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Archivio del mese di settembre, 2011

MONORCHIO-ALETTA: DALLA LIBERTA’ ALLA FORZOSITA’?

 

 DALLA LIBERTA’ ALLA FORZOSITA’: RISPOSTA A SALERNO-ALETTA

 Ringrazio il dr Salerno Aletta per avere scritto ed espresso interesse a un confronto in relazione al mio articolo del 27 u.s. “Fermate Monorchio e Aletta”. Il presente articolo è, soprattutto nel finale, un contributo critico e propositivo  al confronto da lui auspicato.

 La proposta di legge del 2 Settembre, mirante a ridurre il debito pubblico di 900 miliardi in 20 anni, riferita a Monorchio e Salerno-Aletta, è stata autorevolmente avallata da Paolo Panerai su MF, ma i lettori-commentatori del medesimo giornale l’hanno massicciamente dileggiata e stroncata come sotterfugio socialistoide per consentire alla casta politica di metter le mani sui beni immobili dei cittadino. Ebbene, quella proposta di legge non conteneva elementi coercitivi espressi, ossia non parlava di prestiti forzosi o di forzoso assoggettamento degli immobili dei cittadini ad un’ipoteca a garanzia di future emissioni di titoli del debito pubblico. La forzosità vi era, ma indiretta, sotto forma di minaccia, in quanto si diceva al cittadino: “se tu non dai il tuo immobile, per metà del valore, in ipoteca a garanzia del debito pubblico (rischiando di perderlo in caso di default dello Stato), sarai esposto al rischio di (chissà quali) aumenti di imposte su di esso”. Un po’ di terrorismo non guasta mai…

La forzosità esplicita fa la sua apparizione negli articoli a pag. 6 di MF del 27 u.s., dove Roberto Sommella parla di “maxiprestito forzoso pari al 10% della ricchezza complessiva delle famiglie (che ammonta a oltre 8.000 miliardi), e Antonio Satta parla di un “prestito forzoso” da imporre ai cittadini assieme alla costituzione di ipoteca dei loro immobili al 50%, per finanziare il fondo patrimoniale di 700 miliardi – o meglio, sembra di capire (l’articolo è sommamente confuso, incerto, quindi vieppiù inquietante) per comperare quote di questo fondo, in cui lo Stato metterebbe i suoi beni immobili. Si noti che la sottoposizione forzosa degli immobili privati ad ipoteca ingesserebbe il mercato immobiliare, proprio in un momento in cui le generazioni anziane vendono i loro immobili per mantenere i propri figli, e creerebbe un clima di angoscia tale da deprimere ulteriormente i consumi e le iniziative. Su MF di oggi, a pag. 6, Salerno-Aletta pubblica un ampio e bell’articolo, di alti accenti, che non torna punti pratici che qui ci interessano e non chiarisce se auspichi o no la forzosità del prestito e dell’ipoteca.

MF del 27.09.11 preannunciava che presto pubblicherà un testo completo della (nuova) proposta. Proposta che, a quanto scrive MF, si distingue da quella del 02.09 innanzitutto per l’introduzione della coattività, ossia dell’esproprio, ma pure per l’introduzione del prestito del 10%. Non ci si accontenta più dello stimolo minatorio, terroristico (“se non mi dai i tuoi beni in garanzia, domani ti posso imporre tasse che tu neanche ti immagini”), ma si prende direttamente: la casta espropria il risparmio dei suoi sudditi.

 Già nella proposta di legge del 2 u.s. è invece presente, all’art. 2, l’insieme di norme prescriventi che le pubbliche amministrazioni paghino una quota, da stabilirsi, dei loro debiti non in denaro ma in bonds non negoziabili ad ammortamento ventennale. Regola che, in pretto spirito coloniale, si applica solo ai sudditi italiani (persone fisiche e giuridiche) e non ai soggetti stranieri, che quindi saranno avvantaggiati e potranno meglio battere quelli italiani nelle contrattazioni. Ma la proposta non dice a quali debiti si applicheranno: a quelli per contratti già stipulati, a quelli per contratti da stipularsi, o ad ambedue. Se si applica a quelli già stipulati, allora si avrebbe una modificazione unilaterale del corrispettivo, ossia un’autoriduzione del proprio debito, contraria ai principi fondamentali del diritto, con una riduzione dei ricavi dei soggetti creditori, che quindi in gran parte potrebbero divenire insolventi. Se si applica a quelli futuri, allora l’impresa italiana si trova a concorrere su basi perdenti con quelle straniere, perché viene pagata di meno. Quindi, se appena ce la fa, si trasferirà all’estero per recuperare la parità di condizioni, chiudendo e licenziando in Italia. Inoltre, questa autoriduzione dei pagamenti colpirebbe anche i cittadini, quindi pure gli stipendi, le pensioni, le indennità, i rimborsi, i crediti per prestazioni professionali…

 Nel loro insieme, le norme di siffatte proposte sarebbero non solo immorali, discriminatorie e illegittime, ma anche improduttive, perché in sostanza darebbero, per sanare il debito pubblico, i soldi dei cittadini a quel milione e passa di parassiti che vivono di politica, a quella stessa gigantesca partitocrazia che ha creato quel debito per lucrare sulla spesa pubblica assieme ai suoi grandi elettori, per consolidare il suo potere e per espandersi continuamente. Non ha senso darle più soldi. Se domani, grazie alle sullodate proposte, avesse in mano più soldi da gestire, li userebbe non per risanare, ma per arricchirsi di più assieme ai suoi sponsors imprenditoriali, e per ipertrofizzarsi ulteriormente, come ha sempre fatto con tutti i soldi che ha avuto. Per risanare la finanza pubblica, bisognerebbe prima di tutto eliminarla – altrimenti tutto sarà inutile, tutto sarà solo un preteso con cui essa prenderà più sangue al paese. E’ una partitocrazia che non ha alcuna capacità di buona gestione e di risanamento e di ammodernamento, così come non ha alcuna  moralità.

