MESSIANESIMO:
ALGORITMO ARCHETIPICO DI AUTODISTRUZIONE?
«In quel giorno il Signore fece un’alleanza con Abramo dicendo: “Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate(Gen. 15:18)”.» Nel Libro dell’Esodo e nel Deuteronomio, la promessa si fa comando operativo per la conquista della terra di Canaan. I confini vengono dettagliati includendo territori montuosi e desertici, espandendo l’asse verso nord (il Libano):«Ogni luogo che la pianta dei vostri piedi calpesterà sarà vostro; i vostri confini si estenderanno dal deserto al Libano, e dal fiume, il fiume Eufrate, fino al mare occidentale [il Mediterraneo]. Deuteronomio 11:24» Qui l’algoritmo teologico stabilisce una corrispondenza biunivoca tra l’azione fisica (“il calpestio del piede”) e il diritto di proprietà metafisica, un concetto che risuona profondamente nella prassi contemporanea degli insediamenti radicali. Ed Ezechiele riconferma, specificando le regioni della promessa. Ma il progetto toraico del Greater Israel, o “Terra d Israele intera”, per cui gli Israeliani tanto combattono, muoiono e uccidono, è praticamente realizzabile, o è un mito illusorio, o una trappola di morte per tutto il genere umano?
La fattibilità del progetto del “Greater Israel” (Grande Israele) — sia nella sua accezione massimalista biblico-ideologica (dal Nilo all’Eufrate), che in quella più pragmatica di espansione e controllo securitario diretto sulla Palestina storica, parti del Libano e della Siria — deve fare i conti con rigidissimi vincoli interni ed esterni: strutturali, demografici e geopolitici. L’analisi della sua realizzabilità, dei tempi, dei rischi e del ruolo dell’apparato strategico si articola su tre direttrici fondamentali.
Greater Israel: Realizzabilità, Tempi e Rischi
Allo stato attuale, l’estensione territoriale geometrica verso l’Iraq o l’Egitto è considerata irrealistica e militarmente insostenibile. Tuttavia, una variante “funzionale” del progetto — l’estensione della primazia militare e l’annessione de facto o de jure della Cisgiordania e di zone cuscinetto a Gaza e nel sud del Libano — è attivamente perseguita dalle frange più radicali del governo israeliano. Non si tratta di un processo fulmineo, ma di una strategia incrementale di logoramento e ridefinizione dei confini che si estende su un arco temporale decennale (proiettato verso il 2045-2050). Il rischio principale è il cosiddetto overstretch (sovraestensione) militare e geopolitico. Israele dimostra una letale superiorità tattica e tecnologica, ma incontra enormi difficoltà nel tradurre i successi militari in stabilità politica a lungo termine. Una mobilitazione permanente logora l’economia interna e restringe progressivamente il bacino di alleati internazionali disposti a legittimarne l’azione.
Il nodo geopolitico: Iran, Turchia e Pakistan
L’idea che per realizzare un’egemonia regionale sia necessario “neutralizzare” potenze come l’Iran, la Turchia e il Pakistan, che si oppongono al progetto, si scontra con la realtà di attori statuali complessi, profondamente diversi dalle milizie non-statali (come Hamas o Hezbollah). L’Iran ha dimostrato la sua forza e la sua resistenza nella recente guerra, per ora sospesa, assieme alla sua capacità di colpire l’economia mondiale in ritorsione, bloccando lo Stretto e colpendo i centri di Intelligenza Artificiale nella regione. Se attaccato con armi atomiche, potrebbe contare sull’aiuto di potenze nucleari per la rappresaglia.
La Turchia tende ad espandere la sua area di egemonia, è pure forte militarmente, e fa parte della NATO: attaccarla avrebbe costi incalcolabili per l’intera architettura della NATO stessa.
Il Pakistan è una potenza nucleare dichiarata, sostiene l’Iran, ha intese militari con paesi islamici. Potrebbe intervenire direttamente.
