Archivio del mese di marzo, 2010
LA META DEL DECLINO ITALIANO
Da quasi venti anni l’Italia sta costantemente perdendo produttività rispetto anche ai partners comunitari nonché quote del mercato internazionale. Peggiorano la qualità della “giustizia” (156esima per qualità al mondo), dell’insegnamento, della pubblica amministrazione in generale, cala la capacità di ricerca e innovazione e gli investimenti stranieri. Aumentano debito pubblico e tasse. Aumenta la spesa corrente. Aumenta il costo del lavoro per unità di prodotto, che supera quello dei partners europei, sebbene i salari siano più bassi. Peggiorano la bilancia dei pagamenti e l’occupazione. Tutto ciò rende le imprese ancora meno competitive e allontana i capitali stranieri. Non si sono avute inversioni di tendenza. Quindi la direzione stabile è questa: impoverimento, minore reddito, minore capacità di esportare (meno 24% nel 2009), di sostenere il debito interno, di pareggiare la bilancia dei pagamenti, di modernizzare. Dato che ciò va avanti da circa vent’anni senza inversioni di tendenza nonostante le diverse maggioranze politiche avutesi nel periodo e i molti preannunzi di incisive riforme, è chiaro che si tratta di un processo dovuto a fattori strutturali, non contingenti, che non vengono rimossi, e su cui non hanno effetto quelli che sono presentati come interventi di razionalizzazione, di risparmio, di controllo, di manovra sui conti pubblici, di stimolo, quali quelli che si discutono e talora si attuano da parte della dirigenza politica. Infatti ne sono stati fatti molti senza che la tendenza si sia modificata. Neanche dall’entrata nell’Euro. Anzi…
Il recente saggio di Luca Ricolfi, titolato “Il Sacco del Nord”, ci aiuta a capire le cause strutturali di questo declino come tutt’uno con un’altra e ben più inveterata costante italiana: da 60 anni si fanno interventi di spesa e incentivi per sollevare il Mezzogiorno rispetto al Settentrione, senza alcun risultato positivo. Il Mezzogiorno, anziché avvicinarsi, scende sempre più in basso, nonostante che gli interventi e la spesa continuino. L’idea alla base delle politiche meridionaliste era quella di trasferire ricchezza dal Nord al Sud per un limitato periodo di tempo, al fine di finanziare e sostenere lo sviluppo del Sud e mettere il Sud in grado di sostenersi da solo (così ha fatto la Germania col suo Est ex comunista). A quel punto, il Sud non avrebbe più avuto bisogno di aiuti (in circa 20 anni questo piano è stato attuato, ed è sostanzialmente riuscito, dalla Germania per assimilare e perequare la DDR). Per contro, nella realtà, dopo 60 anni di aiuti, il Sud non solo non è in grado di sostenersi da solo, non solo non si è avvicinato al Nord, ma addirittura si è ulteriormente indebolito, ha sempre più bisogno di aiuti, e il divario rispetto al Nord aumenta anche se si mantengono gli aiuti. Al contempo, ancora più forte è divenuta la criminalità organizzata e la sua commistione con la politica. Per erogare i medesimi servizi (ovviamente però di qualità inferiore), per esempio, la Regione Sicilia ha un costo sestuplo della Regione Lombardia. Il tasso di spreco/ruberia in Sicilia è circa il 55%, in Lombardia circa il 5%. Gli aiuti sono andati complessivamente a rafforzare la locale partitocrazia a forte componente mafiosa e a consentirle di estendere il proprio dominio sul sistema-paese.
Il saggio di Ricolfi conferma quanto scrivevo due anni fa a pag. 34 del mio Basta con questa Italia!, e che da ancor prima si sapeva, ma si teneva sotto il tappeto:
-La classe politica italiana, nel suo complesso, tra una cospicua rendita e mezzi per mantenersi al potere mantenendo il Sud nell’arretratezza, quindi nel bisogno, così da giustificare forti trasferimenti perequativi dalla Lombardia e dal Veneto (e in minor misura da Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche), che usa appunto per arricchirsi e per mantenersi al potere;
-Nell’intercettazione delle risorse pubbliche è particolarmente attiva la criminalità organizzata, la quale è dominante in un numero tale di collegi elettorali, che nessuna maggioranza parlamentare o locale può reggersi, se non cxxxxxxxx con essa;
-La raccolta del consenso e delle sponsorizzazioni avviene estesamente attraverso spartizione illeciti di privilegi (voti clientelari, voti di scambio, corruzione), sicché i meccanismi di legittimazione democratica sono in opposizione con la legalità (ci si legittima violando la legge);
-La funzione giurisdizionale non costituisce un ostacolo, perché ricoperta di privilegi, ampiamente cointeressata, e qualitativamente al livello dell’Africa Nera (156a al mondo per qualità, quindi impensabile come possibile risanatrice del sistema);
-Nessun potere giudiziario, del resto, avrebbe efficaci strumenti di fronte a un’illegalità sistemica (i giudici possono tutelare la legalità solo se l’illegalità è l’eccezione, non se è la regola, il metodo generalmente praticato, cioè la vera legge; e leggi ufficiali dello Stato italiano sono lontanissime dalle leggi reali del sistema di potere italiano, incluso il potere giudiziario. Doppia legalità;
-In ogni caso, ciò che i giudici tutelano è sempre la legge, l’ordinamento reale del sistema di potere, che coincida o non con la legge ufficiale; lo tutelano applicandolo nei fatti seppur rivestito di forme accettabili, di legittimità ufficiale; questa operazione di rivestimento, ai magistrati italiani, riesce sempre meno bene;
-La competizione per il potere tra i partiti politici è vinta da quei soggetti che riescono a raccogliere e distribuire più risorse (spesa pubblica, privatizzazione, creazione di mono/oligopoli, appalti) per remunerare i loro sostenitori, grandi e piccoli (la solidarietà non funziona perché chi maneggia i soldi della solidarietà li usa per sé, per il suo clan, per i suoi sostenitori e li adopera per restare al potere).
