PAZZI CON L’ATOMICA?
LA PSICOLOGIA DEL MESSIANESIMO SIONISTA
Pensavate che la follia religiosa colpisse solo gli islamici – e invece no, prende anche i “fratelli maggiori” – e hanno la Bomba!
Rassicurazione dell’Autore
Tranquilli: le guerre sono decise non dalle profezie bensì, innanzitutto, da strategie finanziarie per far emettere dai governi molto debito sovrano, cederlo al grande capitale che li finanzia, e così consegnargli le redini dei popoli che, con le tasse, dovranno pagare capitale e interesse. Ma la grande finanza si serve anche dei miti, dei simboli, dell’irrazionale collettivo spinto sino alla follia.
La follia di massa
La psicosi collettiva — più propriamente definita in psichiatria e sociologia come disturbo psicotico condiviso (folie à plusieurs) o, su più larga scala, come isteria di massa o comportamento collettivo aberrante — è un fenomeno reale, documentato e ricorrente di contagio psicologico e sociale. Si verifica quando un gruppo di persone manifesta simultaneamente gli stessi sintomi fisici o le stesse convinzioni deliranti, senza che vi sia una causa organica o medica rintracciabile.
Il contagio mentale non nasce dal nulla; richiede un terreno fertile e una dinamica relazionale specifica. Possiamo scomporre il suo funzionamento in tre fattori chiave:
a. Il Terreno di cultura: Ansia e Isolamento Il motore primario è quasi sempre uno stato di angoscia profonda, stress prolungato o minaccia percepita (reale o immaginaria). Quando una comunità vive una crisi — economica, bellica, sanitaria o valoriale — le difese critiche individuali si indeboliscono. L’isolamento culturale o sociale del gruppo funge da amplificatore, sigillando il sistema da smentite esterne.
b. Il Detonatore Umano: Il fenomeno parte solitamente da un individuo carismatico o particolarmente influente all’interno della rete sociale (il soggetto detonatore), il quale manifesta un sintomo o formula una teoria delirante per dare un senso all’angoscia innominabile che il gruppo sta vivendo. Questa figura offre una spiegazione, per quanto irrazionale, che catalizza il caos emotivo circostante.
c. Il Contagio per Suggestione ed Empatia
Gli altri membri del gruppo, legati da una profonda identificazione emotiva o da un destino comune, “assorbono” il delirio. Entrano in gioco meccanismi specchio: la validazione sociale circolare (ci credono tutti, quindi è così); e i sintomi psicosomatici l’ansia è così alta da tradursi in sintomi fisici reali (tremori, svenimenti, conversioni isteriche) che si propagano a vista d’occhio proprio a causa dell’iper-empatia e della suggestione.
d. Il Panico Morale
Su una scala ancora più ampia, sociologi come Stanley Cohen hanno parlato di panico morale. In questo caso, la “psicosi” non si limita a un villaggio o a una scuola, ma investe l’intero corpo sociale. Ad es., un gruppo di persone (i no-mask o i no-vax) o un fenomeno sociale viene definito come una minaccia per i valori e la sicurezza della società. I mass media e le reti digitali agiscono come casse di risonanza, polarizzando l’attenzione, distorcendo i dati reali e creando un clima di vigilanza paranoica collettiva in cui il dissenso o la razionalità vengono visti come complicità con il “nemico”. In ultima analisi, la psicosi collettiva dimostra che la mente umana non è un’isola atomizzata: i nostri confini cognitivi ed emotivi sono plastici, e in condizioni di forte pressione sociale ed emotiva, l’Io può temporaneamente dissolversi nel Noi, adottando il codice del delirio comune pur di sfuggire all’angoscia dell’ignoto. Gustave Le Bon descrisse questi fenomeni nel suo celebre La psicologia delle folle.
Il mito bellico-escatologico
Il primo nodo della nostra riflessione stringe l’obiettivo sul legame tra il mito escatologico veterotestamentario — lo scontro finale tra le forze dell’ordine e quelle del caos — e la sua traduzione in dinamiche geopolitiche concrete. Quando la politica interna o internazionale assorbe questa narrazione, il conflitto cessa di essere una disputa negoziabile su confini, risorse o trattati, e diventa una necessità metafisica.
Di seguito viene sviluppata l’analisi di questo archetipo, radicata direttamente nei testi sacri che ne costituiscono l’ossatura teologica.
