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Archivio della categoria 'MONETICA ED ECONOMIA POLITICA'

NUOVE TASSE, O NUOVA MONETA?

Le analisi sono oramai ampiamente e trasversalmente concordi, da destra a mezza sinistra, da Confindustria ai sindacalisti non ideologici, dagli economisti nazionali a quelli stranieri.

Luca Ricolfi, nel suo recentissimo saggio Il Sacco del Nord (Guerini e Ass. Editore) ha fornito la riprova matematica.

Il sistema paese perde colpi e competitività da venti anni; è ripresa l’emigrazione – non quella dei poveri, ma quella dei più validi, delle imprese, dei capitali e delle tecnologie.

Non dà segni di correzione o di recupero o di reali riforme, nonostante l’alternarsi delle maggioranze di governo.

Deficit e debito pubblici peggiorano, assieme al disavanzo del commercio estero.

Il Sud continua a peggiorare, nonostante sessant’anni di trasferimenti dal Nord per centinaia di miliardi di Euro (ora viaggiamo sui 90 miliardi l’anno).

Questi aiuti sono andati e vanno prevalentemente al clientelismo elettorale e al profitto di comitati d’affari politico-mafiosi; perciò rinforzano parassitismo e il potere delle criminalità organizzata sulla spesa pubblica, sui consigli comunali, provinciali, regionali e sul parlamento e le sue maggioranze.

Quindi la politica dei trasferimenti perequativi è stata ed è controproducente.

L’intermediazione politica, ossia l’intercettazione e l’approfittamento di quell’enorme e costante flusso di trasferimenti, è da sessant’anni il pascolo, il core business della nostra classe politica e di molta imprenditoria collegata, le quali quindi non hanno imparato a fare altro, e in effetti niente fanno per cambiare questo sistema, ma si sforzano di preservarlo e alimentarlo, perché esso è la loro rendita assicurata, finché dura. E’ la rendita che le pone al di sopra e al riparo dei problemi economici del paese, e consente loro di rilassarsi e combattere lo stress al Salaria Sport Village e di consolarsi comprando, a 1/3 del prezzo di mercato, superattici con vista sul Colosseo – nel quale gli schiavi si ammazzano tra di loro e con le belve importate dall’Africa.

Dobbiamo renderci conto di tale realtà: la nostra classe politica, mentalmente e culturalmente, non sa e non è in grado di fare altro che questo. Non risolverà mai i problemi reali, chiunque votiamo. Non se ne andrà mai, nonostante insuccessi e scandali. Si ricicla in perpetuo. Fino ad esaurimento delle risorse del paese.

Quando le avranno esaurite, l’Italia verrà commissariata da istituzioni sovrannazionali, cioè diverrà un governatorato della finanza internazionale (FMI-BCE) come la Grecia. Sarà governata dall’esterno. Già l’11.05.10 l’Ecofin ha discusso di strumenti di controllo preventivo (non più successivo) dei bilanci dei paesi deboli e di sanzioni automatiche come la sotrazione dei fondi perequativi europei.

Questo sistema di potere e consenso, sottraendo al Nord, e soprattutto a Lombardi e Veneti, gran parte del reddito che esso produce, gli ha impedito e gli impedisce di fare gli investimenti necessari a mantenere la competitività sul mercato internazionale, grazie a cui sinora ha potuto produrre abbastanza reddito da sostenere il Sud. Sinora.

Il Sud non è in grado di mantenersi: non è competitivo, produce poco, il suo pil (calcolato sulla spesa) è sostenuto dai soldi che riceve dal Nord, quindi in realtà il suo prodotto è molto meno di quello apparente come pil. Il suo tasso di inefficienza e spreco è misurato da Ricolfi intorno al 50%, contro il 7% circa del Nord. Un posto letto in ospedale a Palermo costa alla spesa pubblica cinque volte più che a Milano, perché ci mangiano in molti.

Il federalismo fiscale (ossia una riforma in base alla quale ogni regione trattiene il reddito che produce, tranne una quota di solidarietà, e spende nei limiti di quanto produce, tranne una quota di aiuto) lascerebbe senza mangiare quei molti. E siccome quei molti votano, e in generale il Sud è il principale bacino elettorale del PdL è prevedibile che il PdL non attuerà mai il federalismo fiscale, oppure che lo attuerà solo sulla carta, per salvare l’immagine della Lega Nord. Bossi e i suoi lo sanno benissimo. Ma in realtà i capi della Lega e degli altri partiti sanno che sta per avvenire un evento che cambierà lo scenario e porrà fine ai trasferimenti dal Nord al Sud indipendentemente dal federalismo fiscale, il quale quindi rimane a sventolare solo come vessillo, a dare speranze ai settentrionali..

L’evento al quale ci si prepara, direi per la fine di quest’anno o per i primi mesi del prossimo, è che il Nord, economicamente indebolito dai salassi fiscali per sostenere il Sud (la recessione, le insolvenze, i dissesti aziendali sono molto più pesanti di quanto dicono i mass media), non produrrà più abbastanza reddito per continuare a sostenere il Sud. Le recentissime misure Ecofin a rinforzo del patto di stabilità (ossia tagli alla spesa pubblica, manovra da 25 miliardi, nuove tasse), aggraveranno le cose.

E allora?

Allora il giocattolo si rompe. Finiscono i soldi per sostenere il Sud, per alimentare il grande centro di spesa improduttiva che è Roma, e per mantenere le rendite della politica – i 400.000 della casta, secondo Stella e Rizzo. Più l’indotto. Unità nazionale e privilegi della casta sono minacciati seriamente. Il Palazzo cercherà nuovi fondi per assicurare continuità al suo sistema, alla sua linfa vitale. Ed essendo esaurita la disponibilità di reddito, si dovrà attingere al risparmio, colpendolo con una forte tassa patrimoniale. E/o si ricorrerà ai prelevamenti sugli attivi di conto corrente (ricordate Giuliano Amato, nel 1992?). E/o all’imposta sulle successioni, recentemente abolita. Prevedibilmente, saranno esentati i cespiti della Chiesa.

Risparmiatori, correntisti, e soprattutto proprietari immobiliari stiano dunque in campana. Anzi, stiano in campana tutti, perché una mazzata fiscale al settore immobiliare, quindi all’edilizia, avrebbe una ricaduta depressiva su tutta l’economia e sull’occupazione. Su tutti quelli che non hanno i mezzi per accedere ai benefici esclusivi del Salaria Sport Village e della vista sul Colosseo, con gli schiavi e le belve che lottano tra loro per sopravvivere. Un Colosseo che va, oramai, da Trento a Palermo.

E siccome il governo Berlusconi non potrebbe compiere tali saccheggi fiscali senza perdere completamente e irrimediabilmente la faccia col suo elettorato, è probabile che sarà sostituito o si faccia sostituire. Che cada o si lasci cadere a breve, aiutato dagli scandali. Che altri debbano assumersi l’onere di scottarsi le dita con le tensioni sociali per togliere le castagne dal fuoco, di varare le impopolari tassazioni, di trasferire sul popolo i costi delle frodi dell’élite bancaria, come ha deciso l’Ecofin. Quali altri? Un governo di emergenza, con Fini, Casini, Montezemolo, Rutelli, Prodi (Goldman Sachs)… e il sostegno di Napolitano. Si parla di elezioni politiche a Marzo.

Vi sarebbe un’alternativa a una simile operazione, anche se buona solo a rinviare il disastro di qualche anno: introdurre non nuove tasse, ma una nuova moneta. Non alternativa, ma aggiuntiva.

Piccola premessa: l’Euro deprime l’economia del Sud perché gli impedisce di esportare merci e di attrarre turismo. Infatti il Sud ha un basso livello di produttività, come abbiamo visto. Quindi non riesce ad essere competitivo nell’esportazione verso paesi più efficienti, come la Germania, la Francia, gli USA, se usa la medesima moneta di questi, o addirittura una moneta più forte. Se usa, cioè, l’Euro. Per recuperare competitività, ha necessità di svalutare. Di praticare la svalutazione competitiva che ha consentito all’Italia di crescere e restare concorrenziale per decenni, nonostante le sue molte debolezze strutturali. Salvo che la crisi nata in Grecia volga in catastrofe, è però difficile che l’Italia esca dall’Euro, o che il Sud, per uscire dall’Euro, si stacchi dal resto d’Italia.

Ma per dotare il Sud di una moneta che gli consenta di divenire competitivo, di esportare, di rilanciare la sua economia, di rendersi più attraente per turisti e investitori – per ottenere tutto ciò, non è necessario che il Sud esca dall’Euro. Basterebbe, concordando coi partners europei le modifiche d’uopo al Trattato di Maastricht e connessi, ricorrere a una soluzione già collaudata in passato, ad esempio dal Regno Unito per sostenere l’economia della Scozia (che sta alla ricca Inghilterra come il nostro Sud sta al Nord). Si potrebbe, cioè, dotare il Sud di una sua banca di emissione – chiamiamola Banca di Emissione Meridionale, o BEM – che, sotto un severo e diretto controllo europeo, emetta una valuta – chiamiamola Sud Euro, o Seuro – convertibile in Euro, libera di fluttuare (cioè di svalutarsi quanto basta) verso l’Euro, avente circolazione legale e forzosa solo entro il Meridione. L’emissione di tale valuta aumenterebbe la liquidità circolante nel Sud, facilitando pagamenti, investimenti e consumi, e alleggerendo il Nord di una buona parte dell’onere per il sostegno al Sud. La facilitazione delle esportazioni e, insieme, degli investimenti avvierebbe prevedibilmente un circolo virtuoso ed espansivo, destando le risorse dormienti del Meridione e trasformando questo da zavorra in fattore di crescita.

Ma ci sono molte resistenze a livello europeo, rispetto al mettere in dubbio, in qualsiasi modo, la pur traballante unità formale europea che ci ritroviamo: è più facile che si giunga ad uno shock, quale, ad esempio, l’insolvenza – default di un grande paese come … l’Italia. Si guardi il caso della Germania: Angela Merkel ha perso le ultime elezioni anche e forse per questo pasticciaccio della Grecia coi suoi conti pubblici taroccati (con l’aiuto della stessa banca che la inguaiava) per fare la cicala qualche anno in più.
10.05.10 Marco Della Luna, autore di Euroschiavi e Neuroschiavi (Macroedizioni), Oligarchia (Koinè Nuove Edizioni), consulente di Liberi Industriali Associati.

MITI DI LEGITTIMAZIONE

Il potere, costituito o costituendo, nel corso della storia, ha risolto in diversi modi il problema di come legittimarsi, ossia di come apparire ed essere accettato dai governati non come semplice potenza di fatto, come imposizione, ma come autorità che va obbedita, giusta. Cioè per come differenziarsi dal mero fatto, divenendo diritto.

I mezzi, o miti, con cui ha ottenuto questo risultato, storicamente, sono i seguenti:

1)Mito teologico: il sovrano è dio, o figlio di dio, o discendente da dio, o nominato da dio (faraoni; mikado; papa; re occidentali); quindi i suoi atti sono legittimi e i suoi comandi vanno eseguiti. L’illuminismo ha eliminato questo mezzo o mito di legittimazione, smascherandolo come superstizione e impostura. Sottoforma aristocratica di questo mezzo di legittimazione è il principio aristocratico: esistono categorie di persone speciali, superiori alle altre per discendenza; ad esse spetta ereditariamente il potere, la ricchezza, un insieme di privilegi.

2)Mito etico: il potere, lo Stato (Stato etico, hegeliano), è legittimo e va obbedito incondizionatamente perché è la sintesi e l’espressione suprema della nazione o della razza o di un ideale indiscutibile (Stati totalitari nazionalisti, nazifascisti, socialisti). Questo mezzo, o mito, di legittimazione del potere è stato confutato da notori eventi storici e dalla considerazione, precisamente formulata da Karl Popper, che lo Stato (la nazione, la razza) non è una persona, un soggetto, ma solo un concetto artefatto, creato come strumento per determinati scopi pratici. Le uniche persone reali sono quelle in carne e ossa.

3)Mito democratico: il potere, lo Stato, è legittimo e va obbedito dal popolo perché esso è espressione della volontà del popolo stesso, che si governa attraverso i rappresentanti che elegge e che creano le leggi, le quali sono scritte, eguali per tutti e vincolanti per il potere. Anche questo mezzo, o mito, di legittimazione è entrato in crisi, perché l’opinione pubblica si accorge che la realtà del potere non corrisponde affatto ai principi di democrazia, eguaglianza, legalità, trasparenza; che il consenso, anche il più ampio, è producibile dall’alto (propaganda, mass media, gestione della scuola); e che il meccanismo della rappresentanza politica non funziona perché gli eletti si costituiscono in casta e rispondono più agli interessi economici-finanziari superiori e concentrati, che a quelli popolari e diffusi..