Questo meccanismo si è venuto rafforzando e stabilizzando attraverso anche la campagna Mani Pulite. La sua stabilità è dovuta a precisi fattori:
-E’ semplice e facile da mandare avanti (idiot-safe, Idioten-sicher, a prova di idiota): non richiede competenze e capacità di governo e direzione (bastano capacità delinquenziali); può quindi essere gestito e fatto rendere anche da una classe dirigente impreparata, e selezionata in base a qualità antisociali, quale è quella italiana;
-Nel breve-medio termine è in grado di garantire rendite e privilegi che continuano anche mentre produce il declino dell’intero sistema-paese e lo avvia alla povertà nel lungo termine (ma si sa che, mentre i profitti di un meccanismo continuano nel presente, la prevedibilità di un disastro nel lungo termine non modifica i comportamenti degli operatori);
-Non sono disponibili meccanismi alternativi, virtuosi, redditizi e al contempo gestibili da una classe dirigente come la nostra;
-La classe politica del Sud dipende, per mantenere potere e rendite, dalla possibilità di scaricare sul Nord i costi delle inefficienze, delle disfunzioni, delle distrazioni che essa produce (se il Sud non potesse operare questo scarico, dovrebbe fare i conti con se stesso e le proprie distorsioni, e sarebbe costretto a cambiare per sopravvivere);
-Ampie fasce della popolazione e dell’imprenditoria meridionale sono state assuefatte a vivere di assistenza pubblica e non ne percepiscono più il carattere abnorme, ma lo considerano come un diritto naturale, un indennizzo per altri svantaggi territoriali, di cui soffrono;
-In quest’ottica, che esclude la possibilità pratica un risanamento o una correzione del sistema-paese, gli operatori politici non possono razionalmente porsi obiettivi di lungo termine e di efficienza del sistema; l’unico obiettivo razionale per loro è arraffare il più possibile dalla nave che sta affondando, e trasferirlo al sicuro; ed è in questa logica che, come constatiamo quotidianamente, stanno sempre più operando. Pertanto, non può avvenire che la politica italiana progetti o tenti di correggere il sistema. Al contrario, più esso si deteriora, più la classe politica sarà motivata ad agire con logiche di breve termine e per far cassa. Quindi, nei prossimi tempi, avremo sicuramente un peggioramento della gestione del paese. Grandi ricorsi a norme in deroga per lanciare grandi opere inutili ma redditizie nel breve, grandi appalti pubblici a società di amici, grandi saccheggi del territorio, sono inevitabili e già in corso.
Per tutte le suddette cause, il meccanismo di produzione di potere e rendita per la classe dirigente, e di impoverimento del Paese, ma efficacissimo per i suoi gestori, è continuato nonostante i suoi fallimenti, nonostante la sua nocività e rovinosità, che oramai si manifestano visibilmente e fanno prevedere il peggio. E’ continuato e continua anche oggi, immutato, come i continui scandali dimostrano. L’illegalità, la corruzione, non sono accidenti, errori di percorso, della politica, ma il metodo e lo scopo con cui si fa politica e si va avanti in politica. Si fa politica per intercettare la spesa pubblica; senza le risorse prelevate da questa, non si vince nella competizione per il potere.
Per capire meglio dove questo meccanismo stia portando l’Italia, dobbiamo considerare il fatto che esso sta, come dice Ricolfi, “spoliando” le regioni trainanti, quelle competitive a livello mondiale, ossia (soprattutto) Lombardia e Veneto, per mantenere le regioni più improduttive. “Spoliare” significa non solo “sfruttare”, ma spremere tanto da togliere anche le risorse necessarie per il mantenimento dell’efficienza produttiva, per gli investimenti, le innovazioni, le infrastrutture. Con la conseguenza che anche Lombardia e Veneto da anni oramai perdono colpi (è in corso una moria di imprese, un dilagare delle insolvenze, e le infrastrutture stanno deteriorandosi, strade in testa, per omessa manutenzione), e per tale ragione il sistema-paese arretra sempre più rispetto agli altri paesi comunitari e rispetto a tutto il mondo. Da parte dello Stato italiano, Lombardi e Veneti sono sottoposti a uno sfruttamento coloniale, che per giunta impone loro di divenire, gradualmente, una zona arretrata come il Sud, ma senza più l’assistenza di cui ora il Sud, grazie ai loro soldi, sta godendo. Sicuramente, non tutta la classe politica del Sud è mafiosa. Ma tutta la classe politica del Sud dipende dalla gestione mafiosa delle risorse pubbliche e dall’azione mafiosa in parlamento, per restare al potere e nelle sue posizioni di rendita e di consenso. E ogni maggioranza parlamentare dipende dal voto dei politici meridionali. Lo Stato italiano unitario, in ragione della struttura del suo ordinamento reale, delle sue suddette dipendenze mafiose, è, e non può non essere, uno Stato-mafia, nel senso peggiore del termine, che non è quello delle lupare, ma quello del blocco dello sviluppo, della controllo attraverso la sclerotizzazione, dell’incapacità a fare altro che estorcere denaro a chi produce, del non avere cura del domani. Alla luce di questa dipendenza delle maggioranze dai voti di mafia, appare risibile o ipocrita colo che, dopo il successo della Lega Nord nelle elezioni amministrative di ieri, denunciano il rischio della dipendenza della (presente) maggioranza da una forza, come la Lega, radicata solo in una parte del territorio nazionale (il Nord – anzi, guarda caso, nelle regioni più depredate). A quei signori sta forse invece bene la ormai pluridecennale dipendenza di ogni possibile maggioranza dai voti di mafia, cioè dell’organizzazione radicata nell’altra parte del territorio? O più semplicemente paventano che la Lega possa ora intervenire per salvare il Nord dalla spoliazione e rompere così la macchina del potere e del guadagno facili?
