IL RICICLAGGIO DEI MITOLOGEMI STORIOGRAFICI:
UN CLASSICO DELLE PSY-OPS
(di Marco Della Luna, docente di psicologia politica, autore di “Psicologia Politica Applicata” 2025, Arianna Editrice)
Il mitologema di Albert Spike
Stiamo vivendo un periodo di impiego in profondità e su larghissima scala della psicologia politica, nei suoi strumenti più sofisticati e pesanti, e in particolare di quelli ideologici, religiosi e simbolici – basti pensare alle contrapposte propagande nei conflitti in corso e alla fioritura dei teoremi complottardi. Ma anche un periodo in cui grandi miti crollano: l’amicizia atlantica, la solidarietà europea, l’insindacabilità di Israele…
In questo articolo esploreremo l’interessante natura la natura insieme profetica e modulare del mitologema, che si può riciclare applicativamente da un contesto e un fine a un diverso contesto e diverso fine.
Partiremo dal mitologema del carteggio tra Spike- Mazzini, che notoriamente preannunciava tre guerre mondiali, ciascuna con una diversa funzione. La storia del presunto carteggio tra il generale sudista e massone Albert Pike e il patriota italiano Giuseppe Mazzini (datato ipoteticamente 15 agosto 1871) è uno dei miti complottistici più famosi e duraturi della storia contemporanea. Secondo questa narrazione, la lettera descriverebbe un piano dettagliato per l’orchestrazione di tre conflitti globali, finalizzati a stabilire un “Nuovo Ordine Mondiale”. Storici e ricercatori hanno ampiamente dimostrato che si tratta di un falso storico (un falso tardivo, posticcio).
Esso attribuisce a ciascuna guerra una precisa funzione geopolitica e spirituale, o contro-spirituale:
La Prima Guerra Mondiale
La funzione dichiarata nel mito: Abbattere il potere degli Zar in Russia, con tutti i valori ad esso collegati, e trasformare il paese nella fortezza del comunismo ateo.
Lo scopo finale: Utilizzare la Russia come uno “spauracchio” per indebolire le altre nazioni e distruggere le religioni dall’interno.
La Seconda Guerra Mondiale
La funzione dichiarata nel mito: Sfruttare le differenze tra i nazionalismi europei (rappresentati dal Fascismo/Nazismo) e il Sionismo politico.
Lo scopo finale: Distruggere il nazismo, espandere l’influenza del comunismo in Europa e, soprattutto, portare alla nascita dello Stato d’Israele in Palestina.
La Terza Guerra Mondiale
La funzione dichiarata nel mito: Fomentare un conflitto catastrofico tra il Sionismo politico (il mondo occidentale e Israele) e i paesi del mondo islamico.
Lo scopo finale: Esaurire completamente le forze fisiche, morali ed economiche delle nazioni attraverso una guerra di logoramento globale. Questo vuoto spirituale e sociale dovrebbe spingere l’umanità, disperata e priva di punti di riferimento, ad accogliere spontaneamente una dottrina luciferina universale.
Le prove del falso storico
Dal punto di vista dell’analisi storica, il documento presenta anacronismi insuperabili e una totale assenza di fonti primarie:
a)I termini anacronistici: Nel testo della presunta lettera del 1871 compaiono parole come “Fascismo” e “Nazismo”, concetti politici e termini che non esistevano all’epoca di Pike e Mazzini e che si sono formati solo nei primi decenni del Novecento.
b)Il “mito” del British Museum: Molti testi complottistici affermano che la lettera originale fosse esposta o conservata nei cataloghi della British Library (o del British Museum). Numerose verifiche formali e richieste ufficiali d’accesso agli atti (FOIA) hanno confermato che la biblioteca non ha mai posseduto né catalogato un simile documento.
c)L’origine reale del falso: La fonte originale della tesi delle tre guerre non è Pike, ma una catena di riscritture nate negli ambienti dell’anti-massonismo francese di fine Ottocento (la truffa di Leo Taxil e i successivi scritti di Domenico Margiotta). La versione strutturata con le “Tre Guerre Mondiali” comparve per la prima volta solo nel 1954, all’interno del libro Pawns in the Game (“Pedine in gioco”) dell’ufficiale della marina canadese William Guy Carr, il quale ammise di aver desunto le informazioni di seconda mano da un testo del 1925 del cardinale cileno Caro y Rodriguez, che a sua volta citava i falsi francesi dell’Ottocento.
La struttura della profezia
La struttura della profezia è quindi un classico esempio di retroprofezia (o vaticinium ex eventu): il testo è stato redatto o pesantemente integrato dopo che i primi due conflitti erano già avvenuti, modellando la descrizione del passato per dare credibilità alla “profezia” sulla terza guerra. Del resto, anche gran parte delle profezie dell’Antico Testamento furono formulate dopo i fatti in esse descritti: invero, la parola “profezia” non significa “predizione”, ma “discorso fatto da Tizio in nome e per conto di Caio”, cioè da un uomo per conto di Dio. Pro-fètes significa, in Grco, colui che parla in luogo (pro) di qualcun altro.
Quali erano gli interessi dei contraffattori francesi? Essenzialmente, difendere la chiesa contro la massoneria, ma con una forte componente di opportunismo economico, vendetta personale e radicalismo politico legato al contesto francese di fine Ottocento.
