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“La vita è fatta di mali superflui e di un Bene inevitabile” (per credenti).

“La vita è fatta di beni superflui e di mali inevitabili” (per economisti).

“I mali della vita sono l’interesse che l’essere paga al non essere; solo che il non essere non si presenta mai a riscuotere il capitale” (per filosofi da strapazzo).

TORNA “LE CHIAVI DEL POTERE” Finalmente Koinè Nuove Edizioni ha riedito LE CHIAVI DEL POTERE – come e-book, acquistabile dal sito dell’Editore.

NUOVO LIBRO – FEBBRAIO 2010:

“OLIGARCHIA PER POPOLI SUPERFLUI: l’ingegneria sociale della decrescita infelice” (vedi in questo blog la pagina dell’Errata corrige)

Koiné Nuove Edizioni di Roma, Via della Grande Muraglia 95 – 00144 , presso cui potete prenotare la vostra copia.

La rivoluzione del XXI Secolo è che i popoli sono divenuti superflui e che la loro gestione assomiglia sempre più all’allevamento del bestiame – questo è il Leitmotiv del presente saggio. La tecnologia e la finanza contemporanee, la riorganizzazione del potere politico-finanziario e tecnologico in centri sovrannazionali come nato, Fmi, Bce, onu etc., hanno reso superflui i popoli in quanto masse di produttori, consumatori, risparmiatori, combattenti, elettori legati a un territorio nazionale – gli stessi popoli che, fino a pochi anni fa, erano indispensabili alle singole oligarchie dominanti sui vari territori nazionali per preservare ed espandere il loro potere e le loro rendite. Le conseguenze di tale superfluità sono vaste e radicali, anche in relazione al problema climatico ed ecologico. Esse aprono la via a riforme costituzionali e a operazioni di ingegneria (e chirurgia) sociale senza precedenti, di eccezionale interesse anche pratico per le loro ricadute sulla qualità della vita e sulle prospettive economiche, e che l’autore documenta ed esamina approfonditamente. particolarmente, la recessione economica globale e le pratiche finanziarie e bancarie che la producono sono rivisitate come un possibile strumento, assieme ad altri, per avviare a soluzione i problemi ecologici del pianeta dipendenti dall’esaurimento delle materie prime e dall’inquinamento industriale e civile. Ma anche come uno strumento per agevolare l’instaurazione di una struttura giuridica di governo globale e la sua accettazione, da parte delle nazioni, come unico mezzo per fronteggiare le grandi e incalzanti crisi globali, dal clima alle borse, dalla siccità alla fame. nel superamento dei confini e degli Stati nazionali si nascondono però gravi minacce per la popolazione generale, per i diritti fondamentali e le forme democratiche. in questa ottica e proporzione, appaiono risibili gli spauracchi agitati oggi in italia, dall’una e dall’altra parte, come minacce alla “democrazia”: comunismo, berlusconismo, magistratura politicizzata, magistratura controllata, questione della libertà di stampa, etc.

IL PROBLEMA DEL REFERENTE

Un sistema finanziario globalizzato e strettamente interdipendente come quello odierno esige che in ogni paese economicamente rilevante un governo stabile che assicuri il mantenimento degli impegni internazionali – impegni di equilibrio dei conti pubblici, di imposizione di tasse, di privatizzazioni di beni e servizi pubblici come l’acqua e la sanità (WTO), di tagli del welfare, di pagamento degli interessi sul debito sovrano,  di ottemperanza alle condizionalità imposte in cambio di un decente rating del suo debito sovrano e, all’occorrenza, degli “aiuti”. Insomma, abbisogna di un’affidabile cinghia di trasmissione che garantisca di fare accettare al popolo di quel paese le sue impopolari, antisociali e alle volte autodistruttive prescrizioni, come avvenne in Argentina, in Messico e in altri paesi in crisi finanziaria. Per legittimamente eseguire ciò, ossia perché il popolo non possa dire che quel governo non è legittimato ad imporgli misure impopolari in quanto non l’ha nominato il popolo, un tale governo deve avere legittimazione popolare, cioè essere uscito dalle urne elettorali, laddove queste siano, dalla mentalità prevalente, ritenute idonee a legittimare il potere. E in Italia, fino a nuove elezioni, ovviamente, solo il governo in carica ha una tale legittimazione . Questo principio il ministro Tremonti ha dovuto ultimamente ricordarlo a chi invocava la sostituzione dell’attuale maggioranza con una “di larghe intese”.

Ma questa maggioranza uscita dalle urne perde pezzi e prestigio per l’effetto della sua incapacità a fare le riforme senza cui il sistema-paese decade, nonché per effetto di indagini giudiziarie che portano alla luce  affarismi e corruzione peraltro connaturate a tutta la politica italiana, nonché  di divisioni interne rispondenti al fatto che nel Pdl vi sono rappresentanti di interessi oggettivi tra loro irriducibilmente contrapposti, come spiegato nel mio precedente articolo Nord-Sud: il bipartitismo della realtà. Peraltro, anche il fronte opposto si sgretola per effetto del medesimo fattore: i due veri interessi contrapposti oggi in Italia sono palesi. Uno è quello del Nord, a trattenere il frutto del suo lavoro e a non farsi governare da Roma  né meridionalizzare dalla penetrazione delle varie mafie meridionali, coi loro affiliati nella burocrazia. Il Sud e Roma hanno il contrapposto interesse a continuare a togliere al Nord quei soldi e a legarlo a sé anche con la suddetta penetrazione. I due partiti nazionali si bloccano e si sfaldano perché non possono contenere al proprio interno questi contrapposti interessi. La Lega Nord è pure in crisi, sia pur molto meno per ora, siccome non è del tutto chiaro alla base quanto i  titolari  della Lega vogliano fare gli interessi del Nord e quanto i propri, nel compromesso con Roma. Molti sono usciti dalla Lega spinti dalla forza di questi dubbi.

Ma se, a causa di tutte le suddescruitte ragioni, nessun partito politico è in grado di assumere stabilmente e con mandato popolare il potere nel paese, a quale referente alternativo, a quale altro potere politico può guardare l’ordinamento finanziario internazionale come garante dell’esecuzione degli impegni verso di esso? E’ una domanda che dovrebbe interessare un po’ tutti, perché se  non trova un garante valido, una valida cinghia di trasmissione, può abbassare il rating dei titoli del tesoro o addirittura dichiararli non più cambiabili contro valuta legale – e ciò manderebbe all’aria la finanza pubblica.

Se  non funziona la politica ufficiale, quale altro potere politico costituito, di fatto se non di diritto, può fare da referente e cinghia di trasmissione?

Una soluzione potrebbe essere il potere giudiziario, la magistratura, o meglio i capi di questa, della sua corporazione, l’ANM. La magistratura è nominata per concorso, non è eletta, non dipende dal mutevole consenso del popolo, ha un fortissimo potere   di interdizione, è praticamente irresponsabile, gode di un certo prestigio, se non altro perché offre scandali e colpevoli all’opinione pubblica, e, se compatta e ben guidata, può coprire tutti gli abusi dei propri membri che stanno al gioco. Ovviamente, la magistratura non potrebbe assumere in proprio il governo del paese, non avendo mandato popolare, verrebbe percepita come usurpatrice. Potrebbe però decidere chi può far politica ricoprendo cariche istituzionali, e chi no; chi può fare certi affari, e chi no. Potrebbe, cioè, in persona dei suoi capi e in cambio del rafforzamento dei suoi già cospicui privilegi economici e non, procurare la stabilità a una data maggioranza di governo, funzionale a certi interessi, consentendo ad essa di praticare, sia pur con discrezione, l’affarismo illecito di cui la politica si nutre di guadagni e supporti; al contempo potrebbe difendere la sua posizione attaccando sistematicamente  i politici più capaci dell’opposizione per screditarla, decapitarla e impedirle di “nutrirsi”, fintantoché essa non si piegherà di svolgere un ruolo di spalla della maggioranza. Da tempo certi magistrati o ex magistrati suggeriscono cose di questo genere, e certi recenti governi del Centrosinistra erano tentativi in tal senso, ma sono falliti perché quei governanti risultavano incompetenti, avidi, divisi ed espressione della parte meno produttiva o parassitaria del paese. Per riuscire a governare un paese critico come l’Italia non basta disporre di magistrati-cecchini che abbattono tutti i competitors pericolosi.

Soluzioni di questo tipo trovano inoltre ostacoli nel fatto che da ricerche, libri, indagini giudiziarie sulla realtà della casta giudiziaria sta continuamente emergendo che questa casta non è sostanzialmente diversa per mire, metodi e cultura di potere e amore della legalità dalla casta politica e da quella burocratica, che essa dovrebbe controllare e disciplinare. Ciò che popolarmente si chiama corruzione, ossia l’abuso interessato della propria posizione, non è altro che lo scopo per cui, a livello di organizzazione, si esercita il potere e il mezzo con cui lo si mantiene – il potere di ogni tipo, anche giudiziario. Il che è del resto logico: la cultura di potere è la medesima in tutti i poteri, sia istituzionali che non. Ne consegue che è illusorio pensare che più potere ai magistrati possa portare a più legalità nelle istituzioni. Quindi la magistratura rimane fattore importante per la soluzione del problema del referente politico in Italia, ma non è sufficiente.

Quali altri poteri rimangono, come possibili candidati? La Chiesa sicuramente no, o non più: pur detenendo ed esercitando molto potere economico e politico, soprattutto interdittivo,  essa ha perso buona parte della sua credibilità morale e spirituale; ha troppe cose da nascondere, e troppe altre che non riesce a nascondere, a cominciare dall’ingente mole delle transazioni finanziarie non traccibili (per legge) che compie la sua famosa banca, lo Ior, per conto anche soggetti non vaticani.

I sindacati sono troppi e troppo divisi e particolaristi. I più grandi sono sostanzialmente sindacati di pensionati. Le loro colpe nel dissesto del sistema-paese sono gravi e palesi.

Le forze armate sono fuori discussione: un golpe militare è impensabile e inaccettabile alla popolazione.

