E’ NATO IL MOVIMENTO POPOLARE CHE ASPETTAVAMO!
Stiamo in un sistema di potere guidato da una politica discussa e decisa dietro porte chiuse. Essa ha inscatolato la politica pubblica, visibile -piazza, partiti e parlamento-, in un contenitore che la rende completamente impotente checché si dica e comunque si voti. Per agire efficacemente, la precondizione sarebbe pensare e agire fuori di esso.
Invece, i tentativi di innovazione nascono e si spengono entro questo contenitore, seguendo il trito format che vede, di volta in volta, uno o più leaders, di vari livelli intellettuali, che lanciano al popolo qualche nuova e dirompente rivelazione e idea, idonee a mobilitarlo democraticamente, poi fondano un movimento e fanno un manifesto, qualche convegno; il movimento non realizza alcun risultato, il popolo pensa ad altro, le solite prime donne dividono il movimento, ciascuna capisce più delle altre, bisticciano, finiscono i soldi, ciascuno va per conto suo.
Attecchiscono solo i neo-partiti organizzati dall’alto o che comunque riescono a prendersi la gestione di una quota della spesa pubblica – e per farlo devono omologarsi al sistema, e portargli in dote la quota di elettori antisistema che hanno raccolto all’inizio. Questa è la storia della Lega, del M5S, di Giorgia Meloni, di Tsipras, etc. Vedremo Vannacci. I partitini nati staccandosi come vera sinistra dalla falsa sinistra consociativa si sono tutti disseccati. In sostanza, per attecchire e perdurare, un’organizzazione politica deve rendersi funzionale agli interessi dominanti, nazionali o stranieri, inserirsi nella sua narrazione complessiva, e stare al gioco, seppur fingendo di contrastarlo. Ruba e lascia rubare. Anche questo fingere è funzionale al sistema, perché alimenta la credenza che vi sia possibilità di cambiarlo da dentro di esso, da dentro il contenitore. Il contenitore funziona così. Il Colle assicura che sia a tenuta stagna.
L’essenza di quanto sopra è riassunta nella vita politica di Platone: nato nell’alta aristocrazia ateniese, egli da giovane confida nel regime aristocratico impostosi dopo la sconfitta nella Guerra dei Vent’Anni, ma presto lo vede degenerare in un’oligarchia dedita ai soprusi (i c.d. Trenta Tiranni), che in breve verrà deposta. Allora Platone confida nella subentrante democrazia, ma presto la vede degenerare fino a mandare a morte, con pretesti, il suo maestro Socrate. Allora intuisce che un monarca assoluto e illuminato può istituire una costituzione e un governo saggi, e va a consigliare il tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio; però non lo convince, anzi lo irrita, e Dionigi lo espelle; Platone finisce venduto come schiavo. Riscattato e liberato, riprova poco dopo col figlio e successore di Dionigi il Vecchio, Dionigi il Giovane, che dopo poco lo mette sotto arresti domiciliari e poi lo espelle.
In somma, il governo degli àristoi, cioè degli ottimi, risulta una brutale oligarchia; quello del dèmos risulta ottuso e oscurantista; e i monarchi assoluti non sono affatto illuminati, bensì sospettosi e chiusi. La delusione più profonda di Platone non è solo istituzionale (aristocrazia o democrazia o monarchia), ma antropologica: riguarda la protervia e la “sociopatia” dei potenti tanto quanto la cecità strutturale del popolo inteso come massa (i molti). Il Mito della Caverna (nel Libro VII della Repubblica) descrive proprio questa drammatica dinamica, che si articola in due disillusioni fondamentali:
I prigionieri incatenati nel fondo della caverna non sanno di essere in catene. Per loro, le ombre proiettate sulla parete sono l’unica realtà esistente. Il popolo non solo è ignorante, ma è affezionato alla propria ignoranza – cioè il suo adattamento sociale e psicologico si fonda su di essa. Preferisce le opinioni semplici e confezionate e le apparenze sensibili alla faticosa ricerca della verità. La massa si compiace dei premi e dei riconoscimenti che i prigionieri nella caverna si conferiscono a vicenda per chi indovina per primo quale ombra passerà sul muro: una parodia dei dibattiti politici e dei successi effimeri nelle assemblee cittadine. E il popolo è ostile al liberatore-destabilizzatore: quando il filosofo, che si è liberato e ha visto la luce del Sole (il Bene) fuori dalla caverna, decide di tornare dentro di essa per liberare i suoi ex compagni, questi non gli credono, lo respingono e, se egli insiste ed essi potessero mettergli le mani addosso, lo ucciderebbero.
