 miliardi da recuperare (Tito Boeri su La Repubblica del 27 Agosto) e dimostra che l’opposizione non vale nulla, non ha capacità, non ha idee, non ha uomini. Il sistema partitico è oramai solo una zavorra senza capacità di soluzioni e senza valore di rappresentanza. Quindi senza legittimazione.
Sono decenni che in Italia si fanno sacrifici e manovre di risanamento e di adeguamento ai parametri europei, e siamo messi sempre peggio. Nessuno vuole ammetterlo, ma è palese che non funzionano. Il debito pubblico ha sempre continuato a crescere. Il motore del disastroso processo di indebitamento, su scala mondiale è il monopolio privato e irresponsabile della creazione e distruzione di moneta e credito, in mano a un pugno di banchieri, che controlla le banche centrali, BCE compresa, e ricatta i governi con minacce di declassamento e di non acquisto dei loro titoli del debito pubblico. Essenzialmente, li ricatta a trasferire al settore finanziario crescenti quote di reddito e risparmio dei cittadini e delle imprese.
Recenti dati mostrano che i paesi che hanno dichiarato di non potere o volere pagare il debito pubblico, dopo il default si sono ripresi bene.
Piuttosto che continuare con manovre depressive e socialmente laceranti, che non risolvono niente da decenni, sarebbe preferibile, per l’Italia, il seguente programma:
1-Uscire dall’Euro ritornando alla Lira;
2-Ripudiare il debito pubblico;
3-Nazionalizzare la Banca d’Italia e sottoporla a una commissione parlamentare;
4-Ripristinare i vincoli di portafoglio e di acquisto dei titoli di stato, come prima del divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro;
5-Porre un vincolo costituzionale di pareggio di bilancio;
6-Nazionalizzare le banche commerciali che, avendo nel portafoglio molti titoli del debiuto pubblico, entreranno in crisi .
In tal modo, si eviterebbe tagli depressivi e socialmente laceranti, si risparmierebbe il 22% della spesa pubblica, si azzererebbe il debito pubblico, si potrebbe svalutare e così rilanciare le esportazioni, gli investimenti, l’occupazione; non si avrebbe più bisogno di emettere titoli del debito pubblico, salvo il caso di emergenze; anche in tal caso, li comprerebbe la Banca d’Italia.
Ma continuare con gli inasprimenti fiscali, con la tassazione di redditi presunti, con i tagli allo stato sociale, ai diritti dei lavoratori – continuare con l’indebolimento del paese e l’incremento dell’insicurezza e della paura – tutto questo è utile a portare il paese e la gente in condizioni ottimali per il capitale internazionale che aspira a rilevare dall’esterno l’economia e le risorse, compresi i lavoratori, di un paese in ginocchio, pronto a lavorare per bassi salari, senza garanzie e tutele, livellato al basso. Un paese dove la gente e le imprese devono svendere i propri beni per debiti, anche fiscali. A questo pare che mirino le politiche e i ricatti della c.d. Europa – BCE, UE –, del FMI, delle società di rating. Ma non è l’Europa, bensì la maschera della comunità finanziaria sovrannazionale.
Il processo integrativo europeo dell’Europa allargata a 27 membri è finito. La Commissione conta sempre meno. Le decisioni si prendono tra cancellerie di paesi forti, esclusi gli altri. Soprattutto quelle per decidere le mosse della BCE, in modo che salvaguardi innanzitutto la Germania. Questa, assieme ai suoi satelliti e alla sua imitatrice, la Francia, l’ha oramai detto e ripetuto: non accetterà mai di emettere gli eurobond, cioè di mettere in comune il debito pubblico proprio con quello italiano e degli altri paesi eurodeboli. I paesi euroforti non accetteranno mai l’integrazione politica con l’Italia non solo per il suo debito pubblico, ma anche perché la classe politica e dirigente italiana è troppo marcia e incompetente: all’estero hanno visto tutti abbastanza, oramai, dalla mafia, alle storie dei rifiuti di Napoli, al bunga bunga, alla giustizia a livelli di Africa Nera. Forse negli anni ’90 pensavano che l’Italia avrebbe eliminato questa classe dirigente e corretto i propri difetti grazie alla pressione dell’Euro, ma ciò non è avvenuto. All’estero sanno che l’Italia non riesce a riformarsi, a intervenire sui propri vizi strutturali, e che sta declinando da 20 anni incessantemente. Sanno che inevitabilmente uscirà dall’Euro. Sanno che integrarsi politicamente con un paese come l’Italia sarebbe come impiantarsi una grave malattia. Nessun paese o azienda efficiente ha interesse a integrarsi con un paese o un’azienda inefficiente. Ha per contro interesse a sfruttarlo/a assumendone il controllo dall’esterno.
La Germania (seguita da altri paesi forti) è un paese molto più efficiente, corretto e serio dell’Italia. La sua politica è quindi quella di tenere l’Italia sotto la BCE e gli organismi comunitari, che la Germania può dirigere, al fine di neutralizzarla come paese concorrente sui mercati internazionali, e di costringerla, prima che finisca per lasciare l’Euro, a pagare i propri debiti in Euro verso le banche tedesche anche al costo di dissanguarsi.
E questa linea politica si sta confermando e irrigidendo nel progredire della crisi. Giulio Tremonti, il 27 Agosto, parlando ai Ciellini di Rimini, ha non senza ragioni ammonito la Germania ad accettare l’eurobond e a non ostinarsi nella sua politica solipsistica, perché potrebbe finire a suo danno. Ma ostinarsi nelle politiche solipsistiche è ciò che la Germania sta facendo da quando è nata, dal 1871. Non ha mai cambiato linea, nonostante due guerre rovinosamente perse. Il sistema-paese Germania capisce i fatti, non ragioni, moniti e minacce.
Il governo italiano impone al paese sacrifici durissimi e recessivi in nome dell’integrazione europea. Ma l’integrazione europea è finita, per noi. L’Italia non sarà mai integrata. Quindi sarebbe tempo di rovesciare il tavolo, prima che il governo di centro-destra adesso, e un governo di centro-sinistra domani, facciano qualche altra manovra di salasso, per poi annunciare che, inopinatamente, le manovre non sono sufficienti, e che bisogna alzare l’uva, mettere l’imposta patrimoniale, tagliare le pensioni, marchionnizzare tutto il paese immediatamente e senza discutere per pagare gli interessi sui debiti – in ossequio alla curiosa inversione dei ruoli, oramai dilagata in tutto il mondo libero, in virtù della quale lavoratori, imprenditori e consumatori producono la ricchezza che dà valore alla carta prodotta dal settore finanziario, però si ritrovano di esso eternamente debitori, anzi devono sottomettersi alle sue regole e alla sua morale.
Ripudiare il debito pubblico, dunque, e uscire dall’Euro. Immediatamente, finché non siamo ancora dissanguati.
Alle lamentale di chi ha comperato titoli del debito pubblico italiani e farà l’indignato quando l’Italia non li pagherà, si replicherebbe che li ha comperati sapendo che erano a rischio, che per il rischio ha avuto un premio di maggior rendimento, e che in ogni caso poteva venderli nei mesi scorsi, vista l’aria che tirava; quindi se la prenda con se stesso;
A chi (banche, perlopiù) li ha ricevuti in garanzia in epoca non sospetta, per l’apertura di una linea di credito non speculativa, si offrirebbe una garanzia sostitutiva;
A Germania e soci, si replicherebbe che i benefici dall’Euro, e ancor prima dallo SME, e prima ancora dalla politica agricola comune, li hanno avuti proprio loro, e a spese e danno dell’Italia, soprattutto in fatto di competitività, di quote di mercato, di occupazione;
Alla BCE si replicherebbe che il suo comportamento è inaccettabile, in quanto non rende nota la quantità di denaro prodotta e la quantità di crediti erogati;
A Bruxelles si replicherebbe che il SEBC viola l’art. 1 e 11 Cost. L’art. 11, perché questo autorizza limitazioni e non trasferimenti della sovranità; li autorizza per fini di tutela della pace e della giustizia, non finanziari, come fatto per la BCE; li autorizza in favore di altri paesi, non in favore di un organismo sovrannazionale, esente da controllo democratico, come è la BCE; li autorizza a condizioni di parità, mentre la presenza nella BCE delle banche centrali di Regno Unito, Danimarca e Svezia, che non sono soggette a Euro e BCE ma partecipano ai suoi utili e alla sua sovranità monetaria anche sull’Italia, viola tale condizione. Inoltre viola la norma fondamentale, l’art. 1, sia in quanto toglie al popolo la sovranità monetaria ed economica, che è la principale componente della sovranità e del governo; sia in quanto il fine della BCE non è la tutela del lavoro, ma del potere d’acquisto della moneta. L’art. 1 afferma per contro i due principi fondamentali: la sovranità appartiene al popolo, e l’Italia è fondata sul lavoro. Questi principi fondamentali sono limiti assoluti, o controlimiti, a quanto possono disporre trattati internazionali come quello di Maastricht che costituisce il sistema della BCE. Un trattato, quindi, illegittimo ed eversivo dell’ordine costituzionale, come tette le controparti dell’Italia dovevano sapere.
Ma che cosa si potrebbe spiegare a Washington e Londra? Potremmo dire loro che l’Italia ha oramai fatto quanto poteva fare, dall’interno dell’UE e dell’Euro, per ostacolare il costituirsi di una potenza europea concorrente degli USA, con una valuta concorrente al Dollaro. E che ora, per contrastare un’unificazione centro-europea sotto i Tedeschi, è indispensabile che riprenda una certa libertà di manovra.
29.08.11
Pubblicato il: agosto 29th, 2011 under GENERALI.
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LIBERARSI DAL MONOPOLIO MONETARIO
LIBERARSI DAL MONOPOLIO MONETARIO
L’attuale malandare finanziario ed economico non è correggibile con i mezzi sinora attivati dai governi perché è dovuto al fatto che un “bene” indispensabile come la liquidità è oggetto di monopolio privato da parte del cartello bancario, il quale produce liquidità a costo zero per sé e la cede a interesse composto, creando una spirale di indebitamento inarrestabile che porta matematicamente l’economia al collasso e conferisce a quel monopolio il potere politico sulle nazioni. La soluzione starebbe nel sostituire il monopolio privato con un monopolio pubblico che emettesse una moneta non indebitante.
Il mondo è dominato e regolato dai monopoli, dai cartelli. Si decanta il libero mercato, ma il libero mercato praticamente non esiste, perché ne mancano presupposti fondamentali: la trasparenza dei patrimoni e delle attività delle imprese, la parità di informazione, la neutralità delle istituzioni, e altri. Per contro, esiste una rete mondiale dei monopoli delle cose fondamentali: materie prime, energia, informazione, tecnologie strategiche, ma anche e soprattutto monopolio di credito e moneta. Questo fatto imprime ai mercati, al mondo e al suo divenire sociale, economico e politico, un andamento prevedibile, di cui oggi osserviamo una fase culminante, e che in effetti avevo predetto (in Euroschiavi, Arianna 2005-2007 e in La Moneta Copernicana, Nexus 2008).
Che cosa implica il regime di monopolio? Implica che il monopolista – singolo o cartello (trust) –, non avendo concorrenza, può applicare un sovrapprezzo monopolistico, ossia farsi pagare un prezzo superiore a quello che sarebbe il prezzo di libero mercato. In un mercato competitivo, se il costo di produzione di un litro di benzina è 1, e io produttore lo metto in vendita a 1,5 più le tasse, tu, mio concorrente, potrai portarmi via il mercato mettendolo in vendita a 1,3, e così mi obbligherai a scendere anch’io a 1,3. Il prezzo tenderà a livellarsi al costo di produzione, e il costo di produzione a ridursi grazie a migliorie tecnologiche e aziendali, stimolate dalla competizione.
Non così in un mercato monopolista. Se noi tutti produttori di benzina ci mettiamo d’accordo, facendo cartello, di non vendere a meno di 1,5, o di 1,7, o di 2 al litro, e impediamo in qualche modo ad altri di entrare nel mercato e farci concorrenza, allora i consumatori dovranno pagare ciò che noi pretendiamo, e noi tutti guadagneremo moltissimo.
Altro esempio: se vi è un monopolio della telefonia fissa, o dei treni, o dell’energia elettrica in una determinata area, il monopolista potrà imporre tariffe molto superiori ai suoi costi di produzione, perché chi ha bisogno del suo servizio non ha scelta: se vuole servirsi del treno, del telefono, dell’elettricità, deve comperare da lui. Può però decidere di servirsi di beni concorrenti, alternativi a quelli erogati dal monopolista, ossia dell’automobile invece che del treno, del telefono cellulare invece che del fisso, e di un generatore privato di elettricità. Può anche decidere di consumare meno, di risparmiare, su treno, telefono ed elettricità. Il limite della possibilità per il monopolista di sfruttare la sua posizione di vantaggio per spremere sempre più denaro dal mercato, è dato dalla elasticità della domanda, ossia dal fatto che, oltre certi livelli di prezzo, la domanda si riduce e tende a cessare. Ma che succede se non esistono beni alternativi, e se il suo bisogno non è riducibile, anzi aumenta col tempo? Se il monopolista riesce a impedire che la domanda cali al crescere del prezzo? Lo vedremo presto.