1. Il Mito di Gog e Magog: L’Archetipo del Caos
Nella tradizione apocalittica biblica, Gog e Magog rappresentano la coalizione definitiva delle nazioni periferiche, barbare o nemiche che, alla fine dei tempi, stringono d’assedio il centro del mondo spirituale. L’origine cardine di questo mito politico si trova nel libro del profeta Ezechiele (capitoli 38 e 39), scritto durante l’esilio babilonese. Il testo delinea un’invasione catastrofica guidata da Gog, descritto come principe sovrano di Mešec e Tubal, proveniente dalle “estremità del settentrione”:
“Figlio dell’uomo, volgi la tua faccia verso Gog nel paese di Magog, principe sovrano di Mešec e di Tubal, e profetizza contro di lui… In quel giorno, quando il mio popolo Israele dimorerà al sicuro, tu lo saprai. Verrai dal tuo luogo, dalle estremità del settentrione, tu e molti popoli con te… una grande moltitudine, un potente esercito. Salirai contro il mio popolo Israele come un nuvolone che copre il paese. Ciò avverrà alla fine dei giorni.”— Ezechiele 38:2, 14-16
Il testo teologico introduce qui elementi precisi che si prestano a continue riscritture geopolitiche:
- La coalizione globale: Ezechiele elenca tra gli alleati di Gog la Persia (l’attuale Iran), l’Etiopia e Put (la Libia). Questa precisa mappatura geografica viene costantemente aggiornata dai moderni interpreti della mitopoiesi apocalittica per sovrapporla alle alleanze strategiche odierne e per validare le variabili ragioni della politica.
- La vulnerabilità come innesco: L’invasione avviene quando il popolo eletto vive “all’aperto, in una terra senza mura” (38:11), un dettaglio che nell’immaginario contemporaneo evoca la rottura improvvisa dei sistemi di sicurezza e delle frontiere tecnologiche.
- La risoluzione da sopra il piano storico: La sconfitta di Gog non avviene tramite la normale perizia militare umana, ma attraverso il cataclisma divino (terremoti, peste, fuoco e zolfo). Questo elemento sposta il baricentro dell’azione: l’attore politico o militare non deve cercare la mediazione, né curarsi dei rapporti di forza mondani del contingente o della dimensione secolare-contingente: Israele può battere la coalizione di tutti i gentili) ma resistere fino all’intervento trans-storico.
2. La riscrittura giovannea: lo scontro sarà totale
Nel Nuovo Testamento, l’Apocalisse di Giovanni (capitolo 20) riprende e universalizza la profezia di Ezechiele. Non si tratta più di una specifica coalizione regionale, ma della mobilitazione globale delle forze terrene contro la “città diletta”:
“E quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle alla battaglia: il loro numero è come la sabbia del mare. E salirono sulla superficie della terra e circondarono il campo dei santi e la città diletta.” — Apocalisse 20:7-9
Sotto il profilo psicologico-sociale, questo passaggio compie un salto qualitativo:
- La polarizzazione assoluta: Riducendo l’intera umanità non credente sotto l’insegna di Gog e Magog, il testo elimina qualsiasi sfumatura grigia o neutralità. Il mondo è diviso rigidamente tra il “campo dei santi” e il resto del globo schierato con l’avversario.
- La fine della diplomazia: Se il nemico è guidato da una forza radicalmente malvagia (“Satana sciolto dalla sua prigione”), ogni compromesso diplomatico è interpretato come apostasia o tradimento del disegno divino. La guerra è totalizzante perché l’obiettivo non è la sottomissione politica del nemico, ma la sua cancellazione ontologica.
3. Il Dispositivo della Profezia che si Autoavvera
Quando questi testi passano dalla sfera dell’esegesi mistica a quella dell’azione di governo o della dottrina militare, il mito si trasforma in un dispositivo di ingegneria geopolitica. Questo fenomeno si articola attraverso tre passaggi logici: a)il testo sacro esprime il mito; b)il mito viene sovrapposto come “mappa” alla realtà contingente o “territorio” – nella terminologia di Gregory Bateson – i rabbini e i politici, da questa sovrapposizione, dettano l’azione militare come necessitata. Ecco i tre passaggi:
- Decodifica degli attori contemporanei: I leader politici o i movimenti radicali identificano i propri avversari storici con i nomi biblici. Nella storia recente, abbiamo visto questa retorica emergere non solo in Medio Oriente, ma anche nelle dichiarazioni di leader occidentali (celebre l’evocazione di Gog e Magog da parte di George W. Bush per motivare la campagna in Iraq rivolgendosi a leader europei comprensibilmente diffidenti).