 Come potere costituto, stabilissimo, forte, presente e condizionante nelle istituzioni, rimane la mafia. Già durante la II Guerra Mondiale e il governo USA si rendeva conto che la mafia era un potere reale ed efficace in Italia, Perciò tratto, attraverso Lucky Luciano, con la mafia siciliana per sbarcare e prendere l’isola senza quasi colpo ferire. In cambio dell’alleanza politico-militare, aiutò la mafia a prendere un potere condizionante nelle istituzioni romane e nei partiti nazionali. E ad assicurarsi un’ampia fetta di spesa pubblica attraverso appalti, sussidi e altro. Oltre a una certa tolleranza istituzionali verso i suoi enormi traffici di droga.

 Considerato quanto sopra, e aggiungendo che la situazione socio-economica italiana si appesantirà notevolmente nel prossimo autunno, e imporrà ulteriori e impopolari manovre, mi figuro due possibili assetti che risponderebbero all’esigenza indicata in apertura.

 Primo assetto: maggioranza di governo formata da forze politiche esponenziali degli interessi del polo meridionale e della burocrazia garantita che si avvantaggiano direttamente dei trasferimenti da Nord a Sud, da settori della finanza, dell’industria, del sindacato. Questo assetto avrebbe bisogno del sostegno attivo sia di parte della magistratura, in funzione interdittiva di copertura , come si diceva prima; sia delle mafie, anche per avere la maggioranza in parlamento e in molti enti locali. Questo assetto potrebbe funzionare e reggere per un periodo da uno a tre anni, bruciando ulteriormente le residue risorse del sistema-paese.

 Secondo assetto: attuazione del federalismo fiscale, destabilizzazione sociopolitica Sud abituato a dipendere dallo spreco di risorse prodotte al Nord, urgenza concreta per il Sud di uscire dall’Euro per recuperare competitività e sviluppare un’economia non parassitaria; indipendenza della Padania; quindi sciuoglimento dell’unità nazionale che non c’è mai stata, costituzione di uno Stato meridionale e di uno Padano, eventualmente anche di uno centrale. Ciascuno con un sistema politico proprio, derivante dalle strutture di potere reali e autoctone della sua società, quindi stabile e affidabile internazionalmente e per le esigenze della globalizzazione finanziaria.

26.07.10

NORD CONTRO SUD: IL BIPARTITISMO DELLA REALTA’

Il dibattito stimolato sia dal recente libro di Luca Ricolfi Il Sacco del Nord che dalle lotte sui tagli della spesa delle regioni, ha imposto all’attenzione il fatto oggettivo e brutale che Roma toglie al Nord annualmente circa 110 miliardi di euro per sostenere un Sud il quale, invece di svilupparsi grazie a questi donativi, sprofonda sempre più nell’inefficienza, nell’improduttività e nell’illegalità, e ha quindi sempre più bisogno di ricevere soldi dal Nord. Questo salasso toglie però al Nord i soldi per gli investimenti, le infrastrutture, l’innovazione, condannandolo a perdere competitività  sul mercato internazionale, quindi, in prospettiva, anche la capacità di mantenere il Sud.

In cambio di questo massiccio salasso di risorse, il Nord riceve dal Sud un’altrettanto massiccio apporto di metodi di potere e gestione meridionali. Metodi estremamente inefficienti in termini di performance per la popolazione, ma estremamente efficienti in quanto alla loro presa su risorse e istituzioni. Il Nord, cioè, in cambio del frutto del suo lavoro, riceve dal Sud proprio ciò che rende il Sud arretrato e inefficiente.

Questa penetrazione è avvenuta e avviene attraverso una parte dei numerosissimi burocrati, funzionari e impiegati di origine e matrice meridionali, ma anche attraverso mafia, ‘ndrangheta e camorra, che si infiltrano nella politica, nell’economia, nella pubblica amministrazione, nel territorio e nel tessuto sociale, nei poteri pubblici, come evidenziato dalla vicenda dell’arresto di 300 ‘ndranghetosi eseguito il 12-13 Luglio. Avviene inoltre attraverso l’azione di un parlamento romano in cui gli eletti dei collegi a controllo mafioso sono quantitativamente determinanti per qualsiasi possibile maggioranza.  Il potere delle organizzazioni mafiose è moltiplicato dal fatto che esse intercettano buona parte dei trasferimenti di denaro dal Nord. A buon diritto si può pertanto dire che sta avanzando la meridionalizzazione del Nord, l’assimilazione socio-politica e criminale del Nord al tipo di società del Meridione. Come scrivevo in altro articolo, è fallita la perequazione del Sud al Nord, ma sta riuscendo la riduzione del Nord al livello del Sud.

Questa situazione è oggettivamente una situazione di contrapposizione di interessi tra le regioni spogliate del Nord (soprattutto Lombardia e Veneto) e quelle assistite del Sud (soprattutto Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna). Quelle assistite non saprebbero mantenersi senza il fiume di soldi tolti al Nord. Se il Sud spende 6 volte più del Nord per il personale amministrativo (fornendo un servizio peggiore), e se spende 6 volte più del Nord per una protesi ortopedica, è evidente che buona parte del Sud vive di spesa clientelare pagata dai contribuenti del Nord. La riforma del federalismo fiscale, basato sull’adozione dei costi standard, può essere sì votata come legge, ma poi non può essere attuata nella pratica, perché toglierebbe un reddito vitale (sia pur ingiusto e illecito) a troppa gente e a troppe forze, il cui consenso è per giunta indispensabile tanto al PDL, quanto, alternativamente, alle sinistre.

E con tanto arriviamo al dunque di questo articolo:

Il Nord, se resta legato al Sud e alla politica romana, verrà inevitabilmente immiserito, privato dei mezzi per restare competitivo, e finirà assimilato al Sud anche dal punto di vista sociologico e criminologico.

Per salvarsi, il Nord ha oggettiva necessità di interrompere sia i flussi in uscita di denaro verso Roma e il Sud, che la penetrazione del sistema socio-economico-criminale del Sud nel proprio territorio, nella propria politica, nella propria amministrazione. E di liberarsi, per quanto possibile, della penetrazione già avvenuta, ricercandone le “metastasi”, isolandole, espellendole. Per realizzare ciò, occorrerà che il Nord si doti non solo di strumenti autonomi di allontanamento, ma innanzitutto di efficaci barriere e filtri giuridici contro questa penetrazione, come strumenti di indagine e oneri di certificazione antimafia per concedere o mantenere la residenza, l’elettorato passivo, cariche pubbliche, iscrizione alla Camera di Commercio. Gli organi competenti a queste funzioni di indagine, certificazione, allontanamento dovranno, per ovvie ragioni, essere eletti dalla popolazione regionale e rispondere ad essa, indipendenti da Roma e dalle istituzioni nazionali.

La contrapposizione oggettiva di interessi tra Nord e Sud è il vero fattore dell’attuale crisi di un partito – il PDL – e di un governo – il Berlusconi Quater – che racchiudono in sé e vorrebbero rappresentare due interessi vitali oggettivamente e diametralmente contrapposti: quelli del Nord  spoliato, e quelli di un Sud mantenuto grazie a questa spoliazione. Una contraddizione che si presenta anche entro il PD, tra le posizioni di un Cacciari e di altri esponenti settentrionali, che vorrebbero una branca settentrionale del partito autonoma dalla segreteria nazionale; e le posizioni del grosso del partito, legate ai molti iscritti meridionali o che comunque vivono di reddito tolto ad altri. Analogamente, nel PDL Fini e soci difendono gli interessi della parte meno produttiva del paese in sfida alla leadership di Berlusconi.

Non “destra” e “sinistra”, ma semplicemente Nord e Sud: questi sono i due blocchi di interesse effettivi e contrapposti del paese, i due blocchi che si contendono il reddito prodotto (nel senso che uno è abituato a vivere del reddito prodotto dall’altro, e considera ciò un suo diritto). Due blocchi geografici ed economici, anziché due classi sociali o due ideologie filosofiche. Il Nord a stare col Sud ha ormai tutto da perdere e niente da guadagnare. Punto.

E’ allora naturale, che nessun sistema elettorale funzioni bene, che fallisca sia il bipolarismo centrodestra-centrosinistra che il bipartitismo PD-PDL, sia il proporzionale che il maggioritario: sono tutti in contrasto con la realtà di fondo del paese. E’ naturale che Fini faccia la fronda a Berlusconi e Cacciari a Bersani. E’ naturale che l’attuale schieramento politico sia trascinato, gradualmente o bruscamente, a scomporsi, per riaggregarsi intorno a questi due poli, anzi a questi due popoli. Che tenda a dividersi in una coalizione nordista e in una sudista. A un bipolarismo geografico. I grandi partiti nazionali, il PDL e il PD, stanno ormai esaurendo le loro risorse di mediazione tra settentrione e meridione, perché questa mediazione, giustificata dal progetto di perequazione del Sud al Nord, è palesemente fallita e ha prodotto esiti disastrosi, quindi non è più in grado di sostenere un progetto e un partito nazionali unitari. I vincoli di bilancio, l’avanzare della crisi, la recessione, la disoccupazione, i tagli, la perdita di quote di mercato estero, stanno facendo saltare tutti i tradizionali meccanismi di mediazione e compromesso tra quei due poli d’interesse. Meccanismi basati sulle fedeltà ideologiche, su spesa pubblica facile in funzione di collante sociale e nazionale tra le generazioni presenti ma scaricata a debito su quelle venture, su tolleranza all’evasione fiscale e compartecipazione alla spartizione della spesa pubblica.

Lo Stato italiano si ritrova a festeggiare il suo centocinquantenario mentre versa in una condizione di vistoso marasma morale e funzionale, e mentre appare incontrovertibile il fallimento di sessant’anni di politiche di recupero del Sud mediante trasferimenti dal Nord. L’autunno 2010 si prospetta gravido di chiusure di aziende, insolvenze e licenziamenti. In questo scenario, la posizione più drammatica e critica è quella di Silvio Berlusconi, perché non riesce a fare le tanto promesse riforme, essendo costretto sulla difensiva; e ancor più perché da un lato riesce sempre meno a mediare tra Nord e Sud; e dall’altro lato non può schierarsi col Nord, a causa dei suoi troppo profondi legami e impegni con un certo Sud. Né può schierarsi con gli interessi di quel Sud, senza perdere ogni credibilità, carisma e dignità.

