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Archivio del mese di luglio, 2010

IL PROBLEMA DEL REFERENTE

Un sistema finanziario globalizzato e strettamente interdipendente come quello odierno esige che in ogni paese economicamente rilevante un governo stabile che assicuri il mantenimento degli impegni internazionali – impegni di equilibrio dei conti pubblici, di imposizione di tasse, di privatizzazioni di beni e servizi pubblici come l’acqua e la sanità (WTO), di tagli del welfare, di pagamento degli interessi sul debito sovrano,  di ottemperanza alle condizionalità imposte in cambio di un decente rating del suo debito sovrano e, all’occorrenza, degli “aiuti”. Insomma, abbisogna di un’affidabile cinghia di trasmissione che garantisca di fare accettare al popolo di quel paese le sue impopolari, antisociali e alle volte autodistruttive prescrizioni, come avvenne in Argentina, in Messico e in altri paesi in crisi finanziaria. Per legittimamente eseguire ciò, ossia perché il popolo non possa dire che quel governo non è legittimato ad imporgli misure impopolari in quanto non l’ha nominato il popolo, un tale governo deve avere legittimazione popolare, cioè essere uscito dalle urne elettorali, laddove queste siano, dalla mentalità prevalente, ritenute idonee a legittimare il potere. E in Italia, fino a nuove elezioni, ovviamente, solo il governo in carica ha una tale legittimazione . Questo principio il ministro Tremonti ha dovuto ultimamente ricordarlo a chi invocava la sostituzione dell’attuale maggioranza con una “di larghe intese”.

Ma questa maggioranza uscita dalle urne perde pezzi e prestigio per l’effetto della sua incapacità a fare le riforme senza cui il sistema-paese decade, nonché per effetto di indagini giudiziarie che portano alla luce  affarismi e corruzione peraltro connaturate a tutta la politica italiana, nonché  di divisioni interne rispondenti al fatto che nel Pdl vi sono rappresentanti di interessi oggettivi tra loro irriducibilmente contrapposti, come spiegato nel mio precedente articolo Nord-Sud: il bipartitismo della realtà. Peraltro, anche il fronte opposto si sgretola per effetto del medesimo fattore: i due veri interessi contrapposti oggi in Italia sono palesi. Uno è quello del Nord, a trattenere il frutto del suo lavoro e a non farsi governare da Roma  né meridionalizzare dalla penetrazione delle varie mafie meridionali, coi loro affiliati nella burocrazia. Il Sud e Roma hanno il contrapposto interesse a continuare a togliere al Nord quei soldi e a legarlo a sé anche con la suddetta penetrazione. I due partiti nazionali si bloccano e si sfaldano perché non possono contenere al proprio interno questi contrapposti interessi. La Lega Nord è pure in crisi, sia pur molto meno per ora, siccome non è del tutto chiaro alla base quanto i  titolari  della Lega vogliano fare gli interessi del Nord e quanto i propri, nel compromesso con Roma. Molti sono usciti dalla Lega spinti dalla forza di questi dubbi.

Ma se, a causa di tutte le suddescruitte ragioni, nessun partito politico è in grado di assumere stabilmente e con mandato popolare il potere nel paese, a quale referente alternativo, a quale altro potere politico può guardare l’ordinamento finanziario internazionale come garante dell’esecuzione degli impegni verso di esso? E’ una domanda che dovrebbe interessare un po’ tutti, perché se  non trova un garante valido, una valida cinghia di trasmissione, può abbassare il rating dei titoli del tesoro o addirittura dichiararli non più cambiabili contro valuta legale – e ciò manderebbe all’aria la finanza pubblica.

Se  non funziona la politica ufficiale, quale altro potere politico costituito, di fatto se non di diritto, può fare da referente e cinghia di trasmissione?