- Autoavveramento garantito: Israele si attira automaticamente l’ostilità del mondo proprio col proclamarsi unico popolo eletto, superiore agli altri popoli, legittimato a far ciò che vuole di essi, e in armi contro tutte le altre nazioni, perché (parola del Signore) queste gli sono ostili, anzi destinato a sbaragliarle tutte e a sottometterle. Finora la narrazione-esaltazione olocaustica (la “religione olocaustica”, come la chiamava Costanzo Preve) da un lato ha inflazionato le manie suprematiste dei sionisti (gli ebrei vittime della shoah dunque ontologicamente buoni e giusti e legittimati ad ogni atto verso i gentili), e dall’altro ha fatto sì che lo stato ebraico, nonostante il suo comportamento, non si attraesse l’ostilità degli occidentali; ma oggi viene meno la capacità ‘coprente’ di tale narrazione, quindi questa ostilità sta divampando, mista ad orrore.
- Accettazione del caos come segno: Le crisi geopolitiche, i massacri o il collasso dei trattati di pace vengono letti non come fallimenti della politica da correggere, ma come segni necessari della vicinanza del Gran Finale. L’instabilità diventa la prova empirica che la profezia si sta compiendo regolarmente.
- Sospensione del calcolo razionale del rischio: Nella dottrina geopolitica classica, uno Stato agisce per preservare la propria sicurezza minimizzando i rischi di distruzione mutua. L’assorbimento dell’archetipo apocalittico azzera questa prudenza: se l’esito finale è garantito dal decreto divino, il rischio di una catastrofe regionale o globale non è un deterrente, ma il passaggio obbligato attraverso cui deve transitare la storia.
I Proclami Armageddonico-Deliranti
Il quarto e ultimo nodo del nostro percorso ci porta alla traduzione immediata di questa asimmetria metafisica nel linguaggio della propaganda, della dottrina di sicurezza e della retorica ministeriale. Qui l’alienità logica (rispetto al pensiero occidentale, pragmatico-razionale e orientato alla diplomazia, che abbiamo analizzato, cessa di essere una speculazione teologica e si fa proclama geopolitico. E raggiunge il massimo della incredibilità per chi non abbia percepito direttamente quella retorica e non la contestualizzi nel quadro che questo articolo intende fornire. La questione se siamo in presenza di una sorta di psicosi collettiva, della malattia mentale delirante e genocida di un popolo intero, si impone.
Abbiamo già descritto il fenomeno della psicopatia collettiva, che nel caso in esame è conclamata; ci resta da esaminare che cosa dice il DSM (Diagnostic-Statistical Manual of Mental Disorders, edito dall’American Psychiatry Association) sul delirio religioso dei singoli partecipanti al delirio collettivo. Sono da considerarsi malati, per il fatto che credono in qualcosa di oggettivamente assurdo e agiscono secondo quel credo? No, dice il DSM V: una credenza di un singolo non può essere considerata un delirio se è ampiamente condivisa all’interno del gruppo culturale o religioso di appartenenza dell’individuo medesimo. Quindi il singolo in questione non potrà invocare l’infermità di mente per sottrarsi alla condanna penale per eventuali reati che abbia commesso in dipendenza da tale sua convinzione.
Più estesamente, nella definizione formale dei disturbi dello spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici, il DSM opera una netta distinzione tra l’esperienza patologica individuale e l’adesione a un sistema di credenze collettivo.
Il manuale specifica che i deliri sono convinzioni fisse, non suscettibili di modifica alla luce di evidenze contrastanti. Tuttavia, introduce immediatamente un correttivo antropologico e sociologico:
“Nel valutare la presenza di deliri, il clinico deve tenere conto del fatto che le convinzioni religiose o culturali dell’individuo possono sembrare bizzarre o infondate a chi non appartiene a quel contesto, ma non devono per questo essere considerate espressione di una patologia.”
Per non essere classificata come patologica, la credenza deve rispondere a determinati requisiti strutturali:
-Condivisione comunitaria: La convinzione deve essere supportata da una sottocultura, una comunità ecclesiale o un gruppo religioso riconosciuto (o quantomeno strutturato).
