TERMINUS: IL DIO INCONSCIO E LO STATUTO DELL’ESSERE

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TERMINUS

Il Dio inconscio e lo Statuto dell’Essere

[Edizioni Aurora Boreale, Firenze, 2022, pagg. 276, € 18]

Intervista all’Autore (rilasciata a Italicum)

D.: Marco, il titolo e sottotitolo del tuo nuovo saggio sono insieme suggestivi e strani, oserei dire misteriosi. Ce ne puoi chiarire il senso?

R.:  La locuzione direttamente indicativa dell’oggetto del saggio è ‘Lo Statuto dell’Essere’: il saggio è prettamente ontologico e tratta, ovviamente in modo nuovo e credo risolutivo, della Seinsfrage, della questione di che cosa sia l’esistere, che cosa sia la realtà ultimamente, nelle sue varie articolazioni problematiche: rapporto tra gli enti e il tempo, tra i singoli enti e l’esistere, tra i molti e l’unità, tra enti finiti e l’infinito, tra positivo e negativo, essere e non essere. Il titolo sarebbe pertanto potuto essere, semplicemente e nudamente, ‘Lo Statuto dell’Essere’, ossia la deduzione e poi l’esposizione di una struttura organica, logicamente necessaria ed empiricamente evidente, delle proprietà dell’esistere, tale che la negazione di uno qualsiasi dei suoi elementi si ritorca contro se medesima, confutandosi cioè ‘elencticamente’, così come E. Severino intendeva la sua ‘struttura originaria’. L’esposizione, i cui elementi sono cooriginari e simultanei, è formulata come un articolato di proposizioni, proprio come lo statuto di una persona giuridica. Ovviamente, la successione delle parole dello statuto e delle sue proposizioni non va ovviamente intesa come una successività di alcuni elementi logici o esperienziali (compresa l’esperienza della successione nel divenire, o estensione dell’anima) rispetto ad altri, così come la distinzione espositiva-predicativa di tali elementi non va intesa come loro reciproca indipendenza.

D.: La filosofia contemporanea, anzi da Herbart in poi, è praticamente tutta antropocentrica, esistenzialista, o analitica; che senso ha occuparsi ancora di ontologia e metafisica?

R.: Che senso ha, ribatto io, Luigi, chiedersi che senso abbia interrogarsi circa la realtà e l’esistere? E’ semplicemente la questione fondamentale. La studio sin dal liceo, ininterrottamente, cioè da quarantotto anni. Io però mi dissocio, come si suol dire, dalla metafisica comunemente intesa, e mi baso sul dato empirico, sull’evidenza immediata, e insieme sul principio di non contraddizione.

Ancora una parola: abbiamo una buona ragione esistenziale e psicologica per occuparsi di ontologia, considerando che l’umore di fondo di ciascuno, quindi la qualità della sua vita, dipende molto da come ‘sente’ l’essere suo proprio e l’essere in generale, fragili e labili oppure forti e saldi, assai più di quanto dipende dalle vicende della sua esistenza esteriore. E’ a quel sentire ‘ontologico’, che si deve un temperamento sereno oppure ansioso. Ai nostri tempi, pertanto, la coscienza dell’essere è assai importante.

D.: Puoi ritornare sulle principali questioni ontologiche che hai testé indicate e presentarle più ampiamente, ovviamente nei limiti di un’intervista, e rinviando per l’argomentazione al tuo libro?

R.: Innanzitutto il problema se il principio di contraddizione abbia, oltre a un valore logico, ossia come regola del ragionamento corretto, anche una portata onto-logica, ossia se provi che l’essere non può mai divenire non-essere, o nascere dal non essere. A questo problema pervengo a dare una risposta positiva. Gli enti sono eterni.

Ancora più importante è  il problema di che cosa sia l’essere, inteso come esistere, rispetto al divenire. Normalmente, anche da parte di molti filosofi, si intende che i due siano separati, e che gli enti siano ‘immersi’ nel divenire, nel tempo, che li genera, li altera, li annienta. Terminus, in una prospettiva attualistica, dimostra che esistere è tout court divenire, e viceversa. Il divenire non è esterno agli enti, è la loro ‘natura’.

Ma proprio perché esistere è divenire, ciò che non può divenire, ossia il perfetto, l’assoluto, l’immutabile, l’omnitudo realitatis, il Dio dei teologi e filosofi monoteisti, così come lo sphàiron, l’uno-tutto indifferenziato di Parmenide, semplicemente non può esistere: il suo stesso concetto è la negazione pura dell’esistere. Così si risolve il problema logico della acosmia, ossia di conciliare logicamente la coesistenza di un Essere perfetto e creatore con creature limitate (il mondo), che, non essendo entro di esso, quando vengono create si aggiungono ad esso, incrementando l’esistente e limitano ciò che dovrebbe essere, per assunto, illimitato; mentre, se non lo limitano, se non si aggiungono ad esso, allora sono interne e coeterne ad esso, prive di identità propria – vedasi Berkeley, Spinoza e, più sottilmente ma anche più drammaticamente, Bradley.

D.: Da quanto vai dicendo, arguisco che il senso del titolo, Terminus, sia che l’esistere richieda un limite, di un confine, di un terminus: ciò che non ha limiti, ciò che tutto comprende in sé, non può divenire, non esiste. Il dio romano Terminus, tutore dei confini, e la cui stele non si riuscì a spostare nemmeno per costruire il tempio del sommo Giove, rappresenta egregiamente questo principio ontologico necessario. Immagino quindi che tu arrivi alla conclusione che la totalità dell’esistente consista in molti enti limitati e divenienti.