Una soluzione potrebbe essere il potere giudiziario, la magistratura, o meglio i capi di questa, della sua corporazione, l’ANM. La magistratura è nominata per concorso, non è eletta, non dipende dal mutevole consenso del popolo, ha un fortissimo potere   di interdizione, è praticamente irresponsabile, gode di un certo prestigio, se non altro perché offre scandali e colpevoli all’opinione pubblica, e, se compatta e ben guidata, può coprire tutti gli abusi dei propri membri che stanno al gioco. Ovviamente, la magistratura non potrebbe assumere in proprio il governo del paese, non avendo mandato popolare, verrebbe percepita come usurpatrice. Potrebbe però decidere chi può far politica ricoprendo cariche istituzionali, e chi no; chi può fare certi affari, e chi no. Potrebbe, cioè, in persona dei suoi capi e in cambio del rafforzamento dei suoi già cospicui privilegi economici e non, procurare la stabilità a una data maggioranza di governo, funzionale a certi interessi, consentendo ad essa di praticare, sia pur con discrezione, l’affarismo illecito di cui la politica si nutre di guadagni e supporti; al contempo potrebbe difendere la sua posizione attaccando sistematicamente  i politici più capaci dell’opposizione per screditarla, decapitarla e impedirle di “nutrirsi”, fintantoché essa non si piegherà di svolgere un ruolo di spalla della maggioranza. Da tempo certi magistrati o ex magistrati suggeriscono cose di questo genere, e certi recenti governi del Centrosinistra erano tentativi in tal senso, ma sono falliti perché quei governanti risultavano incompetenti, avidi, divisi ed espressione della parte meno produttiva o parassitaria del paese. Per riuscire a governare un paese critico come l’Italia non basta disporre di magistrati-cecchini che abbattono tutti i competitors pericolosi.

Soluzioni di questo tipo trovano inoltre ostacoli nel fatto che da ricerche, libri, indagini giudiziarie sulla realtà della casta giudiziaria sta continuamente emergendo che questa casta non è sostanzialmente diversa per mire, metodi e cultura di potere e amore della legalità dalla casta politica e da quella burocratica, che essa dovrebbe controllare e disciplinare. Ciò che popolarmente si chiama corruzione, ossia l’abuso interessato della propria posizione, non è altro che lo scopo per cui, a livello di organizzazione, si esercita il potere e il mezzo con cui lo si mantiene – il potere di ogni tipo, anche giudiziario. Il che è del resto logico: la cultura di potere è la medesima in tutti i poteri, sia istituzionali che non. Ne consegue che è illusorio pensare che più potere ai magistrati possa portare a più legalità nelle istituzioni. Quindi la magistratura rimane fattore importante per la soluzione del problema del referente politico in Italia, ma non è sufficiente.

Quali altri poteri rimangono, come possibili candidati? La Chiesa sicuramente no, o non più: pur detenendo ed esercitando molto potere economico e politico, soprattutto interdittivo,  essa ha perso buona parte della sua credibilità morale e spirituale; ha troppe cose da nascondere, e troppe altre che non riesce a nascondere, a cominciare dall’ingente mole delle transazioni finanziarie non traccibili (per legge) che compie la sua famosa banca, lo Ior, per conto anche soggetti non vaticani.

I sindacati sono troppi e troppo divisi e particolaristi. I più grandi sono sostanzialmente sindacati di pensionati. Le loro colpe nel dissesto del sistema-paese sono gravi e palesi.

Le forze armate sono fuori discussione: un golpe militare è impensabile e inaccettabile alla popolazione.

 Come potere costituto, stabilissimo, forte, presente e condizionante nelle istituzioni, rimane la mafia. Già durante la II Guerra Mondiale e il governo USA si rendeva conto che la mafia era un potere reale ed efficace in Italia, Perciò tratto, attraverso Lucky Luciano, con la mafia siciliana per sbarcare e prendere l’isola senza quasi colpo ferire. In cambio dell’alleanza politico-militare, aiutò la mafia a prendere un potere condizionante nelle istituzioni romane e nei partiti nazionali. E ad assicurarsi un’ampia fetta di spesa pubblica attraverso appalti, sussidi e altro. Oltre a una certa tolleranza istituzionali verso i suoi enormi traffici di droga.

 Considerato quanto sopra, e aggiungendo che la situazione socio-economica italiana si appesantirà notevolmente nel prossimo autunno, e imporrà ulteriori e impopolari manovre, mi figuro due possibili assetti che risponderebbero all’esigenza indicata in apertura.

