Benvenuti!

In questo sito trovate:

* Articoli generali
* Proposte tecniche per rilanciare società ed economia
* Articoli di economia politica
* Articoli in materia sociopsicologica
* Presentazioni di miei libri
* Informazioni su conferenze, presentazioni, convegni, interventi radiotelevisivi
* Links
* Errata corrige di miei libri

Pubblicato in GENERALI | 16 commenti

DOVE PORTANO QUESTE RIFORME

DOVE PORTANO QUESTE RIFORME

Ci sono due linee di riforme “indispensabili per la crescita”. Linee convergenti. Pericolosamente.

La prima linea è istituzionale-strutturale e sta producendo:

-svuotamento dei poteri e dell’autonomia degli Stati nazionali parlamentari

-concentrazione dei poteri politici in organismi sovrannazionali

-isolamento tecnocratico degli organismi decidenti

-soprattutto, indipendenza e gestione autoreferenziale delle banche centrali e della politica monetaria

-riduzione della partecipazione e dell’influenza democratiche sugli organismi decidenti

-riduzione della trasparenza, della responsabilità, della controllabilità degli organismi decidenti

-riduzione della conoscibilità dei loro obiettivi di medio e lungo termine e degli effetti di medio e lungo termine delle loro decisioni.

Queste caratteristiche (votate da quasi tutto il parlamento, perché comportano la blindatura della partitocrazia contro la società civile) sono marcatamente proprie soprattutto dell’UE: quasi tutto il potere, e tutto il potere legislativo, sono in mano ad organismi non elettivi, non responsabili, non trasparenti, burocratici, intergovernativi. L’unico organo elettivo, cioè il parlamento, ha poteri limitati, che preferisce non esercitare (non ha mai costretto la Commissione a un rendiconto), e la sua natura di cagnolino da passeggio è stata evidenziata da come è stato fatto votare il nuovo presidente dell’UE: era ammesso un solo candidato – Juncker – e il voto era segreto. Per giunta, nessun elettore europeo, prima di votare, aveva saputo che sarebbe stato Juncker il candidato unico alla presidenza.

Nessuna meraviglia se le medesime caratteristiche le ritroviamo anche nella urgente e irresistibile marcia delle riforme istituzionali di Renzi: queste riforme, appunto, diminuiscono la partecipazione e l’influenza degli elettori, ostacolano i referendum, danno al premier i poteri sia politico-legislativi, che di controllo (su se stesso) anche solo con un 22% dei consensi. Nessuna meraviglia: è chiaro che l’Italia e la sua costituzione devono essere riformate in questo senso per integrarsi nella struttura autocratica dell’UE.

La seconda linea di riforme, iniziata alla fine degli anni ’70, è quella economico-finanziaria, e punta essenzialmente a difendere e tutelare gli interessi dei creditori finanziari con sacrificio degli altri interessi sociali: il modello di sviluppo keynesiano, caratterizzato dallo Stato che corregge il mercato e fa investimenti anticiclici per evitare la recessione e assicurare l’occupazione, al prezzo di una costante, fisiologica inflazione, viene sostituito con un modello da alcuni ritenuto hayekiano, ma che tale non è perché F. Von Hayek voleva non solo il libero mercato come unico regolatore dell’economia, ma anche uno Stato che tenga il mercato libero dai monopoli e che si astenga dall’assistenzialismo sociale e imprenditoriale. Il modello economico-finanziario imposto all’UE fa per contro tutto questo, anzi in esso i grandi monopoli bancario-finanziari dettano la politica degli Stati e dell’Unione.

Il detto modello raggiunge lo scopo della tutela degli interessi dei creditori-finanziari mediante alcuni principali strumenti: indipendenza-irresponsabilità delle banche centrali dai parlamenti, vincoli di bilancio pubblico (proibizione della spesa pubblica antirecessiva), stretta monetaria, compressione salariale (e della domanda interna) per assicurare un pareggio o un surplus della bilancia estera, socializzazione delle perdite delle banche. Quando la politica economica è affidata ai banchieri centrali, che, per statuto, deliberano e operano non solo in autonomia ma nella segretezza e nella irresponsabilità, la democrazia rappresentativa è finita, il consenso popolare è superato.

Il risultato – prevedibile e inevitabile perché facente parte degli obiettivi – è la deflazione, la disoccupazione, l’avvitamento fiscale, la recessione o stagnazione – che ora si prospetta pure per la Germania.

La Costituzione italiana del 1948 è, per contro, esplicitamente keynesiana: l’art. 1 fonda la Repubblica sul lavoro, non sul capitale, e numerose altre norme riconoscono al lavoro (all’occupazione, alla produzione, agli investimenti) il primato assoluto e la funzione di perequazione sostanziale tra i cittadini; quindi essa è in opposizione radicale e inconciliabile col modello politico-economico costitutivo dell’UE e della BCE, che si basa sulla priorità alla prevenzione dell’inflazione (primaria minaccia per le rendite finanziarie), e per prevenirla impone l’austerità, cioè innanzitutto l’astensione dagli investimenti pubblici anticiclici per uscire dalla recessione – sicché la recessione perdura, diviene strutturale e non accidentale.

La storia della c.d. integrazione europea è in realtà la storia della sostituzione di un modello socio-economico-istituzionale con un modello opposto, ossia dei valori sociali e produttivi, fondanti per la democrazia elettiva e la legittimità costituzionale, col loro contrario: parassistimo finanziario e autocrazia. E’ la storia di un’inversione non dichiarata, che è avanzata di soppiatto, sotto il camuffamento di ideali sbandierati e mai attuati di solidarietà integrazione dei popoli, identità comune, di promesso sviluppo che non arriva mai. Un’inversione di cui oramai sentiamo fortemente gli effetti pratici, anche se molti di noi non sanno da che cosa provengano, e pensano che le cause siano la corruzione o l’evasione o l’articolo 18.

In Italia, oltre a queste piaghe, le due linee di riforme, di cui Napolitano, Monti, Letta e Renzi sono paladini e artefici – soprattutto Napolitano, che, per imporla e accelerarla, deborda continuamente dalla sua funzione di garante e arbitro per intervenire nella politica dei partiti – sul piano economico sta producendo un continuo e rapido aumento del debito pubblico – cioè l’opposto di ciò che promette – e l’emigrazione di capitali, imprese e cervelli, con la deindustrializzazione del paese e la moria delle sue aziende (dirò poi perché queste loro azioni non vanno condannate, nemmeno moralmente).

La direzione, la finalità autocratica, essenzialmente dittatoriale, a cui mira la prima linea di riforme, cioè quelle istituzionali, spiega chiaramente la ragione per la quale, paradossalmente, ci si ostina a portare avanti la seconda linea di riforme, cioè quella economico-finanziaria, sebbene stia producendo effetti rovinosi e contrari a quelli che dovrebbe produrre, tra la sofferenza di milioni di persone: le due linee di riforme convergono in un’operazione di ingegneria sociale, di costruzione di una società radicalmente e apertamente oligarchica che comandi incontrastata le popolazioni fiaccate e rassegnate da molti anni di frustrazioni e insicurezze, e impoverite di redditi, risparmi, diritti civili, sociali, politici. Il modello economico in via di imposizione, con le sue riforme, non importa se produce recessione o stagnazione, il suo scopo reale e non detto non è la crescita, ma una riforma dell’ordinamento sociale e giuridico che assicuri il dominio sulla popolazione generale, la possibilità di sfruttarla senza limiti, l’estrazione da essa di rendite certe per il capitale finanziario anche in periodi di contrazione del pil, e il tutto in modo formalmente legittimo. A questo servono le riforme. E le privatizzazioni, che ieri Padoan ha ripromesso, parlando in Cina, che verranno eseguite.

Torniamo alle riforme strutturali: giustizia, amministrazione, lavoro, privatizzazioni . Il governo afferma che servirebbero per rilanciare il Paese economicamente, ma chiaramente così non può essere.

Le privatizzazioni sono state già ampiamente fatte, coi risultati che sappiamo: regali agli amici del palazzo, peggioramento e rincaro dei servizi per i cittadini, immediato sperpero dei ricavi senza alcuna riduzione del debito pubblico né della spesa pubblica. Le riforme del lavoro ci sono state, e hanno già peggiorato la situazione. La giustizia è già stata riformata molte volte, ed è sempre andata peggiorando. Il processo civile è stato riformato ogni anno per circa 22 anni, ma la situazione non è affatto migliorata. Quello penale ha pure avuto le sue riforme, ma il risultato è negativo. Si può diminuire il numero dei processi aumentando le tasse su di essi, per scoraggiare la domanda di giustizia – e anche questo è stato fatto molte volte, l’ultima il mese scorso – ed è una schifezza. Si può accelerare i processi diminuendo le garanzie e i diritti processuali, e così si peggiora la qualità delle sentenze, già molto bassa. La situazione della giustizia, o meglio della giurisdizione, deriva non tanto dalle regole processuali, quanto dall’incertezza e pletoricità, contraddittorietà e mutevolezza delle norme, comprese le norme di riforma. Deriva dalla litigiosità della popolazione e dalle manie giudiziarie instillate dai mass media. Deriva dalla mentalità e dalle prassi dei magistrati. Tutte cose che non si correggono con le leggi e soprattutto che possono cambiare solo con le generazioni. Analogo discorso vale per la pubblica amministrazione, che è per giunta dominata da una mentalità-prassi tradizionalmente, nel suo insieme, burocratica, corporativa, parassitaria, clientelare, indifferente ai risultati pratici per la gente. E anche questo non lo si cambia con una legge di riforma.