I monopoli possono avere dimensioni locali o globali, possono avere natura legale, ossia essere costituiti per legge (ad es. il monopolio dei tabacchi, o delle poste, o del gioco d’azzardo on line); oppure possono essere fattuali, cioè dovuti al semplice fatto che un determinato soggetto o trust di soggetti si è impadronito interamente del mercato grazie alla sua forza finanziaria o al possesso di tecnologie esclusive, o mediante la violenza e l’intimidazione.
Il monopolista, non avendo concorrenti, non è motivato a migliorare la qualità dei suoi prodotti o servizi, né a ingegnarsi per diminuirne il costo di produzione. Può permettersi di essere inefficiente. Non è nemmeno motivato a cercare di massimizzare la produzione, perché punta più a guadagnare sul sovrapprezzo, che sulla quantità. In generale, un regime monopolista del mercato di un certo bene o servizio genera minore produzione e maggiori prezzi rispetto a un regime di concorrenza.
Per tali ragioni, molti paesi fanno leggi contro i monopoli, i cartelli, i trust, a tutela della concorrenza, che invece, in teoria, spinge le imprese a migliorare la produzione e ad abbassare i prezzi. Però, di fatto, i mercati più importanti – materie prime, energia, informazione e altri – sono dominati da cartelli. Cartelli sovra-nazionali.
La strategia del mettersi d’accordo per guadagnare di più e con più stabilità è una scelta frequente e razionale per gli imprenditori, perciò non è buona per la loro immagine e per il buon funzionamento del cartello. Perciò essi tenderanno a nascondere i loro accordi e le loro trattative, oppure – nel caso dei grandi monopoli mondiali – a presentarli come consultazioni e coordinamento nell’interesse globale della stabilità economica. Orienteranno i mass media a non parlarne o a parlarne in termini aggiustati, e a screditare agli occhi dell’opinione pubblica la corretta analisi economico-imprenditoriale dell’esistenza e dell’azione del cartello come teorie complottiste o dietrologiche.
Il monopolista può decidere di privare dei suoi prodotti, per un certo periodo di tempo, un determinato territorio o un determinato paese, ad es. per far accettare prezzi significativamente più alti, o come mezzo di pressione sul governo del paese in questione, finalizzata ad ottenere un vantaggio (privilegi fiscali o contributivi, una grossa commessa, la costituzione di un monopolio legale) o un mutamento legislativo o politico.
Quanto più il bene o servizio oggetto di monopolio è importante, vitale, indispensabile, tanto più caro il monopolista può farlo pagare, guadagnando maggiormente. Il petrolio è un esempio notissimo di ciò. Il cartello petroliero ne regola sia il prezzo che la quantità estratta – cioè il prezzo, come pure l’offerta, non è regolato dal rapporto di domanda e di offerta, ma dalla decisione del cartello: il mercato diviene così un mercato contingentato.
La possibilità, per i monopolisti (per es., i petrolieri, i cementieri), di aumentare il prezzo di loro beni e servizi, e la impossibilità di fare altrettanto per i fornitori di beni e servizi che non hanno il vantaggio del monopolio, fa sì che la società aumenti tendenzialmente la spesa (la quota di reddito) che destina agli acquisti di beni e servizi dei monopolisti, riducendo di conseguenza la spesa che destina agli acquisti di beni e servizi di non monopolisti (ristoratori, artigiani, lavoratori, professionisti); quindi il reddito di questi tenderà a diminuire a vantaggio dei monopolisti. Insomma, i margini di utile, il reddito, delle categorie che non dispongono di una posizione monopolistica tende a ridursi in favore di quelle che dispongono di una tale posizione.
Orbene, come dicevo, praticamente tutti i principali beni e servizi sono oggetto di monopolio cartellistico. Lo sono anche il denaro e il credito: tutto il denaro legale (cartamoneta) e il credito è creato da soggetti a ciò abilitati dal sistema bancario, ossia dalle banche: banche di emissione (come la BCE e la Fed) che emettono il denaro legale, la cartamoneta. E banche di credito, che emettono mezzi monetari, quali attivi di conti correnti, assegni circolari, bonifici, lettere di credito, promissory notes, consistenti in promesse di pagare cartamoneta al loro presentatore (se tu hai un assegno circolare o un attivo di conto corrente, puoi andare dalla relativa banca ed esigere che te li paghi in cartamoneta, in valuta legale).
Quanto costa alle banche creare denaro o credito? Nella storia, sono esistiti sistemi monetari in cui la moneta era di carta, ma la banca emittente teneva nei suoi forzieri il controvalore in oro, sicché per emetterla doveva acquisire oro, quindi l’emetterla, il prestarla, aveva un costo, e il portatore poteva presentarsi alla banca emittente e richiedere di cambiare la carta-moneta in oro. Però perlopiù la banca emittente deteneva una riserva frazionaria, diciamo un 10% del valore della cartamoneta o del credito emesso. Quindi per prestare 100 sosteneva un costo di 10 e realizzava, sul capitale, un utile di 90 – meno i costi fissi e la percentuale di sofferenze. In più lucrava gli interessi.
Nel sistema contemporaneo, creare moneta o credito non costa nulla al sistema bancario, perché esso li crea senza garantirli con una copertura aurea o di altro bene a valore proprio; e perché il portatore di denaro o di credito non può esigere dalla banca la loro conversione in oro o altro valore. Le banche hanno sì riserve, ma queste sono, a loro volta, costituite da cartamoneta o denaro creditizio, privi di costo e di valore propri. Hanno anche riserve in oro, ma queste non hanno la funzione di garantire le emissioni di denaro o credito.
La liquidità si compone di monete metalliche, emesse dallo stato, per un valore trascurabile; di valuta legale (cartacea ed elettronica) emessa dalle banche centrali di emissione), che costituisce l’8% circa del totale; e da moneta creditizia (o bancaria o contabile o virtuale) emessa dalle banche di credito sotto forma di promesse di pagamento (assegni circolari, attivi di conti correnti, lettere di credito, etc.) denominate in valuta legale.
Tutta la liquidità (tranne le monetine) è nata, ultimamente, da un indebitamento verso il sistema bancario del soggetto che richiede liquidità ad esso. Lo stato ottiene liquidità cedendo in cambio i suoi buoni del tesoro, che sono promesse di pagamento, ossia debito; oppure la prende a prestito. Gli altri soggetti ottengono credito promettendo il pagamento di capitale e interesse. Vi sono altre operazioni di creazione monetaria interbancaria, che ho spiegato altrove (dark pool finance).
Bisogna anche chiarire che l’erogazione del credito da parte delle banche deriva solo in minima parte dalla raccolta, ossia il denaro che la gente deposita presso di esse percependo un interesse, seppur minimo. Esse non hanno bisogno di tale denaro. Innanzitutto, i depositi, i versamenti, i bonifici, gli assegni circolari, etc., consistono essi stessi , quasi interamente, in liquidità creata dal sistema bancario senza copertura, a costo zero, priva di valore proprio. Inoltre, quando la banca di credito crea liquidità emettendo un assegno circolare e consegnandolo al cliente che ha chiesto un prestito, per emettere l’assegno circolare non ha che da compilarlo, non attingendo da una sua cassa, ma imputando l’’uscita, nei suoi conti, come una partita che non è necessariamente corrispondente a valori reali, dato l’effetto leva che viene usato nel moltiplicare la base monetaria. Peraltro la leva o moltiplicatore parte non da oro o denaro reale, bensì da altro denaro contabile, creditizio. In aggiunta, il calcolo della riserva obbligatoria non comprende alla base alcuni aggregati ( ad esempio i PCT ed i titoli del debito – quale debito? – con scadenza originaria superiore ai due anni etc. ) e, per meglio tutelare il sistema bancario in caso d’improvviso shock di mercato, la rilevazione degli aggregati viene differita di due mesi.
Analogamente, la banca di emissione, quando emette banconote, non ha bisogno di garantirle con qualcosa, non sostiene costi. La differenza tra l’assegno circolare emesso dalla banca di credito e la cartamoneta emessa dalla banca, è che il portatore dell’assegno circolare può esigere che la banca di credito emittente glielo cambi in cartamoneta (valuta legale – non in oro o altro bene reale, dotato di valore proprio), mentre il portatore di cartamoneta non può esigere alcunché dalla banca centrale emittente della cartamoneta (in passato sono esistiti sistemi in cui il portatore di banconota poteva esigere che la banca di emissione gliela cambiasse in oro o argento).
Il denaro e il credito – che chiameremo, nell’insieme, “liquidità” – sono un fattore, un “bene” assolutamente necessario e indispensabile. Quindi la comunità bancaria, detentrice del monopolio della loro creazione e della fissazione del tasso di interesse, può realizzare sulla cessione della liquidità un profitto altissimo, praticamente del 100%, dato che il costo di produzione è nullo.
Però la liquidità è tutta creata a debito di chi la domanda – stato o consumatore o imprenditore che sia – e il debito è soggetto ad interesse composto. Il che implica, matematicamente, che se io, sistema bancario, creo liquidità totale per 100 che cedo a prestito all’insieme della società, col tasso del 10% annuo composto, dopo un anno l’insieme della società mi deve 110, dopo due 121, dopo tre 133,10, dopo quattro 146,41, dopo cinque 161,05, dopo sei 177,16, dopo sette 194,88, dopo otto 214,37, dopo nove 235,81, dopo dieci 259,39. Però in tutto io ho creato 100, quindi l’insieme della società non ha il denaro con cui pagarmi, con cui estinguere il debito, perché esso non esiste. Qualcuno più bravo può riuscire a pagare ed estinguere i propri debiti, prendendo il denaro di altri; ma, nel suo insieme, la società non può farlo.
In alternativa, immaginiamo ora che, ogni anno, la società mi paghi l’interesse, prendendolo dai 100 che io ho creato: dopo un anno la liquidità da 100 scenderà a 90, dopo due a 80, dopo tre a 70, dopo quattro a 60… e dopo dieci a zero, però la società dovrà ancora il capitale, ossia 100. In realtà, però la società non può privarsi della liquidità per pagare gli interessi annualmente maturanti, perché la liquidità le serve per i suoi pagamenti e investimenti. Una società che si priva della liquidità per pagare i debiti si demonetizza, taglia gli investimenti, la spesa sociale, vede moltiplicarsi le insolvenze, va in recessione.
Perciò quello che di fatto avviene è che la società nel suo complesso (settore pubblico, settore privato) non rimborsa, non estingue mai il suo debito verso il sistema bancario, derivante dall’ottenimento della liquidità, bensì richiede continuamente ulteriore denaro al sistema bancario per pagare gli interessi sul debito per il denaro già ottenuto, e per aumentare la sua dotazione di denaro, come richiede l’aumento del valore nominale degli scambi, offrendo ulteriori beni in garanzia. Ma ogni volta che la società ottiene ulteriore denaro dal sistema bancario, aumenta il proprio indebitamento complessivo verso di esso, e la quantità di interessi che deve pagare ad esso. E’ una spirale espansiva, riscontrabile nelle curve storiche dell’indebitamento e del pil.
Quando l’insieme della società non riesce più a ottenere dal sistema bancario il rinnovo dell’intero credito-liquidità, anzi l’ ampliamento de credito-liquidità (richiesto sia per pagare il crescente ammontare di interessi passivi, che il crescente ammontare nominale delle transazioni dovuto alla crescita economica e all’aumento dei prezzi), esso scivola o precipita nella recessione-deflazione, con ondate di insolvenze, disinvestimenti, licenziamenti – ciò che avviene oggi.
Quindi, grazie al suddescritto sistema di liquidità creata mediante accensione di debito soggetto a interesse composto, la comunità bancaria, come cartello, si procura non solo un guadagno del 100% sul capitale creato, ma pure un guadagno pari agli interessi percepiti. E, cosa ancora più importante, mediante il meccanismo dell’interesse composto, quindi mediante lo stesso atto di erogare liquidità a interesse composto, essa crea nella società il bisogno, crescente nel tempo, di ottenere ulteriore liquidità per pagare gli interessi passivi. Quindi il sistema bancario eroga un bene che soddisfa sì la domanda nel presente, ma crea automaticamente maggiore domanda nel futuro – maggiore e più impellente, meno elastica. Essa trascende, di tal guisa, il limite tipico del profitto del monopolista, quello posto dall’elasticità della domanda, ossia, che se il monopolista fissa prezzi troppo alti, la gente, le imprese, comperano sempre meno il suo prodotto. Ne consegue che il profitto del sistema bancario non può che continuare a crescere.
E cresce non linearmente, ossia 100, 110, 120, 130, 140… bensì, per effetto dell’interesse composto, esponenzialmente: 100, 110, 121, 133,10… cioè secondo una curva che, quanto più passa il tempo, tanto più si impenna, tanto più accelera. Ciò comporta, matematicamente, alcune ovvie conseguenze, che sono oggi tutte empiricamente constatabili:
-La quantità di debito è sempre superiore alla quantità di liquidità;
-Più passa il tempo, più tale differenza aumenta;
-Più passa il tempo, più rapidamente cresce questa differenza;
-Più passa il tempo, più aumenta l’indebitamento della società verso il sistema bancario;
-Questa differenza, questo eccesso di credito, viene cartolarizzato, cioè trasformato in titoli finanziari offerti a risparmiatori e speculatori; la maggior parte dei grandi redditi e patrimoni è collocata, assorbita, in tali titoli;
-Questi titoli possono essere usati come collaterali o pegni per ottenere ulteriore credito;
-Più passa il tempo, maggiore è la quantità di denaro in termini assoluti, e la percentuale di reddito in termini relativi, che la società (settore pubblico, imprese, famiglie) devono destinare al pagamento degli interessi passivi, e che le banche lucrano;
-Ossia, più passa il tempo, maggiore è la quota del valore prodotto dalla società, che il sistema bancario lucra;
-Più passa il tempo, più è necessario che il pil cresca, per tener dietro al crescere degli interessi passivi che la società deve pagare;
-Le banche vendono in parte (dopo averli coriandolizzati, ossia ridotti in piccoli pezzi) i loro crediti, anche quelli verso gli stati, a risparmiatori, fondi pensione, fondi comuni, imprese, facendoseli pagare;
-Poiché il sistema bancario realizza il suo profitto nel rivendere i suoi crediti cartolarizzati, ha interesse a far credito anche a soggetti che sa che non pagheranno (mutui subprime), perché scaricherà il rischio, la perdita, sui compratori di tali crediti cartolarizzati;
-Le autorità monetarie di controllo, essendo controllate dal sistema bancario, non impediscono tali pratiche; né le impediscono i governi, essendo dipendenti dal sistema bancario per il proprio rating e finanziamento;
-Anche attraverso il ricorso a contratti derivati, a indici, a futures, si gonfia una mole di titoli finanziari denominati in valuta legale; questa mole è multipla di decine di volte del valore aggregato di tutti i beni reali esistenti e del prodotto lordo mondiale; essa assorbe la gran parte dei redditi disponibili e dei grandi patrimoni; offrendo una redditività superiore a quella degli investimenti nel settore produttivo, contribuisce a sottrarre liquidità a questo (agli investimenti e ai consumi) e a mandarlo in contrazione;
-Col passar del tempo, il crescente peso degli interessi passivi, il crescente peso dei costi finanziari per l’impresa, la diminuente redditività netta degli investimenti, l’erosione dei margini di profitto, la riduzione della liquidità disponibile in quanto assorbita dal pagamento degli interessi passivi, spingono l’economia reale a rallentare progressivamente, e a fermarsi, poi a contrarsi, quando il costo finanziario (interessi passivi) diviene maggiore dei ricavi (se devo pagare 10 di interesse per aumentare i miei ricavi di 9, mi conviene non solo non investire ulteriormente, ma disinvestire e ridurre la produzione e l’impiego);
-Se la crescita del pil rallenta a lungo o si ferma o si inverte, il sistema monetario, creditizio, bancario, entra in crisi per il venir meno del reddito necessario a pagare gli interessi; singole banche possono fallire; i titoli finanziari derivati da crediti divenuti insolventi, divengono per conseguenza privi di valore, non sono più liquidi (vendibili contro denaro), non danno più reddito (interessi attivi, cedole) e non sono nemmeno più accettati come garanzie; di conseguenza, si ha una brusca contrazione del credito e della liquidità, ondate di insolvenze, licenziamenti e recessione; la mole della ricchezza finanziaria teorica tende a esplodere in bolle;
-Il mondo finanziario, per difendere il suo business, ossia per mantenere gli investitori nonostante tali scoppi, fornisce attraverso i mass media e le istituzioni, anche scolastiche, spiegazioni delle crisi come di accidenti evitabili, e annuncia l’istituzione di misure di prevenzione e contenimento di crisi future;
-Tale scoppio di bolle finanziarie distrugge (titoli di) credito, quindi va a ridurre la differenza, l’eccesso di credito-debito sulla liquidità esistente, sul reddito; in tal modo tende a sbloccare l’economia; esso è dunque inevitabile, è un fenomeno fisiologico e ricorrente;
-Quando però la frequenza degli scoppi aumenta, quando essi si succedono quasi ininterrottamente e tuttavia non riescono a sbloccare l’economia liberandola dall’eccesso di credito-debito, ossia di interessi passivi, allora si approssima la rottura del sistema e questo non è più riequilibrabile o riparabile, e la recessione è inevitabile;
-I capitali tendono a lasciare gli investimenti produttivi e a collocarsi in beni-rifugio, come immobili, oro fisico, titoli aurei; ma gli immobili sono minacciati dalla svalutazione e dall’imposizione fiscale, l’oro fisico è minacciato dalla requisizione statale (già avvenuto nella storia); i titoli aurei sono insicuri per il crescente rischio di insolvenza delle banche emittenti e per il fatto che il loro ammontare è un multiplo dell’oro realmente esistente;
-La recessione, diminuendo il pil e (tendenzialmente) il gettito fiscale, diminuisce le risorse con cui gli stati dovrebbero pagare interessi e capitale del loro debito pubblico; quindi aumenta il rischio di default e aumentano i tassi di interesse che gli stati devono pagare sul loro debito pubblico; e ciò accresce ulteriormente la recessione e il rischio di default, quindi i tassi di interesse del debito pubblico e privato, in una spirale distruttiva;
-I titoli del debito pubblico dei paesi più avanti in questa spirale vengono comperati forzatamente, a condizioni fuori mercato, dalle banche centrali di emissione (o da agenzie finanziate con soldi dei contribuenti) al fine di sostenerli e calmierare i tassi; i capi di dette banche acquisiscono quindi un potere di condizionamento e direzionamento politico degli stati in difficoltà: finanziarizzazione della politica;
-vengono tagliati gli investimenti per infrastrutture, sviluppo, ricerca; ciò deprime ulteriormente il pil, soprattutto a medio termine, rendendo tendenzialmente impossibile il rimborso, o anche il servizio, del debito pubblico;
-Il potere politico si concentra così nelle mani dei direttori delle banche centrali di emissione, le quali sono a guida privata, non soggette a controllo o responsabilità democratiche, non soggette a revisione contabile e non trasparenti nelle loro attività (diritto alla segretezza e alla criptazione), e in larga parte sono per giunta di proprietà privata (Bankitalia lo è alò 95%),
-L’audit, o verifica contabile, della Fed, eseguito nell’Agosto 2011 per la prima volta, ha in effetti scoperto che la Fed aveva speso 13.000 miliardi di Dollari per il bailout di numerosi soggetti finanziari stranieri negli ultimi 6 anni, senza approvazione né informazione del Congresso e del Presidente; ovviamente tali erogazioni hanno avuto contropartite politico-economiche esse pure tenute segrete e non ancora disvelate;
-(in tal senso si spiega perché è stata fatta un’unica banca centrale europea senza fare un’integrazione politica europea, e senza unificare i debiti pubblici: si sapeva che l’integrazione delle politiche dell’Eurozona sarebbe stata fatta dal direttorio della BCE via via che i paesi euro sarebbero entrati in crisi e avrebbero avuto necessità che la BCE comperasse i loro titoli; allora il direttorio della BCE sarebbe divenuto, come oggi è divenuto, il supergoverno dei paesi in crisi);
-In questo modo il cartello monopolista della moneta e del credito raggiunge non solo lo scopo connaturale e ideale del monopolista, ossia di accaparrarsi tutto il reddito pubblico e privato come corrispettivo per l’erogazione di ulteriore credito, non solo tutti gli assets pubblici e privati come garanzie, ma raggiunge anche l’ulteriore scopo di accaparrarsi il potere politico, istituzionale, governativo, lasciando agli organi pubblici costituzionali il ruolo di esecutori e di esattori in favore del monopolista, e di capri espiatori responsabili verso la società;
-Le misure di risparmio, rigore, i tagli, le maggiori tasse, la lotta all’evasione, non hanno effetto sulle cause del male, perché non le toccano: falliscono non perché siano di quantità insufficiente, ma perché sono di natura inidonea (come curare una gamba rotta con un purgante, spiegando che bisogna purgare per perdere peso e alleggerire così il garico della gamba);
-L’Italia e buona parte del mondo si trovano o stano entrando in questa fase; la recessione evolve in depressione, mentre, come condizione per ricevere il necessario, ulteriore credito, crescente quota del reddito viene destinata al servizio del debito, e crescente parte dei patrimoni a sua garanzia; il potere politico viene assunto dal cartello monopolista;
-Tutto ciò è la automatica conseguenza di un monopolio che usa moneta e credito come strumenti per aumentare il proprio potere e non per l’economia o la società; era perfettamente prevedibile ed è stato in effetti previsto; governi, ministri, governatori di banche centrali che non lo hanno previsto e che insistono per rimedi inefficaci sono o incompetenti o mentitori interessati; in ambo i casi, essi sono oramai stati smascherati e delegittimati dai fatti, assieme alle loro analisi, raccomandazioni, prescrizioni e misure legislative.
La via d’uscita da questa situazione distruttiva esiste e si basa su principi semplici. Peraltro è una via di uscita teorica, e che presuppone che il potere effettivo sia assunto da integerrimi rappresentanti dell’interesse collettivo. Inoltre, avrebbe l’effetto di portare a uno sviluppo economico-industriale tanto intenso, da esaurire rapidamente le materie prime e da precipitare il mondo in una crisi ecologica.
Una prima considerazione è già risolutiva: chi crea il valore reale, la ricchezza reale, che a loro volta danno valore alla moneta e al credito, non è il sistema bancario o finanziario, ma quello produttivo. La liquidità è solo uno strumento per gli scambi. Se il sistema che produce la liquidità, ossia il sistema bancario, funziona male, vuole espropriare la ricchezza reale e i diritti politici ai suoi produttori, allora si può sostituirlo, insieme con la sua moneta. E sostituirlo non costa nulla, non comporta danno, appunto perché la sua moneta non ha valore proprio (è pezzi di carta o insieme di registrazioni telematiche), e può essere sostituita con una nuova moneta, prodotta a costo zero, con cui si estinguerà il debito pubblico.
In altre parole: la ricchezza reale, i beni, i servizi, i redditi – in una parola, tutto ciò che è utile, che serve – sono creati dal settore produttivo della società, non dal sistema bancario. Quindi è assurdo, illogico e ingiustificato che il settore bancario si ritrovi a credito verso le società e in condizione di dettare le sue politiche. Esso, non producendo ricchezza reale, non dovrebbe avere alcun diritto e alcuna pretesa sui beni e sui redditi della società. La cartamoneta non ha valore proprio, e il denaro creditizio nemmeno, perché consiste in promesse di cartamoneta. L’una e l’altro possono essere creati a costo zero dallo stato. Le banche private non possiedono alcuna qualità o, alcuna dotazione esclusiva, che sia richiesta per crearli, e che lo stato non possegga.
Quindi il monopolista privato della moneta e del credito, ossia la comunità dei banchieri, che assurdamente si sta impadronendo di tutto il reddito e di tutto il patrimonio e di tutto il potere politico della società senza produrre alcun bene, ma semplicemente attraverso la pretesa del pagamento di debiti per interessi su un valore mai erogato, può essere semplicemente eliminato e sostituito con un organo pubblico che emetta il denaro – denaro creato direttamente dallo stato, a costo zero, senza indebitarsi, e immesso dallo stato in circolazione in diversi modi: spese dirette, investimenti, prestiti, etc.;
Tale denaro può essere usato per realizzare la condizione necessaria e indispensabile per il risanamento, ossia per estinguere il debito pubblico pagando i crediti di coloro che, in buona fede, hanno comperato dalle banche titoli del debito pubblico – salva la rivalsa verso le banche cedenti e i loro azionisti, amministratori, collaboratori;
Per far propria concretamente questa possibilità, attuata in effetti da diversi ordinamenti nel passato e nel presente, vi sono altri punti da capire.