Per comprendere i loro interessi, bisogna calarsi nella Francia della Terza Repubblica (dopo il 1870), un’epoca di violentissimo scontro ideologico e politico tra il governo repubblicano (fortemente laico e sostenuto da importanti figure della Massoneria) e il mondo cattolico conservatore, che vedeva la Chiesa privata del suo potere educativo e sociale.
Gli interessi dei contraffattori si dividevano principalmente in tre filoni:
-Per i cattolici più intransigenti, la Massoneria non era solo un avversario politico, ma una vera e propria filiazione satanica intenzionata a distruggere il Cristianesimo e la Chiesa. Fabbricare prove che mostrassero i vertici massonici intenti a complottare con Lucifero per dominare il mondo serviva in primo luogo a compattare il mondo cattolico attorno al Papa (Leone XIII aveva appena pubblicato l’enciclica anti-massonica Humanum Genus nel 1884), e in secondo luogo a screditare i leader politici repubblicani francesi agli occhi dell’opinione pubblica, mostrandoli come burattini di una setta diabolica.
Per spingere avanti la suddetta operazione politica, aiutava il profitto commerciale: l’editoria cattolica dell’epoca era un mercato gigantesco e affamato di scandali. Léo Taxil (pseudonimo di Marie Joseph Jogand-Pagès), il re di questa mega-truffa, capì che c’era una fortuna da fare. Dopo essere stato un attivista anticlericale accanito, Taxil inscenò una finta conversione al cattolicesimo nel 1885. Iniziò a scrivere libri “rivelatori” sulle messe nere e il “Palladismo” (il presunto culto luciferino della massoneria di Pike). I cattolici, felici di vedere il loro nemico smascherato dall’interno, comprarono centinaia di migliaia di copie dei suoi libri e delle riviste collegate. Taxil si arricchì enormemente alle spalle della credulità dei fedeli e dei vescovi.
Il successo economico e “culturale” di Taxil non rimase senza emuli. Domenico Margiotta, un ex massone calabrese trasferitosi in Francia e strettamente legato al circuito di Taxil, fu colui che materialmente introdusse la figura di Albert Pike e il legame con Adriano Lemmi (capo del Grande Oriente d’Italia) nei testi cospirazionisti dell’epoca. I suoi interessi erano duplici: la vendetta, poiché Margiotta era stato espulso o comunque emarginato dalla massoneria regolare e voleva colpirla frontalmente; e l’ingraziarsi le corti e la Chiesa: scrivendo libri come Adriano Lemmi supremo capo dei massoni (1894), Margiotta ottenne finanziamenti, plausi da alti prelati e persino onorificenze da parte del Papa, oltre a lauti guadagni editoriali.
Il beffardo collasso di questa operazione d’interesse dimostra quanto la difesa della Chiesa fosse, per il nucleo dei contraffattori, solo uno strumento. Il 19 aprile 1897, davanti a una platea di giornalisti e vescovi riuniti a Parigi, Léo Taxil confessò pubblicamente che ciò che aveva scritto in dodici anni era una totale invenzione. Dichiarò che la sua finta conversione e le storie sul diavolo e su Pike erano state solo la più grande beffa della sua vita, ringraziando ironicamente il clero cattolico per aver finanziato e creduto a ogni singola assurdità che si era inventato.
Ma tale colossale beffa, nonostante la confessione aperta del falso, si elevò (percosidire) al quadrato: i temi creati da Taxil e poi rielaborati da Margiotta continuarono a vivere di vita propria, finendo per essere riciclati decenni dopo nelle teorie sulle tre guerre mondiali. Che cosa significa “vivere di vita propria”? Significa che essi incarnavano archetipi e bisogni della mente collettiva dotati do vita propria, e che non possono essere disattivati o rimossi da una semplice presa di conoscenza.
Infatti il materiale prodotto per questa prima psy-op fi presto riciclato da altre, successive psy-ops, modificando il bersaglio e i beneficiari. E qui si coglie perfettamente il meccanismo profondo della propaganda e del complottismo trans-generazionale: il riciclo modulare.
Riciclaggio del mitologema
Le grandi narrazioni manipolatorie non nascono quasi mai dal nulla; sono strutture narrative arcaiche o preesistenti, smontate e rimontate per adattarsi a nuovi nemici geopolitici e a nuovi committenti. In sociologia e in intelligence, questo fenomeno si basa sulla persistenza di un “canovaccio mitico” che viene costantemente aggiornato.
Nel caso specifico del materiale di Taxil e Margiotta, il passaggio da “farsa anti-massonica dell’Ottocento” a “psy-op geopolitica del Novecento” mostra una mutazione radicale dei bersagli e dei beneficiari:
Il modulo originario (Fine ‘800) aveva come bersaglio la Massoneria, la Terza Repubblica francese e lo Stato unitario italiano (rappresentato da Adriano Lemmi e dall’eredità di Mazzini); aveva come beneficiari: Il clero cattolico intransigente, i legittimisti monarchici e, a livello puramente economico, le tasche degli stessi falsificatori; aveva come nucleo narrativo l’idea che Esiste un vertice segreto (il Palladismo) basato a Charleston e guidato da Albert Pike che adora Lucifero e complotta contro la Chiesa cattolica.