4)Mito libero-mercatista: gli atti del potere politico, pubblico, statuale (liberalizzazioni, globalizzazione, privatizzazione etc.), indipendentemente dall’attuazione di un effettivo sistema democratico, vanno accettati e sono legittimi, pur se dolorosi e lesivi degli interessi di categorie sociali anche ampie, o di interi popoli, in quanto sono tecnicamente utili alla collettività, ossia in quanto si conformano al libero mercato, che è il sistema in grado di attuare la più ampia ed equa ricchezza globale attraverso l’ottimale allocazione delle risorse. Il libero mercato si esprime e agisce attraverso organismi, soggetti – il sistema bancario, il WTO, la BCE etc. – che non sono democratici, ma sono legittimi e vanno rispettati e lasciati agire liberamente appunto perché emanazioni del libero mercato, quindi giusti in sé. Questo è il mito liberista: il libero mercato legittima gli atti legislativi ed esecutivi che si conformano ad esso in base a un principio di massimizzazione dell’utilità e dell’efficienza. Anche questo mezzo di legittimazione è entrato in crisi poiché si è visto che il libero mercato non esiste, ma esiste un mercato dominato esternamente da grandi monopolisti (della moneta, del credito, dell’energia, delle materie prime, delle tecnologie, dell’informazione, dei trasporti, etc.), i quali lo distorcono a seconda dei loro interessi, perseguono fini di massimizzazione del profitto e del potere propri, non sono trasparenti, gestiscono i partiti politici, quindi si impadroniscono dei poteri e dei controlli pubblici. Il mercato globale che di fatto abbiamo, nel mondo reale, è sostanzialmente l’opposto del mercato libero, e ha effetti opposti a quello che dovrebbe avere il libero mercato: non genera piena occupazione delle risorse e del lavoro, non genera libera concorrenza, non genera trasparenza e controllabilità dal basso, non genera equilibri, ma il contrario di tutto ciò: risorse, mercati, redditi, informazione, forza lobbistica si concentrano in poche grandi mani che creano situazioni di squilibrio, bisogno, crisi, conflitto, scarsità, disoccupazione, inflazione, immigrazione, emigrazione a seconda delle loro convenienze. E che usano l’opacità del mercato da loro gestito e l’asimmetria conoscitiva come strumento per allestire grandi frodi: Parmalat, Enron, Halliburton, derivati finanziari, fino alle false pandemie per il business dei vaccini. Viene quindi meno anche questo mito di legittimazione del potere, e non se ne vede un altro che possa rimpiazzarlo. Pare che non esistano più miti credibili per giustificare, per fare accettare dal consenso popolare, l’esercizio di un potere pubblico che sempre più scopertamente serve grandi interessi privati con sacrificio di quelli generali.

Quali scenari si aprono, allora? Probabilmente, scenari in cui il potere sarà gestito più o meno come già lo gestisce ora una banca centrale o il WTO o l’OMS, ossia nel c.d. isolamento tecnocratico, senza dipendere dal consenso popolare, ma basandosi sugli strumenti e sulle risorse prodotti dalla scienza e dalla tecnica:

-capillare monitoraggio e screening della vita, del lavoro, delle operazioni bancarie, dei dati biosanitari della gente;

-compliance (adeguamento) ottenuta mediante la gestione dell’informazione e il potere condizionante di concedere o togliere l’uso del conto corrente bancario, della carta di credito, della carta dei servizi pubblici;

-ingegneria sociale e manipolazione mentale collettiva, i cui moderni mezzi scientifici ho esposto, assieme al prof. Paolo Cioni, nel recente saggio Neuroschiavi (Macroedizioni, 2009);

-shock and awe doctrine (dottrina dello sgomento), ossia ricorso all’emergenza come mezzo per legittimare atti urgenti e pesanti del potere, del governo, e criminalizzare l’opposizione ad essi, onde poterla reprimere derogando ai principi di libertà e alle garanzie processuali, e poter attuare le misure emergenziale con la conseguente spesa pubblica derogando alle procedure di trasparenza, partecipazione e controllo (spesa militare, spese e appalti senza concorso della Protezione Civile italiana).

Quest’ultimo metodo di legittimazione, a differenza di quelli precedentemente menzionati, non si presenta come legittimazione sistematica, strutturale, di un certo sistema socio-politico; e non si basa sul un progetto evolutivo e di medio-lungo termine; ma si presenta come legittimazione di interventi contingenti, di reazione a un’emergenza del momento, reale o costruita.

Gli esempi sono sempre più numerosi: dalla lotta al terrorismo (legislazione di emergenza, restrizione delle libertà e dei diritti, ampio uso delle intercettazioni, guerra all’Iraq, all’Afghanistan); all’acquisto da Big Pharma di centinaia di milioni di vaccini non testati per la profilassi contro supposte epidemie e pandemie; alla lotta contro le crisi economico-finanziarie (tagli a pensioni, stipendi, spesa sociale; assunzione di vincoli finanziari internazionali che trasferiscono la sovranità economica a FMI, BCE e altri organismi esterni). Tali interventi vengono decisi a tambur battente, calandoli dall’alto sull’onda delle notizie e del panico regolata dalle agenzie di rating e dai mass media, con minimo e breve dibattito politico, scarsa trasparenza, scarsa verificabilità, minima informazione o piuttosto ampia disinformazione dell’opinione pubblica, forte enfasi morale e patriottica, forte business indotto per ristrette cerchie economico-finanziarie. Occorre agire con prontezza e risolutezza, quindi non c’è tempo per procedure democratiche, perché è in pericolo la democrazia, la nazione, o la sicurezza, o l’Euro, o la salute. Viene proposta una figura autorevole di salvatore (Bush, l’Oms, la BCE, il FMI, etc.), che incarna i Valori. Finché il business non è lanciato, opporsi, criticare, è immorale, anche se la maggior parte della popolazione è contraria.

A posteriori, è sovente possibile accertare e spiegare all’opinione pubblica che i fatti presupposti da quell’azione di governo erano inesistenti o costruiti dolosamente ad hoc (legame Iraq-Al Qaida, armi irakene di distruzione di massa, pandemie suina, aviare, etc.), e che gli scopi reali di quegli atti erano assai diversi da quelli dichiarati (profitti per banche, industrie petrolifere, belliche, farmaceutiche; introduzione di strumenti legali per la repressione del dissenso e della libera informazione).

Le misure salvaeuro deliberate dall’Ecofin nella notte tra il 9 e il 10 Maggio scorsi costituiscono un paradigma evoluto di questo metodo di legittimazione: sull’onda dell’emergenza e della paura i grandi tecnici decidono di trasferire sui conti pubblici, a debito quindi dei cittadini e dei consumatori, i danni causati dalle speculazioni e dalle frodi finanziarie compiute dai grandi banchieri. Senza però metter mano ai problemi strutturali dell’Euro e delle divergenti economie dell’Eurozona, né sanzionare e impedire gli abusi delle banche Operano un gigantesco trasferimento di reddito dalla popolazione generale a queste ultime, lasciando operare i fattori che generano le crisi. E mettono sotto protettorato finanziario la Grecia oggi, e domani eventualmente altri paesi deboli.

Al contempo preavvisano che siamo come in un videogame, dove, quando hai sconfitto un mostro, poco dopo ne arriva uno ancora più grosso. In tal modo pre-legittimano ulteriori, futuri interventi nel medesimo senso. Emergenza cronica, ricorrente, sempre dietro l’angolo. Il cittadino deve cedere ai potenti della finanza il frutto del proprio lavoro non per volere di Dio, né per l’autorevolezza dello Stato, né per principio democratico, né per razionalità di mercato, ma per paura della Catastrofe da loro stessi predisposta.
10.05.10 – Marco Della Luna

ANCORA SUL DECLINO

Il mio articolo La Meta del Declino Italiano (scritto il 19 Marzo, e in seguito aggiornato) ha suscitato commenti in parte basati su malintesi, e che richiedono qualche chiarificazione.

L’articolo si basa fondamentalmente sui dati econometrici, oggettivi, dati di realtà, forniti dal recentissimo saggio di Luca Ricolfi Il Sacco del Nord. Questi dati dimostrano che lo Stato italiano, da 60 anni oramai,  spolia delle loro risorse e dei loro redditi Veneto, Lombardia, e secondariamente Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana e Marche, per trasferire questo bottino in Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Basilicata, Umbria, Liguria, Val d’Aosta, e Roma. Evidenzia che questo spolio, giustificato dal progetto di perequare le regioni povere alle regioni ricche, non ha prodotto alcuna perequazione, anzi il divario è aumentato. Quindi è un trasferimento che  viene portato avanti con altri fini.

Il mio articolo ha il fine di descrivere il funzionamento del sistema di potere presente in Italia, evidenziandone i presupposti, gli effetti, e formulando previsioni sulle chances che possa essere modificato (dalla politica, dalla giurisdizione), su quanto potrà andare avanti, con quali sviluppi; e su quali eventi possano porre fine ad esso.

In base a queste previsioni, formulo consigli per i lettori – ossia, emigrare (non fare la secessione).

Né il libro di Ricolfi (che sta ritornando su quei temi con nuovi argomenti, mediante articoli e conferenze), né il mio articolo, fanno valutazioni morali o antropologiche  sui meridionali, né affermano che tutto il Nord sia spoliato e tutto il Sud sia parassita (anche se, nel complesso, ciò è vero): Umbria, Liguria, Val d’Aosta, Roma sono “prendenti” e non sono meridionali; la Puglia non è “prendente”, ed è meridionale. Ricolfi, in un suo articolo su La Stampa del 1° Aprile, osserva che la Lega Nord va forte nelle regioni spoliate, che quindi esprime la resistenza alla spoliazione.

Non affermo, anzi nego, che i Meridionali poveri ricevano tutto il bottino del sacco del Nord compiuto dalla casta politica: essa usa il Sud povero come pretesto per spoliare il Nord, ma una buona parte di quelle risorse viene la dirotta all’estero, oppure su grandi società che, oltre ad eludere il fisco, non reinvestono in Italia. Di quello che viene speso al Sud e in Roma, buona parte, forse una metà, finisce in opere pubbliche inutili, in servizi pubblici fasulli, in salari inutili, in pensioni di falsa invalidità, in lauti appannaggi per pubblici amministratori più o meno disutili (€ 400.000 l’anno ad ogni consigliere comunale siculo). Una parte minoritaria va effettivamente a beneficio di persone che ne hanno bisogno. Ma è assistenzialismo, non investimento, non perequazione. Con i circa 300 miliardi di euro ricevuti, non si è creato reddito e produzione, ma rendite e burocrazia. E si rafforzata la classe dirigente delinquenziale . Queste spese-sprechi-assistenzialismi producono consenso, voti, sponsorizzazioni alla politica che le garantisce. Producono anche una mentalità tra il rassegnato e l’opportunista. Una mentalità che non si interessa, anzi neppure sa che cosa sia, l’efficienza, la produttività. Che non sa chiedersi “che utilità reale produce ciò che sto facendo, ciò per cui mi pagano?”. Mentalità tipica anche della burocrate, che sovente non percepisce il costo sociale e l’inutilità o disutilità propria e dell’ufficio in cui lavora. E ci ritroviamo con una burocrazia del 34% superiore a quella tedesca, con un’efficienza assai inferiore. Però questa è la media del pollo, perché la burocrazia lombarda è una frazione di quella siciliana. Ricolfi stima al 5% il tasso di inefficienza della pubblica amministrazione lombarda, contro il 55% di quella sicula.

Non affermo che il Sud, o meglio il Regno delle Due Sicilie, al tempo della sua conquista, fosse un paese arretrato e misero rispetto al Regno di Sardegna. Anzi – come spiego nel mio saggio del 2008, Basta (con questa) Italia – con l’eccezione di alcune sue aree estremamente svantaggiate, era più prospero, più avanzato nelle arti e nelle scienze, e, al contrario di quello, aveva le finanze in ordine. Proprio per questo era allettante, come terra di conquista. Inoltre era riuscito, per secoli, a difendersi dalla potenza Ottomana.

Non affermo che il Sud non abbia a sua volta subito spoliazioni: ne ha subite di brutali, accompagnate da feroci eccidii di civili – come spiego nel suddetto saggio – ad opera di Garibaldi, Bixio, Crispi, durante e dopo la conquista nel 1860; e furono tali spoliazioni a ridurlo come esso è a tutt’oggi. Ma non su mandato e nell’interesse del Nord (Veneto e Mantova saranno annesse solo nel 1866;  Friuli V.G. e Trentino A.A. solo nel 1919), bensì su mandato e nell’interesse di Londra, che sfruttava il dissesto finanziario del Regno sabaudo per mandarlo a conquistare e saccheggiare il resto d’Italia, e insieme voleva costituire sotto le Alpi una media potenza che disturbasse l’Austria-Ungheria, l’espansionista Germania di Bismark, e la Francia imperiale di Napoleone III. Buona parte dei tesori e delle concessioni minerarie del centro e sud Italia finirono oltre manica, in effetti. I Savoia saccheggiarono anche lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana.

Il Trattato di Plombières tra Torino e Parigi stabiliva che le annessioni piemontesi si fermassero a nord del Lazio. La spedizione dei Mille, assistita dalla flotta britannica dell’Amm. Mondy (senza di cui sarebbe stata annientata dalla Marina borbonica), con la successiva annessione del Regno delle Due Sicilie, era contraria ai disegni del Conte di Cavour, il quale era consapevole che i meridionali avevano, nel complesso, un sistema sociale e valoriale, una mentalità, poco compatibili con quelli prevalenti nei popoli del Nord. Quando Camillo Benso morì, nel 1861, lasciò scritti in cui spiegava che, perlomeno, si doveva dotare Nord e Sud di due legislazioni separate. Ma anche questo suo consiglio fu, purtroppo, disatteso, e i Savoia, coi loro burattinai d’oltremanica, accozzarono ciò che ancora oggi non sta insieme: un paese costituzionalmente non funzionale e, oramai, anche non vitale, vista la sua persistente incapacità di reagire al suo ventennale declino.

