LA PSICOLOGIA TRA RAGION DI STATO E RAGION DI MERCATO
Una psicologia censurata
I testi di psicologia politica contemporanei non prendono in considerazione gli eventi storici del passato, per individuare e analizzare le strategie e le tecniche psicologiche applicate nell’attività politica, come invece faceva Machiavelli sia ne Il Principe che nei Discorsi. Trattano delle tecniche psicologiche ma non degli interessi, delle strategie e degli scopi per cui esse vengono impegnate. E neanche di tutte le tecniche, perché le più importanti, quelle di manipolazione pesante, spesso afferenti alla provocazione delle guerre e alla destabilizzazione sociale, vengono completamente ignorate. Così come tacciono dell’uso politico delle religioni e delle altre grandi idee, come l’illuminismo, l’egualitarismo, il comunismo, il liberismo, l’evoluzionismo, l’ecologismo. Il concetto di ragion di stato neanche lo nominano, data la sua inconciliabilità con i principi di stato di diritto, trasparenza e democrazia. Insomma, tacciono su tutto ciò che la politica fa realmente e su tutto ciò per cui si fa politica, quasi che vogliano nasconderlo agli stessi studenti di questa materia. Il mio manuale Psicologia Politica Applicata intende rimediare a queste lacune, a questa complessiva inutilità della psicologia politica contemporanea
Le ragioni di questa esclusione o marginalizzazione della macro-storia nei testi accademici odierni sono riconducibili a fattori metodologici, epistemologici e strutturali dell’accademia contemporanea:
1. La tentazione scientista: dal laboratorio storico al laboratorio psicometrico. La psicologia politica nasce e si sviluppa nel XX secolo (specialmente nel dopoguerra) con l’ambizione di diventare una scienza empirica quantitativa. Per essere considerata “scientifica” secondo i canoni accademici moderni, una disciplina deve produrre dati falsificabili, esperimenti controllati, sondaggi d’opinione, analisi statistiche e correlazioni misurabili su campioni di popolazione. La storia invece è un flusso macroscopico, non replicabile in laboratorio e difficilmente racchiudibile in tabelle statistiche o modelli di regressione lineare. Di conseguenza, la grande narrazione storica è stata progressivamente espulsa dai manuali a favore di focus ristretti sul comportamento elettorale immediato, sugli slideshow cognitivisti o sulle reazioni agli stimoli mediatici contemporanei.
2. La frammentazione disciplinare e la perdita della sintesi. Nel mondo accademico moderno vige una rigida divisione del lavoro: gli storici studiano il passato, i sociologi studiano le strutture sociali, gli scienziati politici studiano le istituzioni e i sistemi di voto, gli psicologi studiano i processi cognitivi e di personalità dell’individuo. Machiavelli per contro era un umanista totale, un segretario di cancelleria e un politico calato nella prassi, capace di tenere insieme filosofia, storia diplomatica e antropologia profonda. Oggi questa sintesi interdisciplinare è rara: la specializzazione spinge i manuali di psicologia politica a concentrarsi su micro-fenomeni specialmente se isolabili (es. il confirmation bias degli elettori sui social media, personalità dei leaders, dinamiche di gruppo nei parlamenti) perdendo la prospettiva evolutiva di lungo periodo che solo la storia può offrire – quindi perdendo di vista la politica reale e la psicologia politica in particolare.
3. Il “Presentismo” e il pregiudizio della modernità. La psicologia politica contemporanea, come pure l’informazione in generale, è fortemente presentista, priva di prospettiva storica e comparativa: tende a focalizzarsi quasi esclusivamente sulle democrazie liberali occidentali contemporanee, sui sistemi elettorali di massa e sui media digitali. Si assume implicitamente che il cittadino o il leader del XXI secolo sia radicalmente diverso da quello del Rinascimento o dell’Antica Roma, a causa del progresso tecnologico e dell’alfabetizzazione. Al contrario, l’antropologia politica di Machiavelli si fonda sull’invarianza della natura umana: le pulsioni profonde che spingono un dittatore a consolidare il potere o una folla a farsi sedurre da una promessa salvifica, sono identiche a quelle descritte da Tucidide o Livio. La psicologia moderna, inseguendo la novità tecnologica e sociale, spesso trascura questa costante sotterranea.