Primo assetto: maggioranza di governo formata da forze politiche esponenziali degli interessi del polo meridionale e della burocrazia garantita che si avvantaggiano direttamente dei trasferimenti da Nord a Sud, da settori della finanza, dell’industria, del sindacato. Questo assetto avrebbe bisogno del sostegno attivo sia di parte della magistratura, in funzione interdittiva di copertura , come si diceva prima; sia delle mafie, anche per avere la maggioranza in parlamento e in molti enti locali; che di parti. Questo assetto potrebbe funzionare da uno a tre anni, bruciando ulteriormente le residue risorse del sistema-paese.

Secondo assetto: attuazione del federalismo fiscale, destabilizzazione sociopolitica Sud abituato a dipendere dallo spreco di risorse prodotte al Nord, urgenza concreta per il Sud di uscire dall’Euro per recuperare competitività e sviluppare un’economia non parassitaria; indipendenza della Padania; costituzione di uno Stato meridionale e di uno Padano, eventualmente anche di uno centrale, comprendente le regioni stabilmente dominate dalle centrali di potere a suo tempo costituite dal vecchio PCI, ossia Toscana, Umbria, Marche, Romagna, Emilia – o parte di essa – ed eventualmente la Liguria.

26.07.10

NORD CONTRO SUD: IL BIPARTITISMO DELLA REALTA’

Il dibattito stimolato sia dal recente libro di Luca Ricolfi Il Sacco del Nord che dalle lotte sui tagli della spesa delle regioni, ha imposto all’attenzione il fatto oggettivo e brutale che Roma toglie al Nord annualmente circa 110 miliardi di euro per sostenere un Sud il quale, invece di svilupparsi grazie a questi donativi, sprofonda sempre più nell’inefficienza, nell’improduttività e nell’illegalità, e ha quindi sempre più bisogno di ricevere soldi dal Nord. Questo salasso toglie però al Nord i soldi per gli investimenti, le infrastrutture, l’innovazione, condannandolo a perdere competitività  sul mercato internazionale, quindi, in prospettiva, anche la capacità di mantenere il Sud.

In cambio di questo massiccio salasso di risorse, il Nord riceve dal Sud un’altrettanto massiccio apporto di metodi di potere e gestione meridionali. Metodi estremamente inefficienti in termini di performance per la popolazione, ma estremamente efficienti in quanto alla loro presa su risorse e istituzioni. Il Nord, cioè, in cambio del frutto del suo lavoro, riceve dal Sud proprio ciò che rende il Sud arretrato e inefficiente.

Questa penetrazione è avvenuta e avviene attraverso una parte dei numerosissimi burocrati, funzionari e impiegati di origine e matrice meridionali, ma anche attraverso mafia, ‘ndrangheta e camorra, che si infiltrano nella politica, nell’economia, nella pubblica amministrazione, nel territorio e nel tessuto sociale, nei poteri pubblici, come evidenziato dalla vicenda dell’arresto di 300 ‘ndranghetosi eseguito il 12-13 Luglio. Avviene inoltre attraverso l’azione di un parlamento romano in cui gli eletti dei collegi a controllo mafioso sono quantitativamente determinanti per qualsiasi possibile maggioranza.  Il potere delle organizzazioni mafiose è moltiplicato dal fatto che esse intercettano buona parte dei trasferimenti di denaro dal Nord. A buon diritto si può pertanto dire che sta avanzando la meridionalizzazione del Nord, l’assimilazione socio-politica e criminale del Nord al tipo di società del Meridione. Come scrivevo in altro articolo, è fallita la perequazione del Sud al Nord, ma sta riuscendo la riduzione del Nord al livello del Sud.

Questa situazione è oggettivamente una situazione di contrapposizione di interessi tra le regioni spogliate del Nord (soprattutto Lombardia e Veneto) e quelle assistite del Sud (soprattutto Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna). Quelle assistite non saprebbero mantenersi senza il fiume di soldi tolti al Nord. Se il Sud spende 6 volte più del Nord per il personale amministrativo (fornendo un servizio peggiore), e se spende 6 volte più del Nord per una protesi ortopedica, è evidente che buona parte del Sud vive di spesa clientelare pagata dai contribuenti del Nord. La riforma del federalismo fiscale, basato sull’adozione dei costi standard, può essere sì votata come legge, ma poi non può essere attuata nella pratica, perché toglierebbe un reddito vitale (sia pur ingiusto e illecito) a troppa gente e a troppe forze, il cui consenso è per giunta indispensabile tanto al PDL, quanto, alternativamente, alle sinistre.