Eppure scegliere deve: restare a mezza via a far da bersaglio a magistrati, mass media e finiani, fino al logoramento e allo screditamento totale, e all’abbandono da parte di una Lega Nord tradita sul federalismo, sarebbe irragionevole e indecoroso. Ha un’opzione che lo potrebbe consegnare degnamente alla storia, e al contempo rimpicciolirebbe drasticamente le figure dei suoi antagonisti, Fini e Napolitano in primis: ammettere pubblicamente il fallimento dello Stato unitario italiano, il suo ormai ventennale incessante declino, l’impossibilità di riformarlo, la possibilità per il Nord di avere, nell’indipendenza, un decente futuro europeo, e la sua condanna, diversamente, a un inabissamento verso l’Africa. Mentre il Sud potrà risanarsi solo se sarà costretto a fare i conti con se stesso e le proprie storture, senza che altri paghi per esse, incoraggiandole e perpetuandole. Magari adotti una moneta propria, svalutabile rispetto all’Euro e al Dollaro, così da recuperare concorrenzialità e da rilanciare la sua economia. Berlusconi può rovesciare il tavolo; poi si tiri in disparte e lasci ad altri, a qualcuno che sia veramente competente in macroeconomia, di costituire un nuovo partito del Nord, che confluisca eventualmente con la Lega e si lanci in una campagna a tutto campo, non solo elettorale, per l’indipendenza della Padania.

Questo non è, ovviamente, razzismo. E’ il diritto a non essere spogliati sistematicamente del frutto del proprio lavoro e a non vedersi imposto un modello sociale assolutamente disfunzionale e indesiderabile – quello che The Economist definisce “Bordello”, Saviano “Gomorra” e Bocca “Inferno”. A non essere assimilati a quella cultura e al potere dei suoi uomini. A non essere sottoposti a un parlamento quantitativamente condizionato da politici che sono espressione di quel modello sociale. A respingere la mitologia, ormai ridicola, di un’unità nazionale che non esiste nella realtà, perché è evidente che nel territorio dello Stato italiano si trovano a vivere popoli sociologicamente diversissimi. L’unità nazionale non può essere presupposta e invocata come valore, senza prima aver dimostrato che essa esista nei fatti, nella realtà della popolazione. E i fatti ci dicono che non esiste una nazione italiana, ma popoli e sistemi socio-culturali molto diversi tra loro proprio nelle cose che contano per il funzionamento di un sistema-paese e della stessa legge. E in quanto al giudizio di valore sullo Stato unitario italiano, esso va dato in base ai fatti, ai risultati. E siccome questi sono negativi e involutivi, il giudizio è negativo.

Alcuni mi rimproverano di prendermela col Sud e con Roma, mentre la causa primaria dei mali economici e sociali è nel fatto che il mondo è sottoposto a un cartello bancario privato, monopolista del denaro e del credito, che detiene ed esercita la sovranità economica, produce, a sua convenienza, recessioni, bolle, guerre, disoccupazione, carestie, senza riguardo per la gente.

A questa obiezione, replico semplicemente che non vi è prospettiva che tale sistema sia sostituto o sostituibile, e che dall’alto lato esso opera da molti decenni, e in tutti questi anni alcuni sistemi-paese, ben amministrati, hanno prosperato; mentre altri, male amministrati, sono rimasti o divenuti poveri. A uno Stato sottoposto al sistema della moneta-debito e del monopolio bancario privato della moneta (come l’Italia e come quasi tutti gli Stati industrializzati), non è possibile impedire le ricorrenti crisi, recessioni, bolle, deflazioni. Può però ridurne i danni ed evitare di essere sopraffatto e colonizzato economicamente dai paesi competitori. Ma per riuscire in ciò, bisogna che sia un sistema-paese efficiente, disciplinato, che confidi nelle regole e le rispetti, che minimizzi gli sprechi, che abbia un sistema giudiziario efficiente e credibile, che non abbia un parlamento condizionato dalla mafia, che abbia invece una classe dirigente, politica e tecnica, capace di lavorare produttivamente e non solo di saccheggiare la spesa pubblica. La Padania può rispondere a tali requisiti. Lo Stato unitario italiano, no.

15.07.10

Marco Della Luna

RISPARMIO ENERGETICO

In Ottobre scadranno grandi quantità di bonds italiani, e  il governo dovrà rinnovarli e ricollocarli sui mercati, quindi sarà ricattabile dalle agenzie di rating e dalle banche che le posseggono: se il governo non seguirà le loro indicazioni, dovrà pagare tassi elevati, e ciò si tradurrà innanzitutto in centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno.

Per abbassare il rischio di default dei suoi bonds, il governo deve introdurre misure atte a sostenere la finanza pubblica, alleggerendo la spesa, nel medio-lungo termine, cioè nel termine di scadenza dei nuovi bonds, onde rassicurare i loro potenziali acquirenti in modo che li comperino a un tasso di interesse moderato. La misura diretta per alleggerire la spesa pubblica nel medio-lungo termine, soprattutto con una popolazione che invecchia, è spostare in avanti l’età pensionabile – e questo il governo lo sta facendo con ritardo e tentennamenti. Una misura obbligata, quella delle pensioni, dato anche che il debito pensionistico si aggira sui duemila miliardi, e si aggiunge al debito pubblico di millesettecento miliardi. Totale tremilasettecento miliardi, il 320% del pil, all’incirca. Già da tempo i contributi previdenziali in realtà sono tali solo di nome, perché non vengono investiti e accumulati per costituire rendite vitalizie, ossia future pensioni, ma vengono spesi direttamente per pagare le pensioni in essere – quindi in realtà sono tasse. Senza il prolungamento della vita lavorativa, presto avremo più pensionati che lavoratori. Gli immigrati non giovano, perché molti lavorano senza versare contributi, mentre gravano pesantemente, assieme ai loro familiari, sulla spesa assistenziale e sanitaria.

Ma l’innalzamento dell’età pensionabile è una misura insufficiente. Dovrebbe essere affiancata da misure per il rilancio della produzione e della domanda nel breve termine. Misure che non vengono. Le prospettive a brevissimo termine sono fosche. Entro il prossimo Settembre si stima che chiuderà il 20% delle piccole imprese. Ne conseguirà un’ondata di disoccupazione e un calo dei consumi e del gettito fiscale, maggiori oneri assistenziali, nonché una nuova stretta creditizia. Qualora poi il rinnovo dei bonds vada male, sarà necessaria una manovra  pesante. Al contempo, Grecia e Spagna sono sotto allarmata osservazione, ed è in discussione l’Euro stesso (che, ricordiamo, è un sistema di cambi fissi, e non moneta unica).

Peraltro il problema di fondo delle economie di quasi tutto il mondo, e del quale non si parla alla popolazione generale, è il meccanismo dell’interesse composto sul debito pubblico e privato, che, col passare degli anni, drena crescenti quote del reddito, distogliendole da investimenti e consumi, con un andamento esponenziale rispetto al quale le tasse e i tagli, al punto in cui siamo, possono solo guadagnare qualche mese. L’ultima manovra basterà sino a Ottobre. Si apriranno subito dopo scenari che spingeranno il governo a nuove manovre, questa volta con lacrime e sangue.

La spesa pubblica è cresciuta del 40% dal 2000 ad oggi, in dieci anni quasi tutti governati dal centro-destra, nonostante i dichiarati interventi a suo contenimento. Ciò è dovuto al fatto che il ceto politico italiano ricava dalla spesa pubblica sia i suoi profitti (malversazione, corruzione, peculato) che i mezzi per acquisire i consensi (lobbistici, mafiosi, elettorali) e per  perpetuarsi al potere (spesa clientelare). Siccome sa fare solo questo e non amministrare bene, almeno a Roma e al Sud, non può che aumentare continuamente la spesa pubblica al fine di procurarsi i mezzi per comperare i consensi che non può ottenere con la buona amministrazione, anzi che perde, per effetto della sua cattiva amministrazione. Milioni di italiani, di elettori dipendono da una spesa pubblica distruttiva e insostenibile. Ciò imprigiona lo Stato italiano, e soprattutto Roma e il Sud, che hanno un crescente bisogno di essere mantenuti, in una spirale di inarrestabile degrado economico e civile. Il degrado politico e giudiziario è invece già completato, come quello scolastico.

Berlusconi, nonostante le sue promesse e le forti maggioranze di cui sulla carta disponeva e dispone, non ha affatto interrotto tale spirale e non ha fatto alcuna reale riforma, limitandosi a galleggiare e a difendere dagli attacchi giudiziari (che in parte erano e sono politici e partigiani, in parte no) se stesso e pochi altri. Ovvio che non poteva e non può contenere la spesa pubblica inefficiente, avendo bisogno, per salvarsi dai processi e per la stessa sopravvivenza del suo governo, del voto e del sostegno anche dei beneficiari e dei fruitori di quella medesima spesa. Piuttosto di tagliare la spesa parassitaria, imporrebbe nuove tasse – una patrimoniale, magari. Il centro-sinistra ha invece agito direttamente per consegnare le risorse pubbliche e la finanza pubblica ai potentati finanziari stranieri di cui suoi esponenti di spicco sono diretta emanazione.

In luogo delle riforme, Berlusconi porta avanti la c.d. legge bavaglio anti-intercettazioni e gli scudi antiprocesso che gli sono necessari per non essere sottoposto a pubblico giudizio penale da parte di magistrati in parte a lui ostili, mentre dovrebbe governare.