4. La natura della disciplina: descrittiva anziché strategica. Machiavelli scriveva opere a carattere pragmatico e strategico: manuali di sopravvivenza politica e di ingegneria istituzionale (“come si acquista, come si mantiene, come si perde il potere”). La storia serviva da prova provata di regole d’azione efficaci. La psicologia politica accademica odierna, per ragioni di neutralità scientifica e accademica, è diventata prevalentemente descrittiva e diagnostica: spiega perché le persone votano in un certo modo, come si formano gli stereotipi o quali bias cognitivi influenzano la percezione della minaccia. Di rado offre sprazzi di una “grande strategia” o una teoria ciclica del potere, confinandosi spesso in un perimetro di analisi sociologica o psicometrica asettica. Così facendo, la disciplina ha guadagnato in precisione empirica su una parte dei fenomeni contingenti, ma ha perso la capacità di cogliere le grandi faglie strutturali della storia umana. Inoltre ha perso o tolto di vista gli scopi: tratta di tecniche politiche in astratto, senza considerare i fini e gli interessi, i portatori degli interessi e le strategie complessive per i quali le tecniche vengono usate o possono venire usate o sono state usate.
5 -La separazione tra la tecnica e il fine (la teleologia della politica). Mentre per i classici — da Tucidide a Machiavelli, fino a Pareto e Weber — la tecnica politica non è mai neutrale, ma è sempre ancella di un interesse, di una visione del mondo o della lotta per la sopravvivenza e il dominio di determinati gruppi, la psicologia politica e la scienza politica accademica moderna hanno spesso adottato un finto oggettivismo non semplicemente a-valutativo -il che sarebbe corretto- ma deliberatamente cieco rispetto agli scopi. Questa deriva produce conseguenze profonde sul piano teorico e pratico.
-L’illusione della “neutralità tecnica” e la rimozione del cui prodest. Nel tentativo di emulare le scienze esatte, l’accademia moderna tende a studiare i fenomeni politici ed elettorali come se fossero leggi della fisica: analizza i bias cognitivi, le reazioni agli stimoli della paura, i meccanismi di polarizzazione o le tecniche di framing mediatico in astratto. Così facendo, si perde la domanda fondamentale che guida ogni analisi realista: a chi giova? (cui prodest?). Una tecnica di manipolazione dell’attenzione o di ingegneria del consenso viene studiata come un mero “processo psicologico”, svuotata dal fatto che viene implementata da forze precise (apparati di partito, blocchi finanziari, oligarchie, apparati di sicurezza) per raggiungere scopi strategici altrettanto precisi (mantenimento dello status quo, spossessamento di diritti, espansione di un’area di influenza).
-Passaggio dalla grande strategia alla “cassetta degli attrezzi” del marketing. Senza una riflessione sui fini ultimi e sulle strategie complessive, la psicologia politica rischia di degenerare in una sorta di manuale per spin doctor e strateghi della comunicazione commerciale. Non si discute più per quale ordine politico o per quale modello di società si stia lottando, ma semplicemente come ottimizzare il tasso di conversione del consenso, come stimolare l’indignazione a fini di ingaggio digitale o come neutralizzare un’opposizione ridotta a “disturbo cognitivo” da correggere. La politica viene depotenziata della sua dimensione conflittuale e tragica (la lotta per il potere e per la forma della civiltà) e ridotta a una tecnica di gestione amministrativa e psicometrica delle masse.