Il ruolo di “Santa Dimona” (L’opzione Sansone)
Israele mantiene da sempre la politica della deliberata ambiguità nucleare, non confermando né smentendo il possesso di tali arsenali. L’aiuto di Dimona funziona principalmente come deterrente esistenziale estremo (la dottrina Begin e l’Opzione Sansone). Un deterrente pardossale: le armi strategiche di Dimona servono a garantire che lo Stato non venga cancellato dalle mappe da una coalizione di invasori, ma non possono essere usate per conquistare, occupare, stabilizzare o governare territori vicini, né per gestire la guerriglia asimmetrica o il controllo demografico. In sintesi, Israele può proiettare una formidabile potenza tecnologica e militare per neutralizzare le minacce immediate ai suoi confini, ma la transizione da una superiorità coercitiva a un ordine imperiale stabile (“Greater Israel”) resta impedita da invalicabili limiti demografici, diplomatici e di sostenibilità economica interna.
La Dottrina di Santa Dimona
La transizione della dottrina militare israeliana rappresenta uno dei casi di studio più complessi della polemologia moderna. Per comprendere come un esercito nato per la difesa territoriale convenzionale si sia trasformato in una macchina proiettata sulla guerra preventiva e asimmetrica, occorre analizzare il passaggio attraverso tre fasi concettuali distinte.
La Dottrina Classica (L’era delle guerre simmetriche)
Fissata originariamente da David Ben-Gurion negli anni ’50, la dottrina classica poggiava su una triade rigida, dettata da un’evidente asimmetria geografica e demografica (la mancanza di profondità strategica dello Stato ebraico rispetto alla coalizione dei paesi arabi). I suoi cardini erano: la deterrenza (incutere paura a tutti), la vigilanza (eccellere nell’intelligence e nella predizione, anticipando il nemico); risolutezza (agire rapidamente, come nella guerra dei sei giorni del 1967, perché, contando soprattutto su riservisti, non può impegnarsi in conflitti lunghi senza asfissiare l’economia).
In questo schema, l’obiettivo era preservare lo status quo territoriale costringendo gli attori statali (Egitto, Siria, Giordania) a riconoscere l’impossibilità di distruggere Israele con mezzi convenzionali.
Il mutamento del paradigma: La minaccia asimmetrica e i “Proxy”
A partire dagli anni ’80 (con l’invasione del Libano e la nascita di Hezbollah) e in modo definitivo dopo la Guerra del Golfo (1991), gli avversari statali di Israele hanno compreso l’inutilità dello scontro corazzato o aereo diretto. La strategia si è quindi spostata verso la guerra asimmetrica di logoramento, resistenzial-terroristica, coordinata dall’Iran attraverso la creazione dell’asse della resistenza (Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica, milizie sciite irachene, Houthi).
Questa minaccia presentava caratteristiche opposte alla minaccia considerata dalla dottrina Ben-Gurion, e ha imposto l’elaborazione di una nuova dottrina: la dottrina della Guerra Preventiva Totale.
I pilastri attuali si articolano su tre direttrici: a)distruggere tutto e tutto, infrastrutture e umani, senza distinguere tra civili e combattenti; b)usare una violenza sovra proporzionata, in modo da infliggere un trauma psichico ed economico durevole; c) operare uno sradicamento sistematico della leadership e delle linee di approvvigionamento, estendendo il raggio d’azione preventivo direttamente sul territorio siriano e iraniano; d) congiungere l’intelligence artificiale previsionale e la precisione delle armi rispetto ai bersagli.
Questa dottrina rimane puramente militare e manca di una controparte diplomatica o geopolitica a lungo termine: la sicurezza non può diventare un dato acquisito ma un processo ad altissimo costo che deve essere costantemente rinnovato.
Verso l’Autodistruzione?