Vi sono buone ragioni sia pro che contra la legge bavaglio e lo scudo antiprocesso. In quanto alla prima, il diritto alla riservatezza è un fondamentale diritto dell’uomo, tutelato dalla legge, e troppi magistrati e giornalisti si sono abituati a violarla sistematicamente, sia per facilitarsi le indagini, sia per farsi pubblicità, sia per lucrare mazzette dai mass media, sia per vendere più copie, sia per influenzare e ricattare politici e istituzioni. Però senza intercettazioni facili diverrebbe difficile o impossibile individuare e reprimere molti gravi delitti e gruppi criminali, che minacciano o guastano la vita sociale e l’attività istituzionale. Gruppi che sono fortissimi, radicati,  istituzionalizzati, così che indebolire l’azione di contrasto ad essi, e nascondere alla gente ciò che su di essi via via si scopre, equivarrebbe, probabilmente, a lasciar loro mano libera sullo Stato e sulle amministrazioni locali. In quanto al secondo, anzi ai secondi (perché di scudi ve ne è più d’uno, anzi vanno sempre rinnovati in quanto la Corte Costituzionale li dichiara illegittimi), da un lato è evidente che non ci dovrebbero essere privilegi giudiziari per alcuno (salve le immunità diplomatiche), e che la giustizia dovrebbe poter giudicare e reprimere anche i politici, soprattutto se hanno cariche pubbliche, perché se risultano essere colpevoli di gravi reati, devono essere rimossi tanto più rapidamente, quanto più è importante la loro carica. Al contempo, dall’altro lato è altrettanto evidente che è di pubblico interesse che il prestigio anche internazionale e la libertà di azione di coloro che sono al governo non siano attaccabili o condizionabili mediante azioni giudiziarie, corrette o strumentali che siano. Inoltre, in un sistema come quello italiano, in cui non si consegue potere politico ed economico se non violando e facendo violare, in modo organizzato, le regole ufficiali – in un sistema cioè in cui tutti i politici e gli imprenditori che contano hanno scheletri nell’armadio, senza uno scudo giudiziario e un bavaglio mediatico tutti sono delegittimabili ed condizionabili da chi esercita il potere giudiziario come pure da chi dispone di archivi e dossier di un certo tipo. Alla fine sarebbero questi soggetti a decidere, senza assumersi però alcuna responsabilità politica, chi e come debba governare e fare affari. E i magistrati italiani, maggioritariamente, sono già costituiti in gruppo di interesse sindacalmente (o corporativamente) organizzato, con cui svolgono azione politica di parte. Sono quindi lontanissimi da ciò che dovrebbero essere per svolgere le funzioni assegnate loro dalla Costituzione, sicché sarebbe un controsenso affidare loro il compito e i mezzi per ristabilire la legalità, come alcuni vorrebbero, perché la loro posizione è, di fatto, essa stessa illegittima. Sarebbe un controsenso come l’affermare, in un sistema in cui i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti politici e non dal popolo, che l’investitura elettorale sia il criterio finale di legittimazione, davanti al quale anche i giudici devono fermarsi.

In conclusione, dobbiamo prendere atto che manca un fondo sano a cui appoggiarsi, sia dal  lato della giurisdizione che dal lato della legittimazione democratica; che interventi risanatori sono possibili solo se le devianze sono circoscritte e non sistemiche; e che pertanto conviene risparmiare le energie, non spenderle in sforzi  inutili: infatti, non vi è una soluzione possibile ai problemi suddetti, perché non si tratta semplicemente di contemperare principi e valori generali per certi versi contrastanti (il diritto alla privacy con l’esigenza di indagare, il principio di eguaglianza coll’esigenza di prestigio e non ricattabilità del governo), ma di un sistema di potere reale che vive di regole incompatibili con quelle ufficiali, sia della Costituzione, che del Codice Penale. L’Italia non ha, per sua “composizione”, alcuna possibilità di essere uno Stato di diritto, né uno Stato basato su leggi scritte, né uno Stato basato su trasparenza e accountability del potere effettivo, né un sistema-paese capace di adattarsi e di correggersi in relazione all’evoluzione della tecnologia o della competizione globale. Infatti, da vent’anni è in declino e nessun governo fa riforme correttive.

Nel momento, che potrebbe ben collocarsi nel prossimo inverno (per le ragioni suddette), in cui il declino e l’impoverimento produrranno gravi proteste sociali e delegittimazione dello Stato, resterà  una sola riforma possibile per mantenere la governabilità e l’unità del Paese: una riforma in senso poliziesco, autoritario, legittimata dall’emergenza, attuata probabilmente da un nuovo governo “di larghe intese”, istituzionale, sostenuto dal Quirinale. Tale riforma è verosimile che sia fatta e che abbia successo, perché la popolazione italiana è complessivamente incline al compromesso e alla ricerca dell’espediente, mentre non è portata a lottare per la libertà, la dignità, la difesa del lavoro e del risparmio. Per tenerla a bada in un periodo di forte recessione basteranno sorveglianza telematica, sanzioni fiscali e amministrative (accertamenti fiscali intimidatorii, fermi amministrativi, esclusione da pubblici servizi e benefici) assieme a violenze di branco in uniforme da parte delle forze dell’ordine sui cittadini che protestassero – violenze di cui moltissimi dei loro componenti hanno ampiamente dimostrato di essere capaci, con o senza guida dai vertici gerarchici, fino all’omicidio e alla calunnia. Il G8 di Genova è stato un collaudo generale di questo strumento.

L’alternativa sarebbe quella della liberazione del Nord, quale entità economicamente e civilmente vitale, da ciò che recentemente The Economist ha definito “Bordello”, cioè Roma e il Sud – entità oggettivamente distruttiva sia dell’economia, che della capacità di ammodernarsi, che del rispetto e delle fiducia verso regole e istituzioni, cioè della base di qualsiasi capacità organizzativa. Se si conosce il sistema economico, amministrativo e politico di Bordello, non si accetta l’idea di essere uniti ad esso e di essere amministrati dalla sua burocrazia e con la sua cultura. Ma la liberazione del Nord da Bordello non è realisticamente fattibile.

Occorre quindi risparmiare l’energia mentale ed economica di cui si dispone, non disperderla in vani tentativi di correggere l’incorreggibile, e impiegarla per costruire, per sé e per i figli, un futuro oltre confine.

02.07.10

Marco Della Luna

POMIGLIANO: SILENZIO SULL’ESSENZIALE

Abbiamo scelto un insieme di lavoratori con un’immagine francamente indifendibile per iniziare a introdurre deroghe altrimenti impresentabili, o perlomeno allarmanti, a diritti fondamentali e indisponibili. Questa è ingegneria sociale. Ma è anche solo l’inizio di un processo epocale.

L’immagine dei dipendenti Fiat di Pomigliano, vera o falsa che sia, è appunto pessima, indecente, indifendibile: decenni di impudente assenteismo, di finte malattie e finti certificati medici, record di improduttività, irresponsabilità e doppiolavorismo in malattia, infortunio e cassa integrazione.

Abbiamo detto a loro e a tutti: adesso siamo globalizzati e in recessione, voi state in competizione di libero mercato anche coi metalmeccanici cinesi; il capitale va dove le condizioni gli sono più favorevoli: è il libero mercato, il bene di tutti; se rinunciate a diritti economici sindacali e costituzionali con un libero referendum, allora investiamo i nostri soldi qui in Campania e vi diamo un reddito, altrimenti andiamo altrove. Vedete voi.

La maggioranza dei sindacalisti e dei politici, e gli economisti di governo, approvano dichiarando che è una scelta dura ma positiva e  realistica, intelligente, da prendere ad esempio, giustificata dalla necessità di attrarre investimenti, invertire la delocalizzazione e mantenere i posti di lavoro.

La FIOM e pochi altri rifiutano dichiarando che è un ricatto con la minaccia della fame,  e che su diritti fondamentali e costituzionali non si deve transigere; confidano che i giudici invalideranno le clausole che derogano ad essi. Vi è chi ricorda che, come diceva Karl Marx, l’interesse e la tendenza obiettivi del capitalismo sono a massimizzare i profitti minimizzando i costi, quindi anche i salari, fino al livello di sussistenza e riproduzione della forza lavoro. Io però direi fino al semplice livello di sussistenza, perché oggi la forza lavoro si trova già riprodotta gratis nel Terzo Mondo, a josa. Basta lasciarla entrare, e arriva persino a proprie spese. I costi sociali si scaricano sulla collettività.

Ambo i fronti hanno in parte torto, in parte ragione.

Ma entrambi mentono, anzi osservano il silenzio sull’essenziale, sulla vera causa del decadimento industriale occidentale. Ossia sui seguenti fatti:

La competizione dei salariati italiani con quelli cinesi, anzi dell’Italia e dell’Occidente con la Cina, non è solo e non è tanto sui salari e sugli altri diritti del lavoratore, quanto e soprattutto sul fatto che in Italia, USA, Germania, Giappone etc. la spesa pubblica avviene mediante indebitamento dello Stato, e in Cina no.

E che quindi la Cina, diversamente da noi, può finanziare lo sviluppo senza debito.

E lo sviluppo senza debito è anche senza inflazione, perché: a)il debito genera interessi passivi e tasse, che sono costi di produzione, quindi vanno a rincarare i prodotti e i servizi; b) la spesa pubblica senza debito, aumentando le infrastrutture, quindi la produttività e la produzione, cioè l’offerta di beni e servizi, si tiene basso il loro prezzo anche se aumenta la domanda a seguito dell’aumento di liquidità; c) lo Stato, creando e immettendo moneta nella società, dà a questa (imprese e cittadini) il denaro per pagare gli interessi sui crediti che ottengono.

