IL CANCRO POLITICO DEL CAPITALISMO TERMINALE
COMMENTO ALL’ARTICOLO
“Patrimoniale? Una imposta estrattiva del sistema finanziario”
(By Luigi Tedeschi – 14 Giugno 2026)
Il titolo scelto da Luigi Tedeschi indica il cuore del male: il capitalismo si è impadronito del controllo politico degli stati attraverso un processo storico plurisecolare con cui li ha indebitati verso di sé (soprattutto spingendoli alle guerre, di cui ha finanziato ambo le parti) e poi si è messo a usare questo potere sugli stati per fare di essi un meccanismo di estrazione, a proprio beneficio, di ricchezza dalle classi produttive e dai risparmiatori. Il capitalismo compiuto non arrischia più nel fare investimenti imprenditoriali produttivi (che infatti sono in declino, con ovvie conseguenze sull’occupazione) – ha investito nell’acquisizione del potere politico, e ora lo sfrutta per assicurarsi un guadagno facile e automatico, parassitario ma con i crismi della legge e senza metterci la faccia propria – ci mette quella dei “rappresentanti del popolo”, a spese dell’intero corpo sociale. Come spiegava Colin Crouch in Postdemocrazia (2003), il capitalismo (finanziario) ha così privatizzato le istituzioni nella sostanza, pur lasciandole intatte nella forma apparentemente pubblica. Ne ha fatto la propria azienda – un’azienda estrattiva.
La classe capitalistica sovranazionale, attraverso la creazione monetaria a costo zero eseguita sia con le banche centrali che con le banche ordinarie, compera debito sovrano (guadagno netto esentasse) che rende interessi (pure esentasse) e usa i titoli di questo debito come tradable assets (ad es., come collaterale) per ulteriori guadagni per mezzo della finanza creativa (leve, derivati…). E per conservare questa utilizzabilità dei titoli pubblico ci vogliono sempre più tasse e tagli di spesa pubblica, con cui pagare interessi e rimborsi. Si è così assicurato un reddito enorme, un giro d’affari di (si stima) 15 volte l’economia reale, e ha costruito una piramide rovesciata di ricchezza finanziaria e corrispondente debito, che poggia su una minuscola base di ricchezza reale, e richiede continue creazioni-emissioni monetarie per reggersi. Azzeccato è quindi il giudizio, storico prima ancora che economico, dato da Tedeschi: “La patrimoniale costituisce lo strumento con cui il capitalismo globalista in fase decadente, con la sua congenita rapacità finanziaria, vuole sopravvivere ai propri fallimenti, mediante la cannibalizzazione dei redditi e dei beni dei popoli.”
Del pari azzeccato è il comune sentire popolare che le tasse siano un furto: viste nel quadro complessivo sopra delineato, lo sono, e lo stato è un ladro! Non è questione di destra o sinistra, bensì di contrapposti interessi di classe tra la classe estraente e quella produttiva – un contrasto che si è spinto a livelli distruttivi e letali. La crescente tassazione non serve alla perequazione sociale, ma al suo contrario, cioè ad aumentare la sperequazione e la distanza di classe – del che la riprova è data dal parallelo taglio dei servizi e degli investimenti. Prendiamo l’Italia: è il contrario esatto di come la promette la Costituzione: una repubblica plutocratica fondata sulle rendite parassitarie, che persegue la diseguaglianza crescente, e la cui sovranità sta nelle mani un monopolio privato, perlopiù straniero o apolide, che crea e presta la moneta – moneta-debito, si intende (e su questo ritornerò), senza dichiarare questa creazione monetaria come ricavo, quindi sottraendola alla tassazione e realizzando profitti e patrimoni extracontabili (in Italia, evade così mediamente 270 miliardi all’anno).