Quindi è assurdo ciò che promette Renzi, ossia che queste riforme strutturali rilancerebbero l’economia. Possono solo rilanciare l’affarismo spartitorio e screditare ulteriormente il settore pubblico – e questo credo sia il vero obiettivo.

Ce le presentano come riforme necessarie e salvifiche, ma queste sono riforme sbagliate e in mala fede sin dal loro concepimento. Nel 1999 l’Ocse tracciava una sintesi delle riforme economiche attuate in numerosi paesi nel decennio che si stava chiudendo. In breve, le linee lungo le quali si era sviluppata l’azione di politica economica in quel decennio e lungo le quali si sarebbe sviluppata negli anni seguenti sono queste:

i) Ampliamento degli strumenti finanziari e riduzione della regolamentazione dei sistemi finanziari;

ii) Riduzione delle aliquote per i redditi più alti;

iii) Liberalizzazione dei movimenti dei capitali e ulteriore liberalizzazione del commercio internazionale;

iv) Deregolamentazione e privatizzazione nei settori delle utilities;

v) Restrizioni all’utilizzo delle politiche industriali;

vi) Flessibilizzazione dei mercati del lavoro e irrigidimento dei criteri di fruizione del welfare state;

vii) Riduzione dell’area dell’intervento pubblico nell’economia;

viii) Riduzione degli oneri, legali ed economici, allo svolgimento dell’attività d’impresa.

Maurizio Zenezini, in Riforme economiche e crescita: una discussione critica, Quaderni del dipartimento di economia politica e statistica dell’Università di Siena, n.696 – Aprile 2014, studiando come, negli ultimi vent’anni, i paesi europei hanno introdotto numerose riforme economiche orientate a rendere le istituzioni economiche più “favorevoli ai mercati”, nella convinzione che l’ambiente regolativo costituisca un fondamentale fattore di crescita economica. In base ai dati empirici, ossia sottoponendo queste riforme alla prova dei fatti, gli effetti sulla crescita e l’occupazione dei più recenti interventi di riforma in Italia appaiono virtualmente nulli nel breve periodo e modesti, nel migliore dei casi, nel lungo periodo. O meglio, risultano nettamente negativi: le riforme flessibilizzanti del mercato del lavoro hanno peggiorato l’occupazione, le riforme bancarie hanno destabilizzato il sistema bancario, etc.

Di fronte agli insuccessi delle riforme che ha imposto, l’OCSE le difende con gli argomenti più arbitrari, chiaramente in mala fede, come il dire che, se non le si fosse fatte, ora le cose andrebbero molto peggio. Conclude Zenezini:

Se le riforme non mantengono le loro promesse, potremo dichiarare che l’efficacia di una riforma già effettuata dipende da qualche altra riforma ancora da effettuare che, a sua volta, richiederà quasi certamente riforme in nuove direzioni: le riforme del mercato del lavoro non funzionano se i mercati dei prodotti restano rigidi, le riforme delle utilities non funzionano se il commercio al dettaglio resta impantanato nelle regolamentazioni comunali, se le lavanderie restano chiuse il sabato pomeriggio, se i giudici non compilano il “calendario udienze” (Ocse, 2013a, p. 86).

In alternativa, si potrà affermare che le riforme agiscono nei tempi lunghi, mentre gli effetti di breve termine sono difficili da modellare, e potrebbero anche essere negativi: “le riforme […] dovrebbero aumentare il prodotto potenziale di lungo periodo, ma la grandezza di questo effetto, specialmente nel breve periodo, è difficile da stimare con qualsiasi grado di precisione” (Ocse, 2013a, p. 84).

Potremmo, infine, puntare il dito contro gli indici “formali” di deregolamentazione.

Gli organismi economici internazionali hanno misurato le numerose riforme fatta in Italia, su questa base esperti e responsabili della politica economica hanno regolarmente tracciato bilanci di tale attivismo riformatore, ma, dato che il paese si è infilato in una traiettoria di declino economico, “si può sospettare che i principi legali della regolamentazione delle attività economiche divergano dalla pratica, o dalla loro percezione, in Italia più che in altri paesi” (Ocse, 2013a, pp. 82 sgg.): se le riforme non funzionano, dovremo rivedere gli indici delle regolamentazioni.

Sarebbe impossibile fornire un’immagine più sconcertante della irresponsabilità che costituisce la cifra latente della politica economica degli ultimi decenni. Nessun riesame delle riforme effettuate è permesso, è impedita la discussione su politiche economiche alternative: se le riforme non funzionano, si può sempre dire che senza di esse le cose sarebbero andate peggio, se gli indici di deregolamentazione non sono correlati con la desiderata performance potremo denunciare l’insufficienza degli indici, se le riforme hanno effetti trascurabili, si chiederà comunque di rafforzarle e di aumentare la flessibilità, se una riforma mirata ad un particolare obiettivo non ha successo, si modificherà l’obiettivo o si punterà in qualche altra direzione.

E’ la stessa irresponsabilità che Keynes denunciava nel 1925 esaminando le conseguenze dellapolitica economica del governo Churchill (Keynes, 1925): Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes, alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto.”

Da quanto detto prima appaiono alcune evidenti realtà, confermate dai fatti:

-in un sistema basato sulla moneta-debito, salvo ripudiare il debito o condonarlo o eliminare i creditori, è matematicamente impossibile azzerare o anche solo ridurre il debito complessivo;

-quindi chi lo propone come principio di virtuosità o come obiettivo o è un cretino o è un mistificatore;

-un singolo paese, se è competitivo nelle esportazioni, può ridurre e persino azzerare il proprio debito estero realizzando avanzi della bilancia delle partite correnti, cioè prendendo denaro da altri paesi, ma ciò matematicamente aggrava in pari misura l’indebitamento estero di questi altri paesi; analogamente, un particolare cittadino, un’impresa, un ente pubblico può chiudere i propri debiti accumulando attivi negli scambi con gli altri soggetti economici, ma ciò si traduce in un pari aumento dell’indebitamento di questi; tuttavia, siccome l’indebitamento complessivo inarrestabilmente cresce per effetto dell’accumularsi degli interessi, tutti i paesi, tutti gli altri soggetti in competizione tra loro tendono ad affondare nell’indebitamento (in metafora: su una barca che sta affondando io mi posso salvare arrampicandomi sulle tue spalle, ma solo provvisoriamente);

-ridurre il debito aggregato implica ridurre la liquidità nel sistema, perché tutta la liquidità è debito-credito;

-quindi comporta un aumento delle insolvenze e dei fallimenti;

-causa inoltre calo della domanda aggregata, quindi calo degli investimenti produttivi, i quali vengono fatti in base alle aspettative di redditività al netto delle tasse; sicché se i potenziali investitori vedono che la prospettiva è di tagli alla spesa pubblica, alta tassazione, riduzione del debito-liquidità, allora prevederanno che la domanda sarà bassa, cioè che non ci sarà domanda solvibile per i loro prodotti, perciò investiranno altrove.

Attualmente in Italia abbiamo un programma di tagli alla spesa pubblica, una pressione fiscale che non può calare anche a causa dei 40 miliardi all’anno di riduzione del debito pubblico che il governo dovrà fare in esecuzione del Fiscal Compact, un reddito e una capacità di spesa in picchiata anche a causa dell’alta disoccupazione e maloccupazione, soprattutto giovanili; inoltre le banche stanno riducendo il credito alle imprese e alle famiglie e tengono altissimi i tassi: sanno che gli aspiranti mutuatari, data la mancanza di continuità del loro reddito, non avranno i mezzi per ripagare i prestiti, quindi logicamente non erogano prestiti, se non raramente e con spread altissimi, al decuplo dell’Euribor, per compensare il rischio – dicono. Quindi oggettivamente non ci sono le condizioni per un’uscita dalla depressione economica. Anzi, è in corso un avvitamento recessivo, che determinerebbe rendimenti altissimi sul debito pubblico, senonché qualcuno -la BCE e/o la Fed-, comprando sul mercato secondario, e distorcendo il mercato, li tiene artificialmente bassi – come fa ancora più vistosamente con le nuove emissioni del debito pubblico greco.