Per contro, i paesi che non adottano questo sistema monetario, o uno simile – America, Giappone ed Europa in primis – hanno i grafici dell’indebitamento (pubblico e privato) in ascesa costante e sempre più rapida, e ricorrenti crisi di insoilvenza. Si ammette oramai pubblicamente che non potranno mai pagare i loro debiti sovrani. La loro massa monetaria è, infatti, interamente generata dal sistema bancario mediante creazione di debito di pari importo capitale e gravato di interesse composto, che determina appunto e automaticamente l’ascesa inevitabile e sempre più rapida dell’indebitamento e del costo del servizio del debito, cioè il drenaggio degli interessi passivi sui margini di profitto, fino a renderli negativi, come già avviene in molti settori produttivi, che hanno quindi chiuso o stanno chiudendo. Oramai circa la metà dei costi di produzione è costituita da costi finanziari, diretti e indiretti – molto più dei costi del lavoro, soprattutto nelle produzioni a media e altra tecnologia. Anche la Germania, entrata nell’Euro, è lontana dal modello renano di sviluppo, coi tassi intorno all’1%. Quindi le nuove tecnologie, sostenute da maggiore disciplina, potranno sì, anche a Pomigliano, dare un recupero di produttività quindi competitività, ma sarà un fuoco di paglia: la curva esponenziale del costo del debito lo riassorbirà prestissimo.

E su tutto ciò le manovre e i tagli e i sacrifici non hanno influenza perché non toccano il meccanismo di fondo, che è quello della moneta-debito. E’ come gettare a mare i mobili del Titanic che sta affondando perché ha la chiglia squarciata.

E vi è di più: la Cina non ha bisogno di adattarsi alle avide condizionalità del FMI e dei capitalisti sovrannazionali per attrarre capitali di investimento al fine di sviluppare la propria economia, dato che può generare la liquidità in proprio e senza debito e finanziare da sé lo sviluppo.

E ciò vale non solo per la concorrenza tra imprese e lavoratori cinesi e occidentali, ma anche per la concorrenza tra Cina e altri Stati, in fatto di creazione di infrastrutture di supporto all’economia.

Inoltre, non avendo bisogno di emettere titoli di debito pubblico per finanziare la propria spesa pubblica, la Cina non è esposta agli attacchi speculativi della finanza internazionale, tipo short selling, sul proprio debito pubblico; quindi non può essere depredata né ricattata come la Grecia o l’Italia. Anzi, poiché il governo ritira la valuta straniera ricevuta in pagamento dagli esportatori cinesi cambiandola contro la valuta nazionale, esso può usare la valuta straniera per comperare bonds americani, europei etc. in quantità tali, da acquisire un potere di destabilizzazione e condizionamento su quei medesimi paesi.

Se non adotta il sistema monetario cinese, che libera la spesa pubblica dall’indebitamento, e che affranca dal capitale straniero (spesso di rapina), l’Italia, anzi l’Occidente, va semplicemente a fondo, anno dopo anno. Punto e fine.

Queste cose non le dice la FIOM né gli altri sindacati, non le dice Tremonti né Trichet, non le dice Berlusconi né la Marcegaglia, né (quasi lo dimenticavo) il Bersani. Silenzio sull’essenziale. Anzi, tutti collaborano nel nasconderle all’opinione pubblica, agli imprenditori, ai lavoratori. Collaborano, pur con le loro divergenze di superficie, a costruire e confermare, nella gente, l’idea ingannevole che si tratti solo di un problema di concorrenza, di costi del lavoro, e che le variabili, le leve, su cui si può agire siano quelle dei tagli, dei sacrifici, delle rinunce – nella spesa pubblica e nei diritti di lavoratori, risparmiatori, contribuenti. Quindi occorrono, e bastano, ragionevolezza e sopportazione, per uscire dalla crisi (quella che già ieri era superata, naturalmente). Del resto, quelle inutili leve sono le uniche di cui i governi dispongano, visto che le leve che contano, quelle monetarie, sono saldamente in mani bancarie private, come le banche centrali. Tanto saldamente, che i politici non ardiscono nemmeno parlarne. Solo Tremonti ha fatto accenni a questi temi.

Dato che sacrifici, tagli e rinunce non possono avere, non hanno mai avuto, né mai avranno, alcun effetto sulla causa reale e diretta del problema, essi vengono, oramai da almeno 15 anni, continuamente rinnovate, perché sempre ci si accorge, pochi mesi dopo, che sono insufficienti.

Quindi i tagli dei diritti sindacali e costituzionali dei lavoratori di Pomigliano sono solamente l’inizio. I tagli si allargheranno e si espanderanno via via che la curva del debito e conseguentemente degli interessi e della non-redditività delle imprese si impennerà nel suo andamento esponenziale. Oggi li facciamo rinunciare a certi diritti di sciopero e di retribuzione in malattia come condizione per dargli una misera paga, domani li faremo rinunciare a tutele contro infortuni e malattie professionali per conservare il diritto alla pensione; dopodomani, a parte del pagamento in denaro se vogliono avere alloggio e servizi pubblici “liberalizzati”. Poi toccherà alla generalità dei cittadini, ai diritti civili e politici, iniziando con la privacy.

Per paesi sottoposti alla moneta-debito e alla sovranità monetaria privata delle banche, col suo moltiplicatore esponenziale dell’interesse composto, il peggioramento delle condizioni di vita e di diritti, nella competizione con paesi dotati di un sistema monetario come quello cinese, che sgancia la spesa pubblica dall’indebitamento, è un processo automatico, che proseguirà senza limiti e recuperi. E come partecipare a una maratona tenendo le gambe nel sacco, con uno che ti bastona perché ti devi sforzare di più. Dell’unica possibile riforma che cambierebbe le cose, ossia togliere le gambe dal sacco, neanche si parla al pubblico.

Taglio dopo taglio, perciò si arriva, inevitabilmente, alle tensioni sociali in popolazioni che vengono rapidamente impoverite e alla necessità di gestirle con nuovi strumenti di polizia, di sorveglianza, di tutela dell’ordine pubblico e di law enforcement, ossia di imposizione della “legge”. A questo fine sono state rese disponibili e vengono introdotte molte nuove tecnologie di monitoraggio, di tracciamento, di ispezione (vedi, da ultimo, Maroni che pare voglia introdurre il bodyscan anche nelle stazioni ferroviarie). Vengono altresì derogate o abrogate norme che proibiscono l’uso delle forze armate sul territorio nazionale in funzione di ordine pubblico contro le proteste della popolazione (vedi l’abrogazione del Posse Comitatus negli USA, l’uso dell’esercito contro i cittadini che si opponevano alla lottizzazione privata di aree della Lousiana colpite dall’uragano Katrina, l’impiego dei mercenari contractors della Blackwater Corp. verso popolazioni civili). Le stesse agitazioni sociali creano le condizioni politiche per imporre tali misure.

Certo, render noti questi fatti alla popolazione la renderebbe inutilmente ingovernabile, il che sarebbe ancora peggio, quindi non lo si fa. A che serve, alla gente, sapere che non ha futuro? Che i suoi sforzi e sacrifici sono vani? Sappiano però FIOM, Marcegaglia, Tremonti, Trichet, Bersani, Berlusconi, Draghi e compagni, che alcuni osservatori, pur comprendendo le loro ragioni, non bevono il loro catechismo economico per ragionevoli pappagalli.

Mantova, 17.06.20

Marco Della Luna, consigliere L.I.A.

MACELLERIA SOCIALE ED EVASIONE BANCARIA: PERCHE’ DRAGHI DOVEVA TACERE

Nella sua allocuzione del 31 Maggio 2010, Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia e candidato alla presidenza della BCE, ha definito l’evasione fiscale come “macelleria sociale”. Ma Draghi, come tutti i governatori di banche centrali, come tutti i gestori di banche di credito, è l’ultima persona al mondo legittimata a parlare di evasione e giudicare gli altri. Vediamo perché in cinque punti. Cinque punti di critica, ma anche di proposta per riforme eque ed efficaci da parte di ogni statista e di ogni ministro dell’economia che vogliano passare alla storia e non finire nell’affollato dimenticatoio dei burattini senza volto.

E’ nozione comune e incontestata che la liquidità (l’insieme di ciò che l’economia e la società usa come danaro, dalla cartamoneta al denaro elettronico) è creato dal sistema bancario, senza copertura aurea (abbandonata completamente dal 1971), quindi a costo zero. Si parte dalle banche centrali che creano dal nulla cartamoneta e attivi sui loro propri conti correnti, e li prestano a basso interesse alle banche di credito, che con essi comperano  titoli del debito pubblico, portatori di interessi (che paghiamo noi con le tasse), emessi dai governi per finanziare il proprio deficit di bilancio.

E qui va fatto il primo rilievo: le banche centrali, quando creano (e poi usano per comperare titoli o erogare crediti remunerati) denaro o attivi dal nulla, aumentano il proprio patrimonio (cioè guadagnano) a costo zero, e su questo aumento non sono tassate, perché fanno figurare che esso sia compensato dall’uscita del denaro così creato. Ma siccome questo denaro è creato da loro a costo zero, la compensazione è fasulla, come riconoscono i manuali di economia politica, dal Krugman al Blanchard, e le tasse dovrebbero essere pagate, previa revisione dei bilanci e accertamento del reddito evaso. Quindi, poiché le banche centrali evadono o eludono massicciamente le tasse, i loro governatori non sono legittimati a giudicare in materia di evasione.

Proseguiamo. E’ pure nozione comune e non contestata, che le banche di credito, partendo dal denaro creato dalle banche centrali, lo moltiplicano nel seguente modo: esse mettono a riserva questi titoli presso la banca centrale, oppure prendono a prestito da essa i depositi che essa crea a costo zero, per poi depositarli presso di essa, sempre a riserva. Partendo da questa riserva, e applicando il moltiplicatore bancario, che normalmente è di dieci, esse erogano credito per un importo complessivo pari a dieci volte le riserve. Ossia, se hanno a riserva 10, possono erogare credito per 100, percependo interesse su 100, mentre pagano interessi solo su 10. Inoltre, i loro interessi attivi sono molto superiori a quelli passivi. Se pagano l’1% di interessi passivi alla banca centrale per le riserve, e si fanno pagare mediamente l’8% dai loro clienti, allora guadagnano, di interessi, (8 x 10 ) – 1 = 79. In realtà, però, la percentuale di riserva non è un limite alla creazione di liquidità, perché portano a riserva sia i depositi che ricevono, che i crediti corrispondenti ai “prestiti” che erogano (cioè, se ti prestano 10 si registrano a credito 10 di capitale più gli interessi a scadere). Il limite alla creazione di liquidità mediante la concessione di crediti è posto dalla capacità del sistema di richiedere e sostenere il credito, oppure da accordi di cartello tra le banche (Basilea I, II, III). Oggi la massa monetaria complessiva (tutto ciò che usiamo come moneta, compresi gli attivi di conto corrente) è costituita per il 92% da liquidità creata dalle banche di credito.