Giustamente Tedeschi sottolinea che questa organizzazione reale della società è stata facilitata dall’abile trasmutazione della coscienza di classe, nelle teste e nelle pance della massa, in invidia sociale. Questa trasmutazione ha inertizzato il potenziale di reazione a autodifesa delle classi produttive, che per giunta sempre più sono perse nel consumismo, nell’edonismo, nell’incalzare delle tasse e delle scadenze bancarie e degli adempimenti burocratici. La corrente campagna in favore dell’imposta patrimoniale, egli soggiunge, “vuole istigare le masse alla invidia sociale (riassunta nello slogan rifondaiolo “anche i ricchi piangano”), per occultare il tradimento da essa perpetrato nei confronti dei lavoratori, col rinnegare la lotta di classe ed esorcizzare mediaticamente le proprie complicità col grande capitale. Destra vs sinistra: egoismo individuale vs invidia sociale. Una democrazia degenerata in demagogia, per un popolo ridotto ad una plebaglia animata da avidità, egoismo e invidia sociale…” .
I gestori dei partiti della pseudo-sinistra, fiduciari dei “mercati finanziari”, caldeggiano l’imposta patrimoniale proprio perché essa perfeziona il capovolgimento dell’articolo 53 della Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”) perché si scarica sui patrimoni medio-piccoli (aiutando la politica di cancellazione delle classi medie) senza toccare quelli grandi, che si trasferiscono in luoghi e vesti esentasse. Anche il prelievo sui redditi delle persone fisiche si concentra sulle fasce basse, sui dipendenti e sui piccoli autonomi, risparmiando o agevolando assai quelli da capitale, locazioni e soggetti a imposta fissa. E i risparmi fiscali così realizzati dalle classi più ricche non vengono investiti nell’economia produttiva, ma in quella finanziaria, che dà rendimenti più rapidi e garantiti dal controllo politico sui governi.
In conclusione, il rifinanziamento della spesa utile e sociale dello stato attraverso la tassa patrimoniale non è realizzabile perché i grandi patrimoni sfuggono. L’alternativa proposta da Draghi, uomo di questo sistema capitalista estrattivo, è colpire tributariamente le successioni e il risparmio dei cittadini affidato al settore immobiliare, ai titoli pubblici, ai conti correnti, in modo che i cittadini investano nel mercato finanziario, cioè diano la loro liquidità ai burattinai del sistema, ai loro castelli di bolle senza niente sotto, così che possano agevolmente essere tosati alla prossima crisi.
Condivisibile è pertanto l’epicrisi del Nostro: “La patrimoniale quindi costituisce lo strumento con cui il capitalismo globalista in fase decadente, con la sua congenita rapacità finanziaria, vuole sopravvivere ai propri fallimenti, mediante la cannibalizzazione dei redditi e dei beni dei popoli.” Ma anche l’Impero del declinante Dollaro, per tirare innanzi, invoca questa operazione: “La creazione di un mercato finanziario unico europeo si rende necessaria per assolvere al ruolo complementare dell’Europa di sostegno al dollaro e ai mercati finanziari americani, in cui risulta investita una quota pari al 70% dei risparmi europei. La UE adempie dunque, anche nelle politiche fiscali, alla funzione di governance continentale del capitalismo americano.”
Il saccheggio del risparmio delle classi medie è l’unica opzione praticabile per il sistema neoliberista, che ha già portato la tassazione sui redditi a livelli di insostenibilità, e ha rinunciato ad attingere a quelli delle multinazionali operanti in Italia, le quali controllano politicamente lo stato, mentre non può rinunciare alle costose guerre con cui si puntella. Concordo con Tedeschi laddove dice che la situazione si può sbloccare solo a condizione che si esca dal paradigma neoliberista e dall’assetto geopolitico attuale.
Concretamente, come ho suggerito in Euroschiavi e: Cimiteuro
–fine del monopolio privato della creazione-emissione monetaria (c.d. signoraggio monetario);
–alternativamente, tassazione della sua emissione;
–fine dell’uso della moneta-debito (ossia di moneta emessa contro pari creazione di debito pubblico o privato) e passaggio alla moneta sovrana (Vollgeld) emessa con vincoli teleologici obiettivi;
–fine del dollaro come moneta di riserva e del suo imperialismo globale.
18.06.26 Marco Della Luna