D’altronde le banche italiane (ma non solo italiane) sono piene di sofferenze sommerse, ossia non dichiarate, e magari fanno aumenti di capitale di miliardi, uno dopo l’altro, per un multiplo della valorizzazione di borsa, ogni volta bruciando la liquidità acquista, in base a bilanci falsi, che nascondono questa realtà. Se essa affiorasse, avremmo il global meltdown del sistema bancario. A quale cliente una banca presterebbe il triplo di quello che vale in borsa? Qui siamo davvero “au bord du gouffre”! Eppure il sistema globale non pare aver esaurito la sua capacità di rilanciare e differire. I numeri sono infiniti, quindi, essendo la moneta fatta di numeri, infinita è anche la possibilità di rinviare la soluzione degli squilibri finanziari…

Negli ultimi 20 anni o poco più un altro fattore è all’opera, a danno dell’economia reale e dell’occupazione: il settore speculativo, remunerando i capitali in esso investiti in tempi assai più brevi del settore produttivo dell’economia (consideriamo che un’operazione speculativa può durare mesi o giorni, mentre il ritorno negli investimenti industriali si può avere solo dopo anni), quindi dando rendimenti maggiori di quest’ultimo, sottrae al medesimo molti capitali, tendendo a lasciarlo a secco. Addirittura vediamo che molte banche, dopo aver ricevuto fondi pubblici o della banca centrale, non li prestano, ma li usano in parte per comperare titoli pubblici al fine di migliorare la loro capitalizzazione e di lucrare le cedole, e in parte per speculare, fare trading, in proprio.

Conseguenza di questa competizione sui rendimenti, è che il settore produttivo, per cercare di trattenere i capitali offrendo loro una remunerazione competitiva col settore speculativo, si forza di dare, anno per anno, i massimi utili-dividendi possibili, e a tal fine fa alcune cose aventi un impatto negativo sull’occupazione, sulla produzione e sulla competitività, soprattutto nel lungo periodo:

a)riduce la produzione dal livello che dà il massimo ricavo totale al livello che dà il massimo ritorno sul capitale investito (quindi fa tagli agli impianti e alle maestranze);

b)riduce quanto possibile le spese correnti (compresi salari e manutenzione) nonché per investimenti (compresa l’innovazione) necessari a mantenere le posizioni sul mercato, cioè sacrifica gli obiettivi di medio e lungo termine a quelli di budget – da qui il termine budgetismo, che indica questa distorsione della politica aziendale.

L’ottimizzazione del bilancio è anche richiesta dal bisogno di avere un buon rating dell’affidabilità bancaria, onde mantenere le linee di credito e contenere i tassi di interesse.

Consideriamo anche che i managers degli investitori istituzionali come i fondi di risparmio e quelli pensionistici sono pagati in ragione al volume degli investimenti che attirano, e che questo dipende dai rendimenti che raggiungono, e che questi rendimenti a loro volta dipendono dai rendimenti delle azioni, ad esempio, che hanno in portafoglio. I rendimenti delle azioni dipendono ampiamente dai dividendi che si prevede che staccheranno, quindi di nuovo dalla prestazione anno per anno. Anno per anno, perché i managers restano usualmente in carica pochi anni, sicché non si interessano a come andrà una determinata corporation nel medio o lungo termine. La strategia delle imprese dell’economia reale avrebbe bisogno di pianificazioni e respiro di molti anni, specialmente in campi ad alta tecnologia; ma tutto cospira a distorcerla in funzione dei criteri dell’economia improduttiva. “Tutto questo è il mercato, quindi va bene, interferire sarebbe sbagliato” obietteranno alcuni. In effetti, è il mercato finanziario che interferisce con quello produttivo, cioè con quel mercato che, secondo la teoria, se libero e trasparente, dovrebbe, in base alle leggi sue proprie, portare alla piena occupazione e alla stabilità. E le interferenze del mercato finanziario nuocciono palesemente a quello produttivo. Molte società valide, quando si quotano in borsa, incominciano in effetti a subire queste interferenze disturbanti, che le fanno degenerare gestionalmente. Ciò succede regolarmente con le banche italiane che vanno in borsa. L’idea che la borsa serva a finanziare e a premiare la buona gestione delle imprese è smentita e capovolta dai fatti.

Alla luce di quanto sopra detto, possiamo tranquillamente concludere che, quando un leader comunitario, soprattutto un leader italiano, promette crescita o impegno per la crescita, promette la sospirata flessibilità, promette che l’UE porta allo sviluppo – quando promette queste cose, e insieme dice che “le regole europee”, “il risanamento”, “il rigore di bilancio” saranno rispettati, mente sapendo di mentire, mente per imbonire la gente: il modello che viene implementato attraverso l’UE e l’Italia in particolare non vuole crescita, lavoro, sicurezza, rilancio produttivo, ma stagnazione. Come non vuole partecipazione popolare né diritti sociali. Al massimo sono ammessi interventi di riduzione del disagio sociale per prevenire che evolva in sommossa, o sussidii a categorie sociali realizzati a spese di altre categorie sociali (come gli 80 euro di Renzi), in una logica di divide et impera. Logica peraltro applicata anche tra gli Stati membri: consentire ad alcuni (Germania e soci) un relativo (e provvisorio) sviluppo a spese degli altri, onde avere il loro appoggio per completare l’opera di inversione costituzionale. Che si appalesa, oramai, come un’opera eversiva. E quando ci dicono “fare le riforme istituzionali è condizione per ottenere flessibilità di bilancio dall’Europa”, il significato è: “se non ci lasciate riformare la costituzione per realizzare l’autocrazia che vuole la grande finanza, la grande finanza vi lascia senza soldi”.

Diversamente da altri, io non biasimo moralmente i progettisti e gli autori di quanto sopra. Non dico che sono criminali perché sacrificano il 99% della popolazione agli interessi dell’ 1%. Infatti, il loro modello socioeconomico deflativo-parassitario-autocratico è più adeguato a ciò che i popoli sono, al loro effettivo livello mentale e di consapevolezza, che non è molto diverso da quello del bestiame, come dimostra la bovina docilità con cui si lasciano “riformare”. Il modello democratico, e anche il modello (post)keynesiano, presuppongono che l’uomo mediano e il popolo siano qualcosa che in realtà non sono affatto, quindi semplicemente non possono funzionare. Il modello socioeconomico deflativo ha, inoltre, il vantaggio di riuscire a imporre coercitivamente e dall’alto, di fronte al raggiungimento dei limiti fisici dello sviluppo e alla necessità di ripiegare, la necessaria decrescita ecologica dei consumi e della stessa popolazione, che in regime di democrazie nazionali non si potrebbe ottenere.

24.07.14 Marco Della Luna

Pubblicato in MONETICA ED ECONOMIA POLITICA | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

BILANCIARE L’ITALICUM: PER UNA CAMERA MENO FASCISTA

Si potrebbe ancora riformare la Costituzione, prima di introdurre l’Italicum, stabilendo:

1- i deputati che sono eletti non per voto diretto ma per effetto del premio di maggioranza votano sui disegni di legge ordinaria e sulle  questioni di fiducia poste dal governo;

2-non possono votare sulle leggi costituzionali, le riforme costituzionali, il capo dello Stato, i membri della Consulta e del CSM;

3-non possono far parte delle commissioni di controllo.

Ciò perchè il premio di maggioranza è una deroga al principio di scelta diretta dei votati e di pari rappresentanza tra i votanti, una deroga che si giustifica col fine di assicurare la governabilità e la rapidità legislativa, ma questa giustificazione non vale per le altre funzioni della Camera, cioè per le funzioni di garanzia e di controllo: in esse deve prevalere il principio di rappresentanza e mandato popolare.

Con l’Italicum l’unica Camera politica diviene regno del segretario del partito di maggioranza relativa, il quale, grazie alla maggioranza assoluta dei seggi attribuitagli dal premio, nomina o controlla le altre istituzioni, neutralizzando i controlli e le garanzie.

Uno Stato in cui sono neutralizzati i controlli, i contrappesi, le garanzie e in cui sono sostanzialmente ridotti il principio di scelta diretta dei rappresentanti e il principio della parità tra i votanti è uno Stato tecnicamente dittatoriale.

14.07.14 Marco Della Luna

 

Pubblicato in GENERALI | 6 commenti

LE RIFORME DELLA CASTA PREDONA

LE RIFORME DELLA CASTA PREDONA

Mentre fioccano dati sempre peggiori in campo economico, i partiti italiani, quasi tutti, si uniscono per approvare un insieme di riforme che niente hanno a che fare con l’efficienza e la competitività e il rilancio economico del paese, ma che tutte servono a diminuire la partecipazione democratica dei cittadini, il controllo giudiziario indipendente sull’operato dei politici e ad aumentare il potere della partitocrazia nonché, soprattutto, la sua capacità di mangiare addosso alla gente, indisturbata e impunemente. La casta ladra vuole meno interferenze dei cittadini e dai magistrati.

Ecco l’elenco delle riforme in questione:

Aumento da 50.000 a 250.000 delle firme per le leggi di iniziativa popolare.

Aumento da 500.000 a 800.000 delle firme per proporre un referendum abrogativo. Restrizione del referendum abrogativo alle sole norme che non siano connesse ad altre – quindi a ben poche.

Abolizione della eleggibilità popolare dei consiglieri provinciali, che ora vengono nominati da organi di partito.

Abolizione della eleggibilità popolare dei senatori, che ora vengono nominati pure dai partiti.

Senato riorganizzato in modo da fungere da moltiplicatore di spesa pubblica, soprattutto regionale, come spiegato dall’articolo di Alesina e Giavazzi sotto allegato.

Camera interamente dominata dai segretari dei partiti – praticamente non vi è più una camera che rappresenti il popolo.

Esclusione di milioni di elettori di piccoli partiti dalla rappresentanza nella camera.

