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L’EUROPA E’ SOLO UN’ESPRESSIONE GERMANICA

L’EUROPA E’ SOLO UN’ESPRESSIONE GERMANICA

L’Italia è solo un’espressione geografica e l’Europa è solo un’espressione germanica: Euro macht frei.

L’unione europea e l’euro vennero spacciati come strumento per unificare i paesi europei. L’effetto è opposto. I paesi mediterranei, pieni di debiti e di disoccupati, dopo aver ceduto gli asset migliori, vengono spinti verso il Terzo Mondo, mentre il Terzo Mondo, sui barconi, viene spinto dentro di essi. La separazione tra nord e sud d’Europa viene resa sempre più dura e insuperabile. Zero solidarietà e zero veduta d’insieme. Menefreghismo totale e compiaciuto: i paesi nordeuropei si stanno costruendo il loro subcontinente coloniale per trarne mano d’opera e lavorazioni a buon mercato.

L’idea di unificazione europea era assurda sin dall’inizio: bastava guardare alle costanti storiche delle principali nazioni europee che dovevano unificarsi, per predire che questo progetto era irrealizzabile. E che, se realizzato, avrebbe portato a un incrocio tra una polveriera come la Jugoslavia unita e una palude malata come l’Italia unita.

Superiore efficienza, solidarietà interna, conformismo, sopraffazione degli altri popoli, soprattutto se mediterranei, assenza di scrupoli: queste sono le caratteristiche politiche e culturali del popolo tedesco oggi, esattamente come ai tempi del Terzo Reich, ai tempi del Secondo Reich e anche prima. Le atrocità della seconda guerra mondiale, le invasioni di paese neutrale, le stragi di civili, anche di bambini, le compivano anche nella prima, non avevano bisogno di aspettare Hitler e il nazismo. Hitler e il nazismo sono un’espressione dell’animo tedesco, non viceversa. Non un fattore esterno e transitorio di disturbo.

Nella consapevolezza di ciò, dopo la prima guerra mondiale, i vincitori le imposero dure condizioni economiche, studiate per impedire che risorgesse come potenza militare.

Visto che ciò non era bastato, dopo la seconda guerra mondiale, la si si ridusse molto di dimensioni e la si divise in quattro zone di controllo; ma esistevano piani più radicali per renderla inoffensiva, facendone un paese puramente agricolo. Quasi dimenticavo: durante e dopo la guerra, sovietici e statunitensi sterminarono deliberatamente diversi milioni di civili e di prigionieri tedeschi, trucidandoli o facendoli morire di fame e di stenti.

Effetto di queste misure e di queste stragi, è stato di consolidare l’atteggiamento morale condiviso da quel popolo, ossia considerare gli altri popoli come avversari da sottomettere non appena possibile. Con mezzi economici, se non con mezzi militari.

Passiamo al Regno Unito. Anche i britannici di oggi continuano i caratteri storici del loro atteggiamento verso l’Europa continentale: Né dentro né fuori, ma meglio fuori che dentro, possibilmente alla distanza giusta per controllare. Nel 2017, faranno un referendum per l’uscita dall’Unione Europea. È però ben possibile che minaccino di farlo allo scopo di ottenere, come già hanno fatto in passato, più vantaggi economici e privilegi dall’Unione Europea, disposta a pagare pur di evitare l’uscita di un membro così insigne, la quale sarebbe una dimostrazione di fallimento dell’Unione Europea stessa, forse l’inizio della sua scomposizione. Ossia, è probabile che da Londra stiano dicendo: Voi, eurocrati predoni e parassiti di Bruxelles e Strasburgo, se volete continuare a fare i vostri comodi, se volete che non rompiamo il vostro giocattolo, la vostra macchina da soldi, pagateci.

La Francia mantiene costante la sua identità e fierezza nazionale, la sua forza militare e nucleare indipendente, la sua politica razionalmente egoista anche se spesso ingenua, come dimostrato dagli esiti del suo Asse con la Germania, con cui i suoi nani politici si illudevano, e illudevano la gente, che la Francia potesse condividere con questa il dominio sull’Europa, anziché restare al guinzaglio finanziario delle sue banche.

Dell’Italia, paese senza peso internazionale, anzi ormai sostanzialmente governato dall’esterno, con oltre vent’anni di ininterrotta decadenza funzionale alle spalle e la mafia come mentalità e metodo della sua politica e della sua burocrazia, non serve dire molto: per un paese appena efficiente, l’unirsi ad essa sarebbe autolesionismo.

Quanto puerile idealismo, quanto bisogna spinellarsi, per credere oggi che da questi presupposti di fatto possa nascere un’Europa unita, se non attraverso la violenza, la coercizione e la sopraffazione? Ma se questo è il progetto degli architetti che hanno consegnato e calato dall’alto questo ordinamento europeo e questa moneta unica con le sue regole di bilancio, allora proprio la Germania, la patria dei Lager e dei campi di lavoro forzato, è il suo vero e immancabile strumento di realizzazione. Euro macht frei.

30.05.15  Marco Della Luna

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PEDAGOGIA DELLA CRISI CONTINUA

PEDAGOGIA DELLA CRISI CONTINUA
La lunga crisi economica, e non solo economica ma anche sociale, costituzionale, morale, culturale, sta letteralmente rieducando i popoli: questa è la riforma delle riforme. Insegna loro una lezione importante e penetrante. L’uomo impara ad interiorizzare una diversa e molto più modesta e docile concezione di se stesso, dei suoi diritti fondamentali, delle sue prospettive esistenziali. Taglia pretese e aspettative.

La crisi prevedibilmente verrà portata avanti, con gli strumenti di destabilizzazione descritti nei miei precedenti articoli (Comunitarismo e Realismo, Questa non è una Crisi Economica), finché questa lezione non sarà stata assimilata e finché la precedente maniera di considerare il mondo, la società, i diritti dell’uomo, non sarà stata dimenticata o perlomeno “sovrascritta” da una nuova coscienza, imperniata sugli elementi seguenti:

Il rating delle agenzie finanziarie e le variabili “necessità” del mercato sono la fonte normativa suprema, superiore ai principi costituzionali e prevalgono su di essi; lo Stato di diritto e garanzia è finito.
Conseguentemente, i diritti di partecipazione democratica e di rappresentanza del cittadino sono condizionati e comprimibili.
Le scelte di politica economica, del lavoro, dei rapporti internazionali discendono da fattori di mercato superiori alla volontà popolare e sono dettate ai popoli dall’alto, da organismi tecnocratici sovranazionali, che non sono responsabili degli effetti di tali scelte e possono mantenerle in vigore quali che siano i loro effetti, mentre esse non sono rifiutabili dai popoli e dai loro rappresentanti.

Se così non fosse, si metterebbe in pericolo il pil, il rating, lo spread. In effetti, gli Stati sono politicamente impotenti e subalterni, essendo indebitati in una moneta che non controllano più essi, ma un cartello bancario, da cui essi dipendono per rifinanziarsi,

Il cittadino è essenzialmente passivo: subisce senza poter reagire, interloquire, negoziare, le tasse, le tariffe, i prezzi imposti dallo Stato, dei monopolisti dei servizi, dell’energia, di molti beni essenziali. Subisce senza poter reagire il tracciamento di tutte le sue azioni, spostamenti, incassi, spese, consumi.
Lo Stato, la pubblica amministrazione, le imprese private monopolistiche che operano in concessione, lo governano e agiscono su di lui da lontano, con mezzi telematici, senza che egli possa interagire con tali soggetti.
Come lavoratore, deve accettare una strutturale mancanza di garanzie e pianificabilità, di stabilità dei rapporti e dei redditi, di continuità occupazionale, di prospettiva di carriera e persino di una pensione sufficiente a vivere.
Come consumatore, deve accettare i prezzi e le tariffe fissate da monopoli multinazionali o da monopoli locali ammanicati con la casta politica.
Deve accettare senza discutere che lo Stato, pur potendo investire e rilanciare l’economia e l’occupazione, scelga piuttosto di lasciare milioni e milioni di persone senza lavoro e nella miseria, nonché senza servizi pubblici decenti, per rispettare i parametri astratti e senza alcuna utilità verificabile, o addirittura dannosi.
Deve accettare che i suoi risparmi, sia in valori finanziari che in beni immobili, siano posti in line e gli vengano gradualmente sottratti con le tasse, le bolle, i bail-in, e che non gli rendano più niente, e che i rendimenti siano solo per i grandissimi capitali, quelli di coloro che comandano la società, e che si muovono in circuiti finanziari off shore dove non si pagano le tasse.
In fatto di ordine pubblico, deve accettare che la sicurezza sia garantita in misura limitata e in modo pressoché occasionale, che molti delitti e traffici criminali si svolgano in modo tollerato, che molti malfattori non vengono perseguiti o vengano subito rilasciati. Deve rinunciare ad essere tranquillo e padrone sul suo territorio. Deve rinunciare ad avere un territorio suo proprio.
Deve inoltre abituarsi a non considerarsi portatore di diritti inalienabili e propri di cittadino, in quanto vede gli immigrati anche clandestini preferiti a lui nei
servizi sanitari, nell’edilizia popolare, nell’assistenza pubblica in generale, e protetti quando commettono abitualmente reati. Deve capire che è lo Stato, dall’alto e insindacabilmente, a dare e togliere diritti, a stabilire chi ha diritti, chi non ne ha, chi ne ha di più, chi ne ha di meno.
Deve accettare come giusti, normali, inevitabili nonché benefici, i flussi di immigrazione massicci che stravolgono la composizione etnica e culturale del suo ambiente sociale.
Deve accettare la fine delle comunità e delle formazioni intermedie, perché tutti gli umani, indistintamente, sono resi per legge e per prassi amministrativa omogenei, equivalenti, monadi solitarie e senza volto davanti allo schermo, al fisco, agli strumenti di monitoraggio e, se necessario, ai droni.
Deve accettare la fine delle identità e dei ruoli naturali: fine della famiglia naturale in favore di quella Fai Da Te, fine della differenziazione tra i sessi in favore della scambiabilità del gender, fine della nazione come comunità storica etico culturale in favore del villaggio globale omogeneizzato, fine delle democrazie parlamentari nazionali sovrane in favore di un senato mondialista, bancario e massonico.
Deve imparare che il suo ruolo è la passività obbediente, che non ci sono alternative; e a rifiutare come populista, infantile, fascista, comunista, retrivo qualsiasi pensiero strutturalmente critico verso questo nuovo ordine di cose.
26.05.15 Marco Della Luna

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L’USURA OCCULTA DELLE GARANZIE DI STATO

L’USURA OCCULTA DELLE GARANZIE DI STATO

Il Fondo di Garanzia, i Confidi e le commissioni d’oro.

Può un governo  legalizzare frodi e usura, può trasferire dalle banche ai risparmiatori e crediti deteriorati verso le imprese in difficoltà, consentendo l’applicazione di tassi e commissioni da strozzini? 

Le imprese in difficoltà, anche strutturali, dovute a inefficienza, sovrindebitamento o ad altra causa, non riescono a finanziarsi sul mercato in modo normale. Oggi, notoriamente, vi sono innumerevoli piccole e medie imprese in queste condizioni, non più vitali, avviate al fallimento o comunque alla chiusura. Dall’altra parte, le banche sono gravate da molti crediti deteriorati, incagliati, in sofferenza, verso queste imprese. Buona parte dei crediti deteriorati, che superano i 360 miliardi e sono in costante aumento, non sono ancora dichiarati nei bilanci delle banche, perché farlo avrebbe gravi conseguenze sul rating e sulla capacità operativa delle banche medesime.

La legge 662 del 1996, art. 2, comma 100, lettera a), ha istituito il fondo centrale di garanzia, a carico dello Stato, a beneficio delle piccole e medie imprese, per agevolarle nell’ottenimento di credito bancario mediante il rilascio di garanzie dello Stato in favore delle banche, in modo che queste accettino di prestare i soldi a tali imprese sebbene in difficoltà, sapendo che, se queste non pagheranno, pagherà lo Stato. La garanzia pubblica può essere diretta, cioè a beneficio della banca; oppure indiretta, a beneficio di un consorzio di garanzia privato, come i noti confidi e organismi di garanzia regionale; questi enti a loro volta garantiscono la barca erogatrice del prestito. Nel primo caso, ossia la garanzia diretta, lo Stato garantisce fino al 90% dell’operazione finanziaria, mentre nel secondo caso controgarantisce fino al 90% della garanzia. Ciascun organismo di garanzia può garantire finanziamenti fino a 25-30 volte i propri depositi liquidi in banca (ma chi controlla il valore effettivo di tali depositi e il rispetto della soglia di 30 volte?), quindi il Fondo di Garanzia statale è molto esposto e, in caso di insolvenza diffusa dei soggetti garantiti o controgarantiti, sarebbe necessario rifinanziarlo, eventualmente con una tassa straordinaria.

Orbene, state a sentire che cosa ha fatto il governo Renzi a favore dei banchieri e a spese dei conti pubblici.

Il Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ha emanato il decreto numero 176 del 2014, che, fra le altre cose, dispone un alleggerimento, cioè un allargamento dei criteri per la concessione di garanzie e contro garanzie in favore delle suddette imprese. Sostanzialmente, adesso lo Stato presta garanzia anche per quelle che prima erano giudicate troppo malandate per essere garantite – praticamente, si espone (cioè espone i contribuenti) anche verso le aziende già moribonde.

La garanzia viene prestata quasi gratuitamente: ossia lo Stato, è a dire noi, rischia, senza ricevere in cambio alcunché. Quando si tratta di micro finanziamenti fino a € 35.000, il fondo pubblico di garanzia non può eseguire alcuna valutazione di merito di credito, e deve lasciare che a farla siano le banche che esso garantirà, anche se dette banche sono palesemente in conflitto di interesse con il fondo pubblico, come apparirà evidente nel proseguimento. In più, non può chiedere alcun compenso per la garanzia che presta.

In concreto, avendo sotto gli occhi alcuni casi specifici, vedo che il taeg applicato a questi prestiti e circa il 9,30%, le commissioni trattenute dalla banca erogante sono circa l’1,25%, le commissioni prelevate dall’organismo di garanzia controgarantito dallo Stato sono del 13% circa; Sicché, considerato il moltiplicatore suddetto di 30, un consorzio fidi può incassare di commissioni fino al 390% della sua liquidità depositata! E’ un caso che questi organismi possano essere costituiti anche dalle banche stesse?

Con i tassi e le commissioni suddette, un prestito quinquennale di € 500.000 nominali, come quello che ho sotto gli occhi mentre scrivo, si riduce a 443.250 dopo le commissioni della banca, e a 384.541,45 dopo le commissioni del consorzio di garanzia privato. Ma allora è chiaro che, allora, il tasso del 9,30 % annuo è un’illusione, perché non considera anche le commissioni del consorzio di garanzia privato e non è calcolato sulla somma effettivamente prestata; altrimenti, temo che la soglia dell’usura sarebbe facilmente superata. Ma in ogni caso, dal punto di vista monetario, non è usura far pagare alle imprese il 12% di interesse e commissioni (art. 644 CP) quando la BCE presta praticamente a tasso zero alle banche? e quando le imprese tedesche lo pagano il 2%?

È chiaro insomma qual è il risultato di tutto ciò:

Primo: lo Stato offre alle banche una garanzia diretta o indiretta con cui le banche possono chiudere le loro disposizioni attuali con clienti in difficoltà e trasferirle sullo Stato stesso, cioè sui contribuenti. Cioè le banche erogano il prestito garantito dallo Stato ai loro clienti-debitori, in modo che questi estinguano i debiti preesistenti verso la banca, che non sono garantiti dallo Stato. In tal modo, le perdite sui crediti deteriorati è trasferita dalle banche ai contribuenti: una generosa regalia del governo ai banchieri.