-Funzione adattiva o relazionale: L’idea non isola il soggetto dal suo mondo sociale, ma anzi ne cementa l’appartenenza. Al contrario, il delirio clinico tende a essere idiosincratico, ossia genera una frattura tra l’individuo e la sua stessa comunità di riferimento.
-Assenza di disfunzione sistemica: Se l’esperienza mistica o la convinzione messianica si inseriscono nelle pratiche rituali del gruppo senza causare un decadimento cognitivo o un’incapacità di gestione della vita quotidiana, il criterio patologico decade.
Da una prospettiva di psicologia politica e sociologia del sacro, questa distinzione del DSM è di fondamentale importanza: il fenomeno clinico individuale produce isolamento, soggettivismo radicale; mentre la partecipazione di gruppo produce coesione, accettazione, istituzionalizzazione della credenza delirante.
Se un singolo individuo affermasse oggi di essere l’asse attorno a cui ruota il destino economico delle nazioni, la psichiatria parlerebbe di delirio di grandezza. Ma quando questa stessa struttura narrativa fosse codificata in un testo sacro, tramandata per generazioni e interiorizzata da una comunità che su di essa fonda la propria identità e la propria prassi storica, essa cessa di essere “delirio” per diventare mito fondativo, teologia e alta psicologia politica.
Invero, il DSM riconosce implicitamente che la mente umana ha una tendenza strutturale allo storytelling olistico, a produrre narrazioni assolute; il discrimine tra la patologia e la storia risiede unicamente nel numero di persone che decidono di abitare quella stessa narrazione. E fa un ragionamento dimensionale: il singolo portatore di una data credenza oggettivamente delirante, che però è condivisa dalla sua comunità, ha meno bisogno di distorcersi di uno che porta avanti la medesima credenza da solo in una comunità che non la condivide, quindi non va considerato come malato: è integrato e adattato, realizzando il risparmio di energia psichica e cognitiva. Dal punto di vista dell’economia interna dell’Io, sostenere una credenza “estrema” o oggettivamente fuori dalla realtà empirica, richiede uno sforzo immenso. Quando un individuo si trova da solo a sostenere una convinzione non condivisa dal suo ambiente, è sottoposto a una pressione di realtà costante e schiacciante. Il mondo esterno, le interazioni quotidiane e il feedback degli altri contraddicono e magari criminalizzano continuamente la sua narrazione. Per sopravvivere psicologicamente a questo urto senza rinunciare alla credenza, il soggetto è costretto a a)distorcere la percezione (delirio di persecuzione: mi isolano, mi etichettano perché complottano contro di me); b)indubbiare o scotomizzare tutti i dati empirici contrari; c) isolarsi (collasso relazionale). Lo sforzo di distorsione è massimo perché deve compensare la solitudine cognitiva. Onde la morbosità clinica. Nell’opposto caso dell’individuo inserito in una comunità che condivide la medesima credenza oggettivamente delirante, lo scenario si ribalta. La pressione di realtà non proviene dall’esterno empirico, ma dal gruppo stesso, e solleva l’individuo dallo sforzo di “inventare” o difendere la struttura logica della credenza; essa gli viene consegnata già pronta, istituzionalizzata, completa di risposte a qualsiasi obiezione, e, quando guarda l’altro, non trova smentita, ma conferma. Il feedback sociale convalida la sua mente. Di conseguenza, i suoi processi percettivi di base e la sua logica quotidiana non hanno bisogno di alterarsi. Un tale soggetto può essere perfettamente lucido, razionale, affettivamente stabile e produttivo in ogni altro ambito della vita (nel lavoro, nelle relazioni interne, nella gestione dei beni), perché la “distorsione” è stata esternalizzata e assorbita dalla cultura del gruppo. E’ proprio questo che stiamo osservando in Israele.
In termini di psicologia politica, e specificamente con riguardo al problema del messianesimo israeliano, questo dimostra perché le grandi narrazioni (religiose, ideologiche o messianiche) siano così potenti e stabili. Esse agiscono come un esoscheletro cognitivo all’uomo quale animale gregario.
La comunità funge da ammortizzatore: assorbe l’urto della realtà empirica e protegge i singoli membri dalla necessità di impazzire individualmente per mantenere fede al dogma.