Segretario del partito di maggioranza relativa che, anche solo sulla base del 20 o 22% dei voti, decide tutto.

Presidente della Repubblica nominato praticamente dal segretario del partito di maggioranza.

Corte costituzionale e CSM indirettamente nominati, in buona parte, dal segretario del partito di maggioranza.

Commissioni di controllo controllata dal segretario del partito di maggioranza.

Controllo partitico aumentato sulle procure della Repubblica.

Bisognava trovare una soluzione a tutti questi scandali dal Mose all’Expo all’Aquila. Bisogna impedire che vengano alla luce quello della sanità di certe regioni e dell’Alta velocità. Gli apparati dei partiti devono potere fare in sicurezza e il loro lavoro di prelievo sulle risorse pubbliche. Facile unire tutte o quasi le forze partitiche intorno a siffatti interessi.

Il campionato mondiale di calcio doveva fornire opportuna distrazione dell’opinione pubblica dal lavoro di trattative necessario per realizzare questa serie di riforme, ma la Nazionale ha sfloppato. Per fortuna una distrazione alternativa è stata trovata nella vicenda di Yara Gambirasio con il caso Bossetti, reso ancor più appassionante dai risvolti adulterini e genetici.

Non dimentichiamo che questo parlamento può continuare nelle sue suddette riforme grazie al fatto che la Corte costituzionale, con la famosa sentenza 1/2014, nel dichiarare l’illegittimità della sua elezione con quel premio di maggioranza che appunto consente oggi queste riforme, ha violato l’articolo 136 della costituzione che stabilisce che le norme dichiarate costituzionalmente illegittime perdono subito efficacia. Ha violato questo articolo, e si è contraddetta, affermando che questo Parlamento, che legifera grazie ha un premio di maggioranza incostituzionale, però legittimò e legittimato anche a fare le riforme costituzionali.

Quanto sopra sarebbe abbastanza per costringere questo stato pagliaccio a rinunciare alla presidenza semestrale dell’Unione Europea per palese indegnità e violazione dei principi basilari della legalità e della democrazia. Ma ai tecnocrati dell’Unione Europea torna utile proprio uno stato pagliaccio e una serie di riforme che consente di derubare meglio gli italiani del loro risparmio e delle altre risorse rimaste.

Fate le valigie, finché avete ancora qualcosa da metterci dentro. 12.07.14 Marco Della Luna

P.S. Prego notare che il processo di isolamento dei vertici decisionali dal controllo, dall’influenzamento e dalla partecipazione della base – cioè il processo di ristrutturazione in senso autocratico del sistema – procede parallelamente nell’ordinamento politico e nelle grandi aziende, nelle quali il personale più competente, consapevole e dotato di contratti tutelanti viene rapidamente sostituito (ricorrendo a scivoli, accompagnamenti, prepensionamenti, etc.) con personale sprovveduto e assunto  con contratti che lo rendono molto debole e ricattabile, oltreché precario e malpagato. E’ un nuovo sistema sociale, quello che vediamo realizzarsi giorno dopo giorno.

6 luglio 2014 Nuovo senato e interessi delle regioni I MOLTIPLICATORI DELLA SPESA di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi Nei giorni scorsi i senatori hanno modificato la legge costituzionale che definisce i poteri del «nuovo Senato», ampliando le sue competenze sul bilancio dello Stato. Il nuovo testo rischia di aprire un perenne contenzioso fra Camera e Senato rendendo molto più difficile il controllo dei conti pubblici. L’emendamento alla legge, proposto dai due relatori, Finocchiaro (Pd) e Calderoli (Lega Nord), modifica l’articolo 81 della Costituzione là ove esso attribuisce il potere di approvare «le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni», in altre parole le leggi di bilancio. L’emendamento prevede che tali leggi «siano esaminate dal Senato della Repubblica che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione (dalla Camera). Per tali disegni di legge il Senato della Repubblica delibera a maggioranza assoluta dei suoi componenti». Se il Senato propone modifiche, «la Camera, entro i successivi venti giorni, si pronuncia in via definitiva». Apparentemente vi sono quindi due protezioni: il Senato può modificare le leggi di bilancio solo votando a maggioranza assoluta, e la Camera può vararle anche se il Senato le ha bocciate. Ma si tratta di protezioni molto deboli. Il nuovo Senato dovrebbe essere composto in maggioranza da rappresentanti designati dalle Regioni. È facile prevedere che i nuovi senatori faranno gli interessi delle assemblee che li hanno designati, in modo largamente indipendente dal partito in cui militano. Nel nuovo Senato, così, ogniqualvolta vi sarà da proteggere le spese delle Regioni la maggioranza assoluta sarà pressoché automatica. Non appena il governo propone una legge di bilancio, le Regioni subito protestano sostenendo che non ricevono fondi sufficienti, in particolare per la sanità. Ciò che accadrà è che il Senato boccerà le leggi di bilancio sostenendo che esse non assegnano fondi sufficienti alle Regioni. E la Camera finirà per modificarle. Il nuovo testo della legge è quindi un significativo peggioramento della situazione attuale, in cui i senatori rappresentano i cittadini che li hanno eletti e non sono solo dei portavoce delle Regioni. Il problema è questo. La spesa delle Regioni è per lo più finanziata da tasse nazionali, pagate allo Stato. Le Regioni quindi non internalizzano i costi delle loro spese (talvolta faraoniche) appunto perché non sono responsabili delle tasse che le finanziano. È un federalismo costruito male e creatore di deficit. Il nuovo Senato formalizza e rafforza questo modello sbagliato . Certo, rimane la salvaguardia della Camera la quale, essa pure a maggioranza assoluta, può varare una legge di bilancio anche se bocciata dal Senato. Ma comunque l’emendamento Calderoli-Finocchiaro aumenterà il potere contrattuale delle Regioni e quindi la capacità di spesa di enti che sono diventati la maggior fonte di squilibrio dei conti pubblici. È infatti impensabile che anno dopo anno la Camera approvi leggi di bilancio regolarmente bocciate dal Senato. L’emendamento ha quindi creato una legge distorta, che favorisce chi deriva benefici dalla spesa senza sopportarne i costi.

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , | 1 commento

IL PAESE SCEGLIE LA DITTATURA

 

IL PAESE SCEGLIE LA DITTATURA

Pubblicato il 08/07/2014 daadmin

 

IL PAESE SCEGLIE LA DITTATURA: ampio consenso trasversale si raccoglie intorno alla riforma del potere contenuta nel combinato NuovoSenato-Italicum. Bisogna prendere atto della realtà: l’Italia, nel suo complesso, vuole, con volontà costituente, un capo forte e unico, che controlli politicamente anche gli organismi di controllo. Dà più fiducia alla persona che alle regole. Così sia. E che tecnicamente questa riforma realizzi non solo un superamento del modello liberale di Stato di diritto, ma una dittatura vera e propria, non vi è dubbio, come spiegherò.

CONCILIARE RAPPRESENTANZA, GARANZIE E GOVERNABILITA: questi obiettivi erano perfettamente conciliabili adottando un bicameralismo differenziato, così:

a)Fiducia e legislazione ordinaria (governabilità): competono alla Camera eletta (ogni 4 anni) con sistema maggioritario e che può essere sciolta prima della scadenza come ora.

b)Leggi e riforme costituzionali, elezioni di capo dello Stato, giudici costituzionali, membri del CSM, authorities: competono al Senato eletto (ogni 6 anni) senza sbarramenti e proporzionalmente, in modo da rappresentare tutto il corpo votante, e non lasciare fuori milioni di elettori come farebbe l’Italicum”; non può essere sciolto prima della scadenza.

NON LO SI E’ FATTO PERCHE’ L’OBIETTIVO E’ UN ALTRO: la dittatura della partitocrazia, ossia la combinazione di concentrazione dei poteri nelle mani del segretario del partito di maggioranza relativa con la soppressione dei controlli sull’operato dei politici, della partitocrazia – soppressione ottenuta col fatto che il segretario del partito di maggioranza relativa  nomina o fa nominare non solo i parlamentari, ma anche gli organi di controllo e di garanzia, compreso il capo dello Stato, e condiziona direttamente il potere giudiziario. E può cambiare la Costituzione. Non è un regime garantista, perché il leader politico controlla gli organi di garanzia e controllo e non ha più checks and balances. Non è nemmeno una democrazia, perché i parlamentari sono nominati e perché si può ottenere la maggioranza assoluta, quindi pieni poteri, anche con un mero 20% dei voti, che può essere pari al 10% dell’elettorato.

VI E’ UN MALINTESO SULLA DITTATURA: La gente può dare consenso alla riforma dittatoriale in corso  pensando razionalmente che sia giusto, che sia una speranza, se un giovane premier si prende tutto il potere, perché altrimenti nessuno avrà la forza di scalzare i parassitismi, il vecchiume, i blocchi di interesse, etc. Solo che i leaders diventano tali (e vincono le primarie, quando ci sono) essenzialmente per effetto di accordi affaristici di spartizione delle risorse pubbliche e di quelle private (tasse, patrimoniale)- accordi sia interni al partito, che con forze esterne al partito (dalla Chiesa alle grandi imprese alle banche alle assicurazioni alle mafie), che con interessi esterni al Paese (banchieri franco-tedeschi, governo USA).