Secondo: lo Stato consente, sempre a carico dei contribuenti, a enti di garanzia privati, che in teoria non hanno fine di lucro, di incassare laute provvigioni dalle tasche di imprese in difficoltà che chiedono la loro garanzia. Ma allora perché lo Stato, attraverso le sue banche, non eroga direttamente le garanzie facendosele pagare ad una commissione ragionevole, diciamo il 5%, anziché addossare sui contribuenti tutto il rischio e lasciare agli organismi di garanzia privata e alle banche tutti i profitti? O perché non eroga direttamente i prestiti attraverso le proprie banche, invece di lasciare che siano le banche private a incassare gli interessi trasferendo il rischio allo Stato?  Bisognerebbe controllare che uomini politici o partiti politici hanno interessenze nei predetti organismi di garanzia, oltre che nelle banche beneficiarie delle predette regalie. E se questi organismi paghino le tasse sugli utili che realizzano.

Terzo: i titolari delle imprese in difficoltà, spesso già spacciate, che si vedono offrire soldi a tassi usurari o comunque molto elevati, sapendo di non poter sostenere quei tassi, sono indotti a farsi prestare i soldi e a tenerseli, così almeno falliscono con qualcosa in tasca per il futuro. O anche li usano per chiudere le posizioni che hanno garantito personalmente, così salvano la casa ipotecata. Lo possono fare, perché non è previsto alcun vincolo/controllo di impiego delle somme ottenute a prestito con le suddette garanzie. Pensate a quell’imprenditore, già in difficoltà finanziarie, che ha ricevuto € 384.500 effettivi e deve pagarne 500.000 oltre agli interessi del 9,30% su 500.000. Non vi pare tutto assurdo? Che senso ha prestare soldi a tassi superiori a strozzo a un imprenditore che ha già l’acqua alla gola, se non aiutare le banche e lucrare interessi e commissioni ai danni dello Stato?

In questa fase iniziale, per effetto del suddetto decreto del 2014, stiamo avendo un’ondata di concessioni di crediti nel modo suddetto a imprese non sane, non vitali.  Licenziamenti e chiusure di attività sono rinviati, e questo contribuisce a nascondere il malandare economico, a beneficio dell’immagine del governo. Ma nel giro di pochi anni gran parte di queste imprese chiuderà o fallirà, e le garanzie e controgaranzie dello Stato saranno escusse dalle banche. E allora si dovrà fare una manovra fiscale per chiudere il buco.

Già ora diversi consorzi di garanzia non rispondono più alle lettere degli avvocati che li interpellano per imprenditori da loro garantiti e divenuti insolventi. E ricordate che il moltiplicatore di queste garanzie è 25-30, e che attualmente nessuno sembra che controlli il rispetto di questo tetto. Quindi, dopo una puntata iniziale di apparente miglioramento per imprese e banche, il cui assorbimento patrimoniale sarà ridotto per grazia  delle ricevute garanzie (quindi le banche potranno, anzi già possono, prestare di più). avverrà che le imprese garantite incominceranno a saltare, e la bomba, se non disinnescata per tempo, potrebbe produrre danni di dimensioni notevoli.

Sarebbe pertanto ora che si accendessero le luci su questa realtà semi-nascosta, che si riformasse questo tipo di intervento pubblico, che venisse istituito un centro di monitoraggio dell’andamento delle imprese che hanno ricevuto le garanzie in questione e del rispetto dei tetti di garanzia, e che la Corte dei Conti, Bankitalia, le competenti commissioni parlamentari, Codacons, Adiconsum, Adusbef, Federcontribuenti e altre associazioni si dessero da fare per prevenire un disastro finanziario annunciato.

05.05.15  Marco Della Luna

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QUESTA NON E’ UNA CRISI ECONOMICA

Questa non è una crisi economica. Spiegata la fretta di Renzi sull’Italicum.

Questa non è una crisi economica, ma è uno strumento, un processo voluto e pianificato per arrivare a sostituire la zootecnia alla politica, ossia per poter governare la popolazione terrestre con la padronanza, sicurezza e assenza di resistenza con cui si governa il bestiame nella stalla o i polli in batteria. E per arrivare e a ciò con la collaborazione della gente, facendole credere che le riforme siano tutte scelte scientifiche razionali e magari anche democratiche (l’aspetto didattico-ideologico, la dottrina dei mercati sani e disciplinanti, la deregulation, la globalisation, la competizione via deflazione salariale). E’ l’ingegneria sociale della decrescita infelice che descrivevo, cinque anni fa, nel saggio Oligarchia per popoli superflui.

Questo processo è stato avviato dalla metà degli anni ’70, mediante una serie di precise scelte: un preciso modello economico, una serie di riforme legislative, di lungo respiro (soprattutto la deregolamentazione del settore bancario, l’indipendenza delle banche centrali, la privatizzazione del rifinanziamento del debito pubblico), che si sapeva benissimo che cosa avrebbero prodotto, ossia una società e un’economia reale permanentemente in balia dei mercati e ricattabili dagli speculatori finanziari. Una crescente concentrazione di quote di reddito, quote di ricchezza, quote di potere, nelle mani dei pochi che decidono. Tutti gli altri soggetti (cioè Stati, imprese, famiglie, pensionati, disoccupati…) permanentemente con l’acqua alla gola, impoveriti, costretti ad obbedire, ad accettare, come condizione per una boccata d’aria o di quantitative easing, dosi ulteriori di quelle medesime riforme. Dosi ulteriori di concentrazione di ricchezza e potenza, di oligarchia tecnocratica irresponsabile e senza partecipazione dal basso, senza controllo democratico. Senza garanzie costituzionali. Era tutto intenzionale. Infatti, nessuno dei meccanismi finanziari che hanno prodotto e mantengono l’apparente crisi è stato rimosso, dopo visti i danni che facevano, nemmeno la possibilità per le banche di giocare in borsa coi soldi dei risparmiatori.

Anche l’euro si sapeva benissimo che cosa avrebbe prodotto, in base a ripetute esperienze precedenti con il blocco dei cambi tra paesi economicamente dissimili. E’ stato introdotto come strumento per creare una certa situazione.

Tutto questo non è un incidente, una crisi, un cigno nero, bensì un’operazione di potenziamento e razionalizzazione tecnologica del controllo sociale; non mira banalmente al profitto economico, il quale ormai è un concetto superato da quando la ricchezza si produce con metodi contabili ed elettronici nel gioco di sponda tra banche e governi, che possono creare tanto denaro quanto vogliono. Mira all’ottimizzazione tecnologica e giuridica del dominio sociale.

Non è una crisi, e soprattutto non è una crisi economica, signori economisti; sicché affannarsi a proporre ingegnose soluzioni sul piano economico e monetario è incongruo, improduttivo. Infatti non vi danno retta, coloro che prendono le decisioni.

Non è qualcosa di accidentale, non stanno cercando di uscirne: è un processo guidato verso un obiettivo preciso e già ampiamente conseguito, un processo a cui nessuna forza politica o morale può opporsi efficacemente, dati i rapporti di forza; e l’unica speranza sta nella possibilità che esso sfugga di mano ai suoi strateghi e ingegneri, per la sua stessa complessità e dinamicità.

La fascistoide riforma costituzionale ed elettorale di Renzi – diciamo di Renzi, ma sappiamo che le riforme strutturali in Italia le detta Francoforte, nell’interesse di padroni stranieri, e che da qualche tempo i primi ministri italiani agiscono su suo mandato – è un tassello italiano di questa strategia zootecnica, disegnato per consentire la gestione dell’intero paese attraverso un’unica persona, un unico organo istituzionale, il Primo Ministro, che assommerà in sé i poteri politici senza contrappesi e controlli indipendenti. I tempi forzati in cui la detta riforma “deve” venire attuata, sono verosimilmente in relazione al tempo per cui si calcola che la situazione italiana possa reggere, prima che vengano  meno le condizioni esterne molto favorevoli oggi presenti, prima che arrivino pesanti scadenze finanziarie (perdite su contratti derivati sul debito pubblico per centinaia di miliardi), prima che si dissolva l’impressione popolare di incipiente ripresa e che si renda necessario imporre nuovi e impopolare i sacrifici.

Quando ciò avverrà, si scateneranno forti tensioni sociali e si calcola di poterle reprimere e contenere grazie a una riforma costituzionale di tipo autoritario, a un governo “forte”, autocratico. Renzi non è un dittatore, è solo un esecutore teleguidato, di modestissime capacità proprie, costruito col marketing. Ma sta preparando il posto di comando per il dittatore che verrà dopo di lui. Ecco il perché della fiducia posta dal governo sull’Italicum, una riforma elettorale che andrà in vigore nel 2016, sicché non ci dovrebbe essere fretta ad approvarla; ma in realtà c’è molta fretta, perché proprio nel 2016 finirà il quantitative easing assieme agli effetti benefici della svalutazione dell’euro, e allora il quadro potrebbe saltare, bisogna avere tutto pronto. Renzi, se vuole continuare a ricevere l’appoggio su cui è costruito, deve rispettare i tempi di marcia dettatigli da chi lo ha fatto.

Ma per rispettare questi tempi, e a conferma del fatto che il suo governo come i precedenti rappresenta l’alleanza (asimmetrica) tra gli interessi della casta  italiana e quelli del padrone straniero, il governo Renzi ha bisogno di mantenere l’appoggio degli interessi parassitari legati alla politica e necessari onde ottenere i voti in parlamento sulle riforme, il che spiega perché non ha toccato i centri di spreco e ruberie come le famose società partecipate né ha proceduto alla spending review, quantunque queste siano urgenze vere. Se l’avesse fatto, la sua maggioranza si sarebbe squagliata subito. Invece il 29 e 30 aprile ben due terzi dai suoi apparenti oppositori interni gli hanno votato la fiducia sulla legge elettorale. Funziona sempre, questa irresistibile attrazione delle poltrone che galleggiano sulle spalle del Paese che affonda.

30.04.15 Marco Della Luna

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BOMBA DEMOGRAFICA: PRIORITA’ SALVARLI O SALVARSI?

Bomba demografica: priorità salvarli o salvarsi?

Le principali cause dell’emigrazione di massa dall’Africa e da parte dell’Asia sono note: la sovrappopolazione e la super natalità, lo sfruttamento agricolo e minerario da parte del capitalismo occidentale e cinese, il tribalismo sociale, l’islamismo, il deterioramento e impoverimento dell’ambiente, la desertificazione, le conseguenti epidemie, carestie, siccità.

Queste cause riguardano centinaia di milioni di persone (negli anni 60 l’Africa aveva 300 milioni di abitanti e oggi oltre 1 miliardo, alcuni paesi principali hanno quintuplicato la popolazione), quindi il numero dei potenziali profughi o emigranti che investiranno soprattutto l’Italia è di centinaia di milioni e cresce continuamente col crescere della popolazione delle zone di provenienza. Sia chiaro, pertanto, che non vi è un numero determinato di persone in difficoltà da “salvare”, da “accogliere”, sistemate le quali il problema sia esaurito. Ce ne saranno sempre di nuove.

Seppure con la collaborazione di tutti i paesi europei, collaborazione che non c’è, sarebbe impossibile raccoglierli e inserirli. Anche perché, non dimentichiamo, una volta immigrati, continuano a riprodursi ai loro tassi usuali e l’integrazione nel complesso non avviene.

Le cause che determinano l’emigrazione di massa sono tali da non poter essere risolte con i mezzi disponibili all’Italia o in generale alla politica. La tesi che l’aumento del tenore di vita e del livello di istruzione porti a una riduzione della popolazione non può essere applicata per diverse ragioni. Innanzitutto, per innalzare il tenore di vita di centinaia di milioni di persone in quelle condizioni e mentre continuano a riprodursi con quel tasso di natalità, non esistono mezzi economici e industriali, e se esistessero, produrremmo un disastro ecologico. In secondo luogo, sembra che il calo di natalità sia il presupposto, e non la conseguenza, dell’aumento del tenore di vita. In terzo luogo, bisognerebbe aumentare il loro pil molto più di quanto aumenti la loro popolazione fino a quadruplicare almeno il reddito – il che è impensabile.

In conclusione, gli scenari possibili sono i seguenti:

Uno: l’immigrazione di massa continua e continua a crescere, travolgendo il sistema sociale e costituzionale, e portando gradualmente l’Italia e altri paesi a livello dell’Africa, e a quel punto il flusso si ferma appunto perché non c’è più convenienza a venire qui. Ordine pubblico, welfare, scuola e sanità saranno travolti per primi. Potremo avere sommosse e condizioni per una svolta autoritaria, e le riforme costituzionali ed elettorali di Renzi si prestano proprio a questo.

Due: si blocca l’immigrazione con tutti i mezzi necessari come fanno già paesi quali l’Australia, e se occorre anche con mezzi più risoluti, senza debolezze. Bisognerà sostenere l’impatto morale di alcune migliaia di morti e la reazione  di coloro che attualmente guadagnano  con l’immigrazione, appoggiati dalla Chiesa e delle sinistre col loro business nel settore.

Se poi si vuole risolvere il problema  in sè, non potendosi intervenire, perlomeno in tempi brevi o medi sulle altre cause, non resta che intervenire sulla natalità, e l’unico mezzo per farlo rapidamente ed efficacemente sarebbe la sterilizzazione di massa, che è improponibile. Quindi il problema resterà e si aggraverà, le tensione emigratorie diventeranno sempre più forti, il problema demografico sempre più esplosivo, sicché a un certo punto ciò che oggi suona improponibile può divenire proponibile e inevitabile.

Con quanto sopra, intendo solo descrivere gli scenari possibili, evidenziando l’alternativa davanti a cui ci troviamo.

Credo che la parte forte ed efficiente dell’Europa potrà selezionare e gestire i suoi flussi di immigrazione, mentre l’Italia semplicemente continuerà sulla linea che sta percorrendo e subirà un’immigrazione incontrollata per quantità e qualità, che non verrà integrata, ma verrà usata come ora, cioè per manodopera sottopagata o in nero, per spaccio e prostituzione, per lucrare sull’accoglienza; in generale, la destinazione dell’Italia è diventare un contenitore di manodopera sottoqualificata e sottopagata, di pensionati, di invalidi, di disoccupati cronici, di dipendenti pubblici inutili, nonché ovviamente di debito pubblico, gestita da un governo corrotto e fantoccio, costretto a divenire repressivo per mantenere il controllo, entro in un’organizzazione europea dove il grosso del reddito e della capacità politica, finanziaria e tecnologica è concentrato nella Germania e in pochi altri paesi creditori strategici. Anche per questo verso, la divisione tra i paesi europei è destinata ad allargarsi.