Il singolo che vive nel mito comunitario non ha bisogno di distorcere la propria mente, perché la cultura ha già deformato lo spazio circostante per lui. Abita una “realtà aumentata” in cui l’assurdo oggettivo diventa il senso comune soggettivo, permettendogli di rimanere psicologicamente integrato, sereno, di dare un senso alla sua vita, ai sacrifici, ai pericoli, alla morte, alle atrocità che si trova chiamato a compiere, e, per paradosso, drammaticamente efficace nel perseguire i propri fini storici. Il gruppo crea una vera e propria bolla di galleggiamento cognitivo-emotivo autolegittimante e deresponsabilizzante. In termini di economia psichica, l’istituzione (sia essa una Chiesa, un partito, o una nazione mossa da un destino messianico) agisce come un organo di scarico del conflitto di realtà. Il singolo individuo può permettersi il lusso di non entrare in dissonanza cognitiva con il mondo empirico perché la mediazione ideologica del gruppo ha già “bonificato” il terreno.
Questo meccanismo, nel caso del Popolo Eletto, poggia su tre pilastri della dinamica di gruppo:
a)La divisione del lavoro difensivo: Non è il singolo a dover trovare le risposte logiche per giustificare l’incongruenza tra la promessa (es. “dominerai sulle nazioni”) e la realtà presente (es. “sei un piccolo popolo oppresso”). Ci pensa il corpo sacerdotale, l’intellettuale collettivo, o l’apparato dottrinale – corroborati dall’esaltazione della eccezionalità del popolo eletto fatta dagli stessi gentili attraverso la celebrazione della religione olocaustica. La teologia e l’ideologia sono, fondamentalmente, sofisticati sistemi di ammortizzazione psichica.
b)La ridefinizione dei criteri di verità: All’interno della bolla, la verità non si misura più sul dato empirico isolato, ma sulla coerenza interna al mito e sulla fedeltà al legame sociale – coerenza che viene rafforzata proprio dal suo contrasto con l’esterno. Se il gruppo dice che la terra ereditata è sacra o che il collasso dei gentili è imminente, il fatto che oggi non sia così viene interpretato solo come una “prova” o una fase transitoria. La smentita da parte della realtà viene trasformata in carburante per la fede.
c)La sanzione dell’isolamento del singolo come unico vero pericolo: Per la mente umana, l’esilio dal gruppo è psicologicamente più devastante della distorsione della realtà. Di conseguenza, conformarsi al “delirio condiviso” non è solo economico, ma è l’unico modo per preservare l’identità sociale, quindi il privilegio e la garanzia di popolo eletto.
L’aspetto più formidabile di questa dinamica di psicologia politica è che, liberato dall’angoscia e dallo sforzo di dover difendere la propria salute mentale da solo, l’individuo protetto dal gruppo può canalizzare il 100% delle sue energie nell’azione pratica – cioè di conquista.
Il caso emblematico di questa problematica è rappresentato dalle dichiarazioni e dai proclami programmatici di figure chiave del governo israeliano, come il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Nei suoi interventi di aperta e radicale sfida al mondo intero — dalle agenzie ONU alle corti internazionali, fino agli stessi alleati occidentali — non parla il linguaggio del realismo diplomatico, ma quello dell’assolutismo profetico.
E’ da chiedersi se tutto questo meccanismo si sia strutturato spontaneamente o sia frutto di un’architettura pianificata.
La Retorica della “Guerra Finale” e la Demolizione del Compromesso
Quando la comunicazione politica assimila il codice escatologico, il nemico storico non è più un avversario politico con cui negoziare un confine, ma l’incarnazione di un principio cosmico negativo. In questo contesto, la retorica bellica si fonda su due pilastri scritturali precisi, che annullano ogni spazio per la mediazione profana.
A. Il decreto dell’isolamento eletto: “Un popolo che dimora solo”
Il nucleo profondo dei proclami di Smotrich — secondo cui Israele deve perseguire i propri obiettivi storici e di insediamento senza curarsi delle sanzioni, del diritto internazionale o dell’approvazione delle cancellerie occidentali — trova la sua giustificazione teologica nell’oracolo di Balaam nel libro dei Numeri:
«Ecco, è un popolo che dimora solo, e non è contato tra le nazioni. Chi può contare la polvere di Giacobbe, o numerare la quarta parte d’Israele?» — Numeri 23:9-10
Per la razionalità occidentale, e anche per la realtà dei fatti, l’isolamento diplomatico è un moltiplicatore di vulnerabilità. Per la mente messianica che ispira questi proclami, l’isolamento è la prova empirica dell’elezione. Sfidare il mondo intero non è una sconsiderata condotta geopolitica, ma l’adempimento di uno statuto ontologico: Israele, per rimanere fedele al mandato di Geova, non deve e non può confondersi con le logiche di compromesso delle nazioni (Goym). Il rifiuto di piegarsi alle pressioni internazionali diventa così un atto di purezza spirituale. L’esaltazione dei valori identitari, religiosi, etnici, suprematistici, manicheistici, che si traduce in atti violenti che suscitano la condanna generale degli altri popoli, rafforza la coesione interna e il consenso politico, e insieme rafforza l’ostilità esterna: è un feedback positivo che può spingersi all’estremo, all’uso dell’arma nucleare, all’opzione del “cane pazzo” ventilata dal gen. Moshé Dayan. Ma niente paura: non è il Dio degli Eserciti a decidere quando e come si fa la guerra.