Quindi la dittatura in preparazione non sarà la dittatura del nuovo e del giovane, ma della partitocrazia e degli interessi discutibili e spesso antinazionali. Il renzismo è l’aggiornamento della partitocrazia, non la sua. Se non fosse così, non accorrerebbero tutti ad aiutare il vincitore, da Sel al M5S, passando per neocentrodestristi e forzisti, politicanti veterani e novellini.

Chi gestirà il premier, gestirà il Paese intero.

Ricordo che cos’è la politica italiana degli ultimi anni: la spartizione delle risorse (aziende, risparmi, capitali, redditi…) tra la partitocrazia (infatti tutti i partiti salgono sul carro di Renzi per partecipare al banchetto) e i poteri forti della finanza soprattutto straniera. La dittatura, il super-premier, servono a loro, a garantire la rendita al capitale finanziario improduttivo e devastante, a spesa dei cittadini. Credo che le manovre di autunno, indispensabili visto il continuo aumentare del debito pubblico e della disoccupazione, ce lo confermeranno tangibilmente.

08.07.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , | 13 commenti

L’UOMO DELLA PROVVIDENZA 2014: RENZI A STRASBURGO

Renzi: l’uomo della provvidenza 2014. Il più efficiente ufficio governativo è quello delle pubbliche relazioni di Matteo Renzi – anche se forse non ha sede in Italia… Renzi è riuscito ad aumentare popolarità e seguito sia nella base che nel ceto politico a dispetto del totale mancamento al suo scadenziario di riforme, a dispetto della scoperta che il suo vantato ottenimento della “flessibilità” all’ultimo vertice europeo era un bluff, e persino a dispetto del perdurante cattivo andamento socio economico. Per non dire della sua raggelante slealtà verso Letta (Enrico, stai sereno!”). La sua capacità comunicativa è più forte dei fatti. Batte Berlusconi. Il suo successo è stato reso possibile da un marketing raffinato, in cui importantissimo è il modo come Renzi previene o schiva il tipo di situazione in cui potrebbe essere messo in difficoltà, ossia il confronto diretto, serio, approfondito sui risultati e sui programmi concreti che vuole e può eseguire – confronto da cui spiccherebbe la sua inconsistenza in fatto di analisi economica e di strumenti di intervento – quindi apparirebbe l’illogicità infantile della fiducia riposta in lui. Per evitare questo tipo di situazione sfavorevole, egli ha cura di apparire sempre impegnatissimo, in movimento veloce, così che chi lo vuole trattenere con domande penetranti e serie andando oltre la superficie appaia, per contrasto, come uno che intralcia il manovratore, non come uno che vuole legittimamente sapere dove si sta andando e con che mezzi. Anche col linguaggio non verbale, Renzi esprime il concetto: scusate, non ho tempo ora, devo fare di corsa cose importantissime e urgenti. Ci vediamo poi. Trasmette l’impressione che chi gli vuole porre domande di merito in realtà sia uno che fa perder tempo. L’uomo della provvidenza 2014 non ha mai tempo per i consuntivi. Come i suoi due predecessori, sa che quando arrivano i consuntivi la bolla delle speranze sfloppa. La sua forza sta nel rilanciare le speranze: a 100 giorni dapprima, oggi a 1.000… il momento della verifica va sempre allontanato. Anche quando è andato, il 2 luglio, a tenere il suo discorso inaugurale al Parlamento europeo, doveva, prima del discorso, discutere con i suoi europarlamentari. Situazione pericolosa nel senso suddetto, che egli ha evitato arrivando solo 40 minuti prima dell’inizio del discorso, così che i suoi stessi uomini non hanno potuto approfondire con lui alcunché. Analogamente, dopo il discorso, ha eluso la conferenza stampa nella quale qualche giornalista indipendente poteva metterlo in difficoltà interrogandolo su tutti i temi che nel suo discorso aveva evitato, ed è volato via per concedersi al salotto sicuro di Bruno Vespa. Ora veniamo al discorso. Renzi ha esordito avvertendo che il programma operativo lo aveva depositato alla presidenza del Parlamento in forma scritta E che quindi nel discorso non avrebbe parlato del programma. Il programma, cioè, è una conoscenza riservata ai livelli superiori; per il grande pubblico va bene lo show. Ancora oggi mi risulta che quel programma non sia stato divulgato. Quindi anche il duello verbale con la Bundesbank su debito e flessibilità ha poco o punto significato. Il discorso in questione è tutto forma, contenitore, e zero contenuti. Il contenitore è fatto di enunciati ideologici, figure retoriche, evocazioni culturali di bassa qualità, affermazioni velleitarie. È tutto rivolto all’elettorato italiano, perché Renzi ha cercato di accreditarsi come difensore degli interessi nazionali (mentre non lo è come non lo erano Letta e Monti), nonché di attrarre a sé consenso e simpatia esprimendo giudizi, proteste, accuse, sogni in cui si può ritenere che se riconoscano molti strati popolari italiani: noi siamo bravi, noi facciamo riforme sostanziali, noi diamo più di quanto riceviamo, noi non accettiamo lezioni da nessuno, la colpa è degli altri, noi abbiamo una grande storia dietro le spalle, noi abbiamo diritto a reclamare flessibilità anche perché essa è condizione per il successo anziché insuccesso dell’Europa stessa. Renzi, parlando a braccio, ha fatto il gigione, o il ganzo, come si dice in Toscana, ma con una caricatura della toscanità, uno stile che i miei amici toscani trovano forzato e grossolana, anche nell’ostentazione dell’accento e di alcune caratteristiche fonetiche locali. Insomma, di fronte a una situazione gravemente critica e che si evolve in modo sfavorevole, di fronte al grande dramma sociale, di fronte alla crescente diseguaglianza entro i paesi europei, di fronte al fatto che le zona dell’euro cresce la metà dei paesi dell’OCSE, Renzi, davanti a tutta Europa, parla di Ulisse e Telemaco, di orgoglio nazionale, di sentimenti e ideali, di accoglienza ai migranti, e non di cose concrete.  Tratta il suo pubblico come un insieme di deficienti. Molti, in effetti, lo applaudono. E’ stato uno spettacolo disgustoso. Siccome le cose in Europa vanno palesemente male, molto male, e le tensioni continuano ad aumentare, un approccio serio, professionalmente nonché politicamente onesto, sarebbe stato incentrato sull’analisi di questi mali e delle loro cause, per proseguire con una motivata proposta di soluzioni operative. Renzi avrebbe dovuto rilevare che l’UE ha applicato una teoria economica, con le sue ricette e le sue riforme – tra cui l’austerità – che da anni i fatti stanno smentendo, perché essa non produce risanamento del debito ma aggravamento; e non produce stabilità ma instabilità; e non produce sviluppo ma recessione; e non produce convergenza ma divergenza tra le economie dei paesi europei; e non produce occupazione ma precari, disoccupati e sottoccupati. Se i fatti smentiscono le loro previsioni, la teoria e la ricetta probabilmente sono errate, e non si tratta di aumentare di qualche centesimo percentuale la flessibilità del meccanismo, ma di prendere atto che la teoria è falsa perché confutata dai fatti, come si fa in ogni ambito scientifico. Medesimo discorso vale per l’Euro e i suoi effetti reali. In quanto alle riforme, che Renzi e i mass media presentano al popolo come contropartita per la “flessibilità”, dobbiamo ricordare che quelle riforme vengono dalla medesima teoria confutata dai fatti, e fanno parte di quella linea di riforme del settore bancario e finanziario che hanno permesso, in Europa come in America, le maxi-bolle e le mega-truffe bancarie che, oltre alla crisi bancaria mondiale, con la loro ricaduta sulle finanze pubbliche, hanno prodotto la crisi dei debiti sovrani, dei debiti pubblici, in cui stiamo dibattendoci. E’ proprio il caso di continuare su quella linea? E se vogliono continuare, qual è il loro fine? Precipitare le nazioni in condizioni di miseria e asservimento dal potere bancario? Renzi avrebbe dovuto rilevare che quella teoria smentita dai fatti, quei principi di pareggio di bilancio e liberalizzazione finanziaria pure essi smentiti dai fatti, ormai li difende solo la Germania assieme ai suoi satelliti, e li difende non per ragioni “scientifiche”, ma solo perché ne trae un vantaggio a spese degli altri paesi, in quanto ne assorbe capitali e altre risorse. Quindi il vero problema è un conflitto oggettivo di interessi, e la trattativa, da parte di questi paesi svantaggiati, può funzionare solo se prospetta alla Germania la scelta secca, con una rigida data di scadenza, tra un accordo per nuovo sistema finanziario e monetario da una parte, e dall’altra parte un piano B, di rottura, in cui la Germania abbia da perdere seriamente. Altrimenti niente tutela degli interessi nazionali, ma solo fandonie. E la disputa coi falchi tedeschi è probabilmente solo una messa in scena per illudere il popolo degli sprovveduti. 04.07.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , , | 3 commenti

RENZI A SCATOLA CHIUSA

RENZI A SCATOLA CHIUSA. PRUDENZA NEL DARGLI M,ANO LIBERA

Con Renzi ci vuole prudenza. Tra qualche mesi i gli fatti assegneranno un potere costituente – se manterrà le promesse – oppure il titolo di  ciarlatano e golpista – sempre che non gli donino una scappatoia democristiana per evitare questo aut aut.

