L’ORDA DI SIHER, IL TERRORE
E LA PAIDEIA PERDUTA
L’ordinanza del GIP e la pericolosità terroristica di Siher
Il dibattito giuridico e politico intorno alla mancata convalida del fermo di Youssef Siher, intellettuale propagandista, pro-pal, attivista e fondatore del Movimento 17 Ottobre già fermato dalla Procura di Milano con l’accusa di istigazione a delinquere (con l’aggravante del terrorismo) in relazione ai disordini e alle proteste di piazza, si è accesso attorno a diversi nodi tecnici e processuali di non poco momento. Il provvedimento con cui la Gip di Milano, Tiziana Landoni, pure pro-pal, ha disposto la scarcerazione dell’indagato senza applicare alcuna misura cautelare alternativa, ha innescato un’aspra contrapposizione tra l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri e le valutazioni del giudice, oltre a un forte scontro istituzionale.
Il cuore della decisione del Gip risiede nell’esclusione del pericolo di fuga, requisito essenziale per la legittimità e il mantenimento della misura precautelare del fermo. A un sommario esame delle ragioni del PM e del GIP, come avvocato ritengo che, su questo punto, abbia ragione il GIP.
Un secondo piano di discussione giuridica tocca il merito delle accuse mosse dai magistrati inquirenti, che descrivevano Siher come un “agitatore di piazze” capace di generare terrore e intimidazione nella popolazione attraverso messaggi e manuali di protesta (ispirati a dinamiche di rivolta urbana) veicolati tramite canali social e chat. Nel provvedimento di scarcerazione, la linea del giudice ha ridimensionato la gravità dell’impianto accusatorio in relazione ai presupposti cautelari stretti, escludendo l’idoneità degli atti del Siher a produrre l’effetto del terrore. E su questo punto ho seri dubbi.
Siher è veramente pericoloso, date le sue abilità e volontà di raggiungere e mobilitare, assumendone la guida, mediante mezzi informatici, un grande numero di giovanissimi nichilisti frustrati e pronti a tutto, psichicamente atrofici o regrediti, i quali, una volta raccolti in folle psicologiche (nel senso di Gustave Le Bon), tendono a gravi ed estese violenze che suscitano terrore nella popolazione generale. Non è necessario esortarli esplicitamente ad atti di terrorismo: una volta che li hai raccolti come folla e li hai portati al parossismo con opportuni slogan, come quelli diffusi dal Siher, è automatico che essi compiano atti violenti, terrorizzanti per la gente. Vedremo il perché.
Nel dibattito politico e giudiziario sulla vicenda di Youssef Siher, l’attenzione si è spesso concentrata sui singoli reati contestati o sui cavilli procedurali che hanno condotto alla mancata convalida del fermo. Tuttavia, un’analisi più profonda del fenomeno richiede di superare il perimetro strettamente codicistico per interrogarsi sulla natura del rischio sociale che figure di questo tipo incarnano nell’era delle reti d’odio.
La reale pericolosità di una figura come Siher non risiede semplicemente nell’eventuale partecipazione materiale a scontrarsi di piazza, quanto nella suddetta capacità strategica di orchestrare, guidare, mobilitare e infiammare un bacino d’utenza potenziale vastissimo attraverso i canali informatici.
Il bacino della frustrazione: la gioventù “psichicamente atrofica” e le folle psicologiche
Per comprendere l’efficacia di questa leadership digitale è necessario guardare al recettore dei suoi messaggi. La società contemporanea produce aree sempre più estese di marginalità psicologica ed esistenziale: una generazione di giovanissimi segnata da un pervasivo nichilismo, afflitta da frustrazione sociale, solitudine ed emarginazione reale o percepita. È in questo vuoto emotivo e di senso che si insinua la propaganda digitale. Questi soggetti, spesso ridotti a una condizione di atrofia o regressione psichica, faticano a elaborare il dissenso attraverso le forme tradizionali della dialettica democratica. In essi, il disagio individuale cerca un canale di sfogo immediato e violento, trasformando il senso di impotenza in aggressività latente.
È a questo livello che la tecnologia agisce da catalizzatore. Attraverso piattaforme di messaggistica istantanea e social network, l’agitatore contemporaneo non si limita a diffondere opinioni: costruisce una vera e propria infrastruttura di raduno. Il passaggio cruciale avviene quando la somma di solitudini individuali viene aggregata e spinta alla piazza. Ritornano qui attualissime le intuizioni del sociologo Gustave Le Bon nella sua celebre opera Psicologia delle Folle:
-L’Annullamento della personalità individuale: Quando l’individuo entra a far parte di una “folla psicologica”, la sua coscienza critica e la sua morale individuale sfumano in favore di un’anima collettiva primordiale.
-Il contagio mentale e il senso di impunità: La massa garantisce un’illusione di potenziale invincibilità e al contempo un forte anonimato. La violenza diventa contagiosa e l’inibizione razionale decade.
-Il ruolo del Capo (Meneur de foule): La folla è un gregge che non può fare a meno di un padrone. Il leader che sa toccare le leve della frustrazione e indicare un nemico comune assume un potere direttivo assoluto.
Il terrore diffuso e la sfida per le istituzioni nel degrado civile
Quando queste masse “desensibilizzate” e sapientemente orientate si concretizzano nelle strade, la violenza che ne scaturisce cessa di essere semplice disordine e assume contorni sistemici. L’obiettivo immanente di queste condotte diventa la destabilizzazione del tessuto urbano e la generazione di un clima di insicurezza ed elevato terrore nella popolazione generale.
La sfida che il caso Siher pone al diritto contemporaneo e ai servizi di sicurezza è epocale: come tutelare la libertà di manifestazione del pensiero (soprattutto in un passaggio storico in cui i diritti e le sicurezze generali vengono compressi massicciamente) prevenendo, al contempo, che la capacità persuasiva usata tramite i mezzi informatici diventi la miccia per innescare la distruttività della folla?
Di fatto, il sistema liberal-consumista congiunto con l’informatica ha distrutto, nelle giovani generazioni, il purpose dell’esistenza, ha distrutto le basi dell’occupazione lavorativa, ha distrutto i presupposti per l’educazione a un ruolo civico. Questa constatazione guarda alle più acute diagnosi critiche sulla tarda modernità, incrociando sociologia, filosofia della tecnologia ed economia politica. L’integrazione strutturale tra l’ideologia liberal-consumista e la capillare rivoluzione informatico-digitale non ha rappresentato una semplice evoluzione tecnica o economica, ma una radicale ingegneria antropologica. Attraverso la loro convergenza, questi due fattori hanno progressivamente eroso i tre pilastri storici su cui si reggeva l’integrazione dell’individuo nella comunità: il senso dell’esistenza (purpose), la dignità del lavoro e la formazione alla cittadinanza (educazione civica).
In un assetto tradizionale o moderno-classico, il purpose veniva articolato attorno a narrazioni collettive (religiose o laiche), legami comunitari, vocazioni o ideali trascendenti. Il sistema liberal-consumista, nella sua rincorsa del profitto (fatturato), ha sostituito la ricerca di senso con la soddisfazione istantanea dei desideri indotti.
Con l’avvento dei social network e dell’economia dell’attenzione, il desiderio non è più un atto intimo o guidato da una riflessione esistenziale, ma viene continuamente ingegnerizzato da algoritmi predittivi basati sul rilascio di dopamina. L’individuo, privato di orizzonti comunitari o spirituali, si ritrova solo di fronte a una costante richiesta di consumo e performatività. L’esito psicologico di questo svuotamento non è la liberazione, ma una pervasiva crisi di nichilismo, solitudine ed epidemie di ansia e depressione, dove l’identità personale coincide unicamente con ciò che si consuma o si mostra sullo schermo.
Popoli superflui e impotenti (Dalla dignità all’irrilevanza)
Questo è un dato storico cui dedicai, nel 2010, il mio saggio Oligarchia per Popoli superflui. Storicamente, il lavoro non è mai stato soltanto un mezzo di sostentamento economico, ma il principale vettore di integrazione sociale, stabilità e costruzione della dignità individuale. La congiunzione tra liberismo sfrenato e digitalizzazione avanzata ha alterato irreversibilmente questo patto. Il modello economico ha deregolamentato le tutele storiche, trasformando il lavoratore da elemento centrale della produzione a componente intercambiabile di una filiera flessibile, del ciclo riproduttivo del capitale. L’avanzamento dell’informatica e dell’intelligenza artificiale non si limita a sostituire il lavoro manuale, rendendo superflue (quindi politicamente impotenti) le masse popolari, ma intacca le professioni cognitive e creative. Il rischio rilevato da storici e filosofi contemporanei (come Yuval Noah Harari) non è più solo lo “sfruttamento” del lavoratore, ma la sua totale irrilevanza economica: la formazione di una massa di individui economicamente improduttivi per un sistema che automatizza la produzione di valore.
La distruzione dei presupposti per l’educazione al ruolo civico (Il crollo della Polis)
L’educazione civica presuppone la capacità di differire il piacere, di argomentare razionalmente, di accettare la mediazione e di percepirsi come parte di un corpo sociale con doveri reciproci. Il connubio liberal-digitale ha minato alla base ciascuno dei presupposti di tutto ciò. Il consumismo esalta l’individuo atomizzato, il cui unico diritto percepito è la soddisfazione dei propri bisogni personali. Nel frattempo, l’architettura dei media digitali chiude le persone in “bolle di eco” (echo chambers), dove il dibattito pubblico democratico viene sostituito dall’emotività, dalla polarizzazione e dalla rabbia reattiva. Al contempo, le istituzioni della democrazia rappresentativa e della vita civile (partiti, sindacati, associazioni di quartiere) richiedono tempo, presenza fisica e compromesso. Il cittadino-consumatore, tristo animale desiderante, griffato e abituato alla logica del “tutto e subito” a portata di click, percepisce le mediazioni civiche come ostacoli burocratici, regredendo a una posizione di disinteresse cinico o di protesta distruttiva slegata da qualsiasi progetto costruttivo per la comunità.
La paideia perduta
L’analisi critica della crisi contemporanea – segnata dall’erosione del senso esistenziale, dalla precarizzazione del lavoro e dal collasso della coscienza civica – trova il suo contraltare speculare più potente e illuminante nella paideia greca (il sistema educativo e formativo della polis classica, in particolare ateniese).
Se il sistema liberal-consumista e digitale ha prodotto l’uomo come consumatore atomizzato, performante e reattivo, la paideia classica mirava a forgiare il politikòn zoion, ossia l’essere umano.
Ecco i quattro ‘assi’ dell’opposizione con la paideia:
Primo Asse: il Purpose: nel modello liberal-consumista, il senso dell’esistenza è esternalizzato e ridotto a stimolo economico o prestazione digitale. L’individuo è guidato dal desiderio illimitato di accaparramento (pleonexia) di consumo e gratificazione immediata. Nella Paideia greca, il fine ultimo dell’uomo era il raggiungimento dell’aretè (l’eccellenza, la virtù) e della misura (metron), e pure della socratica autarkeia, o autosufficienza. L’educazione greca insegnava a dominare gli impulsi caotici interiori attraverso la sophrosyne (l’assennatezza, la temperanza). Il purpose non era ciò che si consumava o si possedeva, ma la fioritura delle facoltà superiori dell’anima (razionalità, giustizia, coraggio) in armonia con il cosmo e la città.
Secondo Asse: l’Occupazione e il Lavoro: nel modello liberal-consumista, il lavoro perde la sua dimensione di opera creatrice di dignità per diventare pura risorsa flessibile, prestazione algoritmica o, al contrario, totale esclusione e precarietà strutturale. L’uomo è interamente mercificato. Nella Paideia greca, sebbene la società greca antica si fondasse anche sul lavoro servile, la concezione pedagogica classica distingueva nettamente tra la mera ricerca del reddito (chrematistiké) e il livello più alto dell’esistenza umana, costituito dall’azione politica libera (praxis) e dalla ricerca della verità. La formazione non mirava a produrre “capitale umano” da immettere in una catena di montaggio digitale, ma a coltivare un cittadino libero dal bisogno materiale immediato, capace di esercitare il proprio giudizio nel governo della comunità.
Terzo Asse: il Ruolo Civico: nel modello liberal-consumista e digitale, il cittadino è ridotto a utente passivo, isolato nella propria “bolla”, incapace di mediazione e facilmente manipolabile dalle folle psicologiche digitali. La sfera pubblica è spettacolarizzata e ridotta a tifoseria emotiva. Nella Paideia greca: il pilastro della paideia era l’educazione al vivere politico attraverso l’isegorìa (il pari diritto di parola nell’assemblea) e la pan-resìa (il coraggio della verità, tutta la verità). Il giovane ateniese veniva educato a considerare il destino della polis come il proprio destino personale. L’indifferenza alla vita pubblica (da cui il termine greco idiotes, colui che pensa solo ai propri affari privati) era considerata la peggiore delle deformazioni morali e civiche.
Quarto Asse: il Ruolo del Logos: nel modello liberal-consumista e digitale, il logos è inflazionato dai social media e sopraffatto dalla iperstimolazione sensoria ed emotiva. Nella Paideia greca, era lo strumento di collaborazione, informazione, persuasione e decisione condiviso.
Ma il cammino non finiva con la paideia, si compiva con l’ulteriore fase educativa del tèlos, ossia dell’iniziazione. Nel mondo ellenico, e poi anche romano, frequentate da gran parte delle classi sociali superiori, fiorivano molte scuole di iniziazione, ossia di formazione e addestramento ad ulteriori gradi di comprensione di sé e della realtà. Ecco, nella continuità tra paideia e tèlos, la dimensione più profonda e radicale della formazione classica: l’educazione non come semplice accumulo di nozioni o addestramento civile, ma come un processo ontologico di metamorfosi, una vera e propria morte e rinascita interiore. L’iniziato (mystēs) che entrava nei Misteri di Eleusi doveva attraversare il buio, la paura e il disorientamento prima di giungere alla visione della luce (epopteia), così come il giovane sottoposto alla paideia doveva subire una “frattura” rispetto al suo stato naturale e impulsivo. L’iniziazione rituale strappava l’individuo alla sua identità meramente biologica e tribale per incorporarlo in una dimensione cosmica e immortale, e la paideia faceva esattamente la stessa cosa sul piano civile e morale: strappava l’uomo alla sua condizione di idiōtēs (chi è chiuso nel proprio egoismo privato) per iniziarlo alla vita della polis e della ragione.
Nell’antichità greca, soprattutto nelle sue radici orfiche, pitagoriche ed eleusine, la paideia e l’iniziazione non erano due mondi separati, ma due momenti contigui di un unico itinerario ascensionale dell’essere umano.
In definitiva, la paideia rappresentava lo sforzo millenario di strappare l’essere umano al caos degli istinti e alla mera sopravvivenza biologica per elevarlo a soggetto morale e politico, capace di acquisire un distanziamento prospettico e operativo rispetto alle pulsioni e ai bisogni. La crisi odierna appare acuta proprio perché il connubio liberal-digitale ha operato un sistematico processo di “diseducazione”, smantellando quelle stesse difese antropologiche che la cultura classica aveva faticosamente edificato.
Quale è l’indole delle orde mobilitate da Siher?
I fenomeni di guerriglia urbana, i saccheggi e le violenze di piazza visti recentemente (come quelli che hanno coinvolto gruppi giovanili e frange definite comunemente maranza o casseurs) non rispondono a un progetto politico strutturato, a un’ideologia coerente o a un programma di governo alternativo. A differenza dei movimenti politici tradizionali (che fanno riferimento a ideologie storiche come il marxismo, il liberalismo, il nazionalismo o l’ecologismo), queste rivolte urbane si muovono su un piano completamente diverso, prevalentemente nichilista, tribale e “cinetico” – l’odierno eufemismo per ‘violento-distruttivo’. Ecco come si possono analizzare la loro natura e il significato che danno alla parola “rivoluzione”:
Mancanza di un’ideologia politica tradizionale
Analizzando le chat, i comportamenti e la composizione di questi gruppi (fatti perlopiù di giovanissimi e minorenni, spesso di seconda generazione o periferici), gli esperti di dinamiche sociali e le forze dell’ordine concordano sul fatto che non vi sia un retroterra ideologico formale. Essi non avanzano richieste politiche negoziabili (come riforme fiscali, modifiche legislative o diritti sindacali). Non hanno un “manifesto” politico, se si eccettuano slogan generici e frammentati rubati alla sottocultura pop o al gergo antagonista (come il classico grido ostile contro le forze dell’ordine). Le loro dinamiche ricordano molto da vicino le rivolte delle banlieues francesi o episodi simili avvenuti in altre metropoli europee. Spesso la miccia si accende attraverso la viralità dei social network (TikTok, Telegram, Instagram), dove l’azione violenta diventa uno spettacolo da riprendere, replicare e spettacolarizzare in tempo reale.
Pur non essendoci un’ideologia, c’è una forte motivazione sociologica e psicologica: Innanzitutto, e vistosamente, la rabbia esistenziale e il non-radicamento: molti di questi ragazzi provengono da contesti di periferia degradata, vivono una forte marginalità sociale e avvertono un profondo distacco o un’assenza di fiducia verso le istituzioni, la scuola e il futuro.
Indi, il “gioco” del caos e l’affermazione identitaria: per gruppi che nella vita quotidiana si sentono “invisibili”, la devastazione urbana e lo scontro con la polizia offrono un’illusione di potere immediato, di protagonismo collettivo e di appartenenza a una “gang” o a una micro-tribù urbana. Il saccheggio e la distrazione delle vetrine rispondono spesso a logiche di predazione mista a vandalismo gratuito.
Che cosa intendono quando urlano di “rivoluzione”?
All’interno di questi contesti, la parola rivoluzione perde ogni connotazione politica teorica (come il rovesciamento di un sistema economico o la presa del potere statale) e assume significati radicalmente diversi:
Innanzitutto, assistiamo a uno spettacolo di “rottura” e caos fini a se stessi: per chi partecipa a queste sommosse, fare la “rivoluzione” significa semplicemente rompere le regole, sospendere la normalità della vita urbana e capovolgere temporaneamente i rapporti di forza con l’autorità (rappresentata dalla polizia). È una trasgressione estrema e autorappresentata come “liberazione” dalla noia e dai vincoli sociali. Va così in atto una rivolta contro il sistema visibile (Il consumo e la merce): Spesso l’azione si concretizza nell’assalto ai negozi di marchi famosi, di elettronica o abbigliamento. In questo senso, la “rivoluzione” si traduce paradossalmente nell’appropriazione violenta dei beni di consumo che la società dei consumi sbandiera ma rende economicamente inaccessibili a chi vive ai margini. Nell’era dei social, la rivoluzione è soprattutto un contenuto virale. L’obiettivo è “fare rumore”, accumulare visualizzazioni, sfidare lo Stato per poi vederne l’eco online: quindi si aggiunge l’orgia dele visualizzazioni digitali. In conclusione, più che di una rivoluzione politica, si tratta di rivolte metropolitane anomiche: esplosioni di rabbia viscerale, vandalismo e nichilismo giovanile che sfruttano i vuoti di comunità e le tensioni delle periferie moderne, trasformando il caos urbano in una forma di espressione distruttiva.
Narcisismo pre-edipico all’opera
In quanto sopra, riconosciamo all’opera un narcisismo pre-edipico e pantoclastico, diretto contro ogni limite legale e di buon senso – uno sfogo a-logico. Inquadrare questo comportamento come un narcisismo pre-edipico e pantoclastico offre una chiave interpretativa estremamente lucida per decodificare ciò che, a un primo sguardo superficiale, appare solo come teppismo o vandalismo casuale. Analizziamo i tre concetti chiave:
La dimensione pre-edipica (un Io onnipotente e non frustrato). Il complesso edipico introduce il bambino al concetto di legge e al potere di essa, di limite e di alterità (la presenza del Terzo, simbolicamente rappresentato dalla figura paterna o dalla regola sociale che vieta e circoscrive il desiderio). Nella dinamica pre-edipica, il soggetto si muove ancora all’interno di una dimensione fusionale e autoreferenziale, in cui il mondo esterno è percepito solo come un’estensione o un ostacolo immediato ai propri bisogni. Quando questi giovani agiscono in gruppo, mettono in scena una regressione a uno stato di onnipotenza infantile: non riconoscono l’autorità come un principio legittimo, ma solo come un ingombro arbitrario da abbattere per riaffermare il proprio “Io” ferito o ipertrofico.
Il carattere pantoclastico (la distruzione come prova d’esistenza)
Il termine pantoclastico (dal greco pan, tutto, e klastos, spezzato/frantumato) descrive perfettamente la pulsione devastatrice che caratterizza queste rivolte. A differenza del vandalo tradizionale o del ladro (che distrugge per un secondo fine utilitaristico o per ricavare profitto), il comportamento pantoclastico è distruzione pura, fine a se stessa. Rompere una vetrina, incendiare un’auto o sfasciare arredi urbani non ha una logica economica: ha una funzione psicologica potentissima. Per un Io fragile e anomico, distruggere il mondo circostante è l’unico modo rimasto per sentirsi reali. La materia infranta diventa la prova tangibile della propria esistenza: “Io rompo, dunque sono, dunque lascio un segno in un mondo che mi ignora”.
Lo sfogo a-logico e l’annullamento del limite
Ho evidenziato l’assenza di logica argomentativa (a-logico). Non c’è una causa da difendere, un nemico politico specifico da abbattere o un’alternativa da proporre. C’è solo una scarica pulsionale (un acting out collettivo) che rifiuta radicalmente il principio di realtà e il buon senso. Ogni limite legale, civile o morale viene vissuto non come un patto di convivenza, ma come un’intollerabile ferita narcisistica. La violenza diventa così l’equivalente di un capriccio infantile portato a scala metropolitana e amplificato dalla massa e dalla vetrina digitale dei social network.
In questa prospettiva, la piazza non è più un luogo di lotta politica, ma un teatro terapeutico distorto, regressivo e sterile, dove un narcisismo ferito e senza parole tenta di urlare la propria presenza attraverso il boato della distruzione, ma non ports a un progresso o a una soluzione.
Dicendo “Io rompo, dunque sono, dunque lascio un segno in un mondo che mi ignora” si indica un narcisismo pre-edipico e onnipotente che non solo si ribella a-logicamente alla norma, all’altro; ma che si ribella anche al nulla di se stesso, alla propria inanità; e lo fa, disperatamente, lasciando un segno purchessia, un segno distruttivo e senza valore, perché manca qualsiasi valore retrostante. Ecco il punto più tragico e culminante della questione, la vera cifra di lettura di questo nichilismo contemporaneo: la rivolta della folla nichilista contro il proprio stesso nulla.
Quando un individuo o un gruppo, un’orda, sperimenta la propria radicale inanità — il sentirsi scarti superflui in una società iper-competitiva che li considera invisibili, senza talenti spendibili, senza ascensore sociale e senza una narrazione in cui rispecchiarsi — la distruzione diventa l’unica scorciatoia per sottrarsi al peso insopportabile dell’irrilevanza.
Questo ribalta la prospettiva tradizionale: non è una forza debordante che vuole conquistare il potere; è la disperazione di chi non ha un “Io” solido da investire nel mondo. Il gesto vandalico o il saccheggio non cercano valore (perché il valore richiede riconoscimento, fatica, simbolizzazione, tempo), ma cercano urto. Un rifiuto o un’auto sfasciata gridano: “Guardatemi, esisto anch’io, anche se so di valere zero”.
È un cortocircuito spaventoso: per fuggire dal vuoto interiore e dalla propria nullità, si produce altro vuoto (distruzione), in un ciclo autoreferenziale dove il soggetto finisce per coincidere con i detriti che lascia dietro di sé. Il segno che viene impresso è paradossalmente privo di valore proprio perché nasce dal nulla e non punta a costruire nulla, se non a riempire provvisoriamente il baratro di un’identità inesistente.
Reputo che questa incapacità di tollerare l’insignificanza e di costruire un’identità simbolica sia non semplicemente la vera grande emergenza educativa e antropologica del nostro tempo. Mi pare che sia qualcosa di più profondo e più grave: la civiltà neoliberale dei consumi e del fare denaro col denaro contabile, nel distribuire benessere edonistico e ricchezza nominale (distribuzione da cui riceveva consenso e legittimazione) abbia desemantizzato l’esistenza, in parallelo al processo di deindustrializzazione. Nessuno ha voluto questo risultato, suppongo, ma il risultato è nondimeno maturato dall’interazione di fattori impersonali: domanda-offerta, profitto-consenso.
Quest’analisi sposta così lo sguardo sul piano macro-strutturale e antropologico, cogliendo un paradosso della modernità avanzata: il sistema che ha promesso la massima emancipazione e il massimo appagamento materiale, i celebrati Diritti Inalienabili dell’Uomo, ha finito per svuotare di senso l’esistenza stessa del medesimo “Uomo”.
Youssef Siher è chiaramente un mestatore che di queste cose si intende, che sa adoperarle per un fine strategico e non certo di legittima lotta politica o sociale. La lotta politica e sociale non si fa in quei modi e con quel materiale umano. Egli è chiaramente parte di un’organizzazione internazionale, che persegue fini ampi, strutturali, ostili alla nostra società e alla nostra cultura. Perciò va reso innocuo. Esistono apparati dello Stato preposti a simili necessità. Ciò non toglie il fatto che la nostra società, o meglio la sua parte dominante e decidente, cioè la grande finanza, sta attivamente producendo proprio quel materiale umano, e sta svolgendo un’azione ancora più distruttiva di quella dei vari Siher e dei loro mandanti. In ciò, sussiste una contraddizione di fondo.
La finanziarizzazione e la smaterializzazione del valore
Non si tratta di una cospirazione o di una colpa morale imputabile a singoli attori, ma del risultato sistemico e impersonale di logiche economiche e sociali che si autoalimentano. Possiamo sintetizzare questo processo in tre passaggi cruciali:
La transizione da un’economia basata sulla produzione tangibile (l’industria, la fabbrica, il lavoro artigianale) a un sistema dominato dalla finanza, dai servizi immateriali e dal “denaro contabile” ha cambiato radicalmente la natura del legame sociale. Quando il valore economico si scinde dalla produzione materiale e dal lavoro trasformativo, il lavoro stesso perde la sua funzione di asse portante dell’identità personale. Non si produce più un oggetto tangibile di cui andare fieri, bensì flussi, dati o servizi astratti. Per chi si trova ai margini o anche solo ad osservare i meccanismi della ricchezza contemporanea, il successo appare come una lotteria algoritmica o speculativa, scollegata dal merito, dalla fatica e dalla costruzione di un’opera. La civiltà del consumo edonistico promette la felicità attraverso l’accesso illimitato alle merci. Tuttavia, come teorizzavano filosofi come Jean Baudrillard o Zygmunt Bauman, il consumo non nutre il desiderio: lo brucia e lo rigenera incessantemente. Appagamento mai. Tutto ha un prezzo, ma niente ha valore. Quando tutto è mercificato, ogni cosa perde la sua aura simbolica. Le relazioni, il tempo, il corpo e il futuro diventano beni di consumo usa e getta. Una società interamente fondata sul PIL e sul rifinanziamento periodico di un debito pubblico e privato che sono oramai cresciuti a dimensioni comportanti la loro inestinguibilità, sull’efficienza e sulla performance edonistica, rimuove accuratamente ciò che non produce profitto o piacere immediato: il limite, il dolore, la lentezza, la trascendenza. Privato di una narrazione collettiva o di un orizzonte di senso che vada oltre il “godimento immediato”, l’individuo sperimenta una radicale desemantizzazione: la vita non “significa” più nulla di per sé, deve semplicemente “funzionare” o “intrattenere”.
Il declino del tessuto industriale tradizionale non ha impoverito solo i territori dal punto di vista economico, ma ha distrutto le comunità di avvenire. La fabbrica, i partiti di massa, i sindacati, le parrocchie o le vecchie associazioni territoriali — pur con tutti i loro limiti storici — erano luoghi di socializzazione verticali e orizzontali. Fornivano una disciplina, un linguaggio, una dignità collettiva e un’arena in cui il conflitto sociale veniva negoziato e simbolizzato. Con la dissoluzione di questi spazi, l’individuo si ritrova radicalmente atomizzato, solo di fronte allo schermo di uno smartphone, ostaggio di algoritmi che polarizzano le emozioni e amplificano il senso di inadeguatezza.
È qui che si saldano i due livelli (quello macro-strutturale del capitalismo impersonale e quello micro-psicologico del narcisismo pantoclastico): il sistema produce masse di soggetti a cui promette tutto sul piano edonistico, ma nega qualsiasi ancoraggio di senso sul piano esistenziale. Quando il benessere nominale scricchiola o l’illusione si infrange contro la realtà della periferia, la reazione non è una rivoluzione politica (perché non esiste più un linguaggio politico condiviso), ma l’esplosione cieca: la distruzione materiale del mondo delle merci da parte di chi si scopre escluso dal banchetto, armato solo del proprio vuoto.
Rigenerazione teleologica
Mi chiedo se, di fronte a questa desertificazione di senso, sia ancora possibile ricostruire forme di appartenenza comunitaria e simbolica, o siamo destinati a subire ciclicamente queste eruzioni di nichilismo urbano. La violenza cieca di gruppo è un tentativo, credo infruttuoso, si ricostituire una appartenenza comunitaria, almeno episodica. Per il resto, non vedo una possibilità di rigenerazione semantica da parte della società, perché ne mancano le risorse e le capacità necessarie.
Mentre il modello consumistico e la violenza pantoclastica dell’orda cercano forsennatamente di costruire o distruggere forme esterne per dare un senso provvisorio all’esistenza, lo Śūnyatā, la vacuità del buddhismo. mostra che il senso non si costruisce: emerge da sé quando si ha il coraggio di lasciar cadere le illusioni e le sovrastrutture dell’Io. È una risposta che non usa la forza, ma la trasparenza.
Ritengo che l’Occidente possa essere salvato soltanto da una attivazione del sostrato transpersonale, cioè dell’inconscio collettivo junghiano: non attivazioni e progetti delle volontà individuali, ma una rigenerazione dal sottofondo, spontanea. Di fronte alla saturazione della ragione calcolante, del mercato e della tecnica, delle Agende 2030 e 2050, — e di fronte all’incapacità delle singole “volontà individuali” o delle élite di progettare una salvezza a tavolino —, l’idea che la svolta possa arrivare soltanto da una costellazione dell’inconscio collettivo ritengo si collochi nel solco più autentico del pensiero di Carl Gustav Jung, mentre tutti i tentativi dell’Ego (delle ideologie, della politica istituzionale, dei programmi di ingegneria sociale) di risolvere la crisi contemporanea tendono a fallire perché utilizzano lo stesso linguaggio e le stesse categorie del problema. L’Ego occidentale è ipertrofico, razionalizzante e orientato al dominio; qualsiasi “progetto di salvezza” concepito dalla sola volontà finisce inevitabilmente per trasformarsi in un ulteriore esercizio di controllo, di burocrazia o di tecnica. Come notava Jung, l’Ego è solo una minuscola isola emersa sopra un oceano smisurato. Pensare che l’isola possa salvare l’oceano è un’illusione narcisistica.
Nella visione junghiana, la psiche non è una tabula rasa né un semplice deposito di rimozioni individuali, ma un sistema autoregolativo e autoattivante complesso, dotato di una propria finalità (teleologia), solo in parte intuibile. Quando una civiltà si sbilancia in modo unilaterale verso l’esterno, il materiale, il calcolo e la scissione dal profondo, la psiche collettiva accumula una tensione insopportabile. La rigenerazione, in questi momenti storici, non nasce da un piano d’azione, ma da un’irruzione archetipica: un mutamento del Soffio (Pneuma) o del Kairós culturale che sorge “dalle fondamenta”, attraverso nuovi sogni, nuove immagini simboliche, nuove forme di sensibilità che contagiano la massa a prescindere dalle intenzioni dei singoli. Il sostrato da cui provengono non è un serbatoio cieco o irrazionale, ma la matrice di ogni forma e di ogni significato (il Sé junghiano).
Acciocché l’inconscio collettivo possa “attivarsi” in modo rigenerativo e non anche distruttivo e destabilizzante (l’inconscio incontrollato può produrre anche psicosi collettive o fascismi), è auspicabile che l’Ego occidentale entri in una condizione di attenuazione e di silenzio. Deve fare esperienza del vuoto, riconoscere l’impotenza delle proprie ricette e mettersi in un’attitudine di ascolto. Se una salvezza per l’Occidente è possibile, essa somiglierà probabilmente non a un nuovo partito o a una nuova tecnologia, ma a un riorientamento sotterraneo del desiderio e del senso, un risveglio archetipico che rende improvvisamente obsoleto e privo di presa il vecchio paradigma del consumo e dell’ansia prestazionale.
30.10.26 Marco Della Luna