– La rimozione degli interessi materiali e sistemici. Riducendo tutto a dinamiche psicologiche individuali o di piccolo gruppo (il risentimento, l’identità di gruppo, l’euristica della disponibilità), la psicologia politica contemporanea tende a psicologizzare ciò che spesso è strutturale ed economico. Se una popolazione si ribella, manifesta disagio o si affida a un leader autoritario, i manuali moderni tendono a leggere il fenomeno quasi esclusivamente come un “fallimento della comunicazione”, un deficit di educazione civica o una distorsione cognitiva collettiva. Vengono volutamente ignorati i fattori materiali sottostanti: la contrazione dei redditi, la diseguaglianza strutturale, la perdita di sovranità economica, le tensioni geopolitiche reali. La tecnica psicologica diventa così un anestetico o uno strumento di gaslighting sistemico, volto a spiegare i malesseri sociali come problemi di percezione del cittadino piuttosto che come conseguenze di strategie di potere deliberate.
In conclusione, togliendo di vista i fini, gli interessi e le strategie complessive, nonché la consapevolezza dei conflitti di interessi tra classi sociali, la psicologia politica perde la sua bussola e la sua utilità critica. Senza Machiavelli — ossia senza la consapevolezza che ogni tecnica è uno strumento in mano a forze che lottano per il potere in un contesto storico dato — la disciplina va a trasformarsi in una sterile tassonomia di comportamenti umani osservati in vitro, incapace di spiegare perché il potere viene esercitato, chi ne trae vantaggio e dove quella determinata strategia sta conducendo l’intero corpo sociale.
La politica vera è tutta interessi, scopi e strategie, quindi obiettivamente è assurdo non parlarne nell’ambito della psicologia politica. Il definire la politica come un insieme di “processi cognitivi” o “dinamiche comportamentali” svuotate dalla lotta per il potere, dagli interessi materiali e dalle strategie di dominio è, dal punto di vista logico ed epistemologico, e ancor più dal punto di vista pratico e vitale, un’assurdità scientifica. È come studiare la medicina eliminando lo studio della fisiologia e dei corpi per concentrarsi solo sulle reazioni emotive del paziente alla malattia.
Lo scopo della censura
Il problema se questa impostazione sia finalizzata a non coltivare la consapevolezza apre un dibattito affascinante e spietato sulla natura del sapere accademico e sulla sua funzione sociale. Si possono individuare due livelli di lettura: quello strutturale-funzionale e quello strategico-politico.
-La funzione omeostatica del sistema: la rimozione del conflitto. Anche quando non vi fosse un disegno esplicito, cospiratorio o centralizzato volto a “stordire” il cittadino, l’apparato accademico e tecnocratico moderno produce naturalmente un effetto di disinnesco della consapevolezza, attraverso il sanificare la politica: ridurre i conflitti geopolitici, le diseguaglianze strutturali o le lotte di classe a “distorsioni cognitive” (cognitive biases) o a problemi di comunicazione difettosa, permette di trattare i problemi sociali come guasti tecnici da riparare con la pedagogia o con il nudge (la spinta gentile), anziché come scontri antagonistici tra interessi inconciliabili.
– Il presentare il cittadino come “paziente” da correggere: Se un gruppo sociale si ribella o contesta l’ordine costituito, la psicologia politica accademica, forse per ingraziarsi il potere costituito, tende spesso a diagnosticare il fenomeno come un deficit di razionalità, un eccesso di populismo o una regressione emotiva. Viene così rimosso il dato fondamentale: non di rado quel gruppo ha perfettamente ragione nel percepire di essere danneggiato da una precisa strategia di potere. Spacciare un conflitto di interessi per un errore psicologico è l’arma ideologica perfetta per delegittimare l’avversario senza dover discutere la posta in gioco materiale.
Chi beneficia di una psicologia politica “senza interessi”?
Se applichiamo il metodo machiavellico del cui prodest?, la risposta è evidente. Una griglia d’analisi che rimuove lo studio sistemico degli interessi e delle strategie di potere avvantaggia inevitabilmente chi il potere lo detiene già e non vuole che la sua architettura venga messa a nudo, quindi coltiva:
-Il mito della neutralità: insegnare la politica come una tecnica di ingegneria del consenso o come una serie di euristiche mentali evita che gli studenti e i cittadini sviluppino una coscienza strategica. Entro questo mito non si insegna a riconoscere chi sta muovendo i fili, quali siano i rapporti di forza tra capitale finanziario, apparati statali e sovranità calpestate; ci si limita a osservare come l’elettore medio reagisce a uno spot elettorale.
-La frammentazione della visione: senza la categoria dell’interesse strategico, la storia e la politica appaiono come una sequenza caotica di eventi casuali, di ondate emotive collettive o di “crisi di nervi” della società. Viene meno la capacità di leggere la macro-dinamica: chi pianifica, chi accumula, chi subordina.
La grande rimozione del pensiero realista
La “politica vera” — fatta di rapporti di forza, calcoli cinici, sovranità, conflitti di classe o oligarchici — è esattamente ciò che il pensiero realista classico (da Machiavelli a Gaetano Mosca, da Vilfredo Pareto a Robert Michels) considerava l’oggetto primario della scienza politica.
Questi autori sapevano benissimo che le ideologie, la morale e la psicologia delle folle non sono che la copertura discorsiva (le “derivazioni” paretiane) dietro cui si muovono gli interessi concreti delle élite in lotta per il predominio.
La psicologia politica contemporanea, sterilizzata e ridotta a branca della psicologia comportamentale o del marketing, ha capovolto la prospettiva: anziché usare la psicologia per smascherare le maschere ideologiche dietro cui si celano gli interessi, usa la psicologia per gestire le masse, trattando gli interessi materiali come variabili trascurabili o come fastidiosi “pregiudizi” da superare in nome della governance globale.
In conclusione: che sia il frutto di una miopia accademica autoreferenziale o di una più potente esigenza di depoliticizzazione del dibattito pubblico, il risultato non cambia. Una disciplina che parla di politica cancellando gli interessi e le strategie è come una mappa che omette i confini e i precipizi: non serve a orientarsi, ma a farci cadere nel burrone ignorando chi ci ha spinto.
La riprova della mala fede
Interessi, scopi e strategie vengono trattati dalla sociologia imprenditoriale, ma non da quella politica: ecco il doppio standard con cui la cultura accademica e manageriale contemporanea tratta l’agire umano a seconda che si muova nell’arena economica (il mercato) o in quella politica (lo Stato). Se si guarda alla psicologia d’impresa (od organizational psychology, behavioral economics applicata al business, strategie di mercato e neuromarketing), ci si accorge che essa è totalmente radicata nella realtà degli interessi, degli scopi e delle strategie. L’abisso tra i due mondi è evidente:
La psicologia d’impresa è spietatamente realistica, pragmatica e teleologica. Nel mondo del business e della psicologia aziendale, nessuno si sognerebbe di negare che l’uomo sia un attore mosso da interessi materiali, egoistici, posizionamento competitivo e brama di sopravvivenza o dominio. Gli scopi sono cristallini e sono ammessi: conquistare il profitto, la quota di mercato, la protezione del vantaggio competitivo, la neutralizzazione della concorrenza (spesso con metodi spregiudicati, degni del miglior trattato di Machiavelli). Gli strumenti sono strategici: la psicologia in ambito imprenditoriale viene usata come un’arma di precisione chirurgica. Il neuromarketing, lo studio delle leve motivazionali dei consumatori, la gestione delle risorse umane (per estrarre il massimo valore riducendo il conflitto sindacale) e le negoziazioni avanzate non sono mai svuotate dai loro fini materiali. L’onestà del sistema è garantita: nel capitalismo d’impresa c’è una sorta di onestà di fondo: si sa che le parti in gioco (azienda, concorrente, consumatore, dipendente) difendono interessi specifici e conflittuali. La psicologia serve a vincere la competizione.