Renzi ha ottenuto un ampio consenso popolare alle elezioni europee e un ampio
consenso parlamentare (piegando persino Grillo) grazie non solo allo sfacciato appoggio mass-mediatico ma pure a una serie di promesse tanto convincenti quanto sinora non
mantenute, ossia il calendario riformatore di marzo e il garantito rilancio
della domanda interna attraverso il bonus degli 80 euro.

Ultimamente ha rilanciato alla grande le sue promesse grazie ai risultati delle elezioni europee e dichiarando di aver ottenuto da Bruxelles il via libera alla sua linea di investimenti e allentamenti finanziari.

Egli è forte del suddetto consenso, comunque lo abbia ottenuto, nonché di una ampia ma artificiale maggioranza alla Camera, dovuta a frazioni percentuali e al superpremio di maggioranza (200 seggi) costituzionalmente dichiarato illegittimo dalla sentenza n. 1/2014. Ora vuole riformare tutto, dalla Costituzione alle leggi elettorali, alla pubblica amministrazione, alla giustizia, senza passare per la legittimazione di un voto politico né per i referendum. Dice che bisogna fare di corsa queste riforme perché l’UE avrebbe detto che, se le facciamo, ci consentirà di fare gli investimenti e di rilanciare l’economia.

Ma è vero che l’UE lo ha detto? E’ vero che esiste un patto in tal senso? Oppure è falso, è una millanteria con cui Renzi ci vuole indurre ad accettare le riforme che vuole fare lui o chi gli sta dietro, per i loro interessi? Bisogna vederci chiaro, è indispensabile che quel patto venga definito nei suoi termini operaticvi, nei suoi presupposti scientifico-economici, nonché dichiarato in modo vincolante, ufficialmente, dalla UE, e non solo da Renzi o solo informalmente da qualche altro politico.

Se la UE non lo farà, ciò sarà un indizio che le affermazioni di Renzi sono millanterie.

Se per contro è vero che ha ottenuto dalla UE ciò che afferma; se, come promette e assicura, riuscirà a riformare l’Europa e i suoi meccanismi finanziari errati e distruttivi, nonché a rilanciare l’economia europea e quella italiana in particolare; se riuscirà a invertire la recessione, a riassorbire la disastrosa disoccupazione, a rilanciare investimenti e consumi, a fermare l’emigrazione di capitali e cervelli; allora avrà un legittimo potere costituente per fare ciò che vuole fare, cioè rifondare o riorganizzare il Paese.

Se al contrario il suo si rivelerà un bluff, se sono veri i documenti pubblicati dalla stampa non governativa ed esibiti da alcuni esponenti politici indipendenti, cioè se è vero che Renzi, contrariamente a ciò che afferma, non ha ottenuto margini per investimenti come assicurato, e che anzi deve applicare più rigore di bilancio e nuove tasse per rientrare nei vincoli di Maastricht e nelle imposizioni della Commissione, se lo scopo è trasferire ai finanzieri/banchieri franco-tedeschi o anche italiani ulteriori regalie aumentando le tasse o svendendo risorse pubbliche, come fatto da diversi suoi predecessori, soprattutto della sua parte politica, allora egli si rivelerà un millantatore e un criminale sociale.

Finché questo dubbio non sarà chiarito oggettivamente, è pericoloso e irrazionale dargli il potere che pretende e consentirgli di togliere ulteriore rappresentanza all’elettorato abolendo l’elettività del Senato.

Quindi aspettate prima di permettergli di fare un Senato a nomina essenzialmente partitocratica e non eletto dai cittadini. Aspettate a consentirgli di fare anche, con l’Italicum, una Camera nominata dai segretari dei partiti politici e dominata in base a una piccola maggioranza moltiplicata incostituzionalmente dal premio di maggioranza. Aspettate prima di lasciargli immettere nel parlamento decine di deputati nominati mediante meccanismi accidentali e senza collegamento con la volontà espressa dai cittadini nel voto. Aspettata prima di lasciargli escludere dalla rappresentanza nell’unica camera elettiva milioni e milioni di elettori che sarebbero esclusi dallo sbarramento. Aspettate prima di essere associati a lui in imprese che potrebbero essere tra le più infamanti della storia. Ricordate che il consenso e la legittimazione di cui ora gode li ha ottenuti a credito e che finora non ha mantenuto un solo punto delle sue promesse.

E ricordategli la seguente, semplicissima ricetta:

1:l per la Camera, che vota la fiducia al governo e le leggi proposte: sistema elettorale
maggioritario con premio di maggioranza assegnato attraverso il
ballottaggio.

2: per il Senato, che non vota leggi ordinarie né fiducie, ma vota sulle riforme costituzionali ed elegge i poteri neutri e di garanzia quali il capo dello Stato, i giudici costituzionali, e componenti laici del CSM, le autorità di garanzia e le commissioni di controllo: sistema proporzionale senza sbarramento, in modo di includere e rappresentare fedelmente tutto l’elettorato.

29.06.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , | 10 commenti

LE BANCHE CENTRALI COMPERINO I CREDITI DEGLI ISTITUTI PREVIDENZIALI

BCE usi il suo potere di creare moneta (anche) per comperare i crediti scaduti e deteriorati degli istituti previdenziali (oltre ad altre cose e prima che altre cose).

Il noto istituto socioprevidenziale di un noto paese ha 122 miliardi di tali crediti e ieri ne ha tolto dal bilancio 1,3 perché troppo deteriorati.

Ma se si diffonde la notizia e l’allarme per gli altri 120,7, è un guaio, può arrivare il panico. Se invece la Bce li compra in blocco:

- mette in sicurezza l’economia contro un possibile panico;

- aiuta gli ammortizzatori sociali (attuando un poco di perequazione intra-Eurozona tra paesi forti con attivo commerciale e paesi deboli e in recessione);

-aiuta lo Stato alleggerendo i suoi conti (lo toglie dalla necessità di sovvenire il sistema previdenziale e assistenziale);

 -aiuta le imprese in crisi a sopravvivere rinviando i versamenti dei contributi fino a tempi migliori, in modo che non debbano fallire o liquidarsi per il problema delle scadenze dei contributi

-difende i livelli occupazionali, prevenendo le korti aziendali e i licenziamenti necessitati;

-mantiene redditi di lavoratori e imprenditori, con relativo gettito fiscale per le casse pubbliche.

I crediti così comprati li cederà a un’agenzia di recupero intelligente, realisticamente temporizzato, in modo che non strangoli le imprese vitali.

19.06.14 Marco Della Luna

Pubblicato in MONETICA ED ECONOMIA POLITICA | Contrassegnato , , , | 4 commenti

COMMENTO DEL PROF. ON. CLAUDIO PIOLI, esule in Francia

Carissimo Avvocato: non mi sorprendo di nulla sin dai tempi di Craxi. Da vent’anni Berlusconi definisce i suoi avversari “comunisti”, ma il dilagare della sua spesa pubblica (quando è stato al governo) ha sempre avuto una natura social comunista. Chi ha votato Grillo? Soprattutto chi non credeva nella partitocrazia. Ma Grillo si fa consigliare dalla “rete”, quindi sono sempre degli Italiani che cercano spesa pubblica, come quelli che votano gli altri partiti.

Allora il problema è la democrazia, che bisogna meritare, per non degenerare nell’oligarchia, o in altre forme di gestione addirittura totalitarie. L’Italia sta puntando ormai, almeno in zone che possiamo definire “a macchia di leopardo”, in una confusa forma di anarchia o califfato mafioso camorristico.

L’immissione di una decina di milioni di immigrati permette questo smottamento inarrestabile e violento verso il basso. Non dimentichiamo poi che la metà degli aventi diritto al voto, non vota. Siamo di fronte ad un paesone che non sa dove andare per mettere il pane ed il companatico ogni giorno sulla tavola. Non c’è da stupirsi: aumentando l’insicurezza, come anche nelle zone calde francesi (Banlieu parigine, a Lione, Marsiglia, Grenoble), è facile pensare che le rivolte siano ormai dietro l’angolo e, probabilmente, l’unica via per ritornare all’onestà. Grillo ha comunque ceduto a chi gli ha detto che occorre legiferare (proporre, discutere, emendare…) per cambiare. Non poteva fare diversamente. Certo è che, con l’esprienza di questi ultimi mesi, Grillo ha acquisito una certa esperienza che prima non aveva. L’accordo PD + Lega + Forza Italia gli taglierà comunque le gambe. La sua unica politica è quella di distinguersi sempre dalla partitocrazia, anche cercando di spingere ad apportare qualche modifica (lenta ed insignificante, tenendo conto dei veri problemi!) alle leggi capestro del PD. Per ultimo: la spesa ampia, elastica e sostenibile è impossibile in Italia, ove le rigidità del sistema, volute dal clientelismo, impediranno ogni cambiamento di un certo peso.

