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FRANCESCO, SALVINI E L’IMMIGRAZIONE

 FRANCESCO, SALVINI E L’IMMIGRAZIONE

Le recenti dichiarazioni del Vescovo Galantino, ossia che lo Stato non starebbe facendo il suo dovere per gli immigranti, vanno a corroborare la spiegazione del favore della Chiesa verso l’immigrazione di massa data dal prof. Manlio Graziano, autorevole accademico della Sorbona, nel suo saggio Guerra Santa e Santa Alleanza.

Graziano dice che questo favore fa parte di una precisa strategia: la Chiesa romana, e particolarmente papa Bergoglio, puntano a sovraccaricare di immigrati le già fragili e oberate risorse della pubblica assistenza italiana, al fine di portale al collasso e così potersi proporre come unica forza capace di gestire il problema non solo degli immigrati ma anche degli italiani impoveriti e disoccupati dalle politiche economico-finanziarie degli ultimi decenni. La Chiesa romana mira quindi, secondo Graziano, a replicare in Italia la strategia vincente dei movimenti religiosi fondamentalisti che, nei paesi islamici (per es., i Fratelli Musulmani in Egitto), hanno acquisito potere politico assumendo la gestione dei problemi sociali, ossia sostituendosi allo Stato, che non riusciva più a sopperire ai bisogni crescenti posti dall’inurbamento massiccio, dal rapido incremento demografico, della crescente disoccupazione.

Una strategia di potere, cinica e machiavellica, insomma, in oggettiva conformità a quelle tipiche della storia dei papi e della Chiesa romana, come pure della politica gesuitica (gesuita era anche san Francesco Saverio, di cui l’attuale pontefice ha scelto il nome).

La partitocrazia romana ha fiutato prontamente questa strategia che la insidia da vicino, sicché il suo esponente Angiolino Alfano, ministro degli interni, ha replicato fermamente a Galantino, marcando il confine tra i compiti dello Stato e quelli della Chiesa. Allora, i vertici di quest’ultima hanno capito che si erano esposti troppo presto, che nella fretta rischiavano di tradirsi agli occhi dell’opinione pubblica, e hanno ritrattato le parole dell’impaziente vescovo.

Salvini polemizza più direttamente con l’accoglientismo della Chiesa, anche si si trattiene soprattutto dal criticare il Papa, perché si professa cattolico. Comunque farebbe bene a divulgare ciò che spiega il prof. Graziano sulla strategia immigrazionista della Chiesa,

Tale spiegazione,  oltre ad essere ulteriormente confermata dalla replica di Alfano e dalla ritrattazione da parte della Chiesa, risolve l’apparente paradosso di una Chiesa cristiana che favorisce l’afflusso in Italia di un gran numero di immigrati perlopiù islamici: anche gli islamici servono alla strategia di potere suddescritta, anzi sono più utili degli immigrati cristiani, perché apportano maggiori problemi di accoglienza e gestione. La Chiesa vuole accreditarsi come mediatrice sociale, morale e politica tra l’Islam e le nazioni in cui gli islamici arrivano in massa.

Ad ogni modo, oltre al fattore suddetto, abbiamo il motivo economico: le organizzazioni legate alla Chiesa romana incassano dal contribuente circa 40 euro al giorno per ogni immigrato; e questi soldi probabilmente rimangono loro come utile netto, perché tali organizzazioni ricevono, da enti pubblici e da soggetti privati, cospicue donazioni di denaro, di cibarie, di indumenti, di detergenti, di immobili (come proprietà o come uso), che coprono i costi vivi.

Consideriamo inoltre che non si controlla seriamente quanti degli immigrati accolti rimangano effettivamente nella struttura, quindi le suddette organizzazioni rischiano di ricevere il contributo anche per coloro che se ne sono andati (qualcosa del genere l’ho visto personalmente con altri tipi di ospiti).

E non dimentichiamo che le onlus e le associazioni non subiscono reali controlli contabili e ancor meno degli effettivi movimenti bancari, sicché possono praticamente fare tutti i rigiri di denaro che vogliono, realizzando e distribuendo utili in nero.

Naturalmente, queste opportunità di lucro valgono anche per onlus e associazioni non legate al clero ma ai partiti politici (v. Mafia Capitale).

In un recente sondaggio di Sky Tv, eseguito durante il dibattito sulle dichiarazioni del vescovo Galantino, la linea vaticana sull’immigrazione perde del 15% circa rispetto alla linea contraria ad essa. Sembra che la maggior parte degli italiani non creda più alla narrazione accoglientista del problema migratorio – forse perché questa narrazione viene fatta con un linguaggio moralistico e politically correct, che l’opinione pubblica, dopo molte esperienze, ha ormai imparato ad associare alle menzogne e alle fregature. L’istinto di sopravvivenza si sveglia.

16.08.15 Marco Della Luna

PUBBLICO DI SEGUITO DUE COMMENTI CHE TROVO INTERESSANTI, I LORO ARGOMENTO VANNO PRESI IN CONSIDERAZIONE :

R. di PietroGE il Domenica, 16 agosto @ 18:54:54 BST
Analisi, a mio parere, totalmente sbagliata. La Chiesa ha preso atto che in futuro la popolazione europea conterà solo per qualche percento (vedere le previsioni dell’ONU) e che la competizione con l’islam sarà nei Paesi del terzo mondo.La Chiesa quindi sta, cinicamente, scaricando l’Europa perché :1) Non vuole essere trattata come la Chiesa dei bianchi

2) È per sua natura universalistica.

Un errore fatale, secondo me, perché l’abbandonare il continente che ha avuto per primo le radici cristiane  e dove è nata come chiesa universale, sarà considerato un segno di debolezza  e di menefreghismo. In poche parole, la chiesa rischia il boomerang.

Per non parlare poi della distanza che si fa sempre più grande tra l’opposizione dei popoli europei all’invasione e un atteggiamento della curia di fronte al problema che non trova consensi neanche tra i cristiani  più fedeli.

Le altre cose accennate nell’articolo come il lucrare sugli immigrati, possono anche essere vere, secondo me però sono secondarie.

Re: di Neriana il Domenica, 16 agosto @ 19:35:56 BST

La Chiesa Cristiana è nata in Medioriente ed  ha matrice mediorientale….i cristiani poi hanno colonizzato l’Europa grazie anche all’aiuto di Tiberio in primis, di Teodosio e via via di tutti i mediorientali che hanno sterminato  gli indoariani europei culturalmente ma non solo, quindi quello che fa la chiesa di Roma è solo un processo di continuità per togliere qualsiasi rimasuglio di cultura realmente europea gia dai romani in declino…Insomma forse hanno paura che torna il grande Pan : ).

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RENZICRATURA: PARTITO DEMOCRATICO, RIFORME NEOFASCISTE

Renzicratura: Partito Democratico, riforme neofasciste


La strategia applicata all’Italia dall’Europa produce scarsità monetaria, perdita di competitività, deindustrializzazione, disoccupazione, indebitamento. Il suo scopo è privare il paese di liquidità e di capacità industriale riempiendolo di debiti e disoccupati, in modo che i capitali stranieri, costituiti da masse di moneta contabile creata dalle banche estere a costo zero, possano arrivare, invocati come salvatori dalla disoccupazione e dalla scarsità monetarie così prodotte, e rilevare tutto sottocosto, cioè le aziende e gli immobili, la ricchezza reale prodotto dal lavoro reale, e possano per tale via impadronirsi del Paese. Questo sta già avvenendo: Italcementi è l’ultimo esempio.

Per conseguire questo obiettivo è stato adoperato l’euro, moneta forte, perciò adatta ad ostacolare le esportazioni italiane e favorire quelle tedesche. All’euro si aggiungono le c.d. regole di austerità, nonché la politica di saldi primari attivi di bilancio pubblico – cioè per vent’anni lo Stato ha prelevato con le tasse e 100 e restituito con la spesa pubblica 90 (cifre esemplificative), in modo di prosciugare la liquidità del paese.

Molto importante è stata la politica fiscale di Monti, diretta a distruggere il valore degli immobili come garanzia con cui le aziende e le famiglie italiane ottenevano liquidità dalle banche, le quali ora praticamente non accettano quasi più il mattone per dare credito ad esse. In questo modo si è arreso il paese molto più povero e dipendente dal potere bancario straniero. Inoltre, colpire il settore immobiliare è servito per colpire il risparmio degli italiani e l’industria edilizia come volano di occupazione e crescita.
Incominciando con il governo Monti, imposto da Berlino attraverso Napolitano, e continuando con Letta e Renzi, che Napolitano ha sostenuto politicamente allargando notevolmente il suo ruolo prescritto dalla costituzione, l‘Italia è stata preparata per l’occupazione finanziaria straniera. Al fine di sviare l’attenzione da questa strategia generale e impalpabile, agli italiani viene anche offerto un nemico tangibile e immediato con cui prendersela, ossia gli immigrati o invasori.

Per completare l’occupazione finanziaria straniera bisognerà spingere il paese a più elevati livelli di sofferenza e paura, per raggiungere i quali basterà, ad esempio, togliere i puntelli del quantitative easing; quindi è urgente creare le strutture giuridiche con cui il governo possa controllare la popolazione e reprimere possibili sollevamenti popolari contro il regime e i suoi piani. Questa è la ragione dell’urgenza di attuare la riforma fascista dello Stato (elezioni, Senato, Rai, bail in…) che il governo Renzi sta realizzando, e che altrimenti non avrebbe ragion d’essere, dato che si tratta di riforme a basso o nullo impatto sull’economia. E che aumentano anziché diminuire il potere della partitocrazia parassitaria e inefficiente, anzi, della parte peggiore di essa, cioè degli amministratori regionali, che diventano la base per il Senato renziano. Il presidente Mattarella, ovviamente, essendo stato nominato da Renzi, lo lascia andare avanti

La riforma forma neofascista del Partito Democratico consiste, essenzialmente, nel concentrare i poteri dello Stato nelle mani del Primo Ministro eliminando in pratica gli organi di controllo e di bilanciamento, e creando un parlamento di nominati, cioè  limitando radicalmente la possibilità del popolo di scegliere i propri rappresentanti, che vengono legati alle mani del primo ministro con rapporti di dipendenza e interesse poltronale. Belpaese, brutta fine. Onorevoli e Senatori formalmente rappresentano il popolo, ma votano qualsiasi cosa voglia il premier, altrimenti il premier non li ricandida o rinomina e non li lascia mangiare: un perfetto sistema di voto di scambio legalizzato. Belpaese, brutta fine.


Questo è il piano per l’Italia, che ha già perduto circa un quarto della sua forza industriale. Il piano per l’Europa, portato avanti da Washington e dai banchieri privati che possiedono la Fed, attraverso il vassallo tedesco appoggiato e coperto moralmente da Parigi, mira invece a impedire che l’Europa si unisca, che diventi una potenza economica e tecnologica effettivamente concorrente rispetto agli Stati Uniti, e che abbia una moneta propria e funzionante, concorrente col dollaro. Strumento perfetto per questi scopi è risultato l’euro, che sta creando disunione, divergenze, instabilità e recessione nell’ambito europeo. Esso sta creando addirittura i presupposti affinché ancora una volta gli USA siano legittimati a intervenire, non necessariamente in modo materiale, per salvare i paesi minacciati dalla sopraffazione tedesca, recuperando così la loro oggi vacillante supremazia sull’Occidente.

Mentre collabora a questo piano, la Germania riceve evidenti benefici a spese dei paesi deboli, così come i governanti collaborazionisti (italiani e non solo italiani) li ricevono a spese dei loro popoli. E l’euro, finché serve a questo piano, viene mantenuto e dichiarato irreversibile assieme, alle sue regole, nonostante i danni che l’uno e le altre causano, e i loro evidenti difetti strutturali.

Tutto quadra e corrisponde ai fatti osservabili.

06.08.15 Marco Della Luna

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BILANCIO CONSUNTIVO DELL’EURO

BILANCIO CONSUNTIVO DELL’EURO

Gli odierni dati statistici mostrano che, dall’introduzione dell’Euro:

1-i paesi dell’Eurozona sono quelli cresciuti meno tra i paesi OCSE;

2-i paesi mediterranei sono quelli cresciuti meno tra i paesi dell’Eurozona;

3-l’Italia è il paese cresciuto meno tra quelli mediterranei;

4-le differenze economiche e finanziarie tra aree forti e aree deboli si sono ampliate;

5-il Meridione italiano non è cresciuto affatto, anzi è calato, raggiungendo un divario del 70% circa rispetto al Nord;

6-se togliamo dal suo pil i trasferimenti che riceve dal Nord supetassato, praticamente il Meridione è Terzo Mondo, senza spinte di crescita e con disoccupazione al 50% circa;

7-il Meridione, gravando sull’economia del Nord, la deprime e trascina il Nord nel declino;

8-gli investimenti in Italia sono crollati del 20%, e nel Meridione del 38%;

9-non si vedono reazioni correttive a quanto sopra, ma tutto continua nella suddetta direzione;

10-gli aiuti dalle aree più efficienti a quelle meno efficienti consentono a queste ultime di mantenere le loro inefficienze;

11-i governi italiani, almeno da 15 anni, governano nell’interesse della Germania e di altri paesi stranieri, e contro l’interesse degli Italiani.

 

Conclusioni basate sui fatti osservati in 15 anni:

1-l’Euro funziona all’inverso di come era stato promesso;

2-la moneta unica (rectius: il blocco dei cambi) aumenta le divergenze tra i paesi che le adottano;

3-soffoca le economie più deboli, causando in esse disinvestimenti, disoccupazione, insolvenze, emigrazione di massa;

4-non aumenta l’efficienza, non corregge le pratiche sbagliate, non suscita reazioni di adattamento, ma peggiora le pratiche scorrette spingendo le classi dominanti a difendere le loro posizioni;

5-ci dovrebbero essere, in un sistema di cambi flessibili, tante monete quante le diverse aree di pari produttività; quindi una moneta per le aree più produttive (come sicuramente la Germania Occidentale), una per quelle meno produttive (quindi sicuramente una per il Meridione italiano e la Grecia), una per le aree intermedie;

6- ovviamente ciascuna area dovrebbe essere uno Stato indipendente, con una sua politica economica;

7-di integrazione si può realisticamente parlare solo entro entro ciascuna di queste aree;

8-i danni economici e sociali causati dall’Euro sono immensi, ma coloro che ne traggono vantaggio sono tanto forti, che riescono a imporre la continuazione del piano Euro senza notevoli difficoltà.

30.07.15 Marco Della Luna

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I MUTUI BANCARI SONO UNA FRODE: COME DIFENDERSI

I MUTUI BANCARI SONO UNA FRODE: COME DIFENDERSI

“Voglia il tribunale dichiarare inesistente o nullo per illiceità l’apparente contratto di mutuo in questione, condannando la banca a restituire al cliente tutti gli importi percepiti a titolo di capitale, interesse e commissioni.”

L’intero sistema monetario e creditizio è fondato sull’inganno e sull’ignoranza, e si regge sulla connivenza delle istituzioni. Per sua natura produce inevitabilmente ricorrenti disastri, e costanti profitti per chi lo manovra.

Espongo di seguito un suo aspetto rilevante per la vita quotidiana, ossia alcuni argomenti giuridico-economici che dimostrano che i mutui e in generale i prestiti delle banche sono o inesistenti, oppure nulli perché illeciti. Questi argomenti sono fondati su norme e realtà certe, sono perfettamente controllabili, e possono essere usati per opporsi in causa alle pretese delle banche; ma non è affatto certo che i giudici li capiscano e li accettino, e che applichino le norme di legge che dovrebbero applicare. Farlo, infatti, sarebbe pericoloso per la carriera del magistrato che osasse tanto, equivalendo a mettersi contro il sistema. In tutte le società e in tutte le epoche, i giudici, nel complesso, difendono il sistema esistente, gli interessi costituiti, le leggi di fatto, non quelle solo scritte sulla carta, anche se, ovviamente, si presentano come i loro tutori.

Finora ho visto giudici che, davanti a questi argomenti, per evitare rischi, se li capiscono, fingono che non siano stati nemmeno formulati, oppure dicono che si tratterebbe di scelte politiche, oppure tirano fuori altre frottole e pretesti.

Però se farete causa a migliaia e migliaia contro le banche mettendo in evidenza questi principi evidentissimi di diritto e realtà, e facendoli percepire dall’opinione pubblica, sarà sempre più facile che crolli il muro di finzione, di ignoranza e di connivenza delle istituzioni. Connivenza che si sta spingendo, con la legge del bail-in, a scandalosi picchi di scelleratezza.

INESISTENZA DEI MUTUI (PRESTITI) – OMESSA DAZIONE DI MONETA – INADEMPIMENTO

I supposti contratti di mutuo e simili (apparenti prestiti) in realtà non esistono, perché il mutuo viene in esistenza solo quando il prestatore effettivamente consegna “danaro” al prestatario, e di fatto le banche non consegnano mai “danaro”, dato che il “danaro” è la moneta legale, cioè le banconote emesse dalla BCE, e non accrediti contabili.

A norma dell’art. 1813 CC, “Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità.” Il mutuo è un contratto di natura reale, re perficitur: viene in essere con la dazione della cosa mutuata – denaro, nel caso di mutuo di denaro. Prima della dazione non è in essere. Dunque prima della dazione non può spiegare effetti.

Non basta, dunque, per porre in essere un contratto di mutuo, redigere e firmare una convenzione e chiamarla “contratto di mutuo”. Un siffatto, sedicente contratto non contiene la prova della dazione di moneta, anzi contiene – come si preciserà – la prova della sua non dazione. Non contiene quindi la prova della venuta in essere, del perfezionamento, del mutuo. Come si vedrà nel proseguimento, il rapporto monetario intercorso consiste nella dazione di una promessa della quantità di moneta, ma non di moneta.

Si noti che “moneta” o “denaro”, in base al Codice Civile, è la valuta legale in Italia, ossia l’Euro emesso dalla Banca Centrale Europea, unico soggetto legittimato a emettere moneta nell’Eurozona, in virtù del Trattato di Maastricht.

Il Codice Civile, compreso l’art. 1813, conosce solamente la moneta legale. Ovviamente, non costituisce moneta legale un qualsiasi titolo denominato in moneta legale. Una cambiale o un assegno o un bonifico o un qualsiasi strumento finanziario da 10.000 Euro o Dollari non sono 10.000 Euro o Dollari. L’art. 105 del Trattato di Maastricht stabilisce che l’unica forma di moneta legale è la banconota (oltre al conio metallico), e ne riserva l’emissione alla BCE. Quanto ciò sia concretamente e applicativamente vero si vedrà in seguito, e anche studiando il sistema di pagamenti transfrontalieri entro l’Eurozona, detto Target2.

La non-analogia, la non-assimilabilità, la non-interscambiabilità tra moneta legale e “moneta” contabile bancaria è determinata dalla diversità giuridico-ontologica tra la prima e la seconda, cioè dal fatto che la prima è una carta-valore, ossia una carta che ha un potere d’acquisto ma non ha natura di credito (non incorpora alcun rapporto di credito-debito), mentre la seconda è un credito (una registrazione contabile creditoria) cui corrisponde un debito (una registrazione contabile debitoria), e che può essere speso perché è trasferibile da un soggetto a un altro, e il trasferimento di questo credito è inteso, vale, come pagamento o prestito. Il fatto che lo pseudo-denaro bancario è in realtà un credito verso la banca che lo emette o che te lo accredita, implica che se questa banca fallisce tu puiu perdere in tutto o in parte questo pseudo-denaro. Esso infatti dipende, per la sua esistenza, dalla solvibilità della banca. Invece il denaro vero ha un valore che, non essendo un credito, non dipende dalla solvibilità di alcuno. E questo dimostra definitivamente che il preteso denaro bancario non è denaro, sicché non può essere oggetto di mutuo, e i mutui concessi con esso sono nulli e non vanno rimborsati, né su essi va pagato un interesse – a termini di legge. Ma in mezzo mondo i politici-criminali al servizio dei banchieri truffatori stanno introducendo norme per scoraggiare, limitare e sostanzialmente abolire l’uso del denaro vero, allo scopo che la gente non possa più capire la differenza tra questo e lo pseudo-denaro dei banchieri, e che sia sottomessa alle loro truffe, per esempio perdendo i risparmi per effetto del meccanismo del bail in (ultimamente introdotto anche in Italia) quando la banca diviene insolvente (il che avviene, solitamente, per effetto di truffe dei banchieri stessi). I politicanti-criminali mirano a privare la gente della possibilità di avere denaro vero, al fine di porre la gente stessa, anzi tutta la società. in balia delle banche.

Per approfondire la natura non monetaria dello pseudo-denaro bancario, consideriamo l’operazione di bonifico. Quando Tizio esegue un bonifico a Caio, che cosa avviene? Avviene che Tizio, che ha un saldo attivo nel suo conto presso la sua banca X, ordina a questa di sostituire a lui Caio nella posizione di creditore, e a se stessa la banca di Caio nella posizione di debitrice. Cioè il bonifico è una doppia novazione soggettiva del rapporto di credito tra bonificante e banca: cambiano i due soggetti di questo rapporto: al posto di Tizio, subentra Caio, come creditore; e al posto della banca di Tizio subentra la banca di Caio, come debitrice. Quindi il bonifico è il trasferimento di un credito, che non è una dazione di danaro.

Ma, tornando al modo di erogare credito delle banche, la traditio pecuniae, la dazione di denaro, non avviene nemmeno con un “accredito” creato dal nulla, su un conto corrente, consistendo questo accredito meramente nel digitare un importo, da parte nella banca, in un conto di disponibilità – operazione elettronica in cui nessun denaro viene spostato -; e altresì per il fatto stesso che accreditare, ossia creare una disponibilità di un saldo attivo (su un conto di disponibilità) è creare la disponibilità di un credito, e non di danaro. Quando una banca accorda un apparente prestito (mutuo), contabilmente attiva due conti:

-un conto di disponibilità per il cliente, in cui segna la somma in questione come proprio dare e come avere del cliente, nel senso che il cliente potrà usare il saldo attivo di questo conto trasferendolo in tutto o in parte a soggetti verso cui vuole eseguire pagamenti; quando trasferisce l’intero importo del detto credito, il saldo va a zero;

-un conto di debito, in cui, al momento dell’erogazione del “prestito” (cioè dell’azzeramento del saldo del conto di disponibilità) registra la detta somma come proprio avere e dare del cliente.

Ma – si ripete – ciò che viene “messo” nel conto di disponibilità è solo un insieme di cifre digitate, non denaro (moneta legale); e il numero composto di queste cifre è un credito (di disponibilità, e salvo il rimborso) del cliente verso la banca. Non è denaro. Il denaro non è mai un credito, non incorpora un’obbligazione o un diritto di credito.

Gli apparenti contratti di mutuo spesso contengono la prova che la banca non ha eseguito alcuna traditio pecuniae, che non ha cioè trasferito moneta agli attori, e che si è limitata a digitare  un numero nel conto di disponibilità. E lo provano espressioni facilmente riconoscibili. Ad esempio, il cotnratto dichiara che la banca ha prestato il denaro o erogato la somma “mediante accredito”, “mittels Gutschrift”; oppure il mutuatario dichiara “di aver ricevuto, mediante accreditamento in un conto a proprio nome aperto presso la direzione della Cassa di Risparmio stessa, la somma di… …”.

In una causa in cui si contesti l’inesistenza di un siffatto mutuo, si può chiedere al giudice che, se non gli risulta abbastanza chiaro dai documenti come quelli sopra indicati, disponga una perizia o CTU per accertare che l’erogazione dell’apparente mutuo in questione è avvenuta con le modalità descritte sopra nonché dal prof. Werner nel suo paper allegato all’opposizione, ossia senza movimentazione di fondi della banca da altri conti, senza riduzione di altri fondi, senza diminuzione di poste di bilancio, bensì mediante mera scritturazione, a costo zero per la banca, di un numero nel conto di disponibilità. Il nominando CTU non dovrà fare altro che ripetere sulla controparte la verifica eseguita dal prof. Werner sulla banca da lui presa in esame, per accertare che non vi è stata alcuna uscita di moneta.

Da quanto detto sopra, consegue anche che la banca non presta denaro, cioè valuta legale, cioè euro, ma consegna al supposto mutuatario sue proprie promesse di pagamento di quantità di moneta legale che non possiede e che, a livello di aggregati, non esiste (quindi sono promesse a vuoto), si ha che il capitale prestato è 0, quindi qualsiasi interesse preteso è infinito, dato che qualsiasi numero, diviso per zero, dà infinito. Dunque, con questo sistema bancario, il superamento della soglia sussiste sempre.

 Una ulteriore prova che il denaro bancario non è denaro vero, ma falso, fraudolentemente spacciato come deanro con la complicità di chi dovrebbe impedirlo, ci viene dall’istituzione nota come Target 2. Il funzionamento e la stessa esistenza di Target2, la piattaforma per pagamenti interbancari nell’Eurozona (e non solo), dimostrano che il denaro sui conti correnti bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla BCE ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. Infatti, se fosse l’euro “vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000 euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in Germania, la mia banca opererebbe quando fa un bonifico a un altro conto corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, anziché passare per Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco. Infatti, l’euro vero disponibile al privato, ossia la banconota e il conio, è egualmente spendibile e accreditabile sui conti correnti direttamente (senza cioè passare per le banche centrali) in qualsiasi paese dell’Eurozona. Il che dimostra in modo diretto e compiuto, che gli “euro” segnati sui conti correnti italiani non sono veri euro (la valuta legale), non sono emessi dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…), e non sono l’Euro, la valuta legale del SEBC, di Maastricht, l’unica ammessa e lecita. Sono una moneta privata, creata internamente a ciascun sistema bancario nazionale, e diversa per ogni sistema bancario (cioè per ogni paese). In Italia, sono la moneta dell’ABI. Contabilizzarla al medesimo modo e con la medesima denominazione dell’Euro vero, è scorretto, ingannevole, illecito. E’ un’elusione del Trattato di Maastricht.

Insomma, non è possibile sostenere in buona fede che la dazione di denaro bancario, ossia di un accredito, sia una dazione di danaro ai fini della venuta in essere di un mutuo. Ma ovviamente molti giudici sceglieranno di stare dalla parte del sistema, degli interessi costituiti.

NULLITA’-INESISTENZA E ILLICEITA’ DEL CONTRATTO

In ogni caso, i contratti come quelli sopra descritti sono nulli perché illeciti, contrari alla legge; quindi niente è dovuto alla banca per capitale o per interessi. Infatti,

-o si afferma che ciò che le banche di credito danno negli apparenti mutui è (considerabile ai fini dell’attuazione del mutuo come) danaro – e allora, per far salvo il mutuo, si va contro al TUB (DLT 385/1993 art. 10, c. 1: “La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria”) e al Trattato di Maastricht, art. 105, che riserva al SEBC la creazione della moneta;

-oppure si riconosce che non è danaro e che quindi non vi è mutuo, nel senso spiegato al punto 1.

Se si opta per la prima ipotesi, allora si dovrà anche riconoscere che i bilanci delle banche sono falsi, in quanto non espongono i ricavi da creazione monetaria; e per conseguenza vi è una corrispondente evasione fiscale.

Premettiamo che gli argomenti che seguono hanno ricevuto di recente una conferma da parte di papers della Bank of England – conferma che riportiamo in fondo al presente motivo, e che non consente ulteriori elusioni dei problemi giuridici di seguito posti. Chi diversamente sostiene, sembra ignorare che il Codice Civile e le norme di esso che, in particolare, che regolano i rapporti in esame, conoscono soltanto il danaro legale, ossia la moneta legale, cioè le banconote, ossia carte-valore non contenenti obbligazioni o crediti, mentre al contrario le transazioni e i contratti con le banche hanno prevalentemente, e specificamente nel nostro caso, come oggetto rapporti di credito-debito, quali sono gli assegni, i bonifici, gli attivi di conti correnti. Chi diversamente sostiene equivoca, invece, tra moneta legale (cartamoneta) e mezzi monetari “obbligazionali” (scritturali, contabili, creditizi, comunque non legali), li confonde, non li distingue, equipara ai primi i secondi.. Si potrebbe obiettare che i detti argomenti sarebbero volti a contestare il vigente sistema bancario come disciplinato dal TU bancario, e che contrasterebbe con l’ordinamento positivo. Niente di più erroneo: le argomentazioni in parola sono fondate sul diritto positivo, come di seguito si espone, ma come era già stato spiegato nella parte precedente di questo motivo.

Innanzitutto, il Trattato di Maastricht riserva alla BCE (rectius: al Sistema Europeo delle Banche Centrali) la creazione di moneta, cioè della moneta legale, o cartamoneta (Art. 105), che è quindi l’unica valuta legale; mentre il T.U. bancario autorizza le banche all’esercizio del credito (ossia al prestito della raccolta, al prestito di denaro già esistente) ma non alla creazione di mezzi monetari (DLT 385/1993 art. 10, c. 1: La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria). Per contro, e in violazione di queste norme di diritto positivo, le banche, applicando il principio della riserva frazionaria ([1]), ossia il principio per il quale le banche di credito, possono prestare un multiplo – in Italia, oggi, fino a 50 volte – del totale dei depositi detenuti – depositi che, a loro volta, non sono di moneta legale (se non per millesimi) ma consistono di crediti (bonds e accrediti da altre banche) . In tal modo il sistema bancario, prestando, crea mezzi monetari – cosa che il citato art. 10 non gli consente, e che costituisce quindi, in base al diritto positivo, un’attività illecita, rispetto a cui il giudice, ogni volta che si pronuncia, può o dichiarare la situazione di illegalità e sanzionarla, oppure evitare il merito. Il sistema di produzione della moneta scritturale bancaria da parte delle banche di credito, ora “banche universali” perché fanno anche “investimento” (ossia speculazioni), si sostanzia nel fatto che, se Tizio riceve un prestito di –poniamo- un assegno circolare di 1.000 Euro della banca 1 e lo dà a Caio in estinzione di un debito, e Caio lo deposita sul suo conto corrente presso la banca 2, la banca 2 potrà, in base a questo incremento dei depositi da essa detenuti, prestare il 90% di 1.000, cioè 900; e i 900, depositati nella banca 3, consentiranno a questa di prestare 810… e così via. In tal modo, il sistema creditizio non si limita a intermediare, mamoltiplica il denaro, il money supply – cosa che non gli è consentita dalla legge positive, e su cui quindi il giudice non deve consentire che la banca guadagni.

In realtà, come recentemente provato dal prof. Richard Werner (vedi infra), la banca non opera nemmeno col principio della riserva frazionaria, ossia non attinge (frazionalmente) a riserve, non ne diminuisce l’importo, nel prestare, proprio perché in realtà opera come descritto sopra nel caso di specie, cioè digitando ex nihilo un importo in un conto di disponibilità creato ad hoc, senza trasferimenti da altre poste o fondi di bilancio. Quindi l’illegalità è ancora più grave e radicale.

Ma che cosa emette la banca, quando presta? Eroga non moneta legale, bensì mezzi monetari, virtual money, consistenti in promesse di pagamento o ricognizioni di debito (assegni circolari, lettere di credito, promissory notes) obbliganti la banca emittente a un solvere formalmente consistente in una dazione di moneta legale, ossia cartamoneta (un assegno circolare di 100 Euro della banca Alfa è un titolo di credito che obbliga la banca a pagare 100 Euro in contante al legittimo portatore, a vista. Ma dato che, in sistemi a copertura frazionale, la banca detiene in contante solo una minima parte del totale delle promesse di pagamento che ha emesso, e nondimeno queste promesse sono accettate e accreditate come se fossero esse stesse denaro – dato ciò, si deve dire che le banche creano money supply anche in questo senso, ossia facendo accettare come moneta legale le loro promesse di moneta legale. L’emissione di promesse di pagamento bancarie scoperte, o coperte solo in minima parte (pratica in cui si sostanzia, in generale e in questo caso particolare, l’erogazione del c.d. credito bancario), è un atto non di esercizio del credito, ma di creazione di mezzi monetari dal nulla, che le banche esercitano abusivamente, anche in violazione del trattato di Maastricht, che riserva alla BCE, in via esclusiva, la funzione di emissione della moneta Euro.

Inoltre, è un atto che alla banca, a fronte della creazione di un matching account che va in attivo, per la banca (cioè le procura ricavi) a misura che il cliente preleva dal conto di disponibilità, non comporta un costo, una diminuzione, un’uscita patrimoniale, o al più comporterebbe (ma non è così) un’uscita pari alla riserva frazionaria applicabile, cioè circa 1/50 – rectius, comporterebbe un assorbimento, (una diminuzione) della capacità di ulteriore creazione psudo-monetaria. La banca, in un sistema monetario a riserva frazionaria, eroga a costo frazionario. Ma, come già detto, non è nemmeno questo, ciò che accade nell’erogazione del credito.

Da dove provengono i “soldi” che la banca presta o dichiara di prestare e contabilizza come prestati? In proposito vi sono da tempo tre teorie:

-La teoria ufficiale, recepita dall’intenzionalmente fuorviante linguaggio del legislatore: la banca è un’intermediaria finanziaria, cioè presta i soldi della raccolta: tanto raccoglie, tanto può prestare. Da un lato riceve depositi, e dall’altro lato li presta, applicando una forbice di interessi, e guadagnando su questa e sulle commissioni; quindi, se presta 100, in bilancio deve registrare un calo di cassa di 100, e un incremento di 100 dei crediti. Ovviamente, ogni mancato rimborso dei prestiti concessi è una pari perdita. La quantità di liquidità, il money supply, è generata interamente dalla banca centrale di emissione e non dipende dalla quantità di credito erogato dalle banche. Questa la teoria per il popolo bue, i mass media e i benpensanti.

-La teoria per gli “istruiti”, insegnata all’università, è quella della riserva frazionale: la singola banca può prestare un multiplo delle sue riserve, cioè può creare moneta creditizia o scritturale o contabile per un multiplo delle sue riserve – diciamo dieci volte – emettendo bonifici, lettere di credito, assegni etc. E siccome questi mezzi di pagamento possono essere depositati in altre banche, andando così ad aumentare le loro riserve, essi mettono queste altre banche in condizioni di emettere ulteriore moneta contabile. L’effetto complessivo è di una moltiplicazione reciproca da parte del sistema bancario, in virtù della quale, se la banca centrale opera un incremento iniziale di 1.000 di moneta legale, con un moltiplicatore di 10 abbiamo un aumento di liquidità totale, nel sistema, di 9.900. La banca, quindi, non è un semplice intermediario finanziario, e l’uso di questa definizione, anche da parte dei testi di legge, è ingannevole. L’attività creditizia delle banche, comportando la creazione di mezzi monetari privati accettati anche dal settore pubblico (con l’assegno circolare della banca voi potete pagare le tasse o il prezzo di un terreno all’asta del tribunale), è in contrasto con la legge, come già spiegato. In ogni caso, poiché la banca, secondo questa teoria, intacca frazionalmente le sue riserve per erogare il prestito, necessariamente ad ogni erogazione le sue riserve in bilancio devono ridursi in proporzione al rapporto frazionario.