Del resto, come sta dimostrando il caso della Grecia rispetto all’Euro, aree geografiche con grandi diversità tra di loro in fatto di produttività e competitività non riescono a mantenere una moneta comune, perché le aree a bassa produttività e competitività hanno necessità di svalutare per poter continuare ad esportare e non entrare in recessione, la quale comporta minori entrate quindi crescenti difficoltà nel pagare gli interessi sul debito (pubblico e privato), disoccupazione, fine del welfare, etc. L’Italia, prima dell’Euro, restava competitiva in quanto, ricorrentemente, svalutava la Lira. Oggi non lo può fare. Ma non può nemmeno rendersi più competitiva attraverso investimenti in innovazione infrastrutture, perché il meccanismo del potere nello Stato italiano, come dianzi spiegato, assorbe per altri fini le risorse necessarie e si oppone all’ammodernamento siccome destabilizzante per i privilegi consolidati sul cui consenso di reggono gli equilibri politici. Inoltre, la classe politica italiana non ha la competenza necessaria per un ammodernamento. Quindi l’Italia continua da sessant’anni a sprecare denaro nel Sud a danno nel Nord e del Sud stesso (il quale, potendo scaricare i costi delle proprie disfunzionalità sul Nord, può evitare di fare i conti con esse e a correggerle); e da quasi venti anni continua, stabilmente, a perdere quote di mercato; è pertanto in una recessione strutturale, salvo quanto diremo presto. Attualmente lo Stato toglie al Nord, ogni anno, circa 50,6 miliardi netti, pari a circa il 7% del pil del Nord, se si applica un criterio totalmente solidaristico (ossia, che la spesa pubblica pro capite sia eguale per tutte le regioni); oppure 83,5 miliardi, se si applica un criterio totalmente responsabilistico (ossia, ogni regione spende i suoi redditi). Le cose si fanno ancora più gravi, se si considera che nel Nord ci sono tre regioni passive (Liguria, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige). I più saccheggiati sono i Veneti con 7,7 miliardi su 4,5 milioni di abitanti.
La suddetta assenza di alternative praticabili a questo meccanismo di potere rende pressoché certo che questo processo di impoverimento e arretramento continui (così la pensa anche Luca Ricolfi); e, proseguo io, che continui fino a che non intervenga un crollo strutturale, un evento di rottura, quale potrebbe essere l’espulsione o l’uscita dall’Euro, come proposto dal Cancelliere Merkel per la Grecia. Oppure un piano di “aiuti” finanziari da parte di un costituendo Fondo Monetario Europeo, però condizionati a riforme durissime, al pagamento di onerosi interessi, e alla perdita del diritto di voto in ambito comunitario – sulla linea avanzata dal ministro tedesco delle finanze sig.ra Schäuble, sempre per la Grecia. Questo equivarrebbe a un commissariamento dello Stato greco o italiano da parte della finanza comunitaria e della BCE, che è sostanzialmente privata nella gestione. All’asservimento di (lavoratori e consumatori) Greci e Italiani agli interessi, sovente contrapposti, delle nazioni forti nell’UE. E a un brusco peggioramento delle condizioni di vita, in termini di taglio della spesa pubblica e degli stipendi, nonché di inasprimenti fiscali. O di cessione di beni, risorse, imprese pubbliche a soggetti finanziari privati. In sostanza, sarebbe un’operazione di ulteriore spoliazione, di alienazione del lavoro e del risparmio non più di una regione da parte di uno Stato centrale per conto di una casta, ma di intere popolazioni nazionali da parte di potentati finanziari sovranazionali operanti attraverso organismi comunitari e paracomunitari come la BCE.
Quali scelte può razionalmente fare il cittadino che non partecipi di rilevanti benefici dipendenti dal meccanismo di potere italiano? Lottare per cambiare il sistema? E’ irrealistico, irragionevole, perché il sistema va bene così a chi lo ha in mano, e dispone di ampi mezzi, dall’oligopolio mediatico alle forze dell’ordine, per preservarsi. Ingegnarsi per trovare, nella propria attività produttiva, soluzioni volta per volta alle difficoltà commerciali, tributarie, recessive, infrastrutturali? E’ come arrampicarsi sempre più in alto sull’albero di una nave che affonda per rinviare l’inevitabile annegamento. L’unica opzione razionale per chi è ancora abbastanza giovane, come pure per chi ha risorse sufficienti per vivere di rendita (e non vuole ritrovarsele una mattina svalutate da un’uscita dall’Euro o ipertassate per restare nell’Euro), è l’emigrazione verso un paese efficiente, con un trend di sviluppo e innovazione. Esportando i capitali. La scelta è ampia, per fortuna. La fuga di capitali, di imprenditori e di cervelli dall’Italia è già da tempo in atto. Il regime italiano ne ha beneficio, perché la gente capace e scontenta è sempre una minaccia per un regime inefficiente.
In questo scenario, non si può peraltro escludere, a seguito di un prevedibile tracollo economico, un sollevamento indipendentista delle regioni “spoliate” del Nord, le quali hanno stretto, grazie anche alle competenze delle regioni nei rapporti internazionali, una fitta rete di accordi economici, amministrativi e culturali con le regioni europee confinanti. L’opzione funzionalmente più razionale e benefica per tutti, nel medio termine – la riforma senza di cui nessuno può riformare il paese – sarebbe separare il Nord dal Sud, come si separò la Cechia dalla Slovacchia, in ragione delle oggettive diversità di bisogni di queste due aree. Nell’interesse di tutti, settentrionali e meridionali, eccettuato solo il ceto politico e parassitario. Il Nord resterebbe nell’Euro e concorrerebbe efficacemente con le altre aree economiche evolute, libero dal saccheggio attuale. Il Sud, comprensivo almeno del Lazio e dell’Umbria, si darebbe una valuta propria, svalutata rispetto all’Euro, quindi ridiverrebbe competitivo col suo turismo e le sue esportazioni. Riceverebbe fondi perequativi sotto la sorveglianza dell’Unione Europea. E sarebbe costretto a fare i conti, dopo un secolo circa, con la sua aberrante e retrograda struttura di potere mafiosa – o eliminandola (improbabile) oppure istituzionalizzandola, cioè mettendola in condizione di rendersi visibile e di doversi assumere responsabilità politiche, senza più poterle scaricare su teste di paglia istituzionali e sulle regioni produttive. Il che la costringerebbe ad evolversi in una forma meno maligna dell’attuale. A imparare a produrre funzionalità, servizi, beni, anziché limitarsi a prendere quelli prodotti da altri. Parimenti, non avrebbe più spazio quella mentalità, ora potente, che percepisce che il guadagno ottenuto con l’inganno o lo scrocco valga il doppio di quello guadagnato lealmente, e che quello guadagnato con l’estorsione valga il quadruplo. In effetti, se consideriamo tutte le predette cause della recessione italiana, dovremo riconoscere che essa non è soltanto una recessione strutturale, bensì una recessione essenziale, connaturale, cioè derivante dalla stessa natura e composizione del paese, dell’Italia unificata.