Sulla sostenibilità dicasi la stessa cosa : non si combatterà l’evasione e l’aumento delle imposte e dei balzelli continuerà a distruggere la classe media (borghesia privata), contribuendo ad abbassare ulteriormente il livello culturale medio della popolazione, da gettare nelle fauci della eterna propaganda elettorale. Purtroppo si troverà la libertà solo con l’emigrazione: Mazzini l’aveva capito da un pezzo… L’Italia andava bene per gli avventurieri come Garibaldi (nessuno si è mai chiesto di che cosa vivesse questo tipo, dopo aver fatto il marinaio, il ladro di cavalli, il corsaro…).

Buona giornata. C.P.

Pubblicato in GENERALI | 7 commenti

ITALIA: COME FARLA FUNZIONARE

 ITALIA: COME FARLA FUNZIONARE – DOPO LA RESA DI GRILLO A RENZI

 Dopo tutte le campagne giudiziarie, dopo l’Euro, dopo Maastricht, l’UE, il rigore, il sistema paese Italia rimane ad alta corruzione, bassa legalità, bassa efficienza del settore pubblico, alto clientelismo, tendenza declinante in molti settori, forte emigrazione degli elementi migliori, umani e aziendali.
Irrazionale pertanto fare progetti di integrazione europea sul presupposto che il sistema Italia cambi, che si corregga. Ciò non sta avvenendo affatto, e sono decenni che doveva avvenire e non avviene.

 Anzi, oramai, tra il continuo scoppio di scandali sistemici dell’apparato pubblico e degli stessi organi di controllo, perfino i partiti che lottano contro il sistema e che vogliono mandare tutti a casa e che gridavano “arrendetevi, siete circondati!”, perfino questi finiscono per venire a termini con l’espressione partitica di questo sistema e per riconoscergli una più o meno esistente legittimazione “democratica”.

 Quindi, prima si accetta che un corpo sociale non cambia la sua mentalità e le sue abitudini consolidate per l’effetto di un decreto o per l’azione esterna di una nuova moneta, prima si accetta il principio che bisogna organizzarlo per ciò che esso è e non per ciò che qualcuno vorrebbe che fosse, prima si accetta che il partito che va al potere ci arriva (anche) grazie alle ruberie del suo apparato di gestione, e che pertanto il Paese sarà ancora a lungo amministrato da questo tipo di gente - prima si prende atto di tutto questo, cioè della realtà, e meglio è per tutti. O per quasi tutti.

 Razionale è quindi chiedersi: date le caratteristiche di questa società reale, in attesa che
prima o poi se possibile migliorino, come la si deve organizzare per farla vivere al meglio?

 Per vivere decentemente, un paese che ha le caratteristiche dell’Italia deve innanzitutto tornare a una spesa pubblica larga, elastica e sostenibile,

 -che crei, come creava in passato, coesione sociale contenendo al contempo il conflitto di
interesse Nord-Sud;

 -che dia la precedenza al lavoro (dipendente e autonomo) rispetto alle rendite finanziarie, quindi stimoli gli investimenti privati con piani di investimenti pubblici di lungo termine, sostenga il reddito e la domanda, e assorba la disoccupazione involontaria;

 -che renda possibile un fisiologico aggiustamento del cambio (svalutazione competitiva per mantenere le quote di mercato estero);

 -che alimenti un’inflazione idonea a rendere sopportabile  l’indebitamento, agganciando ad essa i salari;

 -che si finanzi senza rischio di default e a bassi tassi di interesse, come prima del 1981(ossia bisogna ritornare a una banca centrale propria, una moneta propria, un controllo del Tesoro Stato su entrambe, un vincolo per la banca centrale di comperare i titoli
del debito pubblico invenduti, un vincolo di portafoglio per le banche a detenere quote di debito pubblico).

 Quella sopra delineata non è una stampella per un paese malato, ma una razionale e funzionale organizzazione per la generalità dei paesi, ossia anche per quelli poco corrotti e molto efficienti. Soltanto che questi ultimi possono vivere abbastanza bene anche senza di essa e con la c.d. austerità, mentre un paese come l’Italia, con l’impostazione monetaria e finanziaria attuale, semplicemente consuma le sue risorse interne e poi muore.

 Se non si attuano queste condizioni, la grande intesa tra tutti i partiti intorno al leader oggi o domani trionfante,  si tradurrà in un’alleanza consociativa per salire tutti sul carro del vincitore e spremere ulteriormente i cittadini e la repubblica, senza più limiti né pudori, dato che non c’è più opposizione, cioè concorrenza e contrasto: un patto fra jene e sciacalli, sotto la direzione dell’avvoltoio d’oltralpe.

 16.06.14 Marco Della Luna

 

 

 

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , , , | 6 commenti

LA CASTA VIVE, L’ITALIA MARCISCE

FINCHE’ LA CASTA VIVE, L’ITALIA MARCISCE

Il Mose di Venezia, la ricostruzione dell’Aquila, l’Expo di Milano, il villaggio della Maddalena, il sistema Sesto (San Giovanni), gli scandali della protezione civile, le mangerie sulla sanità e sui rifiuti nel meridione e nel Lazio, le ruberie sulla TAV e le porcate nei consigli regionali di mezza Italia (tutti quelli su cui si indaga), gli sprechi osceni nei palazzi delle istituzioni siciliane, tutto questo mostra che gli apparati dei partiti politici e della burocrazia sono strutturalmente dediti a queste cose, che la politica e l’amministrazione vivono di questo, che la spesa pubblica viene progettata allo scopo di arrivare a questo tipo di profitti in associazione all’imprenditoria privata.

La partitocrazia equivale alla mafia: controllo di territorio, lavoro, istituzioni, spesa pubblica

L’apparato di un grande partito, nelle sue zone di dominio, prende il controllo dei poteri pubblici (enti locali, uffici territoriali dell’amministrazione centrale, organi di controllo), degli appalti, dei concorsi, delle assunzioni, delle licenze, dei media, della scuola… non lascia spazio alla concorrenza economica, politica, culturale. Per questo può mangiare tanto e, perlopiù, impunemente, senza contrasto. Si comporta esattamente come la mafia. O come certe erbe coprenti per giardino, ad esempio la dicondra repens, che ho seminato nel mio: strisciando, forma un tessuto di radici molto compatto, che soffoca e scaccia le altre erbe, e ti dà un bel prato uniforme. Non occorre tosarlo, però devi innaffiarlo frequentemente.

 Inevitabile quindi che le medesime opere pubbliche costino in Italia il doppio o il triplo di altrove in termini sia di denaro che di tempo. E che le opere e i servizi pubblici siano molto più scadenti e inefficaci e mal concepiti. E che non ci sia alcun miglioramento in tutto ciò, nemmeno dopo la gonfiata epopea di Mani Pulite.

È parimenti assurdo, irrazionale, infantile credere che questo o quell’uomo politico possa risanare e voglia salvare il Paese: qualsiasi premier, qualsiasi statista politico poggia per il potere e per la fiducia in Parlamento su quegli apparati di partito e di burocrazia, che non lo appoggerebbero se egli impedisse i loro traffici. E un’organizzazione politica che non si adeguasse alla affarismo generalizzato, non riuscirebbe ad affermarsi nell’agone politico.

Irrazionale è anche pensare che la magistratura di un cosiffatto paese possa risanare il  sistema:

Primo, il potere giudiziario per sua natura agisce sui casi singoli e sulle colpe individuali, non sul sistema; e agisce in via punitiva, non preventiva.

Secondo: come andavano le cose si sapeva anche prima di Tangentopoli, si sapeva anche prima degli ultimi scandali, e complessivamente la giustizia non si muoveva; si è mossa solo nel ’92 a seguito del Britannia Party, quando si trattò di arrivare ad altri scopi, soprattutto coprire operazioni di svendita del Paese.

Terzo: se un sistema-paese ha determinate caratteristiche nel complesso, il suo apparato giudiziario non può essere molto diverso. Infatti, nell’affare Mose emergono coperture di magistrati corrotti, e Massimo Cacciari, all’indomani degli arresti di Venezia, ha narrato pubblicamente di aver a suo tempo presentato un dossier su questo scandalo del mosse in una pubblica seduta della Corte dei Conti, senza raccogliere interesse. E un giudice di questa Corte ha denunciato di aver redatto un rapporto sulle mangerie del Mose già nel 2009, ma di essere stato semi-silenziato da un superiore e dalla stessa struttura istituzionale.

Chi presenta lo Stato-apparato come custode o garante o, peggio, fonte della legalità, è un ciarlatano. Lo Stato-apparato è il contrario, è la buro-partitocrazia.

D’altronde, si vede continuamente che anche i condannati per reati amministrativi dopo un poco e escono e ricominciano. Gli uomini della casta si riciclano sempre tra di loro, e
smettono solo se muoiono, questa è la verità constatabile nei fatti. I compagni G non li fermi con l’interdizione dalle attività pubbliche,  ma solo rinchiudendoli a vita o uccidendoli, perché agiscono sott’acqua e non hanno bisogno di assumere cariche pubbliche.
Finché vivranno questi uomini, circa 400.000 secondo il libro La Casta, circa 1.000.000 secondo altri,  l’Italia continuerà a declinare e non inizierà alcun risanamento. Siccome è impossibile e improponibile eliminarli fisicamente, come fecero i francesi nella loro rivoluzione per liberarsi della loro casta parassitaria, non resta che emigrare, oppure rassegnarsi e adattarsi. I moralizzatori senza spada sono controproducenti, fan perdere tempo, finiscono per rafforzare l’esistente – mi sentite, Grillini?