28.04.15 Marco Della Luna

 

 

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COMUNITARISMO E REALISMO

Comunitarismo e Realismo

Il comunitarismo, il modello socio-politico propugnato dal sociologo Ferdinand Tonnies, è in astratto desiderabile perché appare un tipo di organizzazione politica e culturale che rispetta le diversità, le identità, le autonomie le libertà dei singoli e dei gruppi o popoli, costituiti e viventi come organismi coscienti e cultori di un proprio bene comune, quindi solidali, etici, in contrasto con il tipo di organizzazione socio politica ed economica che si sta realizzando, fortemente accentrante e omogeneizzante, individualistica e competitiva: Malthus, Darwin… Ma il fatto che l’organizzazione che si sta realizzando ha queste ultime, indesiderabili caratteristiche e non quelle opposte, non è accidentale, bensì conseguenza di fattori facilmente riconoscibili e straordinariamente potenti. In pratica, sta avvenendo una evoluzione del metodo di controllo sociale dovuta allo sviluppo tecnologico, il quale oggi consente alle poche persone che lo hanno a disposizione di organizzare il governo della popolazione in modo zootecnico, interamente controllato, senza quasi più spazi per spontaneità e libertà di scelte, tanto meno autonomie, analogamente a come avviene con bestiame allevato in stalla. Il genere umano già ora si ritrova suddiviso in recinti di contenimento e di gestione più e meno differenziata, recinti che sono gli ex Stati nazionali, entro i quali gli esseri umani vengono monitorati e gestiti praticamente in tutto, dall’alimentazione ai farmaci ai trasporti all’istruzione agli spostamenti ai consumi, attraverso smart grids, reti di distribuzione e controllo di servizi essenziali, reti centralizzate nelle mani di pochissimi grandi gruppi multinazionali che si muovono al di sopra dei governi. Il famoso trattato commerciale transatlantico Ttip sarà un notevole passo avanti in questo senso e verso la completa mercificazione di tutto. I legami solidaristici, comunitaristici, i valori legati alle comunità naturali e locali, compresa la famiglia, vengono sistematicamente dissolti  o svuotati, resi insignificanti. Non è solo la fine di modelli sociali e politici tradizionali, è la fine della civiltà occidentale e dell’umanità occidentale.

Il dominio sociale nell’antichità era basato sulla manipolazione religiosa, sulla forza, sull’intimidazione. In tempi più recenti, anche a causa dell’affievolimento del senso etico religioso (affievolimento necessario a sostenere i consumi e i profitti industriali), si è affermato lo strumento di controllo sociale finanziario, soprattutto l’indebitamento: Stati, aziende, classi sociali, famiglie, sono comandabili col bastone bancario.

Oggi il dominio sociale è però sempre più attuato mediante strumenti principalmente tecnologici, si avvale di grandi capacità di sorveglianza e tracciamento di persone, beni, attività; ma anche mediante la costruzione di dipendenze rigide da reti di distribuzione monopolistiche. La stessa crisi economica è stata indotta in modo deliberato, programmaticamente, e viene mantenuta anche se si potrebbe uscirne con strumenti monetari disponibili, perché essa è uno strumento di realizzazione del sistema di controllo zootecnico della specie umana, in quanto consente di fare vivere la gente nell’insicurezza e della povertà, creando false e artificiose scarsità, soprattutto monetarie, così da renderla disponibile ad accettare, come condizione per ritrovare un poco di sicurezza e benessere, riforme politiche costituzionali tecnocratiche e un sistema di sorveglianza, tracciatura e condizionamento,  a cui essa altrimenti farebbe resistenza. Insomma, l’astuzia del sistema adopera ai propri fini anche la sofferenza che il suo modello genera.

Questo tipo di organizzazione sociale è per sua natura globale e standardizzante, è il modello universale odierno. Il vero progetto politico  dei nostri tempi, è la sua realizzazione, non la ricerca illimitata del profitto, il quale ormai conta poco in sé, anche perché ha perso significato: oggi è un dato essenzialmente contabile, che viene generato mediante la creazione di strumenti finanziari elettronici, quindi il sistema bancario lo può produrre in modo praticamente illimitato, ad libitum, mediante giochi di scritturazioni elettroniche reciproche: un procedimento in cui lavoratori e consumatori, cioè i popoli, non servono praticamente più, sicché non serve più rispettare le loro esigenze esistenziali né ottenere il loro consenso: sono divenuti superflui e fungibili, non hanno più forza di contrattazione, come spiegavo nel mio saggio del 2010, Oligarchia per popoli superflui. Interessa essenzialmente perfezionarne la gestione anche in funzione di gestire un ecosistema planetario che si avvicina a punti di rottura.

In conclusione, il quadro evolutivo del mondo reale rende irrealizzabile il progetto comunitarista e in generale ogni progetto che presupponga ampi spazi di scelta per la popolazione generale e che ponga barriere alla penetrazione della sorveglianza e della gestione all’interno sia delle società che delle singole persone, nonché ogni progetto di tipo orizzontale, ossia di potere partecipato e dal basso, che, per sua natura, contrasta con il fine primario della dominazione verticale. Essenzialmente, la libertà di cui la gente ha goduto fino ad oggi o fino a ieri, era la libertà delle galline quando erano allevate all’aperto nei pollai e potevano muoversi e razzolare liberamente, beccare i sassolini e le foglioline che cadevano nel recinto – cioè prima della tecnologia per allevarle al chiuso, in batteria, con alimentazione, illuminazione, temperatura, ormoni, vaccini e antibiotici erogati in modo computerizzato.

Tutto questo, restando nel campo dell’ingegneria sociale, cioè senza parlare dell’ingegneria genetica sul genoma umano, che pure è già iniziata e che indubbiamente avrà un crescente e minaccioso peso sulle condizioni di vita generali, assieme alla biometria. Il sogno di ogni dittatore – controllare il mondo ma anche ogni singolo uomo dalla sua scrivania in tempo reale – è reso realizzabile dalla tecnologia.

In un simile quadro, in cui è praticamente certo che la vita umana verrà degradata e resa pessima, indegna di essere vissuta, mentre non ci sarà possibilità di resistenza efficace, è sempre più chiaro che un progetto realistico e razionale è necessariamente un progetto di rinuncia e distacco di tipo buddhista o stoico, che includa anche la preparazione psichica e filosofica al suicidio, ad esser pronti a sfuggire da attacchi e oppressioni insopportabili. Ossia, è giunto il tempo di progettare non la prosecuzione della vita, non la sua riproduzione, non il suo miglioramento, ma la sua ultimazione, la sua liquidazione, la sua estinzione consapevole e volontaria. L’orrore per ciò che sta avvenendo all’uomo impone il mutamento delle mete esistenziali, la scelta di obiettivi possibili seppur diversi da quelli usuali. È tempo di prepararsi ad andarsene. È tempo di prendere coscienza pratica che effettivamente desiderio e attaccamento sono causa di sofferenza e oscurità. È il tempo in cui tormentosamente finiscono i piaceri, e la gioia può rinascere dallo sciogliersi degli attaccamenti e dal lasciar andare le identificazioni tutte, assieme a tutte le paure, a tutte le nostalgie.

21.04.15 Marco Della Luna

P.S. Devo due repliche al commento di Ahfesa:

1)Il buddhismo non è una religione (se non a livello popolare – ma a livello popolare tutto diventa religione, anche il calcio), e non ha una prospettiva terrena (intramondana), perché ritiene che la natura propria della mente sia beatitudine e luce, e insegna a realizzarla.

2)E’ vero che ogni sistema di potere, storicamente, si è guastato ed è morto, quindi probabilmente anche quello in via di consolidamento oggi è destinato a finire un domani; ma è anche vero che i sistemi di potere possono durare decenni e secoli, occupando e degradando la vita di intere generazioni; quindi è opportuno prepararsi una via di fuga, non escluso il suicidio.

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IL PENDOLO DEMOCRATICO

IL PENDOLO DEMOCRATICO

L’Europa dovrebbe essere solidale con l’Italia nell’affrontare l’emergenza epocale dell’immigrazione di massa, ma non lo è e lascia l’Italia sola, in prima linea, a sostenere tutti i costi, non solo finanziari.

In materia economica, l’Europa dovrebbe essere solidale con l’Italia e gli altri paesi più in difficoltà, ma non lo è, e serve gli interessi dei paesi più forti ai danni dei più deboli.

Le politiche finanziarie europee dovrebbero tendere a sviluppo e coesione ed essere riviste e corrette alla luce dei risultati negativi e controproducenti, ma non lo sono.

Ci hanno imposto tasse e tagli per entrare nell’euro, perché doveva recare stabilità, convergenza e crescita, ma ha portato l’opposto.

I vincoli e i controlli europei cui ci hanno sottoposti dovevano portare efficienza e risanamento, e invece i potenti d’Europa si sono alleati con la nostra casta corrotta e inefficiente per meglio sfruttare le disfunzioni italiane, amplificandole e dominandoci.

L’accoglienza ai migranti dovrebbe essere possibile e sostenibile, ma, di fronte all’immigrazione di molti milioni di persone, oggettivamente non lo è.

Inoltre, l’accoglienza dovrebbe essere motivata da ragioni umanitarie, invece, come rivelato dalle intercettazioni del caso Mafia Capitale, è spinta da speculazioni criminali, dal peculato allo spaccio alla prostituzione al lavoro in nero, servite dall’azione della politica.

L’integrazione anche morale e legale degli immigrati nella società che li accoglie, la loro accettazione delle nostre leggi e dei nostri principi, dovrebbero essere la norma, ma non lo sono.

La politica dovrebbe lavorare sulle basi di ciò che è, non di ciò che dovrebbe essere e sistematicamente non è.

Dovrebbe parlare di che cosa è fattibile con ciò che è disponibile ora (senza aspettare Godot, Bruxelles e il Messia). Non lo fa e continua a propagandare l’irreale, cioè a mentire.

Mentire per fare interessi illeciti e nascosti, spesso stranieri.  Mentendo, i governi rassicurano, per raccogliere voti, che faranno correggere la politica finanziaria europea, ma non la fanno correggere, anzi la impongono più rigidamente.

Mentendo, per raccogliere voti, promettono che l’Europa si farà carico dei costi della gestione dell’immigrazione di massa, ma l’Europa non lo fa.

Mentendo, i governi assicurano che siamo fuori dalla crisi, ma debito pubblico, disoccupazione, deindustrializzazione, emigrazione, declino competitivo continuano a peggiorare.

Mentendo, i governi si fingono sorpresi, stupiti e delusi che le loro promesse non siano state realizzate dalla realtà. Poi ricominciano con nuove promesse e rassicurazioni.

E funziona sempre: il popolo non ha memoria, e se si arrabbia, dopo un poco la sua stessa rabbia impotente lo fa ridesiderare nuove speranze e rassicurazioni, fino alla successiva arrabbiatura. Grillo, Renzi, Grillo… Sinist-Dest-Sinist-Dest… pendolarmente: l’alternanza democratica.

Così il popolo non può sfuggire, dice “ahi” ma non si sposta mai, e lo prende e riprende sempre in quel posto. In questo senso, Renzi può ben vantarsi che c’è una “ripresa”.

17.04.15 Marco Della Luna

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POLIZIA DI STATO E FUNERALI DI STATO

POLIZIA DI STATO E FUNERALI DI STATO:

dal G8 di Genova al Tribunale di Milano


La pace civi
le, l’ordine pubblico, quindi l’istituzione della polizia di Stato, sono indispensabili ad ogni società organizzata e complessa.

La mattina di quel sanguinoso 9 aprile arrivavo per un’udienza al tribunale di Milano, assieme al mio cliente, proprio mentre da esso usciva la gente a seguito della sparatoria. Molte decine di agenti si affaccendavano intorno al palazzo di giustizia in modo incomprensibile e inconcludente, apparentemente casuale. Altri, dentro, cercavano di stanare l‘omicida, asserragliato chissà dove nell’immenso fabbricato, forse assieme ad ostaggi, mentre il medesimo stava ormai raggiungendo in motocicletta la Brianza. Osservatori stranieri hanno commentato che la nostra polizia dimostrava evidente incompetenza e scarsa coordinazione.

Dinnanzi alla entrata principale, udii in paio di testimoni oculari che riferivano che lo sparatore era qualcuno collegato alla vicenda di Eutelia, la società telefonica della famiglia aretina Landi, società recentemente “saltata” e al centro di scandali e sospetti in cui si delineano possibili interessi imprenditoriali francesi. Il giudice Ciampi era appunto il giudice delegato di quel fallimento, anzi amministrazione straordinaria. Questa notizia, affacciatasi sulle pagine di alcuni mass-media del mainstream, da essi è però prontamente scomparsa, per restare solamente su testate minori o locali. In essa troviamo in ogni caso la prima possibile interpretazione del fatto, di tipo complottista: si tratterebbe sostanzialmente di un omicidio del grande capitale straniero, eseguito forse con l’appoggio dei soliti uomini deviati dello Stato italiano. Il giudice Ciampi potrebbe in tal caso essere un martire civile simile all’avvocato Ambrosoli nella vicenda del Banco Ambrosiano – solo che in quest’ultimo caso a sparare fu la longa manus di finanzieri-vescovi o perlomeno vaticanicoli.
Una seconda versione è quella della vendetta dell’imprenditore fallito verso le persone che lo avrebbero ingiustamente rovinato o sciacallato: un avvocato, un socio, un giudice fallimentare,
che aveva fatto fallire una società dell’omicida. Anche questa versione è, in astratto, possibile, perché effettivamente la gestione dei fallimenti, in cui è possibile, coi giusti agganci, comperare ad 1 ciò che vale 10, vede filiere di giudici, curatori, cancellieri, avvocati, istituti di vendita giudiziaria, dediti in modo stabile e organizzato ad arricchirsi pilotando in combutta queste vendite in cambio di tangenti, come l’opinione pubblica recentemente ha potuto vedere nel caso di un certo giudice di un tribunale fallimentare laziale, che, in una intercettazione, chiede come usare una tangente di un milione ricevuto in contanti per un’operazione di questo tipo. Alle volte, per mettere le mani su patrimoni particolarmente interessanti, nei tribunali si arriva a dichiarare il fallimento anche in assenza dei presupposti di legge, oppure creandoli di forza. Non ho alcun elemento per ritenere che qualcosa di questo genere sia avvenuto nella fattispecie, il giudice Ciampi mi risulta abbia operato correttamente, e posso solo parlare in generale: se si facesse un’indagine sistematica sulla gestione dei fallimenti in Italia, salterebbe il sistema giudiziario.

Per il bene di tutti, vi è anche una terza e molto più verosimile versione, accreditata dal media più importanti e rispettati, alla quale anch’io accedo, ovvero che si sia semplicemente trattato dell’azione sconsiderata di uno squilibrato, imprenditore balordo e legittimamente dichiarato fallito; e che ora semplicemente si debba rendere più controllato l’accesso ai palazzi di giustizia, curando la qualità degli addetti ai controlli. Questa versione garantisce l’aspetto di legittimità dello Stato in generale, e la buona reputazione della giustizia. Quindi avanti con il Funerale di stato per tutti e tre: il giudice, l’avvocato, l’altro imputato, coram populo (ma voi, italianucci, il funerale di popolo a questo Stato, lo farete mai?).

E intorno ai funerali di Stato, rafforzato dal cordoglio, si accende il sentimento di unità sociale, se non anche nazionale. Di questo sentimento si sentiva il bisogno, perché da diversi anni, in veste di nuova cultura popolare, si sta insidiosamente diffondendo in Italia, come pure in altri paesi, un atteggiamento mentale critico, che esplicitamente disconosce legittimità alle istituzioni nazionali ed europee nonché allo Stato, contestandone la sovranità sui cittadini e descrivendole come strumentalizzate da una cricca di potere che li usa per opprimere la collettività violando sistematicamente le leggi e le garanzie, e calpestando la costituzione.

Questo atteggiamento critico viene ovviamente rinforzato dai fattacci del G8 di Genova, da quanto ne è seguito, fino alla recente condanna dello Stato italiano per fatti di tortura, emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In effetti, questa vicenda delegittima lo Stato a tutti i livelli.

