ADATTAMENTO SOCIO-ECONOMICO NELLA PANDEMIA

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ADATTAMENTO SOCIO-ECONOMICO NELLA PANDEMIA

E’ comune e scontato, di questi tempi, esprimere timori di possibili, gravi conflitti sociali scatenati dall’impatto economico della pandemia e del lockdown. Meno comune è considerare che gravi conflitti sociali erano già comunque previsti in conseguenza della massiccia disoccupazione prodotta dal diffondersi di automazione ed intelligenza artificiale, da aggiustamenti profondi imposti dalla crisi ecologico-climatica, dal sempre più incombente collasso del sistema bancario-finanziario, gonfiato dai QE, come evidenziato nel nostro ponderoso saggio collettaneo Operazione Corona (ed. Aurora Boreale, 2020), cap. III [Andrea Cecchi]. Ciò soprattutto in Italia, paese che da 30 anni perde in fatto di competitività, mentre la popolazione consolida l’attaccamento al modello (insostenibile) della società signorile di massa, che considera non negoziabile – ma anche, sia pur meno, negli altri paesi avvezzi ad alti livelli di consumi e di diritti sociali e politici. Gestire le trasformazioni oggettivamente indispensabili appariva quindi estremamente arduo e anzi periglioso per il potere costituito, anche in termini di perdita di profitti. Tra i 4 scenari per il 2030 previsti da Scenarios for the Future of Technology and International Development -uno studio della Rockefeller Foundation risalente al 2010-. due contemplano assetti globali ‘frammentati’ che comporterebbero forti perdite in termini di royalties e di altre fonti di lucro per le multinazionali.

La pandemia è sopravvenuta a rendere tali trasformazioni politicamente e socialmente possibili, in quanto consente di farle percepire come necessitate da uno specifico fattore naturale, involontario dunque politicamente incolpevole, che fa scattare l’istinto di sopravvivenza, il quale tende e imporsi sulle altre aspirazioni dell’uomo medio. Permette l’accelerazione del processo di concentrazione del capitale: come rilevato anche dal FMI, le grandi multinazionali mandano fuori mercato o inglobano le piccole imprese e acquisiscono posizioni e vantaggi di monopolio (quindi si sottraggono alla competizione, non abbisognano più migliorare le prestazioni, ma si concentrano sull’aumentare i profitti tagliando i salari e abbassando la qualità dei prodotti, e aumentano il loro potere sulle istituzioni, mentre non vi sono strumenti antitrust efficaci (anche perché i loro operatori tecnico-politici sottostanno al potere del denaro). Permette inoltre la creazione e l’immissione in circolazione di grandi quantità di moneta, che sostengono le borse, le economie, i bilanci pubblici e privati, nel mentre che aumentano il loro indebitamento, quindi a)la quota di PIL che verrà trasferita ai money-givers e b)il potere su di loro dei medesimi money-givers, ossia banchieri, consentendo loro di dettare agli Stati la politica economica (come col Recovery Fund). E’ significativo che la classe politica italiana, per gestire la Recovery, si sia affidata pressoché interamente a Mario Draghi, uomo del mondo bancario, con una lunghissima storia in Goldman Sachs, Banca d’Italia, BCE, e che ha sempre operato, sin dal 1980, per aumentare la quota di PIL da trasferirsi dall’economia reale ai banchieri come interessi, anche attraverso una dura policy di attivi primari, realizzati non solo a scapito dei contribuenti, ma anche dei servizi, come quello sanitario, mediante tagli brutali.

Abbiamo già avuto, per effetto del lockdown, su scala globale, un forte incremento di profitti per l’e-commerce (Amazon in testa), una sostanziale invarianza di profitti per la GDO, un crollo per gli autonomi, che apre spazi alle multinazionali. Ne è conseguita una crescita fortissima dei patrimoni più grandi a scapito del livello generale della popolazione. Inoltre, si è diffuso lo smart-working, che, interrompendo i rapporti umani di lavoro, orizzontali e verticali, predispone e lubrifica per la sostituzione con l’intelligenza artificiale. La gente accetta, anzi nei paesi culturalmente più deboli (come l’Italia, caratterizzata da analfabetismo funzionale + totale + di ritorno al 47%, scarsa capacità di accedere a fonti informative di altre lingue, e un ceto giornalistico e ‘intellettuale’ molto allineato) invoca misure limitative delle libertà costituzionali e introducenti controlli spinti.

La nuova normalità è anche nuova legalità, in cui il governo legittimamente può sospendere diritti e procedure costituzionali – poco importa, ai fini pratici, se i tribunali iniziano a statuire l’illegittimità di DPCM, ordinanze, eventualmente anche di norme di legge: la popolazione (impaurita dalla propaganda e disorientata mediante continue operazioni di dissonanza cognitiva) ottempera, nel suo insieme. La paura per la vita, cronicizzata, distrae l’attenzione e la rivendicatività dai temi economici e sociali. L’enorme consumo di tamponi diagnostici, mascherine, materiali sanitari e vaccini, senza molti scrupoli sulla loro efficacia né sulle procedure di appalto né sulla congruità dei prezzi pagati, assicura enormi profitti alla grande industria e provvigioni per la classe politica. Tutto ciò porta verso lo scenario più favorevole, tra i suddetti 4, allontanando i due scenari avversi agli interessi corporate, e approssima l’instaurazione di un regime di gestione sociale di tipo cinese, o zootecnico, come abbiamo argomentato nel cap. VIII di Operazione Corona [Marco Della Luna]. Nel cap. I, pagg. 7-37 [Matteo Martini], abbiamo fornito dovizia di prove che simili contesti evolutivi ‘dinamizzati’ da pandemie erano non solo contemplati, ma pure in fase di studio e di sperimentazione già dal 2009, se non da prima.

