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DIVARICAZIONE SOCIALE: OLTRE LA DIVISIONE IN CLASSI

 

DIVARICAZIONE SOCIALE: OLTRE LA DIVISIONE IN CLASSI

La diseguaglianza di capacità, conoscenze, ricchezza e diritti è sempre esistita entro la società umana e la ha sempre strutturata e diretta, ma oggi la vertiginosa avanzata della tecnologia la sta moltiplicando sempre più velocemente e la politica non riesce più a contenerla e gestirla entro limiti etici e forme costituzionali, né a nasconderla sufficientemente. La moltiplicazione incontrollabile delle diseguaglianze di fatto, e il loro inevitabile tradursi in diseguaglianze di diritto, è il fulcro della politica contemporanea e il sottostante delle svariate “crisi” economiche e non, che incessantemente si succedono e sovrappongono. Le crisi economiche sono usate anche per forzare, legittimare, coprire l’istituzionalizzazione della divisione in due della società.

Il potente pre-nucleare e pre-informatico poteva essere un monarca assoluto, ma non aveva certo il potere di spiare o eliminare milioni di persone in ogni parte del mondo o azzerare i loro risparmi o destabilizzare bilanci nazionali, da solo, in pochi minuti e semplicemente premendo qualche tasto. Lo può invece fare il potente di oggi, il quale addirittura dispone di tecnologie e strumenti che la popolazione non solo non ha modo di controllare o contrastare, ma nemmeno conoscere, come non conosce i fini per cui vengono adoperati.

Le crisi delle valute, dei debiti pubblici, delle bolle speculative, non potrebbero avvenire se non vi fossero ristrette cerchie di persone dotate di apparati che danno loro il potere, che il resto del genere umano ovviamente non ha, di manipolare al rialzo e al ribasso il corso dei mercati mobiliari, monetari e del credito, nonché di spostare istantaneamente per il mondo somme pari al pil di interi paesi, di lanciare vendite o compere allo scoperto per importi analoghi, di generare e smerciare derivati per centinaia di migliaia di miliardi di dollari anche grazie al cartello del rating, usato per accreditare e smerciare come validi, tripla A, titoli-spazzatura. Cioè usato per commettere truffe mondiali. E poi scaricarne i costi sulla collettività via spesa pubblica e tasse.

Il mondo è dominato da cartelli multinazionali delle materie prime, dell’energia, delle tecniche, dell’informazione, della ricerca scientifica, della moneta e del credito. La democrazia è semplicemente e materialmente impossibile. La pretesa liberale di una compatibilità, di una coesistenza tra diseguaglianza di fatto ed eguaglianza di diritto tra i cittadini, si manifesta come una pia illusione o una furba lusinga: la classe dominante globalizzata si è costruita un suo ordinamento sovranazionale, dapprima tecnologico-finanziario e ora anche giuridico-istituzionale, che governa gli ordinamenti statuali nazionali, e senza bisogno di introdurre aperte discriminazioni giuridiche nelle leggi interne agli Stati, le realizza attraverso i trattati e gli organismi internazionali.

 D’altronde, anche la promessa marxista di impedire la diseguaglianza attraverso la proprietà statale dei mezzi di produzione si è rivelata illusoria, quando si è visto che il socialismo reale si traduce in una proprietà privata dello Stato stesso in mano alla nomenklatura del partito unico. E la proposta di una società organica, di tipo cattolico o fascista o medievale, è irrealizzabile nel contesto tecnologico attuale (ammesso che mai sia stata realizzabile o realizzata).

È inevitabile e sta avvenendo, per effetto dell’incontrastabile processo di divaricazione sociale nella crescente diseguaglianza, scaturente dalle cose stesse prima che da decisioni umane, che il vertice del genere umano gestisca il grosso del genere umano nello stesso modo in cui l’uomo, vertice dell’albero evolutivo, gestisce le specie animali. Con una corrispondente, nuova visione antropologica e una corrispondente, nuova sensibilità etica. Oggi gli Stati sono divenuti i recinti del bestiame. Fuori e sopra di essi, troviamo FMI, WTO, BRI, Bilderberg etc.: gli uffici tecnici degli allevatori, i magazzini, e il loro club. Animal Farm.

Il genere umano? E’ già scisso in mercificanti e mercificati: i primi sono coloro che hanno i mezzi per trasformare in merce la vita dei secondi, facendoli scivolare in un mondo in cui sono totalmente dipendenti da loro, e in cui tutto è quotato, contabilizzato, monopolizzato, monitorato. Hanno i mezzi per aumentare la propria ricchezza facendo soldi con i soldi, o più esattamente prendendosi potere d’acquisto con strumenti puramente finanziari, senza nulla produrre o rischiare, in modo totalmente parassitario ma politicamente dominante.

Già nel 1951 Bertrand Russell (L’impatto della scienza sulla società) preconizzava che il continuo ampliarsi della divaricazione tra classi sociali avrebbe portato, nell’evoluzione tecnologica, a una differenziazione anche biologica, a una differenziazione di specie e non più solo di censo, sapere e potere. Questa differenziazione è oggi realizzabile dalla tecnologia genetica. Gli ogm sono da tempo una realtà molto importante. Possiamo avere più generi umani, con diverse resistenze o propensioni alle malattie, diverse longevità, diverse fecondità.

Compito della politica, della scuola, dei mass media, è tener buona e collaborativa la gente mentre tutto questo viene organizzato e perfezionato. Riforma dopo riforma. Cessione dopo cessione di sovranità nazionale. Crisi, conflitti e allarmi di diversi tipi, con corrispondenti promesse e programmi e comunicatori politici del genere di Obama e Renzi, che li facciano bere alla popolazione, sono fenomeni interni a questo grande ed epocale processo, funzionali ad esso.

Insomma, è in corso una scissione del genere umano, e la perdurante “crisi” attuale ne è un’esplicazione che durerà, anche come crisi dei valori e delle ideologie, fino al raggiungimento di un nuovo e stabile assetto che recepisca l’avvenuta scissione, ma serve anche a tenere questa in ombra, focalizzando l’interesse e l’apprensione dell’opinione pubblica su problemi economici e morali – sugli effetti anziché sulle cause.

23.11.14 Marco Della Luna

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SCIOPERO SOCIALE E ROVESCIAMENTO DEL MODELLO NEOLIBERISTA

SCIOPERO SOCIALE E ROVESCIAMENTO DEL MODELLO NEOLIBERISTA

I dati economici per l’Italia e le proiezioni degli organi specializzati non lasciano dubbi: la recessione continuerà, le riforme di Renzi faranno cilecca, la situazione a breve si farà pericolosa. Gli interessi costituiti, la casta europeista e austerofila, si attrezzano per fronteggiare una possibile situazione prerivoluzionaria mediante una riforma del parlamento e della legge elettorale che metta tutto nelle mani dei segretari di pochi grandi partiti politici, e in particolare si consolida l’asse neoliberista Renzi-Berlusconi.

Andiamo infatti verso uno scenario di fallimento delle promesse renziane, di forte peggioramento economico, di dirompenti tensioni sociali, con un parlamento ultra-maggioritario neoliberista che assicurerà, sì, la maggioranza a un governo fedele al modello economico in via di costruzione, ma che non rappresenterà la popolazione, anzi sarà in palese contrapposizione agli interessi di questa, e dovrà ricorrere alla repressione, legittimandola con i numeri in aula e con l’appoggio dell’”Europa”,  e alla bisogna perfezionandola con l’arrivo della Trojka e dell’Eurogendfor.

L’etica finanziaria del rigore e della virtuosità, incarnata dall’UE, è un’etica per i creditori renditieri, per gli usurai, per i produttori monopolisti di moneta e credito. Storicamente, l’inflazione del primo del secondo dopoguerra assieme alle politiche di spesa pubblica a sostegno della crescita economica, alla forte crescita dei redditi nazionali e all’effetto redistributivo di questa combinazione, è ciò che aveva sostanzialmente ridotto i loro privilegi economici.

Essi ora si prendono la rivincita imponendo un modello che antepone a tutto la salvaguardia delle rendite anzi la loro rivincita, attraverso l’imposizione di condizioni opposte a quelle del secondo dopoguerra, cioè stagnazione, spostamento di ampie quote dei redditi dal lavoro alle rendite, concentrazione dei redditi e dei capitali nelle mani di cerchi sempre più ristrette, crescita della quota della spesa pubblica che i paesi subalterni, come l’Italia, devono destinare al pagamento degli interessi sul loro debito pubblico.

La popolazione generale viene posta dai mass media e dalle istituzioni in condizione di conoscere solo la vulgata economica sottesa a questo modello economico e di dimenticare, in quanto ai meno giovani, e di non apprendere, in quanto ai meno vecchi, che è possibile, è esistito ed ha funzionato modello economico diverso, in cui il denaro veniva prodotto e speso per assicurare occupazione e sviluppo, in cui le banche centrali assicuravano l’acquisto dei titoli pubblici a un tasso sostenibile escludendo la possibilità di default, e che in questo modello i disavanzi interni ed esteri nonché i debiti pubblici erano molto più
sostenibili di quanto lo sono ora nel sistema della virtuosità per
usurai, sicché i governi e i parlamenti avevano la capacità di elaborare e decidere politiche economiche e sociali anziché farsele dettare dai mercati. E le persone avevano la possibilità di fare programmi di vita – cosa che in fondo è lo scopo non solo dell’economia ma della stessa esistenza dello Stato.

La popolazione generale italiana, se tiene la testa dentro alla “realtà” che le è permesso conoscere, cioè dentro il predetto modello di economia virtuosa per usurari e renditieri marca Maastricht, può davvero pensare che il rimedio alle sofferenze che sta vivendo consista nel rinegoziare i parametri per spuntare qualche punto percentuale di flessibilità, di spesa a deficit in più, come promettono vari statisti-contaballe, oppure l’immissione di qualche centinaia di miliardi da parte della BCE, che, come in passato, finirebbero alle banche per chiudere i loro buchi sommersi o per gonfiare nuove bolle speculativa, come sempre avvenuto durante questa “crisi”. L’unico rimedio effettivo sarebbe la sostituzione di quel modello con altri, che ho descritto anche in questo blog.

Un’opposizione sociale vera e realistica dovrebbe puntare apertamente a questo rovesciamento di modello, non a negoziati per ottenere qualche concessione che, per forza di cose, sarebbe presto revocata. E dovrebbe lottare con la coscienza che i tagli di salari, occupazione, garanzie, servizi sono stati intenzionalmente introdotti dalle istituzioni nazionali e sovranazionali come strumento per garantire e rafforzare le posizioni di una classe di renditieri finanziari, di monopolisti del credito; e che quindi si tratta di fare, con i mezzi necessari, se disponibili, una lotta di classe diretta a rovesciare un ordinamento economico-giuridico e a riprendersi i poteri pubblici, governativi, istituzionali, togliendoli a un preciso avversario di classe, per darli alla generalità dei cittadini.

È probabile che la rottura dell’equilibrio, dell’omeostasi di questo attuale sistema, sia alle porte, determinata dalla continua contrazione del reddito nazionale, che
rende insostenibile il servizio dei debiti pubblici e privati, quindi
tende a far saltare il sistema bancario. Se a questo punto i poteri forti decidono di
mettere le mani nei conti correnti della gente e confiscare il risparmio
per puntellare le banche e i conti pubblici, questa può essere la
scintilla che coalizza le forze euro-scettiche e trasforma gli “scioperi sociali” della Fiom (novembre 2014), e in cui già si nota il ritorno di una coscienza e di una rabbia di classe, in  un’attuazione di reale sovranità popolare di contro alla irreale rappresentanza di un parlamento di nominati e ultramaggioritario. Anche perché tale opzione di bail-in a carico dei risparmiatori farebbe capire a molti che il sistema
di governance globale creato intorno al FMI, alla FED, alla BCE, al MES, alla Banca dei Regolamenti internazionali, alla Commissione, ha proprio la funzione di scaricare su
lavoratori, pensionati, risparmiatori, cittadini, i danni
causati dalle attività di azzardo e dalle truffe finanziarie di quella
stessa classe internazionale che dirige le predette istituzioni sovranazionali.

Un simile rovesciamento dal basso del modello socioeconomico non è possibile su scala nazionale, bensì solo su scala almeno continentale. Ed è improbabile che parta dagli italiani, che sono storicamente incapaci di simili imprese.

16.11.14  Marco Della Luna

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CAPITALE, RENDITA, RECESSIONE: CRITICA A PIKETTY

CAPITALE, RENDITA, RECESSIONE: CRITICA A PIKETTY

Il processo di evoluzione in senso sempre più oligarchico della società del XXI secolo viene ampiamente documentatamente analizzato e spiegato nelle sue strutture profonde nell’ormai celebre opera dell’economista francese Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, uscita nel 2013E’ un saggio molto ampio e documentato, impossibile da riassumere qui ; qui cercherò di indicare i punti-chiave della sua analisi:

1) dall’inizio del XVIII secolo fino alla prima Guerra mondiale le condizioni economiche dell’Occidente erano:

a-minimo tasso di inflazione, minimo tasso di crescita economica pro capite (0,2-1%);

b-rendimenti del capitale mobiliari e immobiliari mediamente del 4-5%;

c- prevalenza dei redditi da capitale sui redditi da lavoro ;

d-conseguente società basata sui rentiers (costituenti circa l’1% della popolazione, detentori di un patrimonio e di un reddito di almeno 50 volte quello medio), resto della popolazione a livelli molto bassi di ricchezza ;

e-il fatto che la rendita del capitale (immobiliare e finanziario) era molto superiore al tasso di crescita dell’economia, comportava automaticamente che i capitali tendevano a crescere e a concentrarsi – fattore, questo, fondamentale nel modello di Piketty, perché produce una divergenza oligarchica sempre più ampia nella società  ;

 

2) dopo la Seconda Guerra Mondiale, per trent’anni :

a- forte aumento del tassodi crescita economica e del tasso di inflazione ;
b-riduzione del valore dei capitali per effetto dell’inflazione ;
c-redistribuzione verso il basso dei redditi e dei capitali ;

d-spostamento notevole di quote di reddito dai capitali al lavoro ;

3) dal 1975 in poi :

a-inversione di queste tendenze, cioè graduale ritorno di quote di reddito dal lavoro al capitale ;

b- tendenza alla riduzione del potere di acquisto dei redditi da lavoro e prestiti facili a tutti (subprime loans) per consumi e casa al fine di compensare il calo dei redditi da lavoro;

c-tendenza crescente alla concentrazione di capitali redditi nelle mani di piccole frazioni della popolazione ;
d-tasso di redditività (quindi di crescita) dei patrimoni proporzionale alla loro grandezza (per varie ragioni) ;

4) più recentemente, e oggi :

a-sovraindebitamento diffuso, scoppio delle bolle del credito facile (subprime) ;

b-calo della domanda aggregata (dovuto allo spostamento di quote di reddito dai ceti medio-bassi che spendono molto per consumi, ai ceti alti, che spendono poco preferendo investimenti finanziari) ;

c-quindi calo degli investimenti,dell’occupazione, dei redditi ;

d-ritorno a una società di redditieri con caratteristiche inedite ed estreme dovute alla finanziarizzazione dell’economia (aggiungo io : il reddito nazionale non è più diviso soltanto tra lavoro e capitale convenzionale che, unendosi, producono ricchezza ; ma ora si è aggiunto il business della produzione di strumenti finanziari generati dal nulla, che consentono a chi li genera e li colloca di prendersi una buona parte della torta del reddito nazionale, senza contribuire o aver contribuito alla produzione di ricchezza reale, come invece fa anche il rentier normale, che incassa gli interessi senza lavorare, ma su un capitale che proviene dal lavoro e dal risparmio) ;

e-i rentiers (creditori, titolari di assets finanziari nominali come bonds pubblici e privati), soprattutto tedeschi, impongono in Europa il dogma dell’austerità (consacrato nello statuto della BCE, nei vincoli di bilancio, nel Fiscal Compact, ma privo di basi empiriche), per salvaguardare il potere d’acquisto dei loro crediti e delle loro rendite, cioè impongono politiche restrittive e recessive per difendere il potere d’acquisto dell’unità monetaria (Euro) a detrimento del potere d’acquisto dei redditi da lavoro (le politiche recessive causano fallimenti, disoccupazione, tagli salariali, recessione) e da assets reali (l’inasprimento fiscale decurta i redditi degli immobili e deprime oil loro valore di mercato) ;

f-questa crescita bassa o nulla associata (1-1,5%) ad alti rendimenti (4-5%) delle attività finanziarie potenzia l’effetto di accumulazione-concentrazione esponenziale della ricchezza nelle mani di un’oligarchia sempre più distaccata verticalmente dalla popolazione generale (vedasi il paragrafo Divergenza internazionale, divergenza oligarchica, nella Parte Terza del libro di Piketty) .

Questo processo sta producendo il nuovo ordinamento di fatto e di diritto del mondo intero, in cui le classi medie si dissolvono e restano fondamentalmente due classi : un’oligarchia renditiera, parassitaria, tecnocratica, ristrettissima ; e una pauper class di tutti gli altri.

L’autore conclude affermando che questo sistema è  ormai vicino a soglie critiche; il correttivo sarebbe (Piketty stesso la giudica però utopistica) una tassa progressiva, annuale, mondiale sui capitali, per controbilanciare la tendenza alla concentrazione sempre più ristretta della ricchezza intesa sia come patrimonio che come reddito. Questa tendenza scaturisce automaticamente dal fatto che il tasso di rendimento dei capitali è stabilmente superiore al tasso di crescita economica, sicché avviene un continuo trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai capitalisti. Inoltre, dato  che i grandi capitali e i grandi redditi da questi generati sono apolidi per loro natura e possono sfuggire al fisco, o negoziare con capi di governo come Junker un’aliquota agevolata dell’1 %, abbiamo una situazione oramai in cui gli oneri fiscali ricadono solo sui redditi e i capitali medi e piccoli, erodendoli, e consentendo per contro a quelli grandi di accelerare la velocità di crescita. Da qui una sempre maggiore diseguaglianza sociale.

Un’ultima considerazione critica rivolta a tutte le proposte di risolvere il problema della recessione, stagnazione e concentrazione di ricchezza attraverso una tassazione dei capitali, cioè attraverso una tassa patrimoniale, mondiale, annuale e progressiva. Questa considerazione vale anche per la proposta di Piketty. La tassazione del capitale, se realizzata su in ambito nazionale, è controproducente perché colpisce solo i capitali piccoli e medi, mentre quelli grossi o molto grossi, essendo di natura essenzialmente finanziaria, sfuggono al fisco trasferendosi in luoghi dove non pagano pagano solo l’1% come nel Lussemburgo degli accordi segreti fatti a suo tempo da Junker con centinaia di multinazionali. Realizzare una tassazione mondiale sui capitali, come vorrebbe l’economista francese, è praticamente impossibile, stante il conflitto di interesse tra i vari paesi, la loro competizione al ribasso sulle imposte per attrarre capitali, e stanti anche le molte differenze di esigenze tra di essi.

Ma, quand’anche si riuscisse a realizzarla, essa sarebbe inefficace

perché la principale causa della concentrazione parassitaria, anzi
fraudolenta, del capitale e dei redditi, da oltre 10 anni a questa
parte, non è quella individuata e studiata dall’economista
francese, ma sta nella cosiddetta finanza creativa, ossia nel fatto
che, oramai, migliaia e migliaia di miliardi di ricchezza virtuale,
contabile, vengono creati, da una oligarchia ristrettissima che ha i
mezzi e la forza per farlo, attraverso la semplice generazione dal nulla
e a costo zero di titoli finanziari perlopiù derivati, che vengono poi
collocati sui mercati tanto regolati quanto non regolati e opachi, da
un sistema bancario in parte ufficiale, in parte no. Questa attività
di creazione e collocazione, con le enormi masse di potere
d’acquisto che essa raccoglie esposta istantaneamente intorno al
mondo, con le gigantesche bolle che crea e le cui esplosioni ricadono sui bilanci pubblici, è l’origine del fatto che la ricchezza virtuale, finanziaria, nominale, è oramai un multiplo
di quella reale, sia in termini di patrimonio che in termini di giro
d’affari. È l’origine del fatto, quindi, che il mondo è oramai
un’instabile piramide rovesciata, un gigantesco schema Ponzi in cui il debito
continua a crescere e gli interessi sono pagati attraverso la creazione di sempre un nuovo capitale virtuale, senza basi reali.

In conclusione, il paradigma di Piketty è come parlare della guerra oggi ignorando l’esistenza delle armi nucleari, fermandosi a quelle convenzionali. Esso va cioè integrato con questa ulteriore ‘dimensione ‘, per corrispondere alla realtà odierna ; allora apparirà chiaro come nessuna tassa, patrimoniale o altra, potrebbe prevenire o correggere gli effetti del suddetto meccanismo, perché non lo raggiunge e perché esso non ha bisogno di patrimonio per operare, dato esso, a differenza dell’industria non puramente finanziaria, usa come ‘capitale’ non beni patrimoniali, ma la sua posizione di cartello mondiale bancario e l’accettazione di mercato dei prodotti-simbolo che esso genera e smercia (questo tema verrà trattato nella seconda parte di questo libro).

Inoltre, nessun rigore di bilancio pubblico, nessuna prudenza nel credito bancario, potrebbe realizzare una stabilità finanziaria nel mondo, una stabilizzazione del debito, finché un tale meccanismo è in azione, nè tantomeno un catasto degli assets finanziari, come lo vorrebbe Piketty : sarebbe come fare il catasto delle onde del mare o delle nuvole del cielo, o più esattamente delle partite di poker. L’unica soluzione sarebbe fermarlo, impedirlo e proibirlo esattamente come si reprime un’attività terroristica, assieme al suo complemento, cioè le agenzie di rating privato. Ma esso genera e distribuisce quantità enormi di profitti, quindi di consenso ; perciò è improbabile che le istituzioni agiscano contro di esso.

La proposta di Piketty di una tassa patrimoniale mondiale progressiva periodica come soluzione alle distorsioni, che egli individua e come mezzo per sostenere la spesa pubblica ha un ulteriore e più grave limite nella errata concezione della moneta, delle sue dinamiche, e conseguentemente del debito pubblico, in cui egli è prigioniero, e che lo intrappola nell’illusione della scarsità oggettiva della moneta (per una trattazione di questo, v. il mio Cimiteuro).

Nella loro superficialità o radicale malafede, i capi dei sindacati e dei partiti della pseudo sinistra non si occupano di questi fattori, li ignorano, e dirigono l’interesse e le « lotte »

dei loro ingenui seguaci su problemi falsi o secondari, come le
indennità di disoccupazione o il sostegno ai redditi, mentre le
suddette tendenze vanno avanti e creano un contesto in cui la difesa
dei diritti dei lavoratori diviene semplicemente impossibile. Questo
contesto è dato dalla adozione del principio della competitività
commerciale come criterio per le politiche economiche, ossia a livello
mondiale è stato imposto un modello di sviluppo che dice: dovete puntare sul commercio, sulle esportazioni, sull’attrazione di investimenti esteri ; puntare a realizzare attivi commerciali e ad attrarre capitali per introitare valuta.

Quindi si abbattono le barriere doganali e i limiti alle importazioni, e
tutti i paesi devono competere tra di loro riducendo i
costi delle loro merci allo scopo di riuscire ad esportare e ad attirare investimenti esteri.

Da un lato questo è un gioco a somma zero, perché il totale delle
importazioni di merci e capitali è, per definizione, pari al totale delle esportazioni; e,
dall’altro lato, si traduce nel continuo taglio dei diritti
economici e non economici dei lavoratori, finalizzato a ridurre i
costi di produzione quindi i prezzi, nella illogica rincorsa dei salari cinesi o pakistani, per rendere i prodotti più competitivi sui mercati globali. Inoltre i vari paesi sono posti in una reciproca competizione al ribasso delle imposte per attrarre capitali stranieri.

Chi subisce questo trattamento peggiorativo – lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, pensionati, disoccupati – è ormai la maggior parte della popolazione ; quindi questo processo peggiorativo è un altro potente fattore che aumenta la divaricazione sociale in senso oligarchico.

I processi di divaricazione sopra descritti comportano che la classe dominante finanziaria deve attrezzarsi per fronteggiare un malcontento e una ribellione popolare che si fanno sempre più probabili ed energici col crescere automatico della diseguaglianza, dell’impoverimento e del generale peggioramento delle condizioni di vita di quasi tutta la popolazione. Questi strumenti consistono :

a)in norme giuridiche e corpi di polizia che consentano un’adeguata repressione delle sommosse (vedi Eurogendfor, o European Gendarmery Force) ;

b)nel nascondimento della realtà, nella disinformazione, nel make-believe, cioè nel far credere la gente, in base a teorie economiche elaborate ad hoc e ripetute continuamente da mass media, istituzioni e università, che ciò che avviene sia inevitabile conseguenza delle leggi oggettive dell’economia, del mercato, della competitività, della meritocrazia ; e/o che sia dovuto al fatto che la gente ha vissuto in passato al di sopra dei suoi mezzi (quindi teoria della colpa e dell’espiazione) ; e/o che sia necessario per la Pace, la Giustizia, la Sicurezza, l’Ecologia;

c)si aggiunge la predicazione pauperista di papa Francesco: i cristiani dovrebbero accettare di buon grado la riduzione in santa povertà.

Ormai si è visto che la riduzione delle retribuzioni e la precarizzazione dei posti di lavoro, che è ciò in cui consiste la riforma strutturale predicata dalle istituzioni
europee e dalla BCE e dai partiti della pseudo-sinistra, dai Renzi e dagli Hollande, porta a una contrazione strutturale della domanda aggregata, contrazione che si traduce in una contrazione degli investimenti, dato che nessuno investe se non ha una domanda capace e
disponibile a comperare i suoi prodotti. Da qui una spirale di
disoccupazione, recessione, calo delle delle entrate tributarie a
parità di pressione fiscale, aumento della spesa pubblica per sostegni
al reddito. Tutta la politica economica internazionale, non solo
europea ma anche globale – WTO, FMI, Trattatto Transatlantico (TTIP), dottrina dell’austerità – è impostata su questo modello rovinoso per la gente, e continua a produrre risultati altamente nocivi per la collettività e altamente profittevoli per piccole ma dominanti
aliquote della popolazione, che sono quelle che detengono ed
esercitano il potere politico e finanziario al di sopra di tutti gli
elettorati e parlamenti. In particolare, il suddetto Trattato
Transatlantico, il cui testo effettivo viene mantenuto segreto, viene negoziato a porte chiuse (autentica democrazia) tra USA e UE. I suoi fautori promettono che
aumenterà i commerci, il prodotto lordo, l’occupazione. Ma sono
promesse false: come mostrano studi amici dell’Onu e del centro studi economici delparlamento europeo, questo trattato, se adottato, avvantaggerà gli USA sull’Europa, ridurrà il pil e l’occupazione in Europa, priverà gli Stati della possibilità di regolamentare il commercio a tutela della salute e della sicurezza della popolazione qualora le regole possano ridurre i profitti delle multinazionali (pensiamo a tabacco, ogm, conservanti e coloranti…), e li sottoporrà, in tali casi, al giudizio di una commissione arbitrale sostanzialmente privata.

Il Trattato Transatlantico è quindi uno strumento avanzato per trasformare gli Stati nazionali da soggetti attivi e politicamente sovrani, rispondenti alla popolazione, in contenitori attrezzati per popoli superflui, simili a recinti, a stalle, e governati dal grande capitale apolide attraverso il cartello monetario-creditizio internazionale, le agenzie del rating, la manipolazione dei mercati finanziari, i banchieri centrali ‘indipendenti’, le sovvenzioni agli uomini e ai partiti politici nonché ai centri di ricerca e di istruzione in materie economiche.

Ma il Trattato Transatlantico è soltanto l’ultimo di molti passi compiuti in questa direzione. Altri passi salienti sono stati la deregolamentazione finanziaria e commerciale inaugurata dalla Thatcher e da Reagan negli anni ’70, l’introduzione in molti paesi dell’indipendenza dei banchieri centrali dallo Stato e del finanziamento del debito pubblico sui mercati speculativi, l’autorizzazione alle banche di credito e risparmio ad usare i soldi dei risparmiatori per speculazioni e azzardi finanziari (abolizione del Glass-Steagall Act, fatta nel 1995), lo stesso impianto autocratico delle istituzioni comunitarie, il Trattato di Maastricht e l’Euro (Sistema Europeo delle Banche Centrali), il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact.

 

Nel 1999, Jean-Claude Junker, allora presidente dell’Eurogruppo, spiegò apertis verbis la tecnica di ingegneria sociale adoperata per introdurre le riforme desiderate dai poteri forti : enunciare l’idea della riforma come giusta, utile, nobile (la gente non ne capisce gli effetti di lungo termine), aspettare che l’idea venga in qualche modo accettata, eseguire la riforma sul piano normativo, aspettare finché essa abbia prodotto effetti tali, che la gente non possa più tornare indietro, nemmeno se vuole. Per che interessi lavora uno Junker e chi lo ha votato, oltre che per la propria carriera ? Per quelli delle multinazionali a cui ancor prima, durante il suo ventennio di premiership del Lussemburgo, concedeva loro, con patti tenuti segreti e solo ultimamente (novembre 2014) portati alla luce e allo scandalo, di pagare tasse irrisorie, come l’1 %. Del resto, anche Mario Monti, in un’intervista video rilasciata prima di essere nominato premier italiano, aveva dichiarato che le crisi sono utili per far accettare le riforme. La questione è sempre quella, però : che riforme ? Dirette a che cosa ? Nell’interesse di chi ? A spese di chi ? E su quali prove empiriche di efficacia delle riforme suddette ? Conosciamo abbastanza bene le risposte a tutte queste domande. E sappiamo che tutte le previsioni-promesse economiche dei soggetti che hanno proposto-imposto le riforme sinora eseguite , sono state smentite dai fatti, dai risultati, che sono stati sempre peggiorativi.

 

Complessivamente è oramai chiaro che i capi dei partiti tradizionalmente di sinistra hanno
scelto di passare dalla difesa della collettività alla difesa degli interessi del capitale contro quelli della collettività, perché hanno capito Che la tendenza irresistibilmente in atto è quella sinora descritta, una tendenza alla concentrazione elitaria di capitale,
reddito, potere politico; pertanto hanno ritenuto che le loro fortune
sarebbero state assicurate se si fossero unite a quelle del
capitalismo, mentre sarebbero tramontate se fossero rimasti fedeli
agli interessi sociali.

Questi sono i fatti e i temi che qualsiasi forza politica o sindacale interessata al bene della generalità e non a quello dei propri capi e della élite globale,porrebbe come centrali per la sua azione e comunicazione.

09.11.14 Marco Della Luna

 

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AUTORITA’ MONETARIE E DISEGUAGLIANZA SOCIALE

AUTORITA’ MONETARIE E DISEGUAGLIANZA SOCIALE

Il finanziamento della spesa pubblica moderna attraverso la tassazione non è compatibile col fatto che il grosso delle ricchezze e del reddito ha ormai natura finanziaria e può perciò facilmente sfuggire alla tassazione mediante spostamenti e occultamenti, sicché il peso fiscale ricade sempre più sui patrimoni-redditi medi e medio-bassi, cioè su quelli non abbastanza grandi da potersi muovere per sopra i confini e collocare in posizioni di esenzione o quasi esenzione fiscale. La conseguenza di ciò è che il divario sociale si fa sempre maggiore, nel senso che il carico tributario erode i redditi e i patrimoni non grandi sicché la ricchezza si concentra sempre più nelle mani dei pochi che sfuggono al fisco, impoverendo la quasi totalità della popolazione, e la copertura del fabbisogno pubblico sempre più critica. Aggiungiamo che la parte maggiore del reddito, oggi, è prodotta creando praticamente dal nulla e collocando sui mercati (quelli chiari, quelli grigi e quelli opachi) enormi moli di titoli finanziari derivati: un’attività per sua natura sfuggente all’imposizione fiscale. E’ questa attività di accrescimento ermafroditico del capitale finanziario, ad avere portato questo ad assommare a circa 15 volte la ricchezza reale . Essa mi pare non considerata da Thomas Piketty nel suo rampante saggio Il Capitale nel XXI secolo.

In questa situazione, l’unico modo sostenibile per finanziare la spesa pubblica, sarebbe che lo Stato la coprisse emettendo in proprio moneta anziché debito pubblico. Altrimenti è inevitabile, per far quadrare i conti (almeno temporaneamente) rinunciare al sistema pensionistico e sanitario pubblico.

Celare questi semplici all’opinione pubblica questi semplici termini del problema, fare in modo che non capisca o fraintenda ciò che si sta facendo, così da prevenire resistenze organizzate e poter continuare in questo processo di accaparramento della ricchezza, è un bisogno primario delle classi dominanti che lo hanno costruito ne stanno beneficiando. Il problema politico è infatti essenzialmente  come assicurare la governabilità, la pace sociale e il consenso mentre l’1% della popolazione continua ad aumentare la propria ricchezza impoverendo il 90%. Di come tener buono questo 90% mentre si finisce di metterlo sotto completamente.Di come prevenire che si formi una coscienza di classe, o di inter-classe, (cioè del conflitto oggettivo e radicale di interessi tra l’1% e il 90 0 99% della popolazione) coscienza che è il presupposto dell’insurrezione civile organizzata e mirata.

I mezzi a disposizione di una classe dominante per far accettare alle classi inferiori le crescenti diseguaglianze di ricchezza e di diritti sono molteplici, comprendendo le capacità a)di nascondere le diseguaglianze o le loro cause; b)di farle sentire giustificate (dal merito, dalle leggi del mercato, dalla competitività, dalle capacità, etc.); c)di reprimere la protesta sociale attraverso strumenti giuridici e polizieschi; d)di indurre paura, allarme, conflitti ( shock economy, divide et impera); e)di impiantare un paradigma divide-et-impera, in cui ognuno è imprenditore di se stesso e in competizione con gli altri, entro un mercato fair e spontaneo, naturale (in questo paradigma non può nascere consapevolezza di classe e di conflitto di classe); f)di abituare la gente gradualmente a nuove condizioni peggiorative. Gli strumenti che supportano queste capacità sono stati molto potenziati dalle moderne tecnologie, che attuano il controllo capillare delle opinioni, dei comportamenti, delle risorse, delle informazioni dei cittadini.

Questo potenziamento consente oggi, e sempre più consentirà, di spingere le diseguaglianze sociali ed economiche molto più avanti che in passato, senza che vi sia una concreta ribellione ad esse da parte delle classi perdenti. Il divenire storico, quindi, ci allontana sempre più dall’attuazione dell’eguaglianza sostanziale, cioè fattuale, materiale; e ce ne allontana tanto, che questa grande diseguaglianza materiale ha già prodotto riforme che la sanciscono e recepiscono anche sul piano formale, giuridico, in termini di sottoposizione, mediante trattati internazionali e riforme interne, della sfera politica, pubblica, partecipativa a quella finanziaria, privata, capitalistica. – del bene collettivo agli interessi affaristici privati.

Esponiamo qui alcune tra le menzogne che oggi vengono propinate alla gente al fine predetto di nascondere ciò che sta avvenendo realmente, per ingannare l’opinione pubblica facendole credere che le cause della crisi siano altre.

In un contesto in cui le economie soffrono essenzialmente di mancanza di liquidità (per pagare i debiti, per sostenere la domanda, per gli investimenti), allo scopo di poter persuadere la gente che evidentemente creare moneta ed immetterla in circolazione non serve a rilanciare l’economia, anzi produce l’effetto di creare nuove bolle finanziarie dopo quelle già gonfiate e scoppiate e addebitate ai conti pubblici, che cosa hanno fatto le autorità monetarie? Hanno creato, con le banche centrali, moneta aggiuntiva in grande quantità, prestandola a tassi nulli o quasi, ma non all’economia reale in recessione, non alle imprese produttive, non per gli investimenti infrastrutturali necessari, bensì alle banche per le speculazioni finanziarie e l’acquisto di derivati. Questo sono il quantitative easing angloamericano e la long term refinancing operation della BCE. Il risultato voluto era prevedibile, previsto, ed è puntualmente arrivato: praticamente pochi o nulli benefici per l’economia reale. Chiediamoci perché le banche centrali, perché i ministeri delle finanze e dell’economia, perché il fondo monetario internazionale, perché la commissione europea non dicono: proviamo a creare moneta immettendola nei circuiti dell’economia produttiva e dell’occupazione? Ovvio: perché quest’operazione da un lato avrebbe successo, farebbe ripartire l’economia, e si capirebbe che tutto gira intorno a chi ha il potere esclusivo di creare moneta – sia moneta primaria, cioè quella creata dalle banche centrali, che moneta secondaria o creditizia o scritturale o contabile, cioè quella creata dalle banche ordinarie. E perché dall’altro lato un’operazione di quel tipo avrebbe tolto ai banchieri il loro potere monopolistico sulle società, smascherando al contempo il loro comportamento essenzialmente distorsivo, antisociale e parassitario: si voleva tutelare il potere del sistema bancario privato e della finanza speculativa rispetto sia all’economia reale che alla politica, agli organismi elettivi e più o meno democratici. Cioè, le banche centrali hanno creato valanghe di moneta ma le hanno affidate ai banchieri privati affinché decidessero questi stessi come e dove usarla, in via privata e secondo fini strettamente privati, senza alcun riguardo e alcuna responsabilità verso i bisogni della società.

La suddescritta operazione ha la stessa natura e la stessa finalità di disinformazione, di totale disonestà culturale, dell’altra operazione, quella con cui dapprima si sono costruite, usando il sistema bancario sotto gli occhi delle autorità monetarie compiacenti, le bolle speculative finanziarie scoppiate nel 2008, poi sì sono realizzati e portati via gli utili, poi ancora le si è lasciate scoppiare, si sono lasciate andare in crisi migliaia di banche, le si è risanate a spese dei conti pubblici, facendoli affondare, e poi si è raccontato alla gente che è la spesa pubblica, la spesa per il settore pubblico, ciò che costituisce il problema, il male dell’economia, e che quindi bisogna tagliare servizi pubblici, privatizzare, vendere i beni collettivi, licenziare i pubblici dipendenti, aumentare le tasse cioè fare la cosiddetta austerità, nascondendo così la vera causa del dissesto dei conti pubblici, del sovra-indebitamento del settore pubblico, ossia che i banchieri hanno usato i conti pubblici, cioè i governi, per chiudere i buchi da loro stessi scavati a fini di profitto privato.In Italia gli interventi con soldi pubblici per chiudere questo tipo di buchi sono stati complessivamente minimi e dedicati solo alla banca amministrata e controllata da uomini quasi tutti del partito democratico per eccellenza, cioè il Monte dei Paschi di Siena. In Italia, la spesa pubblica al netto degli interessi passivi sul debito pubblico, è nella media, mentre in realtà l’alto indebitamento pubblico è dovuto agli alti tassi di interesse pagati dall’Italia a seguito della riforma monetaria del 1981, cioè a soldi pubblici, a soldi dei contribuenti e, dati ai detentori del debito pubblico italiano, che sono principalmente soggetti finanziari.

Adesso in Italia il movimento sindacale, o la sua parte di sinistra, preme sostanzialmente per una alternativa all’austerità, alternativa da finanziarsi attraverso una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni. Ma i patrimoni, ormai è accertato, più sono grandi, più sono (percentualmente) finanziari, quindi trasferibili all’estero, sfuggenti. Ne consegue che la tassa patrimoniale si abbatterebbe quasi solo sui patrimoni medio-piccoli, essenzialmente sul settore immobiliare, a cui gli utlimi 3 governi hanno aumentato la tassazione al punto di farlo crollare, e il valore realizzabile sul mercato del patrimonio immobiliare italiano è sceso di almeno il 40%, cioè di circa 2.500 miliardi. Inoltre, il crollo del mercato immobiliare prodotto intenzionalmente, dico io, attraverso quella forsennata tassazione, a sua volta ha reso radicale e irreversibile la recessione generale già in atto, perché i cicli economici, le fasi di espansione come quelle di contrazione dell’economia, sono innescate storicamente proprio dal settore immobiliare; sicché, se gli tagli le gambe, tiri giù tutta l’economia, il che è appunto ciò che ha fatto Monti, così che ora l’Italia è costretta a svendere tutto. Fortunati quelli che ne possono approfittare, ringraziando i nostri abili statisti ed economisti.

Quindi se adesso la Cgil ottiene dal governo Renzi una tassa patrimoniale, aspettiamoci un ulteriore crollo generale, che compenserà o supererà ogni possibile vantaggio derivante da questa tassa. Però mi chiedo come i proprietari immobiliari, già tartassati sia dalla stazione che dalla generale recessione, potranno trovare il denaro contante necessario per pagare le ulteriori tasse, cioè l’imposta patrimoniale. Probabilmente dovranno svendere, indebitarsi o ricorrere ad altri mezzi anomali per poter pagare il debito tributario, e questo avrà ulteriori effetti recessivi.

Purtroppo, il sindacato e gran parte della sinistra non hanno le basi culturali o la libertà di azione necessarie per poter imporre al dibattito pubblico, politico, sindacale, parlamentare, di trattare i veri temi nodali: primo come viene creato il denaro, da chi, a vantaggio di chi, con che diritto, con quali profitti, con quale tassazione su questi profitti; secondo, se il fatto che, bene o male, la gran parte della ricchezza e dei cespiti produttivi di reddito siano in forma finanziaria, mobile, facilmente sfuggente quindi all’imposizione fiscale, non imponga come unica possibile soluzione al problema di come finanziare equamente la spesa pubblica, quella di farlo non più attraverso la tassazione, bensì attraverso la creazione di denaro direttamente da parte dello Stato. Senza che lo Stato lo debba comperare dando in cambio titoli pubblici, cioè indebitandosi.

Tutto questo insieme di menzogne, di false rappresentazioni della realtà, somministrato in modo martellante al popolo, serve a fargli accettare una politica tributaria e finanziaria che consente di trasferire sempre più denaro dal contribuente e dalla spesa per la società alle tasche di banchieri e finanzieri attraverso sia gli interessi sul debito pubblico, che gli aiuti di Stato alle banche, che gli stanziamenti multimiliardari in favore di organismi di sostegno alle banche come il MES.

In sostanza, quindi, lo schema politico è il seguente: compiere operazioni che generano profitto e instabilità; alimentare l’instabilità e usarla per creare allarme sociale; dare di questa situazione una falsa spiegazione alla gente, che la disponga ad accettare non solo i peggioramenti avvenuti, ma anche ulteriori sacrifici in termini sia economici che di diritti anche politici, come necessari per evitare il disastro; usare questi sacrifici per arricchirsi ulteriormente.

31.10.14 Marco Della Luna

 

 

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CREAZIONE MONETARIA FUNZIONALE E INFLAZIONE

CREAZIONE MONETARIA FUNZIONALE E INFLAZIONE

Una serenata a Leopolda

Sempre più spesso si parla della possibilità od opportunità di una monetazione funzionale, ossia che lo Stato si metta a creare direttamente, o a far creare dalla banca centrale di emissione (assumendone il governo) tutto il denaro necessario a fare gli investimenti pubblici diretti che producano/inducano occupazione, domanda interna, adeguamento infrastrutturale, innovazione scientifico-tecnologica, assicurando al contempo l’impossibilità del default – cioè per fare quelle cose che appaiono indispensabili per uscire dall’attuale recessione-deflazione, dopo il fallimento ormai visibile delle ricette dell’austerità e del quantitative easing, difese oramai soltanto da soggetti in mala fede e per interesse.

Quando si parla di questa possibilità od opportunità di ricorrere all’uso funzionale della creazione monetaria, vengono sollevate obiezioni aventi il seguente concetto-base: “Non si può immettere moneta a piacimento nell’economia, perché ci deve essere un rapporto tra quantità di moneta e quantità di beni, altrimenti la moneta si svaluta e/o si generano bolle speculative mobiliari e/o immobiliari, e si è visto che ciò effettivamente accade.”

Alcune repliche sono ovvie e le ho già più volte formulate: 1)Se la moneta aggiuntiva viene usata per aumentare la produzione, quindi l’offerta, di beni e servizi, allora non vi sarà, di principio, inflazione monetaria, ossia aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi, mentre vi sarà un aumento della ricchezza prodotta e del reddito oltreché dell’occupazione; certo bisogna spenderla bene, e una classe dirigente avida e idiota, come tale selezionata, non lo può fare. 2)Se la moneta aggiuntiva viene usata per comperare titoli finanziari e immobili, allora vi sarà una salita dei valori delle borse e degli immobili, e questo fa piacere a tutti gli investitori mobiliari e immobiliari. 3)Se anche, come conseguenza dell’immissione monetaria, vi fosse, magari solo inizialmente, una certa inflazione, questa aiuterebbe i debitori (cioè gli Stati, molte imprese, molti privati…) e danneggerebbe i creditori non indicizzati all’inflazione, mentre stimolerebbe le spese  che oggi vengono differite perché si prevede un calo o una costanza dei prezzi, il che alimenta la deflazione; quindi complessivamente, dopo la presente deflazione, una certa inflazione o reflazione sarebbe benefica.

Qui vorrei aggiungere, circa il rapporto tra offerta di moneta e quantità di beni disponibili: Bisogna distinguere tra generi di beni, tra due settori dell’economia. Il grosso dell’offerta monetaria è assorbito, oggi, dal settore finanziario-speculativo, ossia da “prodotti” finanziari non aventi correlato reale (cioè senza rapporto con la fruizione da parte degli umani) e producibili a go go, senza limiti o costi effettivi, se non il limite posto dalla saturazione del mercato, cioè dalla abilità di collocarli, di rifilarli o sbolognarli ai clienti ingenui allorquando si presente che una bolla sta per scoppiare. Se questo settore dell’economia col suo genere di “beni” assorbe, come assorbe, il grosso dell’offerta monetaria, lasciando a secco della fisiologica liquidità il mercato dei beni-servizi reali e degli investimenti per produrli, si ottiene la paradossale situazione che noi oggi viviamo, connotata, da un lato, da un’esorbitante creazione-offerta di moneta, che le banche centrali creano e mettono a disposizione, in quantità enormi, non dell’economia reale ma delle banche universali per le loro speculazioni finanziarie, improduttive anzi distruttive; e, dall’altro lato, da una carestia di moneta nell’economia reale, cui le medesime banche (in Italia) fanno sempre meno credito, con conseguente declino-insufficienza di domanda solvibile e di possibilità di investimento e occupazione – onde la deflazione.

In altre parole: l’offerta di moneta non si può dire che sia eccessiva o insufficiente, perché essa è eccessiva per il settore finanziario, a cui viene continuamente alimentata; mentre è gravemente insufficiente per quello reale, a cui viene continuamente ridotta. Quindi quando si parla di rapporto tra offerta monetaria (liquidità disponibile) e quantità di beni disponibili, bisogna introdurre la predetta distinzione dei due settori. E bisognerebbe al contempo introdurre il tema dell’opportunità non solo di separare le banche di credito e risparmio da quelle speculative, bensì anche di fare in modo che la liquidità del settore produttivo, dell’economia reale (quello da cui dipendono gli stipendi, il cibo, i servizi etc.), sia assicurata e protetta dalle interferenze e distrazioni del settore finanziario, molto più grosso e turbolento.

L’anemizzazione monetaria dell’economia reale, soprattutto in Italia, è oggi aggravata da ulteriori fattori strutturali, quali a)le rimesse verso l’estero degli emigrati; b)la preferenza dei detentori di liquidità per la tesaurizzazione e gli investimenti monetari o finanziari magari all’estero; c)i trasferimenti al finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità di denaro tolto al Paese mediante le tasse; d)la realizzazione forzata di avanzi primari del bilancio pubblico e il pagamento di alti interessi a detentori esteri di titoli del debito pubblico.

In una situazione di recessione interna e fuga verso l’estero di imprenditori, lavoratori qualificati e capitali, che cosa potrebbe essere più demenziale che imporre tasse al Paese per sostenere il debito pubblico di paesi in crisi (Spagna, Grecia…) al fine puntellare una valuta, l’Euro, che ostacola le esportazioni e induce la deindustrializzazione del Paese? Eppure gli italiani hanno dato fiducia persino a chi ha fatto questo.

Si aggiunga, infine, a questo museo degli orrori dell’imbecillità politica, o dell’alto tradimento istituzionale – se preferite – il fatto che la deprivazione-anemizzazione monetaria del paese, di cui sopra, fa sì che gli assets produttivi migliori – industria, commercio, finanza, alberghi, terreni agricoli pregiati – si deprezzino e vengano massicciamente comperati da soggetti-capitali finanziari stranieri, e che quindi il reddito generato da questi assets esca dal reddito nazionale italiano divenendo reddito dei paesi che li comperano. Quindi magari il prodotto interno lordo, per effetto di questa campagna di acquisti (investimenti esteri), non cambia oppure aumenta, ma il reddito nazionale cala sensibilmente, cioè la nazione si impoverisce, anche se dal pil ciò non appare. Dal che si capisce che il pil è un indicatore molto parziale, quindi inidoneo per valutare l’andamento dell’economia.

Se pensiamo che la anemia, la auto-privazione monetaria che produce tutti questi mali, è semplicemente la auto-privazione di qualcosa, della moneta cioè, che è solo un simbolo e non ha costi o limiti di produzione intrinseci, e che i paesi stranieri che comperano i nostri assets migliori lo possono  fare appunto perché fanno la scelta opposta all’auto-privazione monetaria, ossia perché scelgono di produrre a costo zero grandi masse di moneta-simbolo, allora il quadro dell’idiozia totale è perfetto. Non resta che ringraziare i nostri governanti nazionali ed europei e le nostre banche centrali, e lusingarci per tutti i consensi, i voti, le tasse e gli onori, che continuiamo tributare loro. 24.10.14

24.10.14 Marco Della Luna

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RENZI: NASO LUNGO, COPERTA CORTA La balla degli sgravi fiscali

RENZI: NASO LUNGO, COPERTA CORTA

La balla degli sgravi fiscali

Ieri, 13.10.14, a Bergamo, davanti a un pubblico di Confindustria, Renzi annuncia tagli per 18 miliardi e pari riduzione della pressione fiscale per rilanciare l’economia, vantandosene.

Questo annuncio è incompatibile con l’ultimo DEF e con la Nota di Aggiornamento, in cui il governo formalmente si vincola, anche nei confronti dell’UE, ad aumentare la pressione fiscale fino al 2017, pure se continuerà la recessione; inoltre vi sono clausole di salvaguardia che faranno scattare aumenti dell’IVA, se necessario a garantire i saldi obbligati di bilancio. Insomma, il governo non può ridurre la pressione fiscale, anzi necessariamente la aumenterà.

Quindi Renzi ieri, a meno che intenda rompere con l’Eurozona – mossa che lo esorto e lo aiuterei a compiere -, ha mentito pubblicamente (mentire in politica non è immorale perché è indispensabile e perché vulgus vult decipi). Mentendo, ha raccolto il plauso prima degli sprovveduti industriali presenti in sala (che però forse hanno capito, a torto o ragione, che Renzi stesse dicendo loro: a voi abbasso le tasse, e mi rifaccio sul resto della popolazione), e poi dei mass media che stanno al gioco suo e di chi l’ha messo lì e lo dirige. Potenza degli spin doctors e dello story telling, che sanno lavorare con l’ignoranza e l’ingenuità persino degli imprenditori.

Quand’anche Renzi non avesse gli impegni di bilancio suddetti, non credo che gli sarebbe possibile trovare 18 miliardi senza tagliare trasferimenti alle pubbliche amministrazioni, senza tagliare i servizi ai cittadini o rincararli, senza aumentare altrove la pressione fiscale (penso alle incombenti revisioni catastali e alla solita introduzione di presunzioni di redditi inesistenti), cioè senza rivalersi diversamente sulla gente, come del resto ha fatto per la mancia degli € 80.  Non è possibile, perché gli apparati dei partiti e la burocrazia vivono mangiando spesa pubblica attraverso sprechi creste, quindi se Renzi cercasse di tagliare spesa pubblica inutile e parassitaria, essi lo silurerebbero.

Ma anche se riuscisse a ridurre le tasse senza colpire in altro modo e cittadini, la cosa non avrebbe l’effetto di rilanciare l’economia nazionale, e ciò per due diverse ragioni, che adesso espongo.

Prima ragione: spostare i soldi non fa ripartire l’economia. E’ come tirare una coperta corta. Bisogna allungare la coperta, per farla ripartire. L’esperienza giapponese (e di altri paesi) descritta e analizzata matematicamente da Richard Werner nei suoi saggi The Princes of the Yen e New Paradigms in Macroeconomics, dimostra che sono senza effetto, ai fini della rilancio dell’economia, tutte le manovre di spostamento di liquidità (dal settore pubblico a quello privato o viceversa, dai consumi agli investimenti o viceversa, dalle imposte dirette a quelle indirette o viceversa). L’unica manovra che abbia effetto di rilancio è l’aumento della liquidità nell’economia reale. Ma al contrario noi abbiamo oramai, in Italia, una continua sottrazione della liquidità, per effetto di 1)trasferimenti netti a UE (diamo all’UE più di quanto di ritorna); 2)trasferimenti al Meccanismo Europeo di Stabilità (57 miliardi);   3)fuga di capitali (solo quest’anno, 67 miliardi); 4)rimesse degli immigrati; 5)contrazione del credito concesso dalle banche. Quindi la coperta continua ad accorciarsi, riducendo non solo la domanda e gli investimenti, ma la stessa solvibilità dei debiti già contratti, quindi facendo dilagare insolvenze e fallimenti e diffondendo un clima di cupa sfiducia nel futuro. Va precisato che questo dissanguamento monetario sistematico non è accidentale – altrimenti sarebbe inspiegabile – bensì viene portato avanti dalle istituzioni nazionali ed europee al fine di costringere l’Italia a svendere i suoi assets e mercati sottocosto a capitali finanziari stranieri, nonché a cedere loro il potere politico sul Paese. Si noti che gli oltre 2000 miliardi creati dalla Banca centrale europea e immessi nel sistema bancario dell’eurozona, non hanno prodotto alcun rilancio dell’economia reale, la quale sta rallentando persino in Germania e Finlandia; e questo perché sono andati in impieghi improduttivi, speculativi, e non nell’economia reale. Se Draghi e soci avessero voluto rilanciare l’economia, fare il bene della gente, avrebbero immesso quei soldi nel settore produttivo.

 

Seconda ragione: Renzi potrebbe ancora dire che i suoi famosi 18 miliardi li sposterà, mediante una dura spending review, da impieghi pubblici aventi basso effetto moltiplicatore sul reddito nazionale – che so, 1,1 – a impieghi privati di famiglie e imprenditori aventi più alto moltiplicatore sul reddito nazionale– che so, 1,3, così che produrranno un aumento del reddito di 5,4 miliardi anziché di 1,8. Ma anche questo non può avvenire, perché condizione affinché le famiglie spendano di più anziché mettere da parte, e le imprese investano di più anziché tesaurizzare, è che il quadro complessivo del sistema-paese sia positivo e le aspettative siano pure positive, che ci sia fiducia. La famiglia non spende ma risparmia, se teme il futuro; e, se spende, compra prodotti di importazione, meno costosi – quindi quella spesa non aiuta il reddito nazionale ma peggiora la bilancia dei pagamenti. L’imprenditore, a sua volta, non investe e non assume, se non prevede una domanda che assorba i suoi prodotti. Il rimedio, allora, sarebbe quindi quello keynesiano: non tagliare la spesa pubblica, ma dirigerla per quanto possibile, anche aumentandola a deficit, in investimenti pubblici utili e ben progettati, infrastrutturali, che, traducendosi direttamente in appalti, inducano assunzione di forza lavoro quindi domanda solvibile, e insieme migliorino l’efficienza e la produttività, quindi la competitività, del sistema paese. Ma, nell’Europa del rigore, della crescita e della solidarietà, questo tema è tabù.

Intanto, i capitali, le imprese migliori, i tecnici e i ricercatori, i giovani, stanno emigrando in massa, e l’Italia diviene una bara previdenziale-assistenziale, cioè un deposito, forse uno smaltitoio, di pensionati, di disoccupati, di sussidiati, di lavoratori a nero, di immigrati mantenuti. Questo processo oramai è consolidato e si alimenta da sé.

Volete una ricetta per un lieto fine di questo articolo? Molto semplice: la BCE emette nuovo denaro e, invece di regalarlo alle banche, lo usa per pagare gli interessi sul debito pubblico dei paesi aderenti, rinunciando a richiedere loro il rimborso, ma con vincolo a destinare le somme così risparmiate per 1/3 a riduzione della pressione fiscale generale e per 2/3 a investimenti infrastrutturali nel senso sopra indicato. 14.10.14

Marco Della Luna

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EURO-ANSCHLUSS: IL FANTASMA DI MORGENTHAU

EURO-ANSCHLUSS: IL FANTASMA DI MORGENTHAU

Verso la fine della II Guerra Mondiale gli USA avevano un piano, il Piano Morgenthau (poi non eseguito per ovvie ragioni connesse alla guerra fredda), per eliminare dopo la guerra tutte le industrie tedesche, facendo della Germania un paese puramente agricolo. Il mezzo per ottenere ciò era semplice: imporre alla Germania l’unione monetaria con gli USA, la cui moneta era allora molto forte: il prezzo delle merci tedesche si sarebbe moltiplicato e le aziende avrebbero chiuso, non potendo più esportare, e l’industria yankee avrebbe preso i suoi mercati e i suoi assets migliori gratis o quasi. Gli Stati Uniti non fecero questo alla Germania dopo la sua resa, però la Germania Ovest lo fece poi alla Germania Est negli anni ’90. E ora lo fa all’Italia.

Oramai è stato acquisito: Essendosi inchiodata a un cambio elevato e fisso – elevato sia rispetto agli altri paesi dell’eurozona, che rispetto agli altri – e non potendo più svalutare la moneta per mantenersi competitiva sui mercati internazionali, l’Italia, per restare competitiva e limitare la sua deindustrializzazione, ha dovuto svalutare i lavoratori, riducendo i salari/redditi, tassandoli di più, tagliando e differendo le pensioni. Ma la riduzione dei redditi ha automaticamente causato il crollo della domanda interna e della capacità della gente di pagare i debiti già contratti, quindi un crollo degli incassi di chi produce per il mercato interno e un’impennata delle insolvenze e dei fallimenti. La riduzione dei salari viene in parte compensata con ammortizzatori sociali finanziati con più tasse e contributi, in parte scaricando i disoccupati e i sottoccupati sui risparmi della famiglia e sulle pensioni dei genitori o dei nonni. Tutto ciò sta consentendo una parziale conservazione dell’industria e dei mercati esteri, ma, abbisognando di drenare risparmi e andando a colpire il settore immobiliare (quello che innesca le fasi di espansione e di contrazione), non può tirare avanti ancora a lungo. Inoltre, i vincoli di bilancio, il limite del 3% al deficit sul pil, la botta dei trasferimenti al Meccanismo Europeo di Stabilità (57 miliardi), la connessa ascesa della pressione fiscale fa chiudere o emigrare le aziende. Emigrano anche tecnici, professionisti, capitali. Questi sono i risultati dei “compiti a casa”. Sostanzialmente, la recessione è guidata da una costante sottrazione di liquidità voluta politicamente da Berlino via Draghi, che garantisce di fare tutto ciò che serve per sostenere i debiti pubblici, ma a condizione che si facciano quei compiti a casa, ossia che si demolisca l’economia e la si doni a un capitalismo di conquista, apolide e antisociale.

Tutti questi meccanismi operano costantemente, appunto come meccanismi, e giorno dopo giorno demoliscono l’Italia e la rendono dipendente, sottomessa, povera rispetto alla Germania. Un po’ più di flessibilità e un po’ meno di spread o un po’ più di spesa e inflazione in Germania non risolverebbero quanto sopra, non fermerebbero la macchina della deindustrializzazione, anche se Renzi cerca di distogliere da ciò l’attenzione attirandola su di sé con la sua azione frenetica e inconcludente (se non nel male). Non la fermerebbe nemmeno un aumento della domanda interna, perché questo si dirigerebbe verso beni di importazione, avvantaggiati dalla forza dell’Euro.

E poi ci sono gli utili tromboni dell’europeismo idealista, che evocano le favole moralistiche di Spinelli e soci per coprire una realtà di scontro di interessi oggettivamente contrapposti, di sopraffazioni spietate, di colonizzazione.

Sarebbe molto utile, a coloro che cercano di tutelare gli interessi italiani in relazione alle politiche europee e monetarie della Germania attuale, a coloro che trattano questi temi nelle sedi europee e nazionali, conoscere come il grande capitale privato tedesco occidentale, durante il processo di riunificazione della Germania iniziato nel 1989, usò una serie di mezzi, alcuni dei quali terroristici, altri formalmente criminali, per impadronirsi delle aziende, dei beni immobili, delle risorse naturali, dei mercati della Germania orientale senza pagare o quasi, espropriandone la popolazione che era giuridicamente proprietaria di questi assets, e trasferendo i costi dell’operazione a carico dei conti pubblici, ossia dei contribuenti della Germania occidentale nonché a carico dei lavoratori della Germania orientale, di cui persero il posto di lavoro circa 2 milioni e mezzo, su circa 16 milioni di abitanti. E’ tutto descritto nel recentissimo saggio di Vladimiro Giacché Anschluss. Queste cose vanno sapute per poterle sbattere sul muso a Merkel, Schäuble, Katainen, smascherando i loro veri fini, quando si mettono a predicare i compiti da fare a casa, mentre dovrebbero finire davanti a una Norimberga finanziaria assieme ai loro mandanti.

I metodi usati per depredare la Germania Orientale furono molteplici, iniziando con la creazione di allarme default della Germania orientale, nella prima fase, in tutto analogo a quello che i banchieri tedeschi scatenarono nel 2011 contro il btp per sostituire Berlusconi con un premier che li servisse bene.

E anche:

- imposizione di un’unione monetaria con cambio uno a uno tra marco orientale e marco tedesco per le partite correnti, che determinò, di punto in bianco gola la quadruplicazione dei prezzi delle merci della Germania orientale, con la conseguente perdita dei mercati in favore di aziende concorrenti della Germania occidentale, e naturalmente la chiusura delle imprese orientali con massicci licenziamenti;

-il sistematico ricorso al falso in bilancio per far apparire irrecuperabili molte aziende sane della Germania orientale, onde poterle comperare a costo nullo o quasi; -la rimozione dei pochi funzionari onesti, che rifiutavano di dichiarare il falso;

-l’imposizione delle “regole di mercato” – in realtà, della potenza economica e politica – onde occupare i mercati della Germania orientale con merci di produzione occidentale e così favorire le aziende che producevano queste merci a danno della produzione locale;

-la costante collaborazione del governo federale (Kohl) con gli avidi criminali del grande capitale – e l’autorevole appoggio di… Jean Claude Junker!

Eh sì, le “integrazioni” sono sempre, nella realtà, business sfrenato e disumano, ora come allora. La Germania fa le integrazioni col disintegratore. L’agenzia fiduciaria incaricata della vendita dei beni del popolo della Germania orientale, la Treuhandanstalt, un veicolo per realizzare questi fini e, in luogo di concludere la suggestione con un utile netto derivato dalla vendita privatizzazione dei beni pubblici orientali, produsse un buco di oltre 1 miliardo di marchi, sicché i cittadini orientali, ciascuno dei quali aveva ricevuto l’assegnazione di una quota azionaria nell’agenzia fiduciaria, del valore teorico di 40.000 marchi, alla fine dei conti non ricevettero nemmeno un pfennig per l’espropriazione dei beni popolari che avevano subito.

Dopo il saccheggio, furono intentati processi penali, civili, indagini formali sull’operato dell’agenzia fiduciaria e su altre vicende relative all’annessione della Germania orientale, ma, grazie all’opposizione del governo, all’inerzia del Parlamento, agli insabbiamenti giudiziari, al fatto che tutta la gestione della missione era stata impostata e imperniata su tecnocratici a bassa o nulla responsabilità e ad alta opacità, come gli attuali eurocrati, i processi le indagini finirono nel nulla. Il profitto compera tutti i poteri dello Stato.

Per contro, mentre il pil della Germania Orientale crollava (- 40,8% nei primi 2 anni, export – 60%), quello della Germania occidentale, grazie alle acquisizioni sottocosto di cui sopra, fece un balzo all’insù di circa il 7%. A dispetto della vulgata ufficiale, ancora oggi la Germania orientale rimane un paese, un pezzo di paese, arretrato, che non ha agganciato la parte occidentale, che vive di trasferimenti posti a carico del contribuente occidentale, in quanto il deficit commerciale dell’Est è del 45% mentre quello del Meridione è solo il 12,5%: quindi la Germania orientale è messa molto peggio della cosiddetta Terronia. Ma, ovviamente, non è colpa sua, bensì effetto di una rapina assistita dal governo di Bonn, nell’interesse del capitalismo tedesco occidentale, e con la giustificazione pseudo scientifica dell’ideologia del mercato e delle sue regole, in cui si nasconde il fatto che il mercato non è libero ma è l’arena di scontri e rapporti di forza e sopraffazione.

Qualcosa del genere dell’unificazione tedesca del 1990 era già avvenuto in Italia, con la annessione del Sud, un’area complessivamente meno produttiva del Nord - annessione che aveva portato non ha una convergenza delle due parti d’Italia, ma a una maggiore divergenza in termini di efficienza e produttività e competitività, in quanto il Nord attraeva distoglieva capitali e competenze dal Sud, che quindi si deindustrializzava e se votava a diventare restare un’area agricola e marginale. Analoga operazione sta avvenendo oggi sotto il pretesto della unificazione europea e della unione monetaria, ossia dell’euro.

La Germania entrò nell’euro a condizione che vi entrasse d’Italia, l’altro paese ad alta capacità manifatturiera. Perché? Perché se l’Italia fosse rimasta fuori avrebbe fatto una forte concorrenza alla Germania, mentre per contro l’euro avrebbe alzato il corso della valuta italiana e abbassato il corso della valuta tedesca, in tal modo favorendo le esportazioni tedesche soprattutto entro l’unione monetaria europea e limitando quelle italiane, che diventavano meno competitive. Così è avvenuto: contrariamente alla quasi totalità dei paesi dell’eurozona, in cui la quota manifatturiera del pil è calata fortemente, la Germania, con l’euro, ha avuto un aumento di circa il 25% della detta quota, dovuto soprattutto ad esportazioni nei mercati dei paesi partners dell’eurozona, ossia dovuta a quote di mercato sottratte ad essi. Esportazioni che i banchieri tedeschi hanno sostenuto facendo prestiti e investimenti verso i paesi eurodeboli, Grecia e Spagna in testa, ben sapendo che prima o poi quei paesi non sarebbero riusciti a sostenere le scadenze di pagamento – anche poiché i loro conti erano stati truccati ad hoc – e che, a qual punto, sarebbe scoppiata quella crisi che ha poi in effetti consentito alla Germania di imporre le sue regole, i suoi interessi e i suoi uomini al potere, grazie al suo controllo sulla BCE, e a costringere altri paesi, Italia in testa, a svenarsi per prestare a Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda i soldi necessari a realizzare i loro lucri usurari e fraudolenti. Anche se a molti può venire il pensiero che il vero  compitino da fare a casa sia liberarsi della Germania una volta per sempre, quanto sopra descritto non va letto e presentato in chiave nazionalistica, ossia come una colpa della popolazione tedesca – sostanzialmente inconsapevole – bensì in chiave di guerra di classe, perché, sotto mentite spoglie ideologiche, è una campagna di conquista del capitalismo finanziario a spese della popolazione generale.

L’Italia ha un’arma negoziale molto potente nei confronti della Germania: minacciare di uscire dall’Eurosistema (cosa che farebbe saltare l’Euro e condannerebbe la Germania a una rivalutazione monetaria fortissima, che metterebbe fuori mercato le sue produzioni e in ginocchio la sua economia). Non usare quest’arma e lasciare che il paese sia fatto a pezzi giorno dopo giorno, è un delitto capitale. Ai governanti italiani che, facendo finta di non vedere la realtà, hanno collaborato e collaborano a questo disegno a danno di tutti noi, vorrei chiedere: lo fate perché minacciati, perché ricattati, o perché pagati? Quanto?

07.10.14 Marco Della Luna

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DOGMI E CENSURE CREANO CONSENSO

DOGMI E CENSURE CREANO CONSENSO

Notoriamente, se un’affermazione, per quanto falsa, viene ripetuta decine di migliaia di volte soprattutto dalla tv, alla fine la gente la sentirà come vera. Sfruttando tale principio, i regimi inculcano così dogmi, insiemi di dogmi, costituenti un senso comune artificiale, utile alla gestione del corpo sociale, a far accettare alla gente come giustificate le operazioni che si compiono sulla sua testa, sulle sue tasche, sulla sua vita, sui suoi diritti. Ma anche sulla società come tale. Un senso comune che produce quindi consenso (legittimazione democratica) e ottemperanza popolare (compliance): democrazia, insomma.

I dogmi riguardano soprattutto l’economia,  la legittimazione del potere, l’interpretazione e la valutazione della storia. Chi osa uscire criticamente dal recinto dei dogmi e della dialettica consentita tra i paletti, viene etichettato come antagonista, estremista, antisociale, populista, eccetera, e viene delegittimato culturalmente, emarginato – finché i fatti e le realtà censurate non rompono l’incantesimo del sistema dogmatico.

Facciamo l’inventario, o l’inizio dell’inventario, di questi dogmi nel nostro sistema, sempre più scossi e incrinati dalla pressione  della realtà rimossa, limitandoci a quelli economici:

1)Dogma dei mercati efficienti: i mercati sono tendenzialmente liberi e trasparenti (moneta, credito, materie prime, energia non sono oggetto di monopoli e di cartelli), prevengono o correggono efficientemente le crisi e realizzano l’ottimale distribuzione delle risorse e dei redditi, abbassano i prezzi e le tariffe; puniscono gli Stati inefficienti e spendaccioni mentre premiano quelli efficienti e virtuosi, perciò la regolazione della politica va ultimamente affidata ad essi, non ai parlamenti.

2)Dogma della spesa pubblica: la spesa pubblica è la causa dell’indebitamento pubblico, il quale a sua volta è la causa delle tasse, della recessione e, dell’inefficienza del sistema; l’obiettivo è dunque tagliare la spesa pubblica come tale e affidare i servizi pubblici alla gestione del mercato, cioè alla logica del profitto.

3)Dogma dell’integrazione europea: l’integrazione europea è insieme benefica, possibile e inevitabile; chi si oppone si oppone a una tendenza naturale e storica, va contro la realtà e gli interessi di tutti; l’Europa quindi legittimamente detta le regole a cui tutti devono adeguarsi.

4)Dogma dell’euro moneta unica: l’euro moneta unica produce la convergenza delle economie europee, quindi sostiene l’assimilazione e integrazione tra i paesi europei, favorisce la crescita economica e la loro solidarietà.

5) Dogma della preziosità e della scarsità oggettive della moneta: la moneta non è un simbolo prodotto a costo zero, ma è un bene, una commodity, con un costo di produzione che giustifica il fatto che coloro che la producono (come moneta primaria o creditizia), in cambio di essa, tolgano grandi quote del reddito a chi produce beni e servizi reali.

6) Dogma dell’indipendenza della banca centrale: l’indipendenza della banca centrale dalla politica, dai governi e dai parlamenti non è vero che renda la politica dipendente dai banchieri, bensì assicura al paese un’adeguata disponibilità di liquidità e di credito, previene le bolle speculative e le crisi bancarie.

7) Dogma della riduzione dei salari: se si riducono i salari e i diritti dei lavoratori, se si rende liberi i licenziamenti e impraticabili gli scioperi, allora i costi di produzione calano, l’economia diventa più competitiva, la disoccupazione viene riassorbita, gli investimenti aumentano e diventiamo tutti più ricchi, e non è vero che la domanda interna cali.

8) Dogma dell’immigrazione benefica: l’immigrazione va accolta anche sostenendo grosse spese perché essa è economicamente benefica ed indispensabile per compensare l’invecchiamento e il diradamento della popolazione attiva, quindi per sostenere il sistema previdenziale e per coprire i molti posti di lavoro che gli italiani rifiutano; non è vero che  tolga posti di lavoro agli italiani, che faccia loro concorrenza al ribasso sui salari, che serva come manovalanza alle mafie, che comporti un apprezzabile aumento della criminalità o dei costi sanitari o assistenziali.

I movimenti più o meno realmente antisistema denunciano di solito solo una parte di questi dogmi, quindi sono inidonei già sul piano teorico.

Carattere comune di questo catechismo propagandistico, è la censura od occultamento dei conflitti di interessi e di bisogni, e ancor più della lotta di classe in atto. Vediamo di fare impostare un inventario anche per le censure:

1)Soprattutto, il conflitto di interesse tra classi sociali, specificamente tra classe globale finanziaria improduttiva parassitaria speculatrice e le classi produttive dell’economia reale, legate ai loro territori, e sempre più private di potere sulle istituzioni nonché di quote di reddito in favore delle rendite finanziarie, attraverso una serie di riforme del sistema finanziario, del diritto del lavoro, delle costituzioni, e attraverso i trattati internazionali come quelli europei e come il WTO, che modificano dall’esterno le costituzioni.

2)Conflitto di interessi tra nord e sud d’Italia, in cui alcune regioni settentrionali patiscono un permanente trasferimento dei loro redditi in favore di alcune regioni meridionali onde tenere unito il sistema paese, ma questo trasferimento sta spegnendo le loro capacità economiche del nord e induce le loro aziende e i loro migliori lavoratori ad emigrare o cessare.

3)Conflitto di bisogni oggettivi tra paesi manifatturieri come Italia e Germania, nel quale la Germania ha interesse a tenere l’Italia entro una moneta comune per togliere all’Italia il vantaggio di una moneta più debole, quindi di una maggiore competitività rispetto alla Germania, così da prendere anche sue quote di mercato.

4)Conflitto di bisogni oggettivi tra paesi creditori, come la Germania, e paesi debitori, come l’Italia: i tedeschi, essendo detentori di crediti sia personali, previdenziali, da investimento, sia anche pubblici, sono interessati a mantenere forte il ricorso della valuta in cui quei crediti sono dedicati denominati, cioè l’euro – da qui l’esigenza di tenere stretti i cordoni della borsa, cioè di far scarseggiare la moneta per tenerne alto il corso; per contro l’Italia e gli italiani, essendo indebitati e avendo i loro investimenti perlopiù in immobili, hanno bisogno di una moneta meno forte.

5)Conflitto di bisogni tra paesi in recessione, che hanno bisogno di politiche monetarie espansive, e paesi in crescita, che hanno bisogno di politiche monetarie restrittive; e tra paesi ad economia manifatturiera-trasformatrice e paesi ad economia basata sui servizi finanziari e il commercio (Regno Unito): tutti conflitti che rendono dannosa l’unione monetaria, o meglio che fanno sì che la politica monetaria faccia gli interessi del paese più forte dentro di essa (Germania) a danno dei paesi meno forti.

6)Conflitto di interesse propriamente di classe tra imprenditori e lavoratori: i primi hanno interesse a togliere ai lavoratori quanto più possibile forza negoziale e capacità di resistenza, di sciopero, oltre che di salario.

7)Conflitto di interesse tra cittadini utenti e monopolisti/oligopolisti di servizi pubblici: questi ultimi hanno interesse a imporre tariffe sempre più alte in cambio di servizi sempre più scarsi, onde massimizzare i loro profitti; da qui la privatizzazione sistematica di tali servizi.

In conclusione, il regime, cioè il vigente sistema di spartizione del reddito tra le varie classi economiche – sistema che vede oggi la classe finanziaria prendersi quasi tutto il reddito disponibile ed erodere, attraverso l’indebitamento pubblico e le tasse, anche il loro risparmio – si regge su un consenso e un’acquiescenza ottenuti tanto mediante l’indottrinamento con dogmi, quanto con il sistematico nascondimento di conflitti di interessi che non devono apparire onde evitare che la gente percepisca il male che le viene fatto.

(Vi sono anche censure di segno pro-sociale, anti-liberista; ad esempio, molti che contestano il trend presente in chiave socialista, dimenticano che il settore pubblico spende in modo inefficiente e molto condizionato dalla criminalità burocratica, partitica, mafiosa e che quindi dargli più soldi da spendere non è la ricetta del successo; dimenticano che gran parte dei pubblici amministratori è fatta di persone tecnicamente incompetenti, o dotate di competenze prettamente giuridiche, cioè avulse dalla realtà, incentrate e limitate sull’applicazione delle norme facendo al contempo i loro interessi; dimenticano che la che la stessa popolazione generale è democraticamente in quanto non è consapevole, non si applica per capire, non ricorda, non si coordina; dimenticano che tra i lavoratori, sotto la guida di un cattivo sindacalismo, si sono consolidate una mentalità e una prassi parassitarie e improduttive, sicché difendere i loro “diritti” ha risvolti e risvolti).

Il complesso di dogmi e nascondimenti è stato costruito, con la collaborazione dei media e dei politici (quasi tutti), come senso comune socio- economico, cioè come una percezione comune, condivisa, della realtà, che consente a una classe globale parassitaria di perfezionare la spoliazione dei diritti e dei redditi delle altre classi, facendola apparire come espressione naturale di leggi impersonali del mercato, non come una guerra di classe. Di questo senso comune fa parte anche la concezione del genere umano come di una competizione assoluta e totale tra individui per la conquista della ricchezza e del potere – perché questa è l’ide(ologi)a del mercatismo: il bellum omnium erga omnes, un individualismo di massa (ciascuno è solo davanti allo schermo, davanti alle tasse, davanti alle banche, davanti ai problemi di salute, vecchiaia, disoccupazione; e soprattutto davanti a un sempre più impersonale e grande datore di lavoro), senza diritti comuni, senza solidarietà e garanzie, dove tutto è merce e prestazione, dove la vita è riconosciuta solo come scambio di valori commerciali, dove tutto è quantificato in debiti e crediti,  dove è proibito agli Stati persino introdurre tutele alla salute pubblica, se queste possono limitare il profitto delle corporations (norme del WTO e del TTIP). Dove il lavoro autonomo, le piccole imprese, i professionisti indipendenti, sono vessati e costretti a cedere il campo o a confluire in grandi aziende, mentre i lavoratori dipendenti sono impossibilitati a conservare i propri diritti, conquistati con dure e lunghe lotte, dalla scelta politica di mantenere il sistema economico, attraverso la pratica dell’austerità (della anemizzazione monetaria), in una condizione di diffusa disoccupazione e precarietà, che, combinata col diritto al libero licenziamento e demansionamento dei lavoratori, priva questi di ogni potere di lotta e contrattazione, rendendo pressoché impraticabile lo sciopero.

Questo modello socio-economico, che viene costruito metodicamente, anche a livello legislativo e costituzionale, nazionale ed europeo, dalle nostre élites, e in Italia ultimamente dalla staffetta dei governi Berlusconi-Monti-Letta-Renzi (sotto la guida dei banchieri centrali e la locale regia di Giorgio I), è marktkonform, conforme e ideale per le esigenze del mercato e del capitale e del profitto; però mi pare non molto compatibile con le esigenze psicofisiologiche dell’essere umano, inteso sia come individuo, che come famiglia, che come comunità sociale – esigenze che comprendono una prospettiva stabile per la progettazione e l’impostazione della vita, per la procreazione e l’educazione della prole; ma anche ambiti di non mercificazione e di non competitività, e la garanzia di una dimensione pubblica sottratta alla logica del profitto finanziario.

Abbiamo generazioni di giovani che, se trovano lavoro, lo trovano a salari non solo bassissimi ma insufficienti (devono farsi in parte mantenere dalle famiglie, cioè il datore di lavoro pone parte del loro salario a carico delle loro famiglie), e a tempo breve, durante il quale devono prestarsi e piegarsi a tutto, a gara spietata tra colleghi (al ribasