SIGNORAGGIO, BANCHE CENTRALI, POTERE
SIGNORAGGIO, RISERVA FRAZIONARIA,
BANCHE CENTRALI DI EMISSIONE
Il signoraggio è la rendita che il soggetto che crea moneta realizza dal creare moneta, ed è pari al valore dei beni e dei servizi che egli ottiene in cambio della moneta che ha emesso, detratti i costi di produzione della moneta medesima.
La moneta metallica reca o recava l’indicazione della quantità di metallo pregiato contenuta in essa. Il valore di scambio è dato, appunto, dalla quantità di questo metallo. Per emettere moneta è quindi fondamentale il dominio delle miniere. I re si interessano di conquistare i distretti minerari auriferi e argentiferi.
Col tempo, già in epoca romana, vediamo che gli Stati incominciano a emettere monete metalliche il cui valore nominale, ossia quello indicato su di esse, supera il valore del metallo in esse contenuto. Ad esempio, in un primo tempo abbiamo una moneta contenente venti grammi d’oro, denominata come Dieci Soldi. Poi lo Stato, per risparmiare oro, conia una moneta identica, con l’indicazione di valore ‘Dieci Soldi’, ma contenente solo dieci grammi d’oro. Lo Stato usa tuttavia questa moneta per pagare i suoi debiti (la mercede di operai e soldati, per esempio) contandola e facendola accettare come Dieci Soldi, almeno finché non si svaluta. In questo modo, guadagna il 50% del valore nominale – nel senso che risparmia il 50% del costo d’oro nel pagare i propri debiti. Pagare un debito pari a venti grammi d’oro gli costa solo dieci grammi d’oro. Questa differenza tra costo di produzione del denaro e valore nominale del denaro dicesi ‘signoraggio’. Oggi che il denaro non è più coperto da oro e ha quindi un costo di emissione trascurabile, il ‘signore’ che lo emette – ossia, le banche centrali – realizza un signoraggio pari quasi al 100% del valore stampato sul denaro stesso, senza mettere in esso alcun valore reale. In tal modo, realizza un ricavo pari all’importo del denaro emesso, però, con un falso economico, non riporta questo ricavo in bilancio nel conto dei profitti e delle perdite, così non dichiara questo utile e non lo deve rimettere allo stato né vi paga sopra le tasse.
D’altronde, il valore, ossia il potere di acquisto del denaro (la domanda di esso) non è conferito dalla copertura aurea né da chi lo crea (stampa), ma dal mercato che domanda quel denaro. Così come il valore dei un biglietti di un concerto venduti a 20 Euro l’uno non è conferito dal tipografo che stampa su ciascuno di essi la scritta “Euro 20” ma dagli organizzatori, dal compositore, dagli strumentisti, dal direttore.
Se io sono il sovrano di una nazione, e per legge riservo a me il diritto esclusivo di emettere moneta, tutti avranno bisogno, ossia dovranno domandare e accettare la moneta da me emessa, perché la moneta è indispensabile a un’economia di scambi. Perciò io potrò usare la moneta che emetto per pagare tutte le mie spese (forniture, stipendi, investimenti, costruzioni; acquisti di terreni e aziende, etc.), per concedere prestiti a interesse e per arricchirmi – insomma, per comperare i beni e i servizi presenti sul mercato e prodotti da altri, anche se io non produco alcun valore.
Se il costo che sostengo per produrre questa moneta è praticamente nullo, come nel caso che io emetta cartamoneta (banconote), posso impadronirmi dell’economia nazionale senza fatica e senza rischio, comperando beni, aziende, terreni, lavoro, etc., in cambio di carta stampata. I banchieri contemporanei si trovano in questa situazione.