R.: Esatto: molti enti limitati, divenienti, attualisticamente consistenti in esperienza (intesa come Erlebnis), pensiero in atto. E così si dà conto della molteplicità dell’esperienza, dell’esistente, come scaturente da una necessità funzionale interna all’essere stesso, senza bisogno di introdurre, di postulare un fattore ulteriore, col conseguente problema del dualismo ontologico. Ossia la molteplicità non è prodotta dall’azione di un principio altro dalla coscienza o dall’io o dall’essere, come avviene ad esempio in Fichte, in Schelling e in certe dottrine vedantiche, in cui si postula maya come fattore che oscura il brahman creando l’illusione del mondo fenomenico.

Tutte queste concezioni, come pure quelle di un Bontadini e di un Severino, fallacemente concepiscono l’essere come uno stato, come incarnato in enti immersi nel flusso del tempo-divenire, da cui appaiono, vengono trasfigurati, e alla fine fatti sparire.

Al contrario, l’essere non è uno stato ma è un’azione (intransitiva); anzi, l’esistere è proprio il divenire, non eccede il divenire – il divenire della coscienza, dell’esperienza, in un senso attualista rafforzato. Esistere è esperire. Esse est percipi et percipere. Pensare agli enti che resistono e sopravvivono al divenire, proteggendosi da esso, è un assurdo logico, così come pensare a un Ente supremo perfetto ed eterno che salvi dal divenire o che generi gli enti. Gli enti limitati sono gli unici esistibili, e insieme non possono cessare di esistere né di divenire.

D.: Mi suona come l’eterno ritorno di Nietzsche…

R.: Non è analogo, perché anche per Nietzsche il tempo è esterno all’ente. Trovo che più vicino alla mia concezione sia la concezione di esistenza in Eraclito.

D. Come risolvi la difficoltà di definire concettualmente il tempo, quindi il divenire, ossia la relazione tra passato e presente, nel senso che è presente alla coscienza solo ciò che è presente, non ciò che è passato, quindi non può essere presente l’estensione temporale, con la conseguenza che il tempo non può essere percepito? Consideri il tempo come un continuum o come insieme di tempuscoli discreti? Bradley, che tu ampiamente citi, riteneva il concetto di tempo come insuperabilmente contraddittorio, quindi illusorio.

R. Codesto problema, come altri problemi di relazionalità, si risolve osservando che il divenire è tutt’uno con l’esistere, con l’esperire, con la coscienza; dunque è un dato e una necessità primari, un dato di partenza, non scomponibile in più termini entro una relazione. La struttura primaria dell’essere comprende il carattere, l’esperienza, la coscienza del divenire. Di un tratto limitato di divenire. L’extensio animae, per dirla con Agostino.

D.: Ho notato che tratti anche il problema del negativo, del nulla, ossia di come si possa, senza contraddirsi, parlare, cioè porre, il contrario del porre, cioè il negare. Di come si possa parlare del nulla, nominandolo come se fosse un qualcosa. E parlare del negativo e del nulla appare necessario in quanto l’evidenza del divenire e della molteplicità e la stessa enunciazione del principio di non contraddizione richiedono l’affermazione che A sia non-B, essere sia non-non essere, quindi esigono la negazione.

R.: Il discorso sarebbe lungo, movendo dal fondamentale concetto di ‘puro positivo’, di autosufficienza del positivo, formulato da Tarca; ma, per sommi capi, le mie conclusioni sono che il nulla e la negazione non si manifestino e non possano manifestarsi, e che quando noi parliamo di esse non è che le ‘poniamo’ nel senso che conferiamo loro una qualche positività ontologica, ma semplicemente usiamo parole che esprimono impossibilità o irrealtà fattuale – cosa che non genera alcun problema, come non ne genera il parlare della fenice o della manticora. Della negazione il significare esiste e persiste, come affermare l’impossibile, il niente, il fallace: esiste il significare “zero” o “vedovo celibe” o “quadrato circolare”. Basta tener presente che stiamo usando parole, operatori logici, e non ‘creando’ o ‘annientando’ l’essere, e possiamo dire che A è non-B, che ente è non-niente, senza con questo pensare che stiamo affermando o creando l’esistenza del niente, o contaminando con la negatività l’ontologicamente positivo. Sono solo parole.

E su questa linea vado oltre, evidenziando come molta ontologia, molta metafisica, sia generata dall’interazione semantica tra le parole, la sintassi e le locuzioni, cioè sia una speculazione verbale, una fraseosofia, non una deduzione logica od ontologica. E ancora oltre evidenzio come molte dei problemi ontologici e metafisici siano illusori perché generati dagli usi linguistici, idola fori, scambiati per proprietà della realtà. Sono gli usi linguistici, ad esempio, che ci portano ad astrarre il divenire dall’essere, il tempo dal divenire, la coscienza dall’esistere, l’oggetto dal soggetto e dall’azione, etc.; poi inevitabilmente succede che quando cerchiamo di comporre in un quadro coerente queste ‘cose’ che il discorso ha separato, non ci riusciamo.

D.: Il tuo sottotitolo allude al divino con le parole “il Dio inconscio”, e il tuo libro è pieno di immagini di dei. Ma se esistono solo enti limitati, che spazio rimane per il divino?

R.: Rimane l’inconscio. Dio è appunto inconscio perché non può essere in atto una unitaria coscienza, ossia un’esperienza, del Tutto (appunto perché non potrebbe divenire, avere un cangiamento, quindi esistere). Il Dio inconscio si manifesta con molti volti, ossia come politeismo. Ma con questo Tutto, con l’Infinito, siamo tutti, noi enti limitati, in eterna relazione, ed esso dà il senso del nostro esistere, la possibilità del nostro divenire ed esperire. La Comunione con Dio è immanente ed eterna.

16.04.2022

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Avvocato, autore, scrittore
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