Però l’establishment politico-istituzionale italiano non può che opporsi a soluzioni del suddetto tipo (come pure all’attuazione di un federalismo fiscale che ponesse fine al sistema suddescritto), perché esso si regge e si arricchisce sul sistema presente, sullo sfruttamento del Nord, ma anche perché ha adottato il modello e la cultura meridionali di potere, e perché non ha la competenza, la cultura, per gestire la cosa pubblica diversamente, ossia in un modo tecnicamente valido, e ha costruito una fortissima burocrazia che ha una mentalità aliena dal confronto coi problemi reali. In senso assolutamente contrario ad ogni aspirazione indipendentista, ed evocando la sacralità dell’unità d’Italia per precludere una pericolosa discussione realistica e pragmatica del problema, si è espresso anche recentemente il Presidente Napolitano. Se non è possibile innalzare il Sud al livello del Nord, è invece ben possibile abbassare il Nord al livello del Sud, assimilare il Nord al Sud, e così ricomporre la divisione tra le due aree del Paese: è facilissimo, basta continuare come già si sta facendo da decenni. Questa è l’unica via praticabile. Napolitano ha espressamente ammonito che le regioni avanzate non pensino a soluzioni separate dal Sud. Dato che un’area a bassa efficienza e produttività, come il Sud, non può sostenere la condivisione di una valuta forte con aree ad alta produttività ed efficienza, come il Nord; e dato che in 60 anni di aiuti la produttività e l’efficienza del Sud non si sono pareggiate a quelle del Nord, ma sono calate; e dato infine che il ceto politico italiano non sa fare altro che ciò che sta facendo ora – dato tutto ciò, è chiaro l’unica via praticabile per tenere insieme l’Italia è appunto pareggiare, assimilare il Nord al Sud, spoliando il Nord, come si sta facendo, fino a ridurlo all’arretratezza del Sud, e formare un paese omogeneamente arretrato, come la Grecia. Omogeneo nell’arretratezza, nella povertà, nella disoccupazione, nella non competitività, quindi omogeneo nelle esigenze anche monetarie (ma non solo) e perciò unito, finalmente. In questo senso ha ragione Tremonti quando dice che il modello economico dei Bersani (ma non solo di Bersani, ovviamente) è la Grecia. Come rappresentante dell’unità d’Italia (art. 87 Cost.), nonché come eletto della classe politica italiana, il Presidente della Repubblica italiana ha il dovere giuridico di sostenere, imporre, portare avanti questa opzione.
Però bisogna vedere come si pronunceranno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte dell’Aja di fronte a ricorsi con cui esponenti dei popoli del Nord, basandosi anche sul Trattato di Lisbona, invochino il diritto a restare in un sistema di qualità europea e denuncino, dati econometrici alla mano, di essere popoli, minoranze, oppresse e “spoliate” colonialmente da uno Stato caratterizzato di bassissima legalità (in ambito sia civile che pubblico), determinante presenza criminale nelle istituzioni, forte e stabile tendenza involutiva verso modelli e livelli nordafricani, e altresì da una sistematica violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo.
Mantova, 01.04.10
Marco Della Luna
Autore di Euroschiavi, Neuroschiavi, La Moneta Copernicana, Basta con questa Italia, Oligarchia per Popoli Superflui, Polli da Spennare.
Pubblicato il: marzo 30th, 2010 under MONETICA ED ECONOMIA POLITICA.
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ORA ANCHE I COSI HANNO UN PAPA
Quando udii il Papa affermare, sull’aereo che lo portava in Africa, col suo facciotto composto, germanico, quasi meccanico, che i cosi non sono utili alla lotta contro la diffusione dell’Aids, lo trovai incredibilmente buffo. Ero esilarato dalla sua goffaggine comunicativa che lo portava, con robotica rigidità (chissà se i robot useranno i cosi?), ad attirare su di sé e sulla Chiesa il biasimo, lo scherno e i rimproveri della scienza e della politica di mezzo mondo, i quali puntualmente sono arrivati, in coro, bordata dopo bordata, impietosi. Il Papa si rendeva ridicolo e insieme appariva crudele, perché sembrava voler imporre i suoi dogmi a costo della sofferenza e della morte di innumerevoli persone, che si potrebbero salvare usando i cosi – ai quali andò subito per reazione la solidarietà e il plauso di interi governi. Insomma, mai si era parlato tanto degli umili cosi, e tanto apertamente. Al contrario, si era sempre cercato di lasciarli nell’ombra, di non menzionarli mai per nome (anch’io, come vedete, li chiamo “cosi”). Di maneggiarli in silenzio. Di gettarli via al buio. Ed ora, grazie a questo Papa, eccoli d’un tratto lessicalmente sdoganati, moralmente legittimati e resi protagonisti della scena mediatica mondiale. Che magisteriale autogol!
Poi però riflettei che il Papa e la Curia dietro di lui non potevano essere tanto stupidi da non prevedere che un attacco ai cosi condotto in spregio alla scienza avrebbe prodotto una campagna di sostegno e di promozione in favore dei cosi stessi, e di denigrazione della Chiesa Romana. Quindi quel risultato era stato evidentemente da loro preventivato e voluto, accettato per un fine superiore. Evidentemente cioè il Papa, volendo da un lato far capire soprattutto agli Africani che devono usarli perché usarli limita il contagio, ma dall’altro lato non potendolo dichiarare, per ovvie ragioni di teologia e di coerenza, aveva escogitato di fare una dichiarazione palesemente assurda e inaccettabile contro i cosi, onde suscitare grandi reazioni contrarie che informassero gli interessati sull’opportunità di usarli. Come puntualmente è successo. Addirittura la cattolica Spagna ne ha donato un milione ai poveri Africani. Questa interpretazione dell’intendimento del Sommo Pontefice mi parve ancor più verosimile allorché mi sovvenne di aver letto che il Vaticano sarebbe azionista di maggioranza di una nota Casa produttrice di cosi.