Altrimenti detto: il denaro è uno strumento assolutamente indispensabile all’economia di scambio, alla vita quotidiana, e ha però un costo di produzione quasi nullo, puramente tipografico; il valore gli è conferito dalla domanda di denaro stesso, che a sua volta viene dalla vivacità dell’economia, degli investimenti, della produzione, degli scambi; perciò il popolo, e per esso lo stato sovrano, dovrebbe emetterlo in proprio a costo nullo (come fa oggi con le monete metalliche, e come faceva l’Italia coi biglietti di stato di £ 500, e come fecero Lincoln, Garfield e Kennedy coi Dollari, finché non furono ammazzati) anziché prenderlo in prestito a interesse, come invece fa, producendo il debito pubblico. Ma proprio perché il denaro è un bene indispensabile, il sovrano toglie al popolo, ossia allo stato, il potere di emetterlo e lo usurpa per sé in via esclusiva, in modo di poter imporre a tutti quelli che hanno bisogno di denaro, compreso il popolo sovrano (lo stato) e le imprese (che danno al denaro il suo valore) un prezzo, appunto il signoraggio -un prezzo per giunta enorme e ingiustificato, pari al valore nominale del denaro stesso – a proprio egoistico e antisociale vantaggio. Così si mette in condizione di poter comperare, a costo zero per sé, il lavoro, le imprese e i prodotti degli altri. Il sovrano, il titolare del potere, è colui (i banchieri privati) che si è impadronito di questo potere monopolistico, togliendolo ai veri produttori di ricchezza e sovrapponendosi a governi e parlamenti, come fa con la BCE in base al Trattato di Maastricht. La lotta per conquistare e mantenere questo potere è l’essenza strutturale e profonda, conosciuta a pochissimi, della politica e dell’economia. L’establishment si regge sul fatto che essa è ignota e invisibile a quasi tutti.
La riserva frazionaria è la pratica per cui a)le banche emettevano banconote per un valore non pari al valore delle riserve auree di copertura, ma multiplo di esso; b) le banche erogano credito per un valore non pari alle loro riserve di banconote e titoli di stato, ma multiplo di esso (moltiplicatore bancario, che va fino a 60 volte con gli accordi di Basilea II). Entrambe queste forme di riserva frazionaria producono signoraggio per le banche.
Le origini di queste pratiche sono antiche. In epoca tardo-medioevale, si diffuse la pratica di depositare l’oro e l’argento in custodia presso gli orefici, anziché portarli su di sé. Gli orefici rilasciavano fedi di deposito, attestanti che Tizio aveva depositato presso l’orefice Caio una certa quantità di oro. Tizio, quando doveva eseguire un pagamento, supponiamo, di una data quantità di lana, consegnava al venditore, come pagamento, fedi di deposito per un valore pari al prezzo della lana. Il venditore della lana diveniva, con ciò, portatore della fede di deposito e, con ciò stesso, proprietario dell’oro ad essa corrispondente, e poteva o ritirare l’oro presso l’orefice, oppure, a sua volta, dare la fede di deposito in pagamento di qualche bene o debito o servizio. La fede di deposito è il titolo di proprietà della cosa depositata. Precisamente, è un titolo di proprietà al portatore, ossia conferisce la proprietà al suo possessore, chiunque sia.
Presto gli orefici si avvidero che, mediamente, solo un decimo del totale dell’oro depositato presso di essi veniva ritirato. Essi incominciarono, quindi, un’attività creditizia molto lucrativa: se un orefice possedeva dieci chilogrammi d’oro, poteva prestare ai suoi clienti un controvalore non di dieci chilogrammi, ma di cento, lucrando l’interesse su questo controvalore di cento. Precisamente, prestava ‘note di banco’, ossia banconote cartacee (cartamoneta), sui cui era enunciato un valore e l’impegno di convertire la banconota in oro per quel valore.
Anche gli Stati emettevano cartamoneta, o ‘biglietti di Stato’, recanti la promessa di conversione in oro a richiesta. In seguito l’emissione di cartamoneta passò, quasi completamente, dagli Stati alle Banche Centrali, come si spiegherà più avanti. Dal 1944 solo il Dollaro rimase convertibile in oro e fungeva d riserva alle banche centrali del resto del mondo, al posto dell’oro (Bretton Woods). Nel 1971 Nixon abolì la convertibilità del Dollaro in oro, e ora nessuna moneta importante dà il diritto al portatore di esigere che la banca che la emessa la cambi in oro. Il denaro è solo carta o impulsi elettronici.