Per l’Italia, Draghi ha preannunciato chiaramente che le imprese non redditizie prima del Covid non saranno sostenute, mentre saranno sostenute le banche (senza riferimenti alla qualità della loro gestione), e sarà mantenuto il c.d. reddito di cittadinanza, probabilmente per ragioni di coesione di maggioranza di governo e di coesione sociale e non di asserite minacce di tipo mafioso (riportate ADN Kronos, 07.03.21). A dispetto della crisi nera delle partite iva, aumenta gli stipendi degli statali, già privilegiati e garantiti, per fidelizzarseli. Gli altri lavoratori invece dovranno esser pronti a una mobilità-riconversione accentuata. Quindi ampi spazi alla penetrazione del capitale straniero, per occupare i settori lasciati liberi dalla morte aziendale dei piccoli imprenditori. Tale penetrazione, già in atto e sotto esame del Copasir, diretta sia alle piccole imprese (capitali cinesi) che alle imprese di eccellenza tecnologica, che a diverse banche (banchieri francesi).

In conclusione, possiamo capovolgere la prospettiva: la pandemia non aggrava, bensì, in chiave di ingegneria sociale, attenua i problemi di gestione del consenso e di tenuta sociale, pur nell’inasprimento delle diseguaglianze economiche su scala globale, contribuendo alla riduzione dell’interesse dei cittadini alla vita politica, alla loro de-ideologizzazione, alla loro riduzione alla dimensione di consumatori, alla canalizzazione del dibattito sociopoliticio, al controllo mediatico, al consolidamento della sovranità globale dei money-givers anche in quanto alla pianificazione dei modelli di sviluppo. Questi riscontri di realtà convalidano la tesi di J. Attali, dichiarata su L’Express nel 2009 nell’articolo Avancer par peur (https://www.lexpress.fr/actualite/societe/sante/avancer-par-peur_758721.html), della maggiore efficacia di una crisi pandemica rispetto ad una economica.

La pianificazione della gestione di una crisi pandemica nel 2020 incentrata sui vaccini e sulla campagna di persuasione della popolazione ad accettarli, era stata formulata anni prima in sede UE: https://ec.europa.eu/health/sites/health/files/vaccination/docs/2019-2022_roadmap_en.pdf

Nel nostro citato saggio portiamo altresì le prove di come una regia mondiale, fatta di relazioni economiche tra capitalismo privato e istituzioni pubbliche, OMS in testa, attraverso i governi e le organizzazioni sovrannazionali, ha costruito una articolata strategia di manipolazione per creare le condizioni di accettazione di profonde riforme costituzionali ed economiche, assicurandosi il controllo dell’informazione, della narrazione ufficiale, del rilevamento e della somministrazione dei ‘dati’ nel tempo, servendosi di test facilmente adattabili (falsificabili) e di brutali distorsioni statistiche e terminologiche per creare nella popolazione generale una percezione ingigantita e terrorizzante della ‘pandemia’ e della sua letalità (v. pagg. 38-42, e Cap. II). A tal fine sono state documentate pratiche come (a)la diffusione di direttive diagnostico-terapeutiche errate e potenzialmente letali, con divieto di autopsie che le avrebbero rivelate; (b)l’attribuzione al Covid di ogni decesso, anche se dovuto ad altro fattore, e (c)incentivi economici che di fatto spingono medici e strutture sanitarie a gonfiare i casi di Covid. La possibilità di semplicemente curare il virus con farmaci già esistenti e spesso di poco costo, possibilità attuata con successo dall’India, è stata negletta dai governi e semi-oscurata dai mass media, i quali altresì sottacciono all’opinione pubblica il semplice fatto che in molti paesi poveri e poverissimi, con infimi livelli di igiene, il virus ha fatto minimi danni. La stessa rappresentazione-configurazione dell’agente patogeno e della sua problematica e tuttora controversa origine, nonché della sua soluzione vaccinale (e non terapeutica), appare studiata ad arte per massimizzare l’impatto psicologico.

Operazione Corona, inoltre, discute (pagg. 51-91) [Matteo Martini], mettendoli in contrasto con le versioni ufficiali e i loro argomenti, i molti ed eterogenei indizi (reali o presunti) che vengono addotti da coloro che sostengono che il virus sia stato non generato naturalmente da contatti tra animali, bensì prodotto artificialmente e forse pure rilasciato intenzionalmente a Wuhan. Tali sospetti oggi parrebbero accreditati dai rifiuti di collaborazione opposti dal governo cinese alle richieste di disclosure dei dati in suo possesso, ma dietro tale rifiuto possono stare ragioni di altra natura (geopolitica, economica, giudiziaria, finanziaria). Ma anche qualora tali sospetti trovino conferma -ovviamente è presto per dirlo-, non avremmo un cambiamento qualitativo del quadro sopra delineato, un cambiamento del senso della ‘Operazione Corona’, quale strategia di medio-lungo periodo per una riforma dell’ordinamento sociale, economico, politico nonché culturale, nell’evitamento di conflitti destabilizzanti sia all’interno dei paesi interessati, che tra di essi, e in direzione di un governo mondiale tecnocratico, in linea con le caratteristiche delle costruzioni giuridiche internazionali, come l’Euro, l’UE e il WTO, rafforzante le posizioni delle classi dominanti, secondo anche la notoria prospettiva di Noam Chomsky.

16.03.21 Marco Della Luna

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