B. L’imperativo della cancellazione della memoria: L’archetipo di Amalec
Nella retorica della “guerra finale”, la sottomissione politica o la tregua con il nemico sono escluse alla radice. Il codice utilizzato per descrivere la controparte è quello di Amalec, il nemico metafisico per eccellenza, contro cui la guerra è perpetua e non prevede accordi. Nel libro del Deuteronomio il mandato è assoluto:
«Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalec lungo la via, quando uscivi dall’Egitto… Quando il Signore tuo Dio ti avrà dato riposo da tutti i tuoi nemici all’intorno, nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità perché tu lo possegga, cancella la memoria di Amalec di sotto il cielo: non dimenticare!» — Deuteronomio 25:17, 19
L’applicazione di questo archetipo alla crisi contemporanea trasforma la propaganda:
- Asimmetria morale: Se il nemico è Amalec, la pietà o la proporzionalità dell’azione militare (concetti cardine del diritto umanitario occidentale) vengono interpretate come debolezze colpevoli. Il re Saul, nella narrazione biblica (1 Samuele 15), perde il trono proprio per aver mostrato compassione verso il re di Amalec e non aver eseguito lo sterminio totale.
- Incompatibilità dei linguaggi: Mentre l’Occidente chiede “de-escalation” e “piani per il dopoguerra” basati sulla coesistenza, i proclami radicali rispondono con l’obiettivo della sovranità esclusiva e dell’estirpazione del nemico. Due piani che non possono incontrarsi perché formulati in due universi logici differenti.
Il Dispositivo della Propaganda Assoluta
La retorica della sfida globale agisce secondo una precisa struttura comunicativa: alla pressione internazionale, diplomatica e giudiziaria, lo Smotrich di turno risponde con una sfida aperta, e ciò aumenta la coesione identitaria interna intorno a lui.
La provocazione vale come test di fede. Dichiarazioni pubbliche radicali — come l’annuncio dell’annessione dei territori o il disprezzo per le sentenze internazionali — servono a spezzare i ponti con la diplomazia ordinaria. Il leader messianico mette lo Stato e i suoi alleati davanti al fatto compiuto, costringendo la storia ad accelerare verso il punto di rottura.
La trasformazione della minaccia in risorsa scaccia i timori. Le minacce di sanzioni economiche o legali da parte dell’Occidente non vengono nascoste o minimizzate, ma esibite alla nazione. Diventano la prova che lo scontro è effettivamente di natura spirituale: il mondo intero contro il disegno divino. Questo cementa la coesione interna di quella fetta di elettorato che si riconosce nell’archetipo del “popolo che dimora solo”.
L’azzeramento del tempo storico supera ogni logica. Nei proclami di Smotrich, il contingente presente (i costi della guerra, le relazioni internazionali, i trattati commerciali) viene schiacciato dall’eternità della promessa. Se la terra appartiene a Geova per decreto eterno, qualsiasi obiezione basata sulla legalità internazionale del 1948 o del 1967 è priva di consistenza giuridica e spirituale.
Con questo quarto pilastro abbiamo ricomposto l’intera mappa escatologico-messianica. E dovrebbe essere chiaro che a)è assolutamente impraticabile la soluzione dei Due Stati per Due Popoli – viene auspicata solo per ingenuità o per finta; b)Israele farà sempre la guerra per realizzare il suo piano di divenire Grande Israele etc.; quindi le trattative di pace non hanno speranza – vengono coltivate per falsi fini.
