Archivio del mese di aprile, 2010
DESTINO RAZZISTA?
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Oggi di razzismo si parla molto, moltissimo, quasi in continuazione, essenzialmente per condannarlo ed esorcizzarlo. Non se ne parlerebbe tanto, se non fosse sempre ben presente e attivo, in diverse forme e con diverse denominazioni. Il razzismo in senso stretto, biologico, è in forte declino, non ha basi scientifiche, anche perché, biologicamente, non ha senso parlare di “razze” umane, anche se palesemente esistono caratteri somatici diversi. |
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Quindi non ha senso parlare di superiorità razziale, anche se alcuni gruppi etnici mostrano in Q.I. significativamente più elevato (Ebrei ashkenazi) e altri significativamente più basso (negri d’Africa) della media. Ma si tratta di divergenze statistiche legate a migliori condizioni educative ed alimentari, che si traducono anche in un miglior sviluppo dell’encefalo e delle sue capacità, nongià di una superiorità genetica razziale. Vi sono però diverse forme di para-razzismo ben vitali e coltivate: il nazionalismo (affermazione della propria nazione e cultura come superiore alle altre o a certe altre, quindi legittimata ad imporsi); l’etnicismo (affermazione del proprio gruppo etnico come superiore ad altri o a certi altri, quindi in diritto di assoggettarli); il tribalismo (tipicamente africano, pakistano, afghano e di altre zone sottosviluppate, porta certi gruppi tribali alla schiavizzazione o allo sterminio di altri gruppi). Vi era poi il razzismo utilitario e schiavista, tanto bianco quanto arabo, verso i negri: schiavizzare i negri era moralmente legittimo perché essi sono subumani, mezze scimmie, mentalmente ipodotati. Mentre oggi si sa che tutto ciò, semplicemente, non è vero. Altre forme di para-razzismo si basano su contrapposizioni e intolleranze di tipo religioso: solo gli appartenenti alla propria religione sono puri e buoni; gli altri sono impuri, o addirittura nemici di dio; in tal caso, se non si convertono, vanno sterminati (Islam). Non rientra nel razzismo né nel para-razzismo, invece, affermare, ad esempio, che gli immigrati clandestini hanno un tasso di delinquenza dieci volte superiore a quello dei cittadini nazionali, se è vero che lo hanno. O che il 90% delle donne nigeriane o albanesi in Italia fanno le prostitute, se questo dato statistico corrisponde alla realtà. Se guardiamo alla storia delle civiltà, la presenza di qualche forma di razzismo o para-razzismo è una costante: la troviamo in tutte le epoche, a tutte le latitudini e a tutte le longitudini. Molti popoli si consideravano o si considerano superiori agli altri perché discendenti dagli dei (della loro religione) o perché più civili e capaci: così, per esempio, gli Egizi, gli Indiani (d’India), i Giapponesi, i Cinesi, i Greci, i Romani. Gli Egizi si reputavano speciali, superiori, abitanti la terra al centro del mondo. Gli Indiani hanno tutta una loro teoria razziale con una complicata classificazione per mettere tutti al loro posto, al loro grado sulla scala gerarchica, che culmina coi bramini, e scende attraverso i livelli riservati agli Indiani stessi, fino a quelli dei “mleccha”, dei popoli inferiori: i gialli (detti “mangiacani” e “senza naso”), i Persiani, i Greci, etc. La religione hinduista è solo per gli Indiani, e l’indiano che va all’estero e sta tra i mleccha diventa impuro. I Greci chiamavano “barbari”, ossia “farfuglianti”, per il loro modo di parlare, i popoli non greci; inoltre si consideravano anch’essi abitanti al centro del mondo. I Giapponesi tradizionalmente si considerano di stirpe divina, superiori ai Cinesi e ai Coreani, quindi legittimati a sottometterli, sfruttarli, ucciderli (quando scoprirono antichi sepolcri di loro imperatori che evidenziavano origini coreane, li nascosero). Raramente si sposano con non-giapponesi. Ciò vale pure per i Cinesi, che si considerano pure superiori e preziosi. I Romani, più pragmatici, avevano un senso di superiorità e di diritto di dominare gli altri, legato alla loro superiore efficienza amministrativa, ingegneristica, militare – senso che si esprime nel motto virgiliano: Hoc tibi fas, Romane, memento: parcere subjectis et debellare superbos (ossia: questa è la tua vocazione, o Romano, rammenta: esser clemente con i sottomessi e debellare i superbi). Un’analoga forma di para-razzismo troviamo in altre nazioni imperiali, quali i Francesi, i Britannici e gli Americani: popoli che sono stati imbevuti di una cultura di superiorità e di missione civilizzatrice verso il resto del mondo. La propaganda e la pedagogia scolastica USA sono sempre molto attive in questo senso, a sostegno della politica estera condotta da Washington. Francesi e Britannici conservano l’impianto di questa mentalità imperiale o imperialista anche ora che non hanno più una statura, una realtà, una potenza, imperiali; e ciò li rende, talora, ridicoli. Il razzismo biologico germanico è recente e non è autoctono, ossia non nasce in Germania, ma deriva da teorie basate sull’evoluzionismo e sull’ereditarietà, sviluppate e sistematizzate anche attraverso screening statistici negli USA degli anni ’20 da un certo Goddard e altri, che “dimostravano” scientificamente la superiorità intellettiva dei bianchi anglosassoni sulle altre “razze” anche bianche, come gli Italiani, che a quei tempi erano, negli USA, equiparati ai negri in quanto a diritti e paga, erano definiti “negri bianchi” e non pochi locali pubblici erano interdetti ai negri e agli Italiani (anche nella Francia di quei tempi avvenivano simili discriminazioni). Il Nazionalsocialismo riprese, adattò e sviluppò proprio quelle teorie e ricerche “scientifiche”. Le culture islamica e israelitica sono fortemente accomunate (ma Shiva ci scampi dalle generalizzazioni) dal principio della doppia morale, il quale stabilisce che i correligionari sono fratelli e vanno rispettati e aiutati; mentre nei confronti degli altri, dei non fratelli (i bashir, i goyim), che sono perciostesso inferiori, ci si può comportare diversamente, sottometterli, sfruttarli con l’usura, negare loro ogni solidarietà, ucciderli, defraudarli, depredarli. La radice hrb della parola “arabo” significa appunto predare, razziare, far guerra; l’Islam ha diretto questa preesistente tendenza identitaria verso l’esterno, verso gli infedeli, favorendo la coesione interna. La differenza tra queste due culture semitiche è che, mentre quella islamica ammette che tutti possano diventare islamici, cioè fratelli (salvo dover essere uccisi, se in seguito cambiano idea e vogliono uscire dall’Islam), quella israelita è una religione strettamente legata a un popolo specifico – gli Ebrei – ed adora appunto il dio degli Ebrei, il quale si dichiara, nella Bibbia (Torà) come l’unico dio dell’unico suo popolo, che esso assiste contro gli altri popoli; sicché i non ebrei non sono ammessi, non possono diventare fratelli, e restano “goyim”, cioè “bestiame”. Rispetto a questi due monoteismi, il Cristianesimo si contrappone, prescrivendo (analogamente al Buddhismo) una morale universale, di fratellanza, amore e rispetto verso tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro etnia e dalla loro religione.
Le forme di razzismo e di para-razzismo sono numerosissime, quindi. La loro gamma tipologica va dal fondamento biologico a quello religioso passando per quelli localistici. Ma tutte hanno qualcosa che le accomuna. Se le spogliamo dei loro vari pretesti e vestimenti biologici, religiosi, politici, troviamo che tutte hanno il medesimo schema ed assolvono la medesima funzione: creare un’identità interna e unificante di gruppo (nazionale, etnico, religioso, sportivo, politico), contrapposta agli altri. Creare coesione e contrapposizione. Solidarietà, fratellanza e obbedienza verso l’interno del gruppo e i suoi capi; e proiezione del negativo, dell’aggressività repressa, della frustrazione, verso gli altri, verso i gruppi avversi o nemici o inferiori o semplicemente diversi. Sostanzialmente, razzismi e para-razzismi servono, cioè, a governare i gruppi nazionali, etnici, religiosi, e a tenerli coesi. A manovrarli. A spingerli, all’occorrenza, alla guerra. A prevenire le possibilità di dialogo e scambio interculturali, che allargano gli orizzonti mentali delle persone e le rendono meno manipolabili. Peraltro, congiunta a un forte senso di identità nazionale, una certa dose di razzismo o para-razzismo, un certo senso di superiorità rispetto agli altri popoli, avvantaggia una nazione nella competizione con le altre e la aiuta ad affermarsi su di esse e a mantenersi forte: storicamente, lo constatiamo con gli Ebrei, i Greci, i Romani, i Giapponesi, i Britannici, i Francesi, gli Americani etc. Uno scarso o nullo senso identitario nazionale congiunto a un senso di inferiorità verso gli altri popoli costituisce, invece, un handicap. A livello primitivo, tribale, prevale la funzione del razzismo o para-razzismo che consiste nel mantenere la coesione nel pensiero e nelle credenze del gruppo, proteggendolo dalle immissioni di “materiale” estraneo e destabilizzante. Le società primitive sono molto abitudinarie, ritualistiche, rigide e fragili, da questo punto di vista. Hanno poche o punte capacità di elaborare apporti culturali esterni. Sovente temono e respingono col tabù tutto ciò che è nuovo. Qualcosa del genere avveniva anche nei regimi totalitari comunisti che si reggevano su un rigido catechismo che dipingeva come malefico e distruttivo tutto ciò che non era comunista: quando quei paesi si dovettero aprire, molti intellettuali di regime, che erano cresciuti in quella fede, di fronte alla scoperta della assurdità della loro fede e del loro sistema di valori, ebbero crisi di identità, disturbi depressivi e non pochi preferirono togliersi la vita. Se leggiamo l’Esodo, il Deuteronomio, il Levitico vediamo direttamente come Mosè costruisce un popolo unitario – Israele – prima inesistente come tale, proprio adoperando questi strumenti. Vediamo, cioè, come lo rende coeso, compatto, dotato di un’identità, differenziato, aggressivo, efficiente, ed etnicista. Lo fa portando le sue genti nel Sinai e tenendole colà segregate quaranta anni, in modo che le varie famiglie si incrocino tra di loro e non con altre genti. E dando loro un dio unico ed esclusivo per loro, contrapposto agli altri dei; e uccidendo chi adori altri dei; e imponendo un codice di leggi basato sulla contrapposizione tra i fratelli e i non fratelli, i gentili, i Filistei (i Filistei erano i Palestinesi) che vanno debellati per volere del dio di Israele, che ha promesso loro proprio la terra dei Filistei. In Deuteronomio 15,6, Jahvé prescrive addirittura agli Israeliti di praticare l’usura ai non fratelli per arrivare a dominarli. Forse moralmente non vi piaceranno, queste cose. Ma Mosè è stato un grande ingegnere sociale. Possedeva, assieme al suo staff, una grande conoscenza sociopsicologica. Il suo prodotto è mirabile per qualità, resistenza e durevolezza. Dovete riconoscerlo. Le prediche morali contro il razzismo non tengono presente la realtà, in quanto presuppongono che il razzismo sia una libera scelta dei singoli, e non tengono presenti la sua matrice e la sua funzione pratica nella fisiologia delle società. E’ sciocco trattare il razzismo come un problema etico, o da combattere con norme punitive di questa o quella espressione dispregiativa o discriminante. E’ ipocrita dire che sia razzismo quello dei leghisti o degli Israeliani contro i nordafricani, e non il para-razzismo nazionalista dell’indottrinamento scolastico praticato dalle potenze imperialiste di turno. Il razzismo e il para-razzismo non sono frutto di libere scelte delle singole persone, ma sono spontaneamente e inavvertitamente prodotti dai gruppi per assicurare la coesione interna. Sovente vengono coltivati, diretti, sfruttati dall’alto, dalle classi dirigenti, per scopi imperialistici o semplicemente di potere interno. Questo uso è il razzismo dei potenti, dei governanti – dei governanti dell’antica Roma, della Londra ottocentesca, della Washington odierna. A cui le condanne morali del razzismo ovviamente non interessano– anzi, essi stessi le organizzano, nei debiti termini. Sotto il livello di questo razzismo, c’è il razzismo dei deboli, dei governati, delle società locali – i quali si ritrovano minacciati da flussi di immigrazione destabilizzanti, sovente collegati (o percepiti tali) alla criminalità, alla prostituzione, alle malattie infettive, alla perdita del posto di lavoro. E reagiscono sviluppando una contrapposizione identitaria, fatta di slogan, di proteste, di nostalgie. Una protesta talora captata e sfruttata da partiti politici. Ma è una reazione debole, se non disperata, a dinamiche mondiali imposte dai poteri veri, dai loro interessi, dai loro disegni. Una protesta controproducente, perché consente a questi medesimi poteri di delegittimare, anche moralmente, la resistenza all’impatto delle loro operazioni, e ad imporre, anche per legge, i suoi effetti traumatici come valori non criticabili. Marco Della Luna |
Pubblicato il: aprile 28th, 2010 under GENERALI.