-La terza teoria è che la banca – ogni banca, individualmente – crei direttamente i mezzi monetari che presta, senza dipendere dalla raccolta né dalla moneta primaria della banca centrale, semplicemente come ha fatto c.p. ed è dichiarato nel contratto di “mutuo” de quo: aprendo un conto di disponibilità intestato al cliente e scrivendoci sopra l’importo che intende prestare, senza attingere dalla cassa e senza usare o intaccare le riserve. Quindi crea moneta creditizia al 100% ex nihilo e la presta. O più esattamente la crea con l’atto del metterla a disposizione o prestarla. Il prestato (il messo a disposizione) non preesiste al prestare (al mettere a disposizione): it is lent into existence. L’incompatibilità col Tub e con Maastricht è totale. Questa capacità di creare mezzi monetari è la vera peculiarità della banca, conferita di fatto (anche se non di diritto) dalle istituzioni che stanno al gioco dei banchieri disapplicando la legge, e che rende il prestare della banca qualitativamente diverso dal prestare di qualsiasi altro soggetto, perché qualsiasi altro soggetto presta solo denaro che si è procurato in precedenza in cambio di qualcosa (oppure con una rapina, un furto, una frode…); sicché, se non recupera quanto ha prestato, soffre una perdita vera e propria; mentre la banca no, quindi può sopportare molto bene le perdite sui crediti e non ha bisogno di scaricarle sul trattamento salariale dei dipendenti o sui livelli occupazionali, né sui depositi dei clienti (bail in). Le leggi che stanno introducendo il bail-in sono quindi del tutto ingiustificate sul piano economico come su quello giuridico, veri atti criminali della politica verso i cittadini e a beneficio dei banchieri truffatori.

Orbene, che le cose stiano come spiega questa terza teoria, è stato dimostrato scientificamente dal prof. Richard Werner dell’Università di Southampton mediante un esperimento, che è stato filmato da una troupe televisiva. Su International Review of Financial Analysis – 36 (2014), Werner ha pubblicato un paper su questo esperimento1, col titolo Can banks individually create money out of nothing? – The theories and the empirical evidence.[2]

L’esperimento è stato molto semplice: previo accordo con un’altra Raiffasenbank, la Raiffeisenbank Wildenberg, una banca cooperativa della Bassa Baviera inserita in una rete di molte banche cooperative servite da un unico sistema contabile elettronico, il 07/08/13 Werner personalmente si fece erogare un mutuo di 200.000 Euro. Prima e dopo l’erogazione, e di nuovo il giorno dopo, egli si fece stampare il bilancio (balance sheet, situazione contabile) della banca per confrontare il suo stato prima e dopo l’erogazione del mutuo. Dal confronto tra le due situazioni, risultò che la banca aveva aumentato i propri crediti di 200.000, mentre non vi era stata alcuna variazione in meno vuoi delle riserve, vuoi di alcun altro conto o fondo.

Quindi la banca aveva effettivamente aumentato il proprio attivo patrimoniale a costo zero proprio con l’atto del prestare. In effetti, aveva creato un conto di disponibilità in favore del mutuatario Werner e vi aveva digitato dentro un importo, accreditandosi al contempo la medesima somma. Sarebbe interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le varie banche cancellino o non cancellino questa posta attiva. La scritturazione contabile operata nell’erogazione da parte dei funzionari della banca registra:

Account overview
EUR Credit Liabilities Balance No. contract
Current accountLoan 200,000 200,000 200,000-200,000 11
Bank sum total 200,000 200,000 0,00 2

Cioè i mezzi monetari, l’oggetto del prestito, sono creati semplicemente registrando  ex nihilo un debito contro un credito, con un’operazione contabile esclusiva e peculiare delle banche, che nessun altro operatore economico potrebbe compiere. Ma – osserva questa difesa – a quanto ammontano i mezzi monetari così creati? A 200.000, cioè la “somma” prestata, o a 400.000, ossia la somma prestata al cliente più il credito che la banca ha registrato a proprio avere? Se questo credito è in qualche modo utilizzabile dalla banca come (se fosse) moneta, allora la creazione monetaria totale nel prestito di 200.000 è di 400.000.

Questo esperimento (il quale ha ulteriori aspetti e corollari, che per brevità qui si tralasciano) conferma la terza teoria, quella della creazione ex nihilo, confutando le altre due, cioè quella della banca come intermediaria finanziaria, e quella della riserva frazionaria, dato che ambedue ritengono che un prestito possa essere erogato soltanto usando denaro preesistente. D’altronde, già la Fed e la Bank of England[3], recentemente, avevano pubblicato papers3 da cui appare che il grosso, circa il 97% della liquidità (M1), consiste in denaro bancario privato (contabile, scritturale, creditizio), e solo il resto in legal tender, ossia moneta legale creata dalle banche centrali di emissione: euro-note. E molti l’avevano capito in occasione della crisi finanziaria del 2008, in quanto si spiegava che la causa del liquidity crunch (restrizione della liquidità) era… il credit crunch (restrizione del credito bancario). Quindi il money supply è creato dal prestito bancario e, dopotutto, Werner ha confermato, col suo esperimento, ciò che già si sapeva e vedeva. I tempi erano maturi… per dirlo.

Del resto, il funzionamento e la stessa esistenza di Target2, la piattaforma per pagamenti interbancari nell’Eurozona (e non solo), dimostrano che il denaro sui conti correnti bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla BCE ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. Quindi è pseudo-denaro, non è moneta legale.  Infatti, se fosse l’euro “vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000 euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in Germania, la mia banca opererebbe così come quando fa un bonifico a un altro conto corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, cioè, anziché passare per Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco. Infatti, l’euro vero disponibile al privato, ossia la banconota e il conio, è egualmente spendibile e accreditabile sui conti correnti direttamente (senza cioè passare per le banche centrali) in qualsiasi paese dell’Eurozona. Il che dimostra in modo diretto e compiuto, che gli “euro” segnati sui conti correnti italiani non sono veri euro (la valuta legale), non sono emessi dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…), e non sono l’Euro, la valuta legale del SEBC, di Maastricht, l’unica ammessa e lecita, e che infatti può essere direttamente spesa o depositata in banca in qualsiasi paese dell’Eurozona. Sono una moneta privata, creata internamente a ciascun sistema bancario nazionale, e diversa per ogni sistema bancario (cioè per ogni paese). In Italia, sono la moneta dell’ABI. Inoltre, sono titoli di debito-credito (a differenza della moneta legale, che non ha tale valenza, quindi sono onto-giuridicamente altro da essa). Contabilizzarli al medesimo modo e con la medesima denominazione dell’Euro vero, è scorretto, ingannevole, illecito. E’ un’elusione del Trattato di Maastricht. E’ una frode.

Dal punto di vista del bilancio, dei ricavi e dell’imponibile, le conseguenze sono facilmente immaginabili: l’importo prestato comporta automaticamente un ricavo di pari importo, quindi, se il bilancio un domani verrà fatto fedelmente, risulteranno maggiori gli utili e maggiore il reddito.  E’ significativo che le tre teorie siano esistite fianco a fianco per molti decenni senza mai essere verificate sperimentalmente per accertare quale fosse quella vera. Evidentemente, è un tema molto delicato, sul quale si è preferito mantenere l’oscurità e la disinformazione, indispensabili per poter continuare a parlare, anche da parte del legislatore, delle banche come “intermediarie finanziarie” senza che la gente anche solo un poco esperta del settore si accorga dalla falsità di questa definizione, del contrasto tra le leggi in materia bancaria e ciò che le banche realmente fanno, e degli erronei presupposti tecnici degli interventi sulle crisi bancarie, i cui costi sono stati, nel mondo, scaricati principalmente sui conti pubblici (quindi sui contribuenti) e sui risparmiatori (bail-in), con effetti molto negativi sull’economia reale.

 

Sulle premesse sopra esposte, possiamo agire contro le banche contestando l’inesistenza, nullità, simulazione, inesecuzione etc. in generale dei supposti contratti di sconto, anticipazione, mutuo, ai sensi degli artt. 1813, 1814, 1823, 1846, 1858 CC. Anche queste sono norme di diritto positivo, ovviamente. Qualche tribunale ha ammesso, in ordine a questa prassi, trattarsi di pagamenti in moneta diversa da quella legale – ma non ha considerato che, se la banca dispone di moneta diversa da quella legale, bisogna che essa la crei – e questa attività non le è consentita dall’art. 10. E, se la crea, la crea a costo zero, anzi la crea nell’atto di erogarla, quindi non sopporta un’uscita patrimoniale dal proprio patrimonio, sicché l’erogazione del prestito è un ricavo netto, un utile, che va dichiarato e tassato.

Ai nostri fini, la realtà giuridico-finanziaria sopra spiegata e dimostrata ha quattro primarie implicazioni:

1) L’attività di prestito delle banche è illecita perché la legge bancaria e quella internazionale non la consentono; quindi tutti i contratti lato sensu di prestito, compreso quello in esame, sono illeciti e nulli;

2)La banca non eroga, con l’atto del prestare, moneta legale, ma promesse di moneta legale – tali essendo bonifici, assegni circolari, promissori notes (promesse, tra l’altro, scoperte di riserve di moneta legale), tuttavia pretende, su queste promesse (scoperte), un pagamento di interessi in denaro sudato, ossia che il cliente deve sudare per procurarselo; e così pure un rimborso in denaro sudato; il che viola l’art. 1813 cc, che presuppone, ai fini dell’esistenza del mutuo, che sia consegnato denaro, e non promessa di esso; e che non consente la pretesa di interessi e rimborso in denaro su un qualcosa e di un qualcosa che non è stato erogato in denaro. Queste promesse di pagamento sono mutuamente accettate dalle banche del circuito nazionale ed entro di esso, le quali mutuamente ricevono e accreditano le promesse emesse sui propri conti correnti, trattandole contabilmente come se fossero moneta legale, accettandole come mezzo di pagamento, e creando con ciò un sistema monetario privato e interno al proprio circuito nazionale di appartenenza, e, al contempo, l’apparenza ingannevole che tale sistema e la sua valuta interna sia il sistema dell’Euro legale.

3) Inoltre, poiché la banca pretende interessi e rimborso su non-denaro (ma promessa di denaro), e poiché il tasso di interesse si calcola dividendo l’ammontare degli interessi nell’anno per il capitale, si ha che, qualunque sia questo ammontare, essendo il capitale monetario prestato zero, il tasso di interesse è sempre infinito, essendo che ogni numero diviso per zero dà infinito. Dunque il tasso è usurario e nessun interesse è dovuto, ex art. 1815 CC.

4) Infine, oltre alle predette norme di legge ordinarie, la suddescritta prassi viola una serie di norme costituzionali, che Codesto Giudice non potrà ignorare.

Innanzitutto, l’art. 3 Cost., perché la banca genera un quid a costo zero per se stessa, e pretende un rimborso e un pagamento di interessi in un qualcosa di diverso da quel quid, dato che il cliente prestatario non è in grado di generare quel quid (promessa di pagamento di moneta che fa le veci della moneta). Ma vi è ben altro.

Dal 1975 ad oggi la suddivisione dei redditi tra lavoro e capitale ha visto il capitale in grande rimonta e i lavoratori in grande arretramento, fino ai livelli del 1960. Ma che cosa è, questo capitale? Che costo di produzione ha, che valore intrinseco? Nessuno. Come brillantemente esposto al parlamento di Westminster il 20 novembre 2014 dal deputato conservatore Steve Baker in un memorabile dibattito, il capitale finanziario altro non è che denaro scritturale lent into existence, cioè generato a costo zero (ma fruttante interesse) dalle banche con l’atto stesso di erogare i prestiti creando un pari accredito a se stesse, che possono spendere come denaro legale (cioè, col prestare 100 la banca crea 100 di prestato e 100 come proprio ricavo).

Quindi, da un lato il dato che i possessori-creatori di capitali tolgono crescenti quote di reddito ai lavoratori si spiega col fatto che essi continuano a creare per se stessi capitale a costo zero prestandolo a interesse agli altri, ai lavoratori (di tutte le sorte), sottraendo loro reddito in forma di interessi passivi; mentre, dall’altro lato,  questa continua creazione di denaro, di capitale, dà conto del continuo crescere dell’indebitamento generale e crea il crescente bisogno, per questo sistema capitalistico finanziario, di destinare tutte le risorse economiche e fiscali, compresi i redditi e i risparmi privati e la spesa pubblica, quindi le tasse, a sostenere il pagamento degli interessi sui debiti, perché, se si interrompe, tutto il castello del capitalismo finanziario crolla in un financial meltdown. Col denaro generato come sopra, e con quello donato o quasi-donato loro dalle banche centrali (quantitative easing ed omologhi europei), cioè con denaro creato senza rapporto con la creazione di beni reali, i banchieri (direttamente o indirettamente) investono in titoli finanziari  e in immobili (solo il 16% circa del denaro addizionale va ad impieghi produttivi – ecco perché siffatti interventi, come anche il QE, giovano poco l’economia reale, dall’America all’Europa al Giappone), gonfiando le famigerate bolle, che sono destinate a scoppiare perché sono bolle di valori creati sulla carta, senza corrispettivo valore reale; e i loro scoppi travolgono le banche, lasciando agli Stati di salvarle coi soldi dei contribuenti (bail-out). Ecco inoltre spiegato perché, nell’ultimo ventennio, i redditi da lavoro non sono aumentati in termini reali, mentre la produttività è aumentata di molto grazie alla tecnologia: i maggiori utili sono andati al capitale. Insomma, la creazione e regolazione della moneta non è affatto neutrale rispetto all’andamento economico e sociale, come invece insegnano i mendaci economisti di palazzo.

Faccio qui notare che questo sistema socio-economico, con la normativa che lo sostiene, è direttamente incompatibile con l’art. 1 della Costituzione italiana (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) nonché con gli artt. 3 (principio di eguaglianza e della rimozione delle diseguaglianze: qui lo Stato è usato per fare proprio l’opposto, per ampliare le diseguaglianze di classe), 35 e 36 (tutela del lavoro, dignitosa retribuzione), 41 (divieto di pratiche imprenditoriali contrarie al bene collettivo), 47 (tutela del risparmio), perché in esso il non-lavoro, la rendita parassitaria, il privilegio di creare moneta gratis, ha il diritto di togliere sistematicamente il reddito ai lavoratori e i risparmi ai risparmiatori. Un’ampia e cogente argomentazione giuridica di quanto sopra è fornita dal giudice Luciano Barra Caracciolo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, nel suo saggio del 2013, Euro e (o) democrazia costituzionale (Dike 2013),spiegando concretamente -tra le altre cose – come la Costituzione italiana non è neutra rispetto al sistema economico-finanziario,  perché i suoi principi di base prescrivono un’impostazione economico-finanziaria molto chiara, opposta a quella in via di attuazione oggi. Si può affermare che la Costituzione del 1948 è stata concepita proprio per prevenire che avvenisse la vittoria del capitale sul lavoro.

26.07.15 Avv. Marco Della Luna

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[1] La riserva frazionaria è la percentuale dei depositi bancari che per legge la banca è tenuta a detenere sotto forma di contanti o di attività facilmente liquidabili. Tale riserva è l’insieme delle poste contabili che, in percentuale rispetto ai depositi, un istituto di credito non può erogare

[2] (Possono le banche creare denaro dal nulla? Teorie e prove empiriche Gratuitamente scaricabile da: c.els-cdn.com/S1057521914001070/1-s2.0-S1057521914001070-main.pdf?_tid=077966da-9662-11e4-b087-00000aacb360&acdnat=1420631030_d75cc632b899eb31c147ff9a866e34b2.)

[3] Money creation in the modern economy, di Michael McLeay, Amar Radia and Ryland Thomas of the Bank’s Monetary Analysis Directorate (www.bankofengland.co.uk/…/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf ):
“La creazione monetaria in pratica differisce da alcune concezioni diffuse: le banche non agiscono semplicemente come intermediari, prestando i depositi affidati loro dai risparmiatori, ne moltiplicano la moneta della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi… … nella realtà, le banche sono le creatrici della moneta costituente i depositi… … l’atto di prestare crea i depositi – l’inverso della sequenza tipicamente descritta nei libri di testo.

 

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MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA

MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA

Populisti anti-europei o Anti-imperialisti? Chi vuole cedere sovranità alla UE o alla BCE, in realtà la vuole cedere alla Germania. Non c’è alcuna “Unione”, solo Finzione.

„Erneut zerstört eine deutsche Regierung Europa“, ossia “Nuovamente un governo tedesco distrugge l’Europa”, titolava ieri in prima pagina Handelsblatt, omologo tedesco de Il Sole 24 Ore, nella sua edizione online (il primo fu il governo Bethmann-Hollweg nel 1914-18, il secondo il governo Hitler nel 1938-45, il terzo il governo Merkel, oggi); e mette in bella mostra gli elmi chiodati del II Reich che distrusse l’Europa (e consentì l’egemonia degli USA) scatenando la I Guerra Mondiale, e scatenandola nel modo più sporco: l’invasione del Belgio neutrale, le stragi di civili innocenti, la distruzione gratuita di centri urbani, l’uso massiccio dei gas mortali. Un altro articolo definisce il ministro delle finanze Schäuble “Il seppellitore (Totengräber) dell’Europa”. A intendere: nella vicenda greca, la Germania ha dimostrato che l’Unione Europea non ha una politica propria, è solo una facciata e uno strumento per i suoi interessi egoistici, nazionalistici e imperialistici rispetto agli altri paesi europei. Adesso che tutti lo vedono, l’illusione idealistica e sentimentale dell’unificazione europea, la retorica dei “padri fondatori” e tutte le altre corbellerie, appaiono per quel che sono sempre state: camuffamenti.  Tsipras, il doppiogiochista bifronte, ha tradito sia il mandato elettorale che quello referendario del suo popolo, finendo per imporgli condizioni addirittura più schiaccianti di quelle inizialmente richieste dalla Germania, per fare lo sporco gioco di questa, condannando la Grecia a misure incompatibili col risanamento, perché aumentare le tasse sui redditi e l’iva a un’industria già agonizzante significa voler ammazzare l’economia e peggiorare quindi il rapporto deficit/pil. E licenziamenti massicci con una disoccupazione al 25% sono un suicidio sociale. L’insostenibilità del debito pubblico greco si ripresenterà entro l’anno, aggravata dal calo della produzione e dell’occupazione. Qual è dunque l’obiettivo di Berlino (e quindi del governo fantoccio di Bruxelles)? Disastrare la Grecia per impadronirsi, o far sì che i capitalisti finanziari franco-tedeschi si impadroniscano dei beni pubblici che il traditore Tsipras col suo parlamento di nominati (come quello italiano) metterà nel fondo di garanzia da 50 miliardi. E far man bassa nelle privatizzazioni che Atene sarà forzata ad eseguire col peggiorare programmato della sua crisi debitoria.  La Grecia ha avuto diversi traditori prima di Alexis Tsipras, a cominciare dal famoso Efialte, che insegnò ai persiani di Serse un sentiero segreto attraverso i monti per prendere alle spalle i difensori delle Termopili. I difensori delle Termopili sono sempre giustamente commemorati e celebrati, mentre Efialte è passato come lo sterco dei muli di Serse. Il governo Merkel, venendo allo scoperto come il padrone incontrastato e il vero manovratore delle istituzioni europee, ha distrutto l’Europa, o meglio l’illusione del processo di unificazione europea.

Ormai il re è nudo, cioè tutti vedono che l’apparato detto “Unione Europea” è una macchina di sottomissione in mano al governo e alla finanza germanici, che non ci sono né democrazia né eguaglianza né solidarietà né giustizia né sane ricette economiche né un progetto costruttivo, ma solo il progetto tedesco di indebitare, indebolire e spadroneggiare in un Lebensraum in via di conquista. Razziare gli assets pregiati e far lavorare la gente in condizione di servitù, senza garanzie e senza progetti di vita, solo per pagare interessi su pretesi debiti contratti in cambio di denaro contabile, generato a costo zero da banchieri-usurai. L’opinione pubblica tedesca se ne frega, se la mortalità infantile in Grecia sale del 45%. L’imperialismo genocida tipicamente tedesco riemerge periodicamente per guidare alla vittoria i cancellieri “forti”. I quali sinora hanno poi sempre perso, perché si sono messi contro il mondo.

Il problema è però chi sta dietro Berlino e la sua campagna di conquiste: quale potenza consente alla Germania di spadroneggiare incontrastata e imporre tutto ciò che vuole senza nemmeno negoziare, ma piegando e umiliando chi osa opporsi (ma insieme la costringe a tenersi la Grecia nell’Euro in modo che non passi con Putin)? Necessariamente una potenza che dispone di superiori forze non solo economiche, ma anche militari: gli USA, o meglio la power élite che governa Washington, ai cui disegni globali la Germania, con le sue caratteristiche di efficienza e amoralità, è strumentale. Fu grazie alla I Guerra Mondiale scatenata dalla Germania, alle distruzioni e ai debiti che essa produsse, che gli USA soppiantarono l’Impero britannico e le potenze europee. Fu grazie ai finanziamenti delle banche e della grande industria americana, continuati anche durante la guerra, che Hitler ricostruì e riarmò la Germania; fu grazie alla II Guerra Mondiale, che Wall Street impose al mondo il suo ordine monetario, anche col Piano Marshall e la ricostruzione; le stesse basi eugenetiche e razziste dei genocidi nazisti erano state preparate negli USA (da Stoddard e altri) su basi darwinistiche e poi “passate” ai tedeschi! Analogamente su basi di darwinismo economico è stata elaborata negli USA la fatale teoria neomonetarista, e poi la si è impiantata nella testolina dello Herrenvolk, come programma per l’Europa.

Storicamente, la Germania è uno strumento con cui lo zio Sam prima massacra l’Europa, poi la libera e la sottomette, usando i cattivi Tedeschi come capro espiatorio. Anche in questi giorni, dietro il bailamme della crisi greca, sta ottenendo il voto favorevole del parlamento europeo al TTIP. Già l’Italia, come la Grecia, ha avuto ed ha governi imposti da Berlino, ma guidati da personaggi della banca americana Goldman Sachs, per fare gli interessi stranieri. Governi che hanno massacrato questo Paese, i cui conti reggono oggi solo perché il Q.E. di Draghi li sostiene, abbassando lo spread; ma quando il Q.E. finirà, il debito italiano rischia seriamente una crisi di sostenibilità come quello greco. Oggi Brunetta dice “io e Forza Italia non  cederemo mai la sovranità a Schäuble”, ma fino a due anni fa hanno votato tutto quello che serviva per cederla! Nel 2012 dedicai ai governi imposti da Berlino un breve saggio, Traditori al Governo. Ma già da prima era chiarissimo dove la Germania ci stava spingendo: pubblico qui stralci di miei articoli di quasi 5 anni fa. Ecco, tenete presente che si sapeva dove la Germania ci stava portando, e non si è fatto nulla per impedirlo, anzi i nostri tromboni di Stato lo hanno tenuto nascosto, o addirittura solennemente negato, all’opinione pubblica…   

LA BOLLA EUROPA – 08.09.10 L’Euro veniva presentato agli Italiani come una panacea, una garanzia di aggancio alla prosperità ed efficienza tedesche, ma anche alla rispettabilità del sistema tedesco. Si diceva – per giustificare fortissimi e numerosi prelievi fiscali “allo scopo di entrare nell’Euro” – che, a) entrando nell’Euro, avremmo salvaguardato il nostro potere d’acquisto; e, b) che i paesi forti si sarebbero fatti carico del nostro enorme debito pubblico. Si trattava di fare un modico sacrificio per essere ammessi all’interno del club dell’Euro, e poi la strada sarebbe stata in discesa. Una furbata, un affarone, insomma. Invece è accaduto tutt’altro, e troppi se ne sono accorti: il passaggio all’Euro a) ha tagliato del 40% circa il potere d’acquisto e, b) ci ha lasciato sulle spalle tutto il debito pubblico – perché era falso, era una menzogna, che entrare nell’Euro avrebbe comportato la comunitarizzazione dei singoli debiti pubblici nazionali. Per giunta, ci ha privati della possibilità di ridurre il debito pubblico, in quanto ha peggiorato il rapporto  pil/spesa pubblica, poiché, impedendo la svalutazione competitiva, ha bloccato lo sviluppo economico, ci ha fatto perdere sia quote di mercato estero e costretti a interno, che quote di occupazione. Si osservi come le aspettative popolari circa l’UE e l’Euro fossero sostanzialmente opposte, tra Italia e paesi forti, nel senso che questi ultimi li vedevano come occasione e mezzo per dispiegare ed espandere la propria forza politico-economica, e non certo per farsi assistere o per aiutare altri. L’ultima sveglia è arrivata mesi fa, allorché la Germania ha messo in chiaro e dimostrato coi fatti che non si farà assolutamente carico dei problemi dei paesi deboli, e che i popoli come i Tedeschi, che hanno le qualità giuste e le mettono in pratica – i popoli laboriosi, efficienti, seri, concreti, ligi alle norme – vanno avanti, reggendo il confronto con la globalizzazione, la Cina, l’India, la Turchia. I popoli parolai, inefficienti e assistenzialisti, sono per contro destinati a un rapido impoverimento. Impoverimento che oramai appare avere una causa non tanto contingente e politica, quanto etnico-culturale, radicata nella mentalità sociale, nelle prassi abituali del singolo popolo circa il lavoro, le regole, l’amministrazione. … …

UN’ANGELA PER LA “SOLUZIONE FINALE”?  – 29.11.10   Berlino autorevolmente prescrive alle altre capitali dell’Eurozona di affrontare l’inverno con una dieta ipocalorica. Di conseguenza, in Italia, sull’agenda del che sarà in carica nella prossima primavera, campeggia l’esecuzione di un’imposizione comunitaria (cioè tedesca) ad abbattere fortemente o ad annullare il deficit di bilancio per riportare il debito pubblico al 60% del pil in 5 anni – cosa che si può fare solo tagliando gli investimenti e i servizi pubblici, e alzando le tasse, e che darà pretesto per far cassa svendendo i pezzi migliori del patrimonio pubblico ai soliti amici e parenti. Peccato che, come già provato e riprovato, e come la confraternita dell’Ecofin sa benissimo, questa ricetta provochi contrazione dei consumi e degli investimenti privati, quindi calo del pil e del gettito fiscale e della capacità di avviare il rimborso del debito pubblico. Cioè peggiori la crisi impedendo di uscirne. Tranne che in Germania, unico grande paese europeo che non sia in recessione bensì in forte espansione e che, quindi, abbia non danno, ma vantaggio (salvo quanto si dirà sotto) da una politica di rigore e raffreddamento, e che prevenga l’inflazione, soprattutto finché non sarà completata l’assimilazione perequativa dell’ex DDR, in cui fermentano ancora nostalgie comuniste e neonaziste. Quello che si sta per imporre a tutti i paesi europei è una politica di rigore che è stabilizzante e anticiclica per i paesi con economia in crescita, e depressiva (prociclica) per quelli con economia fiacca. E’ come se, in un gruppo di persone di cui alcune sono sovralimentate e sovrappeso, e le altre, la maggioranza, sottoalimentate come i prigionieri dei campi di concentramento, le prime imponessero alle seconde una drastica dieta dimagrante, chiamandola “virtuosità”. … … Se un paese come l’Italia, con un deficit e un debito pubblico alti, scarse infrastrutture, bassa innovazione, cedente competitività, in una fase di recessione come l’attuale, dovesse abbattere ulteriormente la spesa pubblica, innanzitutto ridurrebbe i redditi e la quantità di liquidi disponibile al mercato, e ciò di per sé indurrebbe più recessione. Non sarebbe una policy virtuosa, ma stolta e suicida. Inoltre, non potendo ridurre se non marginalmente la spesa corrente (costituita perlopiù da interessi passivi, stipendi, pensioni, sanità), dovrebbe fare due cose: azzerare praticamente la spesa per investimenti (ricerca, infrastrutture, innovazione) e aumentare la tassazione. La seconda cosa indurrebbe un calo della domanda interna. La prima cosa, impedendo l’ammodernamento e l’infrastrutturazione, e prevenendo il ritorno dei capitali privati nell’economia reale, produrrebbe con certezza l’effetto di rendere l’economia italiana rapidamente obsoleta e a livello nordafricano, di renderla non più in grado di competere con quelle avanzate e forti, soprattutto con la Germania (ed è appunto ciò che la Merkel vuole). Il conseguente calo del pil in breve  tempo rigenererebbe un alto deficit e l’impossibilità definitiva di ridurre, o forse anche di sostenere, il debito pubblico. Si va verso il default. La ricetta di rigore imposta in sede UE dalla Germania, dietro i suoi falsi scopi dichiarati, ha quindi questo chiarissimo fine: sabotare ed eliminare, imponendo la pseudo-virtuosità, quei paesi europei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia) le cui economie potrebbero fare concorrenza a quella tedesca. La Germania vuole assicurarsi sviluppo e occupazione eliminando i concorrenti. Inoltre, mettendoli in condizione di non poter sostenere il loro debito pubblico, li forzerà a uscire dall’Euro, oppure creerà sull’Euro tensioni tali, da essere legittimata, o costretta, ad uscirne essa stessa, come già vuole il 65% dei tedeschi. Ma non lo poteva fare al tempo della crisi greca, e nemmeno oggi: prima deve completare l’opera,  tagliare a fondo e per sempre (Endlösung, soluzione finale) le gambe ai concorrenti, in modo tale che non possano ricrescere, perché altrimenti questi potrebbero ancora farle un’efficace concorrenza. Li tiene stretti entro l’Euro, valuta forte, per soffocarne la concorrenzialità internazionale, la capacità di esportare, il potenziale manifatturiero, così che affondino nel debito estero. Solo dopo di ciò li lascerà, o li farà, uscire dall’Euro. La politica del governo tedesco mira pertanto a mettere in ginocchio l’Europa, per poi assumerne il dominio, l’egemonia, o – per dirla alla tedesca – la Führerschaft, e a farne il suo Lebensraum, lo spazio vitale, nel quale assorbire l’aliquota di tedeschi disoccupati già ora generata dalla sua politica monetaria “renana” di pareggio di bilancio, niente inflazione, alti tassi, alti investimenti. E in cui smerciare i suoi prodotti a superiore tecnologia, stabilendone il prezzo pressoché unilateralmente (price maker). Berlino vuole restare la sola potenza del Vecchio Continente, col suo contorno di piccoli paesi, satelliti della stirpe germanica e della sua valuta: i Währungsangehörigen. Le sue imposizioni di politica monetaria in sede comunitaria, per violenza e distruttività, sono equivalenti a una campagna militare. Sì, il sogno di conquista è tornato, a Berlino. Angela Merkel, come qualsiasi Bundeskanzler, risponde delle sue azioni solo ai Tedeschi, non agli altri Europei. Impone le sua politica economico-finanziaria a tutta l’Eurozona, però la decide guardando al consenso e all’interesse dei soli Tedeschi. A cui sacrifica l’interesse degli altri popoli. Questo si chiama imperialismo. Imperialismo ostile. Esso, relegando le istituzioni europee, coi vari Van Rompuy e Solana, al ruolo di comparse, di immagini di facciata, senza potere proprio, toglie alle istituzioni europee la capacità di rappresentare i cittadini europei. Quindi delegittima l’Unione dal punto di vista della democrazia: non esiste, infatti, legittimazione democratica senza rappresentanza. Oggi come le altre volte, i piani di supremazia della Germania sono tecnicamente ben architettati, ma sono basati sul principio del conflitto tra i propri interessi nazionali e tutti gli altri popoli e del non ricercare soluzioni  accettabili anche per gli altri paesi; inoltre, non tengono conto delle vastissime forze che il loro stesso successo potrà suscitare e coalizzare, come già due volte è avvenuto nel secolo scorso, contro lo Herrenvolk, il “popolo dei padroni”. Difetto mentali che la politica tedesca non vuole ancora correggere. Continua a cercare il consenso interno intorno a piani che pongono la Germania come nemico rispetto ai paesi vicini. “Ich habe den Krieg nicht gewollt – Io non ho voluto la guerra”, fu la balbettante autodifesa del Kaiser, alla fine del 1918, tre anni dopo che i Francesi li ebbero fermati sulla Marne, al prezzo di molto sangue. Vedremo presto se Sarkozy ha quello stesso sangue, ossia se denuncerà e contrasterà come antieuropeo, antiumanitario ed egemonico il disegno tedesco; oppure se, nel timore di un confronto economico-monetario con Berlino, comprerà, con molte concessioni in termini di appoggio alla loro linea, una pace separata con gli interessi germanici, dimenticando che, una volta sistemati gli altri, toccherebbe ineluttabilmente anche alla Francia. E’ però in atto un trend evolutivo verso un altro scenario. La politica economica del governo Merkel sta sì dando forza e propulsione alle esportazioni tedesche e alla parte di industria che le alimenta (ossia al settore globalizzabile), ma il resto dell’economia tedesca, nel complesso, va male – peggio di quella italiana. Ciò da un lato conferma che la Merkel persegue obiettivi i grande potenza, di egemonia sull’Europa; ma dall’altro lato può indebolire il consenso interno della Merkel – o meglio, può alienarle la fiducia di tutta quella parte della popolazione e delle forze economiche che non traggono vantaggi concreti dall’espansione del settore globalizzato. L’importante è allora che i Tedeschi si accorgano che la politica economica imperialista del loro attuale governo è in realtà contraria ai loro interessi, che li sta impoverendo e, insieme, rinchiudendo in un isolamento internazionale che potrebbe avere risultati disastrosi per loro, e altresì per l’Europa, ancora una volta. … …