E con tanto arriviamo al dunque di questo articolo:

Il Nord, se resta legato al Sud e alla politica romana, verrà inevitabilmente immiserito, privato dei mezzi per restare competitivo, e finirà assimilato al Sud anche dal punto di vista sociologico e criminologico.

Per salvarsi, il Nord ha oggettiva necessità di interrompere sia i flussi in uscita di denaro verso Roma e il Sud, che la penetrazione del sistema socio-economico-criminale del Sud nel proprio territorio, nella propria politica, nella propria amministrazione. E di liberarsi, per quanto possibile, della penetrazione già avvenuta, ricercandone le “metastasi”, isolandole, espellendole. Per realizzare ciò, occorrerà che il Nord si doti non solo di strumenti autonomi di allontanamento, ma innanzitutto di efficaci barriere e filtri giuridici contro questa penetrazione, come strumenti di indagine e oneri di certificazione antimafia per concedere o mantenere la residenza, l’elettorato passivo, cariche pubbliche, iscrizione alla Camera di Commercio. Gli organi competenti a queste funzioni di indagine, certificazione, allontanamento dovranno, per ovvie ragioni, essere eletti dalla popolazione regionale e rispondere ad essa, indipendenti da Roma e dalle istituzioni nazionali.

La contrapposizione oggettiva di interessi tra Nord e Sud è il vero fattore dell’attuale crisi di un partito – il PDL – e di un governo – il Berlusconi Quater – che racchiudono in sé e vorrebbero rappresentare due interessi vitali oggettivamente e diametralmente contrapposti: quelli del Nord  spoliato, e quelli di un Sud mantenuto grazie a questa spoliazione. Una contraddizione che si presenta anche entro il PD, tra le posizioni di un Cacciari e di altri esponenti settentrionali, che vorrebbero una branca settentrionale del partito autonoma dalla segreteria nazionale; e le posizioni del grosso del partito, legate ai molti iscritti meridionali o che comunque vivono di reddito tolto ad altri. Analogamente, nel PDL Fini e soci difendono gli interessi della parte meno produttiva del paese in sfida alla leadership di Berlusconi.

Non “destra” e “sinistra”, ma semplicemente Nord e Sud: questi sono i due blocchi di interesse effettivi e contrapposti del paese, i due blocchi che si contendono il reddito prodotto (nel senso che uno è abituato a vivere del reddito prodotto dall’altro, e considera ciò un suo diritto). Due blocchi geografici ed economici, anziché due classi sociali o due ideologie filosofiche. Il Nord a stare col Sud ha ormai tutto da perdere e niente da guadagnare. Punto.

E’ allora naturale, che nessun sistema elettorale funzioni bene, che fallisca sia il bipolarismo centrodestra-centrosinistra che il bipartitismo PD-PDL, sia il proporzionale che il maggioritario: sono tutti in contrasto con la realtà di fondo del paese. E’ naturale che Fini faccia la fronda a Berlusconi e Cacciari a Bersani. E’ naturale che l’attuale schieramento politico sia trascinato, gradualmente o bruscamente, a scomporsi, per riaggregarsi intorno a questi due poli, anzi a questi due popoli. Che tenda a dividersi in una coalizione nordista e in una sudista. A un bipolarismo geografico. I grandi partiti nazionali, il PDL e il PD, stanno ormai esaurendo le loro risorse di mediazione tra settentrione e meridione, perché questa mediazione, giustificata dal progetto di perequazione del Sud al Nord, è palesemente fallita e ha prodotto esiti disastrosi, quindi non è più in grado di sostenere un progetto e un partito nazionali unitari. I vincoli di bilancio, l’avanzare della crisi, la recessione, la disoccupazione, i tagli, la perdita di quote di mercato estero, stanno facendo saltare tutti i tradizionali meccanismi di mediazione e compromesso tra quei due poli d’interesse. Meccanismi basati sulle fedeltà ideologiche, su spesa pubblica facile in funzione di collante sociale e nazionale tra le generazioni presenti ma scaricata a debito su quelle venture, su tolleranza all’evasione fiscale e compartecipazione alla spartizione della spesa pubblica.