Essa, oramai da decenni, gestisce il paese semplicemente ad esaurimento delle risorse, cioè curandosi di estrarne tutta la ricchezza senza impegnarsi per dargli un futuro, per sostenerlo, per rilanciarlo, per qualificarlo, sebbene veda che sta continuamente declinando. Se ne frega – e non ha nemmeno le competenze per fare altro. Richiama alla mente quei re africani che andavano a catturare i loro stessi sudditi e quelli delle tribù limitrofe per venderli ai negrieri bianchi in cambio di fucili e munizioni con cui mantenere e allargare il proprio potere. Similmente, i nostri capi politici ricorrono a ogni mezzo per spremere dai negri italiani i soldi con cui accontentare tedeschi e francesi – l’”Europa” – al fine di ottenere da loro quella legittimazione che consente loro di continuare il loro dominio grassatore sull’Italia.

 Anche se probabilmente i nostri due esperti non ambiscono a passare alla storia come sensali del patto per la spremitura terminale dell’Italia, su certe proposte, oggettivamente, convergono gli interessi dei banchieri stranieri e della casta nostrana. E questa convergenza rende purtroppo probabile che una proposta come quella di cui parla MF del 27 u.s. venga accolta, magari con un decreto legge, che verrà convertito con voto bipartisan ispirato non dalla volontà di salvare la patria, ma da quella di divorarla fino in fondo.

E, in risposta all’invito del dr Salerno Aletta, veniamo ora al problema del debito pubblico e a come avviarlo a smaltimento.

 Buona è l’idea di mettere i beni alienabili dello Stato in un fondo, e di staccare su questo fondo titoli utilizzabili come rimpinguatori dell’oggi insufficiente money supply e come garanzia al credito per le pmi, senza che la loro creazione aumenti il debito pubblico.

Per contro, l’idea di usare la ricchezza nazionale, i patrimoni privati, per garantire il debito pubblico, induce i politici a pianificare un’ulteriore espansione del debito pubblico, resa possibile dalla grandezza di queste garanzie. questa espansione sarà loro richiesta sia dal loro interesse diretto a lucrare sul denaro pubblico, che dalle pressione della loro base di consenso.

Arrivando alle proposte, premetto che, come spiega il mio amico  Antonino Galloni nei suoi saggi, è errato prendere come riferimento e indice della “salute” il rapporto tra pil e debito, perché non solo esso non è in sé determinante, ma anzi è qualcosa di improprio, siccome il pil è un dato di flusso, mentre il debito è un dato di stock. Le banche a clienti privati, che son o meno sicuri degli Stati, accordano prestiti di 5 o 6 volte il loro reddito – lo Stato italiano è indebitato solo di 1,2 volte il proprio reddito.  Molto più importante è l’andamento del pil in proiezione: è sulle previsioni di non crescita, che le agenzie di rating attaccano il btp e che le aziende emigrano, oltre che sulle cattive privatizzazioni clientelari e monopolizzanti. tutte le misure del governo, le manovre, sono miopi e sbagliate perché mirano a risultati puramente contabili per evitare le riforme strutturali, ossia per tutelare la struttura di consensi e di redditi parassitari della partitocrazia.

 Concordo anche col prof. Claudio Pioli che sarebbe opportuno cartolarizzare il fondo costituito coi beni alienabili dello Stato così da  permutarne d’imperio i titoli contro quelli del debito pubblico a breve, e, in parte, a medio lungo periodo. I portatori di titoli del debito pubblico, essendo questi titoli permutati in titoli del fondo immobiliare, non incasserebbero un reddito certo, ma avrebbero introiti in funzione del ricavato dalla vendita dei beni cartolarizzati, e in più acquisirebbero una garanzia reale immobiliare, che coi btp non hanno. Il debito pubblico scenderebbe subito al di sotto del rapporto (60%) richiesto dai patti di Maastricht, ed il saldo primario (in mancanza di parte dell’attuale peso degli interessi passivi) aumenterebbe, per permettere l’acquisto di un’altra parte dei titoli del debito pubblico ancora in circolazione in tempi medi e non lunghi.
La diminuzione della spesa pubblica improduttiva deve partire dall’eliminazione delle oltre 25.000 poltrone consiliari delle public utilities e degli enti inutili, delle spese di falsa disoccupazione e di falsa invalidità (prima di toccare le altre pensioni), delle spese per interventi militari all’estero, e così via.
L’Italia deve assistere ad un ridimensionamento del suo patrimonio e del suo debito, e di parte delle funzioni sociali, che costituiscono un lusso per un paese privo di risorse ed un metodo di finanziamento piuttosto occulto e criminogeno per la partitocrazia.

Ma tutto ciò è un fermarsi ai sintomi, senza cercare le cause ultime, quelle che hanno portato l’Italia in queste condizioni e in questo stato di inerzia, senza che la società raddrizzasse la rotta, pur cambiano diverse maggioranze di governo. Il male della popolazione italiana è che essa continua ad esprimere e a tenersi una classe dirigente rovinosa, incompetente, grassatrice, nonostante veda che la sta rovinando. Quindi è un male non finanziario, economico, o politico, ma socio-culturale, proprio del comportamento collettivo. Finché il comportamento collettivo della popolazione non sarà cambiato e non inizierà a produrre correzioni (sostituzione di ciò che è disfunzionale con ciò che è funzionale), il peggioramento continuerà inesorabilmente.

Che cosa potrà far sì che il comportamento della popolazione cambi, che la società impari a correggersi nel senso suindicato? Solo eventi concreti e forti, come un crollo economico che rompa il meccanismo di mantenimento clientelare del consenso verso la partitocrazia, in modo che l’italiano non possa più vedere nel politico il complice da votare per partecipare con lui alla spartizione delle risorse e dei favori. Oppure come la separazione del Nord dal Sud, che cambierebbe la composizione qualitativa della popolazione delle due entità statuali risultanti, e costringerebbe il Sud a divenire più efficiente per sopravvivere. Oppure ancora come la sostituzione dell’attuale governance con un governo dall’estero da parte dei capitali che stanno comperando il meglio delle imprese e assumendo il controllo dei principali mercati d’Italia, dalle banche all’acqua.

Durante il resto di questa fase di peggioramento, anche a costo di default, è preferibile che le risorse monetarie siano, per quanto possibile, in mano alla gente, ai lavoratori, piuttosto che alla politica, perché, rispetto all’interesse collettivo, la politica le userà in ogni caso peggio di come le usa la gente, le userà per costituirsi posizioni all’estero. Soprattutto quando l’emergenza si farà pesante. Quanto più forte è l’emergenza, tanto peggiore è la condotta dei detentori del potere rispetto al bene della gente.

29.09.11

Marco Della Luna

FERMATE MONORCHIO E ALETTA

Spero di aver frainteso gli articoli a pag. 6 di MF di oggi – articoli invero assai poco chiari. Se così non è, si tratta di questo: Monorchio e Salerno-Aletta propongono, e i partiti mostrano trasversale interesse, di ridurre il debito pubblico del 40% in 20 anni e di rifinanziare l’economia come segue:

1)”Prestito forzoso” garantito con ipoteca sul 50% del valore non già ipotecato degli immobili dei cittadini; destinato a dare liqudità ad un “fondo” in cui mettere tutti gli immobili vendibili dello stato (attesi 700 miliardi in 20 anni), da usare per ridurre il debito pubblico – cioè comperare titoli del tesoro;

2)Altro prestito forzoso per il 10% del valore degli immobili dei cittadini, che dovrebbero comperare obbligazioni collocate da bance locali per finanziare pmi;

3)Pagamento dei debiti della pa verso i suoi fornitori italiani da farsi, per una quota da stabilirsi, non in denaro ma in bond ventennali, con ammortamento al 5% annuo e tasso legato all’Euribor sul residuo capitale, non vendibili ma utilizzabili come garanzia per ottenere credito (attesi 200 miliardi in 20 anni – e, aggiungo io, una marea di  delocalizzazioni e di ricorsi per discriminazione contro i residenti in Italia).

Questo progetto sposa gli interessi della partitocrazia con quelli di Parigi e Berlino. Infatti i politici si ritroveranno con molto denaro fresco da “gestire”, molti finanziamenti da “concedere”, molti beni pubblici da “vendere”. E francesi e tedeschi si liberano dei pericolosi titoli del debito pubblico italiani che hanno nelle loro banche e nei loro fondi, a spese dei risparmiatori italiani.

I paesi euroforti hanno capito che la classe politica italiana è tale che non potrà mai gestire virtuosamente il paese, non potrà mai risanare il suo debito pubblico, che essa ha creato e continua ad espandere per sostenersi. Quindi, se vogliono tenersi l’Italia nell’Euro almeno finché non avrà pagato i suoi bond detenuti dai paesi euroforti, questi ultimi, non potendo eliminare la classe politica italiana, dovranno venire a un accordfo con essa. L’accordo perfetto sembra proprio quello che spero che Monorchio e Aletta non stiano proponendo: sfruttando l’emergenza, i politici italiani, la partitocrazia, si prendono il valore del “mattone” dei cittadini, i loro risparmi, e li usano in parte per liberare i “superiori” franco-tedeschi dai bonds italiani, e il resto per i loro soliti business.

27.09.11 Marco Della Luna

BUDGETISMO E DECLINO MENTALE

IL BUDGETISMO

Il budgetismo è un fattore che sta profondamente trasformando e reindirizzando la gestione aziendale, la gestione degli enti pubblici (stato compreso), la gestione della vita delle singole persone. Riscrive i fini, le priorità, le tavole di valori, le regole comportamentali.

Il budgetismo consiste nell’anteporre a ogni altra cosa il perseguimento del massimo risultato finanziario possibile nel bilancio dell’anno in corso: massimo del profitto o anche pareggio di bilancio o minimo del deficit. Senza considerazione per il medio e per il lungo termine. Per la sostenibilità.

I governi dei paesi democratici e i consigli di amministrazione anche di grandissime corporations ragionano e decidono secondo il budgetismo. Se vi sono livelli di vero potere, nei quali si fa programmazione con ottica di medio e lungo termine, al disopra del budgetismo, ebbene, quei livelli non sono visibili, sono dietro porte chiuse. Oppure sono i governi forti, come quello cinese o russo. O anche i direttori delle banche centrali, che operano protetti dal diritrto di segretezza e di criptazione.