Le banconote degli Euro non sono convertibili in oro né coperte da oro né recano alcuna scritta del tipo ‘Pagabile a vista al portatore’. Eppure sono domandate, accettate, apprezzate. Perché? Io accetto da un cliente Euro in pagamento delle mie prestazioni professionali perché so che gli Euro che incasso adesso dal cliente saranno accettati, domani, dal benzinaio, dal ristoratore, dal libraio, dall’erario. E questi li accetteranno perché, a loro volta, sanno che anche i loro fornitori, in seguito, li accetteranno in pagamento. Insomma, il valore di una moneta dipende dalla domanda/accettazione di quella medesima moneta in un dato mercato, in rapporto alla disponibilità od offerta di quella moneta. Se tutti potessimo stampare banconote in Euro, l’Euro perderebbe il suo valore o potere di acquisto, perché la sua offerta aumenterebbe enormemente. Nessuno accetterebbe più l’Euro in pagamento del proprio lavoro o dei propri beni: sarebbe più semplice, per lui, stampare Euro in casa.
La banca centrale come istituto di emissione è una banca speciale, a cui lo Stato attribuisce in via esclusiva, togliendolo a sé quindi al popolo, il diritto-potere sovrano di emettere la moneta legale nel paese, e sovente anche altre prerogative. Così sono la Federal Reserve Bank Corporation, la Bank of England, e un tempo erano così la Banca d’Italia e la Bundesbank.
Già in epoca tardo-rinascimentale gli Stati (regni di Spagna, Francia, Inghilterra), per le loro spese di guerra, opere pubbliche, etc., emettevano troppo denaro, troppi biglietti di stato, in rapporto alle ri-serve auree che possedevano e ai loro introiti; perciò essi fecero ripetutamente bancarotta, ossia insolvenza (parziale o totale, temporanea o definitiva, sul capitale, sugli interessi o su ambo) nei confronti dei loro creditori (banchieri toscani, genovesi, poi anche tedeschi e olandesi). Successe allora, dalla fine del XVII secolo in poi, una vera rivoluzione del sistema di potere e della struttura dello Stato, la quale configura lo Stato come oggi noi lo troviamo. Successe, in sostanza, che le aristocrazie regnanti nei vari Paesi europei si allearono con i banchieri creditori di questi Paesi, fondarono banche private in società con loro e trasferirono in queste banche il potere sovrano di emettere denaro – potere che prima veniva esercitato dallo Stato, dal Re. Lo trasferirono a queste banche in via quasi sempre, esclusiva – ossia queste banche divennero monopoliste dell’emissione del denaro e del suo prestito, ciascuna nel suo Stato. La prima a sorgere, sotto la pressione del crescente indebitamento dello Stato per le guerre in corso, fu la Bank of England, nel 1694, sotto Guglielmo III di Orange; essa acquisì le prerogative suddette nel corso di pochi lustri dalla sua fondazione.
L’importanza di questa trasformazione è unica nella storia dell’umanità. Essa è la più grande e, soprattutto, la più stabile di tutte le rivoluzioni. La rivoluzione francese è poca cosa, al confronto con essa. Persino l’URSS aveva una banca centrale gestita privatamente da un finanziere ebreo americano.
Basti pensare che, prima di questa trasformazione, il sovrano che spende soldi per costruirsi una reggia sfarzosa o per fare una guerra con cui allargare i propri dominii, indebita lo Stato, ossia sé stesso, verso le banche; mentre, dopo di essa, è il sovrano stesso, assieme ai suoi soci finanzieri, a fungere da banchiere verso lo Stato, attraverso la sua Banca Centrale, e a prestare soldi allo Stato (al popolo) per fare le medesime cose nell’interesse del sovrano e dei suoi soci. Quindi, grazie a questa rivoluzione, il sovrano, quando fa una guerra per aumentare la propria potenza (e quella della classe dirigente che lo sostiene), non solo fa la guerra senza più indebitare sé stesso, ma grazie ad essa va a credito di capitale e interesse verso lo Stato e i cittadini per le spese di guerra. Ossia, può fare i propri interessi a spese del popolo, eppergiunta guadagnandoci sopra. Guadagna indipendentemente da chi vinca la guerra. Si produce una triangolazione tra oligarchia, Stato e nazione: l’oligarchia, per arricchirsi e consolidare il proprio potere, indebita lo Stato verso di sè onde prelevare al popolo col pretesto del debito pubblico. La spesa pubblica (dalla guerra all’assistenzialismo) e il debito pubblico che da essa origina, diventano un inesauribile affare per il sovrano e i suoi soci. Anche perché il debito pubblico dà il pretesto allo Stato per imporre alte tasse, quindi crea per i governanti opportunità di arricchirsi maneggiando molto denaro dei cittadini, distribuire molto denaro per comperare consensi e clientele, nonché alzare i tassi d’interesse e mandare in rovina per debiti molte imprese e rilevare così per poco le loro aziende e proprietà.