BERLINO DECRETA: SHOAH PER GLI EURODEBOLI  – 07.12.10   Tremonti e Juncker, appoggiati dal commissario finlandese Rehn, e riprendendo un suggerimento di Mario Monti, hanno messo allo scoperto le mire biecamente nazionaliste ed anti-europee di Berlino. L’altroieri, proponendo l’emissione da parte dell’UE di Eurobond, ossia di un debito pubblico comune per rinforzare l’Euro e concretare il progetto di unificazione finanziaria europea, trasformando l’Euro in moneta unica (anziché insieme di parità fisse quale ancora oggi è), hanno messo Berlino alle strette: sì o no. E Berlino ha detto chiaramente “no”.  Anche al rafforzamento del fondo di difesa dell’Euro. Gli Eurobond consentirebbero di finanziare il debito pubblico dei paesi dell’Eurozona a costi (tassi) inferiori degli attuali, quindi proteggerebbero l’Euro sui mercati internazionali e farebbero risparmiare i governi; consentirebbero più investimenti infrastrutturali e produttivi, quindi aiuterebbero a uscire dalla crisi e a recuperare produttività e competitività. Intanto, il mito del pareggio di bilancio ed epurazione dell’inflazione, come regola base dell’economia, viene oramai demistificato non solo oltreoceano, ma anche in Europa. Però l’interesse nazionalistico di Berlino è diverso: la Germania è già fuori dalla crisi (almeno nel comparto export) col suo + 3,6% di pil; già paga pochissimo, meno di tutti gli altri, sul proprio debito pubblico; già ha i mezzi per i suoi investimenti interni; e gli altri paesi europei è meglio che vadano a fondo, strangolati dal rigore di bilancio, dal debito pubblico, dalla concorrenza cinese, indiana, turca, e dalle virtuosità germaniche. Quando saranno al default, dovranno uscire dall’Euro. Oppure sarà la Germania a uscirne, come  da tempo vuole la maggioranza dei Tedeschi. Dicendo no all’Eurobond, la Merkel ha gettato la maschera: i suoi intenti sono ostili e conflittuali. L’Euro, alla Germania, serve solo per sottomettere gli altri europei. E allora chiediamoci: conviene restare in un’UE e sotto una BCE cui cediamo la sovranità economica, se quell’Europa e quella BCE sono dominate da una Germania che ha deciso di farci (economicamente) fuori? Ovviamente, no. Se dobbiamo prepararci a un imminente lotta contro la Germania per la sopravvivenza economica, bisogna toglierle le armi che le abbiamo indirettamente dato, e svegliarsi dall’europeismo idealizzante e cieco alla realtà. Il conflitto entro la UE tra area germanica e area franco-mediterranea è un conflitto inevitabile, perché deriva direttamente dalle diverse mentalità e dai diversi comportamenti collettivi di queste due aree. Diversità che le rende disomogenee, con livelli diversi di efficienza, e perciò non amalgamabili tra loro, come l’acqua con l’olio, o il cerio coll’alluminio. L’Euro si salva se l’Europa si unisce economicamente e politicamente, ma le unioni politiche funzionano solo tra popoli con comportamenti politico-economici compatibili. Il progetto di unificazione europeo fallisce a causa di questa diversità, così come per analoga diversità fallisce il progetto di unificazione italiana. La Germania rifiuta di fare verso gli Eurodeboli ciò che il Lombardo-Veneto è costretto a fare verso il Meridione – Rampini docuit. I Tedeschi non vogliono fare la fine dei Padani. Popoli diversi per efficienza economica stanno meglio separati e senza monete comuni o cambi fissi tra le loro monete. I confini nazionali proteggono i popoli meno competitivi dando loro il tempo di adeguarsi agli altri, prima che questi li schiaccino. Se invece li si tiene legati insieme, si creano conflitti e sopraffazioni. I lavoratori tedeschi, per superare la crisi, hanno accettato con disciplina di rinunciare a una settimana di ferie e a fare un supplemento di orario non pagato – comportamenti impensabili in Italia, come in area germanica sono impensabili storie come quelle dei rifiuti napoletani e del clientelismo italiano. In area germanica, nel complesso, c’è un livello di rispetto delle regole e di fiducia reciproca, tra cittadini, imprese e istituzioni, molto più alto che nell’Europa mediterranea, quindi c’è un livello di efficienza superiore, e di sprechi inferiore. E’ un organismo socio-economico che prevale sugli altri nella competizione darwiniana. L’area germanica può quindi permettersi una strettezza nella spesa pubblica, che per gli Eurodeboli implica impossibilità di uscire dalla crisi per carenza di fondi per investimenti infrastrutturali. Non può permettersi di farsi carico di compensare le inefficienze relative degli altri popoli, anche perché così facendo le incentiverebbe – esattamente come avviene nel caso dell’unificazione italiana o come avveniva nella cessata Jugoslavia. Ma poi per quale motivo dovrebbe aiutarli, quando ha interesse a soggiogarli e a neutralizzarli come concorrenti sul mercato globale, e a farne un mercato passivo per i propri prodotti? L’odierno “nazionalismo tedesco” punta sul disprezzo della svalutazione della moneta legale (Euro), sull’inflazione “importata” (visto che quella interna è sotto controllo ed accettata dai cittadini / contribuenti), e sul ritorno ad una correlazione quasi perfetta tra la ricchezza creata nel periodo ed il tenore di vita dei cittadini. All’opinione pubblica tedesca ciò può essere fatto vivere e accettare come un ritorno del nazionalismo idealistico; ma, sul piano politico-economico, esso è l’antico “mercantilismo”, che fu un precursore della rivoluzione agricola e poi industriale inglese. … … Berlino giustamente paventa che, ad allora [2013], i debiti pubblici degli Eurodeboli salgano molto, e di doversi far carico anche di questo incremento. Ed è proprio perché il piano tedesco per la Shoah degli Eurodeboli deriva da un’esigenza di tutela di interessi economici, razionali, e non da fattori irrazionali (orgoglio nazionale, egoismo, scarsa fratellanza e cose simili), che bisogna difendersi agendo prontamente sul piano oggettivo, anziché invocare principi morali di fratellanza ed europeismo – quelli sotto il cui miraggio propagandistico è stata costruita questa situazione. L’ottimo Corradino Mineo, due giorni fa, su Rainews 24, ha ripreso e fatti propri i contenuti del mio precedente articolo, Un’Angela per la soluzione finale?, sottolineando come la Germania stia tornando al medesimo nazionalismo ostile ed egoista che, nel XX Secolo, la spinse a due guerre disastrose per sé e per l’Europa. Oggi le guerre non si combattono più con bombe, carri armati e fanterie, ma con la finanza. L’Euro e i vincoli finanziari di Maastricht danno alla Germania la possibilità di eliminare o sottomettere (sceglierà al momento giusto) le economie concorrenti. E lo sta facendo, metodicamente, sistematicamente, legalmente. Costringendo gli Eurodeboli a tagli di bilancio e a strette fiscali sul risparmio,  cercherà di evitare di far scoppiare i titoli degli Eurodeboli che le banche tedesche hanno in pancia. La sua ideologia di non violenza, ostentata per qualche decennio, era solo un adattamento provvisorio alle circostanze. Il suo nuovo mito di superiorità è la purezza di bilancio e l’epurazione dell’inflazione. L’Eurozona è il suo K-Lager monetario dove ci sta affamando tutti. I vincoli di bilancio sono il suo filo spinato. L’Eurtotower è la torretta delle guardie. Le sanzioni per chi sfora, sono le frustate per gli internati che osano evadere. Corrono voci che Sarkozy sia ebreo. Ed è sicuramente vero, perché, di fronte a certo germanesimo, siamo ebrei tutti.

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DOPO LA SCARSITA’ MONETARIA

DOPO LA SCARSITA’ MONETARIA

E’ fallita nei fatti l’idea che si possa indurre il miglioramento qualitativo della spesa pubblica dei paesi inefficienti imponendo a questa spesa vincoli quantitativi nonché il falso dogma della scarsità monetaria.

Coloro che prendono le decisioni finanziarie generali sanno che, in un mondo che usa simboli come moneta, la scarsità monetaria è irreale, è un’illusione (cioè sanno che non ha senso logico dire che manchi e non si possa produrre la moneta necessaria per investimenti utili, che essa prima vada risparmiata e accumulata e solo dopo si possa investire, che sia utile o necessario rispettare il pareggio di bilancio, che vi siano limiti oggettivi e logici alla quantità di debito pubblico sostenibile: non ha senso dire tali cose, perché la moneta che si usa è appunto un mero simbolo senza costo di produzione, senza valore intrinseco, e la moneta legale non costituisce nemmeno un titolo di debito). Quindi, nella misura in cui serve, la moneta può essere prodotta sempre e nella quantità richiesta.

Il difficile non è produrne quanta ne serve, ma usarla bene, decidere bene come spenderla: un problema politico, ossia di fare scelte tecnicamente valide nell’interesse generale di medio-lungo termine, e che tali siano percepite, anziché scelte di spesa di interesse personale, clientelare, mafioso, tecnicamente inefficienti, miopi, clientelari, demagogiche.


Probabilmente la parte in buona fede, cioè la meno intelligente, di quelle persone, pur consapevole che la scarsità monetaria è un’illusione, ha collaborato ad affermarla come principio, ad introdurre i vincoli dell’austerità, la frusta dei mercati, il pungolo del rating e la minaccia dello spread, credendo che attraverso questi vincoli quantitativi sia possibile indurre i sistemi politici scadenti a usare bene la moneta, cioè a spendere in modo efficiente, produttivo, a fare riforme, ad ammodernarsi, a sopprimere gli sprechi e la corruzione.

La prova dei fatti ha dimostrato che questa credenza era erronea, e che anzi i limiti quantitativi dell’austerità in diversi casi hanno prodotto un peggioramento qualitativo della spesa pubblica, oltre che a un peggioramento quantitativo del deficit, del debito, del pil, del rating, dell’occupazione (i governi italiani del rigore, per esempio, hanno mantenuto e ampliato la spesa improduttiva destinata ai privilegi della casta, tagliando quella utile alla collettività, perché la casta, per conservare i suoi consensi e i suoi redditi mentre fa tagli della spesa sociale e aumenti di tasse, deve fare più clientelismo e più ruberie).

Dire, con Tsipras e altri sedicenti di sinistra, che di fronte a questo fallimento dell’austerità, la soluzione sarebbe semplicemente più solidarietà, fare più spesa a deficit e comunitarizzare i debiti, significa voler restare entro il paradigma della scarsità monetaria.

Specularmente, l’altro fronte del pensiero monetario sostiene che la soluzione del problema del rilancio economico sia l’approccio opposto, ossia smetterla coi mendaci dogmi della scarsità monetaria e con le relative, fallimentari ricette, e fare invece investimenti statali diretti mediante spesa pubblica a debito (che tanto lo Stato riesce sempre a sostenere, come dice la Modern Money Theory di Warren Mosler, stante che la moneta è un mero simbolo) oppure, meglio ancora, mediante una spesa sganciata dall’indebitamento (come raccomanda A. Galloni) attraverso l’emissione diretta di moneta da parte dello Stato. Ciò darebbe più benessere alla gente e slancio allo sviluppo, ma non migliorerebbe, anzi probabilmente peggiorerebbe, la qualità e l’efficienza della spesa, della produttività e della stessa società, incentivando atteggiamenti improduttivi, assistenzialisti e ristagnanti. Soprattutto nei paesi come l’Italia in cui la classe dominante è parassitaria e retriva, e la mentalità popolare è molto ideologica, e ampia parte della popolazione vive di redditi presi ad altra parte della popolazione. La storia insegna.

La lezione da imparare e che la qualità e l’efficienza della spesa, cioè delle decisioni di spesa pubblica e privata, dipendono da fattori sociologici e politici inerenti ai differenti popoli, o ai differenti insiemi di popoli, e derivano dalle loro diverse storie. Lo dimostra il fatto che alcune nazioni vanno bene e altre male pur applicando o subendo tutte i medesimi erronei principi di economia monetaria. Cioè l’efficienza dipende dai fattori storici, sociologici, culturali, dai mores, dai meccanismi di produzione del consenso e della coesione di questo o quel popolo. I vincoli quantitativi esogeni non “correggono” questi fattori – semmai li accentuano. La Germania, il Veneto, la Lombardia hanno una spesa pubblica abbastanza efficiente; la Grecia, l’Italia, Roma, la Sicilia e la Campania no, perché hanno prassi, mores, mentalità diversi, che non correggi imponendo vincoli esterni di bilancio.

I popoli efficienti non dovrebbero avere una moneta comune con i popoli inefficienti, né pagare per sostenerli. L’esperienza dell’Euro mostra che imporre una moneta comune (anzi, un cambio fisso) a popoli con diverse efficienze non alza quella dei meno efficienti, ma li impoverisce; e l’esperienza dell’Italia unitaria, della Jugoslavia e di altri paesi simili mostra che non la alza nemmeno l’ imporre l’unione di bilancio e la solidarietà.

Tutti questi fattori, però, vengono oggi superati, sconvolti e travolti dal fatto che il grosso della spesa, dei movimenti monetaria, cioè del business, avviene in mercati finanziari, apolidi, e secondo logiche aliene dalla produzione di beni e servizi e dal soddisfacimento dei bisogni reali. Se il 90% delle transazioni monetarie avviene in mercati speculativi liberalizzati, perlopiù opachi e non controllabili, il ruolo delle società, della politica e delle istituzioni nelle scelte di spesa, quindi lo stesso grado di efficienza specifica dei vari organismi nazionali, viene drasticamente ridotto. Le dinamiche e le richieste dei mercati speculativi cambiano continuamente le carte sui tavoli politici e schiacciano le decisioni degli attori del residuo 10% delle transazioni economiche, cioè dei popoli e dell’economia reale, pubblica e privata. Tendono a imporre loro i propri bisogni e le proprie decisioni, a fare di essi una loro colonia, una sorte di appendice, che serve essenzialmente ad assicurare al business speculativo riferimenti contabili stabili e un quadro legislativo-giudiziario di supporto. I bisogni della gente non devono interferire. Perciò lo Stato è divenuto rappresentante di interessi esterni e in conflitto con quelli del popolo, quindi ha perso la legittimazione rispetto a questo.

05.07.15 Marco Della Luna

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TSIPRAS BIFRONTE

TSIPRAS BIFRONTE

Eroe della liberazione greca, o subdolo agente dei banchieri europei?

Il debito pubblico greco è piccolo, circa 323 miliardi; perciò, vi dicono, non è grave se la Grecia lascia l’Euro e se esso viene svalutato o ridenominato in dracme. Questa rassicurazione è menzognera perché i titoli di questo debito, in sé piccolo, sono usati come base per una moltiplicazione finanziaria di molte volte; inoltre, vi è una grossa massa di contratti derivati, indicizzati al titolo greco; il totale potrebbe superare i 2.000 miliardi. Perciò una svalutazione di quei titoli o una loro ridenominazione in dracme avrebbe un impatto molto forte, forse catastrofico, o destabilizzante per il business finanziario globale. E tutto questo vale per il btp italiano molto più che per il debito greco, dato il rapporto quantitativo. Ho spiegato più approfonditamente queste cose nel mio recente, breve saggio Sottomissione Finanziaria, in questo blog.

Ecco spiegata una buona ragione per trattenere nell’Euro paesi che avrebbero bisogno ad uscirne. Una ragione che non viene resa nota all’opinione pubblica, ma che determina le scelte politiche dei suoi governanti, burattini del potere bancario.

Negli anni ’70, i nostri governanti ci imposero le targhe alterne, cioè ci fecero provare il disagio della privazione dell’automobile, la paura di perdere un sistema di vita basato su di essa, per indurci ad accettare forti rincari dei prezzi dei carburanti a beneficio dei petrolieri – il tutto dietro il pretesto del risparmio energetico, che non ci fu. E anche quella veniva chiamata “austerity”!

Analogamente, Tsipras forse sta usando la stessa tecnica psicopolitica per far accettare ai Greci le condizioni dei padroni-beneficiari dell’Euro: indice il plebiscito per lasciare al popolo la responsabilità della scelta se accettarle o no, ma condiziona per il sì questa scelta facendo provare alla gente la paura e il disagio della chiusura bancaria e della privazione dei soldi: se voteranno sì, la buona Europa concederà gli aiuti e tutto tornerà normale.

Normale per un po’, perché gli effetti macroeconomici e strutturali dell’Euro, cioè la divaricazione progressiva delle economie, in un anno circa riproporrebbero il problema.

Sussiste un preciso elemento indiziario che suggerisce che Tsipras in realtà stia facendo il doppio gioco al servizio dei padroni dell’Euro e della grande finanza nel senso suddetto, anziché per i Greci – un elemento che ha in comune con Vendola, con Grillo e con Iglesias, il leader del partito Podemos:

-tutti e quattro, in fondo, agiscono da neutralizzatori del dissenso (cioè lo intercettano, lo alimentano e lo dirigono lontano dai temi di fondo);

-tutti e quattro cercano di tenere nell’Euro i loro rispettivi paesi;

-tutti e quattro evitano di parlare sia della realtà indicata nel primo paragrafo di questo articolo,

-sia e soprattutto della radice ultima dei problemi monetari e finanziari, ossia del fatto

a) che usiamo una moneta-simbolo creata interamente (quasi) dalle banche con operazioni contabili di prestito-indebitamento;

b)quindi che siamo tutti (escluse le banche) impegnati nell’assurdo e matematicamente impossibile compito (detto “virtuosità”) di estinguere i debiti con denaro preso a debito (mentre, dato che per pagare si usa denaro ottenuto originariamente mediante operazioni di indebitamento, per giunta gravate da interessi composti, il totale dei debiti necessariamente aumenta sempre);

c)e soprattutto del fatto che, se si usa come moneta simboli senza costo di produzione (non convertibili in oro), dire che il denaro possa mancare, essere oggettivamente insufficiente, è privo di senso; quindi insensata è tutta la dottrina della scarsità monetaria, dell’austerità e della virtuosità di bilancio, mentre rilevante e decisivo è (soltanto) se il denaro viene speso produttivamente o improduttivamente;

d) che questo sistema è creato e imposto da una classe globale di soggetti che hanno il potere di creare a costo zero e far accettare al resto del mondo,  senza produrre beni reali, moneta contabile, con cui comprano o finanziano (cioè indebitano) praticamente tutto e tutti, incluse le istituzioni e la politica, come ho spiegato nel mio recente articolo La macchina del destino;

d) e, infine, che è questa classe sociale a governare l’Occidente, incontrastata e irresponsabile.

L’Euro stesso è un sistema con cui i paesi forti (soprattutto la Germania) conquistano il ruolo di banchieri dei paesi “eurodeboli” (soprattutto l’Italia), accumulando crediti verso di loro, sottraendogli liquidità con gli interessi e l’imposizione di avanzi primari, e imponendo loro misure recessive che li indeboliscono ulteriormente nell’economia reale e nella competitività internazionale, peggiorando gradualmente il loro rapporto debito/pil. Alla fine conseguono il pieno controllo di questi paesi, così come le banche conseguono il controllo delle aziende che dipendono da esse per tirare avanti. E’ un sostituto della conquista militare dei secoli scorsi. E dei Reichskommissaren nazisti.

La BCE, con le sue misure di sostegno (acquisti massicci di debito pubblico dei paesi eurodeboli sui mercati secondari), in realtà svolge il còmpito di mascherare, compensandolo provvisoriamente, tale processo di demolizione pilotata, così da rendere possibile il suo completamento. Una BCE che, mediante tali acquisti, assicura il rifinanziamento del debito pubblico a tassi minimi a paesi con un rating da spazzatura, e che quindi sarebbe logico e sano che divenissero insolventi, è  come un medico che mantiene in vita una persona mediante una macchina di supporto vitale, mentre un altro le espianta gli organi, e l’imbonitore di turno chiama questo espianto “riforme” e “risanamento” ,  e dice che grazie ad esse il paziente è oramai fuori pericolo e si è riguadagnato rispetto, autorevolezza e fiducia sui mercati. Cerca persino (invano), attraverso il quantitative easing, di dare l’impressione di una ripresa reale.

Non è fuori pericolo: se togliessimo all’Italia il sostegno artificiale e anti-mercato della BCE, i tassi (rectius: i rendimenti) schizzerebbero alle stelle e l’Italia tornerebbe alla Lira. Ma tornerebbe ad essa indebolita dall’azione di governi che, col pretesto del risanamento, hanno tagliato le gambe sua economia in modo strutturale (chiusure aziendali, disoccupazione, indebitamento, emigrazione dei migliori), difficilmente reversibile, portando la pressione fiscale sulle aziende al 70%, ossia a livelli tali da renderle non competitive rispetto alla concorrenza straniera. Per non parlare del differenziale dei costi energetici.

30.06.15 Marco Della Luna

P.S. Non è vero che Tsipras, Grillo e Iglesias siano personaggi ingenui che omettono di tematizzare i problemi di fondo, sopra indicati, per loro ingenuità e impreparazione – come ha scritto qualche lettore (Mario Pansera). Li conoscono benissimo. Gli sono stati spiegati. Grillo ne parlava, in parte, prima di mettersi con la Casaleggio e Associati – poi ha smesso. Iglesias e gli altri capi di Podemos sono stati informati dei detti temi di fondo da un mio conoscente, dirigente periferico di Podemos, e hanno reagito emarginandolo. Si dichiarano anti-sistema o riformatori del sistema, mentre in realtà lo stabilizzano raccogliendo il dissenso della base e canalizzandolo su critiche sensate ma non pericolose per il sistema di potere finanziario, come quelle in chiave etica, giustizialista, solidarietà; e su proposte pure sensate, ma non risolutive, come l’unione fiscale e la fine dell’austerità: il fattore decisivo non è quanto deficit pubblico si possa fare, quanto denaro si possa spendere per rilanciare l’economia, ma chi ha il potere di fare il denaro, e se un insieme di banchieri privati deve avere il potere di addebitarlo agli Stati, ai cittadini e alla imprese che lo prendono a prestito, accreditandosene il valore, senza nemmeno pagarci sopra le tasse. Invano aspetterete che Tsipras, Vendola, Grillo e Iglesias parlino di nazionalizzazione delle banche e della produzione di tutta la liquidità!

 

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SOTTOMISSIONE FINANZIARIA

 

Marco Della Luna

SOTTOMISSIONE FINANZIARIA

LA CRISI PERMANENTE COME INGEGNERIA SOCIALE

NELLA LOTTA DI CLASSE DELLA GRANDE FINANZA

CONTRO I POPOLI DELLA TERRA

SOTTOMISSIONE FINANZIARIA

LA CRISI PERMANENTE COME INGEGNERIA SOCIALE

NELLA LOTTA DI CLASSE DELLA GRANDE FINANZA

CONTRO I POPOLI DELLA TERRA

Introduzione

Michel Houellebecq fa giustamente strage col suo romanzo Sottomissione, che narra come, in un prossimo futuro, la Francia, seguendo i suoi meccanismi elettorali formalmente democratici, e la stupidità ideologica della sua sinistra politica, si consegni al potere islamista, cioè si sottometta ad esso (trovo che il romanzo in parola sia un potente vaccino contro l’islam politico, e se gli elettori di “sinistra” europei hanno un minimo di capacità razionale non voteranno nella realtà come votano nel ridetto romanzo).

Houellebecq dimentica però un piccolo dettaglio: da tempo, la Francia e le altre democrazie formali si sono già sottomesse, nel formale rispetto delle loro procedure democratiche, al potere bancario globale. Le gente viene rieducata alla Shariya dei banchieri usurai: si lavora fino a 70 anni per pagare gli interessi sui debiti (pubblici e privati) e per realizzare il pareggio di bilancio con avanzo primario attivo – ossia con lo Stato che preleva più soldi con le tasse dalla società, di quanti glie ne restituisca con la spesa pubblica; così la moneta diventa sempre più scarsa e per compensare la sua scarsità bisogna chiedere prestiti alle banche, incrementando il loro potere sulla società, sulla cultura, sui mass media e sulla giustizia. L’Euro è grande, la Merkel è il suo profeta, non avrai altro denaro all’infuori dell’Euro.

In realtà, non saremmo esposti al pericolo islamista, se non fossimo già sottomessi al sistema bancario globale e se avessimo ancora gli Stati democratici parlamentari nazionali a difendere la nostra sicurezza e i nostri interessi. La vecchia Francia, la vecchia Gran Bretagna, avrebbero sistemato l’Isis, l’islamismo e gli scafisti da molto tempo. Anche perché non avrebbero permesso all’Arabia di finanziarla e alla Turchia di armarla.

Il patto di Maastricht, ossia il patto di “convergenza, stabilità e sviluppo”, che non è ammesso ridiscutere, ha portato in Europa alla moltiplicazione delle divergenze1, all’aumento generalizzato dell’indebitamento pubblico per circa 5.000 miliardi, all’aumento generalizzato della disoccupazione e della povertà dura, a un calo generalizzato del prodotto, quindi della stabilità (sostenibilità del debito pubblico e dei debiti privati)2 (infatti priva dei soldi necessari per lavorare e quindi poter ripagare i debiti col frutto del lavoro). I paesi dell’Euro hanno avuto in pil molto peggiore di quelli OCSE non Euro. Il Regno Unito, paese europeo che non ha adottato l’Euro né le sue ricette, ha avuto una forte crescita. Dunque l’Euro, nel suo effetto concreto, ha tradito innanzitutto proprio quegli obiettivi di risanamento, crescita, sicurezza e stabilizzazione per cui esso e l’austerità erano stati prescritti. L’Euro fa male. E’ il bidone del secolo. Lo dimostrano i fatti. L’eurozona è tenuta ormai insieme solo dalla paura di uscire dall’Euro, delle conseguenze. Se non ci fosse questa paura, molti paesi avrebbero già scelto di riprndersi la loro autonomia monetaria e di bilancio.

Paradossalmente, gli effetti controproducenti dell’Euro (e delle regole ad esso connesse) hanno posto e pongono gli Stati nella condizione di dover cedere, sotto ricatto, cioè per paura, ancora di più a poteri privati e irresponsabili non solo la guida della politica, ma la ridefinizione dei diritti dei lavoratori, dei risparmiatori, degli elettori, dei cittadini, anzi semplicemente la ridefinizione dei diritti dell’Uomo secondo le convenienze del Capitale finanziario3 . Arduo è insomma sostenere che Maastricht e l’Euro siano stati introdotti in buona fede, e non come uno strumento premeditato per spremere dai popoli ricchezza e libertà – specialmente se consideriamo come quel modello finanziario ha invece arricchito fortemente proprio le classi che lo hanno accreditato e imposto, cioè finanzieri e loro uomini politici, a scapito dell’insieme del corpo sociale. 

Chiaramente di mala fede si è rivelata altresì la ricetta monetarista imposta a tutta l’area del Dollaro, e soprattutto dalla BCE, ossia che basti dosare la liquidità in modo da prevenire l’inflazione e i mercati diverranno automaticamente mercati efficienti (cioè raggiungeranno la piena occupazione e preverranno o correggeranno le crisi), e ciò permetterà di deregolamentare (liberalizzare) il settore bancario onde rendere efficiente anch’esso. Questa ricetta, imposta ancora oggi, è servita come pretesto per deregolamentare il settore bancario consentendo a chi lo manovra di realizzare profitti stellari attraverso operazioni fraudolente che hanno creato gigantesche crisi di mercato a danni dei risparmiatori e della popolazione generale, su cui tali crisi sono poi state scaricate dai governi mediante severe manovre fiscali.

E’ insomma un dato di fatto che le istituzioni, ovvero chi le ha in mano, ossia il potere costituito, sogliono mentire (vulgus vult decipi, il popolo vuol essere ingannato) sui loro fini reali e ingannare sullo scopo a cui mirano i loro provvedimenti e le riforme; quindi dalle istituzioni bisogna guardarsi e proteggersi. La sussistenza di uno spazio per un reale dialogo partecipativo – della popperiana “società aperta” e democratica, in cui è possibile sostituire chi è al comando con mezzi pacifici – tra chi occupa le istituzioni e i cittadini è quantomeno dubbia, perché il rapporto è di sfruttamento materiale (ma, data la sproporzione delle forze, soprattutto tecnologiche e organizzative, una sostituzione per via rivoluzionaria è oggi irrealizzabile, quindi l’alternanza reale è bloccata).

Come esempio di sfruttamento materiale diretto, pensiamo a Monti, che prelevò circa 57 miliardi di tasse agli Italiani, precipitando il Paese nella depressione, non già per ridurre il debito pubblico, cioè per risanare i conti – questo era ciò che le istituzioni ingannevolmente dichiaravano – , ma, come poi emerse, per prestarli a Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, divenute insolventi, affinché potessero pagare i loro contestabilissimi debiti verso i banchieri franco-tedeschi, che avevano prestato denaro a quei Paesi in modo da gonfiare bolle immobiliari e di finanziare l’export tedesco verso di essi. Cioè il governo, sostenuto da quasi tutto il parlamento, ci ha dissanguati per nutrire gli squali della finanza predona straniera e per giunta così ci ha messo in condizione di dover svendere loro i nostri assets più appetibili. In più, nel dicembre 2011, senza alcuna obiezione, Monti pagò 2,6 miliardi alla banca speculativa Morgan Stanley in base a un contratto derivato finanziario suicida stipulato dal Governo Ciampi. La clausola imponente questo pagamento era scattata a seguito del downrating del debito pubblico italiano fatto proprio da Standard and Poor’s, collegata a Morgan Stanley attraverso un’altra società– quindi la clausola era facilmente contestabile. Inoltre proprio Standard and Poor’s era promotrice dell’oggettivamente ingiustificabile downrating dell’Italia in quel periodo, che aveva consentito la sostituzione dell’ultimo premier italiano con mandato democratico e la sua sostituzione proprio con Monti, l’amico dei banchieri, che Napolitano non solo chiamò a Palazzo Chigi, ma blindò con la nomina a senatore a vita concessa per i suoi inesistenti alti meriti.

Questa vicenda, oggetto di recenti denunce penali, è una splendida dimostrazione di mala fede istituzionale nell’interesse dello straniero. Una mala fede cui corrispondono i milioni di babbei che in quei giorni esultavano aspettandosi un rapido miglioramento per l’effetto della caduta di Berlusconi e delle grandi capacità di Monti – babbei che oggi perlopiù confidano in Renzi, che sta completando la missione ordinata dalla BCE col famoso papello segreto del 2011, e iniziata da Monti.

Eccovi un ulteriore spunto di riflessione: la teoria dominante, quella applicata dalle istituzioni, dice che abbiamo avuto un tenore di vita troppo alto e ora dobbiamo pagare, tirare la cinghia, rientrare dei debiti. Ma il tenore di vita consiste nel livello di consumo di beni e servizi, e avere un tenore di vita troppo alto significa perciò consumare più beni e servizi di quanti se ne produce. E qui incominciano le difficoltà per la teoria in questione, perché in realtà noi abbiamo un problema opposto, di domanda insufficiente, ossia che produciamo più di quanto consumiamo, più di quanto possiamo pagare. Abbiamo una domanda insufficiente ad assorbire tutta l’offerta, perché non abbiamo i soldi, i redditi, per pagare tutti i beni e i servizi che produciamo e di cui vorremmo godere, per fare gli investimenti produttivi che andrebbero fatti, assumendo la relativa mano d’opera. I prodotti rimangono invenduti, e le aziende licenziano o chiudono o non investono: da qui deflazione, recessione, disoccupazione, grandi spese per gli ammortizzatori sociali. Perché allora non si immettono nell’economia reale i soldi corrispondenti alla ricchezza reale che produciamo, e che potremmo produrre in più, se ce li dessero? Perché non abbiamo e non possiamo avere una quantità adeguata di simboli economici (cioè denaro) a comprare non dico ciò che non produciamo, ma ciò che stiamo producendo e di cui abbiamo bisogno, ma rimane invenduto? Chi lo ha deciso? Il mercato? No, evidentemente: è una decisione politica, che mira al potere, non al profitto.

Altrimenti detto: per quale motivo razionale, se non per mettere in crisi e ricattare il corpo sociale, chi ha l’esclusiva della regolazione monetaria, cioè il sistema bancario, non ne mette a disposizione una quantità idonea, corrispondente alla ricchezza reale prodotta, e in tal modo determina una tendenza recessiva? “Meglio un PIL magro, ma tutto saldamente in mano nostra, che un PIL grasso, ma inutilmente distribuito alla gente che lavora e poi avanza pretese di partecipazione alle decisioni”. Oppure: “Abbiamo provato a dar loro qualche decennio di benessere e di partecipazione alle decisioni; abbiamo visto che non funziona; quindi ora torniamo a prima.” Credo che il ragionamento dietro la predetta politica monetaria antisociale sia di questo tenore.

Lo stesso quantitative easing della BCE, che (come previsto e sicuramente programmato) fallisce rispetto al fine dichiarato di rilanciare i paesi europei, è un dare soldi non all’economia reale e agli investimenti pubblici infrastrutturali di cui vi è sommamente bisogno, ma proprio ai banchieri, cioè ai responsabili dell’attuale crisi nonché gestori della BCE stessa, in modo che li rimettano nei mercati speculativi mobiliare e immobiliare, sotto forma dei già noti prestiti facili e a rischio programmato, cioè in modo da far ripartire non l’economia e lo sviluppo civile, ma innanzitutto nuove bolle, a cui seguiranno, come sempre sono seguite nella storia della finanza, crolli e ondate di insolvenze. Infatti i finanzieri guadagnano non sulla crescita del PIL, ma sull’ampiezza e sulla frequenza delle oscillazioni dei mercati speculativi – onde i governi e le “autorità monetarie” agiscono al fine che tali oscillazioni avvengano, non per lo sviluppo della collettività, la quale invece deve adattarsi e collaborare al predetto fine e di fronte ad esso le persone perdono diritti e autonomia politica. Cioè, la BCE finanzia la ripetizione di un gioco che, per sua struttura, nella prima fase crea ripresa e consenso, ma che poi, automaticamente, sfocia nel suo opposto. Se questo non è conflitto di interessi…

Nello specifico italiano, anche se si diffonde un sentore ottimistico di ripresa, i dati Istat più recenti (gennaio 2015) indicano un continuo calo dei finanziamenti delle banche a imprese e famiglie, malgrado i minimi tassi della BCE; aggiungiamo che le banche italiani hanno sofferenze (tra dichiarate e non dichiarate) per circa 360 miliardi; questi fattori fanno presumere che la quota di q.e. destinata all’Italia, ciò 150 miliardi, verrà perlopiù trattenuta dalle banche; in tal caso, non ci sarà nemmeno una iniziale ripresa – tanto più che le prospettive di bassi consumi e bassi redditi non invogliano gli imprenditori ad investire né le famiglie a indebitarsi. Quando gli intermediari sono marci, non si può contare su di essi per rifinanziare l’economia sana. L’alternativa sarebbe che la BCE finanziasse direttamente investimenti infrastrutturali pubblici, che si tradurrebbero in appalti, quindi in lavoro, e in benefici sistemici4.

La ridefinizione dell’Uomo, dello Stato, della Banca

Ma la ridefinizione dello status umano non passa solo per il ritiro di diritti economici e politici. Essa procede a 360°, abbraccia tutta l’esistenza, dall’alimentazione, alla famiglia e alla salute. Sono state costruite, e vengono gestite verticisticamente e irresponsabilmente, reti tecnologiche che monitorano e possono schedare ogni attività (comunicazioni, spostamento, movimenti monetari, atti sanitari), e da cui dipendiamo rigidamente per la gran parte delle esigenze. Intanto, al servizio del profitto dell’industria farmaceutica e del controllo sociale, vengono inventate e applicate sempre nuove “malattie” per etichettare come patologiche e medicalizzare condizioni e reazioni normali naturali della vita umana, soprattutto in campo mentale (vedi il continuo gonfiarsi del DSM, o Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali, giunto alla quinta edizione).