Al livello più basso, delegittima la truppa delle forze dell’ordine, cioè i bravi ragazzi in divisa, perché molti di essi (come anche è avvenuto in numerosi altri casi quali quello di Ferrara e quello dell’ospedale Pertini di Roma), pur apparendo fino al giorno prima bravi ragazzi, al momento giusto, nel liceo Armando Diaz come nella caserma di Bolzaneto, opportunamente guidati dai loro superiori, incoraggiati dal sentirsi in gruppo e dalle armi che brandivano, si sono trasformati in branco di belve in uniforme e hanno dimostrato di avere in sé pulsioni sadiche e ferocissime, degne di un processo di Norimberga. Ripeto: fatti del genere non sono minimamente isolati, ma piuttosto frequenti, in Italia e all’estero. In siffatti casi, però, non è la bestialità dei poliziotti che si manifesta, ma quella latente nell’essere umano in generale.

A un livello un pochino superiore, sono stati naturalmente delegittimati pure i funzionari di polizia, che hanno ordinato, diretto, coperto questi atti, e in più hanno posto in essere l’infame calunnia contro persone inermi che stavano semplicemente dormendo nella scuola Diaz, dopo averle seviziate.

Ancora di più sono stati delegittimati certi vertici della polizia, che non potevano non sapere, che non hanno impedito i prolungati crimini dei loro uomini, che davano le direttive, forse anche quella di attaccare i dimostranti pacifici e lasciar imperversare quelli violenti e facinorosi, ai danni della popolazione generale..

Più dei capi della polizia, sono stati delegittimati i politici, presenti a Genova durante i fatti, fatti che essi pure non potevano non sapere e probabilmente sono responsabili ultimi degli ordini impartiti e dei misfatti perpetrati, almeno sul piano politico.

Ma anche lo Stato come tale è stato delegittimato, perché ha coperto i responsabili e ha fatto continuare la carriera ai dirigenti che erano imputati, mentre la legge lo proibisce. Uno di questi ha ricevuto un incarico di altissimo prestigio e altissimo appannaggio, che conserva con i più autorevoli appoggi governativi, il che dimostra che ha agito conformemente e non contrariamente alle disposizioni dei poteri che contano, dunque non ha colpa: king’s man. Un altro grande capo ha deciso di cavarsela chiedendo scusa, mentre i misfatti richiedevano quantomeno il suo ritiro a vita privata previa devoluzione alle vittime di tutto il suo patrimonio. Evidentemente c’era una implicazione verticale che imponeva solidarietà reciproca tra alti dirigenti e politici .

Il messaggio politico e morale è stato chiaro: la polizia ha licenza di reprimere con ogni mezzo, senza temere conseguenze, le legittime e pacifiche proteste contro le politiche economiche decise dai vertici internazionali ai danni degli interessi della popolazione generale e per il vantaggio della élite finanziaria globale: è proprio questo che faceva il G8 di Genova; per contro, la gente comune si deve aspettare che, se protesta contro questi interessi e le loro politiche, la polizia la massacrerà impunemente.

Delegittimata è stata, per finire, anche la cosiddetta giustizia, poiché non ha saputo o voluto individuare e punire le colpe, non ha difeso il principio dello Stato di diritto ma la ragion di Stato, e si è mossa con inaccettabile lentezza, e non solo nel caso del G8 di Genova, ma in molti casi di soprusi delle forze dell’ordine ai danni dei cittadini innocenti.

Se peraltro la delegittimazione investe tutti i livelli dello Stato e della politica, e non in un caso solo ma nella generalità dei casi, allora si deve dire che la delegittimazione in realtà sta colpendo non lo Stato, ma la concezione convenzionale dello Stato, come Stato di diritto, al servizio dei cittadini, democratico, sottoposto al vaglio di una giustizia indipendente, etc. etc. Da vicende come quelle suddescritte emerge quindi l’evidenza che lo Stato è una cosa diversa da quella generalmente supposta, avente una funzione, una finalità, un modus operandi molto lontani dalla concezione comune e ufficiale. Perciò, quanto prima smettiamo di sorprenderci e scandalizzarci che lo Stato si comporti come si comporta, tanto prima riusciremo a vedere in faccia la realtà e a fare i conti con essa. 12.04.15

Marco Della Luna

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CONFESSORI E CORRUTTORI

Confessori e Corruttori

Il presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, Dottor Sabelli, ha detto che lo Stato accarezza i disonesti e schiaffeggia i magistrati. Il premier Renzi gli ha prontamente replicato che queste sono falsità.

In realtà, lo Stato non se la prende mai con i magistrati che abusano del loro potere a spese dei comuni cittadini e dei comuni imprenditori, oppure per il proprio vantaggio personale o di categoria. Lo Stato colpisce i magistrati (non sempre) che disturbano i ladri dell’alta burocrazia, della pubblica amministrazione e della politica. Ma lo Stato è obbligato a far ciò, perché il consenso politico, la legittimazione al potere pubblico, in Italia, si basano sulla distribuzione del bottino di queste ruberie, che sono la struttura portante, quindi, delle istituzioni. Se ostacoli questo affarismo, mini le fondamenta dello Stato.

Le opere pubbliche in Italia costano circa tre volte rispetto alla Germania, e di solito sono peggiori. Il che vuol dire che i settanta od ottanta percento della spesa per tali opere viene rubato o sprecato: Inoltre molte di queste opere vengono decise e progettate non perché siano utili ma appunto per rubare. Non si tratta quindi dei € 10.000 del Rolex del figlio del ministro Lupi, né dei 100.000 donati da Buzzi a un certo partito, ma di oltre 100 miliardi l’anno, come ordine di grandezza, solo per mangerie e sprechi su opere e forniture pubbliche.

Con uno spread del 300% in questi costi rispetto ai paesi con cui deve competere, l’Italia ovviamente è fottuta. Ovviamente, anche, il moltiplicatore economico dei pubblici investimenti non funziona, ossia se in Italia aumenti la spesa pubblica investimenti di 1 hai un aumento del prodotto di 1, cioè il moltiplicatore zero, mentre in Germania si ha un aumento di 1,30. Perciò le ricette keynesiane, da noi, vanno poco lontano.

Misure come inasprire le pene, introdurre nuove figure di reato, allungare la prescrizione, non sono mai risultate efficaci, perché queste misure sono sempre state neutralizzate, così da far continuare la prassi delle ruberie, che viene insegnata e trasmessa dai burocrati, dai politici, dagli amministratori di professione, anno dopo anno alle nuove leve, e nei partiti vi sono scuole di delinquenza specializzate in queste materie. E, dopo Mani Pulite, le cose sono addirittura peggiorate. Pertanto, se non si risolve prima questo problema, l’Italia è spacciata.

Già, ma come risolverlo? È chiaro che i politici contemporanei non hanno idee valide, quindi dobbiamo rivolgerci a quelli del passato. Ho pertanto evocato l’anima purgante del compagno Josif Stalin e le ho chiesto come si può fare per debellare la corruzione in Italia. Stalin ha risposto che per risolvere il problema è indispensabile uccidere tutti gli alti dirigenti pubblici e tutti i politici e amministratori di professione. Il compagno Stalin ha spiegato che non si può mettersi a separare i buoni dai guasti, perché non ce n’è il tempo e perché non c’è un criterio sicuro. Ha concluso ribadendo che sterminare per intero questa categoria di persone è l’unico modo per impedire che le pratiche ladresche vengano trasmesse di generazione in generazione di questa gentaglia parassita.

Non convinto della sua risposta, ho poi evocato lo spirito di Cesare Ottaviano Augusto, e gli ho chiesto che cosa ne pensasse. Mi ha risposto che Stalin, come tutti i sovietici e i marxisti in generale, ancora oggi non capisce un tubo di antropologia culturale e di sociologia, infatti non si rende conto che, anche se li ammazzi tutti, circa 400.000, rimane intorno a loro tutta una popolazione, decine di milioni di persone, abituata a quei rapporti di scambio corruttivi e a quelle prassi di potere clientelari. Conseguentemente, anche se si compie l’operazione raccomandata da Stalin, in breve tempo tutto riprenderà come prima, la casta si rigenererà. Quindi l’unica cosa da fare con gli italiani è spolparli per bene dall’esterno, comprando la collaborazione dei loro governanti, fino a ridurli in condizioni di povertà e di servaggio, e comandarli da fuori, come popolo sottomesso da una potenza imperiale.

Il ragionamento del divo Augusto mi ha colpito per la sua lucidità, ma mi ha colpito anche un altro ragionamento, dell’onorevole Francesco Paolo Sisto, forzista, il quale alla radio, intervistato da un giornalista, alla domanda se, secondo lui, il ministro Lupi dovrebbe dimettersi, ha risposto che bisogna lasciare decidere Lupi stesso, perché questi, avendo ricevuto una solida formazione etica e religiosa cattolica, è perfettamente qualificato a decidere da sé su questa opzione.

Purtroppo però, se guardiamo alla storia della Chiesa-apparato, dei Papi e dello Stato Pontificio, nonché alla formazione che hanno dato agli italiani, ci apparirà evidente che è una storia caratterizzata da sistematica corruzione, sfrenata avidità, continui delitti, sfacciato nepotismo, assoluta ipocrisia, per non parlare della depravazione sessuale – sia pur con molte sante eccezioni, usate per camuffare la sostanza. E probabilmente, nei secoli, è stata proprio questa Chiesa cattolica la vera origine e scuola, il fomite, della particolare corruzione politica italiana e degli altri paesi cattolici. Invero, col suo continuo esempio, la Chiesa ha abituato la popolazione, e soprattutto chi vive a Roma, a considerare la corruzione come normale, accettabile, perdonabile, compatibile con la santità delle istituzioni e la legittimità del potere politico. E con la pretesa di giudicare ed ammaestrare l’Orbe intero.

18.03.15 Marco Della Luna

 

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L’ARREMBAGGIO DEI CAPITALI JIHADISTI

L’ARREMBAGGIO DEI CAPITALI JIHADISTI

Oggi pare che la l’Unione Europea, considerata l’ingestibilità degli enormi flussi migratori in arrivo soprattutto dall’Africa anche per effetto del jihad del Califfato e di Boko Haram, si stia orientando per il respingimento in luogo dell’accoglimento. In effetti, di africani in condizioni di fuggire ve ne sono decine di milioni, e non è possibile accoglierli senza precipitare l’Europa in condizioni insopportabili; perciò l’unico atteggiamento razionale è la chiusura, tanto più che infiltrazioni jihadiste sono già probabilmente in corso, e basterebbero poche centinaia di islamisti armati e votati alla morte per mettere a ferro e fuoco paesi isterici e militarmente imbelli come l’Italia. Probabilmente la politica accoglientista dei nostri noti politicanti è mirata non solo ai profitti della gestione degli immigrati e del loro uso come mano d’opera (in nero, per lo spaccio, per la prostituzione), ma anche a produrre una situazione di fatto compiuto, in cui ci si “accorga” che ci sono tanti islamisti decisi a rivendicare i principi della loro religione e della loro legge, e tanto ben organizzati e armati, che opporsi è ormai impossibile e bisogna fare concessioni, lasciare loro spazio in parlamento e nelle istituzioni, trattare con loro le leggi, etc. Gli italiani, soprattutto i settentrionali, hanno un indice di riproduzione bassissimo, l’1,23%; la partitocrazia italiana scoraggia gli italiani dal far figli imponendo loro più tasse e più tagli dei servizi per sovvenzionare gli immigrarti extracomunitari che hanno un indice di riproduzione tra 4 e 5; quindi la partitocrazia italiana sta usando i soldi degli italiani per finanziare la sostituzione etnica degli italiani con africani.

Chi voglia opporsi a un siffatto esito, sempre più probabile, dovrebbe non soltanto insistere per la chiusura all’immigrazione non selezionata, non soltanto insistere perché agli immigrati sia imposto il rispetto delle norme e dei costumi locali come condizione per non essere espulsi, ma anche esigere il congelamento degli investimenti provenienti da quei paesi che sostengono e finanziano i jihadisti, in primis Arabia Saudita e Qatar, grandi sponsors semiufficiali di Isis e di Boko Haram, nonostante la loro superficiale alleanza con gli USA (e gli USA stessi sono molto ambigui su questo punto). Non si può lasciare che potentati islamisti, o che si servono dell’islamismo armato per destabilizzare le aree di cui vogliono assumere il controllo, acquisiscano posizioni di potere finanziario e industriale in Europa, specialmente nelle infrastrutture strategiche: comunicazioni, trasporti, finanza, energia – altrimenti ci si rende ricattabili da loro e c i si deve sottomettere - ciò vale soprattutto per un paese come l’Italia, che continua ad aumentare il suo debito pubblico e a non crescere, nonostante le condizioni molto favorevoli (svalutazione dell’Euro, deprezzamento del petrolio, ripresa internazionale), e che così da un lato dimostra l’inconcludenza delle riforme e dei sacrifici sinora realizzati, e dall’altro lato preavvisa che, in caso di venir meno di tali favorevoli condizioni, l’Italia subirà un tracollo. Però, scusate, dimenticavo un dettaglio: forse non possiamo congelare gli investimenti dei petrolieri filo-jihadisti perché dipendiamo troppo da loro per il petrolio, avendo democraticamente eliminato Gheddafi e Saddam, e scelto di fare i duri con la Russia.

Per finire, una nota sul fallimento dell’integrazione, dell’assimilazione, del multiculturalismo, applicabile non solo all’immigrazione suddetta. Per ragioni professionali, ho esaminato materiale di indagine anche “diretto” sull’infiltrazione delle varie mafie nel Nord Italia, compreso l’affare “Grande Aracri”. In tutti questi casi si vede bene che è stato un disastroso errore unire politicamente popoli con sistemi etico-sociali diversissimi tra loro. La “contaminazione” rapida, massiccia e non filtrata per le vie culturali, non apporta arricchimento, ma prevalentemente disfunzionalità, in campo etnico, in campo economico come in campo biologico. Pensate se vi piacerebbe farvi fare una trasfusione di sangue senza accertare la compatibilità del donatore. Oppure andate in Australia a vedere che cosa ha prodotto l’immigrazione degli innocui conigli europei. Dalle carte delle indagini sulla penetrazione mafiosa al Nord appare come i modelli sociali, poniamo, calabresi, frutto della particolare storia di quelle zone, quindi anche delle devastazioni operate dai Savoia e dei loro mandanti esteri, si trapiantano in Lombardia, Emilia etc. assumendo quivi forma e natura maligna, individuando le debolezze e i bisogni della gente, proponendo le loro “soluzioni”, le loro risorse finanziarie e corruttive, per legare a sé persone di tutti i tipi, e danneggiando irreparabilmente la società locale, la quale non ha avuto modo di sviluppare difese immunitarie contro questi modelli sociali, e viene quindi stravolta a tutti i livelli: imprenditoriale, amministrativo, politico… sono arruolati anche appartenenti alle forze dell’ordine… i settentrionali imparano ad aver paura, a sottomettersi, ad accettare. Il Nord si sta meridionalizzando.

Quanto aveva ragione il Cavour nell’opporsi all’annessione al regno sabaudo del Meridione, e successivamente, ad annessione effettuata, quanta ragione aveva, ancora, nel volere istituzioni separate!

07.03.15 Marco Della Luna

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ASSIMILAZIONE, INTEGRAZIONE, MULTICULTURALISMO

ASSIMILAZIONE, INTEGRAZIONE, MULTICULTURALISMO

L’Italia è fatta, ora facciamo gli italiani.