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LIVELLI E FATTORI DECISIONALI
Molti mi criticano dicendo che dovrei occuparmi non solo di teoria e analisi del sistema, soprattutto monetario e bancario, ma anche di proposte concrete per un cambiamento che porti alla tutela degli interessi della collettività, della popolazione generale, anziché delle élites. Questo articolo inizia a spiegare le cause per le quali movimenti popolari efficaci in questo senso non possono venire in essere, sicché non ha senso logico impegnarsi per proporli, suscitarli, appoggiarli. A meno che non sia un modo per scaricarsi il fegato. O per raggiungere altri fini, contrari a quelli dichiarati.
Le singole persone, perlopiù, si curano ciò che è semplice e di immediato loro personale interesse, e non sono interessate ad apprendere e capire le cose di interesse collettivo – cose di legge, di tecnica, di economia – soprattutto quando per apprenderle e capirle c’è da impegnarsi con metodo e durar fatica. Ma anche quando apprendono e capiscono, non ritengono. E posto che ritengano, non mettono in pratica. E, se alcune mettono in pratica, non perseverano. E se anche perseverano, non si coordinano tra loro. E quand’anche si coordinino, poi si dividono in fazioni che perseguono fini divergenti e rivalse interne. E anche ammesso che, per un certo tempo, non si dividano, e che riescano a cambiare l’ordinamento, come avviene nelle rivoluzioni popolari, poi finisce che al potere vanno dittatori che tutto fanno, fuor che l’interesse del popolo che hanno cavalcato, e che fan presto rimpiangere il precedente regime. Il comportamento popolare non è, inoltre, mai razionale. E non mi riferisco tanto alla razionalità limitata o interferita da distorsioni cognitive dei comportamenti utilitari ispirati dal principio dell’utilità attesa (modello liberale-illuminista-cartesiano), indagata e sperimentalmente dimostrata da autori come Tversky e Kahneman, quanto alla molto più politicamente decisiva irrazionalità emotiva, indagata e sperimentalmente dimostrata da scienziati come Antonio Damasio e Drew Westen: le elezioni, non sono vinte coi programmi e le dimostrazioni, ma manipolando le emozioni viscerali per ottenere comportamenti non logici. Per tali cause, mai dal basso, ossia dalla consapevolezza e dalla volontà dei singoli, si è formato un movimento democratico e consapevole in grado di correggere le cose per l’interesse generale. Ma tutto questo è palese, se si è disposti a guardare. Quindi guardiamo dentro le cose. Guardiamo come funzionano.
Senatores boni viri, senatus mala bestia. Il senato, cioè il gruppo, non solo perde, rispetto ai singoli senatori, la qualità di “buono”, divenendo “malo”, ma perde anche la qualità più profonda, quella umana, assumendo quella di “bestia”, ossia diviene sub-umano. Quest’antica massima esprime una profonda e pratica realtà psicosociale: il comportamento sociale, gruppale, aggregato, non ha le caratteristiche (l’ordinatezza, la ragionevolezza, la moralità) dei singoli componenti del gruppo, della società. Il comportamento dell’insieme di molte persone intelligenti, non è intelligente. Pensiamo a un’aula universitaria in cui scoppi un incendio: gli studenti, tutte persone abbastanza intelligenti e consapevoli, si accalcano all’uscita e la intasano, sicché la fuga viene rallentata. Il comportamento intelligente sarebbe, invece, che uscissero a due o a tre – quanti ne passano per la porta alla volta. In tal modo si avrebbe la massima rapidità di deflusso. Pensiamo a un banco di merluzzi vicino a un’isola di pescatori. Ogni singolo pescatore sa che è interesse comune non pescare più merluzzi di quanti ne nascono, altrimenti il banco si estingue. Ma, in simili situazioni, se non vi è un regolatore esterno e dotato di potere persuasivo-repressivo, si nota che ciascun pescatore si precipita a pescare quanti più merluzzi possibile, perché si aspetta che ciascun altro pescatore faccia altrettanto, e che quindi il banco si estinguerà presto. Questa mutua aspettativa porta, in effetti, al rapido esaurimento del banco, cioè di una risorsa rinnovabile, con un forte danno per la collettività.
Per impedire che il comportamento collettivo e dei singoli, nella sua irrazionalità e competitività, produca eccessivi danni, l’organizzarsi della società in ordinamento giuridico istituisce poteri di regolamentazione, condizionamento (educazione, propaganda) e repressione, che operano sia come freni e barriere, sia, quando occorre, come incitatori all’azione di massa. Il corpo sociale ha necessità che qualcuno eserciti su di esso tali poteri di corodinamento-contenimento, per non agire in modo disfunzionale e autodistruttivo. Peraltro, come abbiamo ampiamente illustrato in Neuroschiavi, la psiche dei singoli è essa stessa tanto incoerente e irrazionale, nella quasi totalità della popolazione, che il potere politico non può che essere autocratico, coercitivo e manipolatorio. E chi detiene questi poteri li usa innanzitutto nell’interesse suo proprio, e solo subordinatamente e strumentalmente per il fine (legittimante) a cui dichiaratamente gli sono stati conferiti, o da sé li ha assunti. Perciò questo soggetto si trova in un conflitto essenziale di interesse con i governati, e al contempo è funzionalmente indispensabile ad essi. Funzionalità e conflitto, le due principali prospettive della sociologia, sovente viste come contrapposte, sono invece i due aspetti della medesima realtà: il corpo sociale si organizza attraverso differenziazione delle funzioni-specializzazioni, la quale produce stratificazione di conoscenza, potere e ricchezza, quindi conflitto di interessi; lo stesso camuffare il conflitto di interessi onde prevenire lo scontro sociale (di classe), è una delle funzioni fondamentali dell’organismo sociale, che mantiene la credibilità e l’apparente legittimazione dei poteri di cui esso ha bisogno e che in ogni caso genera.
A cagione del conflitto di interesse del soggetto detentore di quel potere rispetto alla collettività, l’azione di questi, ai fini del bene collettivo, è sempre meno o molto meno efficiente di quanto potrebbe essere; ma è pur sempre utile, sinché non degenera fino a divenire, come nell’Italia odierna, pura attività di parassitismo e sfruttamento di una casta senza efficacia di gestione e totalmente protesa a perpetuare se stessa e ad ampliare le proprie rendite di posizione a spese della componente produttiva.
Abbiamo detto di come le qualità delle singole persone non si traducono affatto in comportamenti collettivi aventi medesime qualità delle persone. Vi è una discontinuità o eterogeneità qualitativa, un gestaltismo inverso: il comportamento dell’insieme ha proprietà di “ordine” (efficacia, consapevolezza) inferiori a quelle delle competenze individuali, perché i comportamenti individuali, nel gruppo, non si coordinano tra di loro in modo da ottimizzare l’efficacia, e sovente si contrastano nel competere; inoltre i singoli, agendo in gruppo, perdono le capacità logiche ed etiche (senatus mala bestia). Affinché si produca un coordinamento efficace del comportamento di più soggetti, piuttostoché caos e competizione, non basta che ciascuno di essi sappia o possa capire e figurarsi come essi avrebbero convenienza a coordinare i loro rispettivi comportamenti. Quindi il diffondere la conoscenza di tale convenienza non è idoneo a produrre quel coordinamento. Non è idoneo, né indispensabile, perché il coordinamento può essere prodotto anche senza consapevolezza dei singoli dall’azione di un potere che li comanda. Inutile, ossia inefficace, ai fini del produrre il coordinamento, è il diffondere la consapevolezza (dei conflitti di interesse verticali, dei conflitti di classe): per quanto si moltiplichi il numero o la percentuale delle consapevolezze individuali, non ne nascerà mai un’azione di massa auto-coordinata, dal basso. Al più si otterrà l’effetto di creare il presupposto per un’azione di masse guidata e strumentalizzata da un coordinamento insurrezionale – cioè dall’alto. Così, infatti, dalla rivoluzione sovietica e da tutte le rivoluzioni in cui le masse agivano spinte dalla coscienza di un conflitto di classe, sotto la guida di un’élite politica rivoluzionaria, sortirono regimi in cui l’élite partitica era proprietaria assoluta dello Stato stesso, cioè regimi ancora più classistici ed elitistici di quelli che essi sostituivano. Come diceva Talleyrand, il popolo è come certe medicine: lo si deve agitare prima dell’uso. Intuizione confermata dalla recente, e già citata, ricerca delle neuroscienze e della psicologia sociale: le campagne elettorali, le battaglie politiche, si vincono con la capacità di suscitare emozioni irrazionali, non mediante informazioni corrette e proposte razionali (Drew Westen). Le emozioni instillate, coltivate e direzionate coordinano il popolo nell’azione di massa, violenta o non violenta. Chi vuole essere eletto in base a un’informazione corretta e a programmi razionali, rinunciando per principio alla manipolazione dell’elettorato, perde. Non si può vincere, non si può ottenere legittimazione popolare, se non con la manipolazione e la propaganda disonesta. Magari si possono avere fini nobili e altruistici, ma per avere il consenso bisogna ingannare e manipolare. Questa la conclusione pratica dei citati studi.
Ma, per riprendere il tema delle suddette discontinuità tra i vari livelli, e tralasciando la specificità del rapporto a due e di coppia rispetto al rapporto a più di due, possiamo riconoscere e descrivere ulteriori discontinuità qualitative di questo tipo – direi cinque, che denominerò, un poco arbitrariamente, come segue: la discontinuità pubblica, la discontinuità empatica, la discontinuità emotiva, la discontinuità contabile, la discontinuità dominativa. Ciascun tipo ha suoi fattori motivazionali (motivatori), peculiari e diversi da quelli degli altri tipi; cosicché è fallace cercare di interpretare o correggere il comportamento di un tipo in base ai motivatori efficaci per un altro tipo. Possiamo accumulare una grande quantità di un motivatore valido su un certo piano, ma, per quanto accumuliamo, non otterremo un fattore attivo su un altro piano, oppure otterremo qualcosa, ma di segno e direzione diversa rispetto al piano sottostante. Così come possiamo mettere insieme moltissimi buoi adatti per tirare l’aratro, ma non otterremo da essi nemmeno una goccia di latte.