E qui va fatto il secondo rilievo: le banche di credito, nel modo suddetto, creano a costo zero o minimo enormi quantità di liquidità – ossia incrementano i loro patrimoni. Su questi incrementi anch’esse, come la banca centrale, non pagano tasse, perché anch’esse, come la banca centrale, compensano contabilmente quegli incrementi patrimoniali facendo figurare pari uscite di capitale dal loro patrimonio, che però non avvengono, appunto perché la banca di credito non presta il denaro della raccolta, ma crea liquidità nello stesso atto di erogare il credito. Anche questa è elusione o evasione, e siccome molte banche centrali, come quella italiana, sono di proprietà di banchieri privati, che godono di questo doppio privilegio (aumentare la propria ricchezza a costo zero e senza pagare le tasse su tale aumento), i governatori di quelle banche centrali non sono legittimati a parlare di evasione.

Andiamo avanti. Il sistema bancario nel suo complesso realizza grandi profitti siccome crea a costo zero denaro  con cui compera i titoli del debito pubblico emessi dallo Stato e gravati da interesse. Il sistema bancario, come abbiamo detto, usa i titoli di Stato come copertura e riserva frazionaria per emettere la cartamoneta, il denaro legale (8%), e il denaro creditizio (98%). I contribuenti devono pagare le tasse allo stato affinché lo Stato possa pagare gli interessi al sistema bancario. Ma, se lo Stato è in grado di emettere titoli a copertura e riserva del denaro legale e del denaro creditizio, allora è in grado di emettere in proprio anche il denaro legale e il denaro creditizio, anziché prenderlo in prestito pagando interessi e finendo per accumulare un debito pubblico enorme, che non riesce a ripagare, e che può mantenere solo imponendo tasse crescenti per pagare gli interessi passivi. In effetti, lo Stato italiano emetteva in proprio il biglietto da 500 Lire, ed emette tuttora in proprio le monetine metalliche. Altri Stati hanno emesso o emettono denaro senza prenderlo a prestito dalle banche. Alcuni sostengono che la politica sia demagogica e inaffidabile, e che quindi sia preferibile lasciare ai banchieri privati il potere e il monopolio di creare il denaro, di regolarne la quantità in circolazione e il tasso di interesse. Ma di fatto i banchieri usano questo potere nel loro interesse e per aumentare i propri profitti a spese della società e dei produttori di ricchezza (i banchieri non producono né beni né servizi; quindi la crescita dei loro patrimoni avviene a spese dei patrimoni e dei redditi degli altri, che li producono).

E con questo possiamo formulare il terzo rilievo: Draghi e i suoi colleghi non sono legittimati a parlare di evasione, perché buona parte delle tasse che lo Stato raccoglie vanno a pagare interessi sul debito pubblico in favore del sistema bancario. Debito pubblico e interessi passivi che esistono e crescono solo perché lo stato, senza alcuna ragione, ha donato al sistema bancario il potere sovrano e politico di creare dal nulla denaro, di regolarne la quantità disponibile all’economia, di fissarne il tasso di interesse, di incassare in proprio gli interessi.

Adesso vediamo il quarto punto. Il sistema bancario crea denaro usato dalla società – supponiamo 100 – interamente mediante operazioni di credito: crea il denaro legale scambiandolo contro titoli del debito pubblico (cioè facendo credito allo Stato); e crea il denaro creditizio erogando credito ai clienti che lo richiedono a prestito. A ciascuna unità monetaria creata corrisponde un’unità di debito capitale. Quindi, se il denaro complessivamente creato è 100, il debito capitale è pure 100. E, siccome il debito è gravato di interesse passivo, dopo un anno avremo che il denaro esistente è sempre 100, ma il debito è cresciuto a 110 (posto 10% il tasso finale di interesse). A questo punto si avvia un meccanismo la cui azione è, inizialmente, leggera, poco avvertibile, quindi esso viene accettato. Ma dopo 5 anni, avremo che il denaro esistente è 100 e il debito è 200. Oppure, se la società paga annualmente l’interesse, dopo 5 anni il denaro disponibile per l’economia è 50, e il debito è 100; quindi l’economia va in deflazione per effetto del calo di liquidità. In realtà, prima che ciò avvenga, la società, per poter servire il debito, ossia pagare gli interessi, prende a prestito ulteriore denaro, sui cui pagherà interessi in aggiunta a quelli che già paga. E così più e più volte. In tal modo però non risolverà il problema, ma soltanto lo differirà fino al punto in cui il reddito non sarà più sufficiente a pagare gli interessi e il patrimonio non sarà più sufficiente per ottenere nuovi prestiti. Una crescente quota dei redditi dovrà essere spesa per pagare gli interessi dei debiti pubblici e privati, e tasse destinate al servizio del debito pubblico. Il margine di profitto delle aziende si contrarrà sino ad azzerarsi, come sta già avvenendo in molti settori produttivi. Lo Stato, in particolare, per tirare avanti, cioè per pagare i crescenti interessi sul debito pubblico, dovrà continuamente aumentare la tassazione, tagliare i servizi e gli stipendi, vendere i propri beni. I banchieri, in tal modo, attraverso l’opera del governo, rastrellano tendenzialmente tutto il reddito, tutto il prodotto del lavoro e degli investimenti del corpo sociale. Ecco alcune cifre esemplificative: -Oneri per il servizio del debito statale 2009 (Assestato): €77,6 miliardi; -Rimborsi del debito statale 2009 (Assestato): €215,2 miliardi; -Variazione Debito Pubblico 2008/2009: +90 miliardi). Profitto per i banchieri, fallimenti, licenziamenti e sacrifici per tutto il resto della società.

Questo è il meccanismo del denaro-debito messo su e gestito dalla comunità bancaria mondiale, di cui fanno eminentemente parte le banche centrali. Ed è questa la quarta ragione per la quale Draghi non ha diritto di parlare di evasione fiscale.

Creando denaro-debito gravato di interessi, cioè creando più debito che liquidità,  e alternando periodi di credito facile a tassi bassi con periodi di credito stretto a tassi alti, la comunità bancaria costringe la gente e le imprese, per sopravvivere, alla rincorsa disperata del profitto, alla lotta di tutti contro tutti, perché ciascuno, essendo il denaro disponibile meno di quello dovuto, per pagare gli interessi passivi che gli competono (sia come interessi diretti, sia come tasse), deve togliere denaro a qualcun altro ad ogni costo. Questo è il fattore che costringe gli uomini alla rincorsa del profitto per il profitto, alla sopraffazione, allo sfruttamento radicale. Che li disumanizza. Ma è anche il fattore che costringe ad evadere per sopravvivere, per conservare un reddito, per limitare i costi e non chiudere, licenziare, fallire. Si può dire, quindi, che molti evadono le imposte e i contributi sociali per poter pagare gli interessi alle banche. Per poter pagare gli stipendi ai lavoratori, sia pure in nero. Per poter pagare le materie prime. Per poter contenere i costi di produzione così da non finire fuori mercato e dover chiudere. Quindi questa evasione potrebbe esser considerata una legittima difesa per l’evasore, e un bene per la società, perché la protegge contro una spoliazione mortale e le consente di sopravvivere.  Ma, alla luce di quanto detto sul sistema monetario, va riconosciuta una realtà più profonda: l’evasione, il denaro evaso, è, in larga parte, denaro che non c’è, che il corpo sociale non ha, e che quindi non potrebbe dare allo Stato nemmeno volendo, nemmeno se volesse togliersi il sangue pur di fare il proprio “dovere”. Non potrebbe, proprio a causa del sistema monetario congegnato e diretto dalla comunità bancaria, del debito perpetuamente crescente che esso genera in automatico, aumentando inarrestabilmente il debito e gli interessi passivi rispetto alla liquidità, e portando altrettanto inesorabilmente alla recessione, ai fallimenti, ai licenziamenti, al commissariamento di interi paesi, a sacrifici tanto duri quanto non dovuti.

Se tutto questo non è “macelleria sociale”, e della più lucida e spietata, allora Draghi aveva il diritto di parlare come ha parlato e sottoscrivo pienamente ciò che ha detto.

01.06.10

Marco Della Luna, consulente di Liberi Industriali Associati, autore di Euroschiavi, Neuroschiavi, Oligarchia per Popoli Superflui, La Moneta Copernicana

Pubblicazioni

LIBRO: “NEUROSCHIAVI

E’ disponibile in collaborazione con Macrolibrarsi.it , il mio nuovo libro “NeuroSchiavi”

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NEUROSCHIAVI :

TECNICHE E PSICOPATOLOGIA DELLA MANIPOLAZIONE MENTALE COLLETTIVA E INDIVIDUALE

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Gli strumenti attraverso cui l’uomo viene dominato e sfruttato sono essenzialmente di tre tipi: giuridici, psicologici ed economici. Conoscerli è condizione per restare o tornare liberi.

La società non si autogoverna, ma è gestita – dall’esterno – attraverso strumenti sempre più evoluti. Fin dall’inizio di questo secolo, già colpito da recessione strutturale e da crescente povertà, gli Stati hanno iniziato ad attrezzarsi con strumenti psicologici ed elettronici di controllo e repressione, capaci di gestire un ampio e turbolento malcontento. Il recente progresso tecnologico aumenta sempre più il divario tra il vertice e la base della piramide sociale, dando al primo un ampio spettro di mezzi per un controllo centralizzato dell’opinione pubblica. I governi, soprattutto statunitense e britannico, si attrezzano per inibire e reprimere tecnologicamente il dissenso sociale causato dalla recessione. Si va verso il conformismo imposto e la tecnocrazia.