Immaginiamo di essere un’associazione culturale che organizza un concerto pubblico, a cui si assiste pagando un biglietto di 10 Euro. Avendo 1.000 posti a sedere, io, presidente dell’associazione, vado in tipografia e chiedo un preventivo per stampare 1.000 biglietti. Il tipografo mi dice: “Volete 1.000 biglietti … ogni biglietto vale 10 Euro… quindi 1.000 per 10 fa 10.000… ve li stampo per 10.000 Euro. Oppure ve li do a prestito e voi mi pagate il 6% annuo sul capitale di 10.000”. Ovviamente, gli dirò che vuole truffarmi, perché è vero che i biglietti li produce il tipografo, ma il valore dei biglietti, ossia il concerto, lo produciamo noi, l’associazione culturale. Ebbene, i biglietti stampati dalla banca sono come quelli stampati dalla tipografia: non hanno valore in sé, non costano praticamente nulla di produzione, il corrispettivo del loro valore è dato dalla società che crea, offre e compera beni e servizi; ma lo stato, a spese della società (dei contribuenti) li paga coi titoli del debito pubblico, gravati di interesse. Il tipografo, in tal modo, si sta impadronendo di tutto il reddito disponibile e dello stesso potere pubblico.
La banca centrale di emissione segna, nello stato patrimoniale del proprio bilancio, il denaro circolante come “passività”, come se esso rappresentasse un debito. In realtà, come molti economisti riconoscono, esso non costituisce una passività per la banca, perché le banconote in circolazione non danno alcun diritto verso la banca al loro portatore. E’ come se la Fiat segnasse al proprio passivo le automobili circolanti che essa ha venduto. Chiaramente è un abuso, è qualcosa di contrario alla realtà giuridica ed economica, che però consente alle banche centrali di occultare un forte componente attivo del patrimonio e del reddito.
Pensate anche a questa assurdità: se il denaro circolante emesso dalla banca di emissione è una passività, ha un valore patrimonialmente negativo, perché lo stato deve pagarlo con le nostre tasse? Chi mai paga per caricarsi di un debito? E’ palese che qui si sta mentendo per truffare il contribuente, e per costruire un enorme debito pubblico, attraverso il quale i banchieri poi potranno – anzi, adesso già possono – governare la società politicamente.
Immaginiamo ora che tu sia un imprenditore bisognoso di un finanziamento di 1.000.000 per comperare un capannone da Tizio, e che ti rivolga a me, banca Alfa, per un mutuo. Io ti richiedo molte cose, tra cui un’ipoteca sui tuoi beni per 2.000.000, 5.000 per spese e una promessa scritta di pagarmi 100 rate mensili di 15.000 l’una per capitali e interessi. Emetto un assegno circolare di 1.000.000 intestato a Tizio, Tizio lo riceve nel venderti il capannone, lo porta alla sua banca Beta, la quale glielo accredita sul conto corrente, che era in rosso di 200.000 e adesso va in attivo di 800.000. Da tale attivo Tizio ordina alla sua banca Beta di mandare un bonifico di 300.000 all’impresa che gli ha finito i lavori di costruzione; la banca Gamma dell’impresa accredita all’impresa i 300.000. La tua banca registra contabilmente un’uscita di cassa di 1.000.000 (assegno circolare) e un’entrata di un credito di 1.500.000, attualizzato a 1.200.000 – utile 200.000, su cui paga le tasse.
Apparentemente, niente di strano. Ma l’apparenza inganna. La banca Alfa che costi ha sostenuto per emettere quell’assegno, che le ha fruttato il credito di 1.500.000? Ha prelevato 1.000.000 dai propri forzieri? No, si è limitata a emettere un assegno circolare, un pezzo di carta stampata. Quindi l’utile non è 200.000, ma 1.200.000. C’è un milione in più, che è un profitto occulto e sottratto al fisco, a disposizione dei dirigenti della banca.
Perché quel pezzo di carta stampata vale, anche se è solo un pezzo di carta, sprovvisto di copertura? Vale perché è accettato dalle altre banche. E siccome le banche sono indispensabili, tutto ciò che la tua banca accetta come denaro accreditandotelo sul tuo conto corrente, tu lo accetti come denaro. Quindi il valore della moneta bancaria, creata a costo zero e senza copertura, è dato dal fatto che il cartello della banche, monopolista del servizio bancario-monetario-creditizio, lo accetta come denaro. La creazione del denaro bancario o creditizio è un gioco interno, di sponda, della comunità bancaria, che le consente di realizzare immensi profitti senza nulla rischiare, senza dichiararli, senza subire tassazione.
Aggiungiamo poi che, come già detto, se l’importo totale della liquidità esistente (money supply) è 100, esso è composto per 8 da denaro vero, legale, emesso dalle banche centrali di emissione, e per 92 da moneta creditizia emessa dalle banche di credito, e consistente in promesse di pagamento (assegni circolari, attivi di conti correnti, lettere di credito, etc.) di denaro vero (cartamoneta). Quindi queste promesse di denaro vero sono tutte scoperte, perché ovviamente promettono 92 ciò che invece esiste in misura di 8. E per giunta questo 8 si trova perlopiù nelle tasche e nei cassetti dei privati. In sostanza, la moneta bancaria è coperta solo per il 2 per mille circa. Il che vuol dire che gli assegni circolari sono tutti scoperti, nell’insieme. Che se tutti andassimo a richiedere il pagamento in contanti dei nostri attivi verso le banche (conti correnti, libretti, assegni circolari), otterremmo circa il 2 per mille in media. Quindi le banche sono tutte, per loro stessa natura, non solvibili.
Torniamo all’acquisto del capannone. Tizio di vende il suo capannone, che ha un valore reale, contro l’assegno circolare emesso da me, banca Alfa, privo di valore proprio e persino scoperto (come ora sappiamo), e la banca di Tizio, Beta, lo accetta come denaro buono. Quindi il mio assegno circolare, anche se è un pezzo di carta stampata, una promessa scoperta, ha nondimeno un potere d’acquisto: compera il capannone. E io, banca Alfa, posso dire a te che giustamente di mi pagare gli interessi sul milione, anche se io ti ho dato solo un pezzo di carta e non denaro vero, perché il mio pezzo di carta ha potere di acquisto. Ciò è vero. Ma il punto è un altro: come mai io banca, che non creo valore reale, ho il potere di emettere qualcosa che, pur essendo privo di valore proprio, pur essendo sostanzialmente un assegno scoperto, ha potere di acquisto? Quel potere d’acquisto io banca non lo creo, perché non creo valore. Io lo prelevo dal resto della società, che crea valore. Lo sottraggo, grazie al fatto che tu e Tizio lo accettate in cambio di qualcosa che ha valore. Se non lo accettaste, se lo trattaste per quello che patrimonialmente e giuridicamente è, ossia per un pezzo di carta privo di valore, io banca finirei di esistere. Il sistema bancario riesce ad impadronirsi di gran parte del valore reale prodotto dal resto della società grazie al fatto che il resto della società attribuisce ai pezzi di carta bancari un valore che essi non hanno oggettivamente, e paga su di essi gli interessi. Il sistema bancario poggia quindi sull’illogicità del comportamento collettivo.
L’esercizio del credito bancario privato è, insomma, un’attività di appropriazione unilaterale e surrettizia, del potere d’acquisto, della ricchezza reale prodotta dal resto della società – qualcosa di analogo a una tassa. Ne consegue che, contabilmente, la banca dovrebbe, nell’atto di erogazione del mutuo di 1.000.000, registrare in contemporanea un prelievo di potere d’acquisto di 1.000.000 a carico della società (addebitati al corpo sociale), un’uscita di cassa di 1.000.000 per l’rogazione del mutuo, un ricavo di un credito di 1.000.000 capitale più interessi attualizzati. L’utile, su cui dovrebbe pagare le tasse, sarebbe quindi di 1.000.000 oltre interessi.
Analogo discorso vale per la banca centrale di emissione, che, quando scambia cartamoneta per 1.000.000 contro buoni del tesoro di pari importo, dovrebbe segnare 1.000.000 di ricavi a carico della società, 1.000.000 di uscita di cassa a favore dello stato, 1.000.000 di crediti (oltre interessi attualizzati) di ricavo a debito dello stato, quindi utile 1.000.000 (oltre interessi). L’utile dovrebbe girarlo allo stato quasi interamente, in base al suo statuto. Il grosso dell’utile, però, non viene dichiarato e rimane, come fondo nero, nella privata disponibilità dei vertici della banca centrale.
Gli enormi fondi neri generati nei modi sud descritti dalle banche commerciali e dalle banche centrali di emissione possono essere trasferiti segretamente nel mondo grazie a circuiti bancari come Euroclear e Clearstream e anche attraverso la Banca dei Regolamenti Internazionali, cui trattati internazionali danno la facoltà di fare ciò, ed essere trasferiti e usati in paradisi bancari come le Cayman Islands, per agire sui mercati in via di aggiotaggio e altro.
Una revisione sia degli ingannevoli principi contabili utilizzati dalle banche ci credito e di emissione, sia della contabilità delle une e delle altre, consentirebbe l’azzeramento del debito pubblico verso di esse, la riduzione di quello privato, un fortissimo recupero di tasse evase o eluse, la nazionalizzazione per confisca a costo zero delle quote di controllo delle banche stesse, l’arresto dei loro vertici, la creazione di un sistema monetario e creditizio basato sulla realtà e sulla trasparenza, anche contabile (la contabilità deve riflettere la realtà giuridico-economica, non stravolgerla) in cui il denaro sia emesso dallo stato, che accredita a se stesso il potere d’acquisto che esso incorpora, registrando questa emissione per ciò che essa è, ossia una tassa prelevata dalla società. L’alternativa a questo è ciò a cui siamo diretti ora. Ma se l’unica alternativa all’utopia è l’inferno… stiamo freschi!
Mantova, 22.08.11 Marco Della Luna
Pubblicato il: agosto 22nd, 2011 under GENERALI.
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OLTRE IL MINIMALISMO DI TREMONTI: CHANCES DI SECESSIONE
OLTRE IL MINIMALISMO DI TREMONTI
Le ripetute manovre anti-default del governo in carica hanno carattere recessivo, perché deprimono spesa e consumi e riducono il potere d’acquisto; di aggravio fiscale, perché comportano più tasse, più costi per le famiglie a seguito del taglio dei trasferimenti agli enti pubblici; e di presa per i fondelli, perché i tanto vantati tagli di 54.000 poltrone pubbliche colpiscono le poltrone che costano poco e niente, mentre rispettano tutte le 25.000 poltrone dei consigli di amministrazione di enti pubblici o misti che costano molto e che rendono molto ai partiti e ai loro amici: sono quelle dove vengono collocati fedeli del partito, privi di competenza tecnica e incaricati di deviare la spesa pubblica, le assunzioni, gli appalti in favore dei partiti. Questa scelta di non sopprimere tali poltrone sostituendo i consigli di amministrazione con amministratori unici, è la riprova che la politica italiana vive di corruzione e che non è possibile che rinunci alla spesa parassitaria. E che per salvare la spesa parassitaria taglia quella buona. Tremonti sarà onesto e competente, saprà ciò che sarebbe bene fare, ma sa anche che nessun apparato partitico glielo permetterà, a meno che sia costretto da un potere esterno al sistema.
Le manovre in parola, inoltre, non hanno carattere strutturale. Non rilanciano investimenti e occupazione. Combinate con l’introduzione del vincolo di pareggio in Costituzione, rischiano di innescare una spirale recessiva. Per giunta, rischiano di non passare, data la forte opposizione innanzitutto popolare, ma anche partitica e persino interna alla maggioranza. Esponenti storici di Forza Italia, come Marcello Pera, annunciano che non voterebbero la fiducia. Lo stesso governo è diviso. Uno spettacolo che rivela ancora una volta che la classe politica italiana non è in grado di risolvere i problemi.
Chiaramente con queste manovre il governo si propone non di risolvere le causa, ma solo di guadagnare tempo – ma a che scopo? Non ne immagino altri, che questo: tener duro finché altri paesi importanti, soprattutto la Francia, entrino in crisi finanziaria; a quel punto l’Italia potrebbe sedersi a un tavolo di riforma finanziaria europea o globale e avere voce in capitolo. Cosa che non le sarebbe possibile se saltasse prima.