Così vediamo gli stati e gli altri enti pubblici incalzati dal rating e dagli spread,  protesi a far quadrare i conti, a conseguire il pareggio di bilancio, o la riduzione del deficit, con ogni mezzo, anche spostando artificiosamente le uscite sugli anni a venire,  e considerando solo l’anno in corso o al massimo il seguente, passando sopra alla considerazione dell’apparato produttivo, delle infrastrutture, dell’economia reale, del rilancio, dell’ambiente, del territorio, della ricerca, della scuola, dell’università… di tutto ciò che attiene al medio-lungo periodo. Facile immaginare la cultura politica e di governo che tutto ciò produce.

Nelle aziende, i managers sono pagati in base al risultato di bilancio, anno per anno; quindi tendono a massimizzare gli utili ad ogni costo e con ogni mezzo. E questo loro interesse converge con quello degli azionisti, che vogliono massimizzare i dividendi, anno per anno. E la borsa premia questa politica perché, quanto migliori sono i risultati di bilancio, quanto maggiori i dividendi, anno per anno, tanto più sale il titolo. I managers degli investitori istituzionali privilegiano di conseguenza gli investimenti in titoli che danno il massimo guadagno nell’anno in corso o nel successivo, anche se si può prevedere che i loro sottostante esploda negli anni seguenti (mutui subprime). E ciò incoraggia le banche e le società finanziarie a produrre siffatti titoli e a prestare a soggetti di dubbia o nulla solvibilità, che però sottoscrivano alti tassi. D’altra parte, l’azienda o il soggetto pubblico che non segue il budgetismo si espone a perdite di credito bancario e di quote di mercato.

Quindi da un lato drastici tagli su investimenti, spese di formazione del personale, di ricerca, di impianto (l’investimento, soprattutto quello di alta tecnologica, si ammortizza in molti anni, quindi non fa budget). Dall’altro lato, spingere al massimo le vendite, talora anche verso chi si sa che non potrà pagare (mutui subprime), le dismissioni, le privatizzazioni (per il settore pubblico).

Il personale viene selezionato e formato secondo due criteri: a)che costi il meno possibile; b)che venda il più possibile. Così il promotore finanziario, di banca o no, diviene un esperto non di finanza e nel consigliare, ma di vendita, ossia nel persuadere i potenziali clienti a comperare fondi, indici, azioni, obbligazioni, pac. O a sottoscrivere prestiti. I prodotti spinti dalla direzione sono quelli che portano soldi alla banca direttamente (obbligazioni della banca), quelli di cui la direzione si deve liberare perché prossimi a scoppiare (bond argentini, ad esempio), quelli che sono stati confezionati per dare un alto ricavo upfront alla banca (li comperi a valore nominale 100, ma subito dopo quotano 95 – dove 5 è stato il profitto upfront della banca). Oppure altri prodotti, ancora più ingegnerizzati, che hanno commissioni occulte e che “stringono” il cliente progressivamente.

Questo sistema si sposa con l’aspettativa, comune soprattutto tra i giovani, di guadagno facile e rapido senza previo iter culturale e formativo: la vendita, specialmente se effettuata attraverso canali pre-struttueati come la banca, l’assicurazione, il franchising, non necessita di preparazione culturale, di studi o approfondimenti, ma prevalentemente di capacità manipolatorie, di abilità nel colloquio di vendita. Il venir meno dellas professionalità nell’ambiente lavorativo si inserisce in un quadro di generale appiattimento mentale, molto più grave qualitativamente dello scadimento scolastico, perché più profondo del livello culturale, in quanto interessa quello cognitivo. Anche il pubblico, i compratori-consumatori, agisce sempre più in modo acritico – e ciò assicura che i risultati per il budget continuino ad arrivare.

Quanto sopra, mutatis mutandis, si applica alla vendita di ogni prodotto o servizio. A ogni settore commerciale. Il dipendente-venditore poco o nulla sa del prodotto, di come è confezionato, di economia, insomma di tutto il retrostante. Sa come vendere. Quando lo sa. Se non raggiunge il budget, viene rimpiazzato. Egli è riconosciuto in rapporto all’obiettivo fissato dal budget. Anno per anno. Brevissimo termine. Massima aggressività. Vive in un ambiente che pensa, lavora, sente, valuta secondo questa semplice regola. Una regola che non è solo teorica o psicologica, ma molto pratica: chi non è capace di raggiungere il budget in breve perde il posto, il reddito. Quindi l’esigenza di vendere, alimentata dall’istinto di sopravvivenza, prende il sopravvento su tutto: sull’etica, sugli affetti, sulla salute, sulla famiglia, sugli amici, sulla dignità. Di recente, poco prima dei crolli in borsa, una nota banca con una circolare ha invitato i propri dipendenti a contattare amici e parenti dicendo loro: “Per favore, vieni a comperare i prodotti di investimento della mia banca, fallo per me!”. Tutto esiste, è rilevato, è misurato, in quanto strumento di ricavi. Perciò le persone sono equiparate alle cose, alle merci e ai beni strumentali: elementi del ciclo moltiplicativo del denaro.

L’uomo dunque viene ristrutturato a fondo dal budgetismo: ottica di brevissimo termine, subordinazione di ogni considerazione al risultato di cassa, autostima regolata dal risultato finanziario. Eh già, come potrebbe alla lunga l’autostima (il senso del valore di sé, della vita, etc.) restare basata su valori che contrastano col perseguimento del risultato, da cui dipende il posto di lavoro, il reddito, la sopravvivenza? Il supporto dell’autostima si regola su ciò che consente la sopravvivenza. E’ l’interiorizzazione (la trasformazione in “valori”) di ciò con cui di adattiamo e sopravviviamo nella lotta per la vita.

Però non è solo quello. Quello è solo una sua metà – grosso modo. L’altra metà dell’autostima, del senso del valore della propria vita, della sopportabilità della vita, ha un’altra origine. Arriviamoci con un passaggio. La coscienza della condizione umana – mortalità, malattia, solitudine, impotenza, sofferenza, ingiustizia, vecchiaia, malattia – è paralizzante. In base alla ragione applicata ai dati empirici, la vita non vale la pena, è male, è una scala di pollaio. Il bilancio della vita umana è negativo. Il dio Sileno, costretto da Eracle a rivelare quale sia il massimo bene per l’uomo, risponde “non nascere o, se nato, morire quanto prima”. Il Buddha insegna che la vita è, come tale, sofferenza. Da sempre, l’uomo si difende su un fronte contro il tempo, la fame, le belve, i nemici; sull’altro, contro il devastante e paralizzante effetto della consapevolezza della condizione umana. Si difende, reagisce, con miti, con fedi, con riti, con metafisiche, con distrazioni, con droghe, con l’arte, la musica, la poesia, con la lotta anche estrema per ideali. Crea così una percezione di valore esistenziale. O blocca la percezione del disvalore. E, per farlo, sviluppa l’ingegno, l’introspezione, la propria vita emotiva e spirituale.

L’equilibrio umano è dato dalla dialettica, dalla composizione vettoriale di queste sue due attività: l’attività volta a risolvere i problemi pratici, l’attività economica, di ottenimento del necessario materiale attraverso lo scambio (lavoro, commercio); e l’attività volta a rendere accettabile la vita e a generare fini, traguardi, mete. Due diversi, continui processi di adattamento – l’uno esterno, l’altro interno – che formano l’uomo mentalmente produttivo, evolutivo, ed equilibrato (il costruttore di culture e civiltà), ossia non svuotato sulle attività di scambio, né collassato in sterili trip mentali. Che sarebbero due modi diversi di alienarsi o annullarsi. Noi tutti conosciamo esempi di persone sognatrici, che vivono interamente collassate, assorbite in un mondo loro proprio di fantasie misticheggianti, e perdono il contatto con la realtà, perdono la capacità di relazione sociale fattiva. E di lavoro, di scambio. Il budgetismo produce l’esito opposto: la persona priva di mete e di identità, di valore proprio, che tende a farsi assorbire – per esigenze di sopravvivenza poste dal mercato e dalle condizioni di lavoro – interamente nella logica dei valori di scambio, del perseguimento di mezzi (il denaro, i numeri contabili) come se fossero il fine assoluto. Una persona squilibrata, instabile, che ricercherà e pagherà ausili esterni (dai corsi “formativi” allo psicofarmaco) per reggersi, per  mantenere l’adattamento al mondo.

Però una società ampiamente composta di persone di questo tipo è essa stessa sempre più fragile e, al contempo, asfittica, senza scopo. La logica del profitto realizza la sua massima attuazione e coerenza in questo sistema budgetista e finanziarizzato, ma le realizza unilateralmente, a spese e danno dell’uomo e della società umana –come se essa stessa non dipendesse dall’esistenza e dal funzionamento dell’uomo e della società umana per sussistere e per funzionare. Quindi questo sistema è insostenibile:  sembra un estremo sforzo di razionalizzazione e sopravvivenza del sistema di organizzazione sociale basato sui valori di scambio, i quali in questa fase si sono ridotti a valori finanziari, contabili, puramente numerici. Uno sforzo che si alimenta bruciando direttamente la risorsa “homo”, esaurita la quale si fatica ad immaginare spazi per ulteriori sforzi e aggiustamenti, salve radicali innovazioni bioingegneristiche. Quindi probabilmente quello presente è un ultimo o penultimo supporto, o equilibrio possibile,  prima di un collasso sistemico.

19.09.11 Marco Della Luna

 

 

LA SEVERITA’ DEI LADRI NON CONVINCE I MERCATI

LA SEVERITA’ DEI LADRI NON CONVINCE I MERCATI

Nonostante i continui aumenti di tasse e tagli, lo spread btp-Bund tende costantemente a salire e divora i risparmi ottenuti con le manovre. I mercati non danno fiducia all’Italia. Come non la dà la Germania, sia a livello politico, che a livello popolare, che a livello tecnico – vedi le recenti dimissioni di Jürgen Stark dalla BCE. Già si parla di ulteriori “manovre”.

Questa sfiducia ha fondamenti obiettivi. Vediamoli.

1)                    I governi italiani stanno facendo manovre per contenere il debito pubblico sin dagli anni ’80, e il risultato è una costante crescita del debito pubblico e, ultimamente, del tasso che esso paga;

2)                    La spesa pubblica cresce costantemente, e cresce nella parte improduttiva, non in quella per ricerca, istruzione, innovazione, infrastrutture;

3)                    La classe dirigente italiana ha regolarmente trascurato le opportunità di risanamento finanziario e di ammodernamento strutturale che si sono offerte; non ha mai compiuto efficaci riforme, nemmeno quando le favorevoli condizioni finanziarie e politiche lo consentivano;

4)                    Da circa 20 anni la struttura produttiva e la competitività internazionale sono in calo;

5)                    Il compito di risanare le finanze pubbliche rimane nelle mani della medesima partitocrazia che ha prodotto il dissesto delle finanze pubbliche sia per incompetenza che, e soprattutto, per corruzione, clientelismo, interessi privati perseguiti a spesa del bene pubblico;

6)                    La detta partitocrazia è ferma e compatta  nel rifiutare ogni taglio dei propri costosi e ipertrofici privilegi, che gravano sulla nazione colpita dai tagli e dalle tasse; in questo, si impone anche alla volontà del governo di ridurre i suoi privilegi per ragioni di decenza; la casta, gli apparati dei partiti – da 400.000 a 1.200.000 persone, a seconda delle stime – necessita di ampia spesa pubblica a spreco per mantenersi e pagarsi le clientele;

7)                    La detta partitocrazia taglia le voci di spesa produttiva ma non quelle improduttive e parassitarie utili al suo affarismo, al mantenimento dei serbatoi elettorali e del supporto dei grandi elettori fruenti di posizioni economiche monopolistiche e di speciali rapporti con le pubbliche commesse;

8)                    La nazione continua ad accettare e votare quella partitocrazia, nonostante veda che essa la sta portando alla rovina; dimostra di non avere alcuna capacità di reazione e di correzione del sistema, e di essere quindi diretta a un declino senza ritorno; questo probabilmente perché gli Italiani in grande maggioranza vedono il politico di riferimento come un complice da sostenere per ottenere, in cambio del sostegno, favori privati a scapito della cosa pubblica (le preferenze elettorali hanno sempre seguito questa legge);

9)                    Le manovre si basano molto sull’aumento della pressione fiscale e pochissimo sulla riduzione delle uscite, mentre non contengono misure di rilancio; avendo quindi un effetto recessivo che si aggiunge alla recessione già in atto da parecchi mesi (industria, consumi), diminuirà il pil, quindi diminuiranno le entrate fiscali e peggiorerà il rapporto pil/deficit, quindi farà sì che si dovranno presto fare ulteriori manovre per compensare tale peggioramento; tali manovre però a loro volta aggraveranno la recessione, in una spirale autodistruttiva; non si vedono fattori correttivi che possano arrestare tale processo;

10)               La scuola superiore e l’università italiana hanno praticamente perso la capacità scientifica e formativa; buona parte della migliore imprenditoria, degli scienziati, dei ricercatori, dei tecnici, sta emigrando all’estero; i capitali stranieri non investono in Italia, se non a fini speculativi o di conquista di mercato; sempre più famiglie mandano i figli a studiare all’estero per dare loro una formazione adeguata e per inserirli in paesi con migliori prospettive;

11)               Il paese è sempre più bipolare, con un Sud che rimane sempre più arretrato, bisognoso di sussidii e dominato dalle mafie;

12)               E’ entropicamente del tutto improbabile che un sistema con un basso livello di ordine, di organizzazione, di osservanza delle regole innalzi questo livello; mentre è assai probabile che lo abbassi, soprattutto in tempi di crisi e di cattive prospettive: nelle situazioni di emergenza le persone si concentrano su obiettivi ristretti e immediati, sulla salvezza personale anche a spese della collettività, e non si impegnano in progetti collettivi e di lungo termine.

 La partitocrazia nasconde queste semplici evidenze con alcune mistificazioni propagandistiche.

La prima è che esista una parte “sana” nel panorama partitico italiano, che, se andasse al potere scacciando la parte cattiva, risanerebbe il sistema paese. Tutti i principali partiti hanno avuto a lungo il potere, tutti hanno promesso di risanare e rilanciare il paese, tutti hanno avuto mandato elettorale a farlo, nessuno lo ha fatto e tutti hanno attuato politiche di pessima gestione della cosa pubblica e disinibito perseguimento dell’interesse privato, proprio e dei loro grandi elettori; i partiti sono una casta unitaria che mangia da una greppia comune, alimentata coi soldi dei contribuenti; le politiche più nocive in campo economico-finanziario, principali cause del dissesto dei conti pubblici, sono state, di gran lunga, quelle delle sinistre, dal “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, allo SME, alla “difesa” del cambio della Lira nel ’92 (danno di 70.000 miliardi a beneficio degli speculatori), alle condizioni per l’ingresso nell’Euro, alla privatizzazione delle banche strategiche del Tesoro, alla totale privatizzazione della Banca d’Italia con annessa modificazione statutaria nel 2006 (cessione a privati/stranieri della sovranità monetaria). Ieri alla radio ho udito Massimo D’Alema dire, in sostanza “è qualunquista e paralizzante sostenere che tutta la politica sia casta: la sinistra non lo è, mentre lo è il centro-destra; se andiamo noi al potere, lo dimostreremo”. Ma non c’è bisogno di aspettare questo: la dimostrazione la hanno data fatti come l’inchiesta su Penati, e quella – sinora tacitata dai mass media – sulla Regione Umbria. E poi, ricordate le quote accertate di spartizione della c.d. Prima Repubblica? 40% DC, 40% PCI, 20% PSI. Perché i politici non istituiscono, oltre alla pubblicazione on-line dei redditi dichiarati, anche l’anagrafe reddituale e patrimoniale dei politici, degli amministratori (comprese Asl e public utilities), degli uomini della Guardia di Finanza, della Polizia, dei Carabinieri, dei magistrati (soprattutto dei giudici dei fallimenti e delle esecuzioni) e dei loro coniugi e figli? Perché non  rendono noto quanti debiti questi soggetti hanno contratto con banche e finanziarie, quanto sono rappresentati in crif, e quanto pagano di interessi rispetto ai loro redditi ufficiali? Forse perché temono che crollerebbe ogni credibilità dello stato italiano?