Definisco “discontinuità pubblica” il fatto che, mediamente, una persona comunica e interagisce in modo informale e spontaneo entro gruppi fino a 7 membri; oltre tale numero di componenti, assume le formalità e autocontrollo tipiche del rapporto col pubblico, cioè parla e si atteggia in modo studiato e finalizzato.
Definisco “discontinuità empatica” il fatto che, mediamente, una persona prova empatia, ed è quindi regolata nei propri comportamenti non solo dal proprio interesse, ma pure da empatia, solidarietà, senso di responsabilità, affettività verso gli altri membri del gruppo in cui è inserita, se il gruppo non supera le 30 persone. In ambiti sociali più larghi, in cui non prevale il rapporto interpersonale diretto, e soprattutto nelle grandi organizzazioni formali, l’empatia non è efficace come regolatore degli egoismi, degli opportunismi, della competizione. Per tale ragione, sono infondate le proposte di alcuni contemporanei autori, come Lakoff e Rifkin, che preconizzano un ordinamento sociale fondato sull’empatia. L’empatia può regolare i rapporti solo entro una cerchia di amici, o di membri di un’associazione assai attiva e partecipata, o di un gruppo sociale primario – ma sempre con l’avvertenza che l’empatia può anche essere inversa, ossia non amichevole, ma ostile: antipatia, inimicizia, piacere nel vedere l’altro umiliato, isolato, punito, perdente. La possibilità della funzione empatica, insomma, non è affatto garanzia che il gruppo in questione sviluppi automaticamente un’empatia amichevole e solidale. Vale invece come indicazione di investire impegno e aspettative di un certo tipo in gruppi contenuti entro il limite dimensionale di 20-30 persone.
Definisco “discontinuità emotiva” il fatto che le emozioni (ideali, coscienza morale, sensi di colpa, amore, odio, paura, valori etici ed estetici, norme religiose) vivono e agiscono solo nella psiche delle singole persone concrete, influenzando talora in modo anche estremo (fino al sacrificio della vita per la patria o i figli o la scienza), le loro scelte; mentre, al contrario, esse non sono ovviamente percepite da soggetti impersonali, ossia dalle organizzazioni formali, come società commerciali, banche, assicurazioni, società commerciali, religioni organizzate, sindacati, partiti politici; perciò è fallace affermare che il comportamento “immorale” (rectius: a-morale) (contrario agli interessi collettivi e al bene dei singoli) dell’economia o della finanza o del capitalismo o della politica sia dovuto alla perdita di valori etici da parte dei singoli, e che un recupero di tali valori e sensibilità da parte dei singoli potrebbe correggere il sistema (in questo senso, è errata la lettura e la proposta dell’enciclica Caritas in Veritate). Fallace è pensare di rieducare la popolazione generale, o gli imprenditori, i politici, i banchieri, ai “valori”. Fallace è progettare di costituire movimenti politici basati su di essi, o sui rapporti e gli affetti umani, solidali, empatici. Fallace è affidare istanze ideali ed etiche interiori a soggetti come partiti politici, chiese, grandi organizzazioni. Fallace e pensare che un piccolo gruppo attivista empaticamente ed eticamente motivato possa crescere a movimento politico mantenendo il suo motivatore empatico ed etico: il movimento politico comprende sempre, per funzionare quindi per esistere, una gerarchia, i cui capi sviluppano interessi propri (diventano un gruppo di interesse organizzato) e adottano i criteri decisionali quantitativi, di cui sotto, dato che col denaro che ricavano dalla loro azione politica possono pagarsi i sostegni interni ed esterni per andare e restare al potere.
Definisco “discontinuità contabile” il fatto che i gruppi di interesse organizzati, e soprattutto i grandi soggetti decisori e operatori, a livello nazionale e globale, ossia le grandi organizzazioni imprenditoriali – banche, finanziarie, grandi industrie, che prendono le decisioni più condizionanti, più strutturanti per la vita sociale – hanno processi decisionali formalizzati, e guidati dal perseguimento del massimo profitto contabile, monetario, numerico, matematico. Tra le varie opzioni, adottano quella più profittevole in questi termini contabili. Emozioni (ideali, coscienza morale, valori, dignità dell’uomo, vita, libertà, amore, odio, paure, ricordi, etica) semplicemente non entrano nel processo decisionale, come non entra tutto ciò che non sia valore di scambio, che non sia contabilizzabile, traducibile in numero, trasformabile in denaro. Uno slogan di un partitino comunista enuncia: “La nostra vita vale più dei loro profitti”. Verissimo: per noi, la nostra vita vale più dei profitti delle multinazionali. Ma per le multinazionali e i loro processi decisionali contabilizzati la vita, come tale, non è un valore, non entra in contabilità. Non è nemmeno questione di più o di meno. Non entrano in essa, insomma, i valori qualitativi e non scambiabili, la fruizione diretta di beni, le bellezze naturali e artistiche, l’ordine pubblico, la sanità pubblica. Neanche l’assetto ambientale entra – quindi l’economia degli scambi non si cura, se non incidentalmente e strumentalmente, del supposto biologico dei suoi operatori, e può comprometterlo. Oppure quei valori vi entrano in modo distorto, mercificato, ossia tale da tradurli in numeri appostabili in bilancio, e con peso inversamente proporzionale alla loro distanza nel tempo a venire: ossia un profitto di 10 in tre anni pesa molto più, decisionalmente, del danno di 100 fra 20 anni che esso comporta. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Perché il processo decisionale è una gara tra business plans – e chiunque abbia analizzato un business plan capisce al volo questo concetto: la scelta risulta dal confronto tra grandezze quantitative, cioè numeriche, cioè pecuniarie. Le grandezze monetarie si rapportano solamente alla grandezza temporale, al fattore tempo – un altro fattore quantitativo e monetizzabile, sotto forma di interessi e ammortamenti.
Definisco “discontinuità dominativa”, infine, il fatto che, ad altissimi livelli di ricchezza e potere sui mercati (cioè di influenzare e dirigere i mercati) e sulla politica, i massimi operatori politico-economici mondiali non perseguono come fine primario il profitto contabile, ma il dominio stesso sulla società (ora, sulla società globalizzata), la radicalizzazione di esso, la sua stabilizzazione, la preservazione del suo oggetto, cioè della biosfera. A questo livello, che trascende i criteri decisionali del livello contabile, si può dunque anche deliberare ed eseguire la distruzione di ricchezza (reale o finanziaria) al fine di stabilizzare il sistema (ad es. distruggendo ricchezza finanziaria in eccesso) e di migliorare od estendere il dominio, eliminando oppositori e resistenze. Oppure si può deliberare e produrre una recessione economica globale al fine di salvare la Terra dall’inquinamento e dall’esaurimento delle risorse limitate. Questo è dunque il livello motivazionale da cui può nascere una tutela ecologica contro l’interesse dell’economia predatoria e la logica della massimizzazione del profitto.
Faccio notare che è da quest’ultimo livello, che si sarebbe dovuta iniziare l’esposizione delle discontinuità, perché questo livello è il livello più alto, e struttura, a caduta, il contesto in cui operano i soggetti degli altri livelli.
Ora, per completare la risposta a chi mi rimprovera di non impegnarmi o di non fare proposte per un cambiamento sociale attraverso l’informazione e la mobilitazione popolare, non mi resta che da osservare, in primo luogo, che vi sono sempre stati sia i teorici che i pratici, e che nessuno è tenuto ad esser sia l’uno che l’altro; e, in secondo luogo, che chi vuole fare il pratico, ossia mettersi a spiegare al popolo il signoraggio privato etc. al fine di smuovere il popolo a ribellarsi, bisogna che abbia molto tempo da perdere, perché, anche se la popolazione generale lo ascoltasse, lo capisse, e ricordasse – anche se, quindi, si diffondesse la conoscenza popolare di queste cose, non ne sortirebbe affatto il desiderato mutamento di sistema, ossia la sovranità monetaria popolare, perché l’accumulo di informazione o infarinatura popolare è incapace, qualitativamente, di produrre mutamenti sistemici. Al più, creerà le condizioni politiche (ossia, produrrà consenso elettorale o persino motivazione allo scontro sociale anche rivoluzionario) perché una forza politica, promettendo di voler attuare la sovranità monetaria popolare ponendo fine a quella privata, adoperi il consenso popolare per prendere, in tutto o in parte, la sovranità monetaria a favore dei propri capi. Così come l’accumulo di informazione sul conflitto di classe portò in Russia a una rivoluzione che confermò il sistema classista, cambiandone soltanto i beneficiari e le etichette.
L’accumulo di informazione e sensibilizzazione popolare sui temi ecologici, iniziato circa 40 anni fa, e ampiamente riuscito a livello di base, non ha affatto corretto il processo di inquinamento e di esaurimento delle risorse da parte dell’industria – perché i valori ambientali non entrano, per loro natura, nella contabilità delle società industriali, che prendono le decisioni e dirigono lo sviluppo, né in quelle dei partiti politici, che fanno accettare tali esigenze alle popolazioni. La gente, sebbene informata e sensibilizzata, ha continuato a comperare prodotti inquinanti, a lavorare per l’industria inquinante, a investire i azioni e obbligazioni dell’industria inquinante. La campagna di informazione e sensibilizzazione ha però avuto un notevole e diverso effetto: ha reso la popolazione disponibile a pagare di più per tasse ecologiche, tariffe ecologiche, prodotti e servizi ecologici o supposti tali (infatti alcuni hanno un effetto ecologico dubbio, altri negativo, come le marmitte catalitiche e i pannelli solari); l’ha resa elettoralmente guidabile mediante promesse e allarmi ecologici; l’ha resa favorevole a massicce spese di denaro pubblico in riferimento all’ecologia – ha insomma creato le condizioni per un vasto business “ecologico” che, esso sì, entra, con le sue somme, nella contabilità dei grandi soggetti industriali e finanziari che prendono le grandi decisioni.
Pubblicato il: aprile 16th, 2010 under PSICOLOGIA E SOCIOLOGIA.
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OLIGARCHIA: LE FUNZIONI ENTRO LA SOCIETA’
OLIGARCHIA PER POPOLI SUPERFLUI è un saggio che sintetizza la mia opera di ricerca e saggistica, complessivamente rivolta allo studio e alla comprensione del potere, ossia alla comprensione dei metodi di dominazione e sfruttamento della società. Per designare questo ambito di studio, ho coniato il termine “cratesiologia”, dal Greco kratèsis, ossia dominazione. Quanto segue è un disegno generale della società reale, dei suoi organi e del suo funzionamento. Non si basa su ciò che dovrebbe essere, ma su ciò che effettivamente è.