Il popolo risponde bene alla paura, all’odio, all’invidia, alle promesse (mediante esse, nel proprio interesse, lo si induce alle rivoluzioni, che esso paga col proprio sangue prima e con la povertà poi, mentre altri si avvantaggiano); per contro, risponde male alla conoscenza e all’intelligenza. E il popolo odierno sta stabilmente declinando in quanto a capacità cognitive, oltre che di livello culturale medio: le statistiche evidenziano un costante calo del QI dal 1995 circa; secondo alcune stime, tenderebbe a 70. Inoltre, a causa (credo) di sostanze assunte con farmaci, cibi e bevande, si stanno moltiplicando gli autismi e le demenze.
Un’ulteriore difficoltà nel parlare al popolo è posta dal fatto che esso ha assimilato dai mass media e dalla scuola una rappresentazione della realtà fatta di credenze, stereotipi e capisaldi rigorosamente falsi (i valori occidentali, il mercato la colpa del debito pubblico, le radici giudaico-cristiane, la solidarietà europea, l’amicizia atlantica, la democrazia liberale), ma a cui devi, almeno in parte, agganciarti, se vuoi far presa su di esso e non sembrargli fuori dalla realtà.
Gli odierni politici antisistema, dico quelli di buona fede, non hanno imparato, o meglio si oppongono ad imparare, questa lezione: credono ancora di poter far politica risvegliando e mobilitando il popolo con informazioni e ragionamenti.
Alcuni intellettuali, più sofisticati, credono invece di poter far politica sussurrando ai potenti, come Platone ai due Dionigi, spiegando loro che è di loro interesse fare certi cambiamenti – e così far calare le utili riforme dall’alto. Ma se il popolo è stupido e ignorante, i potenti hanno, quasi tutti, tratti fortemente sociopatici e/o narcisisti e/o paranoidi. E hanno già i loro think-tank. Non gradiscono i consigli esterni, soprattutto se sono per il bene collettivo. Infatti, essi sembrano gradire che le masse soffrano; ed è chiaro che la loro strategia è farle vivere nell’insicurezza e nello stress per renderle più duttili e controllabili.
Nossignori: per combinare qualcosa in politica e cambiare il sistema è necessario operare fuori dal contenitore suddetto, lasciar perdere il dialogo col popolo e i suoi padroni, e agire con la forza delle cose, cioè introducendo fattori nuovi (tecnologici) che alterino i vigenti rapporti di convenienza e di forza oggettivi. Del resto, nel corso della storia, i cambiamenti sistemici sono stati prodotti non da pianificate azioni popolari, bensì da scoperte geografiche e tecnologiche, da invenzioni giuridiche (cambiale, cartamoneta, riserva frazionaria), da deterioramenti (spesso non compresi) dell’apparato economico e amministrativo, o da mutamenti demografici, climatici, ambientali o psicologici.
Concluderò con una commemorazione dei due tiranni sopra evocati: due modelli di statista sempre ricorrenti.
Dionigi il Vecchio (432–367 a.C.) fu un tiranno di straordinaria intelligenza politica e militare; praticava intensamente e razionalmente la violenza per mantenere il potere assoluto a ogni costo. La sua crudeltà era alimentata da una paranoia patologica. Scalò il potere eliminando fisicamente gli oppositori democratici e i cittadini più facoltosi per confiscarne i beni. Tassò la popolazione fino allo stremo per finanziare le sue guerre e le sue imponenti fortificazioni, del tutto indifferente ai patimenti della sua gente. Imprigionò migliaia di cittadini nelle cave di marmo. Plutarco racconta che la sua paranoia era tale da non permettere a nessuno, nemmeno alle mogli o ai figli, di avvicinarsi a lui con oggetti metallici. Ogni sospetto di congiura si traduceva in esecuzioni immediate.
Dionigi il Giovane (397–343 a.C) ereditò un dominio immenso, ma non la statura politica del padre. Era crudelissimo, ma la sua crudeltà non derivava da un disegno strategico, bensì dall’instabilità emotiva, dall’indole viziosa (era noto per i suoi eccessi con l’alcol) e dall’incapacità di gestire il dissenso. Alla fine fu deposto nel 343 a.C., ma Siracusa, dal livello di polis più potente dell’Occidente, era ridotta in rovina a causa della sua gestione sanguinaria e instabile. Esiliato, finì la sua vita in povertà a Corinto, facendo il maestro elementare.
19.07.26 Marco Della Luna