Lo Stato italiano si ritrova a festeggiare il suo centocinquantenario mentre versa in una condizione di vistoso marasma morale e funzionale, e mentre appare incontrovertibile il fallimento di sessant’anni di politiche di recupero del Sud mediante trasferimenti dal Nord. L’autunno 2010 si prospetta gravido di chiusure di aziende, insolvenze e licenziamenti. In questo scenario, la posizione più drammatica e critica è quella di Silvio Berlusconi, perché non riesce a fare le tanto promesse riforme, essendo costretto sulla difensiva; e ancor più perché da un lato riesce sempre meno a mediare tra Nord e Sud; e dall’altro lato non può schierarsi col Nord, a causa dei suoi troppo profondi legami e impegni con un certo Sud. Né può schierarsi con gli interessi di quel Sud, senza perdere ogni credibilità, carisma e dignità.

Eppure scegliere deve: restare a mezza via a far da bersaglio a magistrati, mass media e finiani, fino al logoramento e allo screditamento totale, e all’abbandono da parte di una Lega Nord tradita sul federalismo, sarebbe irragionevole e indecoroso. Ha un’opzione che lo potrebbe consegnare degnamente alla storia, e al contempo rimpicciolirebbe drasticamente le figure dei suoi antagonisti, Fini e Napolitano in primis: ammettere pubblicamente il fallimento dello Stato unitario italiano, il suo ormai ventennale incessante declino, l’impossibilità di riformarlo, la possibilità per il Nord di avere, nell’indipendenza, un decente futuro europeo, e la sua condanna, diversamente, a un inabissamento verso l’Africa. Mentre il Sud potrà risanarsi solo se sarà costretto a fare i conti con se stesso e le proprie storture, senza che altri paghi per esse, incoraggiandole e perpetuandole. Magari adotti una moneta propria, svalutabile rispetto all’Euro e al Dollaro, così da recuperare concorrenzialità e da rilanciare la sua economia. Berlusconi può rovesciare il tavolo; poi si tiri in disparte e lasci ad altri, a qualcuno che sia veramente competente in macroeconomia, di costituire un nuovo partito del Nord, che confluisca eventualmente con la Lega e si lanci in una campagna a tutto campo, non solo elettorale, per l’indipendenza della Padania.

Questo non è, ovviamente, razzismo. E’ il diritto a non essere spogliati sistematicamente del frutto del proprio lavoro e a non vedersi imposto un modello sociale assolutamente disfunzionale e indesiderabile – quello che The Economist definisce “Bordello”, Saviano “Gomorra” e Bocca “Inferno”. A non essere assimilati a quella cultura e al potere dei suoi uomini. A non essere sottoposti a un parlamento quantitativamente condizionato da politici che sono espressione di quel modello sociale. A respingere la mitologia, ormai ridicola, di un’unità nazionale che non esiste nella realtà, perché è evidente che nel territorio dello Stato italiano si trovano a vivere popoli sociologicamente diversissimi. L’unità nazionale non può essere presupposta e invocata come valore, senza prima aver dimostrato che essa esista nei fatti, nella realtà della popolazione. E i fatti ci dicono che non esiste una nazione italiana, ma popoli e sistemi socio-culturali molto diversi tra loro proprio nelle cose che contano per il funzionamento di un sistema-paese e della stessa legge. E in quanto al giudizio di valore sullo Stato unitario italiano, esso va dato in base ai fatti, ai risultati. E siccome questi sono negativi e involutivi, il giudizio è negativo.

Alcuni mi rimproverano di prendermela col Sud e con Roma, mentre la causa primaria dei mali economici e sociali è nel fatto che il mondo è sottoposto a un cartello bancario privato, monopolista del denaro e del credito, che detiene ed esercita la sovranità economica, produce, a sua convenienza, recessioni, bolle, guerre, disoccupazione, carestie, senza riguardo per la gente.