Nella storia, come nel presente, non si conoscono, se non in ambito tribale, società che si governassero o governino democraticamente, o in cui la sovranità fosse popolare. La società odierna, globalizzata, è dominata dal cartello dei possessori del sistema monetario e finanziario, articolato in banche centrali nazionali, banche centrali sovranazionali, BIS, IMF, WB, WTO, i quali, all’insaputa della popolazione generale, che non ha cognizione di quanto sotto:
a)mediante il signoraggio (primario e secondario) e il meccanismo del debito infinito, estraggono dalla popolazione generale il potere di acquisto;
b)mediante il controllo del money supply e dei tassi di interesse inducono alternatamente espansioni e contrazioni dell’economia per
ba) costringere imprese, stati e risparmiatori alla svendita degli assets e rastrellarli a prezzo vile, così da impadronirsi dell’economia reale;
bb) imporre riforme socioeconomiche funzionali al loro schema;
bc) imporre agli stati l’assunzione di debiti che li renderanno dipendenti dal sistema bancario;
bd) destabilizzare governi che si oppongano al loro schema;
c) mediante il possesso di sistemi bancari (come il SEBC) e circuiti di clearing globali (Clearstream), tutti immuni da indagini e controlli anche giurisdizionali, e grazie ai paradisi fiscali,
ca) trasferiscono in modo invisibile i proventi del signoraggio, del narcotraffico e di altre transazioni;
cb) eseguono liberamente versamenti a scopo di finanziamento, aggiottaggio e influenzamento di politici, magistrati, pubblicisti etc.;
d) mediante l’esercizio del rating finanziario di soggetti e di titoli sia pubblici che privati, consentono maxitruffe finanziarie, dirigono gli investimenti, aggravano o alleviano il costo del servizio del debito, sabotano o agevolano i bilanci.
e) mediante il finanziamento o la proprietà diretta di scuole di economia, la sovvenzione di ricerche, pubblicazioni, congressi in materie economiche, il pagamento diretto di economisti, condizionano e limitano la conoscenza e la comprensione generale dell’economia, dei suoi strumenti, e specificamente dei rapporti tra controllo della moneta e vicende macroeconomiche.
Ho descritto tali attività nei libri Euroschiavi (Arianna Macroedizioni) e La Moneta Copernicana (Nexus Edizioni).
I governi e i presidenti della repubblica (se diversi dal capo del governo) hanno la funzione di assicurare la coerenza delle varie politiche nazionali effettive con gli interessi e le direttive del cartello monetario.
I parlamenti svolgono le seguenti funzioni:
a) legittimare il sistema di potere effettivo facendolo derivare dalla volontà del popolo sovrano e non lasciar vedere il reale sistema di potere;
b) assumersi la responsabilità politica e morale degli insuccessi, delle ingiustizie, delle inefficienze, fornendo cosi una copertura al potere reale;
c) approvare le leggi di bilancio che legittimano l’inutile indebitamento pubblico verso il cartello monetario per finanziare la spesa pubblica, e che autorizzano il prelievo fiscale;
d) approvare le leggi e le riforme utili agli interessi bancari;
e) trasferire la sovranità economica dallo Stato a soggetti sovrastatali autocratici, come BCE, WTO, IMF, WB, BIS, esenti da controllo dal basso e giudiziario;
f) sfogare le tensioni politiche della popolazione generale;
g) i parlamentari vengono ricoperti di privilegi e messi al riparo dalle sorti della popolazione generale affinché siano fedeli a queste funzioni.
La giustizia svolge le seguenti funzioni:
a) non quella di tutelare effettivamente la legalità (in questo senso l’efficienza della giustizia penale italiana è di circa l’1%), ma
b) creare e mantenere l’impressione popolare che l’ordinamento (quindi il potere esercitato) sia complessivamente legittimo e capace di imporsi, in modo che la popolazione generale lo accetti;
c) insabbiare, coprire o evitare di indagare le vicende e le illegalità più rilevanti e disturbanti;
d) scoraggiare, diffondendo un senso di ineluttabilità, le istanze di giustizia e legalità reali;
e) colpire con indagini, accuse e provvedimenti strumentali le attività politiche ed economiche contrarie agli interessi dominanti;
f) i magistrati vengono muniti di privilegi affinché siano fedeli a queste funzioni.
Ho descritto tali funzioni nel saggio Le Chiavi del Potere (Koinè Nuove Edizioni).
I capi politici e sindacali svolgono le seguenti funzioni:
a) apportare al sistema il consenso della popolazione generale, raccogliendolo dietro le varie bandiere ideologiche;
b) far sfogare le tensioni e le animosità sociopolitiche, neutralizzandole e contenendo la lotta politica entro limiti gestibili;
c) creare un’apparenza di opposizione, di alternanza al potere e di democraticità del sistema;
d) sostenere l’aspettativa di possibili riforme;
e) in cambio dello svolgimento di questa funzione, essi possono attingere denaro pubblico, assicurarsi rendite, conseguire posizioni di relativa impunità e di relativo potere.
La scuola e i mass media svolgono le seguenti funzioni:
a) fornire una determinata visione e concezione del mondo;
b) circoscrivere l’ambito di ciò che la parte non dominante della popolazione può conoscere e comprendere;
c) prevenire la comprensione del reale funzionamento della società e dell’economia;
d) formare personalità professionali convinte delle conoscenze ricevute e del ruolo assegnato;
e) trasmettere e instillare valori, obiettivi, timori, speranze, interpretazioni dei fatti;
f) creare quando necessario allarme o sdegno o paura nella popolazione generale, onde farle accettare riforme impopolari o costose, o guerre (V. Iraq);
g) impedire lo sviluppo delle capacità di pensiero critico e autonomo, favorendo lo sviluppo di quello dipendente e gregario;
h) in generale, suscitare comportamenti e atteggiamenti funzionali al sistema e oscurare o screditare o criminalizzare quelli contrari.
La ricerca scientifica e tecnologica svolge, tra le altre, le seguenti funzioni:
a) studiare e mettere a punto metodi di produzione del consenso, di induzione di comportamenti sociali, di manipolazione mentale e biologica, collettiva e individuale – a tale attività ho dedicato il saggio Neuroschiavi (Macroedizioni);
b)elaborare e diffondere false concezioni soprattutto nel campo economico, onde impedire la comprensione delle reali operazioni macroeconomiche, consentire le megatruffe e il rastrelllamento del potere d’acquisto ai danni dei risparmiatori, dei lavoratori, degli investitori,
La popolazione generale svolge le seguenti funzioni:
a) produrre ricchezza;
b) assorbire la produzione;
c) pagare le tasse;
d) affidare il risparmio al sistema finanziario;
e) legittimare il sistema col voto;
f) fornire combattenti in caso di guerra;
g) fornire masse d’urto in caso di rivoluzione.
La società organica effettiva è oligarchica, ossia guidata dal suo vertice. Solo il vertice ha adeguata informazione e conoscenza della realtà. La popolazione generale non capisce, non apprende, non si evolve, anzi resta sempre più indietro rispetto all’avanzare degli strumenti scientifici e tecnologici, che vengono usati anche su di essa a sua insaputa per controllarla.. Essa vive, lavora, risparmia, investe, vota, etc., nella complessiva incomprensione ed ignoranza della realtà. Gran parte del valore del suo lavoro le viene asportato con strumenti che non capisce. Riceve informazioni e suggestioni strumentali alla sua gestione da parte dell’oligarchia. Democrazia e legalità sono apparenze più o meno adeguatamente costruite e mantenute. Il parlamento ha la precipua funzione di responsabilizzare giuridicamente il popolo per le scelte compiute da altri a spese del popolo stesso. L’oligarchia oggi si differenzia dal resto della società per ricchezza, potenza e conoscenza. Ma stanno divenendo disponibili strumenti tecnologici con i quali potrà differenziarsi anche biologicamente e genomicamente, dotandosi di tratti di superiorità. Una volta che questo tipo di differenziazione sia stato istituito, la separazione del vertice dalla base sarà irreversibile e avremo una situazione del tutto analoga a quella del pastore rispetto al suo gregge.
Attraverso istituzioni come l’IMF, la WB, il WTO, la BCE, la BIS e altre, è in avanzata fase di esecuzione un processo di coalescenza e di fusione delle varie oligarchie, a livello globale. Una volta che sia compiuto, le oligarchie non avranno più bisogno di avere, ciascuna, masse di lavoratori-consumatori-combattenti dietro di sé, da usare per contendersi i mercati e i territori. A quel punto sarà possibile affrontare e risolvere il problema ecologico globale, attraverso due principali operazioni :
a) eliminare il modello consumista;
b) ridurre rapidamente la popolazione mondiale entro limiti di ecosostenibilità
c) rinforzare gli strumenti tecnologici di controllo sociale e ridurre i diritti civili e le garanzie giudiziarie, per impedire il contrasto popolare di tali operazioni.
Le attuali crisi finanziarie programmate e recessioni indotte, assieme ai rincari delle derrate alimentari e al taglio delle relative produzioni, e unitamente all’accrescimento degli strumenti tecnologici e giuridici di controllo e repressione, si devono analizzare alla luce di questa ipotesi.
La società è dominata dal cartello dei possessori del sistema monetario e finanziario, articolato in banche centrali nazionali, banche centrali sovranazionali, BIS, IMF, WB, WTO, i quali, all’insaputa della popolazione generale, che non ha cognizione di quanto sotto:
a)mediante il signoraggio (primario e secondario) e il meccanismo del debito infinito, estraggono dalla popolazione generale il potere di acquisto;
b)mediante il controllo del money supply e dei tassi di interesse inducono alternatamente espansioni e contrazioni dell’economia per
ba) costringere imprese, stati e risparmiatori alla svendita degli assets e rastrellarli a prezzo vile, così da impadronirsi dell’economia reale;
bb) imporre riforme socioeconomiche funzionali al loro schema;
bc) imporre agli stati l’assunzione di debiti che li renderanno dipendenti dal sistema bancario;
bd) destabilizzare governi che si oppongano al loro schema;
c) mediante il possesso di sistemi bancari (come il SEBC) e circuiti di clearing globali (Clearstream), tutti immuni da indagini e controlli anche giurisdizionali, e grazie ai paradisi fiscali,
ca) trasferiscono in modo invisibile i proventi del signoraggio, del narcotraffico e di altre transazioni;
cb) eseguono liberamente versamenti a scopo di finanziamento, aggiottaggio e influenzamento di politici, magistrati, pubblicisti etc.;
d) mediante l’esercizio del rating finanziario di soggetti e di titoli sia pubblici che privati, consentono maxitruffe finanziarie, dirigono gli investimenti, aggravano o alleviano il costo del servizio del debito, sabotano o agevolano i bilanci.
e) mediante il finanziamento o la proprietà diretta di scuole di economia, la sovvenzione di ricerche, pubblicazioni, congressi in materie economiche, il pagamento diretto di economisti, condizionano e limitano la conoscenza e la comprensione generale dell’economia, dei suoi strumenti, e specificamente dei rapporti tra controllo della moneta e vicende macroeconomiche.
Ho descritto tali attività nei libri Euroschiavi (Arianna Macroedizioni) e La Moneta Copernicana (Nexus Edizioni).
I governi e i presidenti della repubblica (se diversi dal capo del governo) hanno la funzione di assicurare la coerenza delle varie politiche nazionali effettive con gli interessi e le direttive del cartello monetario.
I parlamenti svolgono le seguenti funzioni:
a) legittimare il sistema di potere effettivo facendolo derivare dalla volontà del popolo sovrano e non lasciar vedere il reale sistema di potere;
b) assumersi la responsabilità politica e morale degli insuccessi, delle ingiustizie, delle inefficienze, fornendo cosi una copertura al potere reale;
c) approvare le leggi di bilancio che legittimano l’inutile indebitamento pubblico verso il cartello monetario per finanziare la spesa pubblica, e che autorizzano il prelievo fiscale;
d) approvare le leggi e le riforme utili agli interessi bancari;
e) trasferire la sovranità economica dallo Stato a soggetti sovrastatali autocratici, come BCE, WTO, IMF, WB, BIS, esenti da controllo dal basso e giudiziario;
f) sfogare le tensioni politiche della popolazione generale;
g) i parlamentari vengono ricoperti di privilegi e messi al riparo dalle sorti della popolazione generale affinché siano fedeli a queste funzioni.