Il primo riciclo opera l’innesto antisemita (Inizio ‘900). Nei primi decenni del Novecento, con la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion (un altro celebre falso fabbricato dall’Okhrana, la polizia segreta zarista, riciclando un testo satirico francese contro Napoleone III), il materiale di Taxil subì una prima mutazione: la figura di Pike e i piani di sovvertimento globale vengono fusi con il filone dell’antisemitismo biologico e politico; il nuovo bersaglio è l’alta finanza ebraica e i movimenti rivoluzionari socialisti; il nuovo beneficiario sono regimi autocratici e le forze nazionaliste europee, che usavano lo spauracchio del “complotto giudaico-massonico” per giustificare la repressione interna e la guerra.
Il secondo riciclo: La Guerra Fredda e William Guy Carr (1954). La vera e propria nascita del mito delle “Tre Guerre Mondiali” per come lo conosciamo oggi avviene nel secondo dopoguerra, ad opera dell’ufficiale canadese William Guy Carr nel suo libro Pawns in the Game. Carr prende la struttura teologica di Taxil e Margiotta (lo scontro tra forze luciferine e divine) e la sovrappone alla realtà della Guerra Fredda. Anche qui abbiamo alcuni cambiamenti contenutistici, in quanto viene inserito lo schema profetico dei tre conflitti. La Russia (che all’epoca di Pike era un impero zarista ortodosso) diventa retroattivamente nel testo il “futuro laboratorio del comunismo ateo”. La Seconda Guerra viene riscritta focalizzandosi sulla nascita di Israele. Anche qui abbiamo un nuovo bersaglio: il Comunismo sovietico da un lato e l’ONU/organismi internazionali (visti come l’embrione del Governo Mondiale) dall’altro. Anche qui abbiamo un nuovo beneficiario: i movimenti fondamentalisti religiosi e la destra ultra-conservatrice americana, che necessitavano di una spiegazione metafisica e totalizzante per l’ascesa del blocco sovietico e la fine del colonialismo.
Psicologia del riciclaggio
Perché questo riciclo funziona?
Una psy-op o una leggenda complottistica ha successo nel tempo perché risponde a una legge di economia cognitiva e del “rut” – parola inglese che designa l’abitudine, il percorso tracciato: è molto più facile e persuasivo prendere un meme o un archetipo già radicato nell’inconscio collettivo (l’esistenza di un’élite segreta, malvagia e onnipotente) e limitarsi a cambiare i nomi degli attori sul palco.
Se nell’Ottocento il male assoluto per il pubblico di riferimento era il massone anticlericale, nel 1950 diventa il bolscevico, e negli anni 2000 il tecnocrate globalista o l’estremista religioso. Il testo originale di Pike e Mazzini, nato per spillare soldi ai vescovi francesi, è diventato così una “matrice universale”, un software di manipolazione della realtà buono per tutte le stagioni.
La sua struttura, rimanendo immutata, alloggia contenuti e simboli diversi.
La Massoneria Azzurra
Il famigerato libro “La Massoneria Azzurra”, (titolo originale francese: La Franc-Maçonnerie azuréenne) è proprio uno dei testi chiave scritti da Léo Taxil durante la sua gigantesca operazione di falsificazione a fine Ottocento. In Italia il testo ha circolato anche con il sottotitolo I misteri della frammassoneria, ed è la prova provata di come funzionava la catena di montaggio del riciclo narrativo. In termini massonici reali e ordinari, la “massoneria azzurra” (o loggia blu) non ha nulla di misterioso: indica semplicemente i primi tre gradi fondamentali della massoneria universale (Apprendista, Compagno, Maestro). È la base comune a tutti i riti. Taxil prende questa struttura di base, accessibile e burocratica, e la stravolge completamente per il suo pubblico cattolico e conservatore affamato di brivido. Egli sostiene che i primi tre gradi siano solo una “copertura” o uno specchietto per le allodole. I massoni ordinari vi entrerebbero in buona fede, ignari del fatto che i vertici massonici obbediscano a direttive occulte. Nel libro egli traccia la linea verticale che collega la massoneria di base ai gradi superiori e “segreti”, dove risiederebbe il famigerato Palladismo (il culto di Lucifero) che Taxil attribuiva ad Albert Pike.
Questo specifico libro è il mattone fondamentale che ha permesso il “salto di qualità” delle successive teorie del complotto. Senza l’invenzione filologica contenuta in testi come La massoneria azzurra, William Guy Carr e i cospirazionisti del Novecento non avrebbero avuto l’architettura per sostenere la tesi delle tre guerre mondiali. Il meccanismo ereditato è il seguente:
- Il concetto di “Direzione Occulta”: Taxil introduce l’idea che la massa dei massoni sia manipolata da un vertice invisibile.
- Il passaggio del testimone: Quando negli anni ’50 si deve spiegare come sia possibile che i leader politici mondiali (spesso massoni o legati a quegli ambienti) stiano eseguendo il “piano delle tre guerre di Pike” senza rendersene conto, si applica esattamente lo schema di Taxil: “Loro non sanno, eseguono gli ordini che arrivano dall’alto della piramide”.
In breve, “La Massoneria Azzurra” è il manuale d’istruzioni scritto dal falsificatore per spiegare l’anatomia del presunto complotto.
Un testo nato come una profittevole operazione commerciale e di disinformazione nella Parigi di fine Ottocento, rimasto poi come “fonte dogmatica” per tutte le successive varianti della medesima narrazione geopolitica.
Il conflitto nell’applicazione del mitologema
L’uso antigiudaico di questo mitologema fatto nella terza fase, che ho dianzi descritto, confligge con quello fatto nella seconda, essendo che i cristiano-conservatori USA erano e sono filo-sionisti. E’ questo il punto di rottura logico più clamoroso dell’intera architettura cospirazionista, una contraddizione interna che mette a nudo la natura puramente strumentale di queste operazioni di manipolazione.
Esso confligge in modo frontale e assoluto, ma questa apparente contraddizione ideologica si risolve analizzando come i due diversi gruppi di “beneficiari” (i nazionalisti antisemiti europei della prima metà del Novecento e i cristiano-conservatori americani del secondo dopoguerra) abbiano piegato lo stesso identico mito a scopi diametralmente opposti.
Il corto circuito si spiega dividendo nettamente le due visioni:
La prima visione: La declinazione antisemita (Il filone “classico” europeo)
Per la propaganda che andava dai Protocolli dei Savi di Sion fino al fascismo e al nazismo, il mitologema di Pike e del complotto globale serviva a dimostrare che l’ebraismo internazionale e la massoneria collaboravano attivamente per distruggere le nazioni sovrane e la civiltà cristiana. In questa ottica, il Sionismo era visto come il braccio politico di questa élite, volto a creare uno Stato (Israele) che fungesse da “centro di comando occulto” mondiale. Il bersaglio era l’ebreo, il fine era l’odio biologico e politico.
La seconda visione: Il riciclo cristiano-conservatore USA (Il filone escatologico)
Quando William Guy Carr e, successivamente, i predicatori della destra evangelica e fondamentalista americana (come Pat Robertson o Jerry Falwell) ereditano questo materiale, si trovano davanti a un problema: la loro teologia è visceralmente e radicalmente filo-sionista.
Per la dottrina del Dispensazionalismo (la teologia dominante nell’evangelismo americano), la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e il ritorno degli ebrei in Terra Santa non sono un complotto diabolico, ma il prerequisito posto da Dio per la seconda venuta di Cristo (la Parusia).
Come risolviamo allora la contraddizione? Cambiando la natura del complotto:
- Israele non è più il carnefice, ma la vittima sacrificale: Nella riscrittura americana della “Terza Guerra Mondiale di Pike”, lo Stato d’Israele non è l’artefice del complotto luciferino, ma l’esca o la vittima geopolitica. Il piano dei “luciferini” (identificati ora negli Illuminati, nell’ONU, nell’alta finanza apolide o nel comunismo) sarebbe quello di scatenare il mondo islamico contro Israele per distruggerlo e, nel caos globale, imporre il Nuovo Ordine Mondiale.
- Il Sionismo viene “purificato”: Il sostegno a Israele diventa per i cristiano-conservatori un dovere sacro per difendere il piano di Dio dalle manovre delle élite occulte globaliste (che per paradosso sono le stesse descritte dai falsi antisemiti europei).
Siamo di fronte a un paradosso narrativo totale:
Da un lato, complottisti europei degli anni ’30 usavano il mito per dire: “Dobbiamo distruggere il Sionismo perché è il cuore del complotto globalista”. Dal lato opposto, i complottisti cristiano-americani dagli anni ’70 in poi usano lo stesso mito per dire: “Dobbiamo difendere Israele a tutti i costi perché i globalisti vogliono distruggerlo nella Terza Guerra Mondiale”.
Questo dimostra, nella pratica, la natura puramente “modulare” del mitologema. La struttura profetica (l’esistenza di un piano d’élite in tre atti) rimane identica perché è quella che cattura l’attenzione e genera paura; ma i segni interni (+ o -) attribuiti ad attori come il Sionismo o lo Stato d’Israele vengono invertiti a seconda dell’agenda politica e della teologia di chi, in quel momento storico, sta gestendo la psy-op.
Altri mitologemi pluri-riciclati nella storia
Troviamo molti altri mitologemi usati in più modi nel corso del tempo, ai fini di più psy-ops.
L’adattamento e il riciclo di strutture mitiche o narrative preesistenti è la regola aurea della misinformazione strategica. Un mitologema efficace riduce i costi di penetrazione cognitiva: il pubblico riconosce già la struttura della storia, quindi tende ad accettarla più facilmente, anche se il bersaglio politico è stato completamente invertito.
Tre celebri mitologemi sono stati smontati, rimontati e riciclati per scopi opposti nel corso dei secoli:
1. Il mitologema del “Sacrificio Rituale del Fanciullo” (L’Accusa del Sangue)
È uno dei moduli narrativi più devastanti della storia, basato sull’archetipo di una minoranza occulta che rapisce e sacrifica bambini per estrarne una forza vitale o per scopi rituali. Conoscere la storia delle sue metamorfosi e comprendere la variabilità del contenuto/bersaglio è fondamentale per combattere i pregiudizi e l’odio che esso alimenta ancora oggi. Esso si presenta nelle seguenti configurazioni:
Psy-op Antica (I Secolo d.C. – Impero Romano): Il bersaglio originale furono i primi cristiani. Gli intellettuali pagani e le autorità romane diffusero la voce che i cristiani, durante le loro assemblee segrete (le “agapi”), sacrificassero neonati e ne bevessero il sangue, presentandoli come una setta di antropofagi sovversivi per giustificarne la persecuzione.