La psicologia , di contro, è anestetica e mistificatoria. Nel momento in cui ci si sposta dalla psicologia d’impresa alla psicologia politica, avviene una mutazione genetica: l’interesse materiale, la lotta per il potere economico-statale e la strategia di classe o oligarchica svaniscono d’incanto. Il cittadino è ridotto a caso psicologico: al posto dell’attore economico che persegue lucidamente i propri interessi di profitto, in politica il cittadino viene descritto come un soggetto disorientato da “distorsioni cognitive”, preda di fake news, bisognoso di “educazione civica” o affetto da “populismo”. Disorientamento e distorsioni rispetto a quale normalità? Naturalmente alla normalità unica e definitiva dell’ordine liberale. Si attua così la rimozione del conflitto di interessi: se un’azienda aumenta i prezzi o monopolizza un settore, la psicologia economica ne analizza la strategia commerciale. Se un governo, d’intesa con grandi centri finanziari, smantella lo stato sociale o privatizza asset strategici, la psicologia politica non analizza la mossa come una precisa strategia di espropriazione, ma la riduce a un problema di “comunicazione della riforma” o di resistenza psicologica al cambiamento da parte di masse “retrograde”.
Perché esiste questa divaricazione?
La ragione per cui l’impresa è autorizzata a essere machiavellica e cinica, mentre la politica deve essere sterilizzata in una narrazione psicologica ed etichettante, risiede nella funzione di legittimazione del potere:
Il mercato accetta il conflitto: nel mercato è normale che vinca il più forte, che vi siano monopoli e che gli interessi siano divergenti. La psicologia serve a vincere quella guerra economica. La democrazia deve invece nascondere il conflitto: nella narrazione liberal-democratica ufficiale, lo Stato non è un comitato d’affari o un’arena di scontro tra oligarchie e classi subalterne, ma la “casa di tutti”, il regno della neutralità morale. Ammettere che la politica sia — esattamente come l’impresa — una lotta spietata tra interessi materiali inconciliabili significherebbe smascherare l’impostura del sistema.
Ecco perché la psicologia d’impresa funziona e ha una cassetta degli attrezzi affilata allo stato dell’arte: perché deve produrre risultati reali in un mercato reale. La psicologia politica accademica, al contrario, funge spesso da apparato ideologico di copertura, cioè sovrastruttura: serve a spiegare ai cittadini perché hanno torto quando avvertono che qualcuno li sta spogliando dei loro diritti e del loro benessere.
Ulteriore ragione di nascondere le finalità politiche e trattare invece quelle affaristiche è che gli affari devono decidere la politica, espropriarla: è il passaggio dalla primazia della politica alla primazia dell’economia (o della finanza), quello che in filosofia del diritto e in sociologia si definisce lo spossessamento o l’espropriazione della sovranità decisionale.
Se l’economia e gli “affari” devono dirigere e governare la politica, allora la politica non può più essere intesa nel suo senso classico (ossia come l’arena in cui la collettività definisce i propri destini, esprime conflitti di valore e impone la propria volontà agli interessi privati). Deve diventare amministrazione, servizio tecnico o, peggio, un comitato d’esecuzione per conto di interessi finanziari e industriali sovranazionali.
L’inversione dei ruoli: la Politica come filiale dell’Economia
Perché questo processo di espropriazione funzioni senza innescare rivolte aperte, è necessario che la natura profonda della politica venga nascosta e ridefinita:
a)L’Impresa pensa in termini di fini e strategie: i grandi attori economico-finanziari (fondi d’investimento, multinazionali, conglomerati tecnologici) coltivano una lucidissima consapevolezza dei propri interessi, pianificano su scala decennale, usano la psicologia d’impresa e il lobbying con la spietatezza di condottieri rinascimentali.
b)La Politica viene ridotta a “esecuzione amministrativa”: ai governi e ai cittadini viene sottratta la facoltà di discutere i grandi fini (es. il modello di sviluppo, la distribuzione della ricchezza, la tutela della sovranità). Ai politici viene chiesto solo di essere “efficienti manager”, capaci di applicare vincoli di bilancio, riforme strutturali e direttive dettate dai mercati finanziari.