Torniamo al Mose di Venezia. Adesso è stato scoperto il sistema delle tangenti
nell’esecuzione dei lavori. Ma questo, l’esecuzione, è solo il livello più superficiale.

I livelli sottostanti sono molto più interessanti.

Perché non andare a indagare anche la controversa scelta del tipo di soluzione da dare al problema dell’acqua alta? Si sa che la soluzione scelta col Mose fu e resta molto
controversa sia in quanto alla idoneità, sia in quanto ai suoi scopi.

Mio padre Gabriele, ingegnere idraulico, uno dei massimi esperti
in materia, al tempo delle fatidiche decisioni mi descriveva queste perplessità. Purtroppo sono passati decenni e non ricordo dettagliatamente le sue spiegazioni tecniche. Si sapeva che la stessa analisi del problema era viziata da una impostazione arbitraria, strumentale, che nasconde le vere cause dell’acqua alta, cioè l’ampliamento delle bocche di porto e il
restringimento del bacino lagunare.  L’analisi la soluzione, cioè il Mose, si sapeva che erano sbagliate, ma venivano portate avanti legittimate per affarismo. A scopo di spartizione. Così  mi spiegava. L’apparato dello Stato lo sapeva, ma andava bene che
si continuasse a questo modo. L’opera pubblica era un modo per
arricchirsi privatamente, non per servire la cosa pubblica. Il consenso politico,
il potere politico, si basavano su questo e si basano ancora su questo… Altra gente quindi dovrebbe finire agli arresti, altri livelli, anche tecnici e sedicenti scienziati.

Cose analoghe erano avvenute col Vajont., dove si sapeva che il Monte Toc sarebbe franato nell’invaso e avrebbe causato quel che poi avvenne, ma si decise di continuare per affarismo. E con Stava. E ora avvengono con la Tav, opera superata, inutile e nociva anche ai fini commerciali che dovrebbe servire, ma insuperata per gli affari – dunque anche per la partitocrazia.

Ma perché fermarsi al Mose? Perché non indagare tutte le scellerate scelte in
materia di tutela del territorio? Le scelte di cementificazione ed edificazione basate sul falso assunto che le precipitazioni sarebbero scemate negli anni e che quindi non vi sarebbero più state inondazioni e allagamenti? Quelle scelte, i cui autori hanno nomi e cognomi e mio padre li conosceva, hanno causato e causeranno, oltre a decine di morti, miliardi di danni collettivi e profitti privati. Non rivederle, non correggerle, quando è apparso palese che le precipitazioni calavano sì, su base annua, ma si concentravano nel tempo, quindi divenivano più pericolose, è stato ed è un crimine. Dr. Nordio, di grazia, indaghi anche questo – Glielo chiede il sangue delle vittime e quello dei contribuenti.

E perché limitarsi al settore idrogeologico, perché non indagare penalmente la scelta di non avvalersi dell’articolo 123 del Trattato sull’Unione Europea che consente agli Stati di finanziarsi attraverso una banca pubblica direttamente alla banca centrale
europea, così che l’Italia pagherebbe interessi dello 0,25 o 0,15 % anziché
del 5% sul debito pubblico, risparmiando 80 miliardi l’anno? Non è anche questa una scelta meritevole di indagine penale? E altre scelte, parimenti distruttive per il paese, non sono altrettanto meritevoli di attenzione investigativa? Mi riferisco alla scelta di prelevare 57 miliardi con le tasse dagli italiani già colpiti dalla recessione solo per darle ai
banchieri predoni francesi e tedeschi onde assicurare i loro profitti
nei prestiti fraudolentemente da loro concessi a Grecia Spagna e Portogallo? Perché non indagare i cancellieri europei che hanno premuto in tal senso, forse ricattando e limitando nella loro libertà le nostre istituzioni, appoggiati dai banchieri e dalle società di rating?

Perché non aprire un fascicolo sull’imposizione all’Italia dell’Euro, che si sapeva, tecnicamente, che avrebbe causato ciò che ha poi causato, perché si era già visto con lo SME,  perché molti economisti di vaglia l’avevano predetto e perché gli effetti del blocco dei cambi erano descritti nei libri di testo?

Perché non indagare ed eventualmente perseguire come creato scelte quali quella di dare l’indipendenza dallo Stato alla Banca d’Italia, scelta che ha raddoppiato in pochi mesi il debito pubblico sul Pil, sul prodotto interno lordo?

La politica italiana degli ultimi decenni è piena di simili scelte distruttive per il paese e lucrative per determinati soggetti finanziari, lucrative in termini sia di denaro
che di potere. Perché non indagare se costituiscano crimini contro gli
interessi nazionali? Alto tradimento? Attentato alla sovranità e indipendenza nazionali mediante violenza economico-finanziaria sulla popolazione e l’economia del Paese?

Perché non indagare, rovistando innanzitutto nei circuiti di compensazione bancaria semi-segreti (Clearstream, Euroclear e Swift) se i nostri politici, ministri, altri statisti, oltre a prendere soldi dalle grandi imprese per i grandi appalti, hanno preso soldi o altre utilità da finanzieri o statisti stranieri per fare quelle operazioni disastrose e che si poteva prevedere che avrebbero causato disastri per l’Italia e vantaggi per quei determinati soggetti?

Forse agli italiani non interessa nulla di ciò che riguarda la sfera della legalità e della moralità, e accettano che i loro governanti siano sleali e traditori.

Oggi riscuote successo e riscuote consenso un personaggio che ha  pugnalato alle spalle il suo compagno di partito allora premier dicendoli di stare tranquillo, che non gli avrebbe tolto Palazzo Chigi. Un personaggio che ha violato la promessa fatta pochi giorni prima alla nazione dicendo che non avrebbe accettato il premierato se non passando per le urne. In altri paesi un uomo così non sarebbe stato proponibile in politica. Davvero buone credenziali, per un moralizzatore! Con che coraggio si è presentato, dopo di questo, agli elettori, e con che faccia si presenta ora a presiedere l’Unione Europea?
Ma forse proprio quelle caratteristiche del novello statista sono ciò in cui
moltissimi italiani si identificano, si riconoscono, ciò in cui vedono grandi capacità, il contrassegno dell’uomo del destino italiano.

I poteri che lo hanno scelto, che lo hanno elevato da una condizione di sindaco di una città di medie dimensioni a candidato premier, che gli hanno dato tutto il possibile appoggio tv pubblico, hanno quindi scelto in modo molto oculato, ben conoscendo la psicologia nazionale, sapendo che gli italiani non avrebbero rifiutato un così fatto profilo ma anzi ne sarebbero stati entusiasti. Al punto di non andare a vedere se la mancia degli € 80 sarebbe loro costata molto di più in termini di maggiori tasse e tagli di servizi. Di non
badare al fatto che il novello premier non ha una strategia macroeconomica per rimediare alla situazione complessiva. Che la disoccupazione, la domanda interna, gli investimenti, il debito pubblico continuano a peggiorare senza indicazioni di miglioramento. Che tutto ciò che il governo fa è autofinanziarsi prendendo i soldi del risparmio degli italiani per
ridistribuirli senza creare nuove fonti di reddito al paese. Che l’apparato del partito pigliatutto ha una storia analoga a quella degli altri partiti di potere e spesa pubblica, e che non ha chiarito come i suoi uomini hanno gestito o lasciato gestire il Monte dei Paschi di Siena, saccheggiato di oltre 10 miliardi.

Tutto ciò non impedisce al novello statista di dichiarare, con la massima e più virginale serietà di espressione, che, se fosse per lui, condannerebbe per alto tradimento tutti i pubblici funzionari e amministratori che si lascino corrompere.

Davvero il personaggio giusto, per ridare la moralità alla Repubblica!

Il titolare delle indagini sul Mose, dr Carlo Nordio, Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, pubblicò nel 1997 un importante saggio, Giustizia, che io citai nel mio Le chiavi del Potere (2003), scrivendo: “dalle famose indagini sulla corruzione politica e amministrativa in Italia è affiorato – dice il dr. Nordio… … – che le tangenti si distribuivano secondo una proporzione costante tra i partiti politici: 40% – 40% – 20%. La Dc e il Psi (40% e 20% rispettivamente) si sono sciolti sotto i colpi degli scandali, delle indagini, delle inchieste. Il Pci, ora Pds, beneficiario dell’altro 40%, secondo l’illustre Autore, è invece andato al governo dopo 50 anni di opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati, dopo l’uscita del libro Giustizia, in cui il dr. Nordio si permetteva alcune benevole e mitigatissime critiche alle lobbies dei suoi colleghi, e ai parteggiamenti filocomunisti di certuni, attaccò il dr. Nordio con toni e contenuti molto preoccupanti, che io trovai esagerati e sorprendentemente minacciosi per un Paese in cui vige libertà di espressione.”

06.06.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , | 8 commenti