Primo Riciclo (Medioevo – Novecento): Il mitologema subì, per mano dei cristiani, una radicale virata a danno degli ebrei. L’accusa del sangue (l’uccisione di bambini cristiani per impastare il pane azzimo pasquale) divenne lo strumento principe di psy-ops ecclesiastiche e statali per scatenare pogrom, confiscare beni e deviare il malcontento popolare dalle autorità (un esempio celebre è il caso di Simonino di Trento nel 1475).
Secondo Riciclo (Contemporaneo – QAnon): Lo stesso identico modulo è stato riattivato negli ultimi anni contro l’élite progressista globale e hollywoodiana. La narrazione del “Pizzagate” e di QAnon sostiene l’esistenza di una cabala di pedofili globalisti che rapisce bambini per torturarli ed estrarre l’adrenocromo, una presunta sostanza ringiovanente. Il meccanismo psicologico profondo è immutato rispetto al I secolo, ma il bersaglio è diventato la classe politica liberal-massonica.
Il mitologema del “Falso Testamento dell’Imperatore”
La struttura prevede il finto ritrovamento delle ultime volontà scritte di un grande leader del passato, in cui si svela un piano segreto e generazionale per la conquista del mondo. Ecco le sue tre configurazioni storiche:
Il Testamento di Pietro il Grande (1812): Fabbricato materialmente dalla propaganda di Napoleone Bonaparte alla vigilia della campagna di Russia. Nel falso testo, lo Zar Pietro I delineava un piano secolare affinché la Russia sottomettesse l’intera Europa, controllando i Dardanelli e invadendo l’India. Serviva a Napoleone per compattare l’Europa continentale in una “guerra preventiva” contro il barbaro invasore orientale.
Il Riciclo Britannico (Ottocento/Novecento): Il Foreign Office britannico ripescò lo stesso testo durante la “Grande Sezione” (il Grande Gioco in Asia centrale) e poi durante la Prima Guerra Mondiale per giustificare l’alleanza e il successivo contenimento della Russia, agitando lo spauracchio del testamento geopolitico ogniqualvolta Mosca si avvicinava all’India o a Costantinopoli.
Il Testamento di Tanaka (1927): Una perfetta replica asiatica del medesimo schema. Presentato come un memoriale segreto del Primo Ministro giapponese Tanaka Giichi all’Imperatore, descriveva una strategia in cinque fasi per conquistare la Manciuria, la Cina e infine il mondo. Gli storici tendono oggi a considerarlo un falso, orchestrato probabilmente dai servizi segreti cinesi o sovietici (o da fazioni interne giapponesi) per allertare gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale sul pericolo del militarismo nipponico.
Il mitologema della “Donazione di Costantino” e la translatio imperii
Il mito del documento imperiale che cede la sovranità territoriale e spirituale per diritto divino. Ecco die sue configurazioni:
Uso Guelfo/Pontificio (Medioevo): Il falso, redatto verosimilmente nell’VIII secolo dalla Cancelleria pontificia, serviva a legittimare il potere temporale dei Papi sull’Occidente e a contrastare le pretese dei Longobardi prima e degli Imperatori del Sacro Romano Impero poi.
Il Riciclo Ghibellino/Imperiale (Inversione argomentativa): Quando nel XV secolo Lorenzo Valla dimostrò filologicamente la falsità del documento, la scoperta non fu usata solo per difendere la verità storica, ma divenne un’arma di contro-propaganda formidabile nelle mani della Corona d’Aragona e successivamente dei riformatori protestanti. Il mitologema della generosità di Costantino venne rovesciato nel mito della “corruzione costantiniana”: l’atto di Costantino (falso o vero che fosse) veniva descritto come il momento esatto in cui il veleno del potere temporale aveva infettato la sposa di Cristo, legittimando così la requisizione dei beni ecclesiastici da parte dei sovrani del Nord Europa.
Il canovaccio mitico, insomma, non muore mai: cambia padrone, inverte la polarità politica, ma continua a fare leva sulle stesse leve emotive dell’inconscio collettivo.
Ulteriori esempi, con nuovi nemici e nuove mete
Seguono altri tre potenti mitologemi strutturali che, nel corso dei secoli, sono stati svuotati del loro contenuto originario e riempiti di volta in volta con nuovi nemici e nuovi obiettivi geometricamente opposti.
Il mitologema del “Nemico Interno Pugnalatore alla Schiena” (Dolchstoßlegende)
Questo schema psicologico e narrativo serve a spiegare un fallimento storico traumatico (una sconfitta militare, una crisi economica) non con l’inadeguatezza della leadership o delle risorse, ma con il tradimento orchestrato da una quinta colonna occulta operante dentro i confini della nazione.