La giustizia svolge le seguenti funzioni:
a) non quella di tutelare effettivamente la legalità (in questo senso l’efficienza della giustizia penale italiana è di circa l’1%), ma
b) creare e mantenere l’impressione popolare che l’ordinamento (quindi il potere esercitato) sia complessivamente legittimo e capace di imporsi, in modo che la popolazione generale lo accetti;
c) insabbiare, coprire o evitare di indagare le vicende e le illegalità più rilevanti e disturbanti;
d) scoraggiare, diffondendo un senso di ineluttabilità, le istanze di giustizia e legalità reali;
e) colpire con indagini, accuse e provvedimenti strumentali le attività politiche ed economiche contrarie agli interessi dominanti;
f) i magistrati vengono muniti di privilegi affinché siano fedeli a queste funzioni.
Ho descritto tali funzioni nel saggio Le Chiavi del Potere (Koinè Nuove Edizioni).
I capi politici e sindacali svolgono le seguenti funzioni:
a) apportare al sistema il consenso della popolazione generale, raccogliendolo dietro le varie bandiere ideologiche;
b) far sfogare le tensioni e le animosità sociopolitiche, neutralizzandole e contenendo la lotta politica entro limiti gestibili;
c) creare un’apparenza di opposizione, di alternanza al potere e di democraticità del sistema;
d) sostenere l’aspettativa di possibili riforme;
e) in cambio dello svolgimento di questa funzione, essi possono attingere denaro pubblico, assicurarsi rendite, conseguire posizioni di relativa impunità e di relativo potere.
La scuola e i mass media svolgono le seguenti funzioni:
a) fornire una determinata visione e concezione del mondo;
b) circoscrivere l’ambito di ciò che la parte non dominante della popolazione può conoscere e comprendere;
c) prevenire la comprensione del reale funzionamento della società e dell’economia;
d) formare personalità professionali convinte delle conoscenze ricevute e del ruolo assegnato;
e) trasmettere e instillare valori, obiettivi, timori, speranze, interpretazioni dei fatti;
f) creare quando necessario allarme o sdegno o paura nella popolazione generale, onde farle accettare riforme impopolari o costose, o guerre (V. Iraq);
g) impedire lo sviluppo delle capacità di pensiero critico e autonomo, favorendo lo sviluppo di quello dipendente e gregario;
h) in generale, suscitare comportamenti e atteggiamenti funzionali al sistema e oscurare o screditare o criminalizzare quelli contrari.
La ricerca scientifica e tecnologica svolge, tra le altre, le seguenti funzioni:
a) studiare e mettere a punto metodi di produzione del consenso, di induzione di comportamenti sociali, di manipolazione mentale e biologica, collettiva e individuale – a tale attività ho dedicato il saggio Neuroschiavi (Macroedizioni);
b)elaborare e diffondere false concezioni soprattutto nel campo economico, onde impedire la comprensione delle reali operazioni macroeconomiche, consentire le megatruffe e il rastrelllamento del potere d’acquisto ai danni dei risparmiatori, dei lavoratori, degli investitori,
La popolazione generale svolge le seguenti funzioni:
a) produrre ricchezza;
b) assorbire la produzione;
c) pagare le tasse;
d) affidare il risparmio al sistema finanziario;
e) legittimare il sistema col voto;
f) fornire combattenti in caso di guerra;
g) fornire masse d’urto in caso di rivoluzione.
La società organica effettiva è oligarchica, ossia guidata dal suo vertice. Solo il vertice ha adeguata informazione e conoscenza della realtà. La popolazione generale non capisce, non apprende, non si evolve, anzi resta sempre più indietro rispetto all’avanzare degli strumenti scientifici e tecnologici, che vengono usati anche su di essa a sua insaputa per controllarla.. Essa vive, lavora, risparmia, investe, vota, etc., nella complessiva incomprensione ed ignoranza della realtà. Gran parte del valore del suo lavoro le viene asportato con strumenti che non capisce. Riceve informazioni e suggestioni strumentali alla sua gestione da parte dell’oligarchia. Democrazia e legalità sono apparenze più o meno adeguatamente costruite e mantenute. Il parlamento ha la precipua funzione di responsabilizzare giuridicamente il popolo per le scelte compiute da altri a spese del popolo stesso. L’oligarchia oggi si differenzia dal resto della società per ricchezza, potenza e conoscenza. Ma stanno divenendo disponibili strumenti tecnologici con i quali potrà differenziarsi anche biologicamente e genomicamente, dotandosi di tratti di superiorità. Una volta che questo tipo di differenziazione sia stato istituito, la separazione del vertice dalla base sarà irreversibile e avremo una situazione del tutto analoga a quella del pastore rispetto al suo gregge.
Attraverso istituzioni come l’IMF, la WB, il WTO, la BCE, la BIS e altre, è in avanzata fase di esecuzione un processo di coalescenza e di fusione delle varie oligarchie, a livello globale. Una volta che sia compiuto, le oligarchie non avranno più bisogno di avere, ciascuna, masse di lavoratori-consumatori-combattenti dietro di sé, da usare per contendersi i mercati e i territori. A quel punto sarà possibile affrontare e risolvere il problema ecologico globale, attraverso due principali operazioni :
a) eliminare il modello consumista;
b) ridurre rapidamente la popolazione mondiale entro limiti di ecosostenibilità
c) rinforzare gli strumenti tecnologici di controllo sociale e ridurre i diritti civili e le garanzie giudiziarie, per impedire il contrasto popolare di tali operazioni.
Le attuali crisi finanziarie programmate e recessioni indotte, assieme ai rincari delle derrate alimentari e al taglio delle relative produzioni, e unitamente all’accrescimento degli strumenti tecnologici e giuridici di controllo e repressione, si devono analizzare alla luce di questa ipotesi.
Pubblicato il: aprile 14th, 2010 under GENERALI.
Commenti: 1
ANCORA SUL DECLINO
Il mio articolo La Meta del Declino Italiano (scritto il 19 Marzo, e in seguito aggiornato) ha suscitato commenti in parte basati su malintesi, e che richiedono qualche chiarificazione.
L’articolo si basa fondamentalmente sui dati econometrici, oggettivi, dati di realtà, forniti dal recentissimo saggio di Luca Ricolfi Il Sacco del Nord. Questi dati dimostrano che lo Stato italiano, da 60 anni oramai, spolia delle loro risorse e dei loro redditi Veneto, Lombardia, e secondariamente Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana e Marche, per trasferire questo bottino in Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Basilicata, Umbria, Liguria, Val d’Aosta, e Roma. Evidenzia che questo spolio, giustificato dal progetto di perequare le regioni povere alle regioni ricche, non ha prodotto alcuna perequazione, anzi il divario è aumentato. Quindi è un trasferimento che viene portato avanti con altri fini.
Il mio articolo ha il fine di descrivere il funzionamento del sistema di potere presente in Italia, evidenziandone i presupposti, gli effetti, e formulando previsioni sulle chances che possa essere modificato (dalla politica, dalla giurisdizione), su quanto potrà andare avanti, con quali sviluppi; e su quali eventi possano porre fine ad esso.
In base a queste previsioni, formulo consigli per i lettori – ossia, emigrare (non fare la secessione).
Né il libro di Ricolfi (che sta ritornando su quei temi con nuovi argomenti, mediante articoli e conferenze), né il mio articolo, fanno valutazioni morali o antropologiche sui meridionali, né affermano che tutto il Nord sia spoliato e tutto il Sud sia parassita (anche se, nel complesso, ciò è vero): Umbria, Liguria, Val d’Aosta, Roma sono “prendenti” e non sono meridionali; la Puglia non è “prendente”, ed è meridionale. Ricolfi, in un suo articolo su La Stampa del 1° Aprile, osserva che la Lega Nord va forte nelle regioni spoliate, che quindi esprime la resistenza alla spoliazione.
Non affermo, anzi nego, che i Meridionali poveri ricevano tutto il bottino del sacco del Nord compiuto dalla casta politica: essa usa il Sud povero come pretesto per spoliare il Nord, ma una buona parte di quelle risorse viene la dirotta all’estero, oppure su grandi società che, oltre ad eludere il fisco, non reinvestono in Italia. Di quello che viene speso al Sud e in Roma, buona parte, forse una metà, finisce in opere pubbliche inutili, in servizi pubblici fasulli, in salari inutili, in pensioni di falsa invalidità, in lauti appannaggi per pubblici amministratori più o meno disutili (€ 400.000 l’anno ad ogni consigliere comunale siculo). Una parte minoritaria va effettivamente a beneficio di persone che ne hanno bisogno. Ma è assistenzialismo, non investimento, non perequazione. Con i circa 300 miliardi di euro ricevuti, non si è creato reddito e produzione, ma rendite e burocrazia. E si rafforzata la classe dirigente delinquenziale . Queste spese-sprechi-assistenzialismi producono consenso, voti, sponsorizzazioni alla politica che le garantisce. Producono anche una mentalità tra il rassegnato e l’opportunista. Una mentalità che non si interessa, anzi neppure sa che cosa sia, l’efficienza, la produttività. Che non sa chiedersi “che utilità reale produce ciò che sto facendo, ciò per cui mi pagano?”. Mentalità tipica anche della burocrate, che sovente non percepisce il costo sociale e l’inutilità o disutilità propria e dell’ufficio in cui lavora. E ci ritroviamo con una burocrazia del 34% superiore a quella tedesca, con un’efficienza assai inferiore. Però questa è la media del pollo, perché la burocrazia lombarda è una frazione di quella siciliana. Ricolfi stima al 5% il tasso di inefficienza della pubblica amministrazione lombarda, contro il 55% di quella sicula.
Non affermo che il Sud, o meglio il Regno delle Due Sicilie, al tempo della sua conquista, fosse un paese arretrato e misero rispetto al Regno di Sardegna. Anzi – come spiego nel mio saggio del 2008, Basta (con questa) Italia – con l’eccezione di alcune sue aree estremamente svantaggiate, era più prospero, più avanzato nelle arti e nelle scienze, e, al contrario di quello, aveva le finanze in ordine. Proprio per questo era allettante, come terra di conquista. Inoltre era riuscito, per secoli, a difendersi dalla potenza Ottomana.
Non affermo che il Sud non abbia a sua volta subito spoliazioni: ne ha subite di brutali, accompagnate da feroci eccidii di civili – come spiego nel suddetto saggio – ad opera di Garibaldi, Bixio, Crispi, durante e dopo la conquista nel 1860; e furono tali spoliazioni a ridurlo come esso è a tutt’oggi. Ma non su mandato e nell’interesse del Nord (Veneto e Mantova saranno annesse solo nel 1866; Friuli V.G. e Trentino A.A. solo nel 1919), bensì su mandato e nell’interesse di Londra, che sfruttava il dissesto finanziario del Regno sabaudo per mandarlo a conquistare e saccheggiare il resto d’Italia, e insieme voleva costituire sotto le Alpi una media potenza che disturbasse l’Austria-Ungheria, l’espansionista Germania di Bismark, e la Francia imperiale di Napoleone III. Buona parte dei tesori e delle concessioni minerarie del centro e sud Italia finirono oltre manica, in effetti. I Savoia saccheggiarono anche lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana.