Porre e mantenere la gente nella modalità dell’emergenza e della paura, oltre che dell’individualismo, è essenziale per distrarla e farle accettare questa riconfigurazione globale, la quale però viene presentata non nel suo insieme, quindi non è in modo riconoscibile; bensì come moltitudine e successione di innovazioni rese necessarie da fattori oggettivi, a pena di tremendi castighi del mercato, del rating, del PIL5.

Non vi sembra che anche in tutto questo vi sia lo zampino di una regia non troppo occulta, piuttosto che la mano invisibile e impersonale del libero mercato – la regia che sta guidando la società verso lo sbocco delineato da Scarpinato nella citazione che apre questo saggio, cioè verso la ri-concentrazione dei redditi e del potere politico nelle mani di una ristretta élite, come era in passato, verso la fine di quanto c’era di democrazia? E non vi sembra che l’altro principio cardinale dell’attuale modello economico-finanziario, ossia l’indipendenza e irresponsabilità del predetto potere monetario, rispetto ai parlamenti e ai governi, sia finalizzato proprio a consentire la realizzazione di questo progetto?

Ma, una volta sfondato il muro dei dogmi, le domande si moltiplicano. Perché le istituzioni difendono a oltranza un modello economico che non funziona, basato su assunti che si palesano errati, anziché sostituirlo? Il limite del 3% al deficit pubblico, ad esempio, si è scoperto frutto di un errore di calcolo, e così pure il tetto del 60% al rapporto debito/PIL; allora perché non correggersi, perché farne un Credo, un pensiero unico e obbligatorio, dunque dogmatico, antiscientifico, negando l’evidenza, e rifiutare a priori anche solo il confronto con modelli alternativi? È solo a causa dell’investimento politico fatto su di esso dalle classi dominanti e dell’inerzia della burocrazia UE (e allora l’UE stessa andrebbe sciolta), oppure anche perché esso, assieme ai suoi effetti, oltre ad arricchire molto le classi dominanti, è funzionale a un progetto più vasto, premeditato, di ingegneria sociale e antropologica, come sopra accennato? Questa è la domanda politica fondamentale di oggi e domani. Io credo che il suddetto modello economico “sbagliato”, assieme ad altri modelli culturali oggi massicciamente imposti dall’alto (in fatto di famiglia, sessualità, multiculturalismo…), sia voluto principalmente per quel fine.

Di fatto, è stato costruito e imposto all’Occidente, soprattutto ai paesi eurodeboli, un insieme di modelli economici, sistemi monetari e regole di bilancio non modificabili, che non ha mantenuto le promesse, mentre ha consentito di togliere all’uomo, al cittadino, tutto quello che, fino a ieri, sembrava essenziale per la legittimità democratica del potere: i diritti politici (cioè poter influire sulle scelte di fondo della politica di un Paese non diretto da organismi esterni ad esso, e poter essere rappresentato nei parlamenti da persone scelte da lui e non nominate dai segretari di partito), i diritti al lavoro (a non dover accettare tutto pur di mangiare, a pretendere un’equa ripartizione dei redditi tra capitale e lavoro), i diritti ai servizi pubblici essenziali, alla pensione, etc. Di fronte a milioni di famiglie greche, italiane, spagnole, portoghesi ridotte alla fame per mancanza di lavoro causata da mancanza di investimenti, il diritto al lavoro e a una vita decente, sancito dalle costituzioni e realizzabile attraverso investimenti pubblici, viene denegato per dare priorità al famoso tetto del 3%, che – ripeto – non ha alcuna base scientifica ed è frutto di un errore di calcolo. E’ un meccanismo perfetto per privare la gente dei suoi diritti fondamentali creando ad arte emergenze e necessità che impongono quelle privazioni in vista di un benessere maggiore per tutti, che però non arriva mai (anzi i conti pubblici continuano a peggiorare) – analogamente a come i regimi comunisti imponevano alla gente privazioni di diritti, libertà e benessere in funzione di realizzare un mondo perfettamente giusto e prospero, il paradiso del proletariato, che però non si realizzava mai. Similmente oggi non si realizza il paradiso del liberismo.

Funziona così: si è tolto ai vari paesi il diritto di avere una moneta propria, e così li si è indebitati in una moneta che non controllano, talora oltre la possibilità di rimborso del debito; poi si è tolta loro la possibilità di lasciar aggiustare il cambio (per pareggiare la bilancia commerciale, esportando di più e importando di meno), e insieme si è tolta loro la possibilità di investire in deficit per rilanciare l’economia. A questo punto, i paesi indebitati come Grecia, Italia e altri sono caduti in recessione e si sono ritrovati costretti, per pagare gli interessi sui debiti e non vedersi rifiutare il finanziamento da parte dei “mercati” e della BCE, ad alzare le tasse e ridurre stipendi, pensioni e servizi, ma anche a fare le famose “riforme”, che si sostanziano nella precarizzazione degli impieghi e nel consentire al datore di lavoro ogni forma di pressione e manipolazione sui dipendenti.Peggiorano così fortemente e definitivamente le condizioni della popolazione. Definitivamente, anche perché le suddette misure spingono imprese, lavoratori qualificati, capitali a trasferirsi all’estero, indebolendo ulteriormente questi paesi.

Ecco già ridefinito lo standard dei Diritti dell’Uomo. O meglio, dell’Uomo Comune. Una ristretta élite beneficia di un aumento di potere e di ricchezza corrispondente alla perdita di diritti della popolazione generale (senza ancora parlare del controllo capillare tecnologico sulla società e sulle persone, che, con varie giustificazioni, viene oggi allestito e gestito da pochi soggetti non trasparenti e non accountable, non tenuti a rispondere delle loro azioni). Contemporaneamente, si sono spenti nel nulla di fatto molti movimenti di resistenza a questa deriva: Occupy, Indignados, M5S, Ingroia… ciò che non produce e distribuisce profitto, non è vitale e non fa riforme. Temo che analoga sorte toccherà alla forza politica che sta assemblando la Fiom di Maurizio Landini. L’alternativa è inserirsi nel sistema, omologarsi, ricavarsi una nicchia.

Questo è il copione della tragedia greca attualmente in corso. La Grecia, con la sua economia molto piccola e molto malconcia, non potrà mai estinguere il suo debito pubblico di 323 miliardi, pari al 175% del suo prodotto interno lordo. Può solo continuare a svenarsi per pagare gli interessi. Perciò è falso e pretestuoso il principio dichiarato, difeso e imposto al governo greco da parte dell’Ecofin, cioè che la Grecia debba pagare i suoi debiti rispettando gli impegni. La Grecia non potrà mai ripagarli. Lo sanno benissimo. La realtà è un’altra: da un lato bisogna mantenere alla Grecia il guinzaglio del debito pubblico inestinguibile, un guinzaglio a strangolo, per poterla dirigere politicamente dall’esterno per via finanziaria (come pure l’Italia e altri paesi); dall’altro, concedere il richiesto ridimensionamento del debito pubblico greco sarebbe automaticamente saltare tutto il sistema bancario europeo, che è molto più fragile e a rischio della stessa Grecia, per i seguenti motivi:

Le banche europee hanno in portafoglio a valore nominale, come asset considerato convenzionalmente sicuro ai fini della loro capitalizzazione, circa 3000 miliardi di titoli pubblici a rischio, cioè greci, spagnoli, portoghesi, italiani, francesi. Dato che le banche europee prestano con una leva di ventisei dichiarata, ma in realtà molto più alta, se anche solo i titoli greci venissero svalutati poniamo del cinquanta percento per effetto del ridimensionamento richiesto dal governo di Atene, la riduzione finale sarebbe moltiplicata per 26, e le banche europee perderebbero una grossa quota di capitale, andando anzi in negativo. Si aggiunga che esse hanno in portafoglio anche gran parte dei derivati assicurativi costruiti sul debito pubblico anche greco, con un moltiplicatore di 10; sicché, sempre in caso di soluzione di questo, avrebbero ulteriori perdite per circa dieci volte il valore della valutazione complessiva. Quindi sebbene la Grecia sia piccolissima, economicamente parlando, per effetto delle suddette leve la sua uscita dall’eurosistema, o anche solo il ridimensionamento del suo debito, sarebbe devastante. Aggiungiamo infine che il ridimensionamento del debito pubblico greco indurrebbe analoghi ridimensionamenti dei debiti pubblici E altri paesi deboli. La catastrofe bancaria europea sarebbe assicurata.

Alla ricerca di spiegazioni serie

Erra chi ascrive ogni colpa dei mali presenti, e soprattutto di quelli italiani, al “neoliberismo” (da non confondersi col liberismo della Scuola Austriaca, per le ragioni che dirò in seguito), o all’Euro, al Dollaro e alla globalizzazione. O anche ai soli fattori economico-finanziari – come vorrebbe il marxismo e come oggi è di moda fare anche da parte del mainstream, il quale tende ad affidare la comprensione-soluzione dei problemi complessivi della società a criteri unicamente economici o, peggio, finanziari, cioè a un approccio settoriale, che “copre” solo una parte della realtà e dei suoi fattori, fattori che sono anche di carattere culturale, emotivo, psicologico, sociale, giuridico, storico, geofisico, etc. L’approccio unicamente economico-finanziario e mercatistico è una moda culturale e politica, una moda sciocca. E’ come se un dietologo volesse basare i suoi interventi sulla dieta in termini esclusivamente di carboidrati e non anche di grassi, di proteine etc. Beninteso, i meccanismi economici esistono e operano realmente, e non tener conto di essi, per ragioni ideologiche o per ignoranza o per altro, è pessima politica ed è antiscientifico. Prendiamo ad esempio la mancata considerazione degli effetti economici della c.d. moneta unica. Il blocco dei cambi (cioè il blocco degli aggiustamenti dei rapporti di cambio tra le valute), quale è l’Euro, già si sapeva da molte precedenti esperienze (anche europee) che determina precisi effetti, ossia che non potendosi svalutare la moneta del paese meno efficiente (ossia che ha costi di produzione maggiori) rispetto a quella del paese più efficiente, per compensare i conti con l’estero si svalutano i redditi del paese meno efficiente e si intaccano i risparmi; onde il blocco dei cambi induce recessione nei paesi meno efficienti, aumentandone la divergenza da quelli più efficienti, nonché incoraggia la fuga dei capitali, delle imprese e dei lavoratori. Sostenere il blocco dei cambi (l’Euro) per motivi ideologici senza al contempo rimediare agli effetti economici, quindi, è follia, oppure menzogna.

Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, due partiti politici ritenuti euroscettici e di estrema sinistra, e che raccolgono il grosso degli elettori euroscettici di quei Paesi, hanno in questo senso una posizione molto ambigua: come qualcuno ha osservato, essi vogliono la causa ma non vogliono i suoi effetti. Cioè vogliono mantenere l’Euro (coi suoi patti e vincoli) ma non le sue conseguenze recessive: vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Questa contraddizione ha già portato Tsipras, nel febbraio 2015, a piegarsi alla Germania e a ridurre le sue richieste a quattro mesi di moratoria, tradendo la promessa di ridiscutere i principi e di rifiutare la Trojka, sebbene avesse giurato al suo popolo, poco prima, di mantenerla a tutti i costi. In Spagna, Iglesias con Podemos è già avviato in questa direzione di obbedienza, su cui lo ha preceduto Renzi col Pd, con le sue finte (e già archiviate) promesse di rinegoziazione strutturale dell’eurosistema in sede europea, col suo stuolo di finti oppositori interni che in realtà lo sostengono per attaccamento alla poltrona, nonché di belle donne-immagine che ha messo in posti di evidenza. I babbei hanno creduto e in parte tuttora credono nelle promesse di cambiamento dell’Europa e dell’Euro fatte da questi tre partiti per raccogliere voti. Hanno creduto che Syriza fosse estrema sinistra. Non è nemmeno sinistra. E’ semplicemente come il Pd, solo diversamente verniciata. Syriza e Podemos, come il loro nascente omologo italiano, creano nei popoli l’impressione, e col tempo anche la convinzione, che la posizione di massima e radicale critica concepibile al sistema (definita addirittura “comunista”, da alcuni) sia quella, sia la loro, seppure ovviamente non è così, perché essi restano all’interno del pensiero del sistema che simulatamente attaccano, mentre la vera critica ad esso è tutt’altra cosa – come apparirà chiaro nel confronto con le critiche svolte nel presente libro – e non è comunista né estremista, ma solo realistica e razionale. Anche questo inganno porta acqua ai mulini dei signori dell’Euro.

L’alternativa seria, cioè razional-scientifica (razional-scientifica proprio perché discutibile e non dogmatica!) a Maastricht è espressa dai principi economici del Front National di Marine Le Pen e della Lega Nord di Matteo Salvini, e in altri modi anche da Alternative für Deutschland e dallo United Kingdom Independence Party. Non la possono invece esprimere, a causa della compresenza di tratti e modi abnormi, Jobbik in Ungheria e Alba Dorata in Grecia.

Le cause generali dei mali economici contemporanei (che, ripeto, sono mali per la generalità della popolazione, ma vantaggi per pochi privilegiati) sono assai profonde, radicate nel tipo di moneta e di credito che usiamo, ma anche nello sviluppo tecnologico: la moltiplicazione incontrollabile delle diseguaglianze di fatto, e il loro inevitabile tradursi in diseguaglianze di diritto, è il fulcro della politica contemporanea e il sottostante delle svariate “crisi” economiche e non, che incessantemente si succedono e sovrappongono, e delle riforme che esse chiamano. La diseguaglianza di capacità, conoscenze, ricchezza e diritti è sempre esistita entro la società umana e la ha sempre strutturata e diretta, ne ha formato la stratificazione in classi; ma oggi la vertiginosa avanzata della tecnologia la sta ampliando sempre più velocemente e la politica non riesce più a mimetizzarla né a contenerla e gestirla entro equilibri economici, limiti etici e forme costituzionali, al punto che è stato superato il principio fondamentale dell’etica sociale e del diritto, il principio dell’eguaglianza tra gli esseri umani, ossia che vi è e vi possa essere solo un unico status giuridico per tutte le persone umane. Il diritto, soprattutto quello internazionale, ha creato uno status giuridico sovrastante per la classe di persone che prendono le grandi decisioni a porte chiuse, in isolamento tecnocratico, e senza responsabilità politiche o giudiziarie, disponendo non solo di fatto, ma anche di diritto, dei diritti civili e politici del resto del genere umano, e delle rendite generata col pagamento degli interessi sui debiti inestinguibili.

Il grosso della popolazione ha uno status giuridico inferiore: da un lato non ha praticamente difese contro il monitoraggio informatico della propria vita (lavorativa, economica, privata, politica) e contro l’invadenza dello Stato e dei providers privati di servizi essenziali (banche, energia, informazione); dall’altro lato, riceve opinioni preconfezionate e instillate mediante ripetizione e stimoli emotivi, e non ha praticamente influenza reale sulle scelte politiche. Fondamentalmente, deve pagare le tasse e gli interessi e adattarsi ai modelli socio-economici decisi sopra la sua testa. La popolazione comune, capillarmente controllata, politicamente impotente, lavora per sopravvivere e pagare gli interessi sul debito personale e sul debito pubblico, senza poterli estinguere, con l’acqua alla gola; dall’altra parte, una ristretta élite, regolando questo indebitamento grazie al monopolio dei mercati, gode la rendita di questi interessi. Questo è il disegno socio-economico che sta guidando il mondo e che anche in Italia viene portato avanti con
incalzante aggressività riformatrice, che non ammette alternative.

Per l’esattezza, non si può nemmeno parlare di una stratificazione sociale in classi, né di una dialettica di classi, perché per aversi una classe sociale occorre che i suoi componenti siano consapevoli che hanno interessi comuni e distinti-contrapposti rispetto a quelli di altre classi, occorre che siano consapevoli dei rapporti di forza e sfruttamento tra le classi; ma, mentre i componenti delle classi apicali, elitarie, hanno questa consapevolezza e si organizzano di conseguenza per fare i loro interessi, avendone anche i mezzi ed essendo pochi di numero, al contrario, i componenti dei ceti intermedi e inferiori, portatori di interessi diffusi, hanno scarsa consapevolezza di ciò che subiscono e quasi nessuna organizzazione a difesa dei loro interessi comuni, quindi non costituiscono una classe sociale, ma un semplice ceto – una massa. Guardano il Festival di San Remo, lo sport, il porno. Quindi sullo scenario globale si sta perfezionando, tecno-giuridicamente, una sopraffazione di classe senza lotta di classe.

Tale sopraffazione esige una chiusura degli accessi alle classi superiori, chiusura che in effetti riscontriamo in vari paesi, anche in Italia. La scuola è fondamentale per permettere o impedire la mobilità interclasse. Un tempo avevamo in Italia l’ascensore sociale di una scuola qualificante e selettiva, che consentiva ai fanciulli volonterosi ed eccellenti di salire di livello sociale. Poi, con pretesti sinistroidi, la scuola è stata resa non selettiva e riempita di insegnanti non qualificati, sicché non può quindi più dare quell’opportunità. Oggi la scuola e l’università veramente qualificanti sono perlopiù all’estero e costano care, quindi non sono più accessibili ai giovani capaci ma non ricchi. Come ascensore sociale, in Italia, avevamo anche la piccola impresa, ma l’Euro e le regole ad esso connesse l’hanno schiacciata. Ora come ascensore sociale rimane la politica, che seleziona però solo, o quasi soli, i peggiori.

Varie indagini ufficiali6 hanno rivelato, per l’Italia, un livello di analfabetismo (totale e funzionale, cioè capacità di capire le parole ma non il senso complessivo di un testo semplice) al 47%; solo il 18% riesce a comprendere un testo di media complessità. Un testo come il presente, articolato e con contenuti anche tecnici, è alla portata di un’esigua minoranza. In fatto di alfabetizzazione, l’Italia è al fondo della classifica OCSE, ma anche gli altri paesi evidenziano la pressoché totale incompetenza ed ignoranza della popolazione ai fini della comprensione delle scelte politiche. Che cosa può essere, con tali premesse di fatto, la democrazia? E’ ovvio che le decisioni che contano, cioè quelle in materia economica (scelta del modello di sviluppo neoliberista-globalista, WTO, introduzione dell’Euro, Fiscal Compact etc.) e quelle in materia bellica (fare la guerra all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, etc.) siano prese “ai piani alti”, a porte chiuse, e calate sui popoli “analfabeti” e comunque impotenti con l’assistenza di una propaganda e promesse disegnate ad hoc (l’Euro o la globalizzazione porterà crescita e stabilità, quella guerra esporterà sicurezza e democrazia, etc.). Il compito della politica pubblica (diversa da quella “a porte chiuse”) è allora non il far partecipare consapevolmente la gente al processo decisionale, ma di adattare l’opinione pubblica e il comportamento collettivo a quelle decisioni, già prese. Cioè di fabbricare il consenso ex post. E cercare di intervenire sugli imprevisti, riportandoli in carreggiata.

In quanto all’Italia, essa, come ho sempre affermato, è un sistema che per sua natura non può funzionare ed era destinato inevitabilmente al declino e al disfacimento comunque, per altre cause, interne – e non intendo semplicemente per effetto dell’alto debito pubblico, o per l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, o per la dilagante sfiducia, o per il rigore di bilancio imposto da Berlino e Bruxelles. Certo, alcuni di questi fattori pesano seriamente, ma pesano anche altri dati di fatto: l’Italia è composta da genti troppo diverse per mentalità e costumi, è sottomessa a potenze e interessi esterni (USA, Germania, Francia) e manca di indipendenza; continua la fuga di capitali, aziende e cervelli; persiste l’invecchiamento e il basso livello culturale della popolazione congiunto alla sua forma mentis ideologica, alla statica e conservatrice arretratezza delle sue vedute e aspettative, al tragico declino della scuola nel suo complesso; inoltre, ha una classe dirigente buro-politica tecnicamente inetta e trasversalmente dedita al saccheggio della cosa pubblica in combutta con potentati stranieri, le forze economiche e l’elettorato danno consenso e sostegno a questa classe dirigente in cambio della partecipazione alla spartizione clientelare di vantaggi impropri, sicché non sono marce alcune mele, ma il melo.

Dal 2008, il costo della produzione per unità di prodotto in Italia è aumentato del 21%, ossia più che in ogni paese concorrente sui mercati mondiali, quindi abbiamo perso competitività. Si invocano o promettono investimenti pubblici per rilanciare il Paese, ma mentre in Germania per 1 euro in più di spesa pubblica il PIL aumenta di 1,6 e nell’UE di 1,2, in Italia aumenta di 1 – il che vuol dire che il sistema-paese è inefficiente, non risponde nemmeno l’investimento diretto. Il Paese è stato sinora tenuto insieme dai massicci trasferimenti da Lombardia e Veneto a Roma e Meridione, come documentato da Luca Ricolfi nel famoso saggio Il sacco del Nord; ma ora il Nord, oppresso da tasse e burocrazia nonché svantaggiato nelle esportazioni dal cambio bloccato rispetto alla Germania, soffre una costante moria di imprese, non riesce più a investire e a sostenere le spese di una Roma corrottissima e di un Sud che arretra e si deteriora sempre più, nonostante gli imponenti aiuti ricevuti e la grande tolleranza verso l’evasione fiscale e contributiva di cui continua a beneficiare. E’ naturale che questo insieme di fattori generi, mantenga e rinforzi una generale sfiducia e oramai anche la paura, che a sua volta accelera il declino, in una spirale che si amplifica. Dopo numerosi annunci di luce infondo al tunnel fatti da mendaci istituzioni nazionali, europee e mondiali, oggi il forzato, esagerato ottimismo delle rassicurazioni di un Renzi, non seguito da risultati tangibili e pronti, serve solo a consolidare la sfiducia, appunto perché lo si percepisce come uno sbruffone che o recita, oppure ha davvero problemi di contatto con la realtà. O ambo le cose.

I suindicati difetti e guasti, o meglio caratteri, storici e inveterati del sistema-paese, non vengono nemmeno affrontati dai vari governi, ma che non si saprebbe nemmeno come riformarli, “toglierli”, isolarli, o correggerli, nemmeno uscendo dall’Euro. Ad essi si aggiunge il fatto che, nonostante i molti, vantati interventi riformatori-semplificatori-informatizzatori, la macchina burocratica italiana si fa sempre più complicata, lenta, incerta, dispendiosa, costosa, anche a causa dei sempre nuovi softwares balordi, elaborati da esperti scelti non so per quali meriti, che il governo propina alla pubblica amministrazione e impone a chi con essa lavora, peggiorando costantemente la funzionalità dell’apparato pubblico e le condizioni di lavoro dei cittadini, dei professionisti e delle imprese.

L’Italia è in declino da 20 anni circa senza guizzi di ripresa, nonostante abbia provato tutte le maggioranze e le formule di governo possibili; il suo PIL è in calo oramai da anni, incessantemente e senza segni di inversione (se oggi il declino si ferma è a causa di fattori esterni, come il deprezzamento di Euro e petrolio), e lo sarebbe ancora di più se i “riformatori” non avessero aggiunto nel calcolo del PIL i presunti giri d’affari di attività delittuose e in nero, inclusi il narcotraffico e la prostituzione. Mentre i mali del paese sono strutturali e richiederebbero una strategia profonda e di lungo termine, di ampie vedute, sganciata dai tornaconti immediati e corporativi, la classe politica, gli apparati dei partiti, sono dediti all’affarismo ladresco quotidiano di brevissimo termine di cui vivono e prosperano da sempre, cioè sono impegnati a difendere le loro abitudini e i loro redditi usuali. Non si curano minimamente dal fatto che il sistema sta per cedere. Perciò continuano a spremere anche con traffici assurdi, come l’importazione attiva di immigrati per il business criminale8 dell’accoglienza da parte di migliaia di onlus collegate ai partiti e al settore parareligioso, a spese di un paese allo stremo. Si interessano di continuare a pigliare bustarelle e a mungere i soldi dei contribuenti. Per poter continuare a farlo, hanno “ceduto la sovranità”, cioè delegato la politica economica, a Berlino e alla Bundesbank. E’ con ciò palese che il ceto politico italiano non ha nemmeno idea di che cosa sia la politica, cioè la gestione dell’insieme nazionale nel medio e lungo termine. I cosiddetti “politici” italiani, in realtà, non si occupano di politica – la quale è l’arte della gestione strategica del complesso del paese – ma affaristi di breve termine, spesso delinquenti, come emerge da ogni indagine giudiziaria: peculato, corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso, associazione a delinquere… e si fanno le leggi elettorali e le riforme costituzionali per riservare alle segreterie di partito la scelta dei parlamentari, togliendola ai cittadini. Questo Paese va stabilmente e inevitabilmente di male in peggio, non ha futuro.

Ma l’Italia può arrivare al tracollo funzionale-amministrativo prima ancora che a quello finanziario, anche perché il senso, l’aspettativa e la pratica della legalità, la fiducia civica (tra privati e privati, tra privati e poteri pubblici), sono bassissimi e in declino. Il sistema-paese lentamente affonda nella disorganizzazione, nell’anomia, nel marasma funzionale. Invertire questo processo essenzialmente entropico è praticamente impossibile, perché nessun sistema può risollevare il suo proprio livello di ordine dal suo stesso interno, come insegna la seconda legge della termodinamica, e l’affidarsi a vincoli esterni al sistema-paese (come l’Italia ha fatto col Trattato di Maastricht e l’Euro) ha solo peggiorato le cose, perché questi vincoli sono stati studiati e gestiti da interessi esterni al Paese, perlopiù opposti e concorrenti. Per innalzare il livello di ordine, funzionalità e fiducia civica, la via sarebbe sciogliere lo Stato unitario italiano in tre o quattro Stati indipendenti, e dare a ciascuno di essi piena indipendenza e piena responsabilità della propria gestione. L’Italia è un paese che racchiude popoli diversi tra loro, e per esperienza storica gli stati multietnici, cioè composti di nazioni aventi diverse mentalità, abitudini e valori, non funzionano bene perché la gente non rispetta le regole scritte se non interiorizza le norme, e i cittadini italiani, mancando un’identità comune e un codice valoriale-comportamentale condiviso, non le interiorizzano, tendono a violarle, eluderle, ignorarle, e si aspettano che lo facciano anche gli altri, politici e pubblici amministratori soprattutto. I continui scandali, che non portano ad alcun cambiamento o soluzione di continuità nella generale mala gestio della cosa pubblica, confermano e rinforzano questa aspettativa nella popolazione. In questo contesto, nessun riformatore, in questa situazione culturale, può avere successo, perché nessuna riforma sarà creduta – cioè non si crederà che sia seriamente intesa e che verrà applicata.

Il cardinal Mazzarino ricordava ai regnanti che i troni si conquistano con le spade e i cannoni, ma si conservano con i dogmi e le superstizioni. «Il lavoro di costruzione delle false credenze funzionali alla perpetuazione del potere oligarchico di ristrette minoranze organizzate ai danni delle masse disorganizzate, è sempre stato affidato agli intellettuali organici al potere e costituisce la loro principale fonte di reddito, oltre che la porta di accesso al mondo dorato dei privilegi riservati alle élites.»9 La gente finisce per accettare perché, bombardata dalla propaganda mediatico-istituzionale, si persuade che, per ragioni scientifiche, naturali, incarnate nelle leggi di mercato, non vi sia alternativa, e perché è sfibrata dalla perdurante “crisi”. Ma i mercati non sono àmbiti naturali, non funzionano secondo leggi naturali, bensì sono ambienti costruiti e condizionati dai legislatori, dagli affaristi, dai tecnici e dalla prassi, dai media, cioè dalla volontà umana, dall’azione umana. Le loro leggi riproducono in ampia parte rapporti di forza e interessi. Sono politiche, anche se i risultati della loro interazione sfuggono alle previsioni e alle pianificazioni, perché nei mercati operano anche fattori sociologici, tecnologici, accidentali e naturali che sfuggono alle azioni e alle programmazioni della volontà regolativa umana – e soprattutto sfuggono loro le interazioni sistemiche di questi vari fattori.

Prendiamo il problema dell’Euro, del debito pubblico e della pressione fiscale. E parliamo in termini di realtà. Quando si parla di economia, si parla di rapporti di forza e di interesse, che agli occhi del popolo vengono nascosti o mascherati da ideali. Quando si dice, da parte di Draghi e soci, che l’euro è in ogni caso irreversibile, anche a prescindere dalla sua sostenibilità o insostenibilità e dai suoi costi per i cittadini dei paesi membri, ci si riferisce non tanto a interessi interni all’Eurozona, quanto a interessi esterni e alle potenze che li difendono, e che impedirebbero con la forza l’uscita dall’Euro di paesi importanti come l’Italia e la Spagna, che avrebbero probabilmente interesse ad uscirne. Lo impedirebbero per tre motivi. Primo motivo: circa il 26% delle riserve monetarie mondiali è denominato in euro, quindi, qualora l’Italia e o la Spagna escano dall’euro e conseguentemente l’euro si sciolga, sorgerebbero problemi molto seri con quelle riserve. Secondo motivo: nel mondo ci sono contratti derivati denominati in euro per un controvalore di circa 150.000 miliardi; si può immaginare che, in caso di fine dell’euro, sorgerebbero innumerevoli incertezze e contenziosi legali, quindi un caos che bloccherebbe il sistema finanziario, precipitando il mondo forse in una catastrofe. Terzo motivo: il BTP italiano, che da un lato è stato finora sostanzialmente sicuro a differenza dei titoli portoghesi o greci perché l’Italia ha mantenuto per venti anni un avanzo primario (cioè prima degli interessi) del +2,4% del PIL. In altre parole sono venti anni che lo stato italiano incassa di tasse più di quello che spende. Dall’altro lato ha, tranne che ultimamente, un discreto rendimento (anche in termini reali cioè al netto dell’inflazione), intorno al 2%, a differenza dei titoli dei paesi forti e di quelli statunitensi e giapponesi, e che inoltre, a differenza dei bonos spagnoli (che rendono quasi altrettanto e sono altrettanto sicuri) è presente in quantità abbondante – su un debito totale di circa 2.200 miliardi, ci sono circa 1.950 mld di titoli sul mercato (perché un 10% lo detengono Banca d’Italia e BCE) –  si presta perfettamente e viene di fatto usato per generare liquidità di funzionamento del sistema bancario ombra mondiale, il noto shadow banking, non sottoposto a controlli istituzionali e non garantito come lo è l’attività bancaria ufficiale. Fondi di investimento e altri operatori comprano pacchetti di BTP e li usano dandoli in pegno a banche, con contratti detti repo, per ottenere prestiti cioè denaro creditizio scritturale bancario; sono prestiti di brevissimo termine, diciamo mensile. A loro volta, le banche li danno in pegno ad altre banche sempre per procurarsi denaro creditizio. In ultima istanza, queste banche a loro volta li danno in pegno a investitori istituzionali come fondi sovrani e grandi fondi monetari. In ognuno di questi passaggi, di questi prestiti a pegno, si genera credito, cioè liquidità bancaria, mezzi monetari. Poiché mediamente i passaggi sono tre, si stima che la quantità di moneta bancaria generata entro il sistema bancario ombra grazie all’uso dei BTP sia circa 2.000 o 3.000 miliardi su un totale stimato tra il 4.000 e i 10.000 miliardi10.

Attualmente il debito è detenuto da banche e altri intermediari finanziari Italiani (circa il 35%), dalle famiglie italiane (circa il 13%), dagli investitori esteri (circa il 30%), e da BCE e Banca d’Italia (un altro 10%, (fonte Banca d’Italia, dati a dic. 2013). Sul 30% detenuto dagli esteri (che era un 40% fino al 2011) si può ipotizzare che quasi tutti questi  siano “re-ipotecati” tramite appunto il “sistema bancario ombra”.[1] Poiché mediamente i passaggi di  “re-ipoteca” sono tre, si potrebbe stimare che la quantità di moneta bancaria generata dal “sistema bancario ombra” grazie all’uso dei BTP sia circa 500  miliardi, moltiplicati per tre, quindi circa 1,500 miliardi su un totale del sistema bancario ombra nel mondo stimato oltre i 4.000 mld. Le stime sulla dimensione di questo mercato del credito variano molto perché appunto è un sistema “ombra”, non regolato e i cui dati esistono solo sui computer delle banche e fondi che vi operano, esistono anche stime più elevate [3]. Il punto essenziale però è capire che i titoli di stato italiani ne sono oggi probabilmente l’ingrediente principale! Cosa confermata anche in modo aneddotico dal fatto che nei maggiori crac di mega fondi hedge si scopre sempre che la posizione speculativa più grande è quella sul debito italiano.

Ad esempio, se leggi la storia del più grande crac di un mega fondo hedge, parte del “sistema bancario ombra”, quello di LTCM nel 1998 che mise in pericolo allora il sistema finanziario americano e fu salvato da un intervento della FED, impari che “la maggior parte della sua attività era in Italia dove aveva straordinarie connessioni perché impiegava l’ex-responsabile del Tesoro italiano per la gestione del debito e dove la Banca d’Italia aveva investito 100 milioni nel fondo LTC stesso (!) e LTCM aveva comprato 50 miliardi di dollari di debito pubblico italiano… approfittando della prospettiva dell’entrata dell’Italia nell’Euro riguardo alla quale aveva ottime informazioni [2]Questo nel 1997, quando il debito pubblico italiano sul mercato era intorno ai 1.000 mld (in dollari) e questo singolo fondo hedge americano ne aveva comprato per 50 miliardi (con strategie complesse di arbitraggio che andavano anche oltre la semplice “re-ipoteca”. Questo fondo aveva un capitale di meno di 5 miliardi di dollari e solamente la sua posizione sui titoli di stato italiani era di 50 miliardi11.

[1] http://noisefromamerika.org/articolo/uscita-dall-euro-debito-pubblico

[2] pag 252-253 di “Infectious Greed: How Deceit and Risk Corrupted the Financial Markets”  Frank Partnoy, 2009

[3] BIS Working Papers No 399 “Global safe assets”, by Pierre-Olivier Gourinchas and Olivier Jeanne

Monetary and Economic Department December 2012  http://www.bis.org/publ/work399.pdf

Da ciò si capisce perché il mercato dei BTP è importantissimo per la finanza mondiale, la quale ha interesse a che i BTP continuino a esistere abbondanti, cioè a che il debito pubblico italiano rimanga grosso; ha interesse a che continui a pagare un discreto rendimento; ha interesse a che in Italia ci siano governi che garantiscano queste condizioni a spese dei cittadini e soprattutto garantiscano il pagamento degli interessi sul debito pubblico ad ogni costo, cioè anche a costo di mandare in depressione il paese, di svendere il patrimonio pubblico, di ammazzare di tasse le imprese, di togliere o ridurre i servizi essenziali e le pensioni. E si capisce perché l’Italia non può ridurre significativamente il proprio indebitamento pubblico.