La seconda è che il giro d’affari della corruzione sia di 60 miliardi e che questa somma sarebbe il danno della corruzione. Il danno è enormemente maggiore, ma non è quei 60 miliardi. Se un sindaco prende una tangente di 10 milioni per assegnare un appalto a una certa impresa, e ne tiene 1 per sé usandolo per farsi una villa, mentre ne dà 9 al partito, che li usa per pagare sedi, servizi, personale, pubblicazioni – se succede questo, quei 10 milioni rimangono in circolo e stimolano l’economia: l’impresa edile che fa la villa, i fornitori di servizi del partito, le tipografie. Quei 10 milioni di tangente comporteranno un maggior costo dell’opera appaltata, a carico dell’ente pubblico, quindi dei contribuenti, uno spostamento di reddito da questi al sindaco e al partito e ai loro fornitori – ma non una perdita di reddito per il paese, complessivamente – a meno che finiscano all’estero. E l’indotto dell’appalto farà recuperare in parte ai contribuenti il costo fiscale della tangente. Il danno che il sistema delle tangenti, che, nell’Italia reale, è alla base dei pubblici concorsi, appalti, permessi, della stessa legislazione, etc., è diverso dalla tangente in sé, ed è assai più grave dell’importo della tangente. Esso consiste nel fatto che, per prendere le mazzette, si assegnano appalti di opere inutili, oppure utili ma fatte in modo tale che costino il triplo del dovuto e/o che sono progettate o eseguite in modo tale, che sarà necessario rifarle presto o fare ad esse una manutenzione dal costo decuplo del normale, e in ogni caso funzioneranno male. Le opere pubbliche italiane costano il 30% in più di quelle tedesche. Consiste anche nel fatto che favorisce l’inefficienza delle imprese, impedendone la competitività. E che blocca l’adozione di nuove tecnologie. E che spinge i cervelli ad emigrare. E che aumenta inefficienza sistemica, costi della p.a., pressione fiscale, inducendo ad evadere o emigrare le imprese sane  E che alimenta e istituzionalizza il sistema e la mentalità mafiosi. Mentalità mafiosa e parassitaria che ora agisce trasversalmente in tutta la classe politica e burocratica. Che fa blocco, consociazione. Se l’ammontare annuo delle mazzette in Italia è 60 miliardi, l’ammontare del connesso danno da distorsione e cattivo impiego delle risorse sarà di 300. Ma ancora maggiore è il danno che questa pratica ha prodotto, istituzionalizzando il metodo mafioso di gestione del potere pubblico, e mettendo il paese e la spesa pubblica in mano a una partitocrazia mafiosa, che sa gestire e trattenere il potere, sa spennare stato e contribuente, ma non sa sostenere l’economia e ancor meno progettare per il futuro, come stiamo vedendo con le convulse e contraddittorie manovre di salvataggio finanziario imposte alla partitocrazia italiana da un potere superiore ad essa, esterno al paese che essa domina. La partitocrazia si sforza di far quadrare i conti al mero fine di poter continuare a godere i propri privilegi e a sfruttare il paese. Ma non può risanarlo, non può salvarlo dal declino, perché per farlo dovrebbe eliminare se stessa.

La terza è che i guai sarebbero causati dai 240 miliardi di evasione fiscale che, se si recuperassero, sanerebbe i conti pubblici e consentirebbero di rilanciare l’economia. Niente di più falso. Il fatto che quei 240 miliardi siano presi o trattenuti, da chi li ha prodotti, in violazione delle norme fiscali, non implica che essi siano sottratti all’economia nazionale, che siano ricchezza reale annientata. Fa semplicemente sì che quei soldi, anziché spenderli lo stato ( i partiti), li spenda chi li ha guadagnati. Sottratto alla ricchezza nazionale è per contro il denaro che gli immigrati spediscono all’estero, o che questi, una volta ritornati al loro paese, ricevono come pensione dall’Italia. Se un imprenditore evade 10 milioni tra tributi e contributi, cioè li trattiene, e non li nasconde all’estero ma li usa per investimenti produttivi e/o per pagare il personale e/o per pagare i fornitori  onde non fallire e/o per ridurre i costi onde non finire fuori mercato e chiudere, e/o per costruire una villa o uno yacht in Italia, allora il denaro in parola resta in circolo e stimola l’economia, e  l’impresa sopravvive o si espande: niente viene sottratto al paese.

Quindi si tratta di comparare i benefici per il paese dei due possibili impieghi di quei 10 milioni, ossia di stabilire se quei soldi, al sistema paese, rendano di più se li tiene in mano l’imprenditore che li ha prodotti, e li spende lui, oppure se l’imprenditore li dà al fisco e all’Inps e li spende lo stato, ossia i politici

Inoltre bisognerebbe accertare quante imprese fallirebbero, chiuderebbero o emigrerebbero se non potessero più risparmiare tasse e contributi grazie all’evasione (tasse e contributi sono un costo della produzione).

Analogo discorso va fatto per i lavoratori dipendenti con un secondo lavoro in nero, e per i pensionati che continuano a lavorare in nero, che quindi non pagano imposte sui redditi né contributi. Essi in buona parte perderebbero lavoro e reddito se dovessero essere regolarizzati – perché, se autonomi, subirebbero oneri tali da non starci dentro, e se dipendenti costerebbero circa il doppio e l’impresa non potrebbe sostenere il costo aggiuntivo. Oppure potrebbe, ma scaricandolo sui prezzi, quindi sul pubblico.