A questa obiezione, replico semplicemente che non vi è prospettiva che tale sistema sia sostituto o sostituibile, e che dall’alto lato esso opera da molti decenni, e in tutti questi anni alcuni sistemi-paese, ben amministrati, hanno prosperato; mentre altri, male amministrati, sono rimasti o divenuti poveri. A uno Stato sottoposto al sistema della moneta-debito e del monopolio bancario privato della moneta (come l’Italia e come quasi tutti gli Stati industrializzati), non è possibile impedire le ricorrenti crisi, recessioni, bolle, deflazioni. Può però ridurne i danni ed evitare di essere sopraffatto e colonizzato economicamente dai paesi competitori. Ma per riuscire in ciò, bisogna che sia un sistema-paese efficiente, disciplinato, che confidi nelle regole e le rispetti, che minimizzi gli sprechi, che abbia un sistema giudiziario efficiente e credibile, che non abbia un parlamento condizionato dalla mafia, che abbia invece una classe dirigente, politica e tecnica, capace di lavorare produttivamente e non solo di saccheggiare la spesa pubblica. La Padania può rispondere a tali requisiti. Lo Stato unitario italiano, no.

15.07.10

Marco Della Luna

RISPARMIO ENERGETICO

In Ottobre scadranno grandi quantità di bonds italiani, e  il governo dovrà rinnovarli e ricollocarli sui mercati, quindi sarà ricattabile dalle agenzie di rating e dalle banche che le posseggono: se il governo non seguirà le loro indicazioni, dovrà pagare tassi elevati, e ciò si tradurrà innanzitutto in centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno.

Per abbassare il rischio di default dei suoi bonds, il governo deve introdurre misure atte a sostenere la finanza pubblica, alleggerendo la spesa, nel medio-lungo termine, cioè nel termine di scadenza dei nuovi bonds, onde rassicurare i loro potenziali acquirenti in modo che li comperino a un tasso di interesse moderato. La misura diretta per alleggerire la spesa pubblica nel medio-lungo termine, soprattutto con una popolazione che invecchia, è spostare in avanti l’età pensionabile – e questo il governo lo sta facendo con ritardo e tentennamenti. Una misura obbligata, quella delle pensioni, dato anche che il debito pensionistico si aggira sui duemila miliardi, e si aggiunge al debito pubblico di millesettecento miliardi. Totale tremilasettecento miliardi, il 320% del pil, all’incirca. Già da tempo i contributi previdenziali in realtà sono tali solo di nome, perché non vengono investiti e accumulati per costituire rendite vitalizie, ossia future pensioni, ma vengono spesi direttamente per pagare le pensioni in essere – quindi in realtà sono tasse. Senza il prolungamento della vita lavorativa, presto avremo più pensionati che lavoratori. Gli immigrati non giovano, perché molti lavorano senza versare contributi, mentre gravano pesantemente, assieme ai loro familiari, sulla spesa assistenziale e sanitaria.

Ma l’innalzamento dell’età pensionabile è una misura insufficiente. Dovrebbe essere affiancata da misure per il rilancio della produzione e della domanda nel breve termine. Misure che non vengono. Le prospettive a brevissimo termine sono fosche. Entro il prossimo Settembre si stima che chiuderà il 20% delle piccole imprese. Ne conseguirà un’ondata di disoccupazione e un calo dei consumi e del gettito fiscale, maggiori oneri assistenziali, nonché una nuova stretta creditizia. Qualora poi il rinnovo dei bonds vada male, sarà necessaria una manovra  pesante. Al contempo, Grecia e Spagna sono sotto allarmata osservazione, ed è in discussione l’Euro stesso (che, ricordiamo, è un sistema di cambi fissi, e non moneta unica).

Peraltro il problema di fondo delle economie di quasi tutto il mondo, e del quale non si parla alla popolazione generale, è il meccanismo dell’interesse composto sul debito pubblico e privato, che, col passare degli anni, drena crescenti quote del reddito, distogliendole da investimenti e consumi, con un andamento esponenziale rispetto al quale le tasse e i tagli, al punto in cui siamo, possono solo guadagnare qualche mese. L’ultima manovra basterà sino a Ottobre. Si apriranno subito dopo scenari che spingeranno il governo a nuove manovre, questa volta con lacrime e sangue.