 

Non affermo che la Mafia sia solo al Sud, ma è notorio che solo al Sud essa è dominante e capillarmente presente nella società, con ampie basi popolari (secondo il Viminale, il 72% dei Meridionali “sente” la presenza della Mafia intorno a sé). Vi è ampia letteratura storiografica che dimostra che la mafia era assai forte nelle istituzioni centrali dello Stato anche nel Ventennio, e che il governo USA deliberatamente rinforzò tale presenza dal 1944 in poi. Forme mafiose di controllo dei poteri pubblici e del mercato si hanno ovviamente anche al Nord, anzi in tutto il mondo o quasi: basti pensare ai cartelli delle materie prime, del cemento, delle sementi, del credito, del petrolio. O ai c.d. comitati d’affari, che altro non sono che cosche mafiose, anche se sovente non usano i metodi materiali caratteristici della mafia. O a quelle regioni tradizionalmente e stabilmente dominate da un certo partito politico, dove bisogna fare la volontà delle direzioni locali di quel partito, se si vuole vincere un posto pubblico o un pubblico appalto, od ottenere una licenza, una concessione, un permesso, e conservarla dopo averla ottenuta.

 

Dopo aver chiarito ciò che non affermo, passo a chiarire ciò che affermo.

 

Affermo che aree geografiche (come il Meridione, la Grecia, il Portogallo) aventi bassa produttività e alta inefficienza  non possono svilupparsi né pareggiare la bilancia dei pagamenti se hanno una valuta forte (come l’Euro), perchè non riescono ad esportare e non attirano turismo e investimenti.

 

Affermo che la stessa circostanza che il paese Italia comprende due aree, di cui una sviluppata, produttiva ed efficiente, e un’altra sottosviluppata, sottoproduttiva e inefficiente, determina – ribadisco: determina – il  tipo di politica, di produzione del consenso e di esercizio del potere, che si pratica in Italia:

-mantenere il Sud nella povertà e nell’inefficienza, nel bisogno,

-onde avere sempre la giustificazione per prelevare moltissimo al Nord

-col pretesto di trasferire e perequare o assistere il Sud;

-intercettare e usare quanto più possibile di quei prelievi per arricchirsi e comperarsi voti e sostegni.

 

Dato che in generale si fa politica come mezzo per acquisire ricchezza e potere, ne consegue che, se vi è un modo di acquisire ricchezza e potere molto più facile e redditizio tra tutti quelli possibili, la politica sceglie e mantiene quel modo sinché rimane qualcosa da raschiare, anche se quel modo è distruttivo a lungo termine. In Italia, sinché perdurerà quella composizione, non è possibile che sia fatta una politica diversa da questa, perché questa è la politica più redditizia e più facile, e i nostri politici sono selezionati, generazione dopo generazione, per fare questa politica e nessun’altra.

La stessa composizione dell’Italia, con la sua area ricca e la sua area povera, crea un’opportunità di profitto che è superiore ad ogni altra possibile formula, quindi determina che sia sfruttata proprio quella opportunità.

Ecco perché si cambiano i colori delle maggioranze e si fanno molte riforme, ma niente cambia nella sostanza, e il paese rimane immobile e sempre più indietro rispetto agli altri.

Finché non venga meno questa opportunità, ossia la compresenza di un’area ricca e di un’area povera entro lo Stato italiano, quel tipo di politica continuerà, non importa quali danni esso produca.

 

Che cosa può far venir meno quest’opportunità? Non la “giustizia”, che può agire su casi singoli, se il sistema è complessivamente sano, e non certo sull’intero sistema. Non la perequazione del Sud al Nord, che è contraria agli interessi oggettivi della politica e che non in 60 anni non è nemmeno iniziata, e che è contraria agli interessi dei politici. Piuttosto, la perequazione del Nord al Sud – perequazione che è in corso attraverso lo spolio del Nord, che lo priva delle risorse anche per gli investimenti e la competitività nelle esportazioni. Forse un federalismo fiscale che ponga fine allo spoglio delle regioni efficienti e che, portando all’aggregazione di macroregioni omogenee, prepari il vero federalismo, che consiste nella libera scelta di ciascun popolo indipendente di federarsi o non federarsi, mediante un trattato (foedus, appunto, in Latino) con un altro popolo. Ossia, alla possibilità per Lombardi, Veneti, Emiliani, Piemontesi, di votare se federarsi o no, e a quali condizioni, con le altre regioni, mettendo in comune alcune funzioni, come la moneta, la difesa, la politica estera, una quota dei redditi, etc. Perché il federalismo, giuridicamente, è esattamente questo, non ciò che oggi si fa credere alla gente.

 

Affermo, inoltre, che, per le suddette ragioni, non solo il Nord, ma anche il Sud, oggi, avrebbe oggettiva convenienza a separarsi.

Il Nord, ovviamente, avrebbe l’immediato sollievo di trattenere circa 80-90 miliardi l’anno e di non essere più governato da Roma e dalla fauna romana, né da partiti collegati con la mafia del Sud, perlomeno per ragioni elettorali. Potrebbe abbattere la pressione fiscale e contributiva e investire in infrastrutture, ricerca, scuola, ambiente.

Il Sud, nel breve termine, perderebbe, è vero, 20-30 miliardi l’anno per effetto della separazione, ma li perderebbe egualmente fra due o tre anni, quando il Nord, per effetto delle spoliazioni, finirà fuori mercato. In compenso, avrebbe una serie di vantaggi immediati o quasi:

-         la sua classe politica (mafiosa e paramafiosa) sarebbe automaticamente definanziata, quindi perderebbe potere;

-         riceverebbe cospicui fondi strutturali dall’Unione Europea, che dovrebbe mandare suoi commissari a usarli sul territorio;

-         uscendo dall’Euro, rilancerebbe le esportazioni e i turismo, nonché la produzione interna;

-         non potendo più scaricare sul Nord i costi della propria inefficienza e degli sprechi, sarebbe finalmente costretto a divenire efficiente.

 

La separazione è l’unica riforma che possa rendere efficiente l’Italia ed elevare il Sud. Nessun’altra riforma può riuscire, se prima non si fa questa. Nessuna è mai riuscita. Di nessuna maggioranza politica. Non riuscirà in ciò nemmeno il c.d. federalismo fiscale, perché, ammesso e non concesso che lo lascino andar a regime, non risolve il problema monetario, ossia il fatto che l’Euro è una moneta troppo forte per consentire lo sviluppo economico del Sud e pure del Centro.

La separazione è inoltre l’unica riforma che possa porre fine al sistema di potere partitocratico che si è consolidato in Italia, e che tiene sottosviluppato il Sud per avere il pretesto di depredare il Nord, e che intercetta i trasferimenti per arricchirsi e comperarsi i consensi e i voti. E in tal modo governa e prospera senza aver da curarsi della gestione del paese.

Ma, proprio perché questo sistema è così redditizio e facile da gestirsi, quella riforma non si farà. La classe politica italiana, che non ha le capacità di gestire un sistema diverso, la impedirà. Criminalizzerà il solo parlarne. Già il Presidente ha pronunciato il dogma dell’unità d’Italia. Forse però vi saranno conati di liberazione, al Nord, nel prossimo inverno. Infatti già da oltre un anno, al Nord, è in corso una moria di piccole e medie imprese, e a Maggio le imprese dovranno rinegoziare le loro linee di credito con le banche, e presenteranno i loro brutti conti del 2009 e i loro portafogli d’ordinazioni per il 2010 (-23% circa). E le banche sono esse stesse in difficoltà di bilancio. Quindi è da aspettarsi una marea di licenziamenti, chiusure, fallimenti per l’autunno prossimo. Il Nord allora sentirà in modo stringente che, unito al Sud e a Roma, è spacciato. A quel punto, è possibile un forte movimento di protesta e ribellione a quella che lo stesso Luca Ricolfi chiama “ingiustizia territoriale”. Ma non credo che si potrà arrivare all’indipendenza: troppo forte, soprattutto militarmente, è lo Stato romano. Troppo coesa, nel suo interesse distruttivo e nella sua incompetenza, è la casta politica romana.  Da qui il mio consiglio: emigrare. L’Italia non ha futuro. E’ un cadavere che cammina, senza prospettive.

 

Qualcuno mi ha criticato ricordandomi che io stesso ho più volte scritto che il problema di fondo, comune all’Italia e a quasi tutti gli altri paesi, e non superabile mediante la separazione, è quello monetario, del signoraggio bancario, del debito infinito, del crescente costo del debito sul reddito, di cui parlo in Euroschiavi, in Polli da Spennare e ne La Moneta Copernicana. Confermo che tale problema non sarebbe superato dalla separazione tra Nord e (Centro-)Sud. E’ ovvio. Ma questo problema non verrà mai nemmeno affrontato, perché il potere monetario è uno strumento di dominio sociale irrinunciabile per chi lo detiene, se non anche per la soluzione forzata del problema ecologico; però, entro i limiti economici che vengono e continueranno a venire posti dal potere monetario, ci sarà sempre molta differenza tra un sistema di vita europeo, con un tasso di inefficienza del 5%, e uno africano, con un tasso di inefficienza al 55%. E solo la separazione può assicurare al Nord, e consentire al Sud, di vivere in Europa anziché in Africa nei decenni a venire.

06.04.10

Marco Della Luna

LA META DEL DECLINO ITALIANO

 

 

Da quasi venti anni l’Italia sta costantemente perdendo produttività rispetto anche ai partners comunitari nonché quote del mercato internazionale. Peggiorano la qualità della “giustizia” (156esima per qualità al mondo), dell’insegnamento, della pubblica amministrazione in generale, cala la capacità di ricerca e innovazione e gli investimenti stranieri. Aumentano debito pubblico e tasse. Aumenta la spesa corrente. Aumenta il costo del lavoro per unità di prodotto, che supera quello dei partners europei, sebbene i salari siano più bassi. Peggiorano la bilancia dei pagamenti e l’occupazione. Tutto ciò rende le imprese ancora meno competitive e allontana i capitali stranieri. Non si sono avute inversioni di tendenza. Quindi la direzione stabile è questa: impoverimento, minore reddito, minore capacità di esportare (meno 24% nel 2009), di sostenere il debito interno, di pareggiare la bilancia dei pagamenti, di modernizzare. Dato che ciò va avanti da circa vent’anni senza inversioni di tendenza nonostante le diverse maggioranze politiche avutesi nel periodo e i molti preannunzi di incisive riforme, è chiaro che si tratta di un processo dovuto a fattori strutturali, non contingenti, che non vengono rimossi, e su cui non hanno effetto quelli che sono presentati come interventi di razionalizzazione, di risparmio, di controllo, di manovra sui conti pubblici, di stimolo, quali quelli che si discutono e talora si attuano da parte della dirigenza politica. Infatti ne sono stati fatti molti senza che la tendenza si sia modificata. Neanche dall’entrata nell’Euro. Anzi…

Il recente saggio di Luca Ricolfi, titolato “Il Sacco del Nord”, ci aiuta a capire le cause strutturali di questo declino come tutt’uno con un’altra e ben più inveterata costante italiana: da 60 anni si fanno interventi di spesa e incentivi per sollevare il Mezzogiorno rispetto al Settentrione, senza alcun risultato positivo. Il Mezzogiorno, anziché avvicinarsi, scende sempre più in basso, nonostante che gli interventi e la spesa continuino. L’idea alla base delle politiche meridionaliste era quella di trasferire ricchezza dal Nord al Sud per un limitato periodo di tempo, al fine di finanziare e sostenere lo sviluppo del Sud e mettere il Sud in grado di sostenersi da solo (così ha fatto la Germania col suo Est ex comunista). A quel punto, il Sud non avrebbe più avuto bisogno di aiuti (in circa 20 anni questo piano è stato attuato, ed è sostanzialmente riuscito, dalla Germania per assimilare e perequare la DDR). Per contro, nella realtà, dopo 60 anni di aiuti, il Sud non solo non è in grado di sostenersi da solo, non solo non si è avvicinato al Nord, ma addirittura si è ulteriormente indebolito, ha sempre più bisogno di aiuti, e il divario rispetto al Nord aumenta anche se si mantengono gli aiuti. Al contempo, ancora più forte è divenuta la criminalità organizzata e la sua commistione con la politica. Per erogare i medesimi servizi (ovviamente però di qualità inferiore), per esempio, la Regione Sicilia ha un costo sestuplo della Regione Lombardia.  Il tasso di spreco/ruberia in Sicilia è circa il 55%, in Lombardia circa il 5%. Gli aiuti sono andati complessivamente a rafforzare la locale partitocrazia a forte componente mafiosa e a consentirle di estendere il proprio dominio sul sistema-paese.

Il saggio di Ricolfi conferma quanto scrivevo due anni fa a pag. 34 del mio Basta con questa Italia!, e che da ancor prima si sapeva, ma si teneva sotto il tappeto:

-La classe politica italiana, nel suo complesso, tra una cospicua rendita e mezzi per mantenersi al potere mantenendo il Sud nell’arretratezza, quindi nel bisogno, così da giustificare forti trasferimenti perequativi dalla Lombardia e dal Veneto (e in minor misura da Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche), che usa appunto per arricchirsi e per mantenersi al potere;

-Nell’intercettazione delle risorse pubbliche è particolarmente attiva la criminalità organizzata, la quale è dominante in un numero tale di collegi elettorali, che nessuna maggioranza parlamentare o locale può reggersi, se non cxxxxxxxx con essa;

-La raccolta del consenso e delle sponsorizzazioni avviene estesamente attraverso spartizione illeciti di privilegi (voti clientelari, voti di scambio, corruzione), sicché i meccanismi di legittimazione democratica sono in opposizione con la legalità (ci si legittima violando la legge);

-La funzione giurisdizionale non costituisce un ostacolo, perché ricoperta di privilegi, ampiamente cointeressata, e qualitativamente al livello dell’Africa Nera (156a al mondo per qualità, quindi impensabile come possibile risanatrice del sistema);

-Nessun potere giudiziario, del resto, avrebbe efficaci strumenti di fronte a un’illegalità sistemica (i giudici possono tutelare la legalità solo se l’illegalità è l’eccezione, non se è la regola, il metodo generalmente praticato, cioè la vera legge; e leggi ufficiali dello Stato italiano sono lontanissime dalle leggi reali del sistema di potere italiano, incluso il potere giudiziario. Doppia legalità;

-In ogni caso, ciò che i giudici tutelano è sempre la legge, l’ordinamento reale del sistema di potere, che coincida o non con la legge ufficiale; lo tutelano applicandolo nei fatti seppur rivestito di forme accettabili, di legittimità ufficiale; questa operazione di rivestimento, ai magistrati italiani, riesce sempre meno bene;

-La competizione per il potere tra i partiti politici è vinta da quei soggetti che riescono a raccogliere e distribuire più risorse (spesa pubblica, privatizzazione, creazione di mono/oligopoli, appalti) per remunerare i loro sostenitori, grandi e piccoli (la solidarietà non funziona perché chi maneggia i soldi della solidarietà li usa per sé, per il suo clan, per i suoi sostenitori e li adopera per restare al potere).