Per fare tutti questi accertamenti occorrerebbe un’indagine comparativa, quantitativa e scientifica, che non mi risulta fatta o perlomeno disponibile al pubblico.

Mistificatorio è anche dire che, se tutti quei 240 miliardi sinora evasi venissero invece dati allo stato, lo stato – la partitocrazia – potrebbe abbassare la pressione fiscale: la storia mostra che la partitocrazia italiana tende a prendere e controllare quanto più può del reddito prodotto dalla nazione, al fine di aumentare i propri profitti e il proprio potere di controllo sulla società. Se avesse 240 miliardi in più da spendere, semplicemente creerebbe 240 miliardi in più di spese, perlopiù improduttive o addirittura inutili, per farci le sue creste e le sue clientele. Come ha sempre fatto: pensiamo a tutte le opere pubbliche costruite senza utilità, o a costi moltiplicati, agli aumenti di stipendio che i parlamentari continuano a votarsi all’unanimità anche in questi tempi; pensiamo alle continue assunzioni di personale parassitario in certe regioni meridionali, pensiamo al continuo aumento dei costi sanitari paralleli al peggioramento delle prestazioni erogate e all’aumento del personale non medico, etc.

La quarta è dire che si stia facendo una lotta all’evasione fiscale. In particolare, la c.d. lotta all’evasione è sempre stata e tuttora appare aliena dall’interessarsi alla vera evasione, ai grandi evasori (soggetti perlopiù corporate, che sono anche grandi elettori, quindi protetti dalla politica); essa consiste essenzialmente nell’aumentare le presunzioni di reddito indipendentemente dall’accertamento reale della sua consistenza, e nel mettere gli esattori in grado di prendere subito tutto, senza facoltà per il contribuente di opporsi e di avere un vaglio preventivo del giudice (per quel che conta il giudice speciale tributario, pagato dal fisco e ospitato nei suoi uffici): questo tipo di esazione esasperata e incontrollata è già adesso praticata in forma di saccheggio, di arraffare a più non posso, senza riguardo per alcuna ragione sollevata dal contribuente, e senza curarsi delle conseguenze distruttive per le imprese, perché tali sono le direttive che gli uffici delle entrate ricevano dall’alto: la partitocrazia ordina di portarle tutto il denaro possibile, forse perché si deve creare le sue riserve all’estero, in previsione del tracollo del paese. Alcuni funzionari del fisco raccontano che, nella loro azione, sono costretti, anche contro la loro coscienza e volontà, a distruggere le aziende, a metterle in condizioni di chiudere e licenziare. Se tali prassi si aggraverà, come la partitocrazia la sta aggravando, avremo presto un’ulteriore accelerazione della recessione e del flusso migratorio delle imprese, con conseguente peggioramento del rapporto pil/deficit già nel breve termine.

 14.09.11

AUDIT BCE! / AUDIT ECB!

AUDIT BCE!

I governi italiani sono incapaci di contenere debito e deficit pubblici; l’Italia regge solo perché la BCE sta comperando i suoi titoli del debito pubblico a condizioni di favore rispetto al mercato; se e quando smette di farlo, i conti pubblici saltano.

La BCE compera quei titoli, e anche quelli di altri paesi euro deboli, in quanto la Germania permette e finanzia tale operazione; il 7 Settembre la Corte Costituzionale tedesca decide se tale finanziamento sia legittimo o debba cessare.

Il sistema bancario italiano regge perché riesce ancora a nascondere, nei bilanci, la grande mole di sofferenze non dichiarate, e a simulare poste attive inesistenti; se il bluff viene chiamato, e/o se scoppiano i btp in pancia alle banche, salta tutto per aria.

I differenziali di inflazione, di produttività, di efficienza, di crescita economica spingono sempre più forte verso la correzione del cambio Lira/Marco rispetto alla parità fissata nel sistema di cambi fissi detto Euro; come ribadito ultimamente da Roubini, la correzione è inevitabile.

Dopo che le manovre e rimanovre in corso si saranno palesate inidonee, potrebbe arrivare un governo tecnico molto politico a guida Monti o di altro esponente finanziario a portare la correzione (Euro debole, o fuori dall’Euro) svalutando del 40% circa i risparmi degli italiani e costringendoli a svendere i loro assets. Probabile anche un prelievo coatto sugli attivi di conto corrente.

Perciò è/era/sarebbe stato opportuno collocare i capitali fuori d’Italia, su conti di non residenti in Italia, in CHF e Bund, oppure coprendosi con opzioni call sul CHF a 12 mesi. Oro e argento fisici o ETF Physical sono/erano/sarebbero stati validi integratori per la differenziazione.

L’incognita è quanto credito e moneta abbia emesso e stia emettendo la BCE. Il GAO (organismo federale USA di revisione dei conti) mesi fa ha accertato che la Fed si è esposta per circa 13 trilioni in salvataggi di entità pubbliche e private (in primis, banche) in tutto il mondo, contribuendo decisivamente a minare la divisa USA.

Di quanto e con chi si è esposta la BCE? Quanti trilioni ha messo in giro, creando tensioni inflative e speculative, mentre impone i sacrifici sociali? E di quanto potrebbe esporsi per sostenere le banche, non solo Italiane? Non lo sapremo mai, se non verrà eseguito un audit serio e indipendente sulla BCE. Audit che consiglio di esigere agli enti pubblici vittime dei tagli, ai sindacati, a partiti che vogliano servire interessi diversi da quelli della grande finanza predatrice. Per quello va fatto lo sciopero generale.

02.09.11  Marco Della Luna