Questo spiega l’avvento del governo Monti, per esempio. Spiega perché e per chi Letta ha scritto un libro sottotitolato Morire per Maastricht. Spiega perché Renzi alza tanto la voce in Europa ma in realtà non prende alcuna iniziativa forte, limitandosi ad aspettare le mosse degli altri. Spiega perché siamo condannati ad essere immolati ad interessi esterni, contro ogni logica comprensibile, strangolati dal fisco, e, con l’austerità, messi in condizione che ci mancano i soldi per generare il PIL necessario (tra l’altro) a ridurre il debito pubblico: il debito pubblico italiano serve ad interessi superiori, pertanto non è mai stato realmente ridotto, nonostante tutti gli impegni a farlo! Il governo Monti ci ha tassato sul mattone per oltre 50 miliardi – tagliando le gambe al settore immobiliare e con esso all’economia intera – per darli ai banchieri privati tedeschi e francesi che avevano concesso prestiti predatòri alla Spagna (per gonfiare la sua bolla immobiliare) e alla Grecia (per gonfiare le spese pubbliche demagogiche). Ma tutto ciò non si può certo dire all’opinione pubblica e ai contribuenti… serve a estrarre dall’Italia ogni anno 40-45 miliardi per arricchire i detentori del nostro debito pubblico. E questi 40-45 miliardi, che escono dal sistema-paese, vengono dalle tasche dei contribuenti, e determinano la contrazione della domanda, degli investimenti, dell’occupazione – cioè determinano la recessione. E’ per garantire il pagamento di queste somme, che i governi italiani da molto tempo realizzano il record europeo di avanzo primario, cioè di denaro che essi tolgono al Paese e non rimettono nel Paese, ma lo mandano all’estero, producendo una crisi di liquidità crescente. Continuando questa pratica, imposta dagli interessi stranieri privati dietro UE, MES e BCE, si arriverà prima o poi a una rottura. La predetta pratica viene definita come “vincoli di stabilità e convergenza”, ma è matematicamente destabilizzante e divaricante. Ancora una volta, i vocaboli vengono scelti per ingannare. Insomma, l’attuale condizione dell’Italia, vista dall’esterno, dal punto di vista degli interessi suddetti, va benissimo e va mantenuta.

Scrive Zibordi12: “Le politiche di austerità e dei vincoli finanziari imposte dall’Eurozona hanno strangolato l’economia italiana. I trend di crescita degli ultimi trentanni si sono interrotti a partire dal 2000-2001. Anche rispetto al trend dal 1970 in poi quello che sta succedendo è un catastrofe. Il periodo dal 1970 è stato segnato da inflazione elevata e svalutazione del cambio e da altri problemi di mafia, spreco di denaro pubblico, rigidità del mercato del lavoro, inefficienza della pubblica amministrazione, terrorismo… Nonostante tutto questo, l’Italia ha mantenuto una crescita del reddito pro-capite1 abbastanza costante… … Il crollo della produzione industriale italiana degli ultimi cinque anni (-27% circa dal picco del 2007), è come si vede una continuazione del trend negativo creato dall’introduzione dell’Euro. Prima dell’Euro la produzione cresceva in modo simile in Germania e in Italia. Contrariamente a quello che molti ora pensano, negli anni’70 e ’80 l’Italia ha sì sofferto di inflazione più alta della media europea a causa della svalutazione e di altri problemi … ma ha mantenuto una crescita del PIL pari a quella della Germania. E’ vero che negli anni successivi alla rottura dei sistemi di tassi di cambio fissi (avvenuta nel 1971) l’Italia ha avuto una forte svalutazione del cambio rispetto alla Germania. Questa svalutazione si può stimare in un -84% complessivamente, a partire dal livello dei tassi di cambio di lira e marco degli anni ’50. Ma una svalutazione simile è toccata anche alla Gran Bretagna (-82%), alla Francia (- 71%) e agli Stati Uniti (-61%) nei confronti della Germania. E si potrebbe citare il caso dei due paesi forse di maggiore successo nel dopoguerra, la Corea che ha moltiplicato il proprio reddito pro-capite di circa 13 volte e Hong Kong che lo ha moltiplicato di circa 18 volte. In termini di tasso di cambio, il dollaro di Hong Kong ha perso il 73% verso il marco e il won coreano il -94%. I movimenti del tasso di cambio di una valuta non misurano la performance di un economia. E’ bene citare l’esempio recente del Giappone che negli ultimi due anni ha seguito una politica di espansione della moneta che ha fatto svalutare lo Yen di un 40% verso l’Euro (da circa 100 yen per un euro a 146 yen per un euro). L’Italia soffre di una disoccupazione del 12-13% e ha come valuta l’Euro che gode di un cambio fortissimo nei confronti del Giappone, il quale ha una disoccupazione solo del 4,5%. “

Le politiche di austerità e di vincoli finanziari che hanno strangolato l’economia italiana e altre economie europee, lasciano alla fine al nostro Paese due possibili esiti: a) rimanere nell’Euro e fare default sui BTP; b)uscire dall’Eurosistema.

Chi è fedele alla linea di rimanere nell’euro a tutti i costi alla fine sa che l’Italia alla fine dovrà fare un default parziale sul debito pubblico in euro… … Il motivo è semplice: con l’austerità il debito pubblico sale di 80-90 miliardi l’anno, mentre il PIL è fermo dal 2007. Lo stato italiano incassa più di quello che spende, ogni anno, circa un 2% del PIL in più ed è l’unico stato al mondo a tenere questo continuo surplus di bilancio grazie a continui aumenti di tasse. Queste politiche di “austerità” soffocano l’economia e in questo modo il PIL italiano che era di circa 1,550 miliardi nel 2007 oggi, dopo sette anni è ancora fermo a quella cifra (perché si è ridotto di un -9% in termini reali, ma l’inflazione cumulata in sette anni è stata circa dello stesso importo). … … Quindi anche strangolando l’Italia di tasse e incassando ogni anno un 2,5% di PIL più di quello che spende, lo Stato italiano al massimo ha sempre un deficit del 3% del PIL, per cui il debito pubblico sale del 3% circa del PIL (80-90 miliardi l’anno) mentre il PIL rimane fermo da anni. Ecco quindi che tutte le politiche di austerità, oltre a demolire l’economia, hanno fatto peggiorare anche il rapporto debito/PIL dal 119 al 137% del PIL (di circa appunto un 3% per sei anni). Per cui gli “insider” come ad es. la Reichlin e il mondo finanziario, si cominciano a preparare al giorno in cui si dovrà prenderne atto e organizzare un default sui 2.000 miliardi di titoli pubblici italiani sul mercato. … … La strada del default è disastrosa per l’Italia e il resto dell’economia che ci circonda e comunque non elimina il problema dell’Euro come valuta unica che impedisce ai singoli stati di aggiustare la quantità di moneta come si è sempre fatto in base alle proprie esigenze. Senza contare che un default serio dell’Italia (e di altri paesi a ruota), probabilmente provocherebbe un tale disastro economico da far saltare alla fine anche il sistema dell’Euro per il quale ci stiamo dissanguando.

L’alternativa è: b) ritornare ad una propria moneta.”

Questo insieme di considerazioni mostra ai partiti euroscettici come dovrebbero al più presto completare le loro analisi per renderle adeguate alla realtà e per evitare di essere ridicolizzati in termini di incompetenza tecnica, o, peggio, per evitare di riuscire a estrarre l’Italia dall’Euro solo per mandarla incontro a un disastro, sempre per incompetenza tecnica e ignoranza del funzionamento delle attività finanziarie.

Mostra, in aggiunta, che non è possibile, perché non verrebbe in ogni caso permesso dagli interessi globali suddetti, uscire dall’euro ritornando alle monete nazionali dall’oggi al domani, cioè ridenominando tutti i rapporti e i titoli da euro a lire, magari chiudendo le banche per qualche giorno per perfezionare il tutto con calma, come affermano o suggeriscono che si possa fare economisti di riferimento di Salvini e di Grillo, quali Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Va bene come messaggio semplice per agganciare la gente, ma se tradotto in atti sarebbe un boomerang. I poteri forti globali non lo lascerebbero fare: contro il governo che accennasse a farlo, scatenerebbero i loro tipici strumenti: il rating, la Giustizia, il Quirinale, lo shorting (vendita massiccia allo scoperto), lo spread, la stampa europeista… e il malconsigliato premier sarebbe presto sostituito.

Per evitare questa reazione, raggiungendo egualmente l’obiettivo, si potrebbe adottare un piano graduale, come elaborato da Giovanni Zibordi, che si articoli in una prima fase con affiancamento all’euro di una valuta nazionale, una seconda fase di uso promiscuo, una terza fase in cui lo Stato paga solo con moneta nazionale. O qualcosa di equivalente. Ma sempre evitando la conversione forzosa dall’euro alla moneta nazionale, per non destabilizzare gli interessi globali legati all’euro e per non spaventare e colpire soprattutto i risparmiatori italiani. Tuttavia anche questa soluzione presenta difficoltà tali da renderla impraticabile, soprattutto perché probabilmente si scatenerebbero speculazioni tra Euro e Lira. Non resterebbe quindi che l’uscita brusca.

A chi crede che un’uscita dell’Italia dall’Euro avrebbe automaticamente l’effetto di far ripartire l’economia nazionale, va ricordato che, rispetto a quando l’Eurosistema nacque, l’Italia ha oggi, da un lato, un apparato produttivo smantellato per circa il 25% per effetto dell’Euro e della c.d. austerità, e dall’altro si trova a fronteggiare competitors diversi dalla Germania, cioè paesi come l’India, la Cina, che hanno costi di produzione frazionali rispetto all’Italia, sicché contro di essi la svalutazione competitiva non aiuterebbe moltissimo. Bisognerebbe piuttosto elevare il livello tecnologico ed eliminare le disfunzioni del sistema-paese: ma la prima cosa è molto difficile e lenta, e la seconda è praticamente impossibile, dato il radicamento anche nella mentalità prevalente di certi “mores” politici e amministrativi.

A uno scenario che imponga misure radicali – uscita dall’euro o default o tagli delle pensioni o confisca dei risparmi – potremmo arrivare già nel giro di qualche mese, al più tardi in un paio d’anni. I dati economici per l’Italia e le proiezioni degli organi specializzati, come dianzi spiegato, non lasciano dubbi: la recessione continuerà, le riforme di Renzi faranno cilecca sul piano economico, la sua affermazione di fine novembre che l’occupazione sia aumentata è stata dimostrata menzognera, Istat alla mano, da Luca Ricolfi nel suo editoriale su La Stampa del 29.11.14 (dove appare che la disoccupazione è ai massimi di tutta la storia d’Italia), la sua legge di bilancio per il 2015 manca di parte delle coperture, la situazione a breve si farà pericolosa, soprattutto se l’opinione pubblica scoprirà che l’Inps-Inpdap ha un buco di circa 10 miliardi per omessi versamenti previdenziali di enti pubblici (e già ora ci sono pubblici dipendenti che, a causa di ciò, non possono andare in pensione), e che il sistema bancario italiano ha circa 370 miliardi di crediti inesigibili, di cui quasi metà in una sola banca storicamente gestita da uomini di un importante partito politico.

Il ridicolo piano di rilancio di Junker, coi suoi magri 22 miliardi reali per tutta l’UE, che ha un PIL di oltre 4.500 miliardi, sembra calcolato per rinforzare e consolidare la sfiducia nella popolazione. In Italia, gli interessi costituiti, la casta europearda, centralista e austerofila, si consociano e si attrezzano per fronteggiare una possibile situazione preinsurrezionale mediante una riforma del parlamento e della legge elettorale che metta tutto nelle mani dei segretari di pochi grandi partiti politici. Mentre scrivo, andiamo infatti verso uno scenario di fallimento delle promesse renziane, di forte peggioramento economico, di dirompenti tensioni sociali, con un prevedibile prossimo parlamento ultra-maggioritario neoliberista che assicurerà, sì, la maggioranza a un governo fedele al modello economico in via di costruzione, ma che non rappresenterà la popolazione, anzi sarà in palese contrapposizione agli interessi di questa, e dovrà ricorrere alla repressione, legittimandola con i numeri in aula e con l’appoggio dell’”Europa”, e alla bisogna perfezionandola con l’arrivo della Trojka e dell’Eurogendfor, il corpo di polizia militare europeo costituito in funzione repressiva, e che gradualmente sostituirà le forze di polizia nazionali, le quali potrebbero avere troppi riguardi per la popolazioni o addirittura prendere le sue difese. Berlusconi può essere indotto a tener bordone agendo con la leva giudiziaria sui suoi interessi personali e familiari in fatto di processi penali e duopolio televisivo.

Recentemente, con un + 5% di PIL in un anno, i successi della politica monetaria USA, che ha portato (per ora) fuori dalla recessione il Paese dando la priorità al rilancio economico su quella del pareggio di bilancio, hanno evidenziato l’assenza di fondamenti reali dell’etica finanziaria del rigore e della virtuosità, incarnata dall’UE, è un’etica concepita a beneficio dei creditori renditieri (rentiers), degli usurai, dei produttori monopolisti di moneta e credito, che hanno recuperato il potere politico. Storicamente, ciò che aveva sostanzialmente ridotto i loro privilegi economici è proprio l’inflazione del primo e del secondo dopoguerra assieme alle politiche di spesa pubblica a sostegno della crescita economica, alla forte crescita dei redditi nazionali e all’effetto redistributivo di questa combinazione.

Essi ora, anzi da quando la Thatcher iniziò ad abbattere le tasse sui grandi redditi, presto seguita da Reagan e da altri, si prendono la rivincita imponendo un modello che antepone a tutto la salvaguardia delle rendite, anzi la loro rivincita, attraverso l’imposizione di condizioni opposte a quelle del secondo dopoguerra, cioè l’imposizione di stagnazione, spostamento di ampie quote dei redditi dal lavoro alle rendite, concentrazione dei redditi e dei capitali nelle mani di cerchie sempre più ristrette, strategie aziendali rivolte non alla crescita dei profitti ma della capitalizzazione borsistica, separazione del rischio di impresa dall’attività e dai profitti, e traslazione del rischio dal capitale privato ai conti pubblici e sulla popolazione; e forte crescita della quota della spesa pubblica che i paesi subalterni, come l’Italia, devono destinare al pagamento degli interessi sul loro debito pubblico.

Circa gli USA, per inciso, va ricordato che essi sono principalmente alle prese col problema del loro Dollaro, che viene sempre meno accettato (come biglietto e come bonds) nel mondo in cambio di materie prime e altro, quindi entra in crisi il meccanismo del potere e della prosperità degli USA nel mondo, ossia il meccanismo con cui, grosso modo da Bretton Woods, gli USA stampano carta per finanziare i loro approvvigionamenti di commodities e altri beni reali nonché per pagare le loro guerre e i regimi collaboranti, mentre con quei dollari i paesi che li accettano pagano le importazioni dagli USA (merci e armamenti). Questo meccanismo, dal secondo Dopoguerra, finanzia anche le guerre che gli USA conducono per imporre l’accettazione del loro Dollaro, soprattutto per imporre che il petrolio sia venduto solo in cambio di dollari, i modo che vi sia sempre domanda di dollari nel mondo, così che Washington possa continuare a comperare assets in giro per il mondo semplicemente stampando carta e collocando il suo debito pubblico. Perciò hanno eliminato Saddam e Gheddafi, che volevano venderlo in cambio di altre valute, e cercano di accerchiare e rovesciare il regime iraniano. I paesi Opec accettano solo dollari in pagamento del loro petrolio – e alcuni di loro, stretti alleati degli USA come l’Arabia Saudita e il Qatar, sovvenzionano (guarda caso!) gli “islamostri” del Califfato e altre fazioni islamiste. Il meccanismo suddetto è l’asse portante e la ratio della politica estera USA dal secondo dopoguerra, spiega il bellicismo di Washington e il suo sostegno a putsch e regimi dittatoriali. Ma essa ora, anche per altre ragioni legate all’oro e alla politica di Putin, sembra sempre più in crisi; sicché ci si può attendere, come estremo tentativo di salvarlo, una guerra di larga scala, da parte della superpotenza nordamericana, la quale resta essenzialmente una piattaforma tecnologico-militare per il dominio sul mondo (o larga parte di esso) da parte dell’oligarchia finanziaria che ne possiede la banca centrale, la Federal Reserve Bank Corporation.

Quota lavoro, quota capitale: redistribuzione inversa

In parallelo al Forum Economico di Davos nel gennaio del 2015, l’organizzazione Oxfam ha annunciato che il processo di concentrazione della ricchezza nel mondo farà sì che, entro un anno, l’1% più ricco della popolazione possieda una ricchezza superiore all’altro 99%. Il processo di concentrazione economica è molteplice: concentrazione dei patrimoni, dei redditi, della redditività (i patrimoni molto grandi rendono percentualmente molto più di quelli meno grandi, quindi divengono sempre più grandi, aumentando la diseguaglianza); in più, sempre crescenti quote del reddito totale si spostano dai lavoratori ai possessori e produttori di capitale finanziario, cioè ai banchieri. I pretesi interventi redistributivi a favore delle classi medie consistono, specialmente in Italia, in questo: togliere servizi e occupazione alle classi basse, creare così un’emergenza, e intervenire prendendo soldi non dalle classi alte, che nascondono all’estero e nel web i loro patrimoni, ma dalle classi medie, facendone nuove fasce di poveri. Gradualmente. Questo è stato l’attacco tributario al mattone.

Dal 1975 ad oggi la suddivisione dei redditi tra lavoro e capitale ha visto il capitale in grande rimonta e i lavoratori in grande arretramento, fino ai livelli del 1960. Ma che cosa diavolo è, questo capitale? Che cosa sono i soldi? Oggi sono meri simboli numerici, creati cliccando coi mouses in un network di computers dotati di licenza bancaria. E che costo di produzione ha il denaro, il capitale finanziario, che valore intrinseco? Nessuno, nessuno. E’ questa la realtà che, se la sai, cambia tutta la prospettiva e svela l’inganno, iniziando dall’illusione che possano mancare i soldi per gli investimenti e che bisogni attrarre capitali dall’estero – illusione, dato che ogni paese, volendo ed avendone la libertà, può generare tutto il capitale che gli serve a costo zero e, per giunta, senza cedere risorse a soggetti stranieri (cioè senza cedere aziende e redditi, i quali, fluendo verso l’estero, peggiorano le partite correnti) e senza divenire da essi dipendenti-ricattabili (vedi caso Thyssen-Terni). Imporre alle genti un siffatto peggioramento è stato reso fattibile dal venir meno della concorrenza, prima esistente, al modello capitalista, ossia al venir meno (della credibilità) del progetto alternativo, come era il progetto socialista. There is no alternative left.

Come come brillantemente esposto al parlamento di Westminster il 20 novembre 2014 dal deputato conservatore Steve Baker in un memorabile dibattito, il capitale finanziario altro non è che denaro scritturale lent into existence”, cioè generato a costo zero (ma fruttante interesse) dalle banche con l’atto stesso di erogare i prestiti creando un pari accredito a se stesse, che possono spendere come denaro legale (cioè, col prestare 100 la banca crea 100 di prestato e 100 come proprio ricavo). Il denaro si crea semplicemente scrivendo numeri nei partitari. Quindi, da un lato il dato che i possessori-creatori di capitali tolgono crescenti quote di reddito ai lavoratori si spiega col fatto che essi, in virtù delle licenze bancarie, continuano a creare per se stessi capitale a costo zero prestandolo a interesse agli altri, ai lavoratori (di tutte le sorte), e sottraendo loro reddito in forma di interessi passivi. Dall’altro lato, questa continua creazione di denaro, di capitale, dà conto del continuo crescere dell’indebitamento generale e crea il crescente bisogno, per questo sistema capitalistico finanziario, di destinare tutte le risorse economiche e fiscali, compresi i redditi e i risparmi privati e la spesa pubblica, quindi le tasse, a sostenere il pagamento degli interessi sui debiti, perché, se il pagamento si interrompe, i valori dei titoli finanziari (che ultimamente sono crediti) crollano e con essi tutto il castello del capitalismo finanziario crolla in un financial meltdown. Ma il flusso degli interessi pagati si traduce in un flusso di rendite per i pochi beneficiari del sistema…

Col denaro generato come sopra, e con quello donato o quasi-donato loro dalle banche centrali (quantitative easing ed omologhi europei), cioè con denaro creato senza rapporto con la creazione di beni reali, i banchieri (direttamente o indirettamente) investono in titoli finanziari e in immobili (solo il 16% circa del denaro addizionale va ad impieghi produttivi – ecco perché siffatti interventi giovano poco l’economia reale, dall’America all’Europa al Giappone), gonfiando le famigerate bolle, che sono destinate a scoppiare perché sono bolle di valori creati sulla carta, senza corrispettivo valore reale; e i loro scoppi travolgono le banche, lasciando agli Stati di salvarle coi soldi dei contribuenti (bail-out). Ecco inoltre spiegato perché, nell’ultimo ventennio, i redditi da lavoro non sono aumentati in termini reali, mentre la produttività è aumentata di molto grazie alla tecnologia: i maggiori utili sono andati al capitale. Insomma, la creazione e regolazione della moneta non è affatto neutrale rispetto all’andamento economico e sociale, come invece insegnano i mendaci economisti di palazzo.

Accenno qui, per poi riprendere il tema, che il suddetto modo di produrre la moneta, o i mezzi monetari – o meglio ancora il suddetto modo di usare i crediti come moneta, produce un equivoco economico, contabile e giuridico appunto tra moneta, denaro in senso proprio e credito, con conseguenze molto problematiche e destabilizzanti.

Cosa ancora più grave, il produrre moneta-credito (mezzi monetari) mediante la pari e corrispondente produzione di debiti gravati da interesse composto, innesca automaticamente un meccanismo che porta a un incessante ed esponenziale incremento dell’indebitamento e che determina, a un certo punto, la fine della redditività degli investimenti industriali, quindi la recessione e la deflazione – quello che abbiamo ora – perché tutto l’utile viene assorbito dagli interessi passivi e dalle tasse. Questo è un dato di fatto storico. Di fatto, da queste situazioni in passato si è usciti sgonfiando il debito complessivo attraverso un misto di inflazione, default, (ripudio-disconoscimento dei debiti, remissione dei crediti, insolvenze e austerità, in proporzioni variabili tra loro a seconda dei tempi e dei paesi interessati); oggi, la pretesa europearda di uscirne solo mediante l’austerità è la pretesa di scaricare tutto il costo sui produttori e consumatori di ricchezza reale, sui lavoratori, sui giovani, per tutelare gli interessi dei grandi creditori-rentiers. E questa pretesa sta di fatto ostacolando, se non impedendo, lo smaltimento del debito, anzi sta peggiorando la situazione in diversi paesi.

Faccio ancora notare che questo sistema socio-economico, con la normativa che lo sostiene, è direttamente incompatibile con l’art. 1 della Costituzione italiana (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) nonché con gli artt. 3 (principio di eguaglianza e della rimozione delle diseguaglianze: qui lo Stato è usato per fare proprio l’opposto), 35 e 36 (tutela del lavoro, dignitosa retribuzione), 41 (divieto di pratiche imprenditoriali contrarie al bene collettivo), 47 (tutela del risparmio), perché in esso il non-lavoro, la rendita parassitaria, il privilegio di creare moneta gratis, ha il diritto di togliere sistematicamente il reddito ai lavoratori e i risparmi ai risparmiatori. Quindi il semplice fatto che lo Stato, i Capi di Stato, i governi di questo Paese continuano ad accettarlo e sempre più anzi lo predicano e lo impongono alla popolazione, sul piano tecnico-giuridico li rende tutti, molto semplicemente, eversori della Costituzione e totalmente illegittimi – al di là che lo facciano liberamente o per costrizione – assieme alla legislazione in materia economica, finanziaria, monetaria, bancaria, perlomeno dall’inizio degli anni ’80 in poi, compresi i trattati europei, come appare chiaramente dagli scritti del giudice Luciano Barra Caracciolo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, e soprattutto dal suo saggio del 2013, Euro e (o) democrazia costituzionale13dove egli spiega concretamente, tra le altre cose, come la Costituzione italiana non è neutra rispetto al sistema economico-finanziario, perché i suoi principi di base prescrivono un’impostazione economico-finanziaria molto chiara, opposta a quella in via di attuazione oggi. Si può affermare che la Costituzione del 1948 è stata concepita proprio per prevenire che avvenisse la vittoria del capitale sul lavoro. Sovvertire questa costituzione è l’essenza delle riforme neoliberiste e filo-capitaliste in corso. Si deve alla fine riconoscere la realtà: ossia, che esiste una carta costituzionale facciale (o meglio, tutto un ordinamento legale facciale), quella che chiamiamo Costituzione, e una costituzione effettiva (nonché un ordinamento legale effettivo), che è completamente diversa, anzi contraria, a quella facciale, e che ha tutte le sue regole. Le istituzioni si attengono alla seconda. La “giustizia” ha la funzione di salvare le apparenze di legittimità dell’apparato, l’opinio legalitatis,

Essere di sinistra significa, concretamente, accendere i riflettori sulla suddescritta strategia del capitalismo finanziario ed elitario globale, e prendere le difese dei lavoratori e dei risparmiatori. Essere di destra significa fare l’inverso di ciò. L’ex PCI (PDS-DS-PD) è il partito di destra per eccellenza in Italia, il partito di servizio del capitalismo finanziario. La Chiesa Romana (quella istituzionale e visibile), sin dal medioevo (in cui si faceva pagare una tassa dagli ebrei per permettere loro di praticare l’usura, interdetta ai cristiani) ma ancor più dai compianti Monsignori Spellman e Marcinkus in poi, e col compianto Botin (uomo chiave dell’estrazione da MPS di circa 17 miliardi nell’acquisizione Antonveneta), è dentro fino al collo nei giochi della grande finanza, coi suoi grandi investimenti e con lo Ior, da cui dipende per il suo fabbisogno, e anche per il fatto che gode di sovvenzioni e privilegi tributari da parte di molti Stati, a spese degli altri contribuenti; quindi continua e continuerà a stare a quei giochi, a servire – per dirla con Gesù – Mammona e non Dio, e gli ammiratori del gesuita ridenominatosi Francesco aspetteranno invano che quest’ultimo condanni, o anche solo descriva, pubblicamente, il modo come realmente gira il mondo. Egli ne darà solo una versione morale o moralistica. La Chiesa, sin dai primi secoli, ha scelto di non esser povera, quindi non è libera dai comandamenti del profitto: li deve rispettare e, insieme, sottacere ai popoli. Infatti, mentre Gesù se la prendeva soprattutto coi peccati economici ed era indulgente su quelli sessuali, il clero cattolico, storicamente, ha preferito glissare sui primi e spostare la lotta sui secondi14. Credere che dai suoi vertici possa venire una guida per combattere avidità e corruzione è possibile solo a chi ignori la sua storia – salvo sempre l’intervento dello Spirito Santo.

Richiamo la vostra attenzione su una cosa importantissima: saggi come quelli di Caracciolo e della Undiemi si collocano in un nuovo orizzonte scientifico, che integra ciò che l’insegnamento pubblico ha cura di tener separato, ossia l’analisi giuridico-costituzionale e quella economico-finanziaria delle strutture di potere reali e formali, ovvero, se preferite, delle infrastrutture e delle sovrastrutture. Senza questa integrazione, non si può capire la storia contemporanea e i progetti che la intessono, e la ragioni di ciò che ci succede. La popolazione generale viene posta dai mass media e dalle istituzioni in condizione di conoscere solo la vulgata economico-giuridica sottesa a questo modello economico e non le altre versioni, cioè di dimenticare, in quanto ai meno giovani, e di non apprendere, in quanto ai meno vecchi, che è possibile, è esistito ed ha funzionato modello economico diverso, in cui il denaro veniva prodotto e speso per assicurare occupazione e sviluppo, in cui le banche centrali assicuravano l’acquisto dei titoli pubblici a un tasso sostenibile escludendo la possibilità di default, e che in questo modello i disavanzi interni ed esteri nonché i debiti pubblici erano molto più sostenibili di quanto lo sono ora nel sistema della virtuosità per usurai e finanzieri d’azzardo, sicché i governi e i parlamenti conservavano la capacità di elaborare e decidere politiche economiche e sociali anziché farsele dettare dai mercati e dai loro manovratori. E le persone comuni avevano perciò la possibilità di percepire una propria dignità differenziale rispetto alle merci, e di fare programmi di vita, di lungo termine – cosa che in fondo dovrebbe essere lo scopo non solo dell’economia ma della stessa esistenza dello Stato, e non lo è più.

La perdita di questa possibilità è sospinta da un meccanismo che oramai viene alla luce nel modello economico mercatista-finanziario di riferimento, che prescrive uno sviluppo guidato da esportazioni sempre crescenti rispetto alle importazioni;gli elementi del meccanismo sono:

-la libera circolazione dei capitali e delle merci (anche con paesi concorrenti sleali perché praticamente schiavisti);

-la competizione nelle esportazioni tra tutti i paesi, e nell’attrazione di capitali (investimenti) dall’estero;

-il divieto di recuperare competitività estera svalutando la moneta;

-quindi la necessità di recuperare competitività estera svalutando i salari, sul presupposto che la riduzione dei salari (o del costo del lavoro) comporti l’assorbimento della disoccupazione;

-ma con un effetto diverso: di fatto l’industria tende a recuperare competitività riducendo non tanto i salari quanto la produzione e l’occupazione (cioè limita la produzione in modo tale da realizzare il massimo utile marginale, e non totale);

-da quanto sopra, sta derivando il calo della domanda interna, che scoraggia gli investimenti (gli imprenditori non investono se non possono contare su una domanda solvibile dei loro futuri prodotti) e genera deflazione;

-consegue la necessità che l’economia si orienti ancora di più verso le esportazioni, esigendo dunque “più coraggio nelle riforme”, ossia ulteriori ribassi del costo del lavoro: una spirale di immiserimento pianificato della popolazione, virtualmente senza fondo;

-la recessione strutturale, conseguenza delle suddette prescrizioni economiche, sta portando a un progressivo declassamento dei titoli del debito pubblicato italiano, che il 6 Dicembre 2014 Standard and Poor’s ha bollato con BBB-, giusto un passo prima del livello spazzatura – livello che sarebbe già stato superato da un pezzo, se la BCE non continuasse a distorcere il mercato con acquisti massicci di debito italiano, abbassando artificiosamente i rendimenti; e lo deve fare, altrimenti il rating crollerebbe sotto C, lo spread schizzerebbe a livelli insostenibili e il sistema euro si romperebbe, mettendo in crisi gli interessi che la BCE tutela, e che non sono certo quelli degli italiani.

Le medesime prescrizioni sono i famosi “compiti a casa”, le “riforme strutturali” tanto predicate: un metodo per ridurre il grosso della popolazione a rassegnarsi, con la convinzione che “non vi sia alternativa”, a uno stato di incertezza e povertà, in modo da aumentare la sua distanza rispetto alla classe dominante e di ritornare all’ottocentesco rapporto di un ricco ogni cento poveri, o qualcosa di simile, o forse di ancor più radicale. Un metodo i cui fini sono mascherati da una falsa ricetta economica, cioè la competitività nell’export, come se fosse possibile per la generalità dei paesi realizzare attivi della bilancia import-export, o delle partite correnti, mentre ovviamente su scala globale il totale delle importazioni è ovviamente pari al totale delle esportazioni. Beninteso: in Italia è ovvio che occorrerebbe fare diverse e profonde riforme, ma di altro genere. Intanto, ad ogni modo, cresce il numero degli economisti che pubblicamente abbandonano, più o meno completamente, il modello neoliberista e rigorista, per non restare definitivamente sputtanati dal suo evidente fallimento di fatto rispetto alle promesse.

La popolazione generale italiana, se tiene la testa dentro alla “realtà” che le è permesso conoscere, cioè quella che sta dentro il predetto modello di economia virtuosa per usurai e renditieri marca Maastricht, può davvero pensare che il rimedio alle sofferenze che sta vivendo consista nel rinegoziare il parametro del 3% di deficit sul PIL per spuntare qualche punto percentuale di flessibilità, di spesa a deficit in più, come promettono i vari statisti contaballe, oppure l’immissione di qualche centinaia di miliardi da parte della BCE, i quali, come in passato, finirebbero alle banche per chiudere i loro buchi sommersi o per gonfiare nuove bolle speculativa, come sempre avvenuto durante questa “crisi”. L’unico rimedio effettivo sarebbe la sostituzione di quel modello con altri. Un’opposizione sociale vera e realistica dovrebbe puntare apertamente a questo rovesciamento di modello, non a negoziati per ottenere qualche concessione che, per forza di cose, sarebbe presto revocata alla prossima emergenza. E dovrebbe lottare con la coscienza che i tagli di salari, occupazione, garanzie, servizi sono stati intenzionalmente introdotti dalle istituzioni nazionali e sovranazionali come strumento per garantire e rafforzare le posizioni di una ben determinata classe sociale, fatta di renditieri finanziari, di monopolisti del credito; e che quindi si tratta di fare, con i mezzi necessari, se disponibili, non proposte o suppliche, ma una lotta di classe diretta a rovesciare un ordinamento economico-giuridico e a riprendersi i poteri pubblici, governativi, istituzionali, togliendoli a un preciso avversario di classe, per darli alla generalità dei cittadini, ammesso che ciò sia possibile.

Gli equilibri si rompono

È probabile che la rottura dell’equilibrio, dell’omeostasi di questo attuale sistema, sia alle porte, determinata dalla continua contrazione del reddito nazionale, che rende insostenibile il servizio dei debiti pubblici e privati, quindi tende a far saltare il sistema bancario. La Grecia può essere il detonatore. Se a questo punto i poteri forti decidono di mettere le mani nei conti correnti della gente e confiscare il risparmio per puntellare le banche e i conti pubblici, questa può essere la scintilla che coalizza le forze euro-scettiche e trasforma gli “scioperi sociali” della Fiom (novembre 2014), e in cui già si nota il ritorno di una consapevolezza e di una rabbia di classe, in un’attuazione di reale sovranità popolare di contro alla irreale rappresentanza di un parlamento di nominati e ultramaggioritario. Anche perché tale opzione di bail-in a carico dei risparmiatori farebbe capire a molti che il sistema di governance globale creato intorno al FMI, alla FED, alla BCE, al MES, alla Banca dei Regolamenti internazionali, alla Commissione, analiticamente messo a nudo nei suoi veri fini da Lidia Undiemi nel suo già citato saggio Il ricatto dei mercati, ha proprio la funzione di scaricare su lavoratori, pensionati, risparmiatori, cittadini, i danni causati dalle attività di azzardo e dalle truffe finanziarie di quella stessa classe internazionale che dirige le predette istituzioni sovranazionali. Un simile rovesciamento dal basso del modello socioeconomico non è possibile su scala nazionale, bensì solo su scala almeno continentale. Ed è improbabile che parta dagli italiani, gente storicamente incapace di simili imprese.

La rottura dell’euro potrebbe pure arrivare a seguito e per effetto l’imminente quantitative easing della BCE, ossia dell’immissione di grandi quantità di moneta europea aggiuntiva, che produrrà una svalutazione di detta moneta. In previsione di ciò, già da tempo è in corso una fuga dall’euro verso monete rifugio, in primis il franco svizzero. Al contrario di quanto ipocritamente dichiarato da Christine Lagarde, era quindi ben prevedibile che la banca centrale svizzera sbloccasse la parità forzata con l’euro e lasciasse rivalutare il franco, come ha fatto nel gennaio 2015. Il conseguente crollo della borsa di Zurigo è stato più che compensato dalla rivalutazione della moneta nazionale. È possibile che la BCE decida di proseguire per la strada di valutazione e mantenimento del sistema dei cambi fissi noto come euro, a danni soprattutto dell’Italia. Gli acquisti da parte di Draghi di titoli del debito pubblico italiano –beninteso- non sono un aiuto all’Italia, ma sono un modo per evitare che essa collassi ed esca dall’euro prima che abbiano finito svuotarla di quello che si può portar via. E per renderla rigidamente dipendente dalla volontà della BCE, in modo da poterla domani meglio manipolare da fuori. Non c’è giustificazione razionale economica all’euro. Le recenti vicende mostrano che porre cambi fissi è sostanzialmente imporre un prezzo politico alle monete: la scelta di tenerli bloccati a lungo è distruttiva per l’economia reale, serve solo agli usurai e ai redditieri, si scarica sul 90% è più della popolazione nonostante quello che ancora vanno predicando economisti folli o in carriera, al servizio dell’autocrazia europea.

Io mi aspetto che, semplicemente, coloro che tengono le redini lasceranno che gli squilibri si allarghino sempre di più, fino a produrre la rottura dell’Eurosistema, e che non gestiranno questa rottura in modo da minimizzare i danni per le popolazioni interessate, bensì in modo da massimizzare i loro profitti, scaricando i costi sui risparmiatori e sui contribuenti, a meno che non abbiano a temere seriamente una punizione sulle loro persone – cioè di essere linciati. Mi aspetto un grande insider trading, un grande business dell’emergenza, soprattutto in Italia, dove la classe dirigente è particolarmente criminale e irresponsabile verso il Paese, e dove la gente è particolarmente incapace di reagire. E proprio per questo non si sta affatto cercando di pianificare una soluzione alla crisi dell’euro: in campo monetario così come in campo sismico, idraulico, ambientale, la prevenzione rende poco e rende impopolari perché costa, anche in termini di consensi, mentre i suoi successi non sono notati dalla gente appunto perché consistono nel fatto che certe cose (alluvioni, frane, etc.) non avvengono; sicché i governanti lasciando andare le cose, sapendo che guadagneranno di più se la rottura colpirà prendendo le varie nazioni e le opinioni pubbliche alla sprovvista, perché nella catastrofe si spende molto e senza controlli, e poi si mettono tasse. Pensate a ciò che avvenne a seguito del terremoto de L’Aquila. Quindi fino al giorno prima le autorità monetarie probabilmente mentiranno, assicurando che l’euro è e resta irreversibile, così come hanno mentito già in passato, nel ‘92 per esempio negando fino al giorno prima l’imminente uscita dell’Italia dal sistema monetario europeo, e anche come è ultimamente successo con l’abbandono del cambio bloccato con l’euro da parte del franco svizzero, che le autorità monetarie svizzere escludevano fermamente. Quindi, di nuovo: bisogna diffidare delle istituzioni, perché mentono.

Una crisi poco economica

La “crisi” non è di origine economica (le ricette per uscire dalla recessione non mancano certo), e in fondo nemmeno di origine politica, bensì ultimamente sociologica: essa deriva, come già accennato, dal fatto che ogni società umana si struttura attraverso la differenziazione dei ruoli funzionali (quindi dei gradi di potere e conoscenza), e la tecnologia congiunta alla finanza rende questa differenziazione sempre più ampia e più forte; presto diverrà anche una differenziazione genomica, per via ingegneristica.

Appoggiandosi alla concezione popolare e falsa della moneta come dotata di valore proprio e onerata da costi di produzione e necessitante risparmio e accumulazione prima di essere spesa, e insieme appoggiandosi alla diffusa credenza che il mercato sia un insieme di leggi naturali sfuggenti alla volontà politica, le istituzioni e l’alta finanza dietro di esse alimentano e gestiscono l’allarme per un possibile del default contabile, e con tale allarme, col pretesto di inesistenti necessità tecniche, fanno passare, emergenza e riforma dopo emergenza e riforma, la costruzione di un ordinamento sovranazionale di stampo orwelliano, che controlla persone, risorse, comunicazioni, e soprattutto la conoscenza della realtà. Al contempo, una scarsità di moneta artificialmente imposta, mediante austerità di bilancio e indipendenza-irresponsabilità delle banche centrali, consente ai capitali stranieri di comperare, nei paesi deboli (debitori), assets pubblici e privati di pregio sottocosto.

A queste e altre tecniche di manipolazione collettiva ho dedicato, assieme all’amico Paolo Cioni, il saggio Neuroschiavi. Si può così gradualmente ridurre la partecipazione e il controllo dal basso. Ridurre le garanzie di ogni tipo, aumentando l’insicurezza. Trasferire redditi, ricchezza e potere dal lavoro produttivo (dipendente, autonomo, imprenditoriale) al capitale finanziario, anzi al cartello apolide dei produttori di moneta e credito – i grandi finanzieri.

Il fulcro della strategia descritta sopra, lo strumento principale della sua implementazione è la surrettizia introduzione di un tipo di moneta creditizia, progressivamente e automaticamente indebitante, di falsi principi contabili in materia monetaria e bancaria, assieme alla costituzione di un cartello monopolistico di moneta e credito, nonché del rating. Conviviamo, inoltre, con un sistema bancario che crea senza limiti (se non nella capacità di collocarli, di sbolognarli) titoli finanziari derivati, senza basi reali di valore, e che così produce ripetute bolle, i cui danni sono scaricati sul debito pubblico, sui contribuenti, sui risparmiatori, mentre i loro autori vengono messi in posizioni di governo. Appunto per questa ragione, si tratta di un sistema non-liberista, sebbene mimeticamente sia chiamato neo-liberista (come anch’io, per comodità, lo chiamo – sarebbe però più esatto chiamarlo pseudo-liberista). Un sistema liberista non consentirebbe a soggetti privati di impadronirsi di poteri pubblici e di usarli per trasferire sulla popolazione sottomessa o sui mercati reali i rischi e le perdite delle sue frodi e non userebbe fondi pubblici per chiudere i buchi di maxi-truffe finanziarie. I responsabili e i beneficiari finirebbero in galera, anziché a capo di ministeri e governi.

Il neoliberismo o capitalismo finanziario è appoggiato dall’instillazione di false concezioni (implicite) a sostegno delle pretese del capitale finanziario. Concezioni già confutate sopra, affermanti che il credito (i crediti delle banche verso i clienti, o dei clienti verso le banche o verso altri soggetti) sia insieme moneta e merce, e che la moneta sia oggettivamente scarsa, che possa mancare (“mancano i fondi”, “mancano le risorse finanziarie”), che abbia un costo di produzione, sebbene sia in realtà un mero simbolo producibili senza limiti oggettivi né costi.

Il capitalismo finanziario detta le regole alla politica, ma esso non è e non può diventare un fine, non è un sistema economico reale, sebbene venga accreditato e nobilitato come tale, come metro della buona gestione politica; esso è soltanto un metodo per moltiplicare sulla carta la ricchezza nominale, contabile, scritturale, alla quale non corrisponde una ricchezza reale, fruibile, ma al più un potere di sottrazione di tale ricchezza e di condizionamento sui governi e i parlamenti. E’ un metodo irresistibile, perché è quello che paga, che compera, che fidelizza, che distribuisce ricchezza nominale più di ogni altro. Ma quando fa venir meno la disponibilità dei beni che alla gente servono per vivere, allora difenderlo diviene sempre più arduo, la gente incomincia a non stare più al gioco dei sacrifici controproducenti e dei rinvii senza fine. Come alternativa al caos, diviene probabile il ricorso a una forma di militarizzazione della società. Ciò potrebbe avvenire in caso di scoppio di una bolla speculativa globale o, in Grecia e Portogallo, a seguito del disastro sociale apportato dalla Trojka e della possibile vittoria degli euroscettici alle prossime elezioni. In Italia, potrebbe avvenire in un’occasione di tradimento brutale delle promesse rassicuranti del governo – ad esempio, se a giugno 2015 il governo dovrà alzare l’iva al 25% non essendoci stato l’aumento del PIL di 13 miliardi previsto nella legge di stabilità. E non ci sarà anche perché la coalizione bancaria rigorista (Junker, Merkel e Bundesbank) ha duramente riaffermato i suoi principi respingendo e ridicolizzando i conati neokeynesiani di rilancio economico mediante spesa a deficit promessi e sollecitati da Renzi e Draghi.

Vulgus vult decipi

Indurre la popolazione generale a credere nelle spiegazioni fasulle dei fatti e dei progetti di economia politica, indurla ad accettare le decisioni che vengono via via prese, è facile per diverse ragioni. Eccone alcune.

Innanzitutto, pochi giudicano e agiscono sulla base della conoscenza e dell’analisi dei dati oggettivi; quasi tutti giudicano e agiscono in base a impressioni, preferenze, aspettative soggettive, e anche in base al gradimento per l’immagine del leader di turno: la gente pensa che i tratti caratteriali che un personaggio esprime siano poi anche quelli della politica che farà (da qui la costruzione sartoriale di leaders su misura e di stagione, come Obama e Renzi; da qui la rotazione di più leaders-immagine, prodotti di marketing, aventi ciascuno un diverso look per fare sempre la medesima politica entro il medesimo modello economico recessivo e filo-bancario: Prodi-Berlusconi-Monti-Letta-Renzi15).

In secondo luogo, pochissimi hanno una prospettiva storica, ossia confrontano gli impegni e gli annunci enunciati dai governanti l’anno prima con i loro fatti reali dell’anno dopo, o le promesse con i risultati. L’incoerenza oggettiva, le contraddizioni, non causano difficoltà al politico di fronte all’elettorato, perché l’elettorato non ci bada. Le istituzioni-guida delle scelte di politica economica (riforme incluse), dal FMI in giù, verrebbero ignorate come ciarlatane professionali, dato che, dall’inizio della crisi, le loro previsioni di ripresa a breve sono state regolarmente smentite dai fatti.

Se il dibattito politico-economico fosse oggettivo e aderente alla realtà, anziché soggettivo e distaccato dalla realtà, cioè se fosse laico-tecnico e non pre-condizionato da dogmi ideologici che devi rispettare per non essere a priori delegittimato come estremista o populista o socialista, quindi escluso dal dibattito stesso, allora il confronto tra i risultati promessi dall’applicazione di determinati modelli economici, monetari, di integrazione europea, da una parte, e i loro risultati effettivi, dall’altra parte, porterebbe alla messa da parte di quei modelli come errati e nocivi. Questo è ciò che avviene in ambiti dove si decide (seppur non sempre) su basi oggettive e realistiche, pragmatiche: scienza, tecnologia, impresa. Una teoria fisica che sia stata smentita dai dati sperimentali, viene scartata dai ricercatori come falsa. Un tipo di terapia che non produce miglioramenti o produce troppi effetti indesiderati, viene scartato dai medici come errato. Un’organizzazione delle vendite che dà risultati negativi, viene sostituita. Ma con i modelli economici ed “europeistici” di cui qui ci occupiamo niente di ciò avviene.

In terzo luogo, e soprattutto, il popolo può essere menato per il naso perché i meccanismi della macroeconomia come pure quelli della creazione e immissione in circolazione della moneta funzionano in modo controintuitivo, ossia contrario a quelli che la persona non specificamente preparata ha sperimentato nell’economia della sua casa o della sua azienda. Quindi è facile indurre la gente ad interpretare la situazione le misure economiche in base a principi irreali, ossia che uno Stato sovrano possa oggettivamente trovarsi a corto di denaro, che il denaro debba essere risparmiato prima di poter essere investito, che abbia un costo di produzione e che quindi sia dovuto un compenso per il suo uso, che la sua produzione richieda capacità e investimenti notevoli, che in passato abbiamo speso troppo per vivere sopra i nostri mezzi, quindi ora mancano i soldi allo Stato, per l’occupazione e per gli investimenti; che dobbiamo tirare la cinghia perché in fondo è colpa nostra.

Se una singola famiglia o azienda tira la cinghia, può riuscire a pagare i debiti, può ristabilirsi finanziariamente. Se invece tutti, su scala nazionale, tirano la cinghia, allora l’economia collassa, perché nessuno più compera, quindi crollano i redditi e conseguentemente non si riesce più a pagare i debiti: paradossalmente, su scala macro, l’austerità non ha l’effetto di consentire il pagamento dei debiti, ma quello opposto. E così se una banca è in difficoltà perché ha concesso prestiti anche a soggetti inidonei, quindi ha molte sofferenze, la soluzione è di restringere i criteri di concessione dei prestiti; ma se tutte le banche si mettono a restringere il credito, cioè la liquidità disponibile, allora mancherà la liquidità per pagare i debiti, e l’effetto sarà controproducente. La soluzione parrebbe consistere nel mettere più soldi in tasca alla gente, ma non è così semplice. Se aumentiamo il reddito o comunque diamo più denaro alle classi più deboli oggi in Italia, non è detto che queste lo spendano, perché in buona parte preferiranno metterlo da parte, aspettandosi tempi peggiori; oppure lo spendono, ma per comperare beni di importazione, peggiorando così la situazione economica nazionale e la bilancia dei pagamenti. E se offriamo più crediti alle imprese, non è detto che queste se ne avvalgano per investire, perché prevedono che non ci sarà una domanda interna che comperi i loro futuri prodotti e servizi. Ecco perché la soluzione migliore sarebbe la spesa pubblica diretta in investimenti infrastrutturali, dai trasporti alle comunicazioni alla scuola alla ricerca all’ambiente, perché questi investimenti vanno a generare lavoro e produzione di beni e servizi principalmente nel territorio nazionale, da una parte, e dall’altra hanno un alto moltiplicatore di reddito, cioè per ogni euro investito il reddito nazionale aumenta di due o tre. Ma in Italia il moltiplicatore di reddito è pressoché zero, a causa del carattere incompetente-parassitario del settore pubblico. Bisognerebbe quindi prima eliminare e sostituire la classe politico-amministrativa.

Mi soffermo qui brevemente su alcuni dogmi che formano il nocciolo della dottrina economica istituzionale su cui si fondano le correnti policies: le colpe della spesa pubblica e del debito pubblico, l’utilità di comprimere i diritti dei lavoratori, la globalizzazione (abbattimento delle barriere all’import-export) e l’economia di mercato.

Le istituzioni insegnano che la depressione economica in cui versiamo sarebbe causata dall’eccessivo debito pubblico a sua volta causato dall’eccessiva spesa pubblica; quindi il rimedio è tagliare la spesa pubblica e pagare più tasse. E’ vero che è stata fatta e ancora si fa molta spesa pubblica parassitaria, che tira a fondo il paese; ma, dati alla mano16, la spiegazione istituzionale predetta è un insieme di menzogne. Il rigore oggi toglie al paese il denaro indispensabile per lavorare e produrre (il che è paradossale), quindi abbassa il PIL (domanda, produzione, investimenti, occupazione, solvibilità) e spinge all’insù deficit e debito. La spesa pubblica italiana (pur essendo in buona parte male allocata) è sempre stata, quantitativamente, entro i limiti della “virtuosità”17, tranne che per gli interessi – cioè per quella sua quota che remunera gli investimenti perlopiù delle banche, e che è responsabile dell’impennata (raddoppio) dell’indebitamento per effetto della privatizzazione e indipendenza della Banca d’Italia dal Governo (1981, Ciampi-Andreatta), le quali hanno consentito un’impennata dei rendimenti del debito pubblico quindi una lucrosissima speculazione ai mandanti bancari della classe politica a spese della nazione: l’attuale debito pubblico di 2.000 e rotti miliardi non è molto superiore a quanto pagato per interessi su di esso.

I debiti pubblici europei si sono aggravati di circa 2.000 miliardi e destabilizzati, dopo lo scoppio della bolla del 2008, perché i governi hanno socializzato, cioè trasferito sui conti pubblici e sui cittadini, i buchi delle banche aperti dai banchieri con le loro speculazioni finalizzate al loro privato profitto. La spesa pubblica italiana è stata strutturalmente modificata, per trasferirne una buona quota da impieghi in favore dei cittadini a impieghi a profitto dei finanzieri usurai internazionali, dapprima con la suddetta operazione del 1981, poi con la svalutazione del 1992 associata all’abolizione della scala mobile (Craxi-Ciampi-Amato), operazione che ha iniziato la serie degli avanzi primari (saldi attivi del bilancio pubblico al netto degli interessi). In conclusione, i fatti sono che i governanti italiani, dal 1980 ad oggi, hanno operato per trasferire reddito e risparmio dai cittadini ai finanzieri, e da qualche anno usano lo squilibrio così artatamente prodotto per imporre la devoluzione di ulteriori diritti e poteri, di natura politica. Pertanto abbiamo le istituzioni nazionali e internazionali che creano allarme sulla solvibilità facendo così scendere il rating e salire i rendimenti (cioè i profitti delle banche che controllano le agenzie di rating), poi interviene in extremis attraverso la BCE (Draghi) per “salvare” i paesi in difficoltà a condizione che questi si impegnino a dirottare ulteriori quote di risorse dalla popolazione alle rendite finanziarie e ai profitti attraverso ulteriori tagli, riforme e privatizzazioni.

A un livello più profondo, infine, per evidenziare la mala fede della dottrina dell’austerità, va fatto ben presente che, essendo la moneta oggi in uso nient’altro che un simbolo legale di valore, producibile senza costi e senza limiti intrinseci18, uno Stato che, direttamente o attraverso una banca centrale da esso controllata, può emettere moneta, è sempre in grado di pagare i propri debiti, quindi di prevenire la speculazione, escludere il default e tenere bassi i tassi di interesse (vedi USA, Regno Unito e Giappone): per esso il debito pubblico non è che un numero su un partitario. I problemi col debito pubblico li ha invece uno Stato come l’Italia, che programmaticamente è stato posto in condizione di non controllare la moneta in cui il suo debito è espresso e che dunque ora si deve procurare questa moneta sui mercati speculativi, oppure da prestatori istituzionali come FMI e MES, che prestano molto largamente e volentieri ai governanti in difficoltà, sia perché in cambio ottengono trattati e impegni che aumentano il loro potere sui popoli e avvantaggiano il business del capitale globalizzato, sia perché sanno che poi i governanti pagheranno loro capitale e interessi prelevandoli fiscalmente dai loro “sudditi”, e trattenendosi incidentalmente il corrispettivo per la loro c.d. intermediazione politica, o “costo della democrazia”.

La gente tende anche a trovare plausibile la tesi che, se si abbassano i salari e i diritti dei lavoratori (la flessibilità si traduce in un minor costo del lavoro), si potrà vendere di più, assumere di più, investire di più: questa è l’essenza delle “riforme strutturali”. Ciò è vero per una singola ditta, ma è falso su scala macro, su scala nazionale, perché se si abbassano i salari si abbassa anche la capacità di spesa, la domanda interna – solo che oggi il grande capitale, quello che detiene il potere reale, non ha più bisogno, per realizzare profitti, di produrre e vendere beni e servizi come fino al secolo scorso, quindi non ha più bisogno di una vasta domanda solvibile, perché esso ha imparato a moltiplicarsi in via finanziaria e contabile, senza passare per l’economia reale, per i lavoratori e i consumatori. In questo senso, i popoli sono divenuti superflui, e proprio per questo incapaci di conservare i loro diritti civili, economici, politici.

Tornando ai lavoratori, aggiungo che, se si riducono i diritti, la stabilità e le garanzie del posto di lavoro, si ottiene – l’esperienza nel mondo lo ha mostrato – non maggiore qualificazione produttività, ma un deterioramento delle professionalità dei lavoratori e un incentivo alle imprese a non ammodernarsi. Oltre, ovviamente, all’imbarbarimento delle condizioni generali di vita e della dignità del lavoratore, che col Jobs Act viene posto in balìa di ogni ricatto, vessazione, bossing, straining da parte del datore di lavoro, adesso legalmente attuabili attraverso videosorveglianza, demansionamento, trasferimenti ad libitum.

La globalizzazione, altro pilastro del nuovo ordine mondiale, anziché produrre la promessa allocazione ottimale delle risorse e la promessa distribuzione ottimale dei redditi, come si è riusciti a far credere a larga parte della popolazione, ha prodotto una competizione selvaggia al ribasso soprattutto sui salari e sui diritti del lavoro, il cedimento della domanda interna, e una drastica desertificazione economica in molti paesi, e specialmente in Italia, senza contropartite.

Veniamo al già accennato dogma del libero mercato “efficiente” (ossia che per sua natura, cioè grazie alla sua mano invisibile, previene o riassorbe le crisi e massimizza la produzione minimizzando i prezzi), e che perciò deve guidare l’economia e la politica, premiando con tassi più bassi sul debito pubblico i più virtuosi e correggendo con tassi più alti i cattivi. L’applicazione di questo dogma ha prodotto risultati esattamente opposti, deprimendo produzione e consumi e mantenendo anzi amplificando le crisi. E non poteva andare diversamente, soprattutto per due ragioni: a)perché i mercati in realtà non sono trasparenti né liberi, bensì opachi e dominati da monopoli e cartelli nelle cose che più contano, come moneta, credito, energia, materie prime, informazione; b)perché oggi i mercati di riferimento non sono (più) mercati dell’economia reale, della produzione e consumo, cioè quelli presupposti dal dogma in esame; ma sono i mercati finanziari, improduttivi, che massimizzano gli utili non massimizzando produzioni e consumi di beni e servizi, bensì aumentando l’ampiezza e la frequenza delle crisi o bolle che il capitalismo finanziario genera per realizzare più profitti speculativi, e coltivando le diseguaglianze geografiche dei prezzi per accrescere i profitti da arbitraggio.

I suddescritti falsi dogmi, che vengono organizzati in false concezioni instillate nella popolazione, giustificano operazioni dirette al saccheggio dei suoi redditi, risparmi, diritti anche politici. Il fatto che le istituzioni continuano a difendere tali concezioni e a portare avanti le loro applicazioni in tutto l’Occidente ma soprattutto nell’Unione Europea, persino dopo che queste si sono dimostrate (come noti economisti avevano predetto anche 40 anni fa) disastrose per la popolazione generale e vantaggiose per una ristretta élite – scusate se mi ripeto – è la prova provata che si tratta di mistificazioni in mala fede entro un piano di ristrutturazione sociale, economica, giuridica delle società, elaborato e realizzato da quella medesima élite.

I vari paesi “liberi”, “democratici”, non sono comunità che si autogovernano dal loro interno, ma una sorta di aziende gestite da padroni esterni aventi il fine di estrarre da esse il massimo dei profitti, servendosi di figure istituzionali formalmente legittimate e dotate di un consenso popolare costruito mediante la una falsa e limitata informazione che danno la scuola e i mass media. Il dibattito politico, tra destra e sinistra parlamentari, si muove entro limiti così prestabiliti – le “regole” richieste dall’”Europa”, ad es. – e rimane avulso dalla realtà: non può nemmeno parlare di parti rilevanti di essa. Gli slogan e i concetti-guida di questa realtà fasulla sono ripetuti in un continuo bombardamento da tutti gli schermi e da tutte le testate dei giornali, accompagnati da continui allarmi di default possibile e da promesse di sviluppo che non si realizzano mai: è una propaganda in tutto simile a quella dei fondamentalisti islamici e dei regimi totalitari, che continua a rilanciare la vittoria finale a dopo nuovi sforzi, sacrifici e rinunce. Chi fa critiche di fondo alla dottrina ufficiale ed esce dal range di opinioni consentite, politicamente corrette, viene etichettato come “antagonista” o peggio, analogamente a chi manca di rispetto al Profeta e al suo Libro. La discussione laica, empirica, basata sui risultati, è spesso impedita o scoraggiata, come la ricerca scientifica ai tempi di Galileo e Leonardo. Il non criticare, il non porre in dubbio quel paradigma, quel dogma, è stato eretto a obbligo morale, a requisito di legittimità delle proposte. Ecco costruito uno stato orwelliano democratico, ossia basato su un consenso popolare prodotto e mantenuto mediante l’indottrinamento corale a tappeto, assistito dall’allarmismo.

Gli errori dei nostri governanti, romani ed “europei”, sono dunque certissimamente intenzionali. Vi anticipo anche che esistono mezzi economici – riforme – che consentirebbero, volendosi, in tempi molto rapidi, di uscire dall’attuale crisi o depressione e riprendere lo sviluppo ristabilendo i livelli di certezze, serenità e benessere che oggi stiamo dimenticando. Mezzi che troverete abbondantemente descritti che nei miei vari saggi, da ultimo l’e-book I signori della catastrofe. Ma chi ha l’effettivo potere decisionale è fermamente deciso a non attivarli, anzi ad oscurarne la disponibilità, confinando invece il dibattito politico ed economico ufficiale entro alternative innocue e impotenti, come austerità-flessibilità, economia dell’offerta-economia della domanda, etc.: una ulteriore riprova del piano di ingegneria sociale suddetto.

Questa manovra riformatrice di forza è possibile perché, come meglio si capirà leggendo, i popoli sono ormai divenuti superflui e fungibili, ossia perché l’evoluzione tecnologica, e soprattutto la finanziarizzazione-informatizzazione-accentramento dell’economia consente di governare il mondo senza dipendere dal consenso, dalla collaborazione e dalla stessa esistenza dei singoli popoli, dissolvendo l’antica solidarietà funzionale territorio-popolo-governanti, che è alla base di ciò che chiamiamo “democrazia”, “stato sociale”, “garanzie”, e soprattutto degli stati nazionali democratici parlamentari, il grande nemico del sedicente europeismo. Questa è la rivoluzione con cui si è aperto il XXI secolo, ed è il tema del mio saggio Oligarchia per popoli superflui.

La rivoluzione ventura attiene invece, verosimilmente, alla genetica e alla manipolazione del genoma soprattutto umano, che ha perso la sua inviolabilità sotto i colpi della scienza ed è stato aperto alle pratiche di ingegneria genetica “antropoplastica”. Presto, se non già ora, come anticipava Bertrand Russell nel 1951 (L’impatto della scienza sulla società), la superiorità di una classe privilegiata sulle altre, già perseguita con mezzi primitivi dagli Spartani, può diventare un fatto biologico e oggettivo, indiscutibile – con le ovvie conseguenze sul piano del diritto.

Tumori e parassiti

Questo il quadro generale, globale. Al suo interno, l’Italia, in particolare, agonizza in problemi ulteriori (cui ho dedicato Basta Italia, Traditori al Governo e Sbankitalia):

-il dogma, mantenuto e difeso anche davanti al suo palese effetto controproducente, dei vincoli esterni: poiché l’Italia è un paese-cicala che non sa disciplinarsi finanziariamente da sé, per risanarla (renderla competitiva, produttiva), bisogna impedirle l’aggiustamento del cambio valutario ancorando la sua valuta a quella dei paesi “virtuosi” e imporle vincoli esterni di bilancio attraverso trattati internazionali la cui applicazione verrà imposta sempre dai paesi virtuosi; il risultato di questo “Patto di stabilità e sviluppo” (il Trattato di Maastricht), che ci toglie il denaro per lavorare e produrre, è la deindustrializzazione, la disoccupazione, la spirale debito-tasse-recessione;

-la c.d. moneta unica, che ha asfissiato le esportazioni italiana, producendo fuga di capitali e imprese, quindi desertificazione economica e disoccupazione, a vantaggio dell’altra potenza manifatturiera europea, cioè la Germania, che ha potuto rilanciarsi sfruttando il fatto che il blocco del cambio con l’Italia le consentiva di esportare sempre di più e accumulare attivi esteri senza subire il fisiologico aumento apprezzamento della sua valuta, che avrebbe ridotto la sua competitività; questo meccanismo opera automaticamente e inevitabilmente, sicché è molto ambigua la linea di una certa sinistra radicale o pseudo-radicale (e pseudo-sinistra), che vuole mantenere l’Euro-sistema con le sue regole, e insieme non ne vuole (a parole) le conseguenze (mi riferisco a Syriza in Grecia e Podemos in Spagna);

-il conseguente doppio canale di profitto, per i paesi euroforti – e doppio canale di danno, per quelli eurodeboli -, consistente nel fatto che i primi dapprima inondano i secondi con le loro esportazioni favorite dal cambio a loro favorevole, rinforzando il loro industrie a danno di quelle dei secondi e realizzando surplus commerciali; poscia prestano ai paesi eurodeboli questo surplus, realizzando profitti finanziari; oppure usano il surplus per comperare assets validi di questi paesi; quando infine i paesi eurodeboli entrano nell’inevitabile crisi finanziaria prodotta da queste premesse, li costringono, agendo sui loro governanti infedeli, a taglieggiare i loro cittadini per pagare gli interessi e rimborsare i capitali (così Germania e Francia con Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda);

-la sottoposizione a un apparato comunitario dominato dalla Germania imperialista, che ne formula e piega e viola le regole a proprio vantaggio e a scapito soprattutto dell’Italia, trasformandola in un’area di lavorazioni a bassa remunerazione per il suo sistema industriale;

-la progressiva abdicazione ai poteri e alle responsabilità legislative e amministrative da parte dello Stato, in parte in favore di istituzioni comunitarie, ma in parte principale in forma di semplice abbandono, dismissione di quei compiti di fronte e a beneficio dei “mercati”;

-la sovversione della Costituzione (soprattutto della sua prima parte, con i suoi principi keynesiani prescriventi il perseguimento del pieno impiego), attuata attraverso una serie di trattati (soprattutto quelli europei) e riforme (soprattutto bancarie e fiscali) sviluppanti effetti ritardati, introdotti mediante un uso illegittimo dell’art. 11 della Costituzione (il tutto come descritto anche dal giudice Luciano Barra Caracciolo nei suoi scritti e pubblici interventi);

-il PCI-PDS-DS-PD, che in persona dei suoi capi, da Veltroni a Renzi, passando per Napolitano, dopo il crollo dei regimi comunisti, ha astutamente ricostruito le sue fortune alleandosi con gli interessi finanziari che volevano quanto sopra, offrendosi all’attuazione del modello socio-economico in questione, quindi tradendo radicalmente gli interessi del suo elettorato di riferimento nonché la propria matrice (ossia, da partito della difesa dei lavoratori contro gli interessi del capitalismo finanziario si è convertito a partito garante degli interessi del capitalismo finanziario contro quelli dei lavoratori e della collettività in generale), oltre ai principi fondamentali della Costituzione italiana, soprattutto quelli voluti dalla sinistra di allora, a tutela del lavoro, dell’eguaglianza sostanziale, dello sviluppo economico, del risparmio, dell’orientamento al bene comune dell’attività imprenditoriale, compresa quella bancaria (art. 1, 1° c., 35, 36, 41, 42, 43,47);

-i politici cattolici, che, nella grande maggioranza, non sono stati da meno, in fatto di servizio agli interessi suddetti, iniziando con Andreatta e continuando con Ciampi (che era comunista, con tessera della CGIL – dice Wikipedia), Prodi, fino a Monti e Letta e Renzi;

-un sistema bancario un tempo costituito perlopiù di istituti pubblici, che complessivamente non faceva mancare credito alle imprese né alle famiglie né al settore pubblico, ma che fu riformato-privatizzato su istigazione europeista nel 1995 (riforma Amato), per mutare le banche da istituti di credito in “banche universali” che si sono dedicate alla disinibita ricerca del profitto, ai contratti derivati e alle speculazioni coi soldi dei risparmiatori, venendo meno alla loro funzione di finanziare l’economia reale (per contro, la Germania si è tutelata dalla velenosa ricetta della privatizzazione assoluta: ancora oggi il 70% del credito alle imprese viene erogato da banche controllate dal settore pubblico, a tassi frazionali rispetto a quelle italiani, onde vincere, anche contro l’Italia, nella competizione per i mercati esteri);

-un sistema di potere interno basato sul parassitismo consolidato (dei partiti, della burocrazia, di alcune regioni), e che quindi non è possibile che tagli la spesa improduttiva e risani il Paese, perché la spesa improduttiva è il suo reddito specifico (infatti le sedute delle commissioni bilancio del parlamento sono “riservate”: l’opinione pubblica non deve ascoltare partiti e grandi burocrati che trattano la spartizione dei soldi del contribuente) e si traduce in maggiori tasse e accise, con la conseguenza che, ad es., l’energia costa molto più che all’estero;

-la “giustizia” colpisce alcuni elementi del malaffare, con criteri discutibili e con effetti nulli sul sistema complessivo; le indagini sui fatti di corruzione (corruzione-peculato-concussione-turbativa d’asta etc.) fanno notizia, ma fondamentalmente la gente accetta il sistema e in ogni caso non ha i mezzi per cambiarlo;

-il maggior costo degli appalti pubblici italiani (300-500%) e della pubblica amministrazione italiana (30%) e la minore efficienza del settore pubblico, rispetto ai partners europei più sani, danno la dimensione di quanto gli apparati della buro-partitocrazia tolgono dalle risorse pubbliche e dai soldi pagati dai contribuenti (ecco perché è improprio e ingannevole parlare di spesa pubblica “virtuosa” con riferimento all’Italia).

Rispetto al mio saggio del 2008, Basta Italia!, aggiungo oggi, sette anni dopo, che, per mantenere questo reddito illecito e le sue poltrone, la casta italiana si è alleata col capitalismo soprattutto tedesco e francese, e mette a sua disposizione il Paese e le sue istituzioni, creando deliberatamente situazioni di disperazione che consentono ai capitali stranieri di prendersi i più redditizi assets e mercati italiani;

– in quest’ottica, i governi filogermanici iniziati col colpo di Stato del 2011, soprattutto il primo, quello di Monti, hanno adottato misure idonee a stroncare ogni possibilità per l’economia di riprendersi e a condannarla a una ulteriore e profonda recessione; in tal senso, vedasi il colpo micidiale inferto da Monti al mercato immobiliare, mercato che da un lato innesca sia le fasi espansive che quelle recessive, e dall’altro lato consentiva a privati e imprese di finanziarsi dando in garanzia gli immobili, quindi di creare liquidità; perciò, abbattendo il mercato immobiliare con le sue tasse e con queste raccogliendo meno di 50 miliardi contro una svalutazione immobiliare di migliaia di miliardi, Monti, col sostegno di quasi tutto l’arco politico, ha assicurato alla Germania che l’Italia si mettesse in ginocchio e ci restasse;

-l’Italia è oramai quasi compiutamente tiranneggiata dall’estero, sottoposta al governo di interessi privati stranieri, che la stanno riformando a loro piacimento, analogamente a ciò che avviene a una grande impresa in crisi che viene rilevata, smembrata e riformata dalla concorrenza vincente.

Sistemi troppo complessi

A questo punto è più che chiaro che la natura dei problemi in cui ci dibattiamo non è economica, ma di ingegneria o ristrutturazione sociale. Cioè, non è che manchino soluzioni tecnico-economiche per saltare rapidamente fuori dalla depressione. Ci sono e le si conosce. Solo che l’obiettivo di chi ha il potere decisionale è un altro.

Ad ogni modo, vogliate riflettere su come coloro che, anche con riguardo al problema della ristrutturazione dell’Euro e dell’UE in crisi, elaborano e propongono soluzioni, muovono quasi tutti da una visione ingegneristica, lineare, ossia partono dalla visione di chi guarda dall’esterno in un meccanismo difettoso, lo studia, e pensa a come intervenire per modificarlo e ripararlo dall’esterno, crede di scoprire dove stiano l’inghippo e la soluzione, quindi enuncia “bisogna far questo, bisogna far quello”. Molti celebri economisti sono di questa “scuola”, di questa forma mentis. Quello degli aspiranti riformatori e risolutori dei mali economici è un atteggiamento tanto comprensibile, quanto ingenuo e inadeguato. Inadeguato perché i sistemi socio-economici non sono analoghi alle macchine, e quegli economisti non tengono conto di quella complessità e le sue dinamiche.

Invero i detti sistemi

-sono immensamente più complessi, delicati, incontrollabili e imprevedibili delle macchine;

-sono persino troppo complessi persino per essere conosciuti adeguatamente;

-non sono cose passive e inerti, ma organismi attivi e reattivi rispetto a ogni intervento su di essi;

-hanno un fattore di resistenza o inerzia psicologico, ossia la mentalità e le abitudini (mores) della gente, nell’economia e nella politica;

-in essi le popolazioni rispondono in modi sovente irrazionali agli interventi, anche in modo imprevedibile;

-in essi vi è chi tutela i propri interessi particolari, opponendosi con ogni mezzo, anche molto potente, alle riforme che, pur giovando alla società nel suo insieme, nuocciono a loro o compromettono i loro privilegi i poteri: infatti,

-le oligarchie detentrici del potere effettivo tutelano i propri vantaggi economici rispetto alla popolazione generale, ma ancor più tutelano intransigentemente la propria posizione differenziale di dominanti rispetto ai dominati, e i presupposti giuridici e tecnologici di tale posizione;

-chi vuole modificare e correggere i sistemi sociali non si trova fuori di essi e indipendente da essi, ma sta dentro di essi e subisce la loro azione e reazioni su di sé;

-le popolazioni non di rado, sebbene ciascuno o la gran parte dei loro membri comprendano che cosa le sta portando alla rovina e che cosa potrebbero fare per evitarla, persistono nei comportamenti sbagliati fino alla distruzione della loro civiltà, come è avvenuto con gli abitanti dell’Isola di Pasqua, con i Maya, con i Greci classici, e come sta avvenendo con gli Italiani, e probabilmente con l’intero genere umano in fatto di ecologia: la comprensione su scala individuale non si traduce in conseguenti comportamenti dell’insieme. Al contrario, sempre più assistiamo oggi all’affermarsi, dalla scuola primaria in poi, di metodi di irreggimentazione e limitazione del pensiero della popolazione attraverso il martellante uso, da parte delle istituzioni e dei media, di locuzioni, espressioni, clichés, figure retoriche veicolanti false interpretazioni della realtà, atte a bloccare la comprensione di molte cose e processi fondamentali in corso, nonché delle intenzioni e degli interessi retrostanti: un linguaggio simile al linguaggio di controllo sociale preconizzato da Orwell come “newspeak”, “neolingua”.

Nonostante tutto quanto sopra delineato, il divenire storico è e resta il risultato sempre in divenire e mai definitivo dell’interazione tra i comportamenti più o meno liberi e consapevoli di miliardi di persone, nonché di fattori impersonali (eventi climatici, geofisici, astronomici); pertanto esso è pressoché imprevedibile e ingovernabile nel lungo termine. Persino gli apparati di dominio più potenti sono soggetti a guastarsi internamente, a logorarsi e rompersi, a perdere il controllo dei sistemi ultra-complessi, quali sono quello globale e anche quello continentale. A farli cadere sono, insomma, processi endogeni piuttosto che azioni dirette, consapevoli e organizzate dal basso, cioè politico-democratiche. E, tra i processi endogeni, primeggiano oggi quelli dell’accelerazione dell’evoluzione tecnologica e dei fattori di instabilità sistemica.

Sta in questa possibilità di rottura endogena, credo, la nostra principale ragione di speranza che la vita della quasi totalità del genere umano non subisca, nel corso dei prossimi lustri, un degrado fino a condizioni che solo un pari degrado della nostra sensibilità e dignità potrebbe rendere sostenibili e preferibili alla morte. In questo scenario, i popoli, per ora, sono come pecore in un autocarro che le porta al macello correndo a velocità alta e crescente su una strada tortuosa. Può realisticamente avvenire che l’autocarro sbandi e si capovolga, che molte pecore restino ferite o uccise, e altre abbiano la possibilità di fuggire verso un futuro incerto, probabilmente migliore del macello. Le pecore potrebbero anche far ribaltare l’autocarro se si raccogliessero tutte a destra o sinistra, ma l’autorevole e rispettata voce dell’autista (del premier, del Colle, dell’Europa…) le ammonisce a non farlo, altrimenti si farebbero molto male e perderebbero la possibilità di un domani migliore. Le pecore si limitano a protestare e non intraprendono azioni efficaci. Questa metafora mi sembra la più idonea a rappresentare la nostra condizione presente, la nostra gamma di scelte e le nostre ragioni di speranza.

Peraltro, un recentissimo studio di ricercatori australiani (http://rt.com/news/185168-limits-to-growth-updated-models/) ha trovato che i dati rilevati negli ultimi 36 anni collimano sostanzialmente con le predizioni matematiche fatte per il Club di Roma dal MIT nel 1970 ed esposte nel suo famoso saggio I limiti dello sviluppo: la recessione che stiamo vivendo in ampie aree del mondo è probabilmente l’avvisaglia della recessione globale causata dal raggiungimento dei limiti fisici della possibile crescita economica – recessione che, secondo le proiezioni, dovrebbe iniziare nel 2015 su scala planetaria e portare dal 2020 a un forte e progressivo aumento della mortalità, in uno scenario di lotta tra le grandi potenze per l’accaparramento delle risorse in via di esaurimento. L’introduzione di nuove tecnologie soprattutto energetiche, ammesso che chi ne dispone voglia introdurle, potrebbe differire il punto di inversione, rendendo insieme la successiva caduta più brusca. Intanto, vari processi accelerano la catastrofe ecologica. Il riscaldamento globale (che alcuni negano esista, e altri attribuiscono a cause naturali) avvicina il momento in cui il metano ora imprigionato sotto il suolo ghiacciato delle alte latitudini si libererà, salendo nell’atmosfera ad aumentare l’effetto serra, in una spirale espansiva. Il fracking e l’estrazione dello shale gas immettono nell’atmosfera sostanze tossiche e ad alto impatto ambientale. La contaminazione radioattiva di Fukushima e i suoi effetti sono e saranno immensamente superiori a quanto è stato raccontato: circa 80 volte maggiori di quelli di Chernobyl. Credo non abbia torto il mio famoso collega Gino Marra, quando afferma che sarà il fattore ecologico a costringere il mondo a trasformarsi, presto e radicalmente.

Fatto è che l’agire del genere umano, nel suo insieme, è guidato da logiche non cooperative-solidali-lungimiranti (logiche che operano solo in gruppi ristretti, dove ci si guarda in faccia), bensì da logiche diffidenti-egoistiche, di profitto nel breve o brevissimo termine (ossia di bilancio annuale e di mercati finanziari per le imprese, di difesa del tenor di vita per i consumatori e dei salari nominali per i lavoratori). E’ guidata, cioè, dalla logica dell’uovo oggi anziché la gallina domani; perciò sacrifica al vantaggio immediato e/o particolare la sopravvivenza sistemica, anche planetaria, nell’avvenire; anzi cela i fattori critici di lungo termine, e ha già portato allo scompenso ecologico del pianeta. Esistono però centri e livelli di potere molto stabili nel tempo, i quali possono ragionare in un’altra ottica, mirante ad assicurare la sopravvivenza della specie o di parte di essa, e possono decidere di farlo anche al prezzo di gravose imposizioni e restrizioni sulla vita dei popoli.

Alla luce di quanto sopra, l’idea stessa di superamento della “crisi” (economica) e di ritorno allo sviluppo risulta non tanto difficile da realizzarsi (sarebbe in realtà facile, con gli strumenti che troverete descritti), quanto problematica e non proprio auspicabile in se stessa, perché la ripresa sarebbe sostenibile dal mondo fisico solo per pochi anni ancora; per converso, rendere gestibile e controllabile il genere umano attraverso questo prevedibile futuro, può essere il razionale fine ultimo dell’ingegneria sociale che troviamo descritta all’opera nelle pagine seguenti.

Il discorso sui limiti ecologici al possibile sviluppo evidenzia un ultimo ragionamento generale: davanti al problema della “crisi” e di come uscirne, ogni esperto di uno dei settori di realtà coinvolti – economici, finanziari, sociologici, tecnologici, fisico-ambientali – elabora analisi e proposte in base ai metodi del suo settore di competenza e basate su una concezione ingenua e inadeguata del funzionamento degli altri settori, cioè ignorando i limiti e i vincoli che questi pongono e dando per scontato che funzionino in un determinato modo.

Nel video https://www.youtube.com/watch?v=YKsg3kZwTGc si può assistere a un dibattito che contrappone, da una parte, Bagnai, Rinaldi e Borghi, avversari dell’Euro e del modello rigorista-globalista in vigore, i quali hanno buon gioco a dimostrare come questi stiano devastando l’economia e siano insostenibili e, dall’altra, il prof. Bordin, economista di impostazione matematico-scientifica, il quale a sua volta ha buon gioco a dimostrare, mediante i suoi modelli previsionali matematici, che l’uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe un rimedio catastrofico, molto peggiore del male. Bagnai, Rinaldi e Borghi appaiano chiaramente in difficoltà e a un certo punto non sanno più che cosa ribattere. Però Bordin, a sua volta, manifesta una totale inconsapevolezza della natura della moneta-debito simbolica oggi in uso, sommariamente spiegate in questa Introduzione, ma ancora più nei saggi Euroschiavi e Cimiteuro, e delle conseguenze nonché delle potenzialità di questa sua natura. E questo basta a invalidare alle radici le sue proposte di soluzione alla “crisi”.

Ma le proposte del tipo in parola sono viziate anche nel metodo.

Innanzitutto, sono proposte che vanno nel senso della totale globalizzazione, liberalizzazione, finanziarizzazione mercatiste dell’economia e, conseguentemente, della società, sulla base di un modello matematico, o comunque meccanicistico, che prevede che queste riforme siano le condizioni per massimizzare la crescita e la stabilità nell’interesse universale. Ma il comportamento e le reazioni della società, e ancor più il funzionamento e le reazioni di un sistema supercomplesso comprendente molte società diverse, quale è la popolazione terrestre, al cui insieme siffatti modelli si indirizzano, non si prestano a modelli e previsioni matematiche come si prestano, ed es., i fenomeni ottici o elettrici o astronomici, o i processi chimici. E’ di nuovo il discorso dell’ingegnerismo ingenuo: non esistono formule matematiche per prevedere il corso della storia. Infatti nessuno è riuscito a prevederla, perlomeno a medio-lungo termine. I processi economici e quelli finanziari sono interni al corso della storia umana, non sono ambiti separati con leggi matematiche proprie, simili a quelle delle meccanica o dell’ottica. Sono la risultante imprevedibile della interazione tra i comportamenti volontari di innumerevoli persone, con l’intervento di fattori non intenzionali e impersonali. La matematica e la contabilità rilevano, per loro natura, solo alcuni aspetti quantitativi e quantificabili tra tutti gli elementi componenti questo groviglio, quindi la loro capacità esplicativa e previsionale è limitata. Elaborare soluzioni basate solo su di essi può apparire “scientifico”, perché sfoggia molta matematica, molte formule, ma è invece una stupidaggine. Il prof. Richard Werner ha dimostrato19 l’irrealtà di tali e altri presupposti dei modelli economici dominanti anche con metodo matematico. Tali modelli vanno considerati, quindi, come ideali, astratti, cioè come utopie, nella scia dei modelli organizzatori ottimali che inizia con quello disegnato da Platone nella Repubblica, e che continua fino al socialismo reale di Marx e ai modelli dei mercati efficienti dei guru finanziari contemporanei…

La crisi del 2000 e quella in corso sono nate dall’applicazione di modelli che, matematicamente, dovevano fruttare sviluppo nella stabilità. Perché l’esito è stato molto diverso? Erano sbagliate le formule? O era sbagliata proprio l’idea di poter prevedere-organizzare con formule il comportamento aggregato di miliardi di esseri umani? Le previsioni sulla stessa uscita dalla presente “crisi” sono state tutte smentite. Isaac Asimov sfruttò l’idea della prevedibilità matematica della storia e di interventi programmati sul suo corso, per scrivere una celebre saga di science fiction, quella sulla Fondazione; ma quell’idea è rimasta fantascienza. Non è possibile aumentare l’efficienza di un sistema-paese intervenendo su di esso nel medesimo modo in cui si aumenta l’efficienza di un motore a scoppio riprogrammando la centralina. Inoltre l’economia studia l’uso ottimale delle risorse disponibili per raggiungere fini dati dalla (vera) politica, ma non si occupa di individuare i fini; i fini vanno individuati e decisi e gerarchizzati dalla politica, cioè con una visione d’insieme. Quindi l’economista non può, con i criteri dell’economista, fare il politico, o sostituirsi al politico. Sarebbe come se il governo venisse affidato a un medico, e questo governasse applicando le categorie di “sano” e “malato”.

Ancora, i modelli in parola presuppongono che la competizione, diversamente di ciò che avviene nella realtà, rimanga solo una competizione economica entro il mercato, per il profitto, e non anche, al medesimo tempo, una competizione per il potere, per il potere politico e il controllo dello Stato, delle funzioni regolatrici, quindi anche per manovrare il mercato da sopra di esso.

Inoltre, proposte di questo tipo non tengono conto dei fattori e dei limiti ecologici, come sopra accennati.

Infine, esse si basano su alcuni presupposti più o meno impliciti, che assolutamente non corrispondono alla realtà: l’applicazione del modello proposto dovrebbe avvenire su un mondo popolato

-di soggetti economici e di corpi sociali aventi mentalità e mores e schemi di reazione simili, nonché guidati da criteri razionali e utilitari, mentre i popoli del mondo, i sottogruppi etnici nei vari paesi, le varie classi sociali, hanno mentalità, mores, modi di reazione, valori estremamente differenziati;

-di soggetti economici in pari condizioni di partenza, mentre al contrario i soggetti economici del mondo reale disposti a piramide, divisi da enormi differenze di partenza, stante che una cerchia ristrettissima domina i principali mercati (moneta, credito, energia), le principali risorse militari, la ricerca scientifica e tecnologica, le reti di informazione e controllo sociale, i centri decisionali delle istituzioni pubbliche, le leve dei mercati; quindi siamo in una condizione di partenza opposta al libero mercato (che sarebbe trasparente e paritario), e i beneficiari delle posizioni di vantaggio usano questo vantaggio per difenderlo e accrescerlo, quindi per dominare il mercato, anche dirigendo la politica; ne consegue che nessun modello basato sull’idea di libero mercato può essere attuato

15.06. 2015 Marco Della Luna

1 Quindi ha di molto allontanato ogni possibilità di unione politica e fiscale, producendo contrapposizioni oggettive di interessi tra i vari paesi, soprattutto tra debitori e creditori.

2 Grazie al risanamento, alla Trojka e agli aiuti europei, la Grecia in tre anni ha aumentato il debito pubblico del 70%. ridotto il pil del 25%, portato la disoccupazione reale verso il 30%.

3 Anche in Germania, seppur meno, per effetto della sua forza relativa entro l’UE che le consente di sottrarsi in parte alle regole che valgono per i paesi non forti e di estrarre risorse finanziarie da essi.

4Fonti bancarie mi segnalano che starebbe avvenendo un’altra cosa: una banca sostanzialmente pubblica, che attinge ai depositi di Bancoposta, cioè Cassa Depositi e Prestiti, capitanato da Bassanini, amico di Renzi, starebbe concedendo massicciamente garanzie (in via diretta, o controgarantendo organismi di garanzia collettiva come i confidi) a imprese in difficoltà, indebitate verso le banche, e che altrimenti non otterrebbero credito, ma che vengono coraggiosamente messe in fascia 1 di merito di credito, come se fossero sicurissime. In questo modo si otterrebbe praticamente di trasferire molti crediti deteriorati dalle banche privat(izzat)e (che spesso hanno fatto prestiti di favore) a una banca pubblica, cioè tendenzialmente sui contribuenti. In effetti, all’esame retrospettivo risulta che questi crediti così garantiti non meritavano fiducia, perché il debitore principale solitamente non paga, quindi la banca creditrice si rivolge ai garanti. E’ la solita storia della casta clientelista, oppure è un mezzo corretto per investire denaro pubblico nell’economia produttiva che ora langue per carenza di liquidi? Verremo tassati per ripianare le perdite di Cassa Depositi e Prestiti come garante di questi crediti? Per rispondere a queste domande, ci vorrebbe un’indagine, una commissione parlamentare d’inchiesta, un organo di controllo bancario indipendente dalla maggioranza governativa, che è filobancaria..

5Particolarmente attaccata, almeno in Italia, è la professione di avvocato, costituzionalmente riconosciuta, dovrebbe essere garantita nella sua libertà, ma, adesso che è stata telematizzata, un qualsiasi burocrate o tecnico del Ministero o di un provider può disconnettere un avvocato scomodo dai servizi telematici in ogni momento e privare i suoi clienti di ogni difesa. Giudicate voi, se questo sia il prezzo dell’inevitabile progresso dell’Uomo.

6 http://it.wikipedia.org/wiki/Analfabetismo_funzionale#Risultati_della_ricerca

7Nel mio lavoro, lo constato di continuo, da oltre trent’anni, con un’accelerazione dal 2000 in poi, grosso modo. Abbiamo la follia di un processo telematico centralizzato, che passa tutto per un server ministeriale, sicché basta che questo server venga bloccato o per decisione politica o da un atto di sabotaggio o da un malfunzionamento o da un evento naturale (come un vento solare molto forte, o peggio un flare – black-out di questa natura avvengono molto frequentemente nelle reti informatiche) per bloccare i processi civili e amministrativi in tutta Italia. Tutti i servizi importanti dovrebbero essere localmente autosufficienti, a compartimenti stagni, e “costruiti” in modo tale da non essere bloccabili da simili fatti, ad esempio con la possibilità di procedere con atti su supporto cartaceo in caso di bisogno. Va anche detto che le reti di servizi strategici hanno sempre più partners stranieri – pensiamo ai cinesi nell’elettricità – che quindi si trovano nella posizione di poter tecnicamente privare il paese di supporti vitali semplicemente premendo qualche bottone.

8Recentemente rivelato all’opinione pubblica dall’inchiesta detta Roma Capitale.

9 Scarpinato, ibidem

10 Ecco sul Financial Times del 04.12.14 un articolo sul tema di Manmohan Singh il super esperto di Shadow Banking che è quello che ha scritto il libro fondamentale http://www.ft.com/intl/cms/s/0/d40c5cc4-4e29-11e4-bfda-00144feab7de.html?siteedition=intl e qui un suo paper recente che sintetizza http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2014/wp14111.pdf

11Il Fondo Monetario, ad esempio nel suo Global Financial Stability Report (2012, p.1) era preoccupato che la riduzione del debito pubblico nel mondo considerato “sicuro” può avere implicazioni negative per la stabilità del sistema finanziario globale”. Cioè, nel 2012 il debito pubblico dell’Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia era diventato meno sicuro, c’erano cioè rischi di default o uscita dall’Euro e quindi di perdite per gli investitori internazionali i quali si erano messi a venderlo preventivamente. Questo però, dice il FMI riduceva la quantità di titoli di stato considerati “sicuri” e quindi metteva in pericolo tutto il sistema finanziario e bancario globale. Non è un discorso strano ? Che c’entra il fatto che alcuni investitori abbiano comprato BTP e ora li vendano con una crisi del sistema finanziario nel mondo? La risposta è che i titoli di Stato non vengono semplicemente comprati dalle mega banche e mega fondi internazionali per incassare cedole, ma per essere re-ipotecarli diverse volte e per creare ulteriore credito tra esse banche e fondi, dandoli reciprocamente in garanzia. Se quindi il valore dei titoli di stato cede per timori di svalutazione o default crolla poi tutta la catena di “ipoteche” e di credito messo in piedi in giro per il mondo dalle varie UBS, Barclay’s, Paribas, JP Morgan.

La Banca dei Regolamenti Internazionali, che è l’ufficio studi oltre che il coordinatore delle banche centrali, ha pubblicato uno studio nel giugno 2012 che illustra questo concetto che i titoli di stato sono “il fondamento del sistema finanziario globale[3]” e che il rischio è che “il mondo finanziario si ritrovi a corto di titoli di stato, perché il sistema finanziario tende ad andare verso gli investimenti più rischiosi e il debito privato non fornisce abbastanza garanzia contro gli shock globali. Solo i titoli di stato possono fornire questa garanzia, opportunamente sostenuti dalle banche centrali”.

12 Uscire dall’Euro introducendo prima una moneta parallela, in www.monetazione.it (http://www.monetazione.it/DocumentiScaricabiliCobraf/60_PDF.pdf)

13Ed. Dike.

14Solo recentemente, da quando la sua stessa, spesso deviante, sessualità è alla ribalta delle cronache giudiziarie, esso, dal suo vertice, si sta facendo più tollerante anche verso l’omosessualità: una tolleranza innanzitutto a proprio beneficio, direi.

15L’immagine-Monti, cioè il professore supertecnico moralissimo e severo, fu usata per far passare provvedimenti deliberatamente distruttivi dell’economia e della società italiane; l’immagine-Letta, cioè il giovane capo buono e paziente, umano, fu scelta e usata per dare sollievo diffondendo l’impressione che fosse finita la durezza montiana, mentre essa continuava; l’immagine-Renzi, ossia il leader superdinamico, rottamatore e molto forte è stata scelta per raccogliere consenso dando l’impressione che fosse finito l’immobilismo di Letta, che si ponesse fine ai parassitismi e alle clientele, che ci fosse un appiglio concreto dopo l’esasperazione inconcludente suscitata da Grillo, e che l’Italia potesse rinegoziare la sua posizione in Europa: ovviamente, anche questa era solo una frode verso il popolo ingenuo.

16Trovate rilevamenti e tabelle ufficiali nel libro di Paolo Ferrero La truffa del debito pubblico, Deriveapprodi 2014, soprattutto a pagg. 7-34, un saggio molto chiaro e documentato, che però sottace il fatto della spesa pubblica realmente parassitaria e a spreco, in campo sanitario, previdenziale, assistenziale – un fatto che, almeno in Italia, ha avuto un peso notevole, anche se secondario rispetto a ciò che Ferrero denuncia, non solo sui conti pubblici, ma sulla mentalità e sulla cultura nazionali, perché ha legittimato moralmente, giuridicamente e politicamente l’improduttività, il parassitismo e l’assistenzialismo. Anzi, li ha imposti come aspettativa diffusa e canale per la costruzione del consenso democratico per via clientelare. Il risultato è una mentalità nazionale che impedisce il ritorno all’efficienza. E’ molto più facile risanare i conti pubblici con opportune riforme monetarie, che risanare una mentalità nazionale oramai consolidata.

17 Bisogna però stare attenti: dire che la spesa pubblica italiana sia virtuosa, è come avallare come buona la distribuzione della pressione fiscale, mentre essa tale non è, a causa dell’elevatissima evasione fiscale. Tant’è vero che la pressione fiscale media stessa “appare” in linea con quelle europee, mentre invece non è così, per la limitazione, di fatto e non di diritto, della base imponibile. Userei il condizionale “parrebbe” e non “è”. L’evasione fiscale corrisponde, di fatto, ad un trasferimento di ricchezza e quindi ad una compensazione tra Entrate ed Uscite correnti del Bilancio statale. In altri termini, le Entrate e le Uscite del Bilancio statale dovrebbero essere evidenziate, mentre invece non lo sono.

18Ovviamente, la produzione di moneta addizionale dovrebbe andare a spese utili, produttive, e non in spese sterili. Se non va ad aumentare la produzione di beni e servizi, produrrà inflazione – la quale peraltro, se modesta, non nuoce, come è comunemente oramai riconosciuto.

19New Paradigm in Economics – Palgrave, 2005

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RESISTENZA ALLO STATO ILLEGITTIMO?

RESISTENZA ALLO STATO ILLEGITTIMO?

Uno spettro si aggira per l’Occidente: è il ricordo dello Stato nazionale, parlamentare e sovrano.

Lo Stato, con i suoi poteri, è uno strumento che una nazione costituisce per provvedere ai suoi bisogni; esso e il suo potere giuridico e politico sui cittadini sono legittimati se e in quanto sono al servizio della nazione; se non lo sono, sono illegittimi e non vanno obbediti, perché sono semplice violenza, minaccia, estorsione.

Oramai molti Stati si sono posti al servizio essenzialmente dei creditori finanziari, dei mercati finanziari globali, del sistema bancario che li dirige; sacrificano gli interessi dei loro popoli a quelli di una classe bancaria globale da cui dipendono per i propri bilanci; la loro priorità è raccogliere tasse per pagare a questi banchieri gli interessi su denaro contabile che gli Stati potrebbero generare in proprio; quindi questi Stati hanno perso la legittimità, non sono più al servizio del popolo, anzi sono in conflitto di interesse col popolo perché servono interessi di altri soggetti, hanno un altro padrone, dunque non sono più poteri legittimi per i popoli. Ne è prova il fatto che, col pretesto di risanare e rilanciare l’economia, hanno fatto scelte e riforme che hanno prodotto recessione e indebitamento, ricchezza per pochissimi e povertà per gli altri; e che, dopo visti questi risultati, insistono su quelle stesse scelte. Essi sono manovrati dall’esterno, dai loro supposti creditori, che arrivano a imporre cambi di governo.

Inoltre, questi Stati in realtà non sono più nemmeno Stati, cioè hanno perduto il carattere di statualità, poiché hanno ceduto la loro sovranità a questi poteri esterni, a un insieme di organismi non democratici e non responsabili (ECM, ESM, IMF, WB, WTO, Commissione Europea…), e hanno perso la loro indipendenza in fatto di scelte politiche interne, economiche e non, perché queste scelte e le “riforme” sono imposte da quei medesimi poteri, sotto minaccia di declassamento, default e spread mediante le agenzie di rating private.

Conseguentemente, questo Stato, anzi l’ex-Stato, si pone contro la Costituzione e i suoi principi fondamentali: democrazia, sovranità popolare, diritti del lavoro, eguaglianza sostanziale, etc.

In considerazione di quanto sopra detto, le pretese dello sedicente Stato, cioè le leggi, le tasse, i decreti, le sanzioni, anche le sentenze – se i giudici stanno dalla parte illegittima -vanno contestate come illegittime, come soprusi. I cittadini non sono giuridicamente e costituzionalmente tenuti ad accettarle e a obbedirle. Hanno il diritto di resistenza, in nome della Costituzione. Per rifondare la Repubblica, liberandosi della struttura illegittima e oppressiva che sopravvive a quello che fu lo Stato e che ne usurpa il nome. E’ anche logico non andare a votare, perché votandola le si dà un riconoscimento. Si può solo rigettarla in blocco assieme a tutti i trattati che la legano a interessi e potentati esterni.

Ammaestrati dall’esperienza, possiamo oggi formulare una bozza di costituzione definendo i fondamenti giuridici di un nuovo Stato, di una Repubblica (cioè di una cosa pubblica, del popolo, e non privata, dei banchieri internazionali), in modo che sia chiaro e indiscutibile che, per essere legittima, deve attenersi a determinati principi.

 

 

 

BOZZA COSTITUZIONALE

> Preambolo.

Dato che non esiste la possibilità di fondare in senso assoluto un ordinamento giuridico, quindi un potere giuridico statuale o sovrastatale, basandosi su una norma o un principio interno ad esso, né su un principio metafisico dimostrabile in senso oggettivo, consegue che il fondamento razionalmente possibile di ogni potere pubblico può essere riconosciuto esclusivamente nella sua corrispondenza ai bisogni oggettivi e naturali dei membri di questo ordinamento, cioè degli esseri umani, come singoli e come collettività, includendo tra i bisogni anche quelli culturali e valoriali nonché contanti le identità condivise dalle comunità umane.

Legittimo è dunque quel potere, quell’ordinamento, che rispetta, promuove e assicura nel tempo il soddisfacimento di tali bisogni in modo equo tra le persone. Per conseguire questi obiettivi è opportuno riconoscere e recepire le norme consuetudinarie che già servono a tali scopi, e che già sono accettate e riconosciute dalle comunità, laddove non siano in contrasto con i principi fondamentali. Nelle incertezze interpretative del diritto, si dovrà applicare come criterio quello della funzionalità agli scopi costituenti il suddetto fondamento.

 

Principi fondamentali

> 1- Ciascun essere umano, persona biologica naturale, è sovrano di se stesso. Nessun soggetto ha sovranità o diritti su altro soggetto, naturale o giuridico, se non nei modi qui stabiliti.

> 2- Le condizioni per la vita, la salute, la realizzazione degli esseri umani e del genere umano sono le norme naturali e fondamentali dell’ordinamento giuridico.

3- Queste condizioni sono: la sicurezza fisica personale e del godimento dei beni, dei servizi e delle altre circostanze necessarie per quanto sopra; la libertà di spostamento, comunicazione, studio e attività scientifica, artistica, spirituale, associativa, riproduttiva; la possibilità di comprare preventivamente e successivamente la propria salute e il proprio benessere di mente e di corpo; la possibilità di progettare e programmare la propria vita e i suoi impegni nel tempo della sua naturale durata, potendo contare su condizioni e rapporti di lavoro e reddito stabili e continuativi; il non essere esposti a ingerenze e interferenze di soggetti pubblici o privati nella propria vita privata; il diritto a ottenere il giudizio di un giudice terzo e indipendente in condizioni di processo equo, il diritto all’assistenza sanitaria; il diritto all’istruzione; la eguaglianza formale e sostanziale nei diritti fondamentali qui indicati. Le organizzazioni, le norme e le attività economiche e finanziarie che minacciano o impediscono quelle condizioni, sono illegittime ed è legittima la ribellione ad esse.

> 4- Sono illegittimi e devono essere resi impotenti tutti i soggetti e gli organismi dotati di un potere di fatto che sia tale da consentire loro di prevalere di fatto o di diritto sui singoli esseri umani nelle situazioni di conflitto o divergenza di interesse, ovvero di distorcere a proprio vantaggio il comportamento collettivo o degli organi pubblici.

> 5- Ciascuna persona ha il diritto di ribellarsi a situazioni e soggetti che violino i principi fondamentali qui esposti.

> 6- Tutti i poteri superiori a quelli del singolo essere umano e in generale tutti i poteri che condizionino la collettività, devono essere identificabili, trasparenti e controllabili, nonché sottoposti a sindacato degli organi politici rappresentativi e dell’autorità giudiziaria.

> 7- Rientrano tra tali poteri il potere di emettere norme, il potere di emettere moneta ad accettazione obbligatoria e in ogni caso accettata dallo Stato e dagli enti pubblici, il potere di governo ed esecutivo, il potere giudiziario, il potere di polizia e ordine pubblico, il potere sanitario, il potere militare e i suoi organi, la pubblica istruzione, le pubbliche attività di ricerca e di investimento e di lavori pubblici.

8- L’ordinamento giuridico riconosce e tutela la coppia composta da un uomo e una donna; riconosce il rapporto e i doveri inerenti alla filiazione e all’educazione della prole.

9- L’ordinamento giuridico riconosce e tutela la libertà di praticare e professare credi religiosi, nonché il diritto di non essere limitati dai credi altrui nel godimento dei diritti riconosciuti. Il motivo o il carattere religioso di un atto non rende questo legittimo o lecito se non lo è per la legge, né esclude o limita le sanzioni che la legge predispone per esso. Coloro che professano o praticano credi o articoli di fede religiosa o non religiosa, che siano incompatibili con le leggi, possono essere messi al bando o espulsi o reclusi.

27.06.15 Marco Della Luna

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LA MACCHINA DEL DESTINO

La macchina del destino.

Il destino è molto semplice da capire.

La struttura socio economica del mondo contemporaneo è  caratterizzata da una classe bancaria globale che esercita il potere di creare dal nulla e a costo zero quantità virtualmente illimitate di simboli dotati di potere d’acquisto (mezzi monetari) e di strumenti finanziari convertibili in tali simboli, mediante il reciproco accreditamento contabile dei medesimi in un gioco di sponda tra banche, su scala mondiale. Per giunta, esercita anche il potere e privilegio di creare, mediante erogazione dei prestiti a interesse, tutti i mezzi monetari di cui abbisogna il resto della società, divenendo così sua creditrice strutturale. Per finire, questa classe privilegiata dispone anche delle agenzie che fanno il rating dei debitori nonché di un buon controllo manipolatorio su tutti i mercati.

Con queste premesse, il gioco, il Monopoli globale, è già fatto e deciso, la politica è finita, i partiti si riducano a missionari antisociali della classe finanziaria e la partecipazione popolare alle decisioni rilevanti diviene impossibile, il principio di eguaglianza rimane un ricordo, mentre reddito e ricchezza sono oggetto di una redistribuzione inversa, cioè concentrante.