L’Euro è fatto, ora facciamo gli europei.

L’immigrazione è fatta, ora integriamo gli immigrati.

Queste sono le formule dell’ingegneria sociale applicata dalla politica ai popoli.

Ma le cose non funzionano così, e i fatti sono argomenti molto più forti delle formule ideologiche. Perlomeno alla lunga, perché fintanto che dura l’effetto emotivo dell’ideologia, i fatti possono anche non vedersi. Ma ormai si vedono. L’integrazione e l’assimilazione non avvengono, nel mondo reale, se non per casi individuali. E il multiculturalismo causa guai, non arricchimento, dappertutto nel mondo.

Le differenze di mentalità e comportamento, con tutti loro problemi, sono rimaste, anzi sono peggiorate, dalle unificazioni come pure dalle immissioni di popoli diversi. Ciò si nota anche su scala italiana, nella quale esse hanno prodotto e mantengono, anzi ampliano, differenze pure dei sistemi economici.

In questo paese già diviso in due, Nord e Sud, l’affaristica politica dell’accoglienza di massa finanziata con le tasse dei cittadini sta costruendo una gigantesca bomba, che aspetta solo l’arrivo della guerra santa o di un crollo economico per esplodere.

 

Certo, una classe politica e religiosa (con annessi “intellettuali”) che ha investito molto nella costruzione nell’impianto di una ideologia dell’accoglienza (anche a supporto dei propri affari), non può permettersi di ammettere la realtà, di parlare dei costi economici, sanitari, criminologici delle sue scelte, né di trarre le conseguenze, nemmeno in un frangente di concreto pericolo di infiltrazioni jihadiste. Perderebbe completamente credibilità.

 

Gli appartenenti a una data cultura, parità sensibilità se non hanno una formazione antropologica, implicitamente pensano che la mente (la sensibilità, il comportamento, le reazioni…) di tutti gli uomini, anche di quelli che vengono da altre culture, fondamentalmente sia come la loro. Non sanno che esistono diversità tali da rendere assurdo o controproducente il trattamento progettato per l’accoglienza e l’integrazione. Non sanno che molte popolazioni non hanno un’etica interiorizzata, cioè non hanno la coscienza morale, e rispettano le regole solo in quanto queste sono imposte da una costante vigilanza e minaccia esercitata da una struttura tribale. Il familismo amorale e feudale spesso rimproverato ai meridionali è una pallida approssimazione a questa struttura psichica, che non consente l’integrazione, a meno di riprodurre un sistema di controllo di quel tipo – cosa ovviamente non fattibile né accettabile. D’altronde, siccome i vari gruppi etnici di immigrati formano comunità (dai cinesi ai sikh agli islamici), essi mantengono e tendono spesso a rafforzare le loro rispettive mentalità-identità, non già ad assimilarsi. Imparano ad adattarsi, ad apparire integrati senza esserlo (da qui le sorprese degli integrati che, d’un botto, fanno la strage). Per sviluppare negli immigrati nati in Occidente una psiche capace della suddetta interiorizzazione, bisognerebbe poter separare i bambini dalle loro famiglie, cosa pure non fattibile.

Multiculturalismo, integrazione o assimilazione degli immigrati da altre culture, sono falliti. Non riescono, nemmeno alla seconda e terza generazione, che sono quelle col più altro tasso di devianza. Lo dimostrano nel modo più radicale e definitivo le differenze, soprattutto i deficit, che permangono negli statunitensi di origine africana, sebbene siano nati e cresciuti in America, come spiega l’articolo che segue.

19.02.15 Marco Della Luna

 

  How Africans may differ from Westerners…Fascinating Post on African Thinking and Logic from A white Man’s Point of View.

by Gedaliah Braun



“I am an American who taught philosophy in several African universities from 1976 to 1988, and have lived since that time in South Africa. When I first came to Africa, I knew virtually nothing about the continent or its people, but I began learning quickly. I noticed, for example, that Africans rarely kept promises and saw no need to apologize when they broke them. It was as if they were unaware they had done anything that called for an apology.

It took many years for me to understand why Africans behaved this way but I think I can now explain this and other behavior that characterizes Africa. I believe that morality requires abstract thinking—as does planning for the future—and that a relative deficiency in abstract thinking may explain many things that are typically African.

What follow are not scientific findings. There could be alternative explanations for what I have observed, but my conclusions are drawn from more than 30 years of living among Africans.

My first inklings about what may be a deficiency in abstract thinking came from what I began to learn about African languages. In a conversation with students in Nigeria I asked how you would say that a coconut is about halfway up the tree in their local language. “You can’t say that,” they explained. “All you can say is that it is ‘up’.” “How about right at the top?” “Nope; just ‘up’.” In other words, there appeared to be no way to express gradations.

A few years later, in Nairobi, I learned something else about African languages when two women expressed surprise at my English dictionary. “Isn’t English your language?” they asked. “Yes,” I said. “It’s my only language.” “Then why do you need a dictionary?”

They were puzzled that I needed a dictionary, and I was puzzled by their puzzlement. I explained that there are times when you hear a word you’re not sure about and so you look it up. “But if English is your language,” they asked, “how can there be words you don’t know?” “What?” I said. “No one knows all the words of his language.”

I have concluded that a relative deficiency in abstract thinking may explain many things that are typically African.

“But we know all the words of Kikuyu; every Kikuyu does,” they replied. I was even more surprised, but gradually it dawned on me that since their language is entirely oral, it exists only in the minds of Kikuyu speakers. Since there is a limit to what the human brain can retain, the overall size of the language remains more or less constant. A written language, on the other hand, existing as it does partly in the millions of pages of the written word, grows far beyond the capacity of anyone to know it in its entirety. But if the size of a language is limited, it follows that the number of concepts it contains will also be limited and hence that both language and thinking will be impoverished.

African languages were, of necessity, sufficient in their pre-colonial context. They are impoverished only by contrast to Western languages and in an Africa trying to emulate the West. While numerous dictionaries have been compiled between European and African languages, there are few dictionaries within a single African language, precisely because native speakers have no need for them. I did find a Zulu-Zulu dictionary, but it was a small-format paperback of 252 pages.

My queries into Zulu began when I rang the African Language Department at the University of Witwatersrand in Johannesburg and spoke to a white guy. Did “precision” exist in the Zulu language prior to European contact? “Oh,” he said, “that’s a very Eurocentric question!” and simply wouldn’t answer. I rang again, spoke to another white guy, and got a virtually identical response.

So I called the University of South Africa, a large correspondence university in Pretoria, and spoke to a young black guy. As has so often been my experience in Africa, we hit it off from the start. He understood my interest in Zulu and found my questions of great interest. He explained that the Zulu word for “precision” means “to make like a straight line.” Was this part of indigenous Zulu? No; this was added by the compilers of the dictionary.

But, he assured me, it was otherwise for “promise.” I was skeptical. How about “obligation?” We both had the same dictionary (English-Zulu, Zulu-English Dictionary, published by Witwatersrand University Press in 1958), and looked it up. The Zulu entry means “as if to bind one’s feet.” He said that was not indigenous but was added by the compilers. But if Zulu didn’t have the concept of obligation, how could it have the concept of a promise, since a promise is simply the oral undertaking of an obligation? I was interested in this, I said, because Africans often failed to keep promises and never apologized—as if this didn’t warrant an apology.

A light bulb seemed to go on in his mind. Yes, he said; in fact, the Zulu word for promise—isithembiso—is not the correct word. When a black person “promises” he means “maybe I will and maybe I won’t.” But, I said, this makes nonsense of promising, the very purpose of which is to bind one to a course of action. When one is not sure he can do something he may say, “I will try but I can’t promise.” He said he’d heard whites say that and had never understood it till now. As a young Romanian friend so aptly summed it up, when a black person “promises” he means “I’ll try.”

The failure to keep promises is therefore not a language problem. It is hard to believe that after living with whites for so long they would not learn the correct meaning, and it is too much of a coincidence that the same phenomenon is found in Nigeria, Kenya and Papua New Guinea, where I have also lived.

It is much more likely that Africans generally lack the very concept and hence cannot give the word its correct meaning. This would seem to indicate some difference in intellectual capacity.

Note the Zulu entry for obligation: “as if to bind one’s feet.” An obligation binds you, but it does so morally, not physically. It is an abstract concept, which is why there is no word for it in Zulu. So what did the authors of the dictionary do? They took this abstract concept and made it concrete. Feet, rope, and tying are all tangible and observable, and therefore things all blacks will understand, whereas many will not understand what an obligation is. The fact that they had to define it in this way is, by itself, compelling evidence for my conclusion that Zulu thought has few abstract concepts and indirect evidence for the view that Africans may be deficient in abstract thinking.

Abstract thinking

Abstract entities do not exist in space or time; they are typically intangible and can’t be perceived by the senses. They are often things that do not exist. “What would happen if everyone threw rubbish everywhere?” refers to something we hope will not happen, but we can still think about it.

Everything we observe with our senses occurs in time and everything we see exists in space; yet we can perceive neither time nor space with our senses, but only with the mind. Precision is also abstract; while we can see and touch things made with precision, precision itself can only be perceived by the mind.

How do we acquire abstract concepts? Is it enough to make things with precision in order to have the concept of precision? Africans make excellent carvings, made with precision, so why isn’t the concept in their language? To have this concept we must not only do things with precision but must be aware of this phenomenon and then give it a name.

How, for example, do we acquire such concepts as belief and doubt? We all have beliefs; even animals do. When a dog wags its tail on hearing his master’s footsteps, it believes he is coming. But it has no concept of belief because it has no awareness that it has this belief and so no awareness of belief per se. In short, it has no self-consciousness, and thus is not aware of its own mental states.

It has long seemed to me that blacks tend to lack self-awareness. If such awareness is necessary for developing abstract concepts it is not surprising that African languages have so few abstract terms. A lack of self-awareness—or introspection—has advantages. In my experience neurotic behavior, characterized by excessive and unhealthy self-consciousness, is uncommon among blacks. I am also confident that sexual dysfunction, which is characterized by excessive self-consciousness, is less common among blacks than whites.

Time is another abstract concept with which Africans seem to have difficulties. I began to wonder about this in 1998. Several Africans drove up in a car and parked right in front of mine, blocking it. “Hey,” I said, “you can’t park here.” “Oh, are you about to leave?” they asked in a perfectly polite and friendly way. “No,” I said, “but I might later. Park over there”—and they did.

While the possibility that I might want to leave later was obvious to me, their thinking seemed to encompass only the here and now: “If you’re leaving right now we understand, but otherwise, what’s the problem?” I had other such encounters and the key question always seemed to be, “Are you leaving now?” The future, after all, does not exist. It will exist, but doesn’t exist now. People who have difficulty thinking of things that do not exist will ipso facto have difficulty thinking about the future.

It appears that the Zulu word for “future”—isikhati—is the same as the word for time, as well as for space. Realistically, this means that these concepts probably do not exist in Zulu thought. It also appears that there is no word for the past—meaning, the time preceding the present. The past did exist, but no longer exists. Hence, people who may have problems thinking of things that do not exist will have trouble thinking of the past as well as the future.

This has an obvious bearing on such sentiments as gratitude and loyalty, which I have long noticed are uncommon among Africans. We feel gratitude for things that happened in the past, but for those with little sense of the past such feelings are less likely to arise.

Why did it take me more than 20 years to notice all of this? I think it is because our assumptions about time are so deeply rooted that we are not even aware of making them and hence the possibility that others may not share them simply does not occur to us. And so we don’t see it, even when the evidence is staring us in the face.

Mathematics and maintenance

I quote from an article in the South African press about the problems blacks have with mathematics:

“[Xhosa] is a language where polygon and plane have the same definition … where concepts like triangle, quadrilateral, pentagon, hexagon are defined by only one word.” (“Finding New Languages for Maths and Science,” Star [Johannesburg], July 24, 2002, p. 8.)

More accurately, these concepts simply do not exist in Xhosa, which, along with Zulu, is one of the two most widely spoken languages in South Africa. In America, blacks are said to have a “tendency to approximate space, numbers and time instead of aiming for complete accuracy.” (Star, June 8, 1988, p.10.) In other words, they are also poor at math. Notice the identical triumvirate—space, numbers, and time. Is it just a coincidence that these three highly abstract concepts are the ones with which blacks — everywhere — seem to have such difficulties?

The entry in the Zulu dictionary for “number,” by the way — ningi — means “numerous,” which is not at all the same as the concept of number. It is clear, therefore, that there is no concept of number in Zulu.

White rule in South Africa ended in 1994. It was about ten years later that power outages began, which eventually reached crisis proportions. The principle reason for this is simply lack of maintenance on the generating equipment. Maintenance is future-oriented, and the Zulu entry in the dictionary for it is ondla, which means: “1. Nourish, rear; bring up; 2. Keep an eye on; watch (your crop).” In short, there is no such thing as maintenance in Zulu thought, and it would be hard to argue that this is wholly unrelated to the fact that when people throughout Africa say “nothing works,” it is only an exaggeration.

The New York Times reports that New York City is considering a plan (since implemented) aimed at getting blacks to “do well on standardized tests and to show up for class,” by paying them to do these things and that could “earn [them] as much as $500 a year.” Students would get money for regular school attendance, every book they read, doing well on tests, and sometimes just for taking them. Parents would be paid for “keeping a full-time job … having health insurance … and attending parent-teacher conferences.” (Jennifer Medina, “Schools Plan to Pay Cash for Marks,” New York Times, June 19, 2007.)

The clear implication is that blacks are not very motivated. Motivation involves thinking about the future and hence about things that do not exist. Given black deficiencies in this regard, it is not surprising that they would be lacking in motivation, and having to prod them in this way is further evidence for such a deficiency.

The Zulu entry for “motivate” is banga, under which we find “1. Make, cause, produce something unpleasant; … to cause trouble . … 2. Contend over a claim; … fight over inheritance; … 3. Make for, aim at, journey towards … .” Yet when I ask Africans what banga means, they have no idea. In fact, no Zulu word could refer to motivation for the simple reason that there is no such concept in Zulu; and if there is no such concept there cannot be a word for it. This helps explain the need to pay blacks to behave as if they were motivated.

The same New York Times article quotes Darwin Davis of the Urban League as “caution[ing] that the … money being offered [for attending class] was relatively paltry … and wondering … how many tests students would need to pass to buy the latest video game.”

Instead of being shamed by the very need for such a plan, this black activist complains that the payments aren’t enough! If he really is unaware how his remarks will strike most readers, he is morally obtuse, but his views may reflect a common understanding among blacks of what morality is: not something internalized but something others enforce from the outside. Hence his complaint that paying children to do things they should be motivated to do on their own is that they are not being paid enough.

In this context, I recall some remarkable discoveries by the late American linguist, William Stewart, who spent many years in Senegal studying local languages. Whereas Western cultures internalize norms—“Don’t do that!” for a child, eventually becomes “I mustn’t do that” for an adult—African cultures do not. They rely entirely on external controls on behavior from tribal elders and other sources of authority. When Africans were detribalized, these external constraints disappeared, and since there never were internal constraints, the results were crime, drugs, promiscuity, etc. Where there have been other forms of control—as in white-ruled South Africa, colonial Africa, or the segregated American South—this behavior was kept within tolerable limits. But when even these controls disappear there is often unbridled violence.

Stewart apparently never asked why African cultures did not internalize norms, that is, why they never developed moral consciousness, but it is unlikely that this was just a historical accident. More likely, it was the result of deficiencies in abstract thinking ability.