Se questo è lo scopo del governo, o di Tremonti, allora è uno scopo sensato, razionale, seppur minimale. Però per raggiungerlo bisognerebbe fare urgentemente anche altre cose (sempre salvo il discorso di fondo, ossia che sono tutte pezze su toppe se non si elimina la radice del problema, ossia il cartello privato della moneta e del credito). Vediamole:
1-Legalizzare e tassare droghe e prostituzione;
2-Togliere le esenzioni fiscali IVA, IRES, ICI alle attività imprenditoriali e alle proprietà economiche degli enti ecclesiastici (gettito ricavabile: almeno 4 miliardi l’anno); tassare/confiscare la loro manomorta (stimata in circa 1/5 del patrimonio immobiliare italiano); il fatto che non se ne parli nemmeno, e si sia preferito colpire i servizi pubblici, dimostra il potere politico della Chiesa Cattolica e la sua vocazione economica;
3-Togliere le esenzioni fiscali ai redditi da dividendi delle fondazioni bancarie (istituite con la legge Amato (L. 218/90);
4-Sopprimere i consigli di amministrazione degli enti pubblici (sono 25.000 poltrone, quelle che costano di più: quasi tutti personaggi incompetenti messi lì dal partito per “prendere”), sostituendoli con amministratori unici, nominati per competenze tecniche (lo ha proposto anche Di Pietro; ma la scelta di non farlo dimostra che tutti i partiti vivono di queste cose, e che si difendono trasversalmente come cricca);
5-Innalzare a 65 anni l’età pensionabile, per ambo i sessi; porre un tetto modulato alle pensioni di reversibilità, e gradualmente abolirle per il futuro;
6-Istituire un fondo sovrano cui conferire gli asset statali e usarli per emissioni di btp garantiti, quindi a minor tasso, con cui finanziare il riacquisto di quelli a maggior tasso oggi in circolazione;
7-Destinare ½ dei proventi e risparmi da quanto sopra alla riduzione del debito pubblico, e ½ a infrastrutture utili, alla ricerca, alla tutela idrogeologica e artistico-monumentale;
8-Smettere di nascondere il tasso reale di svalutazione dell’Euro (la c.d. inflazione), in modo da consentire azioni per il recupero di potere di acquisto ai percettori di reddito, essendo oramai conclamato che la pretesa di risanare il sistema mediante l’erosione surrettizia dei redditi reali è fallimentare.
Tassare i capitali scudati sarebbe incostituzionale e controproducente, perché lo Stato ha già fatto un contratto con i loro detentori: questi hanno pagato in cambio dello scudo; se lo Stato ora si rimangia il contratto, perde gravemente di credibilità per il futuro, e i capitali se ne andranno ancora di più.
Inopportuna è pure l’idea di mettere il tfr in busta paga: il tfr è un finanziamento per le imprese, e togliere liquidità alle imprese in questi tempi di stretta finanziaria sarebbe un suicidio.
Altra cosa da non fare è privatizzare beni e servizi pubblici: le privatizzazioni sono andate complessivamente a danno della gente e a profitto della mafia partitocratica.
Quanto sopra può bastare per tirare avanti uno o due anni, ma resta il problema di fondo: il sistema-paese Italia è meno efficiente dei suoi partners europei perché è amministrato e governato molto peggio, perché ha una classe dirigente molto meno capace e molto più “corrotta”, che vive di sulla spesa pubblica, sui trasferimenti, sul clientelismo, e che ha imparato questo metodo di ottenere consenso e restare al potere, e non ne conosce altro, ed è stata selezionata e continua a selezionare le sue nuove leve in base alla capacità di applicare questo metodo. E’ quindi chiaro perché paghiamo tasse scandinave e abbiamo servizi africani, incluso quello giudiziario; e perché la pubblica amministrazione italiana costa il 30% in più di quella tedesca e rende molto meno; e perché le opere pubbliche costano il 30% in più in Italia rispetto alla Germania: la classe politica dirigente, tutta, trasversalmente, vive di questo, di intercettazione della spesa pubblica e delle altre risorse pubbliche. Ecco perché non taglia i costi e gli sprechi della politica: non può. E’ il ramo su cui siede. la greppia da cui si nutre, la fonte da cui si finanzia. Tutta, in blocco. Sta portando il paese alla rovina, inesorabilmente.
Prassi e mentalità non si possono cambiare o riformare per legge. Quelle italiane si sono formate e consolidate in molti secoli di dominazione straniera, durante la quale si era deresponsabilizzati e ci si adattava arrangiandosi e fregando. E in secoli di una religiosità che, a parole, predicava livelli morali altissimi ma, nei fatti, accettava e praticava livelli morali bassissimi, e compromessi di ogni sorta, educando la gente a tutto ciò, alla rassegnazione e all’ipocrisia sistematica. Nel dopoguerra si è aggiunta la contrapposizione rigida democrazia-comunismo, che ha ingessato la politica e insegnato a turarsi il naso e votare il proprio partito di riferimento anche se marcio. Il risultato è che la c.d. corruzione è ineliminabile, è tutt’uno con la politica, con la produzione del consenso, con la legittimazione. Il Senato della Repubblica si taglia il budget dell’1 – 1,5% e se ne vanta! Il 17 Agosto, alla presentazione dell’epocale manovra anticrisi, intervengono solo 11 senatori! Hanno perduto il contatto con la realtà. Risibile è che la casta italiana faccia ora una campagna di spot televisivi in cui addita gli evasori come parassiti: i parassiti sono loro, è la casta stessa, proprio quella che mette e incassa le tasse, e le spende per i propri interessi, probabilmente molto peggio per la nazione di come gli evasori spendono i soldi che risparmiano dal fisco.
E questa classe dirigente, così come è, con le sue strutture e prassi, è l’espressione della stessa società italiana, della mentalità italiana, non un quid sovrapposto ad essa e che si possa togliere chirurgicamente – vuoi con una chirurgia giudiziaria, vuoi con una chirurgia rivoluzionaria. Non è vero che gli italiani sarebbero meglio rappresentati se i parlamentari non ci fossero: questi parlamentari, sebbene inutili, anzi nettamente nocivi al paese, sono l’espressione della popolazione italiana, delle sue dinamiche, dei suoi meccanismi, della sua mentalità. Gli Italiani non hanno il coraggio né una sufficiente fiducia e lealtà reciproca per organizzare ed eseguire una rivoluzione, ma anche se facessero una rivoluzione à la Robespierre e tagliassero la letteralmente la testa a tutta la casta (400.000 persone, secondo Stella e Rizzo) eliminando la classe politica e burocratica – parliamo ovviamente per mera ipotesi – non avrebbero risolto il problema perché non ci sarebbe una classe dirigente alternativa, ma soprattutto la società e la sua mentalità sarebbero quelle di prima. Le caratteristiche sociologiche di una popolazione non le cambi con lo strumento legislativo né con la ghigliottina.
Il predetto differenziale di efficienza sistemica impedisce l’integrazione dell’Italia con i principali partners europei. Impedisce anche, nel lungo termine (e già nel medio termine rende molto oneroso e nocivo) il condividere una moneta forte con questi partners. E questi partners, e gli elettorati dei loro paesi, sanno benissimo quanto sopra. Sanno che non possono accettare un’integrazione con un paese come l’Italia. Vedono ogni giorno in televisione ciò che succede cronicamente quaggiù: a Napoli, con i rifiuti urbani, e a Roma, con altri tipi di rifiuti. Non possono accettare la nostra classe dirigente. Manovrano, infatti, con le pinze, per condizionare, dirigere, ricattare (secondo alcuni) la politica italiana dal di fuori, via Bruxelles, via BCE. Questo fatto, assieme all’impossibilità di essere integrati per le ragioni suddette, dovrebbe dettare una conseguente politica nazionale, che non investa sacrifici per l’integrazione, cioè che non spenda risorse per raggiungere obiettivi che si sa irraggiungibili.
Tuttavia i problemi e le dinamiche finanziarie e monetarie ci stanno inesorabilmente e impersonalmente trasportando ben oltre questi punti.
Il 15.08.11 Bossi, parlando alla festa leghista di Alzàno (Bg), ha affermato un dato ovvio per la scienza economica, seppur inaccettabile per gli interessi oggi prevalenti e per la “morale” che esprimono, ossia ha affermato che il Norditalia può probabilmente funzionare con una moneta forte come l’Euro e con i vincoli di bilancio di BCE e Commissione Europea, mentre il Suditialia non può farcela. E ciò perché il Norditalia ha un livello di produttività e competitività analogo a quello dei paesi euro forti, quindi può reggere la loro concorrenza senza aver bisogno di svalutare. Al contrario, il Suditalia, da sempre (quindi oramai stabilmente) ha un livello di produttività e di competitività molto inferiore, quindi per esportare e per attrarre capitali ha bisogno di disporre di una valuta a cambio più basso, altrimenti la sua economia si atrofizza e deve essere sempre più mantenuto. D’altronde, Germania e Francia non sono disposte a mantenere il Suditalia (oggi hanno espressamente rifiutato di emettere l’eurobond, ossia il debito comune europeo per finanziare la spesa italiana, greca, portoghese, spagnola, irlandese), e un Norditalia frenato dai debiti, dalle tasse, dai prelievi che subisce per Sud e Roma, non ce la fa più a mantenerlo.
Quindi l’Italia, se rimane tutta unita e nell’Euro, finisce male nel suo insieme. A questo punto l’interesse comune di Norditalia e Suditalia è di separarsi – senza malinconie: i confini resteranno aperti e quando la diversità di tendenze, mentalità, abitudini, prassi, cultura è forte, dividersi costituisce una vittoria, una liberazione, un guadagno. Il Norditalia è già commercialmente inserito nell’area centroeuropea e, data la sua forza economica, i suoi t-bonds sarebbero assai appetiti, tanto più che, liberatosi dalla zavorra e dalle influenza sfavorevoli del Sud e di Roma, godrebbe di un brillante sviluppo. Il Suditalia, a sua volta, liberatosi dal cappo della moneta forte, ritornando a una Lira svalutata del 40% circa sull’euro, recupererebbe competitività e mercati, attrarrebbe turismo e capitali, e godrebbe pur’esso di un brillante sviluppo. E non potendo più contare sul contributo del Nord per rimediare alle proprie disfunzioni, cioè dovendo fare i conti con esse, avrebbe finalmente una forte motivazione a risolverle, anziché, come ha ora, ad amplificarle. Perciò sarebbe finalmente indotto a uscire dallo stato di degrado e inefficienza in cui versa praticamente dalla sua conquista da parte dei Savoia. La classe politica non potrà più vivere sull’intercettazione dei trasferimenti dal Nord al Sud, quindi sarà essa pure costretta a cambiare, a imparare un mestiere reale. Il Suditalia potrà anche intraprendere un’azione legale contro la Casa Savoia per ottenere il risarcimento delle rapine subite durante e dopo l’annessione.
Per effetto di quanto sopra, al Nord e al Sud potrà avvenire quella trasformazione della politica e dell’amministrazione, quella liquidazione della casta parassitaria, che non si possono fare per legge o per sentenza, ma che sono prodotte dai mutamenti del piano strutturale profondo.
In Germania diverse voci si levano in tal senso, auspicando la separazione di Norditalia e Suditalia (o Padania e Bordello, come insolentemente le ha definite The Economist). Esse rilevano, oltre a quanto sopra, che il Norditalia non accetterebbe l’umiliazione e il danno dell’espulsione dall’Euro o della relegazione in una 2a Classe, un Euro B, svalutato del 40%.
Del resto, passare a un Euro di serie B restando però sotto gestione di EBC, assieme a Grecia e Portogallo: a quel punto, converrebbe all’Italia il ritorno alla Lira e il recupero della sovranità monetaria. Il Norditalia avrebbe enormi danni economici se dovesse seguire il Sud in un Euro B o fuori dall’Euro. Quindi ha necessità separarsi dal Sud per salvare la sua economia. Se e quando si muoverà in tal senso, non sarebbe accettato che Roma gli mandasse contro l’esercito, perché l’economia internazionale non accetta la violenza delle armi contro aree economicamente importanti e interdipendenti.
Aggiungono che Il Suditalia, dopo la separazione, farebbe default – io raccomando, invece, un lungo piano di ammortamento del suo vecchio debito pubblico in Euro. Osservo anche che, in un Suditalia indipendente, le Mafie non potrebbero più nascondersi dietro lo Stato, e non potrebbero evitare di assumersi la responsabilità di far politica e di gestire la cosa pubblica, in quanto fanno l’uno e l’altro. Perciò dovranno farsi carico di responsabilità e compiti sociali, non limitarsi a gestire il business criminale. Cambieranno la loro natura. Ma starà alla fine alla popolazione del Suditalia accettare o non accettare e trasformare certe strutture di potere.