Per schematizzare al massimo, immaginatevi che io abbia il potere esclusivo di creare moneta, stampando pezzi di carta, che metto in circolazione prestandoli a interesse, e che la mia moneta sia accettata e domandata da tutti, e in quantità crescenti, per pagare (a me) gli interessi: gradualmente ma automaticamente divento creditore del resto della società per tutta la sua ricchezza reale, senza contribuire minimamente alla produzione di ricchezza reale. Non creo nulla per gli altri, ma gli altri mi saranno debitori di tutto il valore che creano.

Questa caratteristica della società globale dovrebbe essere la premessa ad ogni discorso etico, politico e costituzionale; invece è sempre sottaciuta. Quindi quei discorsi sono discorsi del cavolo. Discorsi riferiti a un mondo che non esiste.

Una classe che ha la prerogativa di creare soldi dai soldi (o di decidere che titoli possano essere usati come soldi internazionalmente, e con quale valore), producendoli dal nulla come simboli dotati di potere d’acquisto o comunque di potere di scambio sui mercati (cioè del potere di comperare il frutto del lavoro del resto della società), mentre il resto della società, l’economia reale, non lo può fare, e lavora per pagare gli interessi sui debiti – una classe cosiffatta automaticamente e indefinitamente accresce il proprio potere d’acquisto sottraendolo al resto del mondo e all’economia reale; quindi tendenzialmente compra tutto, diventa padrona di tutto, creditrice universale, sovrano politico, legislatore e governante globale incontrastato e senza opposizione, dotata com’è di un grande potere di ricatto e di divide et impera. Potere moltiplicato dal fatto che questa classe globale crea e controlla un volume di transazioni finanziarie che è almeno dodici volte più grande di quello dell’economia reale, quindi  chi lo controlla è in grado di strapazzare e travolgere l’economia reale, cioè la vita della gente e dei popoli.

E proprio questo è ciò che avviene nel mondo, anche grazie al fatto che la popolazione generale, nella sua illimitata ignavia collettiva, sta al gioco, che non capisce, perché pensa i simboli finanziari e monetari come valori reali, e li compra, investe in essi, li accetta come garanzia, gioisce quando le quotazioni salgono e patisce quando scendono. Così facendo, assicura la domanda, quindi l’apparenza di realtà, di questi titoli stessi, e la legittima – legittima il potere di chi li genera e smercia.

Così l’uomo comune si fa veramente artefice del proprio destino, fabbro delle proprie catene. L’unico modo per evitare quanto sopra, sarebbe riconoscere e negare radicalmente la legittimità di ogni ordinamento giuridico internazionale e nazionale che quel meccanismo ha creato, perché anti-umano quindi eo ipso criminale (il criterio ultimo di legittimità di qualsiasi norma o potere, è se sia o no contrario all’uomo come singolo e come comunità); nonché proibire, impedire e punire quanto sopra, ossia la finanza stessa; ma, al punto in cui siamo, è assolutamente impossibile che ciò avvenga. Il destino del mondo è suggellato, finché il sistema non si rompa da sé, assieme ai suoi sigilli di legalità.

10.06.15 Marco Della Luna

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TUTTI IN TORTA AL PALAZZO DEGLI SCAFISTI

TUTTI IN TORTA AL PALAZZO DEGLI SCAFISTI

Il business dell’immigrazione è una luculliana torta a più strati, servita nel Palazzo delle Tasse e degli Scafisti.

In cima c’è lo strato dei politici istituzionali, che assicurano le condizioni legislative, finanziarie e organizzative per il business, ossia che l’Italia, diversamente da altri paesi esposti (Spagna e Grecia) sia ben aperta ai clandestini e che ci siano molti soldi per la cosiddetta accoglienza, soldi che essi prendono agli italiani con le tasse e togliendo loro assistenza e servizi pubblici. Assicurano altresì, aiutati dai mass-media di regime, che ci sia la copertura moralistica e ideologica per quest’operazione, che non si dica quanto tutto ciò ci costa e che non può risolvere i problemi delle centinaia di milioni di africani colpiti da fame, guerre e pestilenze, ma può solo aggravare le nostre difficoltà. Inoltre, i politici istituzionali assicurano che non ci siano controlli ai confini terrestri in modo che moltissimi clandestini possono entrare per via di terra (da Slovenia e Austria); assicurano che le navi militari siano al servizio del loro business, ossia che li vadano a raccogliere davanti alle coste africane, che i barconi siano restituiti agli organizzatori delle traversate; provvedono a che le espulsioni non vengano eseguite, a che i clandestini possano fuggire dei centri di raccolta, a che vengano subito rilasciati se arrestati per qualche crimine, a che possano occupare aree delle città e delle campagne, intimidendo i residenti italiani e spossessandoli del loro territorio per condurvi le loro attività, di solito illecite.

Sotto lo strato dei politici istituzionali, abbiamo lo strato della bassa politica e dell’amministrazione pubblica, quella che gestisce la spesa pubblica, dà i permessi e le licenze, organizza gli appalti e le mangerie, attraverso le amministrazioni locali e le cooperative bianche e rosse. È lo strato colpito dagli ultimi arresti dell’indagine mafia capitale. È lo strato che raccoglie i voti per lo strato dei politici istituzionali.

Alla base troviamo lo strato che materialmente usa gli immigrati come lavoratori in nero sottocosto, come manovalanza criminale, come prostitute da sfruttare. E’ qui che sta la vera e propria mafia, quella che spara e che non fa mai mancare i voti a chi tutela i suoi interessi, e lo conferma alla guida delle amministrazioni utili e al seggio parlamentare. Quella che controlla tanti voti, che senza di essi in molte zone non si viene eletti e anche in parlamento è difficile mantenere la maggioranza. Resta da accertare chi organizza materialmente i viaggi e gli sbarchi, chi fornisce i 3, 4, 5.000 euro a testa a questa gente che ha un reddito mediamente sotto i € 100 al mese, per pagare il viaggio. Quindi c’è qualcuno che finanzia. Dall’Italia.

I tre strati sono articolazioni di un’unica organizzazione affaristica. E i loro membri sono tutti scafisti, mercanti di carne e ladri di diritti. A mo’ di ciliegina sulla torta, troviamo quel certo clero di sempre, trafficante e predicante, che fornisce il supporto religioso di questo business, e riceve in cambio il giusto obolo. Una notevole parte della popolazione è ancora abbastanza sensibile ai loro richiami “morali”, non conoscendo la storia oggettiva della Chiesa, che è quella di una agenzia politico-finanziaria, la quale persegue, sin quasi dalle sue origini, i suoi obiettivi mondani, dietro paludamenti di sacralità e storie di infallibilità del pontefice nominato dallo Spirito Santo, ma non ha alcuna particolare autorevolezza morale. Se la gente conoscesse la storia della Chiesa, non si lascerebbe impressionare, nemmeno da Papa Francesco.  «E’ privilegio antico di Santa madre Chiesa / il digerir la roba anche quand’è mal presa», scriveva il sommo Goethe.

In questi tre strati di torta, c’è lo spaccato di tutta la politica italiana, o meglio di quella cosa che chiama se stessa politica, e che anche noi ci siamo abituati a chiamare politica, ma che non è politica, bensì semplice affarismo, spesso criminale, sempre miope, mordi e fuggi, devastante per il paese, indifferente alle sue sofferenze. Il suo unico e trasversale progetto per l’Italia, è saccheggiarla. Su questo progetto, le larghe intese si formano con straordinaria facilità. Come quelle con la Merkel e i banchieri globali.

Ultimamente però Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e altri paesi europei hanno dichiarato che non accetteranno ulteriori dosi di immigrati clandestini, i quali ovviamente sono un problema e un costo, non una risorsa (tranne ovviamente per chi ci mangia sopra). I paesi che li accolgono dovranno anche tenerseli, quindi l’Italia non potrà più farli entrare e poi lasciarli proseguire verso il resto d’Europa. Questa ferma e autorevole presa di posizione, assieme allo scandalo portato alla luce dalle recenti indagini giudiziarie in Italia sulla falsa solidarietà dell’immigrazione a porte aperte, conferisce forza e legittimazione all’analogo rifiuto di farsi carico di nuove masse di clandestini, proclamato dai governatori di Veneto, Lombardia e Liguria.

Re Enzi e il suo visir Al Fano ribattono che collocare gli immigrati è competenza del governo e non delle regioni: ma, stanti l’andamento delle indagini penali sulla politica e la posizione assunta dai paesi europei che contano, forse non possono permettersi uno scontro di questo tipo proprio ora.

08.06.15 Marco Della Luna

 

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L’EUROPA E’ SOLO UN’ESPRESSIONE GERMANICA

L’EUROPA E’ SOLO UN’ESPRESSIONE GERMANICA

L’Italia è solo un’espressione geografica e l’Europa è solo un’espressione germanica: Euro macht frei.

L’unione europea e l’euro vennero spacciati come strumento per unificare i paesi europei. L’effetto è opposto. I paesi mediterranei, pieni di debiti e di disoccupati, dopo aver ceduto gli asset migliori, vengono spinti verso il Terzo Mondo, mentre il Terzo Mondo, sui barconi, viene spinto dentro di essi. La separazione tra nord e sud d’Europa viene resa sempre più dura e insuperabile. Zero solidarietà e zero veduta d’insieme. Menefreghismo totale e compiaciuto: i paesi nordeuropei si stanno costruendo il loro subcontinente coloniale per trarne mano d’opera e lavorazioni a buon mercato.

L’idea di unificazione europea era assurda sin dall’inizio: bastava guardare alle costanti storiche delle principali nazioni europee che dovevano unificarsi, per predire che questo progetto era irrealizzabile. E che, se realizzato, avrebbe portato a un incrocio tra una polveriera come la Jugoslavia unita e una palude malata come l’Italia unita.

Superiore efficienza, solidarietà interna, conformismo, sopraffazione degli altri popoli, soprattutto se mediterranei, assenza di scrupoli: queste sono le caratteristiche politiche e culturali del popolo tedesco oggi, esattamente come ai tempi del Terzo Reich, ai tempi del Secondo Reich e anche prima. Le atrocità della seconda guerra mondiale, le invasioni di paese neutrale, le stragi di civili, anche di bambini, le compivano anche nella prima, non avevano bisogno di aspettare Hitler e il nazismo. Hitler e il nazismo sono un’espressione dell’animo tedesco profondo (accanto ad altri, ben diversi), una sua costante, non un fattore esogeno e transitorio di disturbo, separabile dalla nazione.

Nella consapevolezza di ciò, dopo la prima guerra mondiale, i vincitori le imposero dure condizioni economiche, studiate per impedire che risorgesse come potenza militare.

Visto che ciò non era bastato, dopo la seconda guerra mondiale, la si si ridusse molto di dimensioni e la si divise in quattro zone di controllo; ma esistevano piani più radicali per renderla inoffensiva, facendone un paese puramente agricolo. Quasi dimenticavo: durante e dopo la guerra, sovietici e statunitensi sterminarono deliberatamente diversi milioni di civili e di prigionieri tedeschi, trucidandoli o facendoli morire di fame e di stenti.

Effetto di queste misure e di queste stragi, è stato di consolidare l’atteggiamento morale condiviso da quel popolo, ossia considerare gli altri popoli come avversari da sottomettere non appena possibile. Con mezzi economici, se non con mezzi militari.

Passiamo al Regno Unito. Anche i britannici di oggi continuano i caratteri storici del loro atteggiamento verso l’Europa continentale: Né dentro né fuori, ma meglio fuori che dentro, possibilmente alla distanza giusta per controllare. Nel 2017, faranno un referendum per l’uscita dall’Unione Europea. È però ben possibile che minaccino di farlo allo scopo di ottenere, come già hanno fatto in passato, più vantaggi economici e privilegi dall’Unione Europea, disposta a pagare pur di evitare l’uscita di un membro così insigne, la quale sarebbe una dimostrazione di fallimento dell’Unione Europea stessa, forse l’inizio della sua scomposizione. Ossia, è probabile che da Londra stiano dicendo: Voi, eurocrati predoni e parassiti di Bruxelles e Strasburgo, se volete continuare a fare i vostri comodi, se volete che non rompiamo il vostro giocattolo, la vostra macchina da soldi, pagateci.

La Francia mantiene costante la sua identità e fierezza nazionale, la sua forza militare e nucleare indipendente, la sua politica razionalmente egoista anche se spesso ingenua, come dimostrato dagli esiti del suo Asse con la Germania, con cui i suoi nani politici si illudevano, e illudevano la gente, che la Francia potesse condividere con questa il dominio sull’Europa, anziché restare al guinzaglio finanziario delle sue banche.

Dell’Italia, paese senza peso internazionale, anzi ormai sostanzialmente governato dall’esterno, con oltre vent’anni di ininterrotta decadenza funzionale alle spalle e la mafia come mentalità e metodo della sua politica e della sua burocrazia, non serve dire molto: per un paese appena efficiente, l’unirsi ad essa sarebbe autolesionismo.

Quanto puerile idealismo necessita, quanto bisogna… spinellarsi, per credere oggi che da questi presupposti di fatto possa nascere un’Europa unita, se non attraverso la violenza, la coercizione e la sopraffazione, e come colonia tedesca? Ma se questo è il progetto degli illuminati architetti che hanno congegnato e calato dall’alto questo ordinamento europeo e questa moneta unica con le sue regole di bilancio, allora proprio la Germania, la patria del nazionalismo,  dei gas asfissianti e dei campi di lavoro forzato, è il suo vero e immancabile strumento di realizzazione. Euro macht frei.

30.05.15  Marco Della Luna

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PEDAGOGIA DELLA CRISI CONTINUA

PEDAGOGIA DELLA CRISI CONTINUA
La lunga crisi economica, e non solo economica ma anche sociale, costituzionale, morale, culturale, sta letteralmente rieducando i popoli: questa è la riforma delle riforme. Insegna loro una lezione importante e penetrante. L’uomo impara ad interiorizzare una diversa e molto più modesta e docile concezione di se stesso, dei suoi diritti fondamentali, delle sue prospettive esistenziali. Taglia pretese e aspettative. Accetta ciò che viene. Si rassegna.

La crisi prevedibilmente verrà portata avanti, con gli strumenti di destabilizzazione descritti nei miei precedenti articoli (Comunitarismo e Realismo, Questa non è una Crisi Economica), finché questa lezione non sarà stata assimilata e finché la precedente maniera di considerare il mondo, la società, i diritti dell’uomo, non sarà stata dimenticata o perlomeno “sovrascritta” da una nuova coscienza, imperniata sugli elementi seguenti:

Il rating delle agenzie finanziarie e le variabili “necessità” del mercato sono la fonte normativa suprema, superiore ai principi costituzionali e prevalgono su di essi; lo Stato di diritto e garanzia è finito.
Conseguentemente, i diritti di partecipazione democratica e di rappresentanza del cittadino sono condizionati e comprimibili.
Le scelte di politica economica, del lavoro, dei rapporti internazionali discendono da fattori di mercato superiori alla volontà popolare e sono dettate ai popoli dall’alto, da organismi tecnocratici sovranazionali, che non sono responsabili degli effetti di tali scelte e possono mantenerle in vigore quali che siano i loro effetti, mentre esse non sono rifiutabili dai popoli e dai loro rappresentanti.

Se così non fosse, si metterebbe in pericolo il pil, il rating, lo spread. In effetti, gli Stati sono politicamente impotenti e subalterni, essendo indebitati in una moneta che non controllano più essi, ma un cartello bancario, da cui essi dipendono per rifinanziarsi,

Il cittadino è essenzialmente passivo: subisce senza poter reagire, interloquire, negoziare, le tasse, le tariffe, i prezzi imposti dallo Stato, dei monopolisti dei servizi, dell’energia, di molti beni essenziali. Subisce senza poter reagire il tracciamento di tutte le sue azioni, spostamenti, incassi, spese, consumi.
Lo Stato, la pubblica amministrazione, le imprese private monopolistiche che operano in concessione, lo governano e agiscono su di lui da lontano, con mezzi telematici, senza che egli possa interagire con tali soggetti.
Come lavoratore, deve accettare una strutturale mancanza di garanzie e pianificabilità, di stabilità dei rapporti e dei redditi, di continuità occupazionale, di prospettiva di carriera e persino di una pensione sufficiente a vivere.
Come consumatore, deve accettare i prezzi e le tariffe fissate da monopoli multinazionali o da monopoli locali ammanicati con la casta politica.
Deve accettare senza discutere che lo Stato, pur potendo investire e rilanciare l’economia e l’occupazione, scelga piuttosto di lasciare milioni e milioni di persone senza lavoro e nella miseria, nonché senza servizi pubblici decenti, per rispettare i parametri astratti e senza alcuna utilità verificabile, o addirittura dannosi.
Deve accettare che i suoi risparmi, sia in valori finanziari che in beni immobili, siano posti in line e gli vengano gradualmente sottratti con le tasse, le bolle, i bail-in, e che non gli rendano più niente, e che i rendimenti siano solo per i grandissimi capitali, quelli di coloro che comandano la società, e che si muovono in circuiti finanziari off shore dove non si pagano le tasse.
In fatto di ordine pubblico, deve accettare che la sicurezza sia garantita in misura limitata e in modo pressoché occasionale, che molti delitti e traffici criminali si svolgano in modo tollerato, che molti malfattori non vengono perseguiti o vengano subito rilasciati. Deve rinunciare ad essere tranquillo e padrone sul suo territorio. Deve rinunciare ad avere un territorio suo proprio.
Deve inoltre abituarsi a non considerarsi portatore di diritti inalienabili e propri di cittadino, in quanto vede gli immigrati anche clandestini preferiti a lui nei
servizi sanitari, nell’edilizia popolare, nell’assistenza pubblica in generale, e protetti quando commettono abitualmente reati. Deve capire che è lo Stato, dall’alto e insindacabilmente, a dare e togliere diritti, a stabilire chi ha diritti, chi non ne ha, chi ne ha di più, chi ne ha di meno.
Deve accettare come giusti, normali, inevitabili nonché benefici, i flussi di immigrazione massicci che stravolgono la composizione etnica e culturale del suo ambiente sociale.
Deve accettare la fine delle comunità e delle formazioni intermedie, perché tutti gli umani, indistintamente, sono resi per legge e per prassi amministrativa omogenei, equivalenti, monadi solitarie e senza volto davanti allo schermo, al fisco, agli strumenti di monitoraggio e, se necessario, ai droni.
Deve accettare la fine delle identità e dei ruoli naturali: fine della famiglia naturale in favore di quella Fai Da Te, fine della differenziazione tra i sessi in favore della scambiabilità del gender, fine della nazione come comunità storica etico culturale in favore del villaggio globale omogeneizzato, fine delle democrazie parlamentari nazionali sovrane in favore di un senato mondialista, bancario e massonico.
Deve imparare che il suo ruolo è la passività obbediente, che non ci sono alternative; e a rifiutare come populista, infantile, fascista, comunista, retrivo qualsiasi pensiero strutturalmente critico verso questo nuovo ordine di cose.
26.05.15 Marco Della Luna

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L’USURA OCCULTA DELLE GARANZIE DI STATO

L’USURA OCCULTA DELLE GARANZIE DI STATO

Il Fondo di Garanzia, i Confidi e le commissioni d’oro.

Può un governo  legalizzare frodi e usura, può trasferire dalle banche ai risparmiatori e crediti deteriorati verso le imprese in difficoltà, consentendo l’applicazione di tassi e commissioni da strozzini? 

Le imprese in difficoltà, anche strutturali, dovute a inefficienza, sovrindebitamento o ad altra causa, non riescono a finanziarsi sul mercato in modo normale. Oggi, notoriamente, vi sono innumerevoli piccole e medie imprese in queste condizioni, non più vitali, avviate al fallimento o comunque alla chiusura. Dall’altra parte, le banche sono gravate da molti crediti deteriorati, incagliati, in sofferenza, verso queste imprese. Buona parte dei crediti deteriorati, che superano i 360 miliardi e sono in costante aumento, non sono ancora dichiarati nei bilanci delle banche, perché farlo avrebbe gravi conseguenze sul rating e sulla capacità operativa delle banche medesime.

La legge 662 del 1996, art. 2, comma 100, lettera a), ha istituito il fondo centrale di garanzia, a carico dello Stato, a beneficio delle piccole e medie imprese, per agevolarle nell’ottenimento di credito bancario mediante il rilascio di garanzie dello Stato in favore delle banche, in modo che queste accettino di prestare i soldi a tali imprese sebbene in difficoltà, sapendo che, se queste non pagheranno, pagherà lo Stato. La garanzia pubblica può essere diretta, cioè a beneficio della banca; oppure indiretta, a beneficio di un consorzio di garanzia privato, come i noti confidi e organismi di garanzia regionale; questi enti a loro volta garantiscono la barca erogatrice del prestito. Nel primo caso, ossia la garanzia diretta, lo Stato garantisce fino al 90% dell’operazione finanziaria, mentre nel secondo caso controgarantisce fino al 90% della garanzia. Ciascun organismo di garanzia può garantire finanziamenti fino a 25-30 volte i propri depositi liquidi in banca (ma chi controlla il valore effettivo di tali depositi e il rispetto della soglia di 30 volte?), quindi il Fondo di Garanzia statale è molto esposto e, in caso di insolvenza diffusa dei soggetti garantiti o controgarantiti, sarebbe necessario rifinanziarlo, eventualmente con una tassa straordinaria.

Orbene, state a sentire che cosa ha fatto il governo Renzi a favore dei banchieri e a spese dei conti pubblici.

Il Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ha emanato il decreto numero 176 del 2014, che, fra le altre cose, dispone un alleggerimento, cioè un allargamento dei criteri per la concessione di garanzie e contro garanzie in favore delle suddette imprese. Sostanzialmente, adesso lo Stato presta garanzia anche per quelle che prima erano giudicate troppo malandate per essere garantite – praticamente, si espone (cioè espone i contribuenti) anche verso le aziende già moribonde.

La garanzia viene prestata quasi gratuitamente: ossia lo Stato, è a dire noi, rischia, senza ricevere in cambio alcunché. Quando si tratta di micro finanziamenti fino a € 35.000, il fondo pubblico di garanzia non può eseguire alcuna valutazione di merito di credito, e deve lasciare che a farla siano le banche che esso garantirà, anche se dette banche sono palesemente in conflitto di interesse con il fondo pubblico, come apparirà evidente nel proseguimento. In più, non può chiedere alcun compenso per la garanzia che presta.

In concreto, avendo sotto gli occhi alcuni casi specifici, vedo che il taeg applicato a questi prestiti e circa il 9,30%, le commissioni trattenute dalla banca erogante sono circa l’1,25%, le commissioni prelevate dall’organismo di garanzia controgarantito dallo Stato sono del 13% circa; Sicché, considerato il moltiplicatore suddetto di 30, un consorzio fidi può incassare di commissioni fino al 390% della sua liquidità depositata! E’ un caso che questi organismi possano essere costituiti anche dalle banche stesse?

Con i tassi e le commissioni suddette, un prestito quinquennale di € 500.000 nominali, come quello che ho sotto gli occhi mentre scrivo, si riduce a 443.250 dopo le commissioni della banca, e a 384.541,45 dopo le commissioni del consorzio di garanzia privato. Ma allora è chiaro che, allora, il tasso del 9,30 % annuo è un’illusione, perché non considera anche le commissioni del consorzio di garanzia privato e non è calcolato sulla somma effettivamente prestata; altrimenti, temo che la soglia dell’usura sarebbe facilmente superata. Ma in ogni caso, dal punto di vista monetario, non è usura far pagare alle imprese il 12% di interesse e commissioni (art. 644 CP) quando la BCE presta praticamente a tasso zero alle banche? e quando le imprese tedesche lo pagano il 2%?

È chiaro insomma qual è il risultato di tutto ciò:

Primo: lo Stato offre alle banche una garanzia diretta o indiretta con cui le banche possono chiudere le loro disposizioni attuali con clienti in difficoltà e trasferirle sullo Stato stesso, cioè sui contribuenti. Cioè le banche erogano il prestito garantito dallo Stato ai loro clienti-debitori, in modo che questi estinguano i debiti preesistenti verso la banca, che non sono garantiti dallo Stato. In tal modo, le perdite sui crediti deteriorati è trasferita dalle banche ai contribuenti: una generosa regalia del governo ai banchieri.

Secondo: lo Stato consente, sempre a carico dei contribuenti, a enti di garanzia privati, che in teoria non hanno fine di lucro, di incassare laute provvigioni dalle tasche di imprese in difficoltà che chiedono la loro garanzia. Ma allora perché lo Stato, attraverso le sue banche, non eroga direttamente le garanzie facendosele pagare ad una commissione ragionevole, diciamo il 5%, anziché addossare sui contribuenti tutto il rischio e lasciare agli organismi di garanzia privata e alle banche tutti i profitti? O perché non eroga direttamente i prestiti attraverso le proprie banche, invece di lasciare che siano le banche private a incassare gli interessi trasferendo il rischio allo Stato?  Bisognerebbe controllare che uomini politici o partiti politici hanno interessenze nei predetti organismi di garanzia, oltre che nelle banche beneficiarie delle predette regalie. E se questi organismi paghino le tasse sugli utili che realizzano.

Terzo: i titolari delle imprese in difficoltà, spesso già spacciate, che si vedono offrire soldi a tassi usurari o comunque molto elevati, sapendo di non poter sostenere quei tassi, sono indotti a farsi prestare i soldi e a tenerseli, così almeno falliscono con qualcosa in tasca per il futuro. O anche li usano per chiudere le posizioni che hanno garantito personalmente, così salvano la casa ipotecata. Lo possono fare, perché non è previsto alcun vincolo/controllo di impiego delle somme ottenute a prestito con le suddette garanzie. Pensate a quell’imprenditore, già in difficoltà finanziarie, che ha ricevuto € 384.500 effettivi e deve pagarne 500.000 oltre agli interessi del 9,30% su 500.000. Non vi pare tutto assurdo? Che senso ha prestare soldi a tassi superiori a strozzo a un imprenditore che ha già l’acqua alla gola, se non aiutare le banche e lucrare interessi e commissioni ai danni dello Stato?

In questa fase iniziale, per effetto del suddetto decreto del 2014, stiamo avendo un’ondata di concessioni di crediti nel modo suddetto a imprese non sane, non vitali.  Licenziamenti e chiusure di attività sono rinviati, e questo contribuisce a nascondere il malandare economico, a beneficio dell’immagine del governo. Ma nel giro di pochi anni gran parte di queste imprese chiuderà o fallirà, e le garanzie e controgaranzie dello Stato saranno escusse dalle banche. E allora si dovrà fare una manovra fiscale per chiudere il buco.

Già ora diversi consorzi di garanzia non rispondono più alle lettere degli avvocati che li interpellano per imprenditori da loro garantiti e divenuti insolventi. E ricordate che il moltiplicatore di queste garanzie è 25-30, e che attualmente nessuno sembra che controlli il rispetto di questo tetto. Quindi, dopo una puntata iniziale di apparente miglioramento per imprese e banche, il cui assorbimento patrimoniale sarà ridotto per grazia  delle ricevute garanzie (quindi le banche potranno, anzi già possono, prestare di più). avverrà che le imprese garantite incominceranno a saltare, e la bomba, se non disinnescata per tempo, potrebbe produrre danni di dimensioni notevoli.

Sarebbe pertanto ora che si accendessero le luci su questa realtà semi-nascosta, che si riformasse questo tipo di intervento pubblico, che venisse istituito un centro di monitoraggio dell’andamento delle imprese che hanno ricevuto le garanzie in questione e del rispetto dei tetti di garanzia, e che la Corte dei Conti, Bankitalia, le competenti commissioni parlamentari, Codacons, Adiconsum, Adusbef, Federcontribuenti e altre associazioni si dessero da fare per prevenire un disastro finanziario annunciato.

Le autorità finanziarie europee si sono accorte di come il governo Renzi vuole usare Cassa Depositi e Prestiti in questo modo politico e rovinoso,  e considerano la possibilità di classificare la Banca Depositi e Prestiti non più come una banca di proprietà statale ma indipendente ed esterna al bilancio dello Stato, bensì come interna ad esso; con la conseguenza che i suoi debiti, ossia l’ammontare dei depositi presso di essa, andrebbero ad accrescere l’importo del debito del settore pubblico italiano.

05.05.15  Marco Della Luna

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QUESTA NON E’ UNA CRISI ECONOMICA

Questa non è una crisi economica. Spiegata la fretta di Renzi sull’Italicum.

Questa non è una crisi economica, ma è uno strumento, un processo voluto e pianificato per arrivare a sostituire la zootecnia alla politica, ossia per poter governare la popolazione terrestre con la padronanza, sicurezza e assenza di resistenza con cui si governa il bestiame nella stalla o i polli in batteria. E per arrivare e a ciò con la collaborazione della gente, facendole credere che le riforme siano tutte scelte scientifiche razionali e magari anche democratiche (l’aspetto didattico-ideologico, la dottrina dei mercati sani e disciplinanti, la deregulation, la globalisation, la competizione via deflazione salariale). E’ l’ingegneria sociale della decrescita infelice che descrivevo, cinque anni fa, nel saggio Oligarchia per popoli superflui.

Questo processo è stato avviato dalla metà degli anni ’70, mediante una serie di precise scelte: un preciso modello economico, una serie di riforme legislative, di lungo respiro (soprattutto la deregolamentazione del settore bancario, l’indipendenza delle banche centrali, la privatizzazione del rifinanziamento del debito pubblico), che si sapeva benissimo che cosa avrebbero prodotto, ossia una società e un’economia reale permanentemente in balia dei mercati e ricattabili dagli speculatori finanziari. Una crescente concentrazione di quote di reddito, quote di ricchezza, quote di potere, nelle mani dei pochi che decidono. Tutti gli altri soggetti (cioè Stati, imprese, famiglie, pensionati, disoccupati…) permanentemente con l’acqua alla gola, impoveriti, costretti ad obbedire, ad accettare, come condizione per una boccata d’aria o di quantitative easing, dosi ulteriori di quelle medesime riforme. Dosi ulteriori di concentrazione di ricchezza e potenza, di oligarchia tecnocratica irresponsabile e senza partecipazione dal basso, senza controllo democratico. Senza garanzie costituzionali. Era tutto intenzionale. Infatti, nessuno dei meccanismi finanziari che hanno prodotto e mantengono l’apparente crisi è stato rimosso, dopo visti i danni che facevano, nemmeno la possibilità per le banche di giocare in borsa coi soldi dei risparmiatori.

Anche l’euro si sapeva benissimo che cosa avrebbe prodotto, in base a ripetute esperienze precedenti con il blocco dei cambi tra paesi economicamente dissimili. E’ stato introdotto come strumento per creare una certa situazione. Anche il Quantitative Easing si sapeva che non avrebbe rilanciato l’economia reale né livellato gli spread.

Tutto questo non è un incidente, una crisi, un cigno nero, bensì un’operazione di potenziamento e razionalizzazione tecnologica del controllo sociale; non mira banalmente al profitto economico, il quale ormai è un concetto superato da quando la ricchezza si produce con metodi contabili ed elettronici nel gioco di sponda tra banche e governi, che possono creare tanto denaro quanto vogliono. Mira all’ottimizzazione tecnologica e giuridica del dominio sociale.

Non è una crisi, e soprattutto non è una crisi economica, signori economisti; sicché affannarsi a proporre ingegnose soluzioni sul piano economico e monetario è incongruo, improduttivo. Infatti non vi danno retta, coloro che prendono le decisioni.

Non è qualcosa di accidentale, non stanno cercando di uscirne: è un processo guidato verso un obiettivo preciso e già ampiamente conseguito, un processo a cui nessuna forza politica o morale può opporsi efficacemente, dati i rapporti di forza; e l’unica speranza sta nella possibilità che esso sfugga di mano ai suoi strateghi e ingegneri, per la sua stessa complessità e dinamicità.

La fascistoide riforma costituzionale ed elettorale di Renzi – diciamo di Renzi, ma sappiamo che le riforme strutturali in Italia le detta Francoforte, nell’interesse di padroni stranieri, e che da qualche tempo i primi ministri italiani agiscono su suo mandato – è un tassello italiano di questa strategia zootecnica, disegnato per consentire la gestione dell’intero paese attraverso un’unica persona, un unico organo istituzionale, il Primo Ministro, che assommerà in sé i poteri politici senza contrappesi e controlli indipendenti. I tempi forzati in cui la detta riforma “deve” venire attuata, sono verosimilmente in relazione al tempo per cui si calcola che la situazione italiana possa reggere, prima che vengano  meno le condizioni esterne molto favorevoli oggi presenti, prima che arrivino pesanti scadenze finanziarie (perdite su contratti derivati sul debito pubblico per centinaia di miliardi), prima che si dissolva l’impressione popolare di incipiente ripresa e che si renda necessario imporre nuovi e impopolare i sacrifici.

Quando ciò avverrà, si scateneranno forti tensioni sociali e si calcola di poterle reprimere e contenere grazie a una riforma costituzionale di tipo autoritario, a un governo “forte”, autocratico. Renzi non è un dittatore, è solo un esecutore teleguidato, di modestissime capacità proprie, costruito col marketing. Ma sta preparando il posto di comando per il dittatore che verrà dopo di lui. Ecco il perché della fiducia posta dal governo sull’Italicum, una riforma elettorale che andrà in vigore nel 2016, sicché non ci dovrebbe essere fretta ad approvarla; ma in realtà c’è molta fretta, perché proprio nel 2016 finirà il quantitative easing assieme agli effetti benefici della svalutazione dell’euro, e allora il quadro potrebbe saltare, bisogna avere tutto pronto. Renzi, se vuole continuare a ricevere l’appoggio su cui è costruito, deve rispettare i tempi di marcia dettatigli da chi lo ha fatto.

Ma per rispettare questi tempi, e a conferma del fatto che il suo governo come i precedenti rappresenta l’alleanza (asimmetrica) tra gli interessi della casta  italiana e quelli del padrone straniero, il governo Renzi ha bisogno di mantenere l’appoggio degli interessi parassitari legati alla politica e necessari onde ottenere i voti in parlamento sulle riforme, il che spiega perché non ha toccato i centri di spreco e ruberie come le famose società partecipate né ha proceduto alla spending review, quantunque queste siano urgenze vere. Se l’avesse fatto, la sua maggioranza si sarebbe squagliata subito. Invece il 29 e 30 aprile ben due terzi dai suoi apparenti oppositori interni gli hanno votato la fiducia sulla legge elettorale. Funziona sempre, questa irresistibile attrazione delle poltrone che galleggiano sulle spalle del Paese che affonda.

30.04.15 Marco Della Luna

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