Si deve ritenere che queste strategie di allargamento dei confini e/o del raggio di controllo e distruzione espongano Israele al rischio di essere annientato o di perdere gran parte della popolazione, che preferisce emigrar? Infatti il successo tattico e militare rischia di produrre un collasso sistemico interno.
L’estensione del raggio di controllo e la dottrina della distruzione preventiva non espongono Israele a un “annientamento” militare convenzionale da parte di eserciti stranieri (impedito dalla superiorità tecnologica e dallo scudo di Dimona), ma accelerano una crisi di sostenibilità demografica ed economica che mette a rischio il futuro stesso dello Stato.
I dati statistici e le analisi strategiche evidenziano due vulnerabilità strutturali interconnesse.
Il rischio principale per la resilienza israeliana non è l’invasione, ma l’erosione del suo capitale umano più qualificato. Israele non è solo una potenza militare; è una Startup Nation la cui sicurezza e superiorità strategica (inclusi i sistemi come Iron Dome, l’intelligence cibernetica e gli algoritmi di puntamento) dipendono direttamente dal suo settore high-tech e accademico.I dati macroeconomici e demografici più recenti evidenziano un trend preoccupante:
-Saldo migratorio negativo: Per anni il flusso migratorio è rimasto in attivo. Negli ultimi anni la tendenza si è invertita, registrando un saldo migratorio ampiamente negativo, con decine di migliaia di partenze superiori ai rientri.
-La selettività dell’emigrazione: Il fenomeno non colpisce la popolazione in modo omogeneo. A lasciare il Paese sono prevalentemente i cittadini laici, altamente istruiti (titolari di PhD, medici, ingegneri, specialisti in scienze STEM) e con redditi elevati. Oltre il 12% dei cittadini israeliani con un dottorato di ricerca vive stabilmente all’estero.
Fattori di spinta: Oltre al pericolo fisico immediato dei conflitti asimmetrici, a pesare sono il costo della vita insostenibile, l’incertezza politica interna dovuta alle riforme istituzionali e, soprattutto, l’estenuante e prolungato servizio di riserva militare, che logora il tessuto professionale delle famiglie della classe media e dei lavoratori autonomi.
Questa dinamica migratoria innesca un circolo vizioso che incide direttamente sulla stabilità dello Stato, favorendo il fanatismo politico. Gli studi condotti dall’Israel Democracy Institute confermano che la propensione a considerare l’emigrazione è decisamente più alta tra i segmenti della popolazione laica rispetto alle componenti tradizionaliste o ultraortodosse (Haredim). Poiché la comunità ultraortodossa gode di ampie esenzioni dal servizio militare e contribuisce in misura minore alla base fiscale del Paese (pur avendo i tassi di natalità più elevati), l’esodo della componente laica e iper-produttiva crea due scompensi letali:aggrava la situazione economico-finanziaria e riduce la base della leva militare.
Più che l’annientamento fisico per via traumatica, il rischio reale e attuale per Israele è pertanto un lento processo di asfissia geopolitica.
La scelta di perseguire una dottrina di pura coercizione militare e distruzione infrastrutturale nei paesi limitrofi aggiunge a ciò conseguenze complesse: la delegittimazione internazionale, l’esaurimento degli arsenali (missili intercettori), perdita di progettualità nelle giovani generazioni.
La rottura dei tabù mediatici e l’inversione dell’opinione pubblica
Nei mass media circolano analisi impensabili fino a pochi anni fa: “Israele paga e compera i politici americani con i soldi degli aiuti americani; Israele vuole trascinare gli USA in una guerra totale con l’Iran, incurante delle possibili conseguenze; Israele ha ucciso JFK perché si opponeva al suo programma nucleare; Israele pratica il genocidio razzista proprio come Hitler; i sionisti ricattano i governi controllando la finanza mondiale – etc.” E la maggioranza dell’opinione pubblica occidentale è ormai pro-Pal.