In uno scenario dove libertà e consapevolezza sono sempre più minacciate, è indispensabile conoscere gli strumenti che le attaccano. Neuroschiavi ha questo scopo. Il libro descrive i meccanismi di condizionamento adoperati nella storia – dal plagio religioso alla propaganda politica, dal marketing e pubblicità fino al controllo elettromagnetico – integrando il piano psicologico con quelli neurofisiologica e sociologico, ponendosi l’esigenza di studiare, comprendere e contrastare l’opera di tali mezzi, a tutela della libertà e del (possibile) benessere proprio e altrui. Un’opera basata su aggiornatissimi progressi scientifici e su conoscenze dirette. Un indispensabile manuale di sopravvivenza e autodifesa in uno scenario di vita sempre più aggressivo e subdolo. Neuroschiavi è un’opera unica per l’ampiezza e l’esaustività delle informazioni che offre sulle tecniche di manipolazione della mente.

LIBRO: “LA MONETA COPERNICANA

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Crisi e maxi-truffe bancarie di Parmalat, Enron, Halliburton, Lehman Brothers etc., diffondono in tutto il mondo insicurezza, recessione, impoverimento. Paradossalmente, proprio nel far ciò, esse palesano la vera natura e la potenzialità rigenerativa della moneta, capace di rilanciare lo sviluppo sano di ricchezza reale ed evitare gli anni bui che altrimenti si prospettano.
Questa potenzialità è stata finora tenuta nascosta dallo stesso sistema bancario che ha generato le bolle finanziarie e i grandi crack. Tenuta nascosta col dogma del sistema bancario come fonte obbligata della moneta e come proprietario del suo valore. E col dogma del debito come peccato di nascita della moneta. Tenuta nascosta per mantenere la società e  la politica  in un  rapporto di dipendenza. La moneta non ha  affatto bisogno di nascere da un prestito  (debito), come avviene anche col Dollaro e con  l’Euro; anzi,  solo  se nasce  senza  indebitamento è  sostenibile –  se nasce con indebitamento, automaticamente distrugge sé stessa attraverso il meccanismo dell’interesse composto: ciò che ora sta succedendo. E, succedendo, rende visibile che:
- le grandi truffe finanziarie, il gonfiaggio delle bolle e il loro scoppio, le fasi di recessione, non sono eventi naturali o accidentali, ma un potente strumento di accumulazione di ricchezza;
- la dottrina economica dominante, sostenuta dal sistema bancario (comprese le banche centrali), sposata dai governi, era non solo erronea, ma strumentale al business delle bolle e delle truffe finanziarie;
- banche e agenzie di rating, nell’inerzia di autorità monetarie e di borsa, hanno inondato i mercati e i mass media di informazioni false per favorire quel medesimo business.
Dietro il crollo del castello della carta-straccia finanziaria, appare un secondo castello, altrettanto pericolante: il castello della carta-straccia monetaria, della banca straccia.  È questo il vero pericolo, che la politica e i mass media esitano ancora a menzionare: restare senza moneta.Copernico, dimostrando che al centro del sistema solare è il Sole, e non la Terra, rese possibile una corretta comprensione dei  fenomeni  astronomici,  quindi  la  fisica moderna. Analogamente  questo  libro,  svelando  e  provando  che non  è l’Uomo a ruotare intorno al denaro, ma è il denaro (la banca) che ruota intorno al lavoro dell’Uomo e da esso deriva il suo valore, consente alla società, attraverso una moneta libera da debito, di liberarsi dalla dipendenza da un sistema bancocentrico  basato  su  una  scarsità  artefatta  de lle  risorse  e  divenuto  oramai  sostenibile  solo  attraverso  continue trasfusioni di denaro sottratto ai contribuenti. Oltre  a  esporre  le  basi  scientifiche  di  questa  rivoluzione,  gli Autori  formulano  un  articolato  e  concreto  piano  di risanamento e rilancio dell’economia su basi eque, sostenibili e trasparenti.

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INGANNO, DEPRESSIONE E CORRUZIONE

LA CRISI E’ ALLE SPALLE – NON CI SARANNO NUOVI SACRIFICI – QUALCUNO HA PAGATO IL MIO APPARTAMENTO A MIA INSAPUTA – AL SALARIA SPORT VILLAGE MI CURAVANO L’ERNIA DEL DISCO.

Hanno mentito e mentono ancora. Hanno mentito quando dichiaravano che l’Euro avrebbe protetto il potere d’acquisto, e all’opposto lo ridusse del 40%. Era così sicuro e conveniente – dicevano – che non solo era superflua una consultazione popolare, ma anzi la gente doveva assolutamente pagare tasse aggiuntive per meritare il privilegio di entrare nell’Euro, nella Moneta Unica.

Mentirono sulla quantità di tasse da pagare per entrare nell’Euro: prima erano 5.000 miliardi di Lire, poi 10.000, poi 20.000. A un certo punto ci dissero che finalmente eravamo nell’Euro, nella Moneta Unica. Ma anche qui mentivano, e ora ce ne stiamo accorgendo: l’Euro non è una moneta unica. Affermarlo, è stata una truffa. Esso è una cosa molto diversa: è un insieme di parità fisse di cambio tra le varie monete partecipanti. E’ come il vecchio Sistema Monetario Europeo, saltato nei primi anni ’90, solo che ha introdotto banconote e spiccioli comuni, per corroborare l’illusione che sia una moneta unica. Non è una moneta unica perché l’Euro viene prodotto dalla BCE e “venduto” ai singoli paesi contro titoli del debito pubblico dei singoli paesi. Ogni paese emette e vende i suoi propri titoli. Ogni paese, ogni debito pubblico, ha il suo rating e paga il suo tasso di interesse: più i suoi conti sono affidabili, meno paga. E le differenze possono essere elevate. Inoltre, le agenzie di rating possono giocare, e hanno giocato, a dividere l’Eurozona ribassando artatamente il rating di questo o quel paese finanziariamente in difficoltà. Si può arrivare a una situazione in cui la BCE dichiari che i titoli di un dato paese dell’Eurozona non siano più utilizzabili per acquistare Euro.

Affinché più paesi facciano una moneta unica, comune, è necessario che emettano titoli del debito pubblico comuni, ossia che unifichino i loro rispettivi debiti pubblici. Che paghino un unico tasso di interesse. Il che ovviamente non è avvenuto e non può avvenire: Germania e Francia non unificheranno mai i loro debiti pubblici con quelli di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia. Ecco perchè fu una vera e propria truffa, gli artifici e raggiri: indussero la gente a pagare loro delle tasse in più, a dare loro dei soldi, con la promessa di un vantaggio che non c’era. Ma sono una classe di truffatori professionali.

Quello che è avvenuto e che era prevedibile e inevitabile, e da alcuni è stato voluto, è che costringere sistemi economici poco efficienti a servirsi della medesima moneta dei sistemi economici più efficienti con cui avevano rapporti di concorrenza e/o di scambio commerciale, ha causato il declino e lo smantellamento dei sistemi economici inefficienti, non competitivi: Grecia, Meridione, Portogallo… Tanto più che, al contempo, arrivava l’attacco competitivo nei nuovi paesi comunitari est-europei nonché della Cina, dell’India, del Pakistan, del Marocco… Tra aree economiche aventi livelli di efficienza e di indebitamento molto distanti tra loro, non ci può essere una moneta comune. Ma non può nemmeno sopravvivere una parità comune, senza ammazzare le aree deboli, non competitive. A meno che queste non prendano il potere politico sull’Unione e non sfruttino colonialmente quelle forti. Quindi l’Euro salterà, in un modo o nell’altro.

Intanto i banchieri portano avanti la loro politica e i loro affari. Ricordate quando le banche, la BCE, erogavano prestiti facili e a minimi tassi? E poi, quando famiglie e imprese si furono indebitate, strinsero i cordoni con Basilea I e Basilea II, mandando a rotoli l’economia? Causando una marea di insolvenze e di pignoramenti? E, quando i costi maggiori finanziari prodotti da questa stretta creditizia, cioè monetaria, e le insolvente, pure da essa prodotte, si tradussero in un generale rincaro dei prezzi, gridarono all’inflazione monetaria, e strinsero ancora di più i cordoni della liquidità, e alzarono ripetutamente i tassi, fino a ottenere il crollo dei mercati finanziari e dell’economia reale nel 2008? Vi ricordate che, allora, diciamo a fine luglio, dall’oggi al domani,contraddicendosi spudoratamente, gli stessi “scoprirono” che c’era un drammatico bisogno di liquidità, e buttarono i tassi a zero? E usarono i governi per far rifinanziare banche e simili coi denari pubblici, cioè con pubblico indebitamento, togliendo i soldi all’economia reale e ai redditi e alla spesa pubblica? E avete notato come, con quei rifinanziamenti, le banche hanno imbastito tra loro un frenetico scambio di titoli finanziari per far risalire artificiosamente i mercati, inducendo risparmiatori fondi previdenziali e di investimento a metterci i loro soldi per rifarsi delle perdite del 2007-2008? E come hanno riportato i bonus dei loro CEO a livelli superiori al crollo delle borse?

Adesso la cosa si ripete: nuovo sacco dei redditi e dei risparmi per trasferire ricchezza al sistema bancario, anziché far pagare le banche autrici e beneficiarie di truffe e speculazioni distruttive.