One explanation for this lack of abstract thinking, including the diminished understanding of time, is that Africans evolved in a climate where they could live day to day without having to think ahead. They never developed this ability because they had no need for it. Whites, on the other hand, evolved under circumstances in which they had to consider what would happen if they didn’t build stout houses and store enough fuel and food for the winter. For them it was sink or swim.

Surprising confirmation of Stewart’s ideas can be found in the May/June 2006 issue of the Boston Review, a typically liberal publication. In “Do the Right Thing: Cognitive Science’s Search for a Common Morality,” Rebecca Saxe distinguishes between “conventional” and “moral” rules. Conventional rules are supported by authorities but can be changed; moral rules, on the other hand, are not based on conventional authority and are not subject to change. “Even three-year-old children … distinguish between moral and conventional transgressions,” she writes. The only exception, according to James Blair of the National Institutes of Health, are psychopaths, who exhibit “persistent aggressive behavior.” For them, all rules are based only on external authority, in whose absence “anything is permissible.” The conclusion drawn from this is that “healthy individuals in all cultures respect the distinction between conventional … and moral [rules].”

However, in the same article, another anthropologist argues that “the special status of moral rules cannot be part of human nature, but is … just … an artifact of Western values.” Anita Jacobson-Widding, writing of her experiences among the Manyika of Zimbabwe, says:

“I tried to find a word that would correspond to the English concept of ‘morality.’ I explained what I meant by asking my informants to describe the norms for good behavior toward other people. The answer was unanimous. The word for this was tsika. But when I asked my bilingual informants to translate tsika into English, they said that it was ‘good manners’ …”

An all-too-common problem.

She concluded that because good manners are clearly conventional rather than moral rules, the Manyika simply did not have a concept of morality. But how would one explain this absence? Miss Jacobson-Widding’s explanation is the typical nonsense that could come only from a so-called intellectual: “the concept of morality does not exist.” The far more likely explanation is that the concept of morality, while otherwise universal, is enfeebled in cultures that have a deficiency in abstract thinking.

According to now-discredited folk wisdom, blacks are “children in adult bodies,” but there may be some foundation to this view. The average African adult has the raw IQ score of the average 11-year-old white child. This is about the age at which white children begin to internalize morality and no longer need such strong external enforcers.

Gruesome cruelty

Another aspect of African behavior that liberals do their best to ignore but that nevertheless requires an explanation is gratuitous cruelty. A reviewer of Driving South, a 1993 book by David Robbins, writes:

Victim of Rwandan violence.

“A Cape social worker sees elements that revel in violence … It’s like a cult which has embraced a lot of people who otherwise appear normal. … At the slightest provocation their blood-lust is aroused. And then they want to see death, and they jeer and mock at the suffering involved, especially the suffering of a slow and agonizing death.” (Citizen [Johannesburg], July 12, 1993, p.6.)

There is something so unspeakably vile about this, something so beyond depravity, that the human brain recoils. This is not merely the absence of human empathy, but the positive enjoyment of human suffering, all the more so when it is “slow and agonizing.” Can you imagine jeering at and mocking someone in such horrible agony?

During the apartheid era, black activists used to kill traitors and enemies by “necklacing” them. An old tire was put around the victim’s neck, filled with gasoline, and—but it is best to let an eye-witness describe what happened next:

“The petrol-filled tyre is jammed on your shoulders and a lighter is placed within reach . … Your fingers are broken, needles are pushed up your nose and you are tortured until you put the lighter to the petrol yourself.” (Citizen; “SA’s New Nazis,” August 10, 1993, p.18.)

The author of an article in the Chicago Tribune, describing the equally gruesome way the Hutu killed Tutsi in the Burundi massacres, marveled at “the ecstasy of killing, the lust for blood; this is the most horrible thought. It’s beyond my reach.” (“Hutu Killers Danced In Blood Of Victims, Videotapes Show,” Chicago Tribune, September 14, 1995, p.8.) The lack of any moral sense is further evidenced by their having videotaped their crimes, “apparently want[ing] to record … [them] for posterity.” Unlike Nazi war criminals, who hid their deeds, these people apparently took pride in their work.

Where Amy Biehl was killed.

In 1993, Amy Biehl, a 26-year-old American on a Fulbright scholarship, was living in South Africa, where she spent most of her time in black townships helping blacks. One day when she was driving three African friends home, young blacks stopped the car, dragged her out, and killed her because she was white. A retired senior South African judge, Rex van Schalkwyk, in his 1998 book One Miracle is Not Enough, quotes from a newspaper report on the trial of her killers: “Supporters of the three men accused of murdering [her] … burst out laughing in the public gallery of the Supreme Court today when a witness told how the battered woman groaned in pain.” This behavior, Van Schalkwyk wrote, “is impossible to explain in terms accessible to rational minds.” (pp. 188-89.)

These incidents and the responses they evoke—“the human brain recoils,” “beyond my reach,” “impossible to explain to rational minds” — represent a pattern of behavior and thinking that cannot be wished away, and offer additional support for my claim that Africans are deficient in moral consciousness.

I have long suspected that the idea of rape is not the same in Africa as elsewhere, and now I find confirmation of this in Newsweek:

“According to a three-year study [in Johannesburg] … more than half of the young people interviewed — both male and female — believe that forcing sex with someone you know does not constitute sexual violence … [T]he casual manner in which South African teens discuss coercive relationships and unprotected sex is staggering.” (Tom Masland, “Breaking The Silence,” Newsweek, July 9, 2000.)

Clearly, many blacks do not think rape is anything to be ashamed of.

The Newsweek author is puzzled by widespread behavior that is known to lead to AIDS, asking “Why has the safe-sex effort failed so abjectly?” Well, aside from their profoundly different attitudes towards sex and violence and their heightened libido, a major factor could be their diminished concept of time and reduced ability to think ahead.

Liberian billboard

Nevertheless, I was still surprised by what I found in the Zulu dictionary. The main entry for rape reads: “1. Act hurriedly; … 2. Be greedy. 3. Rob, plunder, … take [possessions] by force.” While these entries may be related to our concept of rape, there is one small problem: there is no reference to sexual intercourse! In a male-dominated culture, where saying “no” is often not an option (as confirmed by the study just mentioned), “taking sex by force” is not really part of the African mental calculus. Rape clearly has a moral dimension, but perhaps not to Africans. To the extent they do not consider coerced sex to be wrong, then, by our conception, they cannot consider it rape because rape is wrong. If such behavior isn’t wrong it isn’t rape.

An article about gang rape in the left-wing British paper, the Guardian, confirms this when it quotes a young black woman: “The thing is, they [black men] don’t see it as rape, as us being forced. They just see it as pleasure for them.” (Rose George, “They Don’t See it as Rape. They Just See it as Pleasure for Them,” June 5, 2004.) A similar attitude seems to be shared among some American blacks who casually refer to gang rape as “running a train.” (Nathan McCall, Makes Me Wanna Holler, Vintage Books, 1995.)

If the African understanding of rape is far afield, so may be their idea of romance or love. I recently watched a South African television program about having sex for money. Of the several women in the audience who spoke up, not a single one questioned the morality of this behavior. Indeed, one plaintively asked, “Why else would I have sex with a man?”

From the casual way in which Africans throw around the word “love,” I suspect their understanding of it is, at best, childish. I suspect the notion is alien to Africans, and I would be surprised if things are very different among American blacks. Africans hear whites speak of “love” and try to give it a meaning from within their own conceptual repertoire. The result is a child’s conception of this deepest of human emotions, probably similar to their misunderstanding of the nature of a promise.

I recently located a document that was dictated to me by a young African woman in June 1993. She called it her “story,” and the final paragraph is a poignant illustration of what to Europeans would seem to be a limited understanding of love:

“On my way from school, I met a boy. And he proposed me. His name was Mokone. He tell me that he love me. And then I tell him I will give him his answer next week. At night I was crazy about him. I was always thinking about him.”

Moral blindness

Whenever I taught ethics I used the example of Alfred Dreyfus, a Jewish officer in the French Army who was convicted of treason in 1894 even though the authorities knew he was innocent. Admitting their mistake, it was said, would have a disastrous effect on military morale and would cause great social unrest. I would in turn argue that certain things are intrinsically wrong and not just because of their consequences. Even if the results of freeing Dreyfus would be much worse than keeping him in prison, he must be freed, because it is unjust to keep an innocent man in prison.

To my amazement, an entire class in Kenya said without hesitation that he should not be freed. Call me dense if you want, but it was 20 years before the full significance of this began to dawn on me.

Death is certain but accidents are not.

Africans, I believe, may generally lack the concepts of subjunctivity and counterfactuality. Subjunctivity is conveyed in such statements as, “What would you have done if I hadn’t showed up?” This is contrary to fact because I did show up, and it is now impossible for me not to have shown up. We are asking someone to imagine what he would have done if something that didn’t happen (and now couldn’t happen) had happened. This requires self-consciousness, and I have already described blacks’ possible deficiency in this respect. It is obvious that animals, for example, cannot think counterfactually, because of their complete lack of self-awareness.

When someone I know tried to persuade his African workers to contribute to a health insurance policy, they asked “What’s it for?” “Well, if you have an accident, it would pay for the hospital.” Their response was immediate: “But boss, we didn’t have an accident!” “Yes, but what if you did?” Reply? “We didn’t have an accident!” End of story.

South African AIDS education poster.

Interestingly, blacks do plan for funerals, for although an accident is only a risk, death is a certainty. (The Zulu entries for “risk” are “danger” and “a slippery surface.”) Given the frequent all-or-nothing nature of black thinking, if it’s not certain you will have an accident, then you will not have an accident. Furthermore, death is concrete and observable: We see people grow old and die. Africans tend to be aware of time when it is manifested in the concrete and observable.

One of the pivotal ideas underpinning morality is the Golden Rule: do unto others as you would have them do unto you. “How would you feel if someone stole everything you owned? Well, that’s how he would feel if you robbed him.” The subjunctivity here is obvious. But if Africans may generally lack this concept, they will have difficulty in understanding the Golden Rule and, to that extent, in understanding morality.

If this is true we might also expect their capacity for human empathy to be diminished, and this is suggested in the examples cited above. After all, how do we empathize? When we hear about things like “necklacing” we instinctively — and unconsciously — think: “How would I feel if I were that person?” Of course I am not and cannot be that person, but to imagine being that person gives us valuable moral “information:” that we wouldn’t want this to happen to us and so we shouldn’t want it to happen to others. To the extent people are deficient in such abstract thinking, they will be deficient in moral understanding and hence in human empathy—which is what we tend to find in Africans.

In his 1990 book Devil’s Night, Ze’ev Chafets quotes a black woman speaking about the problems of Detroit: “I know some people won’t like this, but whenever you get a whole lot of black people, you’re gonna have problems. Blacks are ignorant and rude.” (pp. 76-77.)

If some Africans cannot clearly imagine what their own rude behavior feels like to others—in other words, if they cannot put themselves in the other person’s shoes—they will be incapable of understanding what rudeness is. For them, what we call rude may be normal and therefore, from their perspective, not really rude. Africans may therefore not be offended by behavior we would consider rude — not keeping appointments, for example. One might even conjecture that African cruelty is not the same as white cruelty, since Africans may not be fully aware of the nature of their behavior, whereas such awareness is an essential part of “real” cruelty.

I am hardly the only one to notice this obliviousness to others that sometimes characterizes black behavior. Walt Harrington, a white liberal married to a light-skinned black, makes some surprising admissions in his 1994 book, Crossings: A White Man’s Journey Into Black America:

“I notice a small car … in the distance. Suddenly … a bag of garbage flies out its window . … I think, I’ll bet they’re blacks. Over the years I’ve noticed more blacks littering than whites. I hate to admit this because it is a prejudice. But as I pass the car, I see that my reflex was correct—[they are blacks].

“[As I pull] into a McDonald’s drive-through … [I see that] the car in front of me had four black[s] in it. Again … my mind made its unconscious calculation: We’ll be sitting here forever while these people decide what to order. I literally shook my head . … My God, my kids are half black! But then the kicker: we waited and waited and waited. Each of the four … leaned out the window and ordered individually. The order was changed several times. We sat and sat, and I again shook my head, this time at the conundrum that is race in America.

“I knew that the buried sentiment that had made me predict this disorganization … was … racist. … But my prediction was right.” (pp. 234-35.)

Africans also tend to litter. To understand this we must ask why whites don’t litter, at least not as much. We ask ourselves: “What would happen if everyone threw rubbish everywhere? It would be a mess. So you shouldn’t do it!” Blacks’ possible deficiency in abstract thinking makes such reasoning more difficult, so any behavior requiring such thinking is less likely to develop in their cultures. Even after living for generations in societies where such thinking is commonplace, many may still fail to absorb it.

It should go without saying that my observations about Africans are generalizations. I am not saying that none has the capacity for abstract thought or moral understanding. I am speaking of tendencies and averages, which leave room for many exceptions.

To what extent do my observations about Africans apply to American blacks? American blacks have an average IQ of 85, which is a full 15 points higher than the African average of 70. The capacity for abstract thought is unquestionably correlated with intelligence, and so we can expect American blacks generally to exceed Africans in these respects.

Still, American blacks show many of the traits so striking among Africans: low mathematical ability, diminished abstract reasoning, high crime rates, a short time-horizon, rudeness, littering, etc. If I had lived only among American blacks and not among Africans, I might never have reached the conclusions I have, but the more extreme behavior among Africans makes it easier to perceive the same tendencies among American blacks.”

Source http://www.akfiles.com/forums/showthread.php?t=89225
Read more at http://www.liveleak.com/view?i=6af_1311056443#tmkTDHOHw5FocUMx.99

 

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ISIS, GENTILONI E LE GRANDI RIFORME

Due giorni fa, commentando l’annuncio che l’Isis, rectius il Califfato, aveva occupato alcune città costiere della Libia, quindi può colpire con gli Scud il territorio italiano, il nostro ministro degli affari esteri, Gentiloni, ha dichiarato che l’Italia è pronta a combattere, se l’ONU delibera la guerra. Esponenti del Califfato hanno prontamente replicato che Gentiloni e l’Italia sono crociati e nemici, quindi verranno colpiti. Era da aspettarselo, che reagissero così! E adesso, se lanciano qualche missile e fanno qualche morto italiano, che dirà il ministro degli affari esteri? Dirà “Scusate, riconosco che ho parlato in modo poco accorto, adesso pago di tasca mia i funerali e un equo risarcimento ai familiari”?

Ohibò, Gentiloni, sei piuttosto incauto e avventato, per essere il capo della diplomazia!

O forse no, forse sei un furbone, forse hai fatto bene a provocare l’Isis, perché un pericoloso nemico esterno, un bello scontro esterno con l’Isis, magari una guerra, è quello che ci vuole per compattare il Paese e distogliere l’attenzione degli italiani dal problema interno, cioè dalle riforme anti-democratiche ed eversive che il tuo governo sta portando avanti in parlamento ricorrendo a ogni sorta di violazione delle regole procedurali, come tutte le opposizioni oramai denunciano.

Fino a ieri c’era San Remo a distogliere l’attenzione degli Italiani, ma adesso che il Festival è finito, abbiamo un vincitore, e bisogna inventarsi qualcos’altro.

15.02.15  Marco Della Luna

 

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ASSE LEGA-FORZA ITALIA: ATTENZIONE ALL’IMMAGINE!!!

ASSE LEGA-FORZA ITALIA: ATTENZIONE ALL’IMMAGINE!!!