La versione classica (Germania, 1918): Al termine della Prima Guerra Mondiale, lo stato maggiore tedesco (guidato da Ludendorff e Hindenburg) utilizzò questo mitologema per lavarsi le mani della sconfitta militare. Nacque la leggenda della “pugnalata alla schiena” (Dolchstoß): l’esercito tedesco, asseritamente invitto al fronte, sarebbe stato tradito alle spalle da socialisti, comunisti ed ebrei che avevano scioperato e fomentato la rivoluzione in patria. Fu la psy-op fondativa che spianò la strada al nazionalsocialismo.
Il riciclo speculare (URSS, Anni ’30): Durante le grandi purghe staliniane, il meccanismo venne completamente invertito dal punto di vista ideologico. La leadership sovietica utilizzò lo stesso identico archetipo per giustificare i fallimenti dei piani quinquennali e le carestie. Il “traditore interno” non era più il bolscevico, ma il sabotatore trotzkista, il kulako o la spia fascista infiltrata nel partito. La colpa del disastro economico veniva così spostata dallo Stato a una rete invisibile di traditori.
La variante statunitense (Il Maccarthismo, Anni ’50): Dopo la “perdita” della Cina (passata al comunismo nel 1949) e il pareggio nella guerra di Corea, l’amministrazione americana e l’opinione pubblica subirono una psy-op interna analoga. Il senatore Joseph McCarthy cavalcò il mitologema sostenendo che il Dipartimento di Stato e l’esercito fossero infestati da spie comuniste e “simpatizzanti” che stavano deliberatamente consegnando il mondo all’URSS. Il fallimento geopolitico veniva tradotto, ancora una volta, come un tradimento domestico.
Il mitologema della “Città del Peccato da Radere al Suolo” (L’Archetipo di Sodoma e Gomorra)
L’idea che una specifica metropoli, per via dei suoi costumi, della sua cultura o della sua mescolanza etnica, rappresenti la fonte dell’infezione morale del mondo e debba essere purificata o distrutta. Il prototipo, forgiato dalla dottrina israelitica dell’esilio, è ovviamente Babilonia; esso fi più volte ripreso e riapplicato in altri contesti:
Uso Reazionario e Religioso (Il Sacco di Roma del 1527): Quando le truppe imperiali di Carlo V (composte in gran parte da lanzichenecchi luterani) saccheggiarono Roma, l’evento fu preceduto e accompagnato da una massiccia campagna di propaganda. Roma veniva descritta dalla pubblicistica protestante come la “Babilonia papale”, la capitale del vizio e della corruzione spirituale. La distruzione fisica e le violenze vennero legittimate come un atto di purificazione divina contro la corte corrotta dei Medici.
Il riciclo Khmer (Cambogia, 1975): Pol Pot e i vertici dei Khmer Rossi utilizzarono lo stesso medesimo schema mitologico, ma declinato in chiave marxista-agraria ultra-radicale. Phnom Penh non era la Babilonia religiosa, ma la “Babilonia capitalista e borghese”, infettata dall’imperialismo occidentale e dalla cultura urbana. L’evacuazione forzata dell’intera popolazione cittadina verso i campi di lavoro nelle campagne fu presentata come l’unica via per mondare il popolo cambogiano dal cancro della modernità cittadina.
La psy-op bellica contemporanea (Il dibattito geopolitico su New York): Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, New York è stata alternativamente descritta come il centro del “marciume capitalista” dalla propaganda sovietica, la “capitale del complotto ebraico” dalla propaganda nazista, e la “nuova Babele” dall’estremismo di matrice islamista o dal fondamentalismo interno americano. L’archetipo è plastico: basta cambiare la definizione di “peccato” (capitalismo, sionismo, laicità) per giustificare l’ostilità geopolitica verso lo stesso centro urbano.
Il mitologema dell’ “Invasione Demografica Sotterranea” (La Sostituzione)
Il timore ancestrale che un gruppo esterno, apparentemente sottomesso o pacifico, stia attuando una colonizzazione silenziosa attraverso la demografia per conquistare il potere dall’interno.
Uso Antico (Il Libro dell’Esodo): Il testo biblico si apre proprio con una psy-op interna guidata dal Faraone d’Egitto, il quale, preoccupato per la crescita numerica degli ebrei stanziati nel paese, dice al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti… altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri nemici”. Questo modulo servì a giustificare la riduzione in schiavitù e l’infanticidio selettivo.
Uso Imperiale Occidentale (Il “Pericolo Giallo” – Fine ‘800): Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’Occidente (in particolare gli Stati Uniti e l’Impero Tedesco di Guglielmo II) fu investito dalla paura del Yellow Peril. Attraverso articoli, romanzi e vignette satiriche, si propagandava l’idea che le masse asiatiche avrebbero sommerso l’Europa e l’America non con le armi, ma con l’emigrazione incontrollata e l’alto tasso di natalità, distruggendo la civiltà bianca. Servì a imporre le prime leggi fortemente discriminatorie sull’immigrazione (come il Chinese Exclusion Act).