La politica perde così la sua dimensione originaria — quella dell’architettura della società — per trasformarsi in una mera funzione contabile.
La de-politicizzazione è una strategia di espropriazione. Trattare gli affari come l’unico ambito “razionale” e la politica come un insieme di “umori e distorsioni cognitive da gestire” serve esattamente a questa operazione di espropriazione; i suoi passaggi sono i seguenti:
a)Trasformare le decisioni politiche in “scelte tecniche ineludibili”: se una scelta è presentata come l’unica soluzione tecnica e razionale per rassicurare i mercati, non c’è più spazio per il dibattito politico sugli scopi o sulle alternative. Chiedersi “Cui prodest?” (Chi ci guadagna?) diventa un atto sovversivo o bollato come “populismo”.
b)Privatizzare i guadagni e pubblicizzare i rischi: quando gli affari dirigono la politica, gli strumenti statali (la tassazione, la spesa pubblica, la legge) vengono convertiti in leve per proteggere e garantire gli investimenti privati, sterilizzando la capacità della maggioranza dei cittadini di difendere i propri diritti materiali.
c)Sostituire la Sovranità con la Compliance: In un sistema espropriato, il cittadino non è più un soggetto membro di un popolo sovrano che esprime scopi politici, ma un “utente” o un “amministrato” le cui reazioni psicologiche devono essere monitorate, previste e reindirizzate affinché non ostacolino le dinamiche di mercato.
La psicologia come anestetico della spoliazione
In questo contesto, si comprende perfettamente la funzione della psicologia politica “sterilizzata” e privata dei fini. Se la psicologia politica spiegasse chiaramente alle masse chi detiene gli interessi economici, quali strategie di espropriazione sono in atto e come il potere economico piega le istituzioni democratiche ai propri scopi, essa diventerebbe una scienza di risveglio della coscienza strategica e di classe. Sterilizzandola e limitandola allo studio delle “fobie elettorali”, dei bias d’informazione sui social media o della propaganda quotidiana, la psicologia politica accademica partecipa — consapevolmente o meno — all’opera di copertura: distrae dal saccheggio delle prerogative sovrane della comunità per concentrare l’attenzione sui vizi di percezione della vittima.
Siamo di fronte alla realizzazione di ciò che i teorici delle élite e del realismo politico avevano previsto: la trasformazione dello Stato in uno strumento di servizio per oligarchie finanziarie la cui unica politica ammissibile è la prosecuzione degli affari con altri mezzi.
I testi di psicologia politica evitano di menzionare la Ragion di Stato
La “Ragion di Stato” (raison d’état) è il grande rimosso, il convitato di pietra che non troverai mai — o quasi mai — nei manuali accademici di psicologia politica contemporanea, assieme a tutti i suoi strumenti psicologici, dalla falsa bandiera al terrorismo di Stato, dalla propaganda alle operazioni di destabilizzazione culturale – tecniche che invece trovano ampio spazio nel mio manuale.
Se la categoria dell’interesse economico privato era stata espulsa per non svelare l’espropriazione della politica da parte del capitale, la Ragion di Stato viene cancellata perché il riconoscimento del suo ruolo smonta l’intera impalcatura morale e consolatoria della narrazione liberal-democratica moderna.
Analizziamo ora perché questa esclusione è sistematica e funzionale.