In considerazione di tutto quanto detto sinora, Israele sembra aver deciso di accelerare i tempi di Gog e Magog (la guerra di tutti i gentili contro il popolo eletto), prima di ritrovarsi immiserito, isolato e discreditato: o adesso o mai più.
La rottura dei vecchi tabù nei mass media e il ribaltamento dell’opinione pubblica occidentale indicano che lo scontro ha superato i confini geopolitici tradizionali per farsi guerra d’informazione e d’immagine.
L’ipotesi che la leadership israeliana possa decidere di accelerare i tempi di uno scenario apocalittico ricalcato sul mito escatologico di Gog e Magog (la battaglia finale contro le nazioni prima del trionfo messianico) descrive un’inquietante razionalità strategica: l’idea di forzare una crisi irreversibile prima che l’isolamento diplomatico privi il Paese delle sue linee di difesa.
La proliferazione di tesi un tempo confinate ai margini del dibattito e la reazione di Israele a questo mutamento sistemico meritano una decostruzione lucida su tre livelli.
Le narrazioni citate spaziano da analisi di Realpolitik spinta fino a vere e proprie letture cospirazioniste, ma il dato geopolitico rilevante non è la loro accuratezza fattoriale, bensì la loro improvvisa sdoganabilità.
-Il loop dei finanziamenti (AIPAC): Il dibattito sul ruolo dei comitati d’azione politica americani (come l’AIPAC) si è polarizzato. Sebbene l’accusa formale secondo cui “Israele compera i politici con gli aiuti USA” sia una semplificazione tecnica (gli aiuti militari americani rimangono in gran parte vincolati all’acquisto di armamenti prodotti da industrie belliche statunitensi), l’enorme afflusso di fondi privati pro-Israele nelle primarie del Congresso americano ha reso questo meccanismo visibile e apertamente contestato dall’ala progressista dei Democratici e dai libertari.
-La faglia generazionale in Occidente: L’opinione pubblica occidentale, in particolare nelle fasce demografiche sotto i 35 anni e nei campus universitari, ha mostrato un progressivo distacco emotivo e politico da Israele. Il trauma storico della Shoah non funziona più come scudo di legittimità automatica per le nuove generazioni, che interpretano il conflitto attraverso le lenti della giustizia intersezionale, dei diritti umani e del post-colonialismo, assimilando le azioni dell’IDF a pratiche di apartheid o di pulizia etnica.
La tentazione della “Soluzione Finale” Geopolitica
Di fronte a un isolamento internazionale percepito come inevitabile e crescente nel tempo, la dottrina strategica di Israele — specialmente sotto l’influenza delle componenti messianiche e ultranazionaliste del governo — può effettivamente scivolare verso la logica della crisi accelerata.
Se il tempo gioca contro Israele (a causa del declino demografico interno del ceto laico e dell’ostilità globale), l’unica finestra di opportunità per ristrutturare permanentemente il Medio Oriente è scatenare il conflitto decisivo mentre si gode ancora della massima superiorità tecnologica e della copertura automatica di Washington.
In quest’ottica, trascinare gli Stati Uniti in una guerra totale contro l’Iran non è un effetto collaterale imprevisto, ma il reale obiettivo strategico. L’obiettivo è costringere la superpotenza americana a distruggere militarmente le capacità industriali, nucleari e statuali di Teheran, l’unico attore regionale in grado di proiettare una minaccia esistenziale a lungo termine contro lo Stato ebraico.
L’evocazione di Gog e Magog non è solo una metafora letteraria; per una parte rilevante della destra religiosa israeliana (e per ampi settori dell’evangelicalismo sionista americano, fondamentale alleato politico negli USA), essa rappresenta una mappa geopolitica reale.
Quando la politica estera smette di basarsi sul calcolo dei costi-benefici (Realpolitik) e si allinea a una visione escatologica, i rischi sistemici cambiano natura:
A livello di psicologia sociale, si attiva la sindrome di Masada generalizzata: Se il mondo intero è percepito come intrinsecamente ostile, il discredito internazionale non è più un segnale d’allarme che impone moderazione, ma la conferma profetica dell’isolamento finale del popolo eletto.