Il Trattato di Plombières tra Torino e Parigi stabiliva che le annessioni piemontesi si fermassero a nord del Lazio. La spedizione dei Mille, assistita dalla flotta britannica dell’Amm. Mondy (senza di cui sarebbe stata annientata dalla Marina borbonica), con la successiva annessione del Regno delle Due Sicilie, era contraria ai disegni del Conte di Cavour, il quale era consapevole che i meridionali avevano, nel complesso, un sistema sociale e valoriale, una mentalità, poco compatibili con quelli prevalenti nei popoli del Nord. Quando Camillo Benso morì, nel 1861, lasciò scritti in cui spiegava che, perlomeno, si doveva dotare Nord e Sud di due legislazioni separate. Ma anche questo suo consiglio fu, purtroppo, disatteso, e i Savoia, coi loro burattinai d’oltremanica, accozzarono ciò che ancora oggi non sta insieme: un paese costituzionalmente non funzionale e, oramai, anche non vitale, vista la sua persistente incapacità di reagire al suo ventennale declino.
Non affermo che la Mafia sia solo al Sud, ma è notorio che solo al Sud essa è dominante e capillarmente presente nella società, con ampie basi popolari (secondo il Viminale, il 72% dei Meridionali “sente” la presenza della Mafia intorno a sé). Vi è ampia letteratura storiografica che dimostra che la mafia era assai forte nelle istituzioni centrali dello Stato anche nel Ventennio, e che il governo USA deliberatamente rinforzò tale presenza dal 1944 in poi. Forme mafiose di controllo dei poteri pubblici e del mercato si hanno ovviamente anche al Nord, anzi in tutto il mondo o quasi: basti pensare ai cartelli delle materie prime, del cemento, delle sementi, del credito, del petrolio. O ai c.d. comitati d’affari, che altro non sono che cosche mafiose, anche se sovente non usano i metodi materiali caratteristici della mafia. O a quelle regioni tradizionalmente e stabilmente dominate da un certo partito politico, dove bisogna fare la volontà delle direzioni locali di quel partito, se si vuole vincere un posto pubblico o un pubblico appalto, od ottenere una licenza, una concessione, un permesso, e conservarla dopo averla ottenuta.
Dopo aver chiarito ciò che non affermo, passo a chiarire ciò che affermo.
Affermo che aree geografiche (come il Meridione, la Grecia, il Portogallo) aventi bassa produttività e alta inefficienza non possono svilupparsi né pareggiare la bilancia dei pagamenti se hanno una valuta forte (come l’Euro), perchè non riescono ad esportare e non attirano turismo e investimenti.
Affermo che la stessa circostanza che il paese Italia comprende due aree, di cui una sviluppata, produttiva ed efficiente, e un’altra sottosviluppata, sottoproduttiva e inefficiente, determina – ribadisco: determina – il tipo di politica, di produzione del consenso e di esercizio del potere, che si pratica in Italia:
-mantenere il Sud nella povertà e nell’inefficienza, nel bisogno,
-onde avere sempre la giustificazione per prelevare moltissimo al Nord
-col pretesto di trasferire e perequare o assistere il Sud;
-intercettare e usare quanto più possibile di quei prelievi per arricchirsi e comperarsi voti e sostegni.
Dato che in generale si fa politica come mezzo per acquisire ricchezza e potere, ne consegue che, se vi è un modo di acquisire ricchezza e potere molto più facile e redditizio tra tutti quelli possibili, la politica sceglie e mantiene quel modo sinché rimane qualcosa da raschiare, anche se quel modo è distruttivo a lungo termine. In Italia, sinché perdurerà quella composizione, non è possibile che sia fatta una politica diversa da questa, perché questa è la politica più redditizia e più facile, e i nostri politici sono selezionati, generazione dopo generazione, per fare questa politica e nessun’altra.
La stessa composizione dell’Italia, con la sua area ricca e la sua area povera, crea un’opportunità di profitto che è superiore ad ogni altra possibile formula, quindi determina che sia sfruttata proprio quella opportunità.
Ecco perché si cambiano i colori delle maggioranze e si fanno molte riforme, ma niente cambia nella sostanza, e il paese rimane immobile e sempre più indietro rispetto agli altri.
Finché non venga meno questa opportunità, ossia la compresenza di un’area ricca e di un’area povera entro lo Stato italiano, quel tipo di politica continuerà, non importa quali danni esso produca.
Che cosa può far venir meno quest’opportunità? Non la “giustizia”, che può agire su casi singoli, se il sistema è complessivamente sano, e non certo sull’intero sistema. Non la perequazione del Sud al Nord, che è contraria agli interessi oggettivi della politica e che non in 60 anni non è nemmeno iniziata, e che è contraria agli interessi dei politici. Piuttosto, la perequazione del Nord al Sud – perequazione che è in corso attraverso lo spolio del Nord, che lo priva delle risorse anche per gli investimenti e la competitività nelle esportazioni. Forse un federalismo fiscale che ponga fine allo spoglio delle regioni efficienti e che, portando all’aggregazione di macroregioni omogenee, prepari il vero federalismo, che consiste nella libera scelta di ciascun popolo indipendente di federarsi o non federarsi, mediante un trattato (foedus, appunto, in Latino) con un altro popolo. Ossia, alla possibilità per Lombardi, Veneti, Emiliani, Piemontesi, di votare se federarsi o no, e a quali condizioni, con le altre regioni, mettendo in comune alcune funzioni, come la moneta, la difesa, la politica estera, una quota dei redditi, etc. Perché il federalismo, giuridicamente, è esattamente questo, non ciò che oggi si fa credere alla gente.
Affermo, inoltre, che, per le suddette ragioni, non solo il Nord, ma anche il Sud, oggi, avrebbe oggettiva convenienza a separarsi.
Il Nord, ovviamente, avrebbe l’immediato sollievo di trattenere circa 80-90 miliardi l’anno e di non essere più governato da Roma e dalla fauna romana, né da partiti collegati con la mafia del Sud, perlomeno per ragioni elettorali. Potrebbe abbattere la pressione fiscale e contributiva e investire in infrastrutture, ricerca, scuola, ambiente.
Il Sud, nel breve termine, perderebbe, è vero, 20-30 miliardi l’anno per effetto della separazione, ma li perderebbe egualmente fra due o tre anni, quando il Nord, per effetto delle spoliazioni, finirà fuori mercato. In compenso, avrebbe una serie di vantaggi immediati o quasi:
- la sua classe politica (mafiosa e paramafiosa) sarebbe automaticamente definanziata, quindi perderebbe potere;
- riceverebbe cospicui fondi strutturali dall’Unione Europea, che dovrebbe mandare suoi commissari a usarli sul territorio;
- uscendo dall’Euro, rilancerebbe le esportazioni e i turismo, nonché la produzione interna;
- non potendo più scaricare sul Nord i costi della propria inefficienza e degli sprechi, sarebbe finalmente costretto a divenire efficiente.
La separazione è l’unica riforma che possa rendere efficiente l’Italia ed elevare il Sud. Nessun’altra riforma può riuscire, se prima non si fa questa. Nessuna è mai riuscita. Di nessuna maggioranza politica. Non riuscirà in ciò nemmeno il c.d. federalismo fiscale, perché, ammesso e non concesso che lo lascino andar a regime, non risolve il problema monetario, ossia il fatto che l’Euro è una moneta troppo forte per consentire lo sviluppo economico del Sud e pure del Centro.
La separazione è inoltre l’unica riforma che possa porre fine al sistema di potere partitocratico che si è consolidato in Italia, e che tiene sottosviluppato il Sud per avere il pretesto di depredare il Nord, e che intercetta i trasferimenti per arricchirsi e comperarsi i consensi e i voti. E in tal modo governa e prospera senza aver da curarsi della gestione del paese.
Ma, proprio perché questo sistema è così redditizio e facile da gestirsi, quella riforma non si farà. La classe politica italiana, che non ha le capacità di gestire un sistema diverso, la impedirà. Criminalizzerà il solo parlarne. Già il Presidente ha pronunciato il dogma dell’unità d’Italia. Forse però vi saranno conati di liberazione, al Nord, nel prossimo inverno. Infatti già da oltre un anno, al Nord, è in corso una moria di piccole e medie imprese, e a Maggio le imprese dovranno rinegoziare le loro linee di credito con le banche, e presenteranno i loro brutti conti del 2009 e i loro portafogli d’ordinazioni per il 2010 (-23% circa). E le banche sono esse stesse in difficoltà di bilancio. Quindi è da aspettarsi una marea di licenziamenti, chiusure, fallimenti per l’autunno prossimo. Il Nord allora sentirà in modo stringente che, unito al Sud e a Roma, è spacciato. A quel punto, è possibile un forte movimento di protesta e ribellione a quella che lo stesso Luca Ricolfi chiama “ingiustizia territoriale”. Ma non credo che si potrà arrivare all’indipendenza: troppo forte, soprattutto militarmente, è lo Stato romano. Troppo coesa, nel suo interesse distruttivo e nella sua incompetenza, è la casta politica romana. Da qui il mio consiglio: emigrare. L’Italia non ha futuro. E’ un cadavere che cammina, senza prospettive.
Qualcuno mi ha criticato ricordandomi che io stesso ho più volte scritto che il problema di fondo, comune all’Italia e a quasi tutti gli altri paesi, e non superabile mediante la separazione, è quello monetario, del signoraggio bancario, del debito infinito, del crescente costo del debito sul reddito, di cui parlo in Euroschiavi, in Polli da Spennare e ne La Moneta Copernicana. Confermo che tale problema non sarebbe superato dalla separazione tra Nord e (Centro-)Sud. E’ ovvio. Ma questo problema non verrà mai nemmeno affrontato, perché il potere monetario è uno strumento di dominio sociale irrinunciabile per chi lo detiene, se non anche per la soluzione forzata del problema ecologico; però, entro i limiti economici che vengono e continueranno a venire posti dal potere monetario, ci sarà sempre molta differenza tra un sistema di vita europeo, con un tasso di inefficienza del 5%, e uno africano, con un tasso di inefficienza al 55%. E solo la separazione può assicurare al Nord, e consentire al Sud, di vivere in Europa anziché in Africa nei decenni a venire.
06.04.10
Marco Della Luna
Pubblicato il: aprile 12th, 2010 under MONETICA ED ECONOMIA POLITICA.
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L’INCONSCIO DEI CRISTIANI
Siamo sicuri che il Cristianesimo non sia il frutto di un semplice malinteso? E quale dio adorano realmente i Cristiani? Un oscuro conflitto vive nell’inconscio della Fede…
Chiunque consideri un certo messaggio, un certo libro, come verità rivelata da dio, deve essere coerente e aderente al contenuto e alle prescrizioni di questa verità. Tale principio è basilare ed evidente. Il violarlo, equivarrebbe a contraddirsi e a negare la veridicità di dio.
Ma, prima ancora di entrare nel merito di un messaggio e di una proposta, di una Legge, qualche che sia, è necessario chiedersi se quel messaggio, quella proposta, quella Legge, sia rivolta a noi, se noi possiamo considerarci suoi destinatari.
In questo senso, siamo sicuri che il messaggio che il messaggio, la Legge, dell’Antico e del Nuovo Testamento, sia rivolto a tutti?
E, in secondo luogo, quanto è compatibile con il contenuto esplicito di ciò che i Cristiani definiscono “Scrittura rivelata” con il contenuto esplicito dell’etica e del sentire morale dei Cristiani?
L’Antico Testamento, in modo esplicito e inequivocabile, si rivolge unicamente e selettivamente a Israel, il popolo eletto, esortandolo a dominare gli altri (Deut. 15,6, per esempio, insegna a praticare l’ imperialismo finanziario, nel senso che Jahvé prescrive al suo popolo eletto, Israel: “Tu presterai a interesse a molte nazioni, ma da nessuna prenderai a prestito; così dominerai molti e da nessuno sarai dominato.”) e a fare molte altre cose incompatibili con l’etica dei Cristiani e la dottrina morale della Chiesa Cattolica (come talora il genocidio di alcuni popoli palestinesi, prescritto da Jahvé, cioè dal clero di Jahvé, a Gideon) a danno dei non-Ebrei, dei gentili, e la distruzione dei templi dei loro dei, perché Jahvé si definisce “un dio geloso”. Un dio, però, anche imperscrutabile, imprevedibile e sfuggente alla ragione, come nel caso di Hiob, perseguitato e sfidato da Jahvé senza che avesse colpa. Un dio soggetto a forti mutamenti di umore, che costano molte vite e sofferenze.
Ma Jahvé è soprattutto un dio fortemente etnico. L’Alleanza stipulata tra Jahvé e Israel è, in modo professo, l’alleanza tra un dio e un popolo, contro tutti gli altri popoli e i loro dei: Jahvé, cioè il clero di Jahvé, esorta continuamente Israel a conquistare le terre di altre nazioni e a distruggere i loro templi. E lo minaccia di disperderlo tra le altre nazioni o di sottometterlo ad esse, se non obbedisce. Quindi l’Antico Testamento, come la figura di Jahvé, è, per sua struttura, riservato a Israel. Ossia, non può essere esteso a tutti i popoli, perché esso è strutturato nella contrapposizione tra Israel e gli altri popoli. La certezza assoluta di tale contrapposizione essenziale, di tale antitesi etnica, è data dalle minacce di Jahvé al suo popolo eletto, di disperderlo tra gli altri popoli o di lasciare che altre nazioni lo asserviscano.
Ovviamente, tutto questo discorso si basa sul contenuto del messaggio biblico, si muove all’interno di esso, e non implica che io affermi (o neghi) che quel messaggio venga da un dio anziché da esseri umani e dalle loro mire di potere e ricchezza – come, fino a prova contraria, è logico ritenere.
L’Antico Testamento, anzi la Torah, ossia i suoi primi cinque libri (Péntateuco), era la base culturale, religiosa ed etica condivisa dal popolo ebraico al tempo della predicazione di Jeshua, ossia Jeshua. E da nessun altro popolo.
Dato ciò, se Jeshua, il (supposto) Masiach (Messia) (”masiach” significa “unto”, come il greco “christòs” – l’unto di Jahvé, ossia il re di Israel) e Re dei Giudei, avesse inteso rivolgere la Lieta Novella a tutti i popoli e non, selettivamente, a Israel, lo avrebbe enunciato molto chiaramente e preliminarmente, perlomeno agli apostoli. Avrebbe detto: “Attenzione! Io sono ebreo e voi siete ebrei, ma sia ben chiaro che questo mio messaggio ha come destinatari tutti gli uomini, indifferentemente, dato che tutti sono fratelli e a tutti è dato chiamarsi figli di Dio; Dio non vuole (più) che agiate contro gli altri popoli in suo nome.” Infatti, chi ha un messaggio importante, innanzitutto dichiara a chi il messaggio è destinato – a maggior ragione, se il contesto in cui predica può creare impressioni diverse a questo riguardo. Se un ebreo, discendente di David, in odore di essere il Masiach, parlando ad altri ebrei in una società ebraica imbevuta di Pentateuco, di una Rivelazione rivolta specificamente, espressamente ed esclusivamente ad Israel – se questo ebreo, pur dichiarando di voler continuare, confermare, completare, attuare la Legge Mosaica e la Scrittura esistente, vuole che la sua chiamata soterica sia rivolta a tutti i popoli, e non solo a Israel, necessariamente lo dice tra le prime cose e molto esplicitamente – anche perché questa ecumenismo sarebbe forse la principale innovazione che egli apporta.
Al contrario, nelle parole di Jeshua, riferite dai testi ufficiali dei Quattro Evangeli riconosciuti, non troviamo affatto una tale chiara e diretta affermazione. Troviamo commenti marginali, forse interpolati, come quello del centurione, dove Jeshua dice: “Molti Ebrei non ricevono il mio messaggio (sebbene siano quelli che dovrebbero per natura riceverlo), mentre persino qualche gentile (sorprendentemente) lo riceve, ha fede. A questi gentili fidenti sarà dato in premio di riposare con Abramo e gli altri patriarchi (provocazione terribile per gli Ebrei, l’idea che un gentile dorma tra loro accanto ai patriarchi – ma al contempo riaffermazione che la Rivelazione e la salvazione, anche nel messaggio di Jeshua, sono squisitamente incentrate su Israel, non affatto ecumeniche!), mentre gli Ebrei riottosi alla Novella rischiano di essere gettati fuori, dove c’è stridor di denti.” Quando Jeshua vuole ’scandalizzare’ i farisei, preferisce citare come esempi di persone buone e meritevoli di salvazione, a dispetto dello stereotipo negativo, il samaritano (ebreo), il publicano (ebreo), l’adultera (ebrea). Se avesse voluto dichiarare che era venuto anche per gli altri popoli, per tutti i popoli, avrebbe citato molti esempi di egiziani, greci, romani. E avrebbe avuto una rappresentanza di gentili tra i discepoli.
Sostanzialmente Jeshua formula una minaccia agli Ebrei che non gli accordano fede: “Ebrei, badate che, se non avrete fede (in me), non vi salverete, e magari al vostro posto si salveranno alcuni gentili.”
In ogni caso, ribadiamo, non vi è legittimazione scritturale a considerare l’Antico Testamento come avente destinatari fruitori diversi dagli Ebrei. Anzi, il testo stesso dell’Antico Testamento lo vieta, nel suo tenore esplicito. E come potrebbe, allora, considerarsi come destinato ai non-Ebrei il messaggio del Nuovo Testamento, che si basa, appunto, sull’Antico Testamento, e che si rifà al dio dell’Antico Testamento? Se Jeshua è il figlio o l’incarnazione del dio dell’Antico Testamento, come lo si può considerare il redentore anche dei non-Ebrei, senza contraddirsi?
Vi sono passi evangelici in cui i Cristiani vogliono ravvisare una chiamata a tutti i popoli, ma senza alcuna ragione. Così, ad es., Giovanni 4:21-26 :
21 Jeshua le disse: Donna, credimi che l’ora viene, che voi non adorerete il Padre nè in questo monte, nè in Gerusalemme. 22 Voi adorate ciò che non conoscete; noi adoriamo ciò che noi conosciamo;
poichè la salute è dalla parte de’ Giudei. 23 Ma l’ora viene, e già al
presente è, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e
verità; perciocchè anche il Padre domanda tali che l’adorino; 24 Iddio
è Spirito; perciò, conviene che coloro che l’adorano, l’adorino in
ispirito e verità. 25 La donna gli disse: Io so che il Messia, il
quale è chiamato Cristo, ha da venire; quando egli sarà venuto, ci
annunzierà ogni cosa. 26 Jeshua le disse: Io, che ti parlo, son desso.
Questo passo, oggettivamente, parla del COME adorare,
non di CHI adori…
Jeshua stesso chiarisce in modo esplicito che, perlomeno in questa sua incarnazione, è venuto specificamente per Israel:
“Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch’esse io
devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge
e un solo pastore” (Gv 10, 16).
Questo passo esprime chiaramente che Jeshua sta occupandosi di uno degli ovili, ossia di Israel. Esistono altri ovili, di cui pure si occuperà. Come, quando, con quale incarnazione e con quale messaggio, non lo dice. Ma chiaramente gli altri ovili riceveranno un intervento diverso, o perlomeno altro, da quello di questo ovile. L’intervento di Jeshua nella Palestina di 2000 anni fa non è diretto anche agli altri ovili.
Il risultato degli altri e futuri interventi sarà che tutti si fonderanno, nel futuro, in un unico gregge. Per ora i greggi sono molti.
L’unico elemento di raccordo tra i non-ebrei, i gentili, e Jeshua-Jahvé è un paio di frasi che gli evangelisti attribuiscono a Jeshua risorto e apparso ai suoi discepoli nel cenacolo, nelle quali li esorta a predicare a tutti i popoli, a convertirli e a battezzarli, per la loro salvazione, estendendo ai gentili quanto aveva detto per gli Ebrei prima della sua morte. Poche parole, riferite dai soli evangelisti, i quali non avevano mai conosciuto Jeshua. Un raccordo, quindi, assai esile, troppo esile per sostenere la costruzione di una religione. Ma non solo esile. Non solo non provato, ma anche intrinsecamente inverosimile. E, se esso non regge, crolla l’intera costruzione del Cristianesimo dei gentili.
L’ecumenismo, il rivolgersi ad altri popoli, sembra al contempo: a)uno sviluppo tardo, successivo alla morte di Jeshua; b)uno sviluppo dovuto agli apostoli; c)un ripiego imposto dai fatti: poiché la mia/nostra Novella non è accolta da Israel, suo destinatario originario, rivolgetevi/rivolgiamoci ad altri auditorii o mercati; d)un restyling o reframing della Rivelazione per adattarla ai nuovi mercati – il mondo greco e romano, e poi germanico.
Infatti, è inverosimile e incongruo che Jeshua, se fosse venuto come portatore di un messaggio universale, per tutti i popoli, e non solo per Israel, non lo abbia mai fatto chiaro nei tre anni passati pubblicamente a predicare, a presentarsi, ad essere presentato, specificamente come Masiach (Messia), Re dei Giudei, discendente del re David (ad es., Mt 2,6), etc. etc.; e abbia aspettato di essere crocifisso, ucciso e resuscitato per dire, in privato agli apostoli, proprio mentre stava per ascendere in Cielo, che andassero ad evangelizzare e battezzare anche tutti i popoli (Matteo, 28, 19-20; Marco, 14, 15-16; 16, 15-16; Luca, 24, 47-49), come se questa idea gli fosse venuta durante la sua discesa agli inferi.
Jeshua, a quanto si dice, qualche che sia stata la sua consistenza storica effettiva, di cui niente o quasi si sa, si presentò come un profeta di Israel, sia pur speciale, di fatto predicando valori e una sensibilità molto diversi dalla Torah, dalla legge mosaica, ma dichiarando (all’evidente scopo di agganciarsi al sistema di convinzioni imperante in Palestina e di rendersi accetto e non farsi ammazzare – non dimentichiamo che il Deuteronomio prescrive la uccisione per l’ebreo che si rivolga ad un altro dio o che infranga la legge mosaica, analogamente a ciò che prescrive l’Islam per il mussulmano che cambia religione!) di basarsi su di esse pur volendole perfezionare – non poteva fare diversamente, anche se il suo insegnamento era sostanzialmente contrario a molti punti della legge mosaica. Ossia, era costretto a presentare il proprio messaggio con un’etichetta non corrispondente al contenuto, per non essere condannato a morte.
Secondo testi non controllabili nella loro veridicità storica, raccolse intorno a sé molti discepoli, tra cui un nucleo di dodici intimi che lo seguivano stabilmente. I suoi seguaci speravano in lui come figlio di Dio, Masiach, Re di Israel secondo il lignaggio di David, venuto a riportare Israel alla vittoria e alla gloria. Jeshua si mise in contrasto con gli interessi economici e di potere della chiesa israelitica, scacciando i mercanti dal tempio e condannando l’avarizia. Accusato dai sacerdoti presso il governatore romano di blasfemia e di spacciarsi per Re degli Ebrei, fu ucciso col metodo applicato dall’autorità romana ai sovversivi (crocifissione), non con quello della legge mosaica (lapidazione). I suoi discepoli si ritrovarono senza la loro guida, che era anche la loro fonte di reddito, disoccupati, minacciati di persecuzione, abbandonati dalla gente che fino a pochi giorni prima aveva osannato l’ingresso del loro Maestro in città. In questo stato, connotato da scoramento e perdita di fede (come gli Evangeli stessi riferiscono), essi ‘videro’ Jeshua risorto, che li confortò, li istruì ulteriormente, e prescrisse loro di andare a predicare agli altri popoli; indi, sparì in Cielo. Troppo tardi, per essere credibile!