Ma poco dopo incominciai a ricevere dati dai quali risulta che, effettivamente, l’uso dei cosi non diminuirebbe, anzi aumenterebbe, la diffusione del contagio, in quanto incoraggerebbe la promiscuità. Inoltre i piccolissimi virus dell’Aids potrebbero passare per i pori del lattice con cui sono fatti i cosi. Niente amore sicuro, quindi. Non sono in grado di verificare la veridicità e la fondatezza di tali dati e della loro interpretazione, ma essi aprono la possibilità che il Papa, in quella sua esternazione, abbia semplicemente enunciato la verità, a beneficio di tutti, oblativamente, a costo di rendersi zimbello di tutti i laicisti del mondo e di farsi crocifiggere mediaticamente da una scienza e da una politica prezzolate dall’industria farmaceutica. Se le cose stanno così, il Papa ha dimostrato molto coraggio, ma anche, di nuovo, molta ingenuità, perché l’effetto del suo sacrificio è andato decisamente in favore dei cosi e dei loro produttori. Oppure il Papa e chi per lui non sono affatto ingenui, e volevano esattamente questo risultato, il boom dei cosi. Insomma, adesso che non c’è più religione, e che anche i cosi hanno un papa che parla di loro, non ti devi stancare di girar la frittata. Solo così, con santa pazienza, ti riuscirà… dorata.
10 Aprile 2009
Marco Della Luna
Pubblicato il: marzo 1st, 2010 under GENERALI.
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TARTAGLIA FA RIMA CON BASAGLIA
“Tartaglia fa rima con Basaglia” è uno slogan provocatorio ispirato al gesto di Massimo Tartaglia, il malato di mente in cura da oltre dieci anni presso strutture pubbliche, che ha ferito alla testa il premier. L’attacco a Berlusconi, che poteva aver conseguenze anche molto gravi, forse imporrà all’attenzione e all’agenda della politica la questione dei malati di mente pericolosi per sé o per gli altri, e degli strumenti adeguati per trattarli efficacemente, in fase di attuazione della Riforma Bindi, che chiude gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), nonché a quasi trent’anni dalla riforma Basaglia, che chiuse gli ospedali psichiatrici.
Premesso che i malati mentali pericolosi sovente non sono consapevoli di essere malati e non accettano di essere curati, si pone il problema, giuridico e pratico di come curarli contro la loro volontà, problema che in Italia è attualmente risolto in due modi: col TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, in degenza coatta o in libertà) e con la misura di sicurezza disponente l’internamento in OPG degli autori di reato che non siano imputabili.
Il Trattamento Sanitario Obbligatorio, e particolarmente quello eseguito in condizioni di degenza coatta, è un trattamento imposto dalla legge (in Italia, dalla Legge 180/1978, artt. 1 e 2) anche contro la volontà dell’interessato in casi da essa predeterminati (perciò dovrebbe esser denominato non “obbligatorio” ma “coatto”), sulla base di prestabilite condizioni, a tutela di alcuni beni giuridici prioritari, come la salute pubblica, l’incolumità pubblica, la sicurezza e la vita della persona interessata.
I requisiti generali per trattamento psichiatrico contro la volontà del paziente che, singolarmente o in associazione, costituiscono la base delle legislazioni presenti nei vari paesi sono, in sintesi, i seguenti: 1) malattia mentale; 2) pericolosità; 3) criterio del rifiuto di ricovero e/o accettazione della terapia; 4) criterio della probabilità di beneficio dal trattamento; 4) criterio della mancanza di alternative meno restrittive. Ma questi requisiti sono problematici.
1) Malattia mentale. Secondo questo criterio è necessario (in genere non sufficiente) che sia presente una malattia mentale. In certi casi vengono incluse situazioni lontane dal modello medico (es. sociopatie), in altri casi (ad es. nella legislazione di alcuni stati degli U.S.A.) vengono esclusi particolari quadri morbosi (tossicodipendenza, epilessia, alcolismo). La legge italiana, di ispirazione basagliana, non ricorre affatto al termine malattia, riferendosi a “condizioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici “. Usa quindi un termine generico, ma la specificazione “necessità di interventi terapeutici” sembra rimandare a condizioni passibili di intervento medico, e quindi, in ultima analisi, a malattie. Occorre notare che si fa riferimento a condizioni urgenti.
2) Pericolosità. Era alla base dei ricoveri coatti nella normativa italiana precedente all’attuale. Critiche di questo criterio si appuntano sul fatto che la pericolosità sociale non è una variabile medica, quantunque risulti correlabile con variabili mediche (alcune patologie) in modo tale che il medico possa (e debba) esprimere valutazioni predittive di pericolosità. Su questo punto la dottrina è discorde. Gli psichiatri stessi hanno riconosciuto che “lo stato della disciplina riguardo a predizioni di violenza è estremamente insoddisfacente” e che “la capacità degli psichiatri o di altri professionisti di predire affidabilmente un futuro comportamento violento non è provato” (American Psychiatric Association, 1975). In sostanza vi è incertezza se questo sia un criterio di competenza medica o legale. Inoltre vi sono problemi nello stabilire che tipo di danno previsto giustifichi il trattamento non volontario, in che modo lo si provi, se vi debba essere un atto esplicito recente o una minaccia specifica o possano essere sufficienti dati clinici su cui basarsi (es. rischio elevato di suicidio nella depressione grave), i limiti temporali su cui si basi la predizione. Il criterio di pericolosità, con tutte le sue limitazioni, è tuttora adottato in molti paesi (tra cui gli U.S.A.), mentre viene esplicitamente bandito dalla nostra legislazione.
3) Rifiuto di ricovero e/o accettazione della terapia. Il problema si pone quando il malato dichiara di accettare la terapia ma poi non è coerente con tale impegno.