Questo business è l’essenza stessa della politica come praticata da allora ad oggi perlomeno in Occidente. Ovviamente, nessuno ne parla.
In questo modo la classe governante dei vari Paesi si distacca dalla nazione e dissocia i propri interessi e le proprie fortune da quelli della nazione stessa, rendendoli indipendenti e perlopiù contrapposti. I suoi interessi vanno a collocarsi e a muoversi su un piano sovranazionale, al di sopra dei confini territoriali e dei popoli che governa e degli Stati attraverso cui li governa. Gli Stati si riducono a strumenti, attraverso i quali essa fa i propri interessi. L’oligarchia finanziaria di un dato Paese, assumendo e scambiando partecipazioni azionarie nelle banche di altri Paesi, può trovarsi in situazioni in cui il suo interesse economico è addirittura contrario a quello della nazione che governa, e convergente con quello di una nazione ‘nemica’ – proprio come l’interesse economico dell’amministratore delegato della società x, che è concorrente della società y, se egli ha (in proprio o attraverso la moglie) una forte partecipazione nella società y, può essere di mandare in rovina la società x per aumentare i profitti e il valore della società y, o trasferire la produzione e la clientela dalla società x alla società y, se il personale della società x si fa troppo esigente e contestatore. Ciò spiega come la famiglia di un presidente degli Stati Uniti d’America che, col pretesto di inesistenti arsenali di distruzione di massa, lancia guerre contro «i terroristi» può essere alleata in affari con famiglie arabe di cui diversi membri finanziano il terrorismo con i profitti del petrolio. E spiega gli strani affari intercorsi tra capitalismo americano e Germania hitleriana anche durante la Seconda Guerra Mondiale.
La dissociazione degli interessi delle classi dirigenti dei vari Paesi dagli interessi dei rispettivi Paesi ha fatto sì che, da un lato, gli interessi delle classi dirigenti si siano svincolati dai rispettivi territori e tendessero a diventare sovranazionali, globali; e che, dall’altro, sia divenuto necessario per le classi dirigenti mentire, nascondere ai popoli da esse governate questi interessi dissociati e divergenti e i veri scopi dell’azione dei governi – nasconderli costruendo tutta una falsa rappresentazione della realtà, della struttura del potere, degli interessi e degli scopi autentici; e facendo di questa falsa rappresentazione oggetto di propaganda, di indottrinamento, di insegnamento attraverso le scuole e i mass media – in modo che la gente ci creda, si adatti, ne accetti le condizioni, credendo di conoscerle realmente.
D’altronde, col consolidamento del potere sovrano delle banche centrali, il potere politico veniva strutturalmente trasferito dallo Stato al sistema bancario privato, di cui lo Stato diveniva mero esecutore; pertanto diveniva possibile lasciare che il popolo avesse una formale rappresentanza nello Stato – rappresentanza che non avrebbe avuto, infatti, potere reale. Nasce così la democrazia rappresentativa – nascono i parlamenti, la cui funzione primaria, storicamente, è appunto quella di approvare le leggi finanziarie e i bilanci del governo, ossia le leggi che consentono al governo di indebitare la nazione verso la banca centrale, di prelevare tasse ed eseguire spese.