La vicenda è spiegabile, psicologicamente, come altri casi simili, in cui una setta, quando l’evento costituente il nucleo della sua predicazione non si avvera, o quando la realtà lo smentisce in modo oggettivo, non si scioglie, non prende atto della sua fallacia, ma ristruttura la sua ‘rivelazione’ e la sua missione, per poter sopravvivere e conservare quel nucleo di fede, da cui dipendente, per i suoi componenti, l’autostima, il senso del valore della propria esistenza, la propria identità, la coesione stessa del gruppo. E si mette a predicare e convertire con rinnovata alacrità.
Lo stesso fatto che l’esortazione alla predicazione ecumenica compaia solo dopo la morte e l’asserita resurrezione, e che venga fatta in privato ai discepoli, non in pubblico, davanti a molti testimoni, come sarebbe stato logico, fa ritenere che la stessa riapparizione di Jeshua dopo la sua morte sia stata aggiunta agli evangeli al fine specifico di legittimare gli apostoli a cambiare il loro target di predicazione, rivolgendosi ai gentili, ai quali Jeshua non si era rivolto. E proprio per questo, per il fatto che Jeshua non aveva predicato se non agli Ebrei, era necessario farlo resuscitare: affinché venisse a legittimare il cambio di destinatario del messaggio. Ma non si poteva farlo apparire in pubblico, dopo morto, perché la sua resurrezione non era, evidentemente, abbastanza oggettiva, o reale. Così, si scrisse che egli apparve e parlò solamente a pochi ‘amici’, la cui testimonianza, anche sul supposto incarico di evangelizzare tutti i popoli, a questo punto, non può essere molto convincente. E lo è ancora meno se si tiene conto di un dato di fatto pesantissimo, del quale si preferisce non parlare, ossia che vi sono finali di Evangeli, per Matteo e Marco, che non parlano affatto di tale incarico.
Ma gli stessi tre Evangeli sinottici si contraddicono tra loro, formulando storie molto diverse e incompatbili tra loro (oltre che incontrollabili) sulla resurrezione e sul dopo resurrezione. E’ palese che sono storie costruite, inventate.
Come è chiaro che i discepoli, per superare il trauma e il fallimento dell’uccisione del loro Maestro, fino a poco prima osannato dagli Ebrei, si siano inventati, o allucinati, la sua risurrezione, la sua apparizione molto privata, il suo nuovo incarico di predicare a tutti i popoli, e la sua frettolosa ascensione in cielo.
Peraltro, grazie a questa allucinazione compensatoria, o innocente frode, dei discepoli, avviene qualcosa di molto costruttivo, evolutivo: i discepoli, ora apostoli, proprio attraverso il trauma della perdita del Maestro, ricevono i carismi dello Spirito Santo: si desta in loro il divino immanente, iniziano a compiere miracoli essi stessi – il miracolo inizia a venire dall’interno dell’uomo, dal suo spirito, non più da un dio esterno, incarnato o non. Essi ascendono dalla religiosità scritturale, legalistica, dogmatica dell’exoterismo ebraico, a una religiosità spirituale, mistica, esperienziale. Superano sia il dio trascendente, imperscrutabile e oltrante dell’Antico Testamento (analogo ad Allà, tranne che è etnico), che il logos fatto uomo, ma sempre esterno ai singoli uomini, ossia Joshua.
In conclusione, è contraddittorio da parte dei gentili assumere e usare come Rivelazione e Testamento un testo che esplicitamente si rivolge a una categoria di destinatari specifica e diversa da loro; è contraddittorio, cioè, per i gentili, considerare un testo come interamente rivelato e veritativo, ma non tener conto di quel suo contenuto dichiarativo, che esclude loro come destinatari.
I Cristiani, riconoscendo di essersi appropriati indebitamente di Rivelazioni non rivolte a loro, restano quindi senza Scritture, senza Rivelazione. Amenoché non si rifacciano ai messaggi dei mistici, al contatto personale diretto mistico col Divino e liberi di cercare altre vie e altri Maestri, se desiderano. Il che sarebbe pienamente conforme agli insegnamenti di Jeshua risorto. Infatti, dopo la resurrezione, l’insegnamento di Jeshua fa un palese salto di qualità: staccandosi dall’attaccamento univoco al popolo Ebraico, quindi esce dall’alleanza razziale e razzista Jahvé-Israel contro tutti gli altri dei e tutti gli altri popoli, che è un carattere essenziale ed esplicito dell’Antico Testamento, e finalmente si rivolge come redentore a tutti gli uomini di tutte le genti. E nel faro ciò, egli invita gli apostoli a predicare ai popoli e ad invocare lo Spirito Santo e i suoi doni, la sua illuminazione (già gli apostoli parlano in lingue), la sua ispirazione, è un aprirsi alla spiritualità autentica, che è universale rispetto ai popoli e alle terre, e superiore al tempo e alle contingenze, ai nomi, alle etichette, alle ortodossie codificate.
Ma i Cristiani non arrivano a quel riconoscimento, perché, nella loro vita, dapprima, nell’infanzia, imparano (cioè vengono condizionati dal processo di integrazione-socializzazione) a credere Dio Padre e Jeshua come il loro dio e il loro redentore, e l’Antico Testamento, nonché il Nuovo, come il loro libro sacro. Così che poi, quando incominciano a leggerli (e nel complesso ne leggono poche pagine, soprattutto dell’Antico Testamento, e soprattutto delle parti in cui maggiormente quel testo si dichiara diretto al solo Israel), partono dal preconcetto che quel Dio sia il loro dio, e che Jeshua sia venuto per loro; e sfugge loro, poiché non sono preparati a coglierlo ma semmai a censurarlo, tutto quell’insieme di elementi in senso contrario, ossia le continue, esplicite dichiarazioni di quello stesso dio, in cui egli enuncia agli Ebrei che essi sono il suo popolo eletto e che egli sta parlando solo a loro e per loro e sovente contro gli altri popoli. Come sfugge loro che pure lo stesso Jeshua, il loro Gesù o Jesus, si rivolgeva ai soli Ebrei.
Ancor peggio, è che, a causa del condizionamento suddetto, i Cristiani, non riescono a cogliere parecchi tratti pericolosi di Jahvé, dio etnico, selvaggio, dalle tendenze molto contraddittorie (tra la ferocia e la clemenza), proprie di una personalità (o di una cultura) non integrata, e delle sue leggi c.d. mosaiche: la sua volubilità e instabilità, le sue esortazioni alla guerra, al genocidio (vedi Gideon), all’uccisione degli apostati e delle adultere, all’intolleranza verso le altre religioni, alla distruzione dei loro templi e oggetti di culto, alla discriminazione etnica, alla sistematica pratica dell’usura in danno delle altre nazioni, per dominarle (Deuteronomio, 15.6, 23, 25). Quest’ultima pratica, certo non esclusiva degli Ebrei, è in contrasto col precetto evangelico secondo cui chi serve Mammona non serve Dio (ma chi è Mammona, se non lo stesso Jahvé?), ed è sicuramente e visibilmente, nel mondo, lo strumento, oggi soprattutto, di dominazione, oppressione e sfruttamento prevalente - causa di guerre, miserie., migrazioni forzate, insicurezza, attraverso sia l’indebitamento estero che l’indebitamento interno dei paesi. I Cristiani hanno maturato un’etica basata su amore, mitezza, universalità, eguaglianza, libertà, remissione dei debiti; eppure non colgono e non integrano questi gli opposti, atroci caratteri del dio-demone Jahvé: ancora il 12.09.06 il Papa, contro ogni evidenza, ha sostenuto che il dio dell’Antico Testamento sarebbe un dio d’amore e non crudele. Quindi i Cristiani non riescono a difendersene e a difenderne gli altri. Anzi, proprio in quanto erroneamente identificano Jahvé come loro dio, e dio d’amore, essi, novelli cavalli di Troia, mascherano a sé e agli altri il suo vero volto, le sue vere tendenze, e finiscono per proteggere quelle medesime pratiche di dominazione, oppressione e sfruttamento, che, se potesse osservare obiettivamente, ogni cristiano condannerebbe e terrebbe in abominio. Jeshua, i suoi apostoli, i suoi Evangeli, il Cristianesimo, oggettivamente, sono quindi una sorta di cavallo di Troia dentro il quale il dio etnico, usuraio e sterminatore, o meglio il suo clero, l’organizzazione religiosa che gli dà voce, cela la sua natura e si introduce tra i gentili, cioè tra popoli diversi da quello che egli definisce suo. In tal modo, servendosi della persona e delle caratteristiche di Joshua per rifilare se stesso come loro unico dio, il “dio” dell’usura (il suo clero) callidamente ha privato gli altri popoli della possibilità di avere un dio loro proprio, o dei loro propri, li ha indotti a credere che egli sia dio anche loro e che abbia caratteri opposti a quelli che il Pentateuco gli attribuisce.
Nell’inconscio dei Cristiani vive perciò questo oscuro conflitto, questa profonda contraddizione tra i caratteri reali del dio “Padre” (che, contrariamente a quanto assicura Jeshua, non è affatto “buono”, e che anzi non è nemmeno padre, ed è il dio esclusivo di Israel), da una parte; e, dall’altra, i valori, la sensibilità e i principi etici maturati sino ad oggi, rimane opaca, non visibile nell’inconscio dei Cristiani.
E allora questo conflitto inconscio, opaco all’introspezione del fedele, si manifesta al cristiano nel mondo esterno, sotto forma di ingiustizia, sfruttamento, povertà, guerre. Mali che è difficile combattere, per coloro che rimangono figli di un dio, che è il dio dell’usura e dell’imperialismo finanziario.
Anche Jeshua pare vivere questo conflitto, il tormento insito nella contraddizione di essere portatore di un messaggio di amore, mitezza, pace, perdono, e al contempo di legittimare la feroce legge mosaica; di sentirsi figlio di un Padre terribile, ma che deve definire “buono” e per il cui volere deve morire. La croce pare un adeguato simbolo di questa condizione lacerante. E quando Jeshua afferma che non si può servire insieme Dio e Mammona, parla soprattutto a sé stesso, della sua escruciante condizione. Perché chi altri è Mammona, se non Jahvé, il dio dell’usura di Deut. 15.6?
Per quanto sopra, un profondo ripensamento dell’Antico e del Nuovo Testamento, e una alternativa ricerca delle vere radici del Cristianesimo, ma anche del Giudaismo, nella spiritualità autentica e mistica, per sua natura non etnocentrica ma universale – quindi la scoperta delle autentiche radici vitali del Cristianesimo e del Giudaismo su basi altre dall’Antico Testamento, e sulla comprensione del Nuovo Testamento come incentrato sulla resurrezione e sulle specifiche rivelazioni compiute dal Cristo risorto, oltre che sugli Atti degli Apostoli e sulle Epistole – è indispensabile e, soprattutto, è condizione preliminare e preparatoria, affinché le pratiche più ingiuste e dannose per l’umanità possano essere riconosciute, condannate e bandite alla loro radice, e affinché sia colto, finalmente e liberamente, il senso dell’Evangelo.
Pubblicato il: aprile 3rd, 2010 under GENERALI.
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