4) Mancanza di alternative meno restrittive. Nell’attuale legislazione italiana si fa riferimento in particolare ad alternative extraospedaliere.
Nel testo vigente della Legge 180 del 1978, le condizioni per il TSO in condizioni di ricovero imposto sono disciplinate dai seguenti articoli 1 e 2, di cui il primo è richiamato dal secondo, come si vedrà:
1. Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori.
1.1 Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari.
1.2 Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura.
1.3Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori di cui ai precedenti commi devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato.
… …
1.6 Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria locale, su proposta motivata di un medico.
2. Accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per malattia mentale.
Le misure di cui al secondo comma del precedente articolo possono essere disposte nei confronti delle persone affette da malattie mentali.
Nei casi di cui al precedente comma la proposta di trattamento sanitario obbligatorio può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere.
Il provvedimento che dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera deve essere preceduto dalla convalida della proposta di cui all’ultimo comma dell’articolo 1 da parte di un medico della struttura sanitaria pubblica e deve essere motivato in relazione a quanto previsto nel precedente comma.
La mancanza di esplicita definizione legislativa dei doveri e delle responsabilità, soprattutto in fatto di prognosi di pericolosità, lascia gli operatori in una scomoda incertezza e obbliga il potere giudiziario a supplire, elaborando criteri guida, peraltro non univoci e non sistematici, quindi inidonei a costituire un quadro organico dei doveri e delle possibili responsabilità civili, penali e amministrative degli operatori, i quali continuano ad agire in un regime di incertezza.
La possibilità di difesa contro provvedimenti di TSO ritenuti illegittimi o infondati, mediante ricorso al Tribunale, è assicurata dagli artt. 3 e 5 della Legge 180, unitamente a un previo vaglio intraprocedimentale e d’ufficio da parte del Giudice Tutelare. Rispetto a questi meccanismi di tutela rileviamo
a) non sempre la notifica degli del provvedimento disponente il TSO viene eseguita in modo che arrivi realmente nelle mani del soggetto passivo;
b) sovente il soggetto passivo non è in grado di provvedere alla propria difesa rispetto al provvedimento di TSO vuoi perché non riceve gli atti, vuoi perché non gli è permesso di comunicare con l’esterno, vuoi perché è stato sedato, quindi cognitivamente e/o volitivamente disabilitato.
L’attuale legge andrebbe migliorata per far sì egli abbia la concreta possibilità di difendere il proprio diritto alla libertà e al rifiuto della terapia imposta. Assicurare un’effettiva difesa è importante e doveroso in considerazione della indeterminatezza dei presupposti per il TSO nella vigente normativa e alla priorità dei diritti in gioco.
Rendiconto della riforma Basaglia
Ancora oggi comunemente si ritiene che la Legge 180/1978, detta Legge Basaglia, sia stata una legge garantista, un rimedio necessario per liquidare un sistema manicomiale degradante, coercitivo, autoritario e poco garantista.
La situazione dei manicomi prima della Riforma Basaglia era notoriamente deplorevole, ma, se andiamo a esaminare tecnicamente la normativa vigente allora e quella vigente oggi, scopriremo che la normativa previgente non poteva essere la causa di quel degrado e di quegli eccessi. Scopriremo che essa era una normativa assai precisa e garantista, soprattutto in fatto di libertà. Per alcuni versi, ancor più della Legge Basaglia. La deplorevole situazione dei manicomi era dovuta agli scarsi mezzi, alla pessima amministrazione, al potere burocratico e politico usato male e per fini impropri – e alla disapplicazione delle norme vigenti. Era un problema di uomini e di mentalità nazionale, poco ligia alle leggi. E di applicazione da parte di una burocrazia e uno Stato che, non molto dopo l’entrata in vigore della legge, cadde in mano al Fascismo, ossia a una cultura anti-liberale, poco o punto rispettosa dei diritti individuali, soprattutto in fatto di libertà.
La soluzione logica avrebbe dovuto essere, pertanto, moralizzare e riformare l’amministrazione, e far applicare le norme vigenti, migliorandole dove possibile, non l’abolire i manicomi e il mettere fuori da essi persone sovente pericolose per sé o per gli altri, oppure incapaci di badare a se stesse. Ma, anziché intervenire correttivamente sull’apparato politico-burocratico-amministrativo della psichiatria, per far sì che svolgesse correttamente il proprio compito, si è fatto l’opposto: lo si è sgravato da ogni responsabilità giuridica (non c’è più il compito, quindi non c’è più il fallimento; non c’è più la follia, quindi tutto deve rientrare nel sociale, tutti sono colpevoli), chiudendo i manicomi e dando la colpa della situazione alle leggi, che si cambiano facilmente e di cui in Italia, si è sempre pensato che bastasse cambiarle per cambiare la realtà.
La Legge Basaglia, con tutta la campagna culturale e politica che l’ha preparata e accompagnata, può essere quindi stata un’operazione a vantaggio dei pubblici amministratori, dei burocrati, dei tecnici, dei politici, della partitocrazia nella sanità – soggetti che essa ha, in buona parte, deresponsabilizzato rispetto al loro basso grado di successi. E’ un dato di fatto, che molte vittime della Legge Basaglia – ossia molti malati che sono morti o che hanno ucciso o sono rimasti feriti per mancanza di ricovero manicomiale o cure esterne – non vengono presentate all’opinione pubblica, o se ne parla solo su scala locale, come è il caso del triplice omicidio compiuto da uno psicotico a Reggio Emilia di cui dà notizia Il Tirreno del 04.09.09 a pag. 10, assieme a un altro omicidio analogo avvenuto a Livorno. E questa censura è evidentemente a tutela di una scelta politica che produce risultati impresentabili, e che va protetta mediante il makebelieve.
Da un punto di vista tecnico-normativo, oggettivo, si nota che la Legge Basaglia non è stata un’operazione di univoco garantismo a tutela della libertà dei malati: la legge precedente, del 1904 con regolamento attuativo del 1909, era, a certi fini, più garantista, prescrivendo requisiti più precisi e procedure più attente per il ricovero coatto del malato di mente. Essa aveva un preciso e limitativo criterio:
Art. 1. Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi.