La spesa pubblica è cresciuta del 40% dal 2000 ad oggi, in dieci anni quasi tutti governati dal centro-destra, nonostante i dichiarati interventi a suo contenimento. Ciò è dovuto al fatto che il ceto politico italiano ricava dalla spesa pubblica sia i suoi profitti (malversazione, corruzione, peculato) che i mezzi per acquisire i consensi (lobbistici, mafiosi, elettorali) e per  perpetuarsi al potere (spesa clientelare). Siccome sa fare solo questo e non amministrare bene, almeno a Roma e al Sud, non può che aumentare continuamente la spesa pubblica al fine di procurarsi i mezzi per comperare i consensi che non può ottenere con la buona amministrazione, anzi che perde, per effetto della sua cattiva amministrazione. Milioni di italiani, di elettori dipendono da una spesa pubblica distruttiva e insostenibile. Ciò imprigiona lo Stato italiano, e soprattutto Roma e il Sud, che hanno un crescente bisogno di essere mantenuti, in una spirale di inarrestabile degrado economico e civile. Il degrado politico e giudiziario è invece già completato, come quello scolastico.

Berlusconi, nonostante le sue promesse e le forti maggioranze di cui sulla carta disponeva e dispone, non ha affatto interrotto tale spirale e non ha fatto alcuna reale riforma, limitandosi a galleggiare e a difendere dagli attacchi giudiziari (che in parte erano e sono politici e partigiani, in parte no) se stesso e pochi altri. Ovvio che non poteva e non può contenere la spesa pubblica inefficiente, avendo bisogno, per salvarsi dai processi e per la stessa sopravvivenza del suo governo, del voto e del sostegno anche dei beneficiari e dei fruitori di quella medesima spesa. Piuttosto di tagliare la spesa parassitaria, imporrebbe nuove tasse – una patrimoniale, magari. Il centro-sinistra ha invece agito direttamente per consegnare le risorse pubbliche e la finanza pubblica ai potentati finanziari stranieri di cui suoi esponenti di spicco sono diretta emanazione.

In luogo delle riforme, Berlusconi porta avanti la c.d. legge bavaglio anti-intercettazioni e gli scudi antiprocesso che gli sono necessari per non essere sottoposto a pubblico giudizio penale da parte di magistrati in parte a lui ostili, mentre dovrebbe governare.

Vi sono buone ragioni sia pro che contra la legge bavaglio e lo scudo antiprocesso. In quanto alla prima, il diritto alla riservatezza è un fondamentale diritto dell’uomo, tutelato dalla legge, e troppi magistrati e giornalisti si sono abituati a violarla sistematicamente, sia per facilitarsi le indagini, sia per farsi pubblicità, sia per lucrare mazzette dai mass media, sia per vendere più copie, sia per influenzare e ricattare politici e istituzioni. Però senza intercettazioni facili diverrebbe difficile o impossibile individuare e reprimere molti gravi delitti e gruppi criminali, che minacciano o guastano la vita sociale e l’attività istituzionale. Gruppi che sono fortissimi, radicati,  istituzionalizzati, così che indebolire l’azione di contrasto ad essi, e nascondere alla gente ciò che su di essi via via si scopre, equivarrebbe, probabilmente, a lasciar loro mano libera sullo Stato e sulle amministrazioni locali. In quanto al secondo, anzi ai secondi (perché di scudi ve ne è più d’uno, anzi vanno sempre rinnovati in quanto la Corte Costituzionale li dichiara illegittimi), da un lato è evidente che non ci dovrebbero essere privilegi giudiziari per alcuno (salve le immunità diplomatiche), e che la giustizia dovrebbe poter giudicare e reprimere anche i politici, soprattutto se hanno cariche pubbliche, perché se risultano essere colpevoli di gravi reati, devono essere rimossi tanto più rapidamente, quanto più è importante la loro carica. Al contempo, dall’altro lato è altrettanto evidente che è di pubblico interesse che il prestigio anche internazionale e la libertà di azione di coloro che sono al governo non siano attaccabili o condizionabili mediante azioni giudiziarie, corrette o strumentali che siano. Inoltre, in un sistema come quello italiano, in cui non si consegue potere politico ed economico se non violando e facendo violare, in modo organizzato, le regole ufficiali – in un sistema cioè in cui tutti i politici e gli imprenditori che contano hanno scheletri nell’armadio, senza uno scudo giudiziario e un bavaglio mediatico tutti sono delegittimabili ed condizionabili da chi esercita il potere giudiziario come pure da chi dispone di archivi e dossier di un certo tipo. Alla fine sarebbero questi soggetti a decidere, senza assumersi però alcuna responsabilità politica, chi e come debba governare e fare affari. E i magistrati italiani, maggioritariamente, sono già costituiti in gruppo di interesse sindacalmente (o corporativamente) organizzato, con cui svolgono azione politica di parte. Sono quindi lontanissimi da ciò che dovrebbero essere per svolgere le funzioni assegnate loro dalla Costituzione, sicché sarebbe un controsenso affidare loro il compito e i mezzi per ristabilire la legalità, come alcuni vorrebbero, perché la loro posizione è, di fatto, essa stessa illegittima. Sarebbe un controsenso come l’affermare, in un sistema in cui i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti politici e non dal popolo, che l’investitura elettorale sia il criterio finale di legittimazione, davanti al quale anche i giudici devono fermarsi.