La leadership israeliana scommette sul fatto che, nel momento del pericolo supremo, nessuna amministrazione americana (sia essa democratica o repubblicana) potrà permettere la distruzione fisica di Israele. Di conseguenza, bisogna creare una situazione in cui gli USA e altri alleati siano costretti a scegliere tra lasciar distruggere Israele oppure distruggere (necessariamente mediante armi atomiche) i suoi nemici.
Allora un Medio Oriente devastato da una guerra totale e un Occidente permanentemente alienato creerebbero un ambiente macro-storico in cui la sopravvivenza biologica dello Stato Ebraico dipenderebbe unicamente dalla minaccia di annichilimento nucleare (Dimona) — trasformando Israele in una fortezza assediata, iper-militarizzata e priva di quel dinamismo economico e cosmopolita che ne ha decretato il successo nel secolo scorso.
Il Potere del Mito
Non vi pare che sia attivo, in quanto sopra, il fattore mito, “inconscio collettivo”, o Zeitgeist? Il mito, espulso dalla scienza attraverso la porta, stia rientrando e allagando il mondo attraverso lo scarico del bagno.
La metafora dello “scarico del bagno” vuole esprimere il carattere perturbante e non filtrato con cui il mito si sta riappropriando della storia contemporanea. Quanto più la modernità tecnocratica e scientista ha preteso di aver razionalizzato l’esistenza, riducendo la geopolitica a meri flussi di dati, mercati e algoritmi, tanto più il mito torna a galla – torna nella sua forma più arcaica, liquida e viscerale, perché non elaborata dal logos.
In questa accelerazione mediorientale e globale, il fattore mitico, l’inconscio collettivo e lo Zeitgeist non sono semplici sovrastrutture ideologiche: sono i veri motori invisibili dell’azione.
La scienza e l’illuminismo politico avevano promesso una storia lineare, fatta di progresso, trattati e istituzioni internazionali. Ma il mito — che non è una “falsità”, bensì una struttura archetipica di senso — non può essere eliminato, perché risponde al bisogno umano di dare un significato al caos e alla morte.
In ambito israeliano, assistiamo a una drammatica transizione dal Sionismo politico (che era un progetto laico, socialista o nazionalista borghese, volto a normalizzare la condizione ebraica facendone “una nazione come tutte le altre”) al Sionismo messianico. Per quest’ultimo, la geopolitica corrente non è un negoziato sui confini, ma lo scenario dell’adempimento biblico. La terra non è un bene immobiliare, ma un comando divino. Quando la politica si sacralizza, il compromesso diventa apostasia.
In ambito occidentale, il mito rientra sotto forma di auto-colpevolizzazione escatologica. Lo Zeitgeist occidentale è dominato dal mito del peccato originale (il colonialismo, il privilegio, la colpa storica) e dalla ricerca di un capro espiatorio o di un redentore (identificato, a seconda delle fazioni, nell’oppresso o nella fortezza democratica). Le piazze occidentali pro-Pal o pro-Israel non si muovono su dati storici, ma su narrazioni mitologiche di purezza e contaminazione.
L’inconscio collettivo descritto da Jung si attiva proprio quando le istituzioni coscienti (l’ONU, il diritto internazionale, la diplomazia) falliscono. In questo momento, sia in Israele che nel mondo islamico, si stanno risvegliando archetipi sepolti per secoli.
L’Archetipo dell’Assedio Totale è in fase acuta: in Israele si è riattivato l’archetipo di Masada (la fortezza assediata che preferisce la distruzione totale alla sottomissione). Se l’inconscio collettivo percepisce che il mondo intero vuole la fine dello Stato, la risposta psicologica non è la ritirata, ma il cupio dissolvi strategico: l’attivazione dell’Opzione Sansone. Se dobbiamo cadere, cadranno tutti i filistei con noi.