L’inflazione rialza la testa e la BCE assicura che non tollererà che ciò avvenga. Ossia preannuncia e pregiustifica rialzi dei tassi. Ma sa benissimo che, oggi come prima del 2008, non c’è alcuna inflazione monetaria, proprio perché, al contrario di quanto assume (in ovvia mala fede) la BCE, l’economia reale sta morendo di scarsità di denaro disponibile. Quella falsamente presentata come inflazione da eccesso di moneta, in realtà è l’aumento dei costi finanziari (e conseguentemente dei prezzi di beni e servizi) dovuto appunto alla stretta creditizia di Basilea I, II e III , alla pratica sistematica dell’usura da parte delle banche di credito col tacito consenso delle banche centrali, all’aumento dei costi unitari industriali dovuto a diseconomie di scala (a loro volta dovute alla minor produzione e alla concorrenza cinese). Ma anche al fatto che banchieri e governanti hanno dirottato le risorse monetarie dai consumi, dai redditi, dagli investimenti, dalla tutela dei bilanci pubblici al sostegno delle banche e della speculazione finanziaria, demonetizzando l’economia produttiva e indebitando gli Stati a favore di quella speculativa, e diffondendo insolvenze, fallimenti, licenziamenti.

Ora, con le manovre di aggiustamento dei conti, con nuove tasse, con ulteriori tagli dei redditi e della spesa pubblica, e insieme col rialzo dei tassi, è chiaro che i poteri monetari puntano deliberatamente a produrre una depressione economica di prim’ordine e di lunga durata (una manovra che io interpreto, nel mio recente Oligarchia per Popoli Superflui, come finalizzata a salvare la Terra dall’inquinamento industriale e civile, dall’esaurimento delle materie prime, dalla sovrappopolazione). Ci sono precedenti di decisioni di tal tipo calete proprio dall’alto: come provato dal prof. Richard Werner nei suoi saggi The Princes of the Yen e New Paradigm in Macroeconomics, una cosa analoga il sistema bancario internazionale ha già fatto nel 1991 al Giappone, per tagliare le gambe alla sua economia mediante una brusca ed economicamente ingiustificabile stretta monetaria, che bloccò l’espansione industriale e commerciale di quel paese, e ancora oggi lo mantiene nella stagnazione. E così facendo consentì l’ascesa dell’astro cinese, designato a comperare l’incessante emissione di t-bonds balordi degli USA – USA che erano all’inizio di una lunga e costosissima serie di campagne belliche e di un crescente indebitamento interno ed estero, senza possibilità di pagarlo; quindi avevano bisogno di un alleato economicamente gigantesco per sostenerli dal fallimento – un alleato che andava remunerato per questa sua opera. La remunerazione è consistita nel metterlo in condizione di mangiarsi le economie reali e gli spazi di mercato dei vecchi alleati di Washington, dal Giappone all’Italia.

Quale che sia il fine reale della manovra bancaria per mandare l’Occidente in depressione economica, la realtà di tale manovra è tangibile, comprovata. E i politici, i governi, i parlamenti assecondano tale disegno depressivo. Se si volessero realmente opporre, i governi potrebbero facilmente farlo con operazioni sotto copertura nei confronti della grande finanza e delle sue agenzie di rating, analoghe a quelle che conducono nei confronti del terrorismo non finanziario.

In Italia e in altri paesi ci stupiamo che la classe dirigente politica e burocratica rubi, o mangi, o arraffi, e che lo faccia in modo non accidentale, non isolato, ma sistemico. Ma che altro potrebbe fare, se non questo, una classe dirigente che, nel sistema effettivo dei poteri, è sottoposta al potere finanziario, che è il braccio esecutivo e la maschera sporca di quegli interessi, e che su loro mandato saccheggia e boicotta i popoli che sulla carta dovrebbe rappresentare e amministrare? E’ inevitabile che arraffi queol che può in proprio, oltre a saccheggiare per essi. Non ha lo spazio per fare politica, nemmeno per fare piani di politica economica. Può solo eseguire, e rubacchiare mentre lo fa. Ecco perchè, quando ai leaders politici si chiede che programmi di medio e lungo termine abbiano, essi non sanno rispondere.

In Italia, con la tangentopoli bis, stanno sviando l’opinione pubblica dal male grande (il sistema di sfruttamento da parte dell’oligarchia bancaria) al male piccolo ma più accettabile all’opinione pubblica (la c.d. corruzione dei politici e dei grand commis), la quale quindi viene condizionata a vedere il problema come di una classe dirigente diffusamente disonesta: un problema da risolvere con indagini e sanzioni e più richiami a valori etici.

I popoli, le masse, non sono, proprio perché numerosi, in grado di imparare, di capire, di evitare. Agiscono secondo emozioni, abitudini, imitazione. Altrimenti non sarebbero caduti nella trappola dei prestiti facili né in quella della crisi alle spalle. E non sono nemmeno in grado di coordinarsi, altrimenti avremmo già avuto una rivoluzione violenta negli USA come in Grecia, in Italia etc., contro questi parlamenti e questi governi che depredano le loro popolazioni su mandato dei banchieri, mentendo e ingannando sistematicamente in materia economica. Ma queste rivoluzioni sarebbero del tutto inutili, perché non vi è alternativa, nei nostri tempi, al governare i popoli attraverso lo strumento monetario e bancario, e agli strumenti più specificamente manipolatori. Quindi, se non scoppia la rivoluzione, non perdiamo nulla, tranne il truculento e inverosimile spettacolo del popolo che sfoga la sua indignazione sulle piazze, facendo in pezzi ministri, onorevoli e senatori, boiardi di Stato e tutti gli altri da cui crede di essere stato ridotto in miseria.

17.05.10 Marco Della Luna, Consulente di Liberi Industriali Associati

NOSTALGIA AUREA

La presente crisi delle valute, la scoperta che il loro sottostante o collaterale – ossia il debito pubblico – è illusorio perché non può essere pagato, da quello americano a quello italiano, greco, giapponese, spagnolo, britannico etc. – resuscita un senso di nostalgica fiducia, non privo di argomenti razionali, verso la copertura aurea delle monete, abbandonata sostanzialmente dal 1929, e definitivamente dal 1971. Dapprima abbiamo avuto la crisi della scoperta che i titoli finanziari erano cartaccia, perché poggianti su sottostanti irreali o finti. Poi abbiamo avuto al crisi della scoperta che i debiti “sovrani” sono perlopiù impossibili da rimborsare. Ora entriamo nella crisi della scoperta che, siccome i titoli del debito sovrano sono ciò con cui si compera il denaro, anche il denaro poggia sul nulla. Quindi pare urgente ritornare all’oro, come base e garanzia del valore delle monete.

Ma, se guardiamo le cose e soprattutto l’homo sapiens, in prospettiva storica, ossia ponendo attenzione al mutare dei suoi giudizi e comportamenti , e della stessa sua percezione della realtà del mondo in funzione del mutare dei suoi stati emotivi, ci è ben presente la sua irriducibile circolarità o pendolarità.

E allora, scetticamente, ci verrà da commentare come segue.

Oggi, sull’onda della sfiducia nella fiat currency, supponiamo si ritorni alla moneta convertibile in oro;

domani, quando la gente/i mercati avranno dimenticato/saranno usciti dallo stato emotivo odierno, sull’onda dell’euforia della prossima ripresa, di oblia lo’esperienza di ieri e, dicendo che il vincolo aureo limita la massa monetaria, si tornerà alla fiat currency;

oppure si sospenderà il diritto a convertire in oro;

oppure si confischerà l’oro ai cittadini (già avvenuto anche questo);

oppure si faranno sparire le riserve auree;

oppure si fingerà che aumentino, per emettere ulteriore fiat currency, in violazione del rapporto di copertura.

Siccome la gente e i mercati non si curano di ciò che non li sta emozionando nel presente, non “sentiranno” la violazione del rapporto di copertura, preoccupati da altro.

Ciò che fa valere la moneta convertibile in oro, dopo il momento iniziale, non è loro e la reale convertibilità in oro , ma il credere che l’oro vi sia,e poi il fatto che gli altri credano che gli altri credano che l’oro vi sia,e dopo ancora la tranquillità e l’abitudine ad accettare la moneta “convertibile” (sulla carta) come moneta buona. L’origine di questa tranquillità nell’accettarla, ossia la copertura-convertibilità iniziale, sarà dimenticata. E l’oro monetario sarà un fantasma.

Perciò è opportuno comperare oro fisico. In segreto.

Ai mercati e i loro interpreti, miopi come sempre, era bastato un anno di recuperi (peraltro molto dubbi, se guardiamo ai voluti effettivi) per ritrovare il sentiment dell’ebete serenità e fiducia nei meccanismi e nei tecnici della stabilizzazione. E nella falsa dottrina economica delle istituzioni, BCE in testa. Ora sanguinino.

FOTOVOLTAICO AL VERDE

Il business del fotovoltaico è un grossissimo bidone pronto a scoppiare:

-rende solo perché, e finché è, sovvenzionato dalla spesa pubblica (quindi sempre a rischio tagli);

-è un business quindi solo in senso finanziario (trasferimento fiscale dai contribuenti agli investitori);

-non è “verde” perché ecologicamente è passivo (inquina più di quanto faccia risparmiare di inquinamento);

-si basa su piani di 20-25 anni, mentre né in economia né (ancor più) in tecnologia è possibile fare previsioni di questa lunghezza; domani stesso può uscire una tecnologia che soppianta quella attuale abbattendo i costi del 50% o del 90%;

-creare un posto di lavoro in questo settore costa 5 volte crearlo nell’industria “normale”;

-i pannelli fotovoltaici sono di produzione in gran parte non italiana, quindi buona parte della spesa va a beneficio dell’estero.

Però se uno è capace di fare l’investimento e scontare in banca il contratto ventennale di cessione della corrente al gestore monopsonista, incassa i soldi sui ricavi attesi (ma che non ci saranno) e può infischiarsi di quello che seguirà: saranno gli altri a rimetterci, i risparmiatori che avranno acquistato le obbligazioni “verdi” cartolarizzate delle banche finanziatrici dell’operazione speculativa-predatoria.

Guadagnare o non guadagnare dipende, in fondo, dalla forza che uno ha rispetto alla banca, ossia da che percentuale di corrispettivo contrattuale riesce a scontare e a che tasso. Se non ha forza contrattuale con la banca, tutto il profitto (cioè i soldi dei contribuenti messi dallo Stato a disposizione di questo balordo business) se li prende la banca.

Mantova, 16.05.10

Marco Della Luna, Consulente di Liberi imprenditori associati