Considerazioni psicologiche
In ognuno di questi esempi emerge la medesima costante: la tecnica di manipolazione non inventa una nuova paura, ma riattiva una “forma vuota” che il target psicologico riconosce istintivamente, orientando la carica emotiva verso l’obiettivo politico del momento.
l presunto piano delle “tre guerre mondiali” attribuito ad Albert Pike (estratto in realtà dal pamphlet anti-massonico di Léo Taxil a fine Ottocento) funziona come un perfetto mitologema storiografico: una struttura narrativa metastorica che serve a dare un senso teleologico (un fine ultimo) al caos degli eventi umani, attribuendone la regia a forze occulte.
Quando la storia viene letta attraverso questa lente “mitopoietica”, si ricorre spesso a strutture archetipiche fisse. Questa fissità e ricorsività realizza una grande economia psichica soggettiva e interna al gruppo che ne fruisce, ma, per effetto della sua rigidità e impermeabilità al logos, al prezzo di una pari compromissione del rapporto e dell’adattamento alla realtà. In sostanza, spinge verso il conflitto anche perché crea (paranoicamente) nemici assoluti, metafisici, incarnanti il Male, contrapposti a Dio. Mi preme sottolineare che il mitologema può corrispondere, materialmente, a una situazione reale; il problema è che la comprensione della realtà attraverso il mitologema è distorta, irrigidita e non consente un’operatività adeguata.
Mitologemi per prevedere il futuro
Ecco altri mitologemi analoghi utilizzati per ordinare la complessità geopolitica o spirituale in narrazioni che la riducono a un percorso con tappe obbligate:
La “Translatio Imperii” (Il trasferimento del potere globale)
È il mitologema politico-teologico più longevo dell’Occidente. Sostiene che esista un unico, legittimo asse del potere mondiale che si sposta linearmente nel tempo e nello spazio lungo coordinate precise (solitamente da Est a Ovest). Utilizzato storicamente per legittimare la continuità tra l’Impero Romano, il Sacro Romano Impero di Carlo Magno, l’Impero Britannico e, in epoca contemporanea, l’egemonia statunitense (o il passaggio del testimone verso il blocco eurasiatico)., esso trasforma la transizione geopolitica ed economica in un “destino manifesto” o in una necessità cosmica.
Le Tre Età di Gioacchino da Fiore (Il millenarismo strutturato)
Molto prima della lettera di Pike, nel XII secolo, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore divise la storia umana in tre grandi epoche spirituali, basate sulla Trinità: l’Età del Padre (la Legge, l’Antico Testamento); l’Età del Figlio (la Grazia, il Nuovo Testamento, la Chiesa); l’Età dello Spirito Santo (la libertà assoluta, la comprensione spirituale, l’abolizione delle gerarchie).
Questo modello a tre stadi è importantissimo, perché costituisce il prototipo di quasi tutte le filosofie della storia occidentali, come quella hegeliana, come quella to e comprese quelle secolarizzate, che prevedono deterministicamente il futuro. Il materialismo storico di Marx (Società primitiva → Capitalismo → Comunismo) e lo stesso concetto di “Terzo Reich” (inteso originariamente da Arthur Moeller van den Bruck come stadio finale della storia tedesca) sono calchi strutturali del mitologema gioachimita, usati per giustificare la transizione violenta verso un’era finale. Nel saggio Miseria dello storicismo, il filosofo Karl Popper ha criticato aspramente l’approccio storicista, come egli definisce come la pretesa di scoprire leggi inesorabili che guidano il destino umano e sociale, considerandolo una premessa teorica pericolosa e totalitaria. Secondo il filosofo marxista Louis Althusser, la storia è un “processo senza soggetto e senza fine”. Questo concetto cardine del materialismo storico indica che l’evoluzione sociale ed economica non è guidata da una mente cosciente (il “soggetto”, come l’Assoluto hegeliano o l’Uomo) né procede verso un obiettivo finale teleologico (i fini). E’ il completo rigetto del paradigma generale della storia come progresso, come evoluzione, da una condizione infima a una realizzata.
La Synarchia e il “Governo Invisibile” (Agartha, Shambhala)
Codificato nell’Ottocento da Saint-Yves d’Alveydre (e poi ripreso da René Guénon e da diverse correnti esoteriche), questo mitologema postula l’esistenza di un centro spirituale sotterraneo o invisibile che detiene la “Tradizione Primordiale” e governa segretamente i destini del mondo per vie occulte. Al pari del piano di Pike, serve a spiegare le crisi macro-storiche non come incidenti di percorso o conflitti di classe, ma come frizioni tra correnti iniziatiche contrapposte (ad esempio, le forze di Shambhala contro quelle di Agartha, o i “Supergiorni Sconosciuti”). In ambito complottista secolarizzato, questo mitologema si traduce nei costrutti del Deep State globale, del Nuovo Ordine Mondiale o del Great Reset, dove l’élite economica agisce con la stessa onniscienza rituale dei sacerdoti di Saint-Yves. Intendiamoci: non nego l’esistenza di una casta internazionale di alta finanza e alto banking che esercita un’azione di condizionamento politico sui governi etc. – voglio solo evidenziare che l’approccio a questo tema è irrealistico e, probabilmente, destinato all’insuccesso se avviene attraverso un mitologema anziché attraverso l’analisi dei dati verificabili e la loro elaborazione logica.
Il “Katechon” (Il freno dell’Anticristo)
Tratto dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, il Katechon è la forza o l’entità che trattiene e rimanda la manifestazione dell’Anticristo (e quindi la fine del mondo). In geopolitica, questo mitologema viene evocato per dare un’investitura sacrale a un determinato impero o nazione, dipingendoli come l’ultimo baluardo dell’ordine contro il caos assoluto. È stato usato dall’Impero Bizantino, dalla dottrina della “Terza Roma” russa, e trova eco oggi in alcune narrazioni filosofico-politiche (come quelle di Aleksandr Dugin o di determinati circoli neoconservatori americani) per giustificare lo scontro di civiltà in termini metafisici: se crolla la nostra parte, crolla il mondo.
Il potere del Tre
Tutti questi modelli condividono la stessa funzione psicologica e narrativa del testo attribuito a Pike: eliminare il caso dalla storia e compensare il senso di impotenza e smarrimento che gli uomini provano, da sempre, davanti all’imprevedibilità del divenire storico (un servizio psicologico analogo è offerto… dai Tarocchi). Se ogni guerra, rivoluzione o crisi economica è già stata scritta, pianificata o prevista all’interno di una struttura tripartita o di un piano provvidenziale, l’individuo sperimenta l’illusione di aver decodificato la matrice del reale, trasformando l’angoscia dell’ignoto in una rassicurante (seppur terribile) certezza geometrica.
La persistenza della struttura triadica nelle moderne teorie del complotto non è affatto casuale. Se osserviamo la morfologia di queste narrazioni, il numero “tre” agisce come una sorta di pilastro architettonico della mente umana, un passe-partout cognitivo ed estetico.
Il motivo per cui funziona così bene si articola su tre livelli fondamentali:
1. La risoluzione dialettica della complessità
La mente umana fatica a metabolizzare la pura contrapposizione duale (A contro B) senza risolverla in una sintesi. Il dualismo puro genera uno stallo angosciante. La triade introduce il dinamismo:
Fase 1 (Tesi): Lo stato originario o la prima crisi artificiale.
Fase 2 (Antitesi): La reazione indotta, il caos programmato, il conflitto aperto.
Fase 3 (Sintesi): Il fine ultimo, il nuovo ordine che sorge dalle ceneri dei primi due stadi.
Nel presunto schema di Pike, le prime due guerre servono unicamente a preparare il terreno (distruzione degli imperi zaristi e ascesa del comunismo, poi distruzione del nazismo e ascesa del sionismo) per l’urto finale, la terza guerra, che dovrebbe partorire il Nuovo Ordine Mondiale. È la trasposizione esoterica del classico Problema-Reazione-Soluzione: l’élite crea il problema (1), suscita la reazione sociale (2) per offrire la soluzione già pronta (3).
2. Il riflesso secolarizzato della Trinità e del dramma sacro
Siamo figli di una cultura strutturata sulla teologia cristiana e sulla drammaturgia classica, ma risolta dalla triade dialettica che so ripresenta e formalizza nella logica di Hegel. Ogni grande storia occidentale si sviluppa in tre atti (Inizio, Sviluppo, Conclusione) e poggia sulla scansione trinitaria. Quando la saggistica complottista o la propaganda mitopoietica costruiscono una narrazione globale, ricalcano inconsciamente questo schema perché è quello che l’inconscio collettivo riconosce come “verosimile”.
Una teoria del complotto che prevede una transizione infinita o troppe tappe intermedie perde forza mitica; se invece si articola in tre grandi scossoni, acquisisce la solennità di un’apocalisse sacra. La terza fase non è mai solo un “passaggio”, è il compimento catartico, l’ingresso nell’Età dello Spirito gioachimita o, nel rovesciamento distopico, nel totalitarismo globale.
3. La geometria della “Soglia Critica”
Nelle scienze della narrazione si parla della regola del tre: un evento accade una volta per stabilire la norma, una seconda per creare un pattern, una terza per rompere l’equilibrio o sancire la fine definitiva.
- La Prima Guerra Mondiale destabilizza l’ordine tradizionale.
- La Seconda Guerra Mondiale polarizza il globo e sperimenta i primi embrioni di governance sovranazionale (ONU).
- La Terza Guerra Mondiale (o, nelle varianti moderne, la terza grande crisi sanitaria/economica globale) chiude il cerchio e fonda il Nuovo Ordine Mondiale (diabolico-epsteiniano).
Il tre conferisce alla teoria un senso di inevitabilità geometrica. Dà l’illusione che la storia non sia un ammasso caotico di decisioni umane e contingenze materiali, ma un algoritmo perfetto. Per chi vi aderisce, comprendere a quale punto della triade ci si trovi (ad esempio, sostenere che siamo “all’alba della terza fase”) conferisce un enorme potere psicologico: quello del profeta che sa già come si concluderà l’ultimo atto del dramma. Questa pericolosa strutturazione è presente (come ho ampiamento descritto nel mio recente articolo “Messianesimo: algoritmo archetipico di autodistruzione”, anche nel profetismo politico che pare guidare il governo israeliano, nella sua corsa verso la realizzazione dei pre-requisiti per l’avvento del Messia e del Regno di Geova attraverso guerre e tribolazioni.
07/07/2026 Marco Della Luna