E qui sta l’utilità psicologica del sistema parlamentare rappresentativo per il potere finanziario. Infatti, quando il parlamento eletto dal popolo in propria rappresentanza approva le leggi finanziarie che autorizzano il governo a contrarre debito pubblico e ad esigere tasse per pagarne capitale e interessi, il popolo, l’elettorato, è indotto a credere che la cosa sia fatta nel proprio interesse dai suoi propri rappresentanti, e sente quindi come legittima, in linea di principio, l’imposizione delle tasse per pagare il debito pubblico, non rendendosi conto che si tratta di una mera truffa ai suoi danni e a vantaggio di un’oligarchia che non appare nel suo ruolo reale e non manifesta i suoi veri interessi e scopi e profitti. La funzione del cosiddetto diritto di voto non è di consentire al popolo di scegliere che lo governerà, ma di farlo sentire vincolato alle scelte del potere, responsabile di esse, tenuto ad accettarle come legittime e fatte nell’interesse collettivo. Il voto politico è quindi, nella realtà, l’inverso di quello per cui viene gabellato: non diritto, ma catena psicologica, l’accettazione di un meccanismo di indebitamento.
Le battaglie tra gli opposti schieramenti politici sono sostanzialmente una messa in scena tra concorrenti che gareggiano (quando non si mettono d’accordo) tra loro nel portare consenso popolare e obbedienza al potere vero e ai suoi interessi, i quali non si manifestano, in cambio della possibilità di arricchirsi rubacchiando qua e là e raccogliendo tangenti varie. Giustamente si parla, quindi, di teatrino della politica.
Per quanto riguarda il problema della guerra e della pace, vogliamo far notare che, grazie alla rivoluzione monetaria sopra descritta, i proprietari delle Banche Centrali – famiglie reali, governanti e finanzieri – possono arricchirsi, in particolare, attraverso ogni guerra, anche se lo Stato di cui sono cittadini o regnanti la perde. Infatti, si arricchiscono attraverso l’indebitamento del loro Stato e del popolo del loro Stato nei confronti delle loro banche. Poiché, inoltre, il capitale finanziario non ha una patria, è nomade, ‘footloose’ (per esso i Paesi so-no commodities, materie prime – esso si trasferisce sempre nei luoghi dove ha più convenienza a stare), e poiché può collegarsi e concentrarsi in modo indipendente dal territorio e dai confini nazionali, esso si è ben presto internazionalizzato: le banche centrali dei vari Paesi hanno come azionisti-proprietari banche private anche straniere, e che, a loro volta, sono proprietà di azionisti di diversi Paesi.
La comunità dei grandi finanzieri non ha caratteri nazionali, è al disopra dei confini politici e dei conflitti bellici. Per essa, gli uni e gli altri costituiscono, di volta in volta, opportunità o limitazioni ad attività affaristiche.
Non è improbabile la situazione che un Paese X sia in guerra con un Paese Y, e che le banche centrali di entrambi i Paesi siano controllate dai medesimi azionisti internazionali, che hanno suscitato la guerra stessa per aumentare le proprie ricchezze a spese dei popoli di X e di Y, nonché il loro potere finanziario e politico su di essi. Naturalmente questi due popoli, che tra loro non si conoscono, saranno spinti ad odiarsi dalle rispettive propagande e a credere di combattere, ciascuno, per la giustizia, per la libertà, per la democrazia, etc.
In tempo di guerra, gli Stati contraggono fortissimi prestiti presso le banche, e la gente accetta ciò perché la necessità di difendersi viene prima di tutto. Ma la gente non sa quanto questo indebitamento costi, e non solo in termini di interessi passivi. Inoltre, il trasferimento del potere e del tornaconto economico-politici dal rapporto col territorio (con la nazione, col popolo) al piano sovra-territoriale del dominio monetario, della proprietà delle banche e dei titoli del debito pubblico, consente – specialmente da quando la finanza internazionale è stata telematizzata e il denaro nonché gli altri valori mobiliari si spostano intorno al mondo con un semplice click del mouse – la centralizzazione del potere effettivo nelle mani di una ristretta cerchia di soggetti.
Marco Della Luna