Per l’intanto, che sta per succedere? Che i decreti anti-default, pesantissimi, iniqui e recessivi, rischiano di essere stravolti, di non passare, o di passare tramite un voto di fiducia molto deleterio e rivelativo. E che poi – come rilevano in Germania – a Roma arriveranno gli ispettori della BCE, a controllare i conti e l’applicazione delle norme anti-default. In Germania non pochi si aspettano che gli ispettori troveranno molto da ridire, e che Bossi, tradizionalmente euroscettico, spera appunto che sia questa l’occasione buona per (far) dare allo Stato unitario italiano la spallata decisiva: il fallimento, la non attuazione o l’insuccesso dei sacrifici anti-default. Prima quindi li appoggia e sostiene le richieste della BCE in tal senso. Poi aspetta che facciano cilecca, e che si imponga la scelta tra esser cacciati tutti fuori dall’Euro e verso l’Africa, oppure separarsi e lasciar uscire solo il Suditalia con Roma. Questo è il sottostante del suo plauso alle grida di “secessione!” e delle sue affermazioni “per l’Italia è arrivata la fine” e “preparatevi”.
Non avverrà che la BCE, la Francia, la Germania o chi altro intervengano per salvare l’Italia dal default come hanno fatto per la Grecia: un tale intervento non è possibile, perché il debito pubblico italiano è enormemente maggiore di quello greco, superiore del 50% della somma di quelli portoghese, spagnolo e irlandese. E poi, riflettiamo un attimo: dopo ciò che stanno vedendo da anni sulla gestione dei rifiuti napoletani (e non solo napoletani), oltre che sulle storie di mafia, di mala giustizia, di malapolitica, ovviamente Tedeschi, Francesi, Olandesi etc., mai e poi mai accetteranno – e in effetti rifiutano di farlo – la via dell’eurobond caldeggiata da Tremonti: non accetteranno mai di condividere il debito pubblico con l’Italia, perché questa esprime un sistema e una fauna di potere politico e burocratico inefficiente, distruttiva, criminale. Quindi non ci sarà mai un’integrazione politica europea includente l’intera Italia. Probabilmente, ma con garanzie serie, potranno però accettare un’integrazione politica limitata al Norditalia, più forse la Toscana, le Marche, l’Umbria.
18.08.11 Marco Della Luna
Pubblicato il: agosto 18th, 2011 under GENERALI.
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ROMPERE IL MONOPOLIO MONETARIO-CREDITIZIO
ROMPERE IL MONOPOLIO MONETARIO-CREDITIZIO
L’ALTERNATIVA AI SACRIFICI INUTILI ESISTE
Il decreto legge risanatore del 12 Agosto è un palliativo strutturalmente errato e impotente, depressivo, socialmente dirompente. La forte e compatta opposizione che esso giustamente suscita può costringere il governo Tremonti a far qualcosa all’altezza dell’intelligenza del suo capo. Per riuscirci, però, ha necessità di costringerlo a confrontarsi con la causa vera dei mali finanziari in cui ci dibattiamo.
I disastri della borsa e dell’economia reale, e i fallimenti delle ricette di risanamento e rilancio, i declassamenti, il debito pubblico a 1.900 miliardi, il crollo del 12,5% del gettito tributario a giugno, ancora non sono bastati: ancora si finge di non vedere il problema di fondo, ossia che il mondo vive in un regime di monopolio (cartello bancario) della moneta (del money supply), comprendente anche le banche centrali (Fed, BCE etc.), e che questo, come tutti i monopoli dei beni necessari, tende a ottenere, in cambio del proprio prodotto, il massimo dal mercato del prodotto stesso, cioè tutto il reddito prodotto nel mondo. E persegue questo scopo mediante il farsi pagare il denaro, l’indebitare, il raccogliere interessi. Il punto di equilibrio di tale sistema è quando ogni reddito è destinato al servizio del debito e ogni asset alla garanzia del servizio. Con governi e legislatori come ostaggi-garanti-esecutori di questa destinazione, sotto permanente minaccia di downgrading da parte delle agenzie di rating del medesimo cartello monopolista, e di rifiuto di acquistare i loro titoli. Quindi è ovvio che la BCE, in questa fase, arrivi a commissariare Grecia, Italia e altri paesi. Era tutto prevedibile e scontato.
Ovvio e inevitabile, dunque
a) che il denaro prodotto dal monopolista (a costo zero: fiat money, monrta fiduciaria, nessuna copertura o convertibilità in valore) sia un denaro (come meglio vedremo) che genera un debito infinitamente ed esponenzialmente crescente a carico di tutta la società: il debito costituisce ulteriore bisogno-domanda del bene prodotto dal monopolista, quindi aumenta il valore di questo bene rispetto a tutti gli altri beni, ne rende più pressante il bisogno, sicché la gente, le imprese, gli stati, sono sempre più dipendenti, oramai anche per la sopravvivenza quotidiana, dal monopolio monetario-creditizio, e fanno, danno, subiscono e promettono oramai qualsiasi cosa pur di ottenerne quanto basta per l’immediato – si sono abituati a vivere con l’acqua alla gola;
b) che l’esponenzialmente crescente peso di questo indebitamento progressivamente ed inarrestabilmente erode tutti i redditi e tutti i patrimoni, costringendo a crescenti trasferimenti degli uni e degli altri, anche via tassazione, a favore del settore finanziario-speculativo che esercita la sovranità monetaria; questo trasferimento è costante da decenni e porta con se riforme delle norme sul lavoro, sul bilancio, sul welfare;
c) che nessuna misura di tassazione o di risparmio o di efficientizzazione dell’economia o della pubblica amministrazione può conseguire più di un sollievo sempre più breve dal peso dell’indebitamento e delle devastazioni che esso comporta: ciò che i governi vanno da anni deliberando, comprese le manovre agostane di Tremonti, è semplicemente ingiusto e sterile, perché niente sortisce effetto stabile se non si comincia con l’eliminazione del monopolio.
Il fine connaturale del cartello monopolista della moneta, oltre ovviamente a preservare (con mezzi accademici, politici, militari) il proprio monopolio della creazione, distruzione e fissazione del tasso d’interesse della moneta, è quello – ribadisco – di ottenere, in cambio del proprio prodotto (o in pagamento degli interessi e del debito) tutto il valore disponibile prodotto da ogni altro soggetto economico – il che comporta anche l’acquisizione di potere politico, come oggi palesano gli atti con cui i banchieri centrali prescrivono la politica a governi e parlamenti, e coi quali riformulano l’ordinamento sociale in funzione di tale fine. Se ciò che osserviamo oggi sono semplicemente gli sviluppi avanzati della tendenza intrinseca del monopolio, la novità del 2012 è che adesso il cartello monopolista è venuto allo scoperto, ossia viene divulgato il fatto che esso impartisce direttive ai governi in difficoltà finanziarie – i c.d. commissariamenti. Quindi per la prima volta il cartello monopolista, attraverso BCE e FMI, assume, davanti all’opinione pubblica, la responsabilità politica, sostanzialmente, di essere un super-governo tecnico. Si espone al biasimo e alle conseguenze e alle possibili reazioni politiche di ciò che potrà conseguire all’adozione delle sue ricette. Questa è la novità di oggi: il padrone ci mette la faccia, a costo di far capire che governi e parlamenti sono solo teste di legno. E che il Trattato di Maastricht è una farsa, laddove stabilisce che la BCE non debba dare direttive alle istituzioni politiche. La BCE sta facendo l’unità politica dell’Europa intorno al fine di trasferire stabilmente molto reddito al settore finanziario (stabilmente, nel senso di non fare default e mettere in crisi il sistema internazionale di questi trasferimenti).
La leva di comando del monopolio sui governi è semplice: “se non fai le cose che ti dico, ti abbasso il rating con le mie agenzie di rating e non ti compero più i titoli del debito pubblico con la mia banca centrale (BCE) – quindi ti faccio saltare.” Ciò che rimane implicito è che il debito pubblico, con la sua spinta al rialzo, deriva dal fatto che il monopolio esercita il potere politico e sovrano di creare denaro a costo zero dal nulla, impadronendosi del potere d’acquisto corrispondente, e lo presta agli stati a interesse, creando così in capo agli stati il bisogno di ulteriori prestiti per pagare gli interessi, all’infinito. Quindi il monopolio crea il bisogno e la crisi a proprio beneficio, e poi lo sfrutta per assumere la guida politica degli stati.
In questo regime monopolista sovrannazionale e non-regolato dalla politica, ma regolante sulle istituzioni pubbliche, la funzione del denaro e del credito, ovviamente, non è la piena attivazione dei fattori di produzione, non è la produzione di ricchezza, non è nemmeno la massimizzazione del profitto, né la stabilità dei prezzi, ma il potere, il dominio economico, politico e sociale, nonché quello scientifico/culturale. Il monopolio si concentra soprattutto sugli obbiettivi di irrigidire ed esasperare la domanda di liquidità/credito (massimizzare il bisogno, la mancanza, la scarsità) e di impedire che qualche stato si sottragga alla dipendenza dal monopolio. Perché la dipendenza rigida e stringente di tutti verso il fornitore-creditore monopolista conferisce a questi il potere assoluto, ma anche l’impunità e il diritto di “fare la morale” alle istituzioni. Quindi il monopolio ha bisogno che i popoli, finanziariamente ed economicamente, stiano con l’acqua alla gola, che siano in crisi, in difficoltà – in un’emergenza permanente, seppur mutevole nelle espressioni.
Ricordiamo che la medesima comunità bancaria mondiale che, da un lato, produce e sfrutta le bolle-truffe finanziarie, dei derivati, dei mutui subprime, dei falsi bilanci greci, dall’altro lato esprime i vertici e forgia la politica delle banche centrali che fanno le analisi, prescrivono le ricette, commissionano i governi, dettano le politiche ai parlamenti, fanno direttamente le politiche economiche avendo ricevuto la sovranità finanziaria e monetaria (Maastricht), e minacciano di far saltare gli stati che non obbediscono declassando i loro bonds mediante le agenzie di rating da essa posseduta e non comperandoli più.
Quanti fallimenti di manovre e riforme finanziarie ci vorranno ancora, quanti crolli di borsa e sacrifici sociali, quanti default e quanti commissariamenti di governi, prima che si capisca che è sbagliata, non corrispondendo alla realtà, la concezione di fondo della moneta, del debito, della finanza, dell’economia? Che le analisi, le ricette, gli interventi, i sacrifici falliscono perché non tengono conto dell’esistenza e della logica del monopolio monetario privato-irresponsabile (consacrata dal Trattato di Maastricht, dallo statuto di BCE, Fed, Bis) e si basano su una concezione errata della realtà, quindi è inevitabile che falliscano e non risolvano i problemi? Che bisogna riconsiderare il fondo delle cose senza preconcetti scolastici?
Alcuni paesi – ovviamente – hanno problemi propri, peculiari, di inefficienza, corruzione, ma il problema mondiale è il debito, pubblico e privato, che comporta alte tasse e alti interessi passivi, e sottrae liquidità all’economia, inducendo così insolvenze, defaults, disinvestimenti, disoccupazione, cali della domanda interna, rincari generalizzati.
E questo debito, pubblico e privato, con i suoi effetti suddetti, cresce inarrestabilmente, nonostante i sempre più frequenti interventi di contenimento e risanamento: è dagli anni ’80 che sento fare manovre di risanamento del debito pubblico, e che esso continua a crescere, anzi si è impennato proprio da quanto, col fine dichiarato di contenerlo, è stata fatta la riforma che l’ha moltip0licato, ossia il divorzio Tesoro-Bankitalia.
E non cresce linearmente, ma esponenzialmente, perché i mezzi monetari vengono tutti creati mediante operazioni di addebitamento – cioè in pratica vengono tutti dati a prestito, gravati di un debito ad interesse composto, che fa sì che il totale del debito sia più alto, e divenga sempre più alto, con andamento esponenziale, rispetto alla totalità del money supply, drenando quindi dall’economia una esponenzialmente crescente quota del reddito per il pagamento degli interessi.
L’indebitamento è oramai fuori controllo, come dimostrano i fallimenti di ogni tentativo di arrestarlo, o meglio come dimostra il fatto che i vari tentativi falliscono sempre prima. E le bolle mobiliari e immobiliari non sono accidenti, bensì sono prodotto inevitabile dell’uso del denaro-debito (della necessità di distruggere l’eccedenza del credito-debito sul money supply), tuttavia, pur succedendosi molto velocemente, non riescono più a mantenere il funzionamento del sistema.
Bisogna insomma rivedere il fondo delle cose per capire il rapporto tra moneta e debito.
(In Italia, bisognerebbe inoltre aprire un dibattito sul divorzio BdI-Tesoro, causa principale dell’impennata incontenibile del pubblico indebitamento, assieme alla spesa assistenzialistica finalizzata a prevenire la saldatura, negli anni di piombo, tra protesta operaia del Nord e protesta dei diseredati del Sud. Il Giappone, che ha un debito pubblico più che doppio del pil, non subisce attacchi speculativi ai suoi t-bonds, perché la sua banca centrale compera i titoli invenduti. In Italia (e in altri paesi) bisognerebbe ripristinare i vincoli di portafoglio che aveva un tempo la BdI.)
Le ricette anticrisi, che falliscono ma arricchiscono sempre determinati livelli, producendo una concentrazione della ricchezza e dei redditi in tutto il mondo, e l’immiserimento dei ceti medi, vengono da un soggetto interessato, dal settore bancario mondiale, dalle sue scuole di economia e dai suoi ingegneri finanziari. Arrivano attraverso le banche centrali, come Fed, BCE, BoE, BoJ. E attraverso la banca centrale delle banche centrali, la BIS. E’ stupido presentare siffatte analisi, critiche, richieste, ricette, come l’espressione dell’”Europa”. Sono l’espressione di un soggetto interessato. Precisamente, controinteressato, rispetto al resto della società globale, e soprattutto verso i produttori di ricchezza, i risparmiatori, i pensionati, i giovani.
La liquidità in assoluto è troppa, è un multiplo di quanto dovrebbe essere, ma si concentra nel settore speculativo: non investe e non consuma. Ma è insipiente dire che il mercato sia drogato da troppa liquidità. La ricorrente ricetta del monopolio bancario, comprendente le banche centrali, di curare la crisi mobiliare e la recessione con iniezioni di moneta, il c.d. quantitative easing, produce brevi fiammate di borsa, seguite da profondi e persistenti cali o crolli. E da nessun beneficio per l’economia reale. Infatti, tali immissioni vengono fatte dalle banche centrali, a controllo e (spesso anche, come la Fed) a proprietà privata (di finanzieri) in favore degli speculatori (cioè delle stesse banche che esprimono la direzione delle banche centrali). E il settore speculativo dà rendimenti più elevati e rapidi del settore produttivo, soprattutto ai grandi soggetti che sono in grado di influenzare i mercati finanziari dall’esterno (con l’insider trading, l’aggiotaggio, il vantaggio conoscitivo, il condizionamento sui governi). Il settore speculativo fa così concorrenza, da decenni oramai, al settore produttivo, e lo sta de-monetizzando e costringendo a competere sulla redditività di breve, mediante politiche di disinvestimenti, licenziamenti, tagli della qualità, della formazione, della ricerca, della produzione, per perseguire la massimizzazione non del profitto totale, ma del saggio di profitto.
Le politiche fiscali possono essere utili, quindi, solo se abbassano la redditività del settore speculativo rispetto a quello produttivo. Ma per riuscire in questo necessitano di essere globali (perché la piazza speculativa è delocalizzata, apolide) e da esser precedute da una revisione delle regole di contabilità bancaria, che consentono massicci occultamenti di ricavi e utili realizzati nell’erogazione del credito, nel senso più volte indicato negli scritti miei e di altri (v. Euroschiavi e La Moneta Copernicana), le cui analisi e previsioni stanno ricevendo la più dura delle conferme. Però anche questo sarà insufficiente, se si continuerà a consentire che una moneta fiduciaria, prodotta a costo zero e senza garanzia/convertibilità, in regime di monopolio privato non regolato, venga trattata come merce. Qualsiasi passo in questa direzione presuppone che si interrompa l’azione finanziaria e politica dei monopolisti (grandi famiglie finanziarie e bancarie, direttori delle banche centrali) ossia che i governi (via G8 e servizi di sicurezza) dispongano il loro arresto e la segregazione in un regime del tipo di Guantanamo, per prevenire che essi si oppongano in qualsiasi modo, e che abbiano contatti con l’esterno. Non si può pensare che l’orso consegni la sua pelle su garbata richiesta, foss’anche con voto popolare. Si tratta di riforme possibili solamente se, prima, si abbatte il potere del monopolio. E questo orso è molto più pericoloso e organizzato dei terroristi islamici, veri o supposti. Quindi le mezze misure non servirebbero.
Ma come riorganizzare il sistema monetario e bancario, dopo l’eliminazione del monopolio? Ne La Moneta Copernicana (Nexus 2008), scritto assieme a Nino Galloni, ho delineato l’alternativa all’attuale sistema basato sulla distruttiva moneta-debito e sul monopolio privato della funzione monetaria:
“Avremo lo Stato che, attraverso un suo organo di regolazione del money supply – organo costituzionale, tecnico-economico, meglio configurabile come quarto potere dello Stato, e per quanto possibile super partes e indipendente monitorerà in continuo la situazione monetaria ed economica nazionale e internazionale, accertando di quanta liquidità abbisogni il paese per impiegare o sviluppare al meglio i propri fattori produttivi (sui criteri per stabilire questo ‘meglio’ ritorneremo presto), e vigilerà soprattutto affinché non si producano situazioni di demonetazione, ossia di insufficienza della moneta disponibile rispetto al fabbisogno, che causerebbe un rischio di deflazione e recessione.
Quest’organo darà conseguenti disposizioni a un dipartimento del Ministero del Tesoro di creare ed immettere nel mercato la quantità di moneta ritenuta opportuna, o di ritirare quella che risulti in eccedenza (mediante prelievi fiscali, vendite di beni pubblici comprese riserve auree, vendite di valute estere, etc.).
Verrà così creata tutta la moneta, ossia tutto il money supply: sia quell’8% che oggi è costituito da moneta legale (cartamoneta e monetine), sia quel 92% che oggi è costituito da moneta scritturale delle banche; il money supply consisterà tutto di moneta legale, la quale sarà affiancata solo da moneta complementare, essendo alle banche proibita la creazione di liquidità. Il Ministero del Tesoro emetterà la moneta, per una parte, sotto forma di monete metalliche, per una parte sotto forma di cartamoneta, per il resto sotto forma di annotazioni contabili (informatiche o anche su supporto cartaceo). Registrerà l’importo di ogni emissione tra le entrate tributarie.
Per disposizione costituzionale, vincolerà in bilancio la spesa del valore delle emissioni a impieghi produttivi (investimenti, infrastrutture, etc.) – ossia tali da generare un aumento di ricchezza reale a copertura dell’importo dell’emissione, onde prevenire tensioni inflative.
Le uscite diverse dagli investimenti produttivi saranno coperte da entrate non derivanti dall’emissione di moneta.
L’immissione della nuova moneta avverrà attraverso:
-investimenti diretti
-erogazioni di mutui a banche di credito e altri soggetti.
-sovvenzioni alla produzione.
In tal modo, lo Stato eserciterà la funzione sovrana e politica di creare denaro prelevando potere d’acquisto dalla nazione e spendendo e investendo nell’interesse di essa senza indebitarla né tassarla; e le banche non creeranno più moneta contabile (e debito infinito), non preleveranno più tasse occulte dai cittadini e dalle imprese, ma svolgeranno la funzione loropropria di intermediari del credito: raccoglieranno il denaro prendendolo a prestito dai risparmiatori e dallo Stato, pagando loro un tasso di interesse che sarà stabilito dal mercato, e lo presteranno ai loro clienti a tassi e condizioni che saranno stabiliti, a loro volta, dal mercato. Guadagneranno sullo spread, sulla ‘forbice’. Le banche presteranno quindi solo il denaro che esse effettivamente hanno in proprietà ho hanno ricevuto in prestito (mutuo) dai depositanti; di conseguenza, non vi sarà più riserva frazionaria, ma riserva totale. Certamente, in un simile sistema sussiste il rischio che la sovranità bancaria,tolta formalmente alle banche e trasferita allo Stato, venga nuovamente privatizzata, nel senso che lo Stato stesso è ‘privatizzato’, ossia oggetto di possesso e lottizzazione partitocratica o a corporate takeover. Ma a questo rischio si opporrebbe la chiarezza oramai fatta, la conoscenza diffusa, circa i meccanismi fondamentali della moneta e il loro impatto su economia e società. Diverrebbe, cioè, impossibile continuare a ingannare e a governare con l’inganno il mercato, gli operatori economici, i contribuenti, come lo si sta facendo ora.” (pag. 127 ss).
41 Werner, 2005, 258.
142 Zarlenga, 663 ss., propone una riforma analoga.
139 Così raccomanda Anche Zarlenga, 657
140 La principale obiezione di merito alla creazione del denaro da parte dello Stato in funzione di pagare le proprie spese, è che essa si tradurrebbe, per ragioni di demagogia, in un’espansione monetaria incontrollata e inflazionistica. A questa obiezione, oltre a richiamare quanto già detto, si può replicare:
-in primo luogo, che il sistema attuale è in ogni caso peggiore, perché lascia a un sistema bancario privato la possibilità di compiere un’espansione dei mezzi monetari incontrollata, destabilizzante, e destinata ad attività speculative delle banche stesse;
-in secondo luogo, che una creazione eccessiva di liquidità da parte dello Stato può essere prevenuta con vincoli costituzionali e con l’affidamento della regolazione a un organo indipendente dai partiti politici; e, ancor più, con la divulgazione della conoscenza di quello che oggi rimane, per quasi tutti, il segreto della moneta.
Raccomando al governo Tremonti, prima di lasciarsi sconfiggere, marginalizzare o rottamare dagli eventi e dai poteri forti, di spiegare alla gente, e soprattutto al serttore produttivo, come stanno veramente le cose, quale è la causa dei mali in cui ci dibattiamo – ossia il monopolio privato irresponsabile di credito e moneta. Il momento è giusto perché molti si interessino, capiscano, e si muovono in modo tale da consentire una riforma decente anzichè il proseguire di un processo distruttivo che porta solo alla disperazione.
13.08.11 Marco Della Luna
Pubblicato il: agosto 13th, 2011 under GENERALI.
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GLI STRANI “ERRORI” DELLA BCE: INCOMPETENZA O CONFLITTO DI INTERESSI?
GLI STRANI “ERRORI” DELLA BCE: INCOMPETENZA O CONFLITTO DI INTERESSI?
Le manovre di “risanamento”, sia nazionali (USA, Italia, Grecia, etc.) che sovranazionali (BCE, UE), non danno più effetto: le borse mondiali continuano a crollare, l’economia reale non riprende o recede, rinforzando le tendenze alle vendite di azioni e obbligazioni, quindi ulteriormente spingendo le borse al ribasso, i rendimenti e i cds al rialzo, e i flussi di denaro verso impieghi difensivi e improduttivi. E siccome i mercati finanziari, quando ribassano a lungo e molto, distruggono risparmi, fiducia, investimento, capitalizzazioni aziendali, etc., la spirale si autoalimenta deprimendo l’economia reale.
La pesante manovra risanatoria di Tremonti è stata bruciata in pochi giorni dall’aumento dei tassi pagati dal btp (ieri 6,25%). La manovra BCE-UE per salvare la Grecia e l’Euro è stata bocciata dai mercati. Il 3 Agosto, ore 15, il governatore della BCE, Trichet, ha fatto intendere che la BCE avrebbe comperato btp italiani, e ha assicurato che il giorno stesso si sarebbe visto qualche miglioramento. Questo annuncio ha suscitato aspettative positive, lo spread sul Bund si è ridotto di 20 punti base, poi, quando si è visto che la BCE non comperava titoli di stato italiani, ma solo irlandesi e portoghesi, si è di nuovo impennato, e le borse hanno accentuato la flessione. E’ insipienza, quella dimostrata da Trichet, o c’è qualcosa di peggio?
L’EFSF, il c.d. Fondo Salvastati, dovrebbe ricevere 2.000 miliardi finanziare ai paesi euro-deboli il buy-back dei propri titoli e per comperare titoli pubblici dei PIIGS a condizioni più onerose di quelle di mercato – e ciò farà guadagnare la finanza speculatrice e salverà il sedere delle banche soprattutto tedesche e francesi esposte verso la Grecia e altri sovrani debitori. Ciò porterà a grossi vantaggi per i banchieri a spese dei contribuenti dell’Eurozona. Il che pone un problema di cui nessuno osa ancora parlare: quello del conflitto di interesse tra cittadini dell’Eurozona e direttori e azionisti della BCE.
Infatti la BCE è posseduta per quote dalle banche centrali dei paesi dell’Euro e di tre monarchie coloniali (Regno Unito, Svezia e Danimarca), e queste banche centrali sono a loro volta possedute per quote, o comunque controllate, da banchieri e finanziari privati, i quali da un lato sono/nominano il direttorio della BCE, mentre dall’altro lato sono beneficiari degli “errori” e dell’”insipienza” della BCE. Se guardiamo alla storia monetaria europea, anche prima dell’Euro, il sospetto di infedeltà si rafforza molto. L’esperienza dello SME, ossia di un sistema di parità stabili (entro bande di oscillazione) poi saltato nel 1992, osservata retroattivamente, ha dell’incredibile, ed è insieme illuminante per l’odierna agonia dell’Euro.