A mali estremi, rimedi estremi. Allearsi con Berlusconi è una mossa indispensabile per tentare di salvare il salvabile, stante la situazione. Ma, nel fare questa mossa, Matteo Salvini, abile comunicatore, vorrà prestare particolare attenzione a un pericolo di immagine nuovo e specifico connesso all’ex Cavaliere. Non mi riferisco al bordello di Arcore descritto dai giudici del processo Ruby bis (queste non sono novità), ma a come Berlusconi e i suoi paladini si sono messi a comunicare su un tema delicatissimo, che niente ha a che vedere col sesso, ma molto con le libertà fondamentali e i diritti politici.

Oggi, alle 14:40 circa, in una intervista trasmessa dal Tg3, Renato Brunetta, capogruppo berlusconiano alla camera, ha spiegato che effettivamente il governo Renzi costituisce un pericolo per la democrazia, avendo fatto una svolta autoritaria; e che quindi Forza Italia torna all’opposizione piena. Alla domanda dell’intervistatore, che chiedeva come mai, allora, fino a poco fa, Berlusconi votasse proprio quelle riforme di Renzi, se riteneva che fossero autoritarie, Brunetta ha precisato che prima Renzi non era autoritario e pericoloso per la democrazia, ma che lo è diventato decidendo di scegliere unilateralmente il nuovo presidente della Repubblica anziché concordarlo con Berlusconi. L’attentato alla libertà e alla democrazia non verrebbe dal fatto che, con le riforme di Renzi, un premier non eletto assomma in sé i poteri legislativo, esecutivo, di controllo e in più di formazione delle liste elettorali: se, pur facendo tutto ciò, Matteo Renzi avesse negoziato il nome del nuovo inquilino del Quirinale con Berlusconi, se avesse rispettato la combine dei duumviri, allora la democrazia sarebbe stata garantita.

Ma la parola ” democrazia “non significa “governo del popolo, partecipazione popolare”? Cioè l’esatto opposto dell’accordo privato e semi segreto tra capi politici – un genere di accordo che, fino a ieri, si chiamava lottizzazione, consociativismo, inciucio? Renzi è un pericolo per la democrazia solo perché non spartisce il potere con Berlusconi? E invece una sfacciata diarchia, ossia un accordo tra i due, significherebbe garanzia di libertà e di rappresentatività popolare? Sarà difficile persino a un brillante intellettuale come il prof. Brunetta far bere simili assurdità all’opinione pubblica.

Allearsi con Berlusconi può essere indispensabile per cercare di salvare il salvabile, ma se si sta con chi comunica così, si fa una figura di melma; e, se non si rimedia ai concetti espressi da Brunetta e da altri, ci si contraddice proprio sulla concezione della democrazia e della libertà.

Oltre a questo pericolo, ovviamente rimane l’altro rischio, ossia che Berlusconi, se domani gli si offre l’opportunità, torni con Renzi per sistemare, in cambio del suo appoggio, i propri interessi personali; ma questo è un rischio vecchio e ben noto di una linea politica, quella dell’ex Cavaliere, diretta e curvata dalle convenienze personali. L’opinione pubblica ha sotto gli occhi un Berlusconi che ha sempre promesso autentiche riforme di grande respiro, e non le ha mai fatte, usando invece il potere e i voti popolari che raccoglieva per negoziare obiettivi di interesse suo personale o familiare o aziendale. Tu voti Berlusconi per ottenere uno stato liberale, e Berlusconi usa il tuo voto per ottenere altre cose per sé e per le sue aziende. Ha persino sostenuto governi deleteri come quelli di Monti e Letta, sperando di conservare il seggio al Senato e l’agibilità politica. I suoi parlamentari gli davano ragione e lo sostenevano, cercavano tutte le possibili sponde concordare lo scambio – uno spettacolo indecente, altro che le notti Arcore! E oggi ci ritroviamo con due partiti medio grossi, Forza Italia e il M5S, formalmente all’opposizione, ma di fatto utili al governo, perché bloccati, non propositivi, non produttivi.

Ieri un acuto professore dell’università di Perugia, certo Campi, spiegava che in Italia non abbiamo partiti politici, perché le cose che vanno in Italia sotto il nome di partiti politici sono galassie di comitati d’affari dediti ai loro interessi particolari. La politica è quella cosa che si occupa dell’insieme del paese nel medio lungo termine, quindi in Italia non c’è politica. Il risultato complessivo è quello di una disgregazione generale della società Italiana, che si sta dissolvendo. Tutti lavorano alla giornata e per il proprio particolare interesse. Non c’è uno straccio di disegno comune, un progetto di lungo termine, qualcosa di credibile e di creduto.

Si potrebbe allora dire: stante questa situazione, una svolta autoritaria, un uomo forte, una specie di dittatore è quello che ci vuole per rigenerare il Paese, viva Renzi. Errore: l’uomo forte funziona solo se il paese è indipendente, cioè se chi lo comanda è in grado di fare una politica per il paese e non conto terzi. Questa condizione preliminare palesemente manca all’Italia.

Mantova, 9 febbraio 2015  Marco Della Luna

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L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING:

L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING:

Dedicato ai bancari e ai loro sindacalisti, che lottano contro il degrado del contratto di lavoro

Si è aperta una non rosea stagione di trattative sindacali. ABI ha disdetto il contratto nazionale di lavoro dei bancari adducendo esigenze di innovazione nei servizi e risparmio sul personale, a seguito di un calo degli utili in uno scenario generalmente depresso e di deterioramento dei crediti. Quindi, o meno salario, o meno occupazione. Ma questo principio si può e si deve concretamente rovesciare, perché la torta è… più larga di quanto si è abituati a pensare, e di quanto vorrebbe far intendere il documento denominato Posizione ABI sui temi principali del rinnovo contrattuale,  “Perimetro contrattuale” e  trattamento economico.

Col presente articolo intendo fornire conoscenze che cambiano strutturalmente e in positivo le premesse delle trattative, rivelando risorse scientificamente accertate e insite nel banking, da diffondere tra i colleghi bancari e adoperare energicamente nel negoziato, siccome esse sono utili per ripensare tutta la situazione, e la loro attuale propagazione fa prevedere l’imminente richiesta di una profonda rettifica del modo di redigere il bilancio bancario, particolarmente in fatto di utili.

Non bisogna lasciarsi ingabbiare nella vulgata ABI della realtà aziendale (e con “vulgata” non mi riferisco al solo documento succitato, ma al complesso della dottrina economico-finanziaria che essa ha sposato), dal suo piano di psicologia aziendale applicato… a voi, lavoratori dipendenti.

Questa vulgata è formulata per impedire di parlare e persino di pensare su molti aspetti della realtà e per imporre una formulazione dei problemi in una chiave tale da pre-determinare, come esito, lo schiacciamento dei diritti e delle prospettive professionali, che è l’obiettivo datoriale. Un obiettivo che può essere raggiunto combinando due cose che gli ultimi governi (non eletti) hanno donato ai datori di lavoro: il diritto di cambiare le mansioni ai dipendenti (fungibilità) e il diritto di licenziare (quindi di porre i dipendenti sotto la minaccia di demansionamento e licenziamento). E’ prevedibile – proprio perché la controparte datoriale già si è preparata nel 2014 sia con una massiccia campagna di schede di valutazione negative, sia lamentando un problema di professionalità del personale bancario – che fra qualche tempo partirà un’ondata strumentale di spostamenti mansionali arbitrari, diretta a far apparire professionalmente inidonei anche coloro che sono invece idonei alle mansioni in cui sono stati formati e collocati, ma non nelle nuove mansioni (ad esempio, il funzionario addetto alla qualità del credito che viene ri-mansionato agestore affluent, o viceversa), allo scopo di creare il presupposto per licenziare. Sarà così possibile sbarazzarsi del personale ritenuto in eccesso o troppo costoso, e passare a una massiccia esternalizzazione attraverso società controllate che riservano al personale un trattamento di stretto risparmio – perché questo è il modello generale: comprimere i diritti salariali, previdenziali etc. dei dipendenti per migliorare i bilanci in funzione del mercato finanziario, ignorando quello macroeconomico, nel quale già si vede che questa politica del lavoro produce collasso dei redditi, della domanda aggregata, quindi dei ricavi e della solvibilità: una spirale recessiva.

Questo dovrebbe essere sempre tenuto e fatto presente: soprattutto se applicata per singole aziende, senza una visione aggregata, la logica del libero mercato finanziario produce disastri sul piano economico, cioè della produzione, dell’occupazione, dei redditi, perché è una logica di breve termine, di bilancio, che persegue ciecamente la compressione dei costi e trascura gli effetti distruttivi di lungo termine, sull’economia reale (tanto più che la finanza speculativa guadagna proprio sulle oscillazioni, sugli shock, non sulla stabilità, quindi non è da seguire). ABI non ha il diritto di agire con questa logica,  siccome è  un’associazione di imprese che esistono perché lo Stato ha dato loro la licenza bancaria ed esercitano in via esclusiva una funzione eminentemente pubblica, in virtù di una pubblica licenza bancaria, cioè la creazione e regolazione del credito l’economia nazionale, per la quale la finanza è un mezzo, non il fine; quindi ABI ha il dovere di agire con un’ottica nazionale, di lungo termine, con riguardo all’economia reale. Che non è quella del bilancio e della finanza.

Per rompere lo schema e uscire da questa gabbia concettuale, da questa prospettiva falsata ad hoc dalla controparte, non è necessario ricorrere allo sciopero. Vi sono altri mezzi, molto meno conflittuali e molto più adeguati ai tempi e al progresso dell’informazione. Mezzi che, a differenza dello sciopero, non comportano costi e sacrifici per i lavoratori, ma piuttosto a un lavoro di networking, di p.r. e, prima ancora, di apertura dei propri orizzonti culturali.

Innanzitutto, visto che la controparte ABI lamenta scarsa professionalità, bisogna replicarle che “certe” banche da tempo non erogano più corsi e richiederle l’organizzazione di opportuni corsi, corsi certificati onde il datore di lavoro non possa disconoscerli, ricordandole che per questo la banca riceve fondi europei. Se non lo farà, smentirà se stessa. E sarà più facile per i licenziati impugnare vittoriosamente il licenziamento davanti ai giudici del lavoro. Anzi, si può studiare la possibilità di una class action per ottenere dal giudice l’ordine di provvedere alla formazione, o in subordine risarcire i danni conseguenti alla mancata formazione. Insomma, c’è spazio per mettere le mani avanti. Già una simile class action è stata avviata contro la Regione Sicilia.

Ma in questo articolo vi voglio indicare e documentare anche un altro mezzo, credo ancora più potente.

Un responsabile dell’ufficio fidi e mutui di una nota banca, nel 2007, dopo aver letto la prima edizione del mio saggio Euroschiavi, mi scrisse: «… un giorno, aprendo un fido su un c/c, mi sono chiesto: Ma ‘sti soldi, da dove cavolo vengono? È possibile che vengano creati solo battendo una serie di tasti sul PC?” Poi hanno cominciato ad arrivare le informazioni, quasi mi stessero aspettando…».

Già, da dove provengono i soldi che la banca presta?

In proposito vi sono da tempo tre teorie:

La teoria ufficiale, recepita dal linguaggio delle leggi: la banca è un’intermediaria finanziaria, cioè presta i soldi della raccolta: tanto raccoglie, tanto può prestare. Da un lato riceve depositi, e dall’altro lato li presta, applicando una forbice di interessi, e guadagnando su questa e sulle commissioni; quindi, se presta 100, in bilancio deve registrare un calo di cassa di 100, e un incremento di 100 dei crediti. Ovviamente, ogni mancato rimborso dei prestiti concessi è una pari perdita. La quantità di liquidità, il money supply, è generata interamente dalla banca centrale di emissione e non dipende dalla quantità di credito erogato dalle banche.

La teoria per gli “istruiti”, insegnata a ragioneria e all’università, è quella della riserva frazionale: la singola banca può prestare un multiplo delle sue riserve, cioè può creare moneta creditizia o scritturale o contabile per un multiplo delle sue riserve – diciamo dieci volte – emettendo bonifici, lettere di credito, assegni etc. E siccome questi mezzi di pagamento possono essere depositati in altre banche (o su altro conto della medesima banca), andando così ad aumentare le loro riserve, essi mettono queste altre banche in condizioni di emettere ulteriore moneta contabile. L’effetto complessivo è di una moltiplicazione reciproca da parte del sistema bancario, in virtù della quale, se la banca centrale opera un incremento iniziale di 100 di moneta legale, con un moltiplicatore di 10 abbiamo un aumento di liquidità totale, nel sistema, di 9.900. La banca, quindi, non è un semplice intermediario finanziario, e l’uso di questa definizione, anche da parte dei testi di legge, è ingannevole. L’attività creditizia delle banche, comportando la creazione di mezzi monetari privati accettati anche dal settore pubblico (con l’assegno circolare della banca voi potete pagare le tasse o il prezzo di un terreno all’asta del tribunale), è in contrasto con la legge, ossia col Testo Unico Bancario, che concede alle banche licenza di intermediare (raccogliere e prestare) il risparmio ma non di creare moneta, e col Trattato di Maastricht, che, all’art. 105, riserva la creazione monetaria, sotto forma di banconote, al Sistema Europeo delle Banche Centrali. In ogni caso, poiché la banca, secondo questa teoria, intacca frazionalmente le sue riserve per erogare il prestito, necessariamente ad ogni erogazione le sue riserve in bilancio devono ridursi in proporzione al rapporto frazionario.

La terza teoria è che la banca – ogni banca, individualmente – crei direttamente i mezzi monetari che presta, semplicemente aprendo un conto di disponibilità intestato al cliente e scrivendoci sopra l’importo che intende prestare, senza attingere dalla cassa e senza usare o intaccare le riserve. Quindi crea moneta creditizia al 100% ex nihilo e la presta. O più esattamente la crea con l’atto del metterla a disposizione o prestarla. Il prestato (il messo a disposizione) non preesiste al prestare (al mettere a disposizione). L’incompatibilità col Tub (che consente alle banche solo l’intermediazione) e con Maastricht (che riserva la monetazione alla BCE sotto forma di banconote) è totale. Questa è la teoria che esponevo in Euroschiavi e che indusse il vostro collega del settore fidi e mutui a scrivermi quelle poche ma significative righe di commento e conferma. Leggendo il mio libro, aveva capito che cosa realmente faceva quando erogava, ossia aveva capito che creava liquidità, e che questa capacità di creare mezzi monetari è la vera peculiarità della banca, conferita di fatto (anche se non di diritto) dalla licenza bancaria, e che rende il prestare della banca qualitativamente diverso dal prestare di qualsiasi altro soggetto, perché qualsiasi altro soggetto presta solo denaro che si è procurato in precedenza in cambio di qualcosa (oppure con una rapina, un furto, una frode…); sicché, se non recupera quanto ha prestato, soffre una perdita vera e propria, mentre la banca no, quindi può sopportare molto bene le perdite sui crediti e non ha bisogno di scaricarle sul trattamento salariale dei dipendenti o sui livelli occupazionali, né sui depositi dei clienti (bail in). Questo privilegio ha, come presto vedremo, ulteriori conseguenze su come dovrebbero essere formulati i bilanci in fatto di ricavi e sull’imponibile fiscale effettivo. Ma in generale tutta la faccenda delle della sorveglianza, crisi bancarie e dei rimedi ad esse, va riconsiderata.