In conclusione, dobbiamo prendere atto che manca un fondo sano a cui appoggiarsi, sia dal  lato della giurisdizione che dal lato della legittimazione democratica; che interventi risanatori sono possibili solo se le devianze sono circoscritte e non sistemiche; e che pertanto conviene risparmiare le energie, non spenderle in sforzi  inutili: infatti, non vi è una soluzione possibile ai problemi suddetti, perché non si tratta semplicemente di contemperare principi e valori generali per certi versi contrastanti (il diritto alla privacy con l’esigenza di indagare, il principio di eguaglianza coll’esigenza di prestigio e non ricattabilità del governo), ma di un sistema di potere reale che vive di regole incompatibili con quelle ufficiali, sia della Costituzione, che del Codice Penale. L’Italia non ha, per sua “composizione”, alcuna possibilità di essere uno Stato di diritto, né uno Stato basato su leggi scritte, né uno Stato basato su trasparenza e accountability del potere effettivo, né un sistema-paese capace di adattarsi e di correggersi in relazione all’evoluzione della tecnologia o della competizione globale. Infatti, da vent’anni è in declino e nessun governo fa riforme correttive.

Nel momento, che potrebbe ben collocarsi nel prossimo inverno (per le ragioni suddette), in cui il declino e l’impoverimento produrranno gravi proteste sociali e delegittimazione dello Stato, resterà  una sola riforma possibile per mantenere la governabilità e l’unità del Paese: una riforma in senso poliziesco, autoritario, legittimata dall’emergenza, attuata probabilmente da un nuovo governo “di larghe intese”, istituzionale, sostenuto dal Quirinale. Tale riforma è verosimile che sia fatta e che abbia successo, perché la popolazione italiana è complessivamente incline al compromesso e alla ricerca dell’espediente, mentre non è portata a lottare per la libertà, la dignità, la difesa del lavoro e del risparmio. Per tenerla a bada in un periodo di forte recessione basteranno sorveglianza telematica, sanzioni fiscali e amministrative (accertamenti fiscali intimidatorii, fermi amministrativi, esclusione da pubblici servizi e benefici) assieme a violenze di branco in uniforme da parte delle forze dell’ordine sui cittadini che protestassero – violenze di cui moltissimi dei loro componenti hanno ampiamente dimostrato di essere capaci, con o senza guida dai vertici gerarchici, fino all’omicidio e alla calunnia. Il G8 di Genova è stato un collaudo generale di questo strumento.

L’alternativa sarebbe quella della liberazione del Nord, quale entità economicamente e civilmente vitale, da ciò che recentemente The Economist ha definito “Bordello”, cioè Roma e il Sud – entità oggettivamente distruttiva sia dell’economia, che della capacità di ammodernarsi, che del rispetto e delle fiducia verso regole e istituzioni, cioè della base di qualsiasi capacità organizzativa. Se si conosce il sistema economico, amministrativo e politico di Bordello, non si accetta l’idea di essere uniti ad esso e di essere amministrati dalla sua burocrazia e con la sua cultura. Ma la liberazione del Nord da Bordello non è realisticamente fattibile.

Occorre quindi risparmiare l’energia mentale ed economica di cui si dispone, non disperderla in vani tentativi di correggere l’incorreggibile, e impiegarla per costruire, per sé e per i figli, un futuro oltre confine.

02.07.10

Marco Della Luna