Era prescritta l’indicazione analitica, specifica e asseverata dei comportamenti pericolosi e delle ragioni per cui si riteneva necessario il ricovero, con garanzie di indipendenza del medico proponente. Era il frutto di una forma mentis tipicamente liberale.
Dal Fascismo ad oggi, la forma mentis liberale quasi scompare in Italia. Il dopoguerra, e in particolare gli anni ’70, sono dominati dagli ideologismi. Scema l’attenzione per le garanzie tecnico-giuridiche a tutela dei diritti del singolo.
E così, per contro alla legge del 1904, la 180 del 1978 si accontenta (art. 2), vagamente, di «alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici», lasciando tutto alla discrezione e all’improvvisazione del sindaco e degli psichiatri dell’Asl, e senza responsabilizzarli circa il serio accertamento dei presupposti. I riformatori si vantavano di aver tolto il concetto di pericolosità, mentre avevano ampliato enormemente il potere politico in questa materia, togliendo anzi la responsabilità dei soggetti decisori.
Data la vaghezza dei requisiti di legge attuali, nel contesto normativo attuale, chiunque potrebbe essere sottoposto a un TSO. Ciò si presta a neutralizzare e screditare, per esempio, persone scomode e non allineate, mettendo ancor più la psichiatria al servizio del potere politico ed economico.
La Repubblica del 12.01.08, cronaca fiorentina, riferisce di un TSO praticato a un settantenne di Scandicci che si opponeva allo sgombero della sua palazzina con giardino, la quale doveva essere demolita per la costruzione di un’autostrada. Aveva chiesto una sistemazione analoga che non gli era stata accordata. Riportiamo qui alcuni brani:
Lo tengono fermo: «Si calmi, signor Franco». «No, maresciallo, questa è una tortura». Giornata grigia, nuvole. Una siringa, un’altra, la voce di Franco che si impasta. Le parole che rallentano e poi si fermano. Tranquilli, la terza corsia dell’autostrada avanza, si fa largo con un certificato medico e un ricovero coatto…
«Si prendono la casa e la vita di mio padre», protesta il figlio Francesco, arrivato nella villetta…
«Questa fine è il fallimento della politica scandiccese», attacca Luca Carti del comitato Vivere a Scandicci, «Si doveva offrire al signor Franco la possibilità di una nuova casa con le stesse caratteristiche… così non è stato».
Non risulta che il signor Franco sia mai stato in cura per malattia mentale. Improvvisamente è diventato bisognoso di ricovero per «urgenti e inderogabili necessità»: ossia, procedere con l’autostrada. Se la legge liberale di Giolitti fosse vigente oggi, il signor Franco sarebbe libero.
Dal punto di vista oggettivo e normativo, la 180 non è stata nemmeno una legge a tutela della società. Con la legge Basaglia, art. 8, i degenti psichiatrici, tranne quelli che rientravano nei presupposti del TSO, sono stati dimessi, e gli artt. 714 (Omessa o Non Autorizzata Custodia di Malati di Mente in istituti pubblici), 715 (idem in istituti privati), 717 (Omessa denuncia di Malattie Mentali pericolose) del C.P. sono stati abrogati. Unico obbligo rimasto, quello sanzionato dall’art. 716, che punisce l’omessa denuncia alla polizia della fuga del malato di mente. Quindi oggi l’autorità sanitaria non è tenuta a custodire o segnalare il malato di mente pericoloso e può lasciarlo libero di andarsene; unico obbligo, per essa, denunciare la sua fuga alla PS, scaricando su di essa la responsabilità della possibile violenza del malato di mente. La categoria perdente della Riforma Basaglia è, appunto, quella dei poliziotti a norma del 716, rimasto «stranamente» in vigore, che mantiene l’obbligo e la responsabilità solo a carico delle forze dell’ordine.
Dopo la chiusura dei manicomi, si sono avuti numerosi decessi tra gli ex ricoverati, e alcuni di essi hanno commesso gravi reati contro la persona.
Nei primi cinque anni di applicazione della 180, cioè dal 1978 al 1983, i decessi per disturbi psichici rilevati dall’Istat aumentarono del 43,5% ed in particolare i suicidi per disturbi psichici aumentarono del 20%, mentre i ricoverati negli ospedali psichiatrici giudiziari (cioè gli autori di azioni delittuose giudicati “incapaci d’intendere e di volere” e spinti al delitto dalla mancanza d’ogni cura psichiatrica) aumentavano complessivamente quasi del 60% e tra i giovani (l’età tipica d’insorgenza della schizofrenìa) quasi dell’80%. Purtroppo in seguito, probabilmente per ordine delle nostre autorità psichiatriche basagliane, la raccolta di questi dati è cessata e la mattanza di malati e familiari prodotta dalla legge 180 ha potuto essere a lungo occultata. Ma nel 2003 un’Associazione femminile ha commissionato ad una nota organizzazione di ricerche e sondaggi demoscopici, l’Eurispes, una ricerca sulle stragi familiari. Ed è stata così scoperta una prima “fossa comune” degli eccidi basagliani. L’indagine Eurispes ha dunque svelato che nel 2000, 2001 e 2002 vi sono stati in media 180 delitti familiari ufficialmente denunciati, mentre da un’analisi dei dati della ricerca è emerso che il 70% di questi delitti (circa 125) è consumato da soggetti squilibrati. Ciò significa che, da quando è stata approvata la legge 180, oltre 3.000 familiari sono stati assassinati da loro congiunti psicotici cui, grazie alla nostra avanzatissima legge, era mancata la necessaria terapia e vigilanza psichiatrica. E, se si applicano alle lesioni le stesse percentuali degli omicidi, si può concludere che i familiari feriti dai loro congiunti malati sono stati 6.000 l’anno per 25 anni, cioè la bazzecola di 150 mila. Ma con ogni probabilità si tratta sempre di dati molto errati per difetto. È noto infatti che la follìa viene considerata una vergogna in molti ambienti e che essa viene spesso occultata nelle dichiarazioni rese agli inquirenti.[1] In quel periodo vi fu un’impennata di ricoveri negli OPG perché molti pazienti, abbandonati a se stessi con la chiusura degli OP, commettevano dei reati. Per tale sue funzione di supplente, l’OPG, il manicomio giudiziario, guarda caso risparmiato dalla legge Basaglia, è stato chiamato il guardiano della 180. Una legge che cercava il consenso di determinate categorie, e che lo ha trovato.