Orbene, che le cose stiano come spiega questa terza teoria è stato dimostrato scientificamente dal prof. Richard Werner dell’Università di Southampton mediante un esperimento, che è stato filmato da una troupe televisiva. Su International Review of Financial Analysis – 36 (2014), Werner ha pubblicato un paper su questo esperimento1, col titolo Can banks individually create money out of nothing? – The theories and the empirical evidence (Possono le banche creare denaro dal nulla? Teorie e prove empiriche).

L’esperimento è stato molto semplice: previo accordo con la Raiffeisenbank Wildenberg, una banca cooperativa della Bassa Baviera inserita in una rete di molte banche cooperative servite da un unico sistema contabile elettronico, il 07/08/13 Werner personalmente si fece erogare un mutuo di 200.000 Euro. Prima e dopo l’erogazione, e di nuovo il giorno dopo, egli si fece stampare il bilancio (balance sheet, situazione contabile) della banca per confrontare il suo stato (le singole voci contabili) prima e dopo l’erogazione del mutuo. Dal confronto tra le due situazioni, risultò che la banca aveva aumentato i propri crediti di 200.000 (a fronte della registrazione di una pari uscita), mentre non vi era stata alcuna variazione in meno vuoi delle riserve, come avverrebbe se fosse corrispondente alla realtà la teoria della riserva frazionaria, vuoi di alcun altro conto o fondo, e specificamente della voce “cassa”, come avverrebbe se fosse corrispondente alla realtà la teoria della banca come intermediaria. La banca aveva movimentato solo il nuovo conto.

Quindi la banca aveva effettivamente aumentato il proprio attivo patrimoniale a costo zero proprio con l’atto del prestare. In effetti, aveva creato un conto di disponibilità in favore del mutuatario Werner e vi aveva digitato dentro un importo, accreditandosi al contempo la medesima somma. Sarebbe interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.

La scritturazione contabile operata nell’erogazione da parte dei funzionari della banca registra :

EUR                                CREDIT                             LIABILITIES                BALANCE

Current account            200,000

Loan                                                                                200,000                      -200,000

Bank Sum Total            200,000                                200,000                       0,00

Cioè i mezzi monetari, l’oggetto del prestito, sono creati semplicemente registrando ex nihilo un debito contro un credito, con un’operazione contabile esclusiva e peculiare delle banche, che nessun altro operatore economico potrebbe compiere, e che nondimeno fa quadrare il bilancio. Ma – osservo io – a quanto ammontano i mezzi monetari così creati? A 200.000, cioè la “somma” prestata, o a 400.000, ossia a quelli prestati al cliente più il credito che la banca ha registrato a proprio avere? Se questo credito è in qualche modo utilizzabile dalla banca come (se fosse) moneta, allora la creazione monetaria totale che si fa nell’erogare un prestito di 200.000 è di 400.000.

Questo esperimento (il quale ha ulteriori aspetti e corollari, che per brevità qui tralascio) conferma la terza teoria sulla origine dei depositi bancari (della liquidità bancaria) confutando le altre due, cioè quella della banca come intermediaria finanziaria, e quella della riserva frazionaria, dato che ambedue ritengono che un prestito possa essere erogato soltanto usando denaro preesistente. D’altronde, per non citare me stesso2, già la Fed e la Bank of England, recentemente, avevano pubblicato papers3 da cui appare che il grosso, circa il 97% della liquidità (M1), consiste in denaro bancario privato (contabile, scritturale, creditizio), e solo il resto in legal tender, ossia moneta legale creata dalle banche centrali di emissione: euro-note. E molti l’avevano capito in occasione della crisi finanziaria del 2008, in quanto si spiegava che la causa del liquidity crunch (restrizione della liquidità) era… il credit crunch (restrizione del credito bancario). Quindi il money supply è creato dal prestito bancario e, dopotutto, Werner ha confermato, col suo esperimento, ciò che già si sapeva e vedeva. I tempi erano maturi. Ancora prima, l’economista Antonino (Nino) Galloni aveva formulato, in termini vicini a questi, un disegno complessivo di come la banca “produce” il credito-liquidità nel saggio Il futuro della banca – Lineamenti di teoria bancaria e finanziaria (Eurilink Roma 2014 –  pp.11-26).

Del resto, il funzionamento e la stessa esistenza di Target2, la piattaforma per pagamenti interbancari nell’Eurozona (e non solo), dimostrano che il denaro sui conti correnti bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla BCE ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. Infatti, se fosse l’euro “vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000 euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in Germania, la mia banca opererebbe quando fa un bonifico a un altro conto corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, anziché passare per Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco. Infatti, l’euro vero disponibile al privato, ossia la banconota e il conio, è egualmente spendibile e accreditabile sui conti correnti direttamente (senza cioè passare per le banche centrali) in qualsiasi paese dell’Eurozona. Il che dimostra in modo diretto e compiuto, che gli “euro” segnati sui conti correnti italiani non sono veri euro (la valuta legale), non sono emessi dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…), e non sono l’Euro, la valuta legale del SEBC, di Maastricht, l’unica ammessa e lecita. Sono una moneta privata, creata internamente a ciascun sistema bancario nazionale, e diversa per ogni sistema bancario (cioè per ogni paese). In Italia, sono la moneta dell’ABI. Contabilizzarla al medesimo modo e con la medesima denominazione dell’Euro vero, è scorretto, ingannevole, illecito. E’ un’elusione del Trattato di Maastricht.

Dal punto di vista del bilancio, dei ricavi e dell’imponibile, le conseguenze sono facilmente immaginabili: l’importo prestato comporta automaticamente un ricavo di pari importo, quindi, se il bilancio un domani verrà fatto fedelmente, risulteranno maggiori gli utili e maggiore reddito. Sarebbe interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.

E’ significativo che le tre teorie siano esistite fianco a fianco per molti decenni senza mai essere verificate sperimentalmente per accertare quale fosse quella vera. Evidentemente, è un tema molto delicato, sul quale si è preferito mantenere l’oscurità e la disinformazione, senza le quali non si potrebbe continuare a parlare, anche da parte del legislatore, delle banche come “intermediarie finanziarie” senza che la gente anche solo un poco esperta del settore si accorgesse dalla falsità di questa definizione, del contrasto tra le leggi in materia bancaria e ciò che le banche realmente fanno, e degli erronei presupposti tecnici degli interventi sulle crisi bancarie, i cui costi sono stati, nel mondo, scaricati principalmente sui conti pubblici (quindi sui contribuenti) e sui risparmiatori (bail-in), con effetti molto negativi sull’economia reale.

Insomma, gli impatti di quanto sopra sulla macroeconomia sono notevoli, ma a voi, impiegati e funzionari di banca, oggi impegnati in una critica fase di ristrutturazione aziendale e di sfida ai vostri diritti di lavoratori da parte dell’ABI, non sarà certamente sfuggito che il conoscere questi dati di fatto è una potente arma di negoziato, per imporre nelle trattative che si parta da un piano di verità e che si rinunci, da parte datoriale, a presupposti fasulli, di falsa debolezza e di falsa impostazione contabile di comodo, oramai confutati sia dalla ricerca scientifica che da due primarie banche centrali. Oggi potete sbattere la prova della verità sul tavolo delle trattative, ma insieme dovete diffondere la conoscenza di questa verità, per far partire da essa un movimento di opinione e dibattito tra le categorie produttive, trai mezzi di informazione, tra gli economisti e i politici, così da renderla più forte e più efficace nelle vostre mani a tutela della vostra dignità e del vostro futuro. E diffonderla è facile e non costoso: internet, la rete delle conoscenze personali, i sindacalisti, i convegni e le conferenze stampa, Passaparola. Già oggi, attraverso i blog collegati, questo articolo raggiunge decine di migliaia di persone.

08.02.15 Marco Della Luna

1 Gratuitamente scaricabile da:

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2 Ad es. Euroschiavi, Arianna, IV ed., soprattutto il capitolo “L’albero del debito e del credito”

3 Trattasi Money creation in the modern economy, di Michael McLeay, Amar Radia and Ryland Thomas of the Bank’s Monetary Analysis Directorate (www.bankofengland.co.uk/…/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf ):
“La creazione monetaria in pratica differisce da alcune concezioni diffuse: le banche non agiscono semplicemente come intermedizri, prestando i depositi affidati loro dai risparmiatori, ne moltiplicano la moneta della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi… … nella realtà, le banche sono le creatrici della moneta costituente i depositi… … l’atto di prestare crea i depositi – l’inverso della sequenza ticipamente descritta nei libri di testo.

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RENZI ROTTAMA MONTESQUIEU E NOMINA MATTARELLA

RENZI ROTTAMA MONTESQUIEU E NOMINA MATTARELLA

Matteo Renzi, il rottamatore che non ha bisogno di chiedere consenso, tanto meno di essere eletto dal popolo (infatti non è mai stato parlamentare, ma dà comandi ai parlamentari), si sceglie e impone in parlamento il presidente della Repubblica, il quale invece dovrebbe rappresentare e garantire tutti, super partes. Facendolo, tradisce il Patto del Nazareno (che d’ora in poi potrà chiamarsi Patto del Giuda), e forma la sua terza maggiorana parlamentare, in perfetto stile africano.

Adesso anche il presidente della Repubblica è un nominato. Un nominato del Primo Ministro, ratificato da un parlamento di nominati, eletto con una legge elettorale già dichiarata incostituzionale una Corte di cui era membro lo stesso Mattarella! Ovviamente non potrà, quindi, svolgere una funzione di controllo e contrappeso rispetto al capo del governo. Questa è la componente sostanziale.
Ma c’è anche la componente del metodo, che in materia costituzionale è sostanza: Renzi lo ha scelto unilateralmente e ha comunicato il nome della sua scelta all’ultimo momento persino al suo partito. Non si potrebbe immaginare qualcosa che sia più di parte di questo. Per giunta, è chiaro che Renzi ha scelto lui perché non minaccia, sia in Italia che all’estero, di contendere a lui la scena e alla Germania l’egemonia imperialista.

A questo punto, che sia una figura politica e umana decente, presentabile, è secondario. In generale, la vicenda dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica evidenzia l’assurdità dell’assetto costituzionale presente, e ancora di più l’assetto costituzionale che risulterà dalla riforma elettorale congiunta la riforma del Senato: un assetto in cui un organo squisitamente di parte, parte politica, cioè il segretario del partito di maggioranza, non solo, direttamente o indirettamente nomina i deputati senatori, ma nomina persino il capo dello Stato che dovrebbe controllare e controbilanciare. È come se il premier britannico nominasse il re o la regina. L’assurdo non potrà mai essere legittimo, nemmeno se imposto con la legge costituzionale. Vedremo presto se Mattarella asseconderà questo processo eversivo della Costituzione.

La divisione dei poteri dello Stato sembrava un principio cardine, scontato oramai e indiscutibile, indispensabile ai fini della legittimità dello Stato, un’acquisizione definitiva e irreversibile della democrazia occidentale; ma evidentemente non era così, almeno in Italia: con le riforme del Senato e della legge elettorale, il nostro premier è riuscito a rovesciare il lavoro di Montesquieu, a ritornare a una struttura statuale come prima della rivoluzione francese. Ora infatti il premier unisce in sé il potere esecutivo, il potere legislativo, e un’ampia parte del potere di controllo. Inoltre, non vi sono contrappesi indipendenti da lui al suo strapotere.

La tesi fondamentale esposta da Montesquieu nel suo celebre trattato Lo spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, è che può dirsi libero solo quell’ordinamento in cui nessun governante possa abusare del potere a lui affidato. Per prevenire tale abuso, occorrono contrappesi e controlli, occorre che “il potere arresti il potere”, cioè che i tre poteri fondamentali siano affidati a persone od organi differenti, in modo che ciascuno di essi possa impedire all’altro di esorbitare dai suoi limiti e debordare in tirannia. La riunione di questi poteri nelle medesime  mani, siano esse quelle del popolo o del despota, annullerebbe la libertà perché annullerebbe quella “bilancia dei poteri” che costituisce l’unica salvaguardia o “garanzia” costituzionale in cui risiede la libertà effettiva. “Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”: è partendo da questa considerazione, che Montesquieu elabora la teoria della separazione dei poteri. Per evitare che si conculchi la libertà dei cittadini, il potere legislativo e quello esecutivo non possono mai essere accentrati in un’unica persona od organo costituzionale.

Tecnicamente, perciò, Renzi ha restaurato l’ancien régime, lo stato assolutista pre-rivoluzione francese. Infatti con le sue riforme il premier domina il partito e ne forma le liste elettorali; domina la camera con un terzo circa dei suffragi; domina l’ordine del giorno dei lavori; domina il Senato; sceglie il capo dello Stato; nomina direttamente cinque membri della Corte Costituzionale  e cinque attraverso il capo dello Stato; nomina o sceglie i capi delle commissioni di garanzia e delle authorities; da ultimo, quasi dimenticavo, presiede il Consiglio dei Ministri. E gestisce molte altre cose. Si è fatto controllore di se stesso. Questo intendo dire quando affermo che è stato superato il principio della divisione dei poteri dello Stato. In ciò, Renzi batte Mussolini, perché l’espansione dei poteri del Duce incontrava la limitazione data dalla presenza del re a capo dello Stato,  il quale non era scelto, ovviamente, dal Duce ed era al di sopra del suo raggio d’azione, tanto è vero che il Re lo fece arrestare nel 1943. Rispetto a questo, Renzi è più simile a Hitler, perché anche in Germania non c’era la monarchia, quindi il cancelliere potè riunire nelle sue mani tutti i poteri.

L’abolizione della separazione dei poteri dello Stato è un salto costituzionale tanto lungo e radicale quanto sarebbe il salto per passare alla legge islamica, alla shariya. Eppure, chi si accorge di tale salto? Il popolo è scusato, dato che le stime ufficiali rilevano un 47% di analfabetismo funzionale e solo un 18% capace di capire testi un po’ complessi, figuriamoci Montesquieu.  Ma dove sono i liberali, i democratici, i costituzionalisti, i filosofi, i politici, gli intellettuali, quelli che hanno ampio accesso ai mass media e che fino a ieri si riempivano la bocca di antifascismo, costituzione, resistenza, garanzie? Dove sono i fieri magistrati che dimostravano con la Costituzione sotto il braccio togato? Perché tacciono di fronte alla concentrazione dei poteri in un’unica persona, di fronte all’abolizione dei controlli e dei bilanciamenti? Perché non insorgono come facevano in passato per molto, molto meno? Se non ora, quando, vostro Onore? O sono cambiati gli ordini di scuderia?

Forse voi, maliziosi lettori, pensate che i suddetti signori siano tutti diretti sul carro del vincitore, alla mensa del principe. Ma che male ci sarebbe, a questo punto? I poteri forti, la cosiddetta Europa del Bilderberg e di altri simili organismi, hanno capito che le inveterate caratteristiche sociologiche italiane non consentono il risanamento morale, la legalità e l’efficienza. Non provano nemmeno a metterci le mani. Si sono convinti che per governare e spremere questo paese ci vuole invece proprio il suo autoctono, tradizionale regime buro-partitocratico, con i suoi poteri collegati. Attraverso Renzi e Berlusconi, uniti da un patto sottobanco e di convenienza, forse comprendente la soluzione di problemi giudiziari, lo hanno perfezionato, stabilizzato, costituzionalizzato, ponendo tutto nelle mani del segretario del partito forte, controllore di se stesso. Honni soit qui a mal de panse. Adieu, Montesquieu: vive le renzien régime!

 

29-31.01.15 Marco Della Luna

 

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