Lo SME sembra proprio un errore intenzionale. E’ nozione economica basilare, oltre ad essere intuitivo, il fatto che paesi con forti differenziali di inflazione (rectius, svalutazione monetaria), non possono, non riescono, a mantenere una parità stabile tra le rispettive valute. Così, nel 1992, quando il differenziale di inflazione tra Italia e paesi forti-virtuosi ebbe raggiunto circa il 30%, la parità fissa, lo SME, saltò e la Lira si svalutò del 30%. Ma in tutta questa vicenda, e soprattutto nel gran finale, i grandi operatori finanziari specularono sugli sforzi (sulle spese di denaro pubblico) del governo italiano e della BdI per sostenere la propria moneta contro le forze riequilibrative del mercato, che tendevano a svalutarla. L’operazione SME fruttò quindi enormi profitti a chi approfittava di questo sforzo, di questa continua spesa del governo italiano; ma anche alla Germania, perché questo sforzo, in termini di tasse e di tassi alti, minò l’industria italiana avviandola a perdere quote di mercato e potenziale di crescita tecnologica in favore di quella tedesca.
E allora è legittimo chiedere: lo SME, o l’entrata dell’Italia nello SME, fu un errore, un errore marchiano, ma pur sempre un errore, oppure fu una politica di banchieri finalizzata a creare una situazione di squilibrio su cui avrebbero speculato realizzando enormi profitti, come di fatto avvenne? La risposta viene dai fatti: nelle ultime due settimane prima del crollo, l’Italia bruciò, per differire il crollo stesso, oramai certo e inevitabile, 70.000 miliardi di Lire per comperare propri titoli e pagandoli in valuta pregiata al tasso SME, ossia al 30% in più del prezzo di mercato. Quei 20.000 miliardi furono dunque il profitto della speculazione finanziaria preordinata, o frutto accidentale di un errore economico?
L’Euro è come lo SME, ossia è un insieme di cambi fissi tra le monete partecipanti, ognuna delle quali poggia sui suoi bonds nazionali, i quali pagano ciascuno un proprio tasso di interesse, che è tanto più elevato quanto più i mercati finanziari stimano che sia elevato il rischio che il paese emittente non sarà in grado di pagarli. Dato che, come era notorio, i vari paesi interessati avevano, tra loro, diversissimi livelli di indebitamento, di produttività e di vitalità economica, si sapeva a priori che una moneta unica – rectius, una parità fissa tra le loro monete – alla lunga sarebbe divenuta insostenibile, e che intanto avrebbe generato tensioni richiedenti/giustificanti spese compensative di denaro pubblico, di cui sarebbe stato possibile approfittare.
La realtà, insomma, è che l’Euro (col suo collegato di BCE e Maastricht), così come lo SME, è nato non per unificare l’Europa, ma per creare squilibri, tensioni e interdipendenze su cui si sarebbe poi potuto guadagnare spremendo soldi dai contribuenti. Tutti i governi e i capi di stato, tutti i parlamenti, sono stati complici, più o meno consapevoli, du questo disegno. L’Euro non ha nemmeno stabilizzato i prezzi, che in Italia si sono impennati proprio per effetto di esso, e che ora nell’Eurozona salgono tendenzialmente del 2% annuo. In compenso ha comportato, per molti, recessione e maggiore indebitamento, e una situazione generale pressoché ingovernabile.
Infatti, come si sapeva sin dall’inizio, l’UE e la BCE sono costrette, per proteggere le esposizioni del sistema bancario verso i paesi euro-deboli, a interventi di sostegno contro le tendenze di mercato, a spese dei contribuenti europei, sulle quali, di nuovo, la finanza può realizzare forti guadagni speculativi, mentre i paesi deboli, come l’Italia, sono costretti a fare politiche di crescente tassazione, (s)vendita di beni pubblici e tagli (anche) alla spesa produttiva (investimenti, ricerca, istruzione) per cercare di contenere la crescita dei tassi che devono pagare sul loro debito pubblico. Però queste manovre, se anche sono efficaci nell’immediato, riducono il pil (che è misurato sulla spesa), riducono la liquidità quindi la solvibilità, deprimono l’economia, minano lo sviluppo, quindi già a medio termine sono controproducenti. Per giunta, scontentando l’elettorato, diminuiscono la stabilità politica, quindi alzano il rischio-paese e il rendimento del debito pubblico. In effetti, questo è tanto chiaro, che tali manovra non sortiscono più effetti.
Sembra, o si fa sembrare, che sia tutta colpa dei politici, delle istituzioni politiche, della loro inc0mpetenza o mala gestione: Obama e i Conservatori negli USA, Zapatero in Spagna, Berlusconi in Italia, Papandreou in Grecia… Fed e BCE appaiono impotenti… le loro ricette non producono più benefici…Euro e Dollaro agonizzano… le borse sprofondano, l’economia e i redditi arretrano, mentre i rendimenti del debito pubblico salgono… Noi sappiamo che nessuna istituzione politica, nemmeno le banche centrali, ha disposizione gli strumenti idonei a trattare sui meccanismi causativi sottostanti alla crisi – non ha nemmeno la facoltà di nominarli. Si continua a descrivere il problema solo in termini di risparmi e risanamenti, di difesa e rilancio del sistema in essere. Ma il risanamento è impossibile entro un sistema basato sulla fiat currency creata a debito, priva di copertura ma trattata, anche contabilmente, come merce. E’ 9mpossibile, perché una tale moneta matematicamente e inevitabilmente produce un processo di indebitamento crescente in modo esponenziale, che, quando si impenna, causa i disinvestimenti e la recessione in cui ora si dibatte il mondo. E nessun governo ha il potere di sostituire quella fiat currency a debito con una moneta diversa.
La conclusione, cui è diretta questa lunga emergenza, credo sia educare le nazioni a sperare in altre, nascenti istituzioni, tecniche, centrali, autocratiche, non più elettive e rappresentative. Allorché la recessione avrà sensibilmente abbassato il tenore di vita del primo mondo, e i fallimenti della politica nel gestire l’emergenza avranno prodotto sfiducia e delegittimazione verso le istituzioni politiche, e l’allarme per il possibile crollo del Dollaro e dell’Euro avrà raggiunto il parossismo, e le prospettive saranno abbastanza terrorizzanti, allora i popoli saranno pronti per accettare un nuovo assetto – probabilmente una banca mondiale spa con un nuovo sistema monetario e fiscale, un vero e proprio nuovo ordine mondiale, con un governo centrale, il cui avvento potrebbe essere sostenuto con massicce campagne militari di “pace”probabilmente in Libia, Siria, Afghanistan. Campagne di cui già si parla in ambienti militari e che dovrebbero iniziare entro il prossimo Ottobre. Un sistema monetario globale potrebbe consentire l’estensione all’intero mondo delle manovre speculative e del profiteering ora in atto nella sola Eurozona.
04.08.11
Marco Della Luna
P.S. Il mondo scricchiola per davvero – altrimenti l’Ansa non avrebbe mai ardito lanciare quanto segue:
Berlusconi on ECB: ‘I will call their bluff’
Rome (ANSA)- An Italian government source near the Head of Government Silvio Berlusconi says that in a private phone conversation she was told that from now on he would call the ECB bluff exposing the ‘blackmail’ over the Italian bonds issue. He says: ‘I will do it very soon’. The unexpected unofficial position is supposed to cause a storm in the bond markets as Berlusconi pointed out that the ECB has no real alternative about the option of buying Italian bonds. ‘If they refuse to buy our bonds – he added – we will exit the euro and regain our monetary sovereignty’. He explained that getting back to print a new Lira will show to other European countries the competitive advantage acquired when a country does not need anymore to loan money from shadow international bankers. ‘Our citizens know very well what the banking seigniorage scam is all about’ – he added. ‘We just need another faux-pas from the ECB and I will go live on TV explaining to our people how the bond scam can end like it happened in Iceland…’.
The Italian Finance Minister Tremonti was unavailable for comment.
(Lancio inventato da amici: nato come scherzo, si è fatto fattoide, poi realtà).
Aug 07, 2011
Pubblicato il: agosto 5th, 2011 under GENERALI.
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TREMONTI E I CRETINI
TREMONTI E I CRETINI
Pagare canoni di locazione in contanti è lecito. Fiscalmente illecito è non dichiarare i canoni che si sono percepiti nell’anno fiscale precedente. Quindi Tremonti non ha commesso illeciti pagando in contanti canoni a Marco Milanese. Semmai Marco Milanese può averne commesso uno, se non ha dichiarato quanto gli ha pagato Tremonti, e un altro, se non ha dichiarato alla questura la cessione di fabbricato a Tremonti (quando si dà un’abitazione in locazione o la si vende, bisogna dichiarare alla Questura o al Comune a chi la si è locata o venduta – è una norma antiterrorismo). Ma se lo scopo del trovarsi un alloggio riservato in Roma (e solo in Roma, perché la sua casa di Pavia è pubblicamente nota) è quello, appunto, di disporre di un alloggio riservato, allora sarebbe un controsenso segnalarlo in questura e registrare il contratto all’ufficio del territorio.
Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Tremonti, come ministro dell’economia, è costantemente al centro di trattative, tensioni, decisioni interne e internazionali che toccano gli interessi di molti soggetti, soprattutto della grande finanza, che hanno un’alta capacità di penetrazione e infiltrazione in tutte le istituzioni, compresa la Guardia di Finanza, sia attraverso persone, che attraverso strumenti di spionaggio elettronico. E’ quindi ovvio e doveroso che il ministro debba stare in guardia e pernottare, dormire, soggiornare, esclusivamente tra persone e in luoghi di cui ha il controllo e verso cui nutre fiducia in base alla sua personale, diretta ed esperienziale conoscenza. E’ irrazionale pretendere che si debba sentire al sicuro da spionaggio soltanto perché si trova in una caserma e tra persone in uniforme, anche a prescindere dal fatto che pare vi sia qualche generale della Guardia di Finanza che lo vuole sabotare od ostacolare.
La situazione economico-finanziaria italiana in particolare, ma in generale dell’Europa, degli USA e del Giappone, è pericolante. Si fanno manovre socialmente pesanti, che producono risultati minimi o nulli. Le cause strutturali del problema dell’indebitamento inarrestabile e paralizzante che attanaglia quasi tutto il mondo, cioè l’uso della moneta-debito e della fiat currency come merce, non vengono nemmeno nominate all’opinione pubblica. Si fanno interventi palliativi e dilatori, niente più, come quello sul debito USA, per mantenere in funzione il sistema in essere. In Italia, a ciò si aggiunge il fatto che il consenso politico-elettorale si basa sul mantenimento di privilegi e sprechi che schiacciano sempre più il sistema-paese e lo spingono nell’arretratezza, non solo nella recessione. Questo consenso va a una classe politica incompetente e fallimentare rispetto a quella dei paesi concorrenti, e che non può tagliare quei privilegi e sprechi perché perderebbe il suo potere e i suoi redditi.
Quindi Tremonti, come ogni possibile ministro dell’economia italiano, ha spazi di azione minimi, stretto com’è tra il limite inferiore posto dall’impossibilità di tagliare quei privilegi e sprechi, il limite superiore posto dall’impossibilità di modificare il meccanismo genetico dell’indebitamento, e il limite posteriore posto dal fatto che la sovranità monetaria e il potere di direzione finanziaria sono stati ceduti, rispettivamente, alla BCE e all’UE. Ciò che può fare, in queste condizioni, un ministro dell’economia italiano, è cercare di evitare il peggio, ossia che l’Italia, magari spinta dagli USA, “salti” prima della Francia e degli stessi USA. Perché per “saltare” salteranno tutti, nel senso che tutti sono oramai nell’impossibilità di rimborsare il debito pubblico. Ma se l’Italia riuscirà a tener duro finché altri paesi importanti siano in condizioni di dover “saltare” assieme ad essa, allora potrà fare massa con questi e negoziare termini meno rovinosi per il proprio default o ristrutturazione o come lo si vorrà chiamare, ossia potrà partecipare alla progettazione di un nuovo assetto finanziario globale. Però i cultori del moralismo cretino preferiscono occuparsi della pigione pagata da Tremonti in contanti, senza pensare al male che fanno al paese indebolendo il suo ministro dell’economia proprio in questo delicatissimo frangente.
Tremonti, come ministro dell’economia, ha realizzato poco, oltre a tenere a galla la barca; la sua ultima manovra, oltre che poco efficace e poco credibile, è molto ingiusta, anche perché taglia spesa sociale e mantiene privilegi fiscali alle proprietà e alle aziende commerciali degli enti ecclesiastici. Ma Tremonti non ha arrecatro al sistema paese i danni profondissimi e forse irrimediabili di un Prodi, di un Ciampi, di un Visco o di un Amato, ed è stato l’unico a denunciare i disastri cagionati dalla privatizzazione della sovranità monetaria e dalla gestione dell’economia globale da parte di un’oligarchia irresponsabile.
01.08.11 Marco Della Luna
Pubblicato il: agosto 1st, 2011 under GENERALI.
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