Se un prezzo si deve pagare, bisogna chiedersi per che cosa lo si paga. In Italia domina l’abitudine di non rendicontare. Ossia, di non andare a verificare, in termini oggettivi, quanto ha reso una certa manovra, una certa spesa, un certo investimento. Orbene, per vedere se abbiamo pagato bene quel prezzo, se abbiamo portato a casa qualcosa di buono, dobbiamo confrontare questi dati con i dati delle persone ricoverate (in senso lato) prima della 180. Quali sono i costi, e quali i benefici? Abbiamo effettivamente ottenuto qualcosa, pagando quel prezzo di sangue? Andiamo a vedere i numeri.
Negli anni ’50, vi erano circa 100.000 internati negli o.p[2].
Nel 2004 abbiamo questi dati ministeriali
Zero ricoverati negli Ospedali Psichiatrici normali
188 ricoverati psichiatrici nei 7 Ospedali Psichiatrici Privati convenzionati
752 non psichiatrici negli Ospedali Psichiatrici Privati Convenzionati
1.282 ricoverati nei 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari[3]
31.548 ricoverati nelle carceri italiane [4]
33.770: totale persone ricoverate.
Abbiamo una variazione di – 66.000 circa. Un successo della Legge Basaglia – si direbbe – non totale, ma consistente. Solo che non è così, perché quel calo avviene prima della Legge Basaglia – avviene negli anni ’60, grazie alla rivoluzione neurofarmacologica degli anni ‘60 e alla sintesi di nuovi antipsicotici. E avviene in tutto il mondo. Badiamo quindi a non attribuire, ingenuamente, alla Legge Basaglia, meriti che essa non ha, e che ha invece la ricerca farmacologica.
Quindi non vi è assolutamente una contropartita per gli oltre 3.000 morti riferibili alla Riforma Basaglia e ai molti più numerosi feriti e a tutte le violenze che non sono state denunciate. Alla verifica dei fatti obiettivi e dei dati numerici, si dissolve questa teoria ingenua per chi ci crede, manipolatoria per chi la dà da credere, diffusa dalle agenzie culturali, politiche e sanitarie, e recepita da ampia parte della popolazione interessata. La rendicontazione, il bilancio dei costi e dei ricavi, è irrimediabilmente negativo, sul piano della realtà.
Tolta di mezzo la teoria ingenua, impiantata ad arte, si apre la visuale per capire la realtà. L’effetto precipuo della riforma del 1978, del resto, non è quello della chiusura dei manicomi, ma la deresponsabilizzazione dello psichiatra, come s’evince dalla abrogazione degli articoli 714, 715,717 del codice penale che punivano la omessa custodia di malati di mente o l’omessa denuncia di malati di mente per cui se l’anziana madre va all’ambulatorio del CIM e riesce a portarvi il figlio schizofrenico che la picchia regolarmente, lo psichiatra rimesso sul territorio e finalmente liberatosi, egli sì, dal giogo manicomiale, compila una ricetta col Serenase e il Valium che il paziente, inconsapevole della malattia, non prenderà. Non compie alcun reato perché affida alla madre ultraottantenne il paziente, lo soccorre prescrivendo farmaci idonei, non deve denunciare nulla all’autorità, perché quegli articoli sono stati abrogati e neanche il 716, rimasto miracolosamente in piedi non lo deve applicare perché può ricoverare chi vuole, ed il povero schizofrenico violento è un caso scomodo che rovinerebbe il clima terapeutico del reparto. Se poi il paziente ferisce o uccide la madre, sarà scaricato nel circuito carcerario e nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, comodo ricettacolo degli aborti della psichiatria basagliana, di cui si dovrà parlare il meno possibile. Se, sino ad ora, l’edificio della 180 non è crollato, lo si deve ai manicomi giudiziari italiani e del sistema carcerario tutto che ospita una percentuale altissima di malati di mente. Dati questi che sono riportati solo fra parentesi nelle pubblicazioni ufficiali. Con la prossima riforma che tende al “superamento degli OO. pp. gg.” Agli osservatori più attenti non è però sfuggito che i “progetti obiettivo” varati da qualche regione per attuare la riforma della psichiatria giudiziaria, mancano di un fattore decisivo affinché sia attuato: lo stanziamento degli indispensabili mezzi finanziari. La sanità pubblica, fuor che per l’industria del farmaco, non rende molto, politicamente.A che pro elaborare progetti e riforme, se non si dispongono i mezzi finanziari per attuarli? Pseudo-riforme, o riforme belle ma impossibili, susseguendosi, mantengono viva la credenza popolare – necessaria acciocché persista la fiducia nell’ordinamento statuale – che il sistema possa esser reso equo ed efficiente. Sono tecniche di produzione e mantenimento del consenso.
Probabilmente assisteremo a questo crollo del già pericolante edificio della psichiatria, proprio perché verrà meno il puntello dell’OPG, provvidenzialmente dimenticato dalla 180, e a ragione denominato “il guardiano della 180”. E’ auspicabile che allora finisca l’apartheid fra psichiatria civile e psichiatria carceraria, in modo che gli psichiatri siano responsabili davanti alle famiglie, ai tribunali e alla società tutta, dei soggetti disturbati che essi continuassero a trascurare e a prendere sottogamba, sì da lasciarli arrivare ad atti lesivi per gli altri o per sé.
[ 1] Fonte: website del prof. Luigi de Marchi.
[ 2] (Relazione del Ministro della Salute Sirchia del 21.1.2005 sulla situazione al 30.6.2004 ( da Atti Parlamentari Doc.CXXVI n.3 ) :
[ 3] Fonte: Amministrazione Penitenziaria
[ 4] (dr. G. Starnini, Presidente soc. SIMSPE settembre 2004)[4]
Pubblicato il: marzo 1st, 2010 under GENERALI.
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