 

Questo meccanismo si è venuto rafforzando e stabilizzando attraverso anche la campagna Mani Pulite. La sua stabilità è dovuta a precisi fattori:

-E’ semplice e facile da mandare avanti (idiot-safe, Idioten-sicher, a prova di idiota): non richiede competenze e capacità di governo e direzione (bastano capacità delinquenziali); può quindi essere gestito e fatto rendere anche da una classe dirigente impreparata, e selezionata in base a qualità antisociali, quale è quella italiana;

-Nel breve-medio termine è in grado di garantire rendite e privilegi che continuano anche mentre produce il declino dell’intero sistema-paese e lo avvia alla povertà nel lungo termine (ma si sa che, mentre i profitti di un meccanismo continuano nel presente, la prevedibilità di un disastro nel lungo termine non modifica i comportamenti degli operatori);

-Non sono disponibili meccanismi alternativi, virtuosi, redditizi e al contempo gestibili da una classe dirigente come la nostra;

-La classe politica del Sud dipende, per mantenere potere e rendite, dalla possibilità di scaricare sul Nord i costi delle inefficienze, delle disfunzioni, delle distrazioni che essa produce (se il Sud non potesse operare questo scarico, dovrebbe fare i conti con se stesso e le proprie distorsioni, e sarebbe costretto a cambiare per sopravvivere);

-Ampie fasce della popolazione e dell’imprenditoria meridionale sono state assuefatte a vivere di assistenza pubblica e non ne percepiscono più il carattere abnorme, ma lo considerano come un diritto naturale, un indennizzo per altri svantaggi territoriali, di cui soffrono;

-In quest’ottica, che esclude la possibilità pratica un risanamento o una correzione del sistema-paese, gli operatori politici non possono razionalmente porsi obiettivi di lungo termine e di efficienza del sistema; l’unico obiettivo razionale per loro è arraffare il più possibile dalla nave che sta affondando, e trasferirlo al sicuro; ed è in questa logica che, come constatiamo quotidianamente, stanno sempre più operando. Pertanto, non può avvenire che la politica italiana progetti o tenti di correggere il sistema. Al contrario, più esso si deteriora, più la classe politica sarà motivata ad agire con logiche di breve termine e per far cassa. Quindi, nei prossimi tempi, avremo sicuramente un peggioramento della gestione del paese. Grandi ricorsi a norme in deroga per lanciare grandi opere inutili ma redditizie nel breve, grandi appalti pubblici a società di amici, grandi saccheggi del territorio, sono inevitabili e già in corso.

 

Per tutte le suddette cause, il meccanismo di produzione di potere e rendita per la classe dirigente, e di impoverimento del Paese, ma efficacissimo per i suoi gestori, è continuato nonostante i suoi fallimenti, nonostante la sua nocività e rovinosità, che oramai si manifestano visibilmente e fanno prevedere il peggio. E’ continuato e continua anche oggi, immutato, come i continui scandali dimostrano. L’illegalità, la corruzione, non sono accidenti, errori di percorso, della politica, ma il metodo e lo scopo con cui si fa politica e si va avanti in politica. Si fa politica per intercettare la spesa pubblica; senza le risorse prelevate da questa, non si vince nella competizione per il potere.

Per capire meglio dove questo meccanismo stia portando l’Italia, dobbiamo considerare il fatto che esso sta, come dice Ricolfi, “spoliando” le regioni trainanti, quelle competitive a livello mondiale, ossia (soprattutto) Lombardia e Veneto, per mantenere le regioni più improduttive. “Spoliare” significa non solo “sfruttare”, ma spremere tanto da togliere anche le risorse necessarie per il mantenimento dell’efficienza produttiva, per gli investimenti, le innovazioni, le infrastrutture. Con la conseguenza che anche Lombardia e Veneto da anni oramai perdono colpi (è in corso una moria di imprese, un dilagare delle insolvenze, e le infrastrutture stanno deteriorandosi, strade in testa, per omessa manutenzione), e per tale ragione il sistema-paese arretra sempre più rispetto agli altri paesi comunitari e rispetto a tutto il mondo. Da parte dello Stato italiano, Lombardi e Veneti sono sottoposti a uno sfruttamento coloniale, che per giunta impone loro di divenire, gradualmente, una zona arretrata come il Sud, ma senza più l’assistenza di cui ora il Sud, grazie ai loro soldi, sta godendo. Sicuramente, non tutta la classe politica del Sud è mafiosa. Ma tutta la classe politica del Sud dipende dalla gestione mafiosa delle risorse pubbliche e dall’azione mafiosa in parlamento, per restare al potere e nelle sue posizioni di rendita e di consenso. E ogni maggioranza parlamentare dipende dal voto dei politici meridionali. Lo Stato italiano unitario, in ragione della struttura del suo ordinamento reale, delle sue suddette dipendenze mafiose, è, e non può non essere, uno Stato-mafia, nel senso peggiore del termine, che non è quello delle lupare, ma quello del blocco dello sviluppo, della controllo attraverso la sclerotizzazione, dell’incapacità a fare altro che estorcere denaro a chi produce, del non avere cura del domani. Alla luce di questa dipendenza delle maggioranze dai voti di mafia, appare risibile o ipocrita colo che, dopo il successo della Lega Nord nelle elezioni amministrative di ieri, denunciano il rischio della dipendenza della (presente) maggioranza da una  forza, come la Lega, radicata solo in una parte del territorio nazionale (il Nord – anzi, guarda caso, nelle regioni più depredate). A quei signori sta forse invece bene la ormai pluridecennale dipendenza di ogni possibile maggioranza dai voti di mafia, cioè dell’organizzazione radicata nell’altra parte del territorio?  O più semplicemente paventano che la Lega possa ora intervenire per salvare il Nord dalla spoliazione e rompere così la macchina del potere e del guadagno facili?

 

Del resto, come sta dimostrando il caso della Grecia rispetto all’Euro, aree geografiche con grandi diversità tra di loro in fatto di produttività e competitività non riescono a mantenere una moneta comune, perché le aree a bassa produttività e competitività hanno necessità di svalutare per poter continuare ad esportare e non entrare in recessione, la quale comporta minori entrate quindi crescenti difficoltà nel pagare gli interessi sul debito (pubblico e privato), disoccupazione, fine del welfare, etc. L’Italia, prima dell’Euro, restava competitiva in quanto, ricorrentemente, svalutava la Lira. Oggi non lo può fare. Ma non può nemmeno rendersi più competitiva attraverso investimenti in innovazione infrastrutture, perché il meccanismo del potere nello Stato italiano, come dianzi spiegato, assorbe per altri fini le risorse necessarie e si oppone all’ammodernamento siccome destabilizzante per i privilegi consolidati sul cui consenso di reggono gli equilibri politici. Inoltre, la classe politica italiana non ha la competenza necessaria per un ammodernamento. Quindi l’Italia continua da sessant’anni a sprecare denaro nel Sud a danno nel Nord e del Sud stesso (il quale, potendo scaricare i costi delle proprie disfunzionalità sul Nord, può evitare di fare i conti con esse e a correggerle); e da quasi venti anni continua, stabilmente, a perdere quote di mercato; è pertanto in una recessione strutturale, salvo quanto diremo presto. Attualmente lo Stato toglie al Nord, ogni anno, circa 50,6 miliardi netti, pari a circa il 7% del pil del Nord, se si applica un criterio totalmente solidaristico (ossia, che la spesa pubblica pro capite sia eguale per tutte le regioni); oppure 83,5 miliardi, se si applica un criterio totalmente responsabilistico (ossia, ogni regione spende i suoi redditi). Le cose si fanno ancora più gravi, se si considera che nel Nord ci sono tre regioni passive (Liguria, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige). I più saccheggiati sono i Veneti con 7,7 miliardi su 4,5 milioni di abitanti.

 

La suddetta assenza di alternative praticabili a questo meccanismo di potere rende pressoché certo che questo processo di impoverimento e arretramento continui (così la pensa anche Luca Ricolfi); e, proseguo io, che continui fino a che non intervenga un crollo strutturale, un evento di rottura, quale potrebbe essere l’espulsione o l’uscita dall’Euro, come proposto dal Cancelliere Merkel per la Grecia. Oppure un piano di “aiuti” finanziari da parte di un costituendo Fondo Monetario Europeo, però condizionati a riforme durissime, al pagamento di onerosi interessi, e alla perdita del diritto di voto in ambito comunitario – sulla linea avanzata dal ministro tedesco delle finanze sig.ra Schäuble, sempre per la Grecia. Questo equivarrebbe a un commissariamento dello Stato greco o italiano da parte della finanza comunitaria e della BCE, che è sostanzialmente privata nella gestione. All’asservimento di (lavoratori e consumatori) Greci e Italiani agli interessi, sovente contrapposti, delle nazioni forti nell’UE. E a un brusco peggioramento delle condizioni di vita, in termini di taglio della spesa pubblica e degli stipendi, nonché di inasprimenti fiscali. O di cessione di beni, risorse, imprese pubbliche a soggetti finanziari privati. In sostanza, sarebbe un’operazione di ulteriore spoliazione, di alienazione del lavoro e del risparmio non più di una regione da parte di uno Stato centrale per conto di una casta, ma di intere popolazioni nazionali da parte di potentati finanziari sovranazionali operanti attraverso organismi comunitari e paracomunitari come la BCE.

 

Quali scelte può razionalmente fare il cittadino che non partecipi di rilevanti benefici dipendenti dal meccanismo di potere italiano? Lottare per cambiare il sistema? E’ irrealistico, irragionevole, perché il sistema va bene così a chi lo ha in mano, e dispone di ampi mezzi, dall’oligopolio mediatico alle forze dell’ordine, per preservarsi. Ingegnarsi per trovare, nella propria attività produttiva, soluzioni volta per volta alle difficoltà commerciali, tributarie, recessive, infrastrutturali? E’ come arrampicarsi sempre più in alto sull’albero di una nave che affonda per rinviare l’inevitabile annegamento. L’unica opzione razionale per chi è ancora abbastanza giovane, come pure per chi ha risorse sufficienti per vivere di rendita (e non vuole ritrovarsele una mattina svalutate da un’uscita dall’Euro o ipertassate per restare nell’Euro), è l’emigrazione verso un paese efficiente, con un trend di sviluppo e innovazione. Esportando i capitali. La scelta è ampia, per fortuna. La fuga di capitali, di imprenditori e di cervelli dall’Italia è già da tempo in atto. Il regime italiano ne ha beneficio, perché la gente capace e scontenta è sempre una minaccia per un regime inefficiente.

 

In questo scenario, non si può peraltro escludere, a seguito di un prevedibile tracollo economico, un sollevamento indipendentista delle regioni “spoliate” del Nord, le quali hanno stretto, grazie anche alle competenze delle regioni nei rapporti internazionali, una fitta rete di accordi economici, amministrativi e culturali con le regioni europee confinanti. L’opzione funzionalmente più razionale e benefica per tutti, nel medio termine – la riforma senza di cui nessuno può riformare il paese – sarebbe  separare il Nord dal Sud, come si separò la Cechia dalla Slovacchia, in ragione delle oggettive diversità di bisogni di queste due aree. Nell’interesse di tutti, settentrionali e meridionali, eccettuato solo il ceto politico e parassitario. Il Nord resterebbe nell’Euro e concorrerebbe efficacemente con le altre aree economiche evolute, libero dal saccheggio attuale. Il Sud, comprensivo almeno del Lazio e dell’Umbria, si darebbe una valuta propria, svalutata rispetto all’Euro, quindi ridiverrebbe competitivo col suo turismo e le sue esportazioni. Riceverebbe fondi perequativi sotto la sorveglianza dell’Unione Europea. E sarebbe costretto a fare i conti, dopo un secolo circa, con la sua aberrante e retrograda struttura di potere mafiosa – o eliminandola (improbabile) oppure istituzionalizzandola, cioè mettendola in condizione di rendersi visibile e di doversi assumere responsabilità politiche, senza più poterle scaricare su teste di paglia istituzionali e sulle regioni produttive. Il che la costringerebbe ad evolversi in una forma meno maligna dell’attuale. A imparare a produrre funzionalità, servizi, beni, anziché limitarsi a prendere quelli prodotti da altri. Parimenti, non avrebbe più spazio quella mentalità, ora potente, che percepisce che il guadagno ottenuto con l’inganno o lo scrocco valga il doppio di quello guadagnato lealmente, e che quello guadagnato con l’estorsione valga il quadruplo. In effetti, se consideriamo tutte le predette cause della recessione italiana, dovremo riconoscere che essa non è soltanto una recessione strutturale, bensì una recessione essenziale, connaturale, cioè derivante dalla stessa natura e composizione del paese, dell’Italia unificata.