L’Archetipo del Mahdi e del Martirio sorge per consonanza tra religiosità semitiche: sul fronte opposto, l’asse sciita e i movimenti islamisti non ragionano in termini di pil e bilanci di sostenibilità. La distruzione fisica delle infrastrutture (il Libano raso al suolo, Gaza distrutta) viene integrata nel mito del martirio purificatore che precede il trionfo finale.
Lo Zeitgeist (lo spirito del tempo) degli anni ’90 era ottimista, globale e tecnocratico (“La fine della storia” di Francis Fukuyama). Lo Zeitgeist degli anni 2020 è profondamente apocalittico.
C’è una stanchezza psichica collettiva verso la complessità, la burocrazia e il grigiore del nichilismo consumistico. Le masse — consce o inconsce di ciò — sembrano desiderare la catastrofe chiarificatrice. Lo “scarico del bagno” si è intasato perché la razionalità occidentale ha evacuato la dimensione del sacro, lasciando le società nude di fronte alla paura del futuro (crisi climatica, intelligenza artificiale che minaccia l’umano, declino economico).
Il conflitto in Medio Oriente diventa così il grande palcoscenico in cui lo Zeitgeist globale proietta i suoi fantasmi. La guerra non è più per un pezzo di terra, magari anche di terra petrolifera, ma è diventata una guerra cosmica tra il Bene e il Male assoluti, dove ogni parte attribuisce all’altra il ruolo del mostro mitologico.
Il pericolo supremo della nostra epoca è posto dal fatto che oggi questo mito arcaico e sotterraneo, rigurgitato dallo scarico della storia, non si esprime più, sul piano materiale, con le spade e le frecce, ma ha a disposizione l’intelligenza artificiale, i droni ipersonici e l’arsenale di Dimona. La tecnica più avanzata è diventata la serva del mito più arcaico.
Mi sovviene la massima “deus dementat prius quos perdere vult”: il duo prima toglie il senno a chi vuol mandare in rovina. Direi che i casi sono due: o questi sionisti messianici sono veramente in preda a un archetipo (di tipo arcaico, anale-distruttivo, nel senso di Bela Grunberger), oppure si deve ipotizzare che siano diretti da un soggetto extraterrestre, dato che nessun terrestre ha interesse a sottoporre il pianeta a una 3a guerra mondiale. La massima affonda le sue radici psicologiche e letterarie nella tragedia greca, dove l’infatuazione della mente (Hate) era inviata dagli dèi per condurre l’uomo oltracotante (Hybris) verso la sua inevitabile nemesi.
Se applichiamo questo principio di cecità indotta alla traiettoria del sionismo messianico e all’attuale escalation globale, la suindicata alternativa coglie un bivio interpretativo cruciale, che oscilla tra la profondità della psicoanalisi clinica e una provocatoria (ma strutturalmente logica) ipotesi di alterità.
Analizziamo i due corni di questa alternativa tra follia e alieni.
L’Ipotesi Psicoanalitica: l’archetipo anale-distruttivo (Grunberger) in azione
Il richiamo a Béla Grunberger e alla sua analisi del narcisismo distruttivo (da egli impropriamente ravvisato nel dio Anubi, e invece incarnato da Apofi) e dell’antisemitismo/sionismo, è doveroso. Nella cornice psicoanalitica, lo stadio anale-sadico non si limita alla gestione biologica, ma descrive la pulsione al controllo totale, alla compartimentazione rigida, alla purezza assoluta attraverso la distruzione-evacuazione fecale dell’altro, vissuto come elemento contaminante (i “goyim”, cioè le “bestie”).