Il cerchio si chiude: il caos originario di Gog e Magog giustifica l’escalation; l’imperativo costruttivo del profeta Haggai, o Aggeo, che scrisse intorno al 530, durante l’esilio babilonese, impone l’edificazione fisica nonostante la crisi; l’alienità del pensiero messianico esclude il calcolo pragmatico; e infine, la retorica della sfida totale traduce questo sistema teologico in azione di governo e conflitto quotidiana.
L’escatologia finanziaria prevale
Ma l’escatologia vera (operativa) non finisce qui, perché all’atto pratico non è soltanto teologica, bensì pure finanziaria: tutti i salmi finiscono in gloria. Ce lo testimonia la stessa Bibbia, parlandoci di cose interessantissime:
1. Aggeo e l’autodistruzione delle nazioni
Nel brevissimo libro del profeta Aggeo, in particolare al capitolo 2, l’orizzonte messianico ed escatologico viene descritto attraverso un radicale scuotimento dell’ordine geopolitico dell’epoca. Il testo evoca il collasso dei regni pagani come premessa per il trionfo e la sicurezza di Israele.
“Istituirò il mio trono nei cieli… Rovescerò il trono dei regni e distruggerò la forza dei regni delle nazioni; rovescerò i carri e coloro che vi montano; i cavalli e i loro cavalieri cadranno, ciascuno per la spada del suo fratello.” — Aggeo 2, 22
Badate alla psicologia politica del testo:
a)L’implosione interna: L’alta psicologia politica di questo passo non risiede in un intervento bellico diretto di Israele, ma nella nemesi interna degli imperi. La promessa è che le potenze gentili (le nazioni) si logoreranno e si annienteranno da sole attraverso la discordia intestina (“la spada del suo fratello”).
b)L’eredità spaziale e materiale: Questo collasso sistemico dei dominatori lascia un vuoto che Israele è chiamato a colmare, ereditando le infrastrutture, le ricchezze e le strutture abitative preesistenti senza aver dovuto sostenere lo sforzo bellico o costruttivo (un tema che risuona fortemente anche con la tradizione precedente di Giosuè e del Deuteronomio, dove si parla di “città grandi e belle che tu non hai costruito, e case piene di ogni bene che tu non hai riempito”): avanti verso il Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, come Bibi ha promesso alla nazione, carta geografica alla mano.
2. Deuteronomio 15, 6: La leva finanziaria come dominio
Se Aggeo delinea una geopolitica del collasso militare dei gentili, il Deuteronomio codifica, con secoli di anticipo, la dottrina della sovranità finanziaria come strumento di asimmetria politica.
“Poiché il Signore, tuo Dio, ti benedirà come ti ha promesso, tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai su molte nazioni ed esse non domineranno su di te.” — Deuteronomio 15, 6
Israele si fa popolo creditore dei popoli gentili, costituendoli come debitori, come dipendenti da esso, e ricevendone il flusso finanziario (i non ebrei sono esclusi dall’usura solo se residenti integrati nella società israelita, detti geerim, quindi sottoposti al potere di Israele: Levitico 25, 35-37, Deuteronomio 23, 20-21, Esodo 22, 20-24). Questo testo, con competenza sorprendente per quel tempo, riconosce che il rapporto creditore-debitore non è mai una transazione puramente economica, ma una relazione di potere asimmetrica. Chi presta domina; chi riceve in prestito si assoggetta ai fini delle decisioni politiche e della produzione dello story-telling culturale ed etico. I nostri governi indebitati strutturalmente dipendono e sono condizionati nelle scelte politiche dai loro creditori privati. L’imperativo di “non prendere nulla in prestito” protegge il corpo politico di Israele dalle interferenze esterne, garantendogli l’autonomia decisionale assoluta. La benedizione divina si traduce in una postura di centralità bancaria e monetaria globale.
Entrambi i testi, letti attraverso la lente della storia delle idee, mostrano come il messianesimo non sia stato solo un’attesa spirituale o astratta, ma un vero e proprio manifesto di realismo politico e di emancipazione totale dalle potenze imperiali che, a turno, avevano tentato di assimilare o distruggere il popolo della promessa. Un manifesto che fa da ponte verso l’escatologia che conta, l’escatologia che paga: quella della finanza. Quella che per secoli si è servita del Popolo Eletto, delle sue credenze e delle sue esaltazioni per trarne vantaggi di potere e profitto, e che domani potrebbe valutare che il medesimo popolo sia divenuto oramai disfunzionale ad essi. E conseguentemente da lasciare a se stesso.
12.06.26 Marco Della Luna