 

Però l’establishment politico-istituzionale italiano non può che opporsi a soluzioni del suddetto tipo (come pure all’attuazione di un federalismo fiscale che ponesse fine al sistema suddescritto), perché esso si regge e si arricchisce sul sistema presente, sullo sfruttamento del Nord, ma anche perché ha adottato il modello e la cultura meridionali di potere, e perché non ha la competenza, la cultura, per gestire la cosa pubblica diversamente, ossia in un modo tecnicamente valido, e ha costruito una fortissima burocrazia che ha una mentalità aliena dal confronto coi problemi reali. In senso assolutamente contrario ad ogni aspirazione indipendentista, ed evocando la sacralità dell’unità d’Italia per precludere una pericolosa discussione realistica e pragmatica del problema, si è espresso anche recentemente il Presidente Napolitano. Se non è possibile innalzare il Sud al livello del Nord, è invece ben possibile abbassare il Nord al livello del Sud, assimilare il Nord al Sud, e così ricomporre la divisione tra le due aree del Paese: è facilissimo, basta continuare come già si sta facendo da decenni. Questa è l’unica via praticabile. Napolitano ha espressamente ammonito che le regioni avanzate non pensino a soluzioni separate dal Sud. Dato che un’area a bassa efficienza e produttività, come il Sud, non può sostenere la condivisione di una valuta forte con aree ad alta produttività ed efficienza, come il Nord; e dato che in 60 anni di aiuti la produttività e l’efficienza del Sud non si sono pareggiate a quelle del Nord, ma sono calate; e dato infine che il ceto politico italiano non sa fare altro che ciò che sta facendo ora – dato tutto ciò, è chiaro l’unica via praticabile per tenere insieme l’Italia è appunto pareggiare, assimilare il Nord al Sud, spoliando il Nord, come si sta facendo, fino a ridurlo all’arretratezza del Sud, e formare un paese omogeneamente arretrato, come la Grecia. Omogeneo nell’arretratezza, nella povertà, nella disoccupazione, nella non competitività, quindi omogeneo nelle esigenze anche monetarie (ma non solo) e perciò unito, finalmente. In questo senso ha ragione Tremonti quando dice che il modello economico dei Bersani (ma non solo di Bersani, ovviamente) è la Grecia. Come rappresentante dell’unità d’Italia (art. 87 Cost.), nonché come eletto della classe politica italiana, il Presidente della Repubblica italiana ha il dovere giuridico di sostenere, imporre, portare avanti questa opzione.

Però bisogna vedere come si pronunceranno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo  e la Corte dell’Aja di fronte a ricorsi con cui esponenti dei popoli del Nord, basandosi anche sul Trattato di Lisbona, invochino il diritto a restare in un sistema di qualità europea e denuncino, dati econometrici alla mano, di essere popoli, minoranze, oppresse e “spoliate” colonialmente da uno Stato caratterizzato di bassissima legalità (in ambito sia civile che pubblico), determinante presenza criminale nelle istituzioni, forte e stabile tendenza involutiva verso modelli e livelli nordafricani, e altresì da una sistematica violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo.

 

Mantova, 01.04.10

Marco Della Luna

Autore di Euroschiavi, Neuroschiavi, La Moneta Copernicana, Basta con questa Italia, Oligarchia per Popoli Superflui, Polli da Spennare.

 

 

 

 

 

SOVRANITA’ ECONOMICA COME DIRITTO DELL’UOMO E DELLE NAZIONI

  Enunciazione del principio generale:

In base al principio di sovranità nazionale e di indipendenza,  nessun popolo può essere, per legge o di fatto, reso o lasciato dipendente per i propri bisogni primari, alimentari, industriali, creditizi, monetari, da soggetti, organizzazioni, mercati, banche che non siano sottoposti alla sovranità democratica di quel medesimo popolo, esercitata mediante il voto e la rappresentanza diretti oppure mediante il parlamento democraticamente eletto, e alla sua giurisdizione nazionale esercitata secondo eguaglianza; e nessun popolo può essere esposto al take-over di risorse, industrie e imprese della sua economia da parte dei predetti soggetti, organizzazioni, mercati, banche.  Ogni popolo ha diritto a disconoscere leggi, contratti, istituzioni, tariffe, monopoli etc. che ledano tale diritto e a ribellarsi ad essi.

 

 

ALITALIA SULLA ROTTA COLONIALE

Di Marco Della Luna

I dipendenti si assumono perché producano o perché votino chi li ha fatti assumere?

Alla luce di questa domanda, il problema Alitalia è molto semplice. Ogni difficoltà nasce dal non dire le cose. Dal non dire che Alitalia spa è un’impresa commerciale e che, come tale, doveva essere gestita per produrre utili. Invece è stata gestita per produrre voti clientelari – fino all’ultimo, fino alle recentissime assunzioni di 2.000 dipendenti inutili fatta sotto l’uscente governo.

Dovendo fungere da greppia per i partiti politici, non può che andar male come impresa. I fatti confermano che chi è assunto per votare e non per produrre, tende a non produrre e, se possibile, a non andare nemmeno a lavorare.

Se la si vuol fare andar bene, bisogna liberarla dagli oneri impropri – ossia dalle spese clientelari, comprese quelle per dipendenti inutili o in esubero o non redditizi.

Solo che i politici italiani non sono in grado di licenziare i dipendenti inutili, di tagliare le assunzioni clientelari, perché dipendono elettoralmente da loro (che sono moltissimi, dentro e fuori di Alitalia) e perché i sindacalisti si opporrebbero con ogni mezzo.

Quindi i politici italiani, dopo aver portato Alitalia al fallimento con le loro assunzioni clientelari, cercano di venderla al capitale straniero. Un proprietario straniero, infatti, può essere interessato ad acquistare Alitalia spa  a perché, non dipendendo dai voti clientelari dei suoi dipendenti, può licenziare gli improduttivi e gestire Alitalia come un’impresa, ossia normalmente, quindi risanarla e riportarla in attivo come le altre compagnie aeree.

Orbene, questo schema si applica alla generalità delle grandi imprese italiane a capitale pubblico o misto, o fortemente condizionate da oneri clientelari e dai sindacalisti.

Si può dire che l’intero sistema-paese Italia, nel settore privato come in quello pubblico, ha il problema generale dell’incapacità di tagliare le spese inutili, di eseguire le centinaia di migliaia di licenziamenti di dipendenti improduttivi, proprio perché spese e assunzioni clientelari sono state sistematicamente usate dalla politica per acquisire e fidelizzare consenso elettorale, sociale, imprenditoriale, e non per far funzionare la pubblica amministrazione, i pubblici servizi, le aziende – dai forestali calabresi ai netturbini napoletani (25 a 1 rispetto a Milano) agli impiegati delle Camere, all’esercito di presidenti, amministratori, consiglieri da centomila Euro l’anno in su. Ai milioni di statali superflui e supergarantiti con aumenti doppi dei privati. Sono tutti stabilizzatori del potere politico, o casta. Quindi la politica non le può tagliare, nemmeno ora che, per ragioni di vincoli finanziari e di declino del paese, sarebbe indispensabile farlo.

 

L’unica via d’uscita, per tutto il paese, è allora quella di cedere il comando a padroni esterni al sistema di consenso e di pressione suddetto.

Ed è precisamente quello che sta avvenendo, con la sistematica cessione a gruppi stranieri, soprattutto francesi e tedeschi, di industrie strategiche e primari mercati nazionali: le leve del potere. Alitalia è solo un episodio tra molti.

Solo lo straniero può riformare e rendere efficiente l’Italia, perché solo lo straniero può fare a meno del consenso clientelare, complice, malato di molte categorie di Italiani. E i gruppi stranieri la riformeranno nel proprio interesse, non certo in quello degli Italiani. Imperialisticamente. Faranno, anzi proseguiranno, i licenziamenti e le precarizzazioni su larga scala. Si porteranno a Parigi, Francoforte, Berlino, Londra le direzioni generali – come Paris Bas ha batto con BNL subito dopo averla rilevata e aver sostituito (senza opposizione sindacale) migliaia di impiegati a tempo indeterminato con giovani precari. E trasferiranno in Italia le attività di bassa qualificazione e di alto rischio, come già hanno fatto gli svizzeri della Givaudan (poi Hoffmann-La Roche) con l’Icmesa di Severo e gli americani della Union Carbide con Bhopal in India. Controllando la politica e il capitale dei mass media, potranno gestire l’informazione su altri, eventuali incidenti di quel tipo, e le conseguenze giudiziarie, ancora meglio che in passato.

 

Il risanamento imperialista che i nostri politici stanno aiutando, non comporterà soltanto ondate di licenziamenti, ma anche subordinazione ecologica e  tecnologica. Le nazioni che non funzionano, non hanno democrazia e nemmeno dittatori, ma cadono sotto padroni esterni.

 

1.3.2008

L’ECONOMIA DEL BUCO NERO

 

L’inserto economico di Libero del 25.03.08 divulga il dato delle aliquote fiscali che lo Stato applica alle banche, che sono l’unico comparto imprenditoriale in forte, anzi fortissimo sviluppo: circa il 33% contro una media superiore al 50% per le altre imprese.

Questo dato è strutturalmente incompleto, perché le banche, oltre che di un’aliquota preferenziale, godono di esenzioni dal dichiarare la maggior parte dei loro profitti – soprattutto quelli da creazione di liquidità mediante la concessione di credito. Ma, anche nella sua incompletezza, quel dato racchiude tutto: l’origine del male economico che affonda l’Italia, il progresso del male, e le risorse per curarlo.

Ma di questo tacciono i programmi elettorali dei due grandi partiti che si contendono il governo del Paese nelle elezioni dell’Aprile 2008: essi si basano sull’illusione. Sono concepiti per vincere, non per governare, per risolvere i problemi. Nessuno risolve i problemi – tutti li cavalcano. La politica persegue il potere, nongià quegli ideali sbandierando i quali cerca consensi. Su di essa non resta molto da dire, dopo Niccolò Machiavelli. E di quanto restava, quasi tutto lo ha detto John Stuart Mill, evidenziando un dato del tutto logico, se non ovvio: ossia, che gli interessi di chi governa (“the rulers”) o vuole governare divergono, come tali, da quelli dei governati – il che limita sia la realizzabilità sia della democrazia in generale, sia di una libera informazione, perché i governanti hanno interesse a che quella divergenza di interessi non sia rivelata, soprattutto nelle sue applicazioni pratiche. Hanno interesse pratico a ingannare, a gestire e manipolare l’opinione pubblica e il pubblico comportamento.

 

I programmi elettorali in questione sono ingannevoli perché promettono tagli delle tasse e innalzamento dei redditi – due cose che richiedono risorse finanziarie, di bilancio  mentre queste risorse non ci sono. Infatti i partiti in questione non indicano dove reperirle. Non solo non ci sono le risorse aggiuntive per fare ciò che essi promettono, ma le stesse risorse, le stesse entrate fiscali su cui si basa la legge finanziaria per il 2008 si ridurranno rispetto alle previsioni, perché le previsioni di entrata si basavano sull’assunto che il pil aumentasse dell’1,5%, mentre il pil non aumenterà affatto. Amenoché non salti fuori qualcosa di ancora peggiore, ossia che il governo uscente, prevedendo privatamente la crescita zero, per compensarla aveva surrettiziamente applicato (mediante duplicazioni di imposta, ampliamenti della base imponibile, presunzioni di redditi) una pressione fiscale reale notevolmente maggiore del dichiarato – ipotesi che pare confermata da due dati recentissimi, ossia un forte aumento delle entrate fiscali e un forte aumento dei prezzi (falsamente detto ‘inflazione’): i prezzi sono spinti insù dall’aumento dei costi di produzione dovuti all’aumento della tassazione e dei tassi di interesse. Questo aumento del carico-gettito fiscale può far quadrare i conti pubblici per il 2008; ma, indebolendo l’economia e i consumi, induce recessione, quindi scarica il problema sugli anni seguenti, e sulla testa della gente, aggravandolo.

 Inoltre sta arrivando la recessione e la crisi finanziaria da oltre Atlantico. E si fanno sentire gli effetti restrittivi di Basilea II e dell’accresciuta pressione fiscale e contributiva – sotto forma di numerosissime piccole aziende che chiudono o licenziano.

Tutto ciò determinerà  verso fine anno, o con l’inizio dell’anno prossimo, un tendenziale aumento del disavanzo, quindi la necessità di maggiori tasse e/o di tagli alla spesa pubblica (con maggiori costi o minori entrate per la gente) e/o di ulteriori svendite di industrie strategiche nazionali  (ENI) ai colonizzatori stranieri – i così detti paesi amici: Francia, Germania, USA, Svizzera, etc. Non credo si possa licenziare i 300.000 lavoratori perlopiù inutili, assunti senza concorso, a fini puramente clientelari ed elettorali, dal governo uscente – compresi i 2.000 dipendenti extra per l’Alitalia: questi sono oramai una spesa strutturale e fissa quanto inutile e parassitaria a carico dei lavoratori produttivi, dei contribuenti, dell’occupazione, dei giovani, dei pensionati.

Chiunque vinca e vada al potere, dovrà fare i conti col momento in cui le sue promesse elettorali verranno dimostrate illusorie dalla dura realtà. E con la probabilità di forte dissenso e lotta sociale. La Casta reagirà allora formando la grande coalizione, il Veltrusconi, il governo di unità nazionale, di emergenza. Ma per far che cosa? Per tagliare la spesa e licenziare? Per fare un salasso fiscale? O per reprimere la protesta popolare con le forze dell’ordine di genovese memoria, e magari con l’aiuto del potere bancario, che blocchi conti correnti e carte di credito a chi troppo dissente?

A che serve anche una grande coalizione con l’80% dei voti popolari, se non vi sono, oggettivamente, margini di azione (investimenti, innovazione, infrastrutture, tagli fiscali, scuola)  per mancanza di risorse finanziare, perché tutte le entrate se ne vanno già in spese correnti non comprimibili? Potrà fare solo ciò che han fatto i governi precedenti, ossia tassare e tagliare le spese sociali e gli investimenti. E prendere a bersaglio alcune categorie economiche politicamente non forti, per saccheggiarle fiscalmente e usare il relativo bottino per tamponare qualche buco. Il fatto di essere (seppure solo formalmente) legittimata dal consenso dell’80% dell’elettorato le consentirà di fare solo una cosa specifica di nuovo: reprimere la protesta con la forza.

Alternativamente, una simile grande coalizione potrebbe usare la sua forza politica  per togliere alle banche i privilegi fiscali di cui dicevamo in apertura, recuperando immediatamente decine di miliardi. Potrebbe, cioè, applicare alle banche le aliquote effettive che applica agli altri imprenditori. E potrebbe far emergere l’enorme nero dei profitti bancari –circa 750 miliardi di Euro l’anno – che le banche realizzano senza doverli dichiarare, in base alle regole contabili da loro stesse elaborate, che consentono loro di neutralizzare con pari appostazioni passive le erogazioni di credito. Le erogazioni credito, consistendo in operazioni puramente elettroniche senza esborso di denaro, non costituiscono uscite patrimoniali per la banca, la quale, nell’erogare credito realizza quindi un profitto netto (e quasi sempre garantito) pari al capitale e all’interesse attualizzato ( vedi i miei saggi Euroschiavi, Polli da Spennare;  i saggi di Nino Galloni Il Grande Mutuo, Misteri dell’Euro e Misfatti della Finanza; nonché Creating New Money di Huber-Robertson, New Paradigm in Macroeconomics  e The Princes of Yen di Richard Werner).

L’emersione di questi profitti extracontabili e la loro tassazione, anche con un’aliquota mite, produrrebbe le risorse per il risanamento e il rilancio, nonché per dare sollievo ai redditi deboli e alla debolezza finanziaria e competitiva del sistema imprenditoriale.

Ma si potrebbe andare oltre.

Si potrebbe porre fine alla finzione bancaria di mettere al passivo anche i depositi irregolari dei loro clienti, dato che essi non vengono coperti o rimborsati con valuta legale, ma, di nuovo, con scritturazioni di nessun costo patrimoniale per le banche stesse. Ciò apporterebbe altre entrate fiscali.

Ulteriori risorse verrebbero dalla nazionalizzazione della Banca d’Italia, ora in mano a privati per il 95%, la quale esercita, sia pur entro il Sistema Europeo delle Banche Centrali, il potere politico e sovrano di emettere cartamoneta a corso forzoso non coperta da oro, nonché di fissare il tasso di sconto e di disciplinare le altre banche – quindi, per norma costituzionale (art. 1, 2° Comma), dovrebbe essere pubblica.

Immediatamente, circa 70 miliardi di Euro annui, costituenti profitti non contabilizzabili di Bankitalia (secondo le regole contabili correnti) sarebbero acquisiti al bilancio dello Stato, e costituirebbero da soli un possente sollievo per i contribuenti e una fonte generosa per il finanziamento degli investimenti.

Simili iniziative politico-economiche sarebbero esportabili anche in molti altri paesi, costituendo pure per essi l’unica soluzione possibile al male economico di fondo, un male matematicamente certo e misurabile, e che consiste nella progressione esponenziale della curva del costo della liquidità. Mi spiego: tutta la liquidità esistente, tutti i mezzi di pagamento, nascono attraverso un’operazione di indebitamento di chi originariamente li riceve verso il sistema bancario: il denaro legale viene emesso in cambio di titoli del debito pubblico gravati da interesse; il denaro scritturale bancario viene emesso sotto forma di prestito, pure gravato di interesse. Ciò comporta che il totale del debito (capitale + interesse) risultante dalla emissione di tutta questa liquidità sia sempre, e sempre di più, superiore alla liquidità stessa. Si chiama ‘legge del debito infinito’. La progressione della crescita del debito totale, attraverso la periodica capitalizzazione degli interessi maturati, è esponenziale. Per un periodo iniziale è impercettibile, modesta, sostenibile; poi accelera sempre di più, si impenna, trasferisce gradualmente tutti i margini produttivi delle attività produttive a quella creditizia, bancaria, impoverendo fino a far chiudere le prime, precarizzando e immiserendo i dipendenti e arricchendo a dismisura le banche stesse. Questa è appunto la situazione italiana, in cui ipocritamente le sinistre portano avanti politiche di redistribuzione che, per trasferire briciole ai ceti più bassi tolgono ai ceti medi produttivi e già impoveriti, ma che esse mentendo descrivono come agiati, mentre nascondono il problema dello smisurato, ingiustificato e non tassato arricchimento delle banche, che lo conseguono drenando a sé i margini di profitto di tutte le categorie produttive. Il PD e, prima di esso, il PDS e il DS, sono il partito collaterale dei grandi banchieri.

Automaticamente, per effetto dei meccanismi suddetti, arriva a un punto in cui il costo per il pagamento degli interessi fa si che non sia più proficuo indebitarsi per investire. Quello è il crash point economico-finanziario, oltre cui inizia inevitabilmente la decapitalizzazione industriale e la recessione, e noi l’abbiamo già superato. E’ questo il fattore di crisi e povertà vero, di cui nessun partito parla. In tale contesto, le iniezioni di denaro creditizio – ossia, gravato di interessi – che le banche centrali fanno per sostenere il sistema, creando ulteriore onere per interessi, agiscono come una bevuta di acqua di mare su un assetato. Il denaro – questo denaro creato mediante indebitamento – è denaro che mangia se stesso, con la progressione esponenziale degli interessi passivi composti. Il che si vede benissimo da dati come il seguente: l’aumento di produzione indotto da aumento di liquidità va calando esponenzialmente. Ossia, anno dopo anno, per indurre un pari aumento di produzione è necessario immettere nell’economia quantità di denaro sempre crescenti, e crescenti non in modo lineare, ma esponenziale, fino al punto che investire non rende più, anzi ha un rendimento negativo. Questo punto è già stato raggiunto. La recessione americana è una sua conseguenza, come quella italiana.

Perché il buco nero è nero? Perché da esso non esce luce. E perché non esce la luce? Perché la velocità di fuga da esso è superiore a quella della luce, data l’enorme gravità che esso raggiunge.

Anzi, si dovrebbe dire che una stella collassando diviene un buco nero quando la concentrazione della sua massa diviene tale, per effetto del collasso, che produce una forza di gravità tanto intensa, da non lasciar uscire nemmeno la luce. Ma il punto di non ritorno è raggiunto prima, ossia quando la massa stellare incomincia a collassare, a contrarsi. In materia monetaria, il punto di non ritorno è raggiunto quando l’indebitamento è tanto grande da assorbire, con gli interessi passivi, tutto il valore della produzione. Quello è il crash point – o crush point – del sistema, da cui inizia il processo recessivo-distruttivo. Noi l’abbiamo già raggiunto: il debito delle famiglie americane, dal 2001 al 2007, è passato da 29.000 a 43.000, ossia è cresciuto di 14.000 miliardi; mentre nel medesimo periodo il pil è salito solo di 1.500 miliardi. Il che vuol dire che i 9/10 dei nuovi crediti sono stati assorbiti dagli interessi passivi sui debiti preesistenti. Storicamente, si assiste a un continuo peggioramento del rapporto tra costo dell’investimento produttivo e sua redditività, finché questo rapporto diventa superiore a 1, ossia finché l’investimento costa più di quanto rende, e la liquidità tende quindi a lasciare il settore produttivo rifluendo in quello speculativo, finanziario – e producendo così disinvestimento e recessione, come mostra la seguente curva di Larouche:

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L’unica via di uscita da questo scenario di recessione mondiale, al di là delle misure-tampone, è l’eliminazione del fattore che produce la gravità, quindi il collasso, il big crunch del sistema e della società, e li condanna a finire nel buco nero: ossia, l’eliminazione del vizio congenito del denaro usato nel nostro sistema – l’eliminazione della creazione monetaria a debito, la sostituzione della  moneta-debito con una moneta creata senza indebitamento da parte dello Stato né dei privati – e che quindi non produce la curva esponenzialmente crescente di cui dicevamo – sul modello proposto da Huber-Robertson e già più volte praticato nella storia, affiancata da monete locali complementari o alternative, parimenti prodotte senza debito, e già collaudate, esse pure, in molti contesti storici e geografici. In Italia, nell’Aprile 2008 parte il progetto  di moneta complementare SCEC-BLS (www.centrofondi.it; www.arcipelagomoneta.it).

1.4.2008

Marco Della Luna

 

 

CONSIGLI AD OGNI FUTURO GOVERNO

 

 

È anticostituzionale imporre, come fanno i nostri governanti, l’uso di strumenti bancari di pagamento diversi dalla moneta legale, ossia dall’Euro contante, per eseguire qualsivoglia pagamento. Assegni circolari e bancari, carte di credito e di debito, bonifici e giriconto sono promesse di pagamento di denaro, ma non sono essi stessi denaro, non sono valuta legale, sono creati privatamente da banche private, quindi non possono legalmente, costituzionalmente, sostituire la valuta legale, il contante, le banconote.

Ma vi sono considerazioni più ampie da fare a questo riguardo.

L’emissione della moneta, l’ampliamento e la riduzione della liquidità a disposizione dell’economia e della società, sono atti di alta politica economica, implicanti l’esercizio della sovranità politica. nelle sue varie componenti, quindi devono essere riservati a chi rappresenta il popolo sovrano.

Le economie sviluppate sono accomunate dal problema di finanziare, se non vogliono implodere, il gap tra il valore dei redditi e quello della produzione (ossia di consentire ai produttori di vendere i loro prodotti e proseguire nella loro attività). Il sistema bancario ha propinato loro  soluzioni drogate, efficaci a breve, ma a lungo termine distruttive, insostenibili, come la finanza derivata,  i subprime loans.

In questa finanza di derivazione, che già nel 2005 capitalizzava ben 11 volte il p.i.l. mondiale, ogni emissione di liquidità nel mercato, meglio ancora se coinvolgente soggetti finanziariamente inaffidabili perché evidentemente e programmaticamente insolventi, diviene guadagno per chi smercia questi derivati – e potenziale rovina per chi li accetta. Una sorta di roulette russa. Organizzata e gestita sotto la vigilanza delle ‘Autorità Monetarie’ e di quelle che ‘sorvegliano’ i mercati finanziari.

Tali titoli a scoppio ritardato, i credit derivatives, coi loro alti tassi attraggono i fondi previdenziali, che li acquistano in massa spingendoli ulteriormente all’insù, fino a creare una massa di carta straccia avente valore nominale, anche nei bilanci, oramai multiplo di tutta la ricchezza reale esistente sul pianeta, e che perciò ha scavato una incolmabile voragine sotto tutte le borse del mondo e sotto gli investitori, compresi i fondi previdenziali.

 

Ritornando al tema monetario, l’inizio di ogni possibile cammino di risanamento finanziario e di rilancio economico si trova nella presa di coscienza del fatto che, oggi, il denaro, tutta la liquidità, è creata attraverso operazioni di indebitamento:

-dello stato verso gli acquirenti, perlopiù banche, dei titoli del debito pubblico emessi e ceduti contro denaro contante, il quale costituisce circa l’8% del money supply;

-dei clienti verso il sistema bancario nelle varie operazioni di finanziamento, per il restante 92%.del money supply.

Precisamente, il money supply oggi si compone di:

-uno 0,16% circa costituito dal conio, ossia dalle monete metalliche, emesse dallo Stato al costo industriale;

-un 8% circa costituito dalle banconote, emesse a costo quasi nullo dalle banche centrali, e da esse venduto alle altre banche e allo Stato a un prezzo pari al valore nominale (con un guadagno prossimo quindi al 100%);

-un restante 90% circa costituito da promesse di pagamento di moneta legale (banconote) emesse dalle banche sotto varie forme: assegni circolari, lettere di credito, fidejussioni, certificati di deposito, etc. – emesse a costo pressoché nullo perché coperte  non da oro o da valuta legale, ma dai depositi e dalle promesse di pagamento (con garanzie) preliminarmente apportati dai clienti delle banche stesse.

A questo riguardo si tenga presente che, quando un cliente chiede a una banca un mutuo di 100, ciò che avviene è che la banca riceve dal cliente una promessa di pagamento di 100 in linea capitale, più diciamo 60 di interessi, più una garanzia ipotecaria o di altro tipo; e in cambio dà al cliente una propria promessa di pagamento, ossia un assegno circolare, una lettera di credito, un bonifico, una garanzia. Tali promesse di pagamento non sono coperte da denaro contante, da oro o da altre riserve.

Orbene, l’emissione di questa promessa di pagamento, quale che sia la sua forma, alla banca costa zero, non comporta alcuna diminuzione del suo patrimonio – anche se contabilmente la banca registra un’uscita patrimoniale.

Quindi, nelle operazioni di erogazione di credito, le banche realizzano un utile immediato pari al valore del capitale e dell’interesse, garantito dall’ipoteca o dal pegno. Ma su questo enorme utile la banca non paga tasse, perché non lo dichiara, facendo figurare un’uscita patrimoniale irreale. E’ vero che essa, dando al cliente quella sua promessa di pagamento, dà al cliente una corrispondente quantità di potere d’acquisto – ma questo potere d’acquisto non è creato dalla banca – esso dipende dal fatto che la promessa di pagamento è validata dalle altre banche, nel reciproco interesse, quindi è accettata dal mercato

In tal modo si è instaurato un sistema nel quale:

-l’offerta di moneta (tassi, condizioni, quantità del credito) non è regolata da un libero mercato, ma da scelte politiche del cartello od oligopolio bancario-creditizio, che controlla le banche centrali;

-questo sistema bancario privato, ampliando o restringendo il money supply, esercita il potere sovrano di indurre espansioni e contrazioni dell’economia, anche a fini politici;

-lo Stato, senza alcuna ragione economica, regala il valore capitale delle banconote, oltre agli interessi sui titoli di credito che deve cedere in pagamento delle banconote medesime, alla banca centrale di emissione; e fa pagare il prezzo del tutto al contribuente col pretesto del pagamento del debito pubblico assurdamente generato in tale modo, che viola il principio della sovranità popolare, in quanto di fatto trasferisce la sovranità monetaria alla banca centrale – che è di proprietà privata;

-le banche in realtà non erogano mutui, non prestano denaro (questo è ciò che si fa credere), che del resto non hanno nemmeno, e che non esiste (il denaro contabile è infatti il 92% del totale, quindi non è possibile che sia coperto da denaro contante, legale); ma, in cambio di una promessa di pagamento di interessi e di rimborso del (mai prestato) capitale, si limitano a emettere promesse di pagamento di valuta legale, le quali sono accettate come denaro in pagamento dal sistema bancario stesso, ma rappresentano valuta legale contante che non esiste se non in minima e trascurabile parte (gli assegni circolari sono scoperti);

-le banche, dai loro clienti, incassano quindi il rimborso di somme che  non hanno mai erogato, e interessi si queste somme; i loro margini di profitto sono dunque enormi, intorno al 90%;

-perciò esse guadagnano in potere di acquisto già mediante la stessa concessione di pseudo-mutui a soggetti insolventi e possono permettersi di cedere a catena, scontandoli fortemente, i relativi contratti, generando così l’enorme massa instabile della finanza derivata;

-tale essendo il sistema di produzione di moneta e di credito, la spesa pubblica a deficit (per guerre, welfare, investimenti, infrastrutture, spese correnti, etc.) opera come strumento automatico per trasferire ricchezza dalla società al sistema bancario;

-né le banche centrali, né le altre banche, dichiarano gli utili che realizzano – le prime col vendere le banconote al loro valore nominale, le seconde col farsi rimborsare prestiti che non hanno erogato; e ciò perché alle banche si applicano regole contabili di comodo, dette International Accounting Standards, elaborate pro domo sua dai contabili della grande finanza; da qui il fiume di ricchezza occulta, cui dianzi accennavamo;

-sugli utili non dichiarati, ovviamente, non pagano le tasse;

-poiché ogni forma di liquidità, eccettuato il conio, viene prodotta attraverso la contrazione di un debito pubblico e privato gravato da interesse che periodicamente si aggiunge al capitale originario, in ogni momento la quantità di liquidità esistente è sempre inferiore al totale del debito; quindi il debito del sistema verso le banche è matematicamente inestinguibile;

-le banche, peraltro, non producono ricchezza reale in cambio della ricchezza di cui si impossessano nel modo suddetto – quindi trattasi di ricchezza, di potere d’acquisto, che esse sottraggono nascostamente alla società attraverso l’uso del potere di emettere le banconote e di erogare credito – potere concesso, anzi donato loro dallo Stato con un atto politico;

-le banche sono divenute, dunque, un soggetto imprenditoriale dominante .in senso sia economico che politico, realizzando una radicale sovversione dei principi costituzionali primari di sovranità popolare, di fondamento sul lavoro, di eguaglianza, di tutela del lavoro e del risparmio.

Questo sistema monetario, creditizio e bancario è quindi ingannevole, incostituzionale, antisociale. Perciostesso, a chi voglia applicare la Costituzione vigente e la stessa legge ordinaria, esso offre la possibilità di rapidi ed efficaci interventi. Una norma che restringa l’uso del denaro legale in favore del denaro virtuale bancario privato, in questo scenario di onnipotenza bancaria privata, sarebbe la riprova della dipendenza diretta dagli interessi bancari del governo, dei suoi ministri, dei suoi partiti di falsa sinistra e falsa socialità.

Applicando le osservazioni di realtà economica e giuridica testé svolte circa la creazione della liquidità da parte del sistema bancario e l’occultamento dei relativi redditi, lo stato dovrebbe quindi sottoporre a revisione i criteri contabili adottati sia dalle banche commerciali, che dalla banca centrale, che da se stesso. In tal modo lo stato farebbe immediatamente emergere un imponibile tale, da fornire le risorse per il rilancio dell’economia e della società, e in particolare:

-                     Per ridurre la pressione fiscale;

-                     Per attuare spesa pubblica qualificata, ossia mirata ad infrastrutture, insegnamento, ricerca scientifica e tecnologica;

-                     Per interventi a sostegno delle famiglie che, sempre più numerose, stanno perdendo la casa a seguito del rincaro dei tassi d’interesse e della perdita del potere d’acquisto dei redditi;

-                     Per interventi a sostegno delle piccole aziende minate dall’entrata in vigore degli accordi interbancari detti Basilea II, accordi che dispongono la riduzione o la chiusura delle linee di credito a quelle imprese che non siano in grado di aumentare le garanzie concesse alle banche.

Si tratterebbe in sostanza di rilanciare il paese e la legalità costituzionale nonché fiscale, riducendo i profitti netti delle banche dal 90 al 45%, ma salvando, al contempo, il sistema stesso, quindi tutelando gli stessi interessi delle banche – amenoché  queste, nella loro strategia, li vedano meglio realizzabili attraverso il passaggio per uno sfascio profondo.

 


 

 

CIRCOLAZIONE FORZOSA PER LA VALUTA BANCARIA

CIRCOLAZIONE FORZOSA PER LA VALUTA BANCARIA:

PRIVATIZZAZIONE FINALE DELLO STATO

 

         Vi è nozione comune e acquisita alla base della moderna concezione dello Stato, ossia l’esistenza di tre poteri: legislativo, amministrativo e giudiziario. Solitamente questi poteri, i loro ambiti e la loro divisione vengono malintesi dai non giuristi, ma nondimeno essi sussistono, sono funzionalmente riconoscibili.

         Ma vi è un quarto potere istituzionale (il potere di informazione non è un potere istituzionale), di cui non si fa parola nei libri di diritto e nei dibattiti politici. E’ il potere di monetazione, il potere di indebitare Stato, governo e popolo verso di sé, di creare unilateralmente ricchezza a loro spese. Un cotale potere non poteva che restare nell’inconscio della democrazia, dalla Rivoluzione Francese in poi.  E al di sopra di ogni altro potere.        

        

         Il denaro, anticamente, era monete d’oro o d’argento, le quali avevano un valore non rappresentativo ma intrinseco, dato dalla quantità del prezioso metallo contenuto nella moneta stessa. In questa forma, il denaro era un bene.

         Successivamente, lo Stato impose un valore aggiuntivo a quello intrinseco (ad esempio, la moneta conteneva oro per 50, ma lo Stato imponeva un valore nominale di 100, risparmiando oro), e la differenza tra il valore nominale e quello intrinseco fu chiamata ‘signoraggio’: un ‘guadagno’ che il sovrano si creava unilateralmente col mero battere ed emettere moneta. Era una specie di tassazione anticipata. Il signoraggio induceva, ovviamente, inflazione. Il denaro, in questa forma, resta un bene per una parte del valore, quella dell’oro contenuto nella moneta.

         Ancora più tardi, le monete d’oro e d’argento furono rimpiazzate da fedi di deposito aureo. Ossia, i depositari dell’oro –solitamente orefici- emettevano buoni al portatore per determinate quantità di oro, buoni che davano diritto a ritirare ciascuno la quantità d’oro su di esso indicata. Questi buoni erano titoli di proprietà di determinate quantità di oro.

         Col passar del tempo, questi proto-banchieri si accorsero che non era necessario mantenere una copertura aurea totale del valore dei buoni emessi, perchè solo una piccola parte dei portatori si presentava a richiedere l’oro corrispondente ai buoni di cui era portatrice. Così prese ad emettere quantità di buoni con un valore nominale complessivamente multiplo di quello della riserva aurea, sicchè questa divenne frazionaria. Ma, con ciò, il buono non è più un buono, una fede di deposito, un titolo di proprietà; bensì è un titolo di credito: il portatore non è proprietario di una quantità di oro depositata presso l’emittente, ma –ben diversamente- ha il diritto di richiedere all’emittente una conversione del buono in oro. La pagabilità del buono dipende quindi dalla solvibilità dell’emittente.

Il successivo passo fu l’introduzione delle banconote convertibili in oro: su di esse stava scritto che, a presentazione della banconota, la Banca Emittente si impegnava a convertirle in oro in favore del portatore, attingendo dalla proprie riserve auree. In questa forma, il denaro è un titolo di credito al portatore, emesso dalla Banca Centrale, e l’oggetto di credito è la dichiarata quantità d’oro (bene fungibile). La copertura aurea restava frazionaria. La convertibilità non era però affatto assicurata, perchè sovente le Banche Emittenti rifiutavano la conversione per ragioni di interesse nazionale (così accadde massicciamente nel 1929).

         Nel 1971, l’amministrazione Nixon, per far fronte all’enorme debito pubblico prodotto dalle spese di guerra in Viet Nam, denunciò unilateralmente gli accordi di Bretton Woods e uscì dal gold standard: la Federal Reserve cessò di esser tenuta a convertire i Dollari in oro, e la convertibilità in oro fu abbandonata a livello mondiale (per inciso: questa è la colpa vera, per cui Nixon fu eliminato, non l’affare Watergate, che invece fu la pseudolegittimazione democratica del suo impeachement: rompendo l’ordine monetario mondiale, egli aveva destabilizzato i piani di molte società multinazionali). Da allora, sulle banconote non sta più scritto che la Banca Centrale le pagherà in oro a presentazione. Il denaro divenne un puro legal tender, mera moneta avente corso legale, ossia avente una validità e un valore accettati dallo Stato. Sulle banconote in Dollari statunitensi compare l’affermazione “This note is a legal tender for all debts, public and private”, ossia “Questo biglietto ha corso legale per tutti i debiti pubblici e privati”. Con questo passaggio, la quota di signoraggio sul valore nominale del denaro è divenuta del 100%.

Infine, sulle banconote in Euro non compare, invece, alcuna scritta, alcun impegno o dichiarazione di validità legale della Banca Centrale Europea. Ritorneremo su questo punto.

        

Orbene, se ci chiediamo: Che cos’è il denaro? la domanda può apparire superflua: che cosa sia il denaro, è ovvio. Lo sanno tutti. Tutti maneggiano i soldi. La domanda è superata dalla prassi, sembra. Ma l’ovvio nasconde una realtà profonda e determinante per la società.

 

         Diversamente da ciò che affermò Aristotele, il denaro non è una misura, nè un’unità di misura, del valore dei beni. Le misure e le unità di misura sono analoghe per natura e contenuto a ciò che misurano. Lo riproducono in una quantità fissa. Il righello riproduce un segmento di linea, ossia di lunghezza. Un misurino riproduce un volume, una quantità di spazio. Un peso per bilancia riproduce, contiene una quantità di peso. Un cronometro produce quantità di tempo. 25 ore sono una quantità di tempo. 25 Euro che cosa sono? Il denaro, invece, non è, non contiene, non produce alcunchè. Non misura alcunchè, perchè non ha alcuna corrispondenza ad alcuna proprietà oggettiva dei beni e dei servizi.

 

         Il denaro non è più una quantità di oro – l’abbiamo già osservato.

         Non è nemmeno più una misura di valore aureo, perchè l’Euro, come tutte le principali monete, da Bretton Woods in poi, non è convertibile in oro. Il portatore di una banconota non può presentarsi al suo istituto di emissione e richiedere di cambiarla in oro o in altro bene.

         Non è un titolo di credito, una carta-valore, e non lo era anche quando ancora si presentava come un pagherò cambiario, perchè nessuno deve ‘pagarlo’, e perchè una cambiale o un assegno, una volta pagati, perdono valore, mentre la banconota non perde mai valore.

E allora che cos’è?

Molto semplice: è niente, ovvero è un quid arbitrario, un significante senza significato. Anzi, no.

         Un importo monetario – ad esempio, € 100 – non è altro che un numero stampato su un biglietto dotato di specifici caratteri di riconoscibilità emesso da un monopolista dell’emissione, il che ne limita l’offerta e ne costituisce la scarsità.  Ma ciò equivale a dire che esso è una commodity a sè stante, una fra le molte, le cui proprietà oggettive specifiche sono l’essere accettata come mezzo di pagamento dagli Stati e da altri soggetti, l’essere frazionabile, l’essere omogenea, l’essere fungibile, l’essere conservabile, l’essere portatile e tascabile, l’essere quantificabile a vista, etc. (mentre le proprietà oggettive specifiche del rame, ad es., sono fisiche). E’ una commodity giuridica (diversa dalle commodities fisiche perchè costituita per legge; così come le persone giuridiche sono diverse dalle persone fisiche). Di questa commodity, come di tutti gli altri beni, compreso l’oro, il valore è determinato multifattorialmente  –nella logica di domanda e offerta e attraverso la forza dell’economia-  dal rapporto di scambio tra essa, le altre commodities del medesimo tipo (le altre divise: tot Yen per un Euro) o di altro tipo (il rame, il petrolio: tot Yen per una tonnellata di rame, tot per un barile di petrolio), gli altri beni non costituenti commodities (un quadro, un’autovettura, una certa casa). Essendo una commodity a limitata disponibilità (essendo, cioè, ‘scarso’, come, per es., il ferro, e a differenza dell’acqua di mare), il denaro ha un valore proprio, intrinseco anche come mera cartamoneta. Un valore, peraltro, variabile e, in astratto, persino azzerabile – proprio come quello di tutti gli altri beni. Propriamente, niente può avere un valore intrinseco, nel senso di assoluto, perchè ogni valore è relativo a una domanda, a un uso.

La vecchia moneta d’oro, come pure quella convertibile, risulta, ora, come avente un valore duplice, perchè è due commodities in una: commodity-moneta e commodity-oro.

E poichè queste due commodities hanno corsi, perlopiù, complementari (essendo l’oro un bene di rifugio quando il denaro si svaluta), l’accoppiamento di quelle due particolari commodities costituisce un binomio avente valore bilanciato e stabilizzante.

La fine della convertibilità aurea comporta non la perdita del valore intrinseco della moneta, ma la perdita di quel bilanciamento intrinseco, di quella proprietà stabilizzante.

        

         Veniamo alla genesi del denaro. Chi lo emette è la Banca Centrale. Essa ne è proprietaria. Ha il diritto esclusivo di emettere moneta.

Indi, lo cede alle altre banche a prestito, contro interesse.

Ma, si noti bene, la Banca Centrale, nel cederlo, non cede qualcosa che abbia un valore (l’abbiamo dianzi visto), nè si impegna a fare o dare alcunchè (non contrae alcuna obbligazione, non è tenuta a convertire il denaro in oro o a garantire che la massa monetaria sia e resterà coperta da un controvalore in oro o altro bene, nè che verrà mantenuta costante); nè trasferisce alcun proprio diritto al cessionario (infatti, il denaro non costituisce un titolo di credito verso terzi, come la cambiale-tratta). Eppure, per questa cessione priva di qualsivoglia valore, essa percepisce un interesse; e un interesse maggiore viene esatto dalle banche non centrali quando prestano il denaro ai clienti.

In essenza, ricevendo denaro, le banche non centrali e tutti gli altri soggetti contraggono un debito, ultimamente verso la Banca Centrale, in cambio di qualcosa che non ha valore. E’ vero che possono rimborsare quel debito usando, di nuovo, il denaro; ma ne devono sempre rendere più di quanto ne hanno ricevuto, a titolo di interesse. E questa quantità aggiunta la devono togliere ad altri.

Il valore del denaro, una volta uscito dalla Banca Centrale, è quindi un valore puramente indotto, ossia basato sull’imposizione legislativa (circolazione forzosa: la legge impone la valuta legale come mezzo non rifiutabile di estinzione delle obbligazioni) e/o sull’aspettativa, nutrita da chi lo accetta in cambio di un bene o di un servizio o di una promessa di rimborso, che esso verrà accettato da altri soggetti, coi quali intende avere rapporti patrimoniali. Ossia, io accetto di essere pagato, per le mie prestazioni professionali, in denaro, perchè mi aspetto che questo denaro verrà accettato dal mio panettiere, dal mio benzinaio etc. Ma questo denaro, che io ricevo e scambio, non è altro che carta stampata con un numero sopra. La mia aspettativa, e quella del panettiere e del benzinaio, inducono, o introducono, il valore. O lo spettro del valore. In questo senso, il valore del denaro non si capisce se non si vede il denaro come oggettivizzazione del tempo, del futuro (anticipazione di ciò che mi aspetto in cambio di esso).

Ciò che avviene quando la Banca Centrale batte moneta, è che essa produce ricchezza per sè stessa senza altra spesa, che il costo di produzione del denaro stesso – ricchezza che viene prelevata, tolta, avocata, dagli altri soggetti, dal popolo.

Questa ricchezza ha diverse componenti.

La prima componente, è il potere di costituire e aumentare autocraticamente, unilateralmente, il proprio potere di acquisto di beni e servizi mediante la produzione di ulteriore moneta (l’emissione, ovviamente, non avviene solo in modo cartaceo, ma anche e soprattutto in modo scritturale, ossia con l’accredito di somme su conti correnti). Essa si traduce nell’indebitamento di tutto il popolo, nel trasferimento di valore dal popolo a coloro che comandano la Banca Centrale, perchè, con l’emissione di nuovo denaro a parità di beni e servizi disponibili nel mercato, questi si procurano potere per acquistare una parte di quei beni e servizi, sottraendo per ciò stesso altrettanto potere di acquisto al resto della popolazione.

La seconda componente, è il potere monetario: aumentando la massa o l’offerta monetaria e modificando il tasso di sconto, è possibile variare il corso delle monete e creare svalutazione, recessione, oppure inflazione, etc. Onde un potere sociodinamico.

La terza componente, è il potere finanziario, che consente alla Banca Centrale di favorire o impedire iniziative politiche (non solo coi finanziamenti elettorali, ma anche con la serrata del capitale, ossia la chiusura dei crediti, che può mettere in ginocchio un Paese, esercitando così coercizione politica) e imprenditoriali (fino a produrre ristrutturazioni del mercato, come si ottiene sostenendo un’impresa specifica che fa dumping per mandare fuori mercato le imprese concorrenti, indi, rimasta sola, diviene monopolista).

 

         Da queste premesse, si capisce che il potere monetario-bancario viene prima, trascende, lo stesso principio del profitto e del mercato, perchè crea e sposta valore e potere senza bisogno di dare in cambio un corrispettivo; e si capisce perchè esso è il vero potere sovrano, dominante su quello politico, che da esso discende – si capisce perchè il mondo, da secoli, è dominato da un’oligarchia bancaria. E perchè questo dato di fatto, sebbene logico e semplice a capirsi, non sia spiegato nelle scuole nè dai partiti politici.

         La funzione dello Stato, in questa struttura dinamica, è essenzialmente quella di imporre, o indurre, il valore del denaro (denaro che, altrimenti, sarebbe solo carta stampata) e il monopolio della sua emissione in favore della Banca Centrale.

Ciò viene ottenuto coll’imposizione del corso legale forzoso, ossia coi seguenti mezzi:

a)     garantire il monopolio dell’emissione della moneta in favore della Banca Centrale;

b)    accettare per ogni pagamento, dovuto allo Stato (tributi, sanzioni etc.) quella medesima moneta, e quella sola;

c)     pagare ogni proprio debito (stipendi, pensioni, indennità etc.) solo con quella medesima moneta.

     Lo Stato, in questo sistema, si comporta come un generatore di energia in un circuito elettrico: crea una differenza di potenziale tra l’estremità che paga in moneta, e quella che si fa pagare in moneta; inoltre, trasmette al popolo la sensazione che il denaro sia un valore reale; ne consegue l’induzione di un flusso: la circolazione monetaria.

L’Euro si differenzia dalle monete tradizionali perchè, diversamente da queste, non reca alcuna scritta esprimente l’affermazione che sia valuta avente corso legale. E’ questo uno stratagemma giuridico delle istituzioni europee per preparare la giustificazione legale a non accettarlo più, in futuro e alla bisogna, come moneta di estinzione dei debiti pubblici?

 

La storia del denaro, dalla moneta aurea, attraverso il signoraggio, la convertibilità aurea, Bretton Woods, Nixon, fino all’anonimato dell’Euro, è fondamentalmente la storia dell’affrancarsi e del prevalere del potere monetario  rispetto a ogni altro potere.

L’indagine deve quindi dirigersi verso lo studio dell’organizzazione e del comando sulle Banche Centrali dei vari Paesi, e soprattutto sul rapporto di potere tra esse e i rispettivi governi. Ad esempio, la Banca Centrale Europea, come quella Italiana, si governa da sè, è indipendente dal governo nel decidere in fatto di emissione di nuova moneta e nel fissare i tassi di sconto – sostanzialmente, è comandata da grandi banchieri privati, che attraverso essa condizionano le istituzioni. Al contrario, la Bank of England è subordinata al governo britannico, e precisamente al Ministero del Tesoro. E forse è questa la non divulgata ragione, per la quale la classe politica britannica è restia ad aderire all’Euro. Aderire all’Euro significa nongià entrare in una grande famiglia di popoli europei -questo è l’argomento usato per entusiasmare i popoli-, bensì accettare la sovranità diretta di determinati gruppi privati sulla propria finanza, economia, società.

 

Come abbiamo visto, lo svuotamento del valore della moneta – prima quello intrinseco, poi quello giuridico, fino alla sua riduzione a mero numero stampato su carta filigranata – è avvenuto attraverso diversi passaggi, è stato graduale. Pochi si sono accorti di ciò che avveniva ogni volta. Nessuno, credo, ha rifiutato i Dollari dopo che su di essi è sparita la scritta “pagabile al portatore”. Nessuno si è accorto, che l’Euro ha perso persino la scritta “questa banconota ha corso legale”. Il sistema ha assorbito ogni singolo atto di svuotamento del denaro grazie al fatto che ciascuno di questi atti interveniva in una circolazione già esistente di denaro, dotata di una sua inerzia.

 

Ultimamente, i governi, e soprattutto i governi-fantoccio che rappresentano direttamente gli interessi bancari e che sono costituiti da uomini delle banche, stanno imponendo, gradualmente, con divieti e limitazioni all’uso della moneta legale (del contante), la circolazione forzosa non della valuta legale (dell’Euro, cioè), ma della valuta scritturale bancaria, del credito bancario (carte di credito, assegni, bonifici, etc.) in sostituzione della valuta legale. Che quindi cessa di essere valuta legale.

La valuta legale a circolazione forzosa è, oramai, quella prodotta direttamente, a costo zero, senza copertura, senza controlli pubblici, dai banchieri privati. Lo stato, che dona ai banchieri la potestà di emettere e di ritirare la valuta legale privata, è oramai loro diretta proprietà.

IL DISSESTO DELLE BANCHE

Roma, 2 Aprile 2008 – AgenParl – La Bafin (l’istituto di controllo delle banche in Germania) e la Goldman Sachs concordano su una stima delle perdite derivanti dall’attuale crisi finanziaria per cifre comprese fa i 500 ed i 600 miliardi di dollari, in gran parte dovute alle insolvenze sui prestiti “sub-prime” ed alle relative conseguenze sui cosiddetti derivati. Per quanto ci si riferisca a cifre pari a circa un terzo del PIL italiano, tuttavia si tratta solo di ipotesi riguardanti l’immediato presente, cifre che non tengono in nessuna considerazione l’effetto valanga dei derivati stessi entro qualche mese o qualche settimana; quando, negli Stati Uniti, comunque ben prima delle prossime presidenziali, gli hedge funds strangoleranno le banche. E’ vero che in Europa l’esposizione per i sub-prime è stimata solo al 10% del totale, ma, anche qui, gli analisti vogliono farsi sfuggire un particolare non piccolo: se c’è recessione o anche solo insufficiente sviluppo, anche l’area dei debitori in difficoltà tenderà a crescere in maniera esponenziale. In Italia, ad esempio, le banche vantano modestissime sofferenze, semplicemente perché i prestiti difficili sono stati fatti uscire dai bilanci cartolarizzandoli e cedendoli alle società di recupero crediti. Infatti, le banche registrano poche sofferenze, ma le esecuzioni forzate autorizzate dai tribunali sui beni dei debitori sono raddoppiate quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le banche conoscono la situazione e, infatti, si stanno attrezzando, anche con le rinegoziazioni e i “nuovi prodotti” ad affrontare i problemi autorizzando o contrattando periodi di sospensione dei pagamenti. In questo modo non ci sono effetti sullo stato patrimoniale delle banche creditrici. In realtà le banche, quando non ricevono le rate dei mutui e dei prestiti non perdono quasi nulla, semplicemente registrano mancati guadagni. Si sa che il numero dei debitori  – famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni locali – che non riuscirà a mantenere gli impegni è destinato ad aumentare; ma le banche temono, come è già successo in USA e Gran Bretagna che i risparmiatori, presi dal panico, si riversino presso gli sportelli per ottenere la restituzione dei depositi. Ora, la liquidità in possesso del sistema bancario è una frazione minima dei valori in gioco, ma le banche non vogliono dire la verità sul proprio funzionamento, vale a dire sulla possibilità di sopportare senza problemi il mancato pagamento delle rate dei mutui e dei prestiti, perché ciò cambierebbe tutte le regole del gioco. Basterebbe impostare i bilanci delle banche in modo più razionale – evitando di confondere i depositi e le passività – per ottenere una informazione trasparente sui costi effettivi che le banche affrontano nell’emettere un prestito. Non dovrebbe meravigliare, pertanto, se, nell’immediato futuro, il sistema bancario elaborerà ulteriori strategie per congelare i debiti più difficili non cartolarizzati o esternalizzati. In questo modo si creerebbe una situazione simile a quella che già esiste per le tasse: i lavoratori regolari a reddito fisso le pagano anche per quelli che le possono evadere. Occorrerebbe, quindi, approfondire l’argomento, per arrivare, finalmente, ad una riduzione generalizzata e non selettiva dell’indebitamento verso le banche che potrebbe restituire capacità di acquisto a tutte le famiglie con effetti positivi per tutto il sistema economico e produttivo. Non ci sono, al momento, altre strade di recupero dei redditi dei cittadini e, infatti, molte delle prospettive lanciate durante questa campagna elettorale, non sono altro che promesse irrealizzabili. Se non si cambierà l’approccio alla politica economica, dopo le elezioni occorreranno nuovi, inutili e gravosi sacrifici a fronte di redditi insufficienti e situazioni sempre meno governabili.