Quando un intero gruppo dirigente, o un intero popolo, cade preda di questo archetipo, la razionalità politica viene completamente evacuata. Si attiva una dinamica che Grunberger e l’impianto freudiano definirebbero di onnipotenza narcisistica arcaica e di regressus in uterum: lo Stato-Fortezza diventa il contenitore uterino di un narcisismo primario che non tollera l’alterità. Il mondo esterno è percepito come pura minaccia o come materiale informe da plasmare e dominare coercitivamente. Al contempo, la pulsione di morte è travestita da elezione divina (il popolo eletto): il desiderio inconscio di distruzione (e auto-distruzione) viene sublimato e rivestito di paramenti sacri. La catastrofe non è più un esito da evitare, ma il battesimo del fuoco necessario per la palingenesi (la rinascita). È l’inconscio che esige la morte per non dover affrontare l’angoscia della realtà, della complessità e del compromesso. In questo caso, il dementat, le privazione di senno, della massima latina è una malattia autoimmune della psiche collettiva: l’archetipo si impossessa dell’ego cosciente della leadership e lo trascina nel baratro, facendogli credere, fino all’ultimo istante, di eseguire un piano sovrano e indubbiamente vittorioso.
L’Ipotesi dell’Alienodirezione: il soggetto terzo (o l’indifferenza planetaria)
Il secondo corno dell’alternativa che sopra ho formulato — l’ipotesi che a spingere nella suddetta direzione di autodistruzione sia un soggetto “extraterrestre”, ovvero un soggetto radicalmente alieno agli interessi della biosfera terrestre, un demone — scaturisce dal principio di esclusione logica: se nessun attore biologico terrestre ha interesse a distruggere la propria casa (il pianeta), allora la spinta verso una Terza Guerra Mondiale deve provenire da un’entità che non condivide il nostro destino biologico. Senza necessariamente scivolare nella fantascienza letteraria, questa prospettiva può essere letta sia in chiave metafisico-gnostica, sia in chiave squisitamente tecnologico-sistemica:
Nella tradizione gnostica, i governanti del mondo materiale (gli Arconti, guidati dal Demiurgo) sono entità parassitarie che si nutrono del conflitto, della sofferenza (dukkha, nel buddhismo) e del caos emotivo dell’umanità. Essi non hanno alcun interesse alla conservazione o al benessere della vita terrestre, ma alla perpetuazione del ciclo di dominazione e trauma. Il fanatismo letteralista e messianico delle élite umane sarebbe, in questa visione, lo strumento perfetto manipolato da queste forze invisibili per generare il massimo potenziale di entropia distruttiva. Analogamente agli Arconti e al Demiurgo opererebbero i diavoli.
Ma, oltre a questi, esiste un altro soggetto “extraterrestre” che abbiamo creato noi stessi e che sta colonizzando lo Zeitgeist: l’infrastruttura tecnocratica-algoritmica globale. L’intreccio tra i mercati finanziari automatizzati, i sistemi di intelligenza artificiale militare e i network della propaganda digitale costituisce un macro-organismo non umano. Questo sistema ha una propria logica di riproduzione che persegue l’efficienza, la polarizzazione e la saturazione dei dati, rimanendo completamente indifferente alla sopravvivenza biologica della specie. Se la guerra totale ottimizza i flussi di calcolo e ristruttura i nodi di potere dell’infrastruttura, il sistema guiderà i leader umani verso quella direzione, sfruttando i loro ciechi impulsi mitologici. Dio (il Dio-soldo Mammona) netterà il mondo dagli umani e lo ripopolerà con il suo popolo eletto (non gli Ebrei, ma) i numeri dei suoi conti correnti (scordatevi anche Deucalione e Pirra).
Ed eccoci alla sintesi dei due corni, delle due alternative: forse le due ipotesi (follia e alieni) non si escludono, ma si integrano. L’alienodirezione (il “soggetto terzo”) non ha bisogno di manifestarsi con astronavi e teletrasporto; le basta utilizzare le fessure psicologiche dell’umanità. L’archetipo arcaico, anale-distruttivo descritto da Grunberger, è precisamente la “porta sul retro” (o lo scarico del bagno) attraverso cui una logica radicalmente antiumana — sia essa arcontica o algoritmica — prende il controllo dei pulsanti di Dimona per scatenare la fine del mondo, dimostrando che quando gli dèi (o i demoni della tecnica) vogliono distruggere un mondo, non fanno altro che guidare le sue ossessioni più antiche affinché si compiano fino in fondo.