L’incompatibilità con il mito della trasparenza e dei diritti universali. La psicologia politica accademica si fonda sui presupposti del liberalismo progressista: vive nell’illusione (o nella pretesa) che la politica debba essere trasparente, fondata sul consenso informato, sui diritti umani universali, sul dialogo razionale e sul rispetto delle regole procedurali. La Ragion di Stato è l’esatto opposto: è il principio secondo cui la sopravvivenza, la potenza e la sicurezza della comunità politica (o della classe che la comanda e la sfrutta) mettono da parte la morale comune, il principio di trasparenza, di legalità e i diritti individuali. Ammettere che esista una Ragion di Stato significa ammettere che la politica, nei momenti di crisi o di conflitto geopolitico, non obbedisce ai manuali di psicologia cognitiva o di etica dei diritti, ma alla nuda forza, alla segretezza, alla duplicità e alla spregiudicatezza (il “doppio Stato”). Parlare di Ragion di Stato costringerebbe a fare i conti con gli Arcana Imperii (i segreti del potere), con i servizi segreti, con le guerre ibride e con la violenza strutturale su cui ogni ordine politico si regge. La psicologia politica, volendosi presentare come una scienza pulita, preferisce ignorare tutto ciò che puzza di Machiavelli, Carl Schmitt o Thomas Hobbes.
Se la Ragion di Stato prevede che lo Stato agisca secondo imperativi di sopravvivenza strategica che non può giustificare pubblicamente (perché cinici o violenti, immorali o illegali), la psicologia politica compie l’operazione contraria: riduce ogni conflitto sistemico o geopolitico a un problema di percezione psicologica dell’elettore. Quando un governo decide di compiere mosse drastiche, di limitare le libertà, di riarmarsi o di suscitare una guerra mediante operazioni di falsa bandiera – scelte sempre più frequenti, in una tendenza globale alla cronicizzazione degli stati di emergenza – la psicologia politica moderna non analizza l’imperativo geopolitico o la logica della potenza, bensì si concentra su come comunicare quella decisione per evitare il panico, su come usare il framing mediatico per ottenere la voluta percezione collettiva delle notizie, il discredito delle teorie “complottiste”, o su come neutralizzare la “dissonanza cognitiva” dei cittadini. La politica di potenza viene così edulcorata e trasformata in una tecnica di modulazione e direzionamento dell’ansia e dell’ira collettive.
La Ragion di Stato appartiene, inoltre, alla dimensione del tragico: riconosce che la storia è un’arena di conflitti permanenti, dove spesso non esiste una soluzione giusta o morale, ma solo la scelta tra la propria sopravvivenza e la propria sottomissione.
La psicologia politica accademica, figlia dell’ottimismo illuminista e tecnocratico, ha un orrore istintivo per il tragico. Tende a credere che ogni problema sociale, politico o internazionale possa essere risolto con il giusto “dialogo”, con la “comunicazione empatica”, con l’educazione al pensiero critico o con il contrasto alle “fake news”.
Riconoscere la Ragion di Stato significherebbe ammettere che esistono interessi geopolitici e conflitti di potenza irriducibili, che non si sciolgono con un sondaggio d’opinione o con un percorso di psicologia comportamentale.
Ma oggi assistiamo a un paradosso ulteriore: la vecchia Ragion di Stato (la difesa dell’interesse nazionale sovrano) è stata in gran parte archiviata o subordinata alla “Ragion di Mercato” e della finanza globale.
Ciò che muove le grandi decisioni dei blocchi di potere sovranazionali non è più nemmeno la ragion d’essere dello Stato storico, ma la tutela dei flussi di capitale, dei monopoli tecnologici e delle catene di approvvigionamento globali, e altresì dei deflussi di lavoratori espulsi dal mercato del lavoro perché sostituiti dalle macchine.
In questo scenario, i testi di psicologia politica recitano la parte del coro greco: intrattengono il pubblico parlando di polarizzazione sui social media e di bias cognitivi, mentre dietro le quinte si decide — rigorosamente nel silenzio della Ragion di Stato e della Ragion di Mercato — il destino geopolitico ed economico delle popolazioni.
15.10.26 Marco Della Luna
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