In superficie, l’ipotesi algoritmica appare esclusa dall’obiezione che il mito messianico, con la sua guerra, è di molti secoli anteriore ad Al-Qwarizmi e alla cibernetica, se intendiamo l’algoritmo nella sua accezione puramente informatica e contemporanea. Ma il nucleo del messianismo apocalittico, con la sua polarizzazione cosmica e la sua spinta alla guerra escatologica, precede di millenni i moderni calcolatori e la stessa formulazione dell’algebra.
Tuttavia, se facciamo un passo indietro ed estendiamo il concetto, possiamo accorgerci che l’obiezione suddetta non esclude l’ipotesi di un “software” eterodiretto, ma ne sposta l’origine. Il mito messianico radicale funziona esso stesso come un algoritmo teologico e psico-sociale, inoculato nella cultura umana secoli fa. Se consideriamo l’algoritmo non come una sequenza di codice binario su silicio, ma nella sua definizione astratta — ovvero una sequenza finita di istruzioni logiche univoche per risolvere un problema o raggiungere un obiettivo — il mito messianico letteralista rivela la sua natura algoritmica arcaica. È un programma mentale che, una volta installato nell’inconscio collettivo di un gruppo, risponde a istruzioni condizionali rigide del tipo Se/Allora (IF/THEN):
[IF] La comunità è isolata o minacciata —> [THEN] Non cercare il compromesso biologico —> [THEN] Accelera il conflitto distruttivo (Catastrofe Purificatrice)
Questo dispositivo culturale è stato strutturato fin dall’antichità per formattare la mente dei vettori umani, rendendoli insensibili al principio di autoconservazione biologica in favore di un fine astratto (il Trionfo Divino o la Parusia). Chi ha concepito o inoculato questa struttura logica nella storia umana migliaia di anni fa, ha creato un’arma a tempo.
Se un’intelligenza extraterrestre o metafisica avesse voluto pilotare l’umanità verso l’autodistruzione senza dover intervenire direttamente con la forza fisica (operazione inefficiente), lo strumento perfetto sarebbe stato proprio la creazione e la diffusione di religioni e miti a forte caratterizzazione apocalittica ed esclusivista. Questo “software teologico” è rimasto latente per secoli, attivandosi ciclicamente in fiammate di fanatismo (le crociate, le guerre di religione, i millenarismo apocalittici). L’essere umano, convinto di agire in nome del proprio Dio o della propria identità più intima, è in realtà il terminale biologico che esegue un programma scritto da altri, un programma il cui esito finale non è la salvezza dell’uomo, ma lo sfoltimento o l’azzeramento della biosfera terrestre.
Il dramma dello Zeitgeist attuale è che oggi assistiamo alla fusione perfetta tra l’algoritmo antico (il mito messianico) e l’algoritmo moderno (la cibernetica). La cibernetica e l’intelligenza artificiale non hanno creato il mito, ma gli stanno fornendo il corpo meccanico e la potenza di calcolo che gli mancavano. Il software arcaico del fanatismo anale-distruttivo ha trovato nell’hardware tecnologico odierno l’amplificatore perfetto.
L’entità che ha scritto il programma originario nei secoli passati sapeva che, prima o poi, i vettori umani avrebbero sviluppato la tecnologia necessaria per trasformare quella profezia di distruzione in una realtà fisica globale. La cecità dei sionisti messianici — quel dementat che li spinge a rischiare la Terza Guerra Mondiale — è l’evidenza che il programma è entrato nella sua fase di esecuzione finale, dove la ragione umana viene spenta per lasciare che il codice compia la sua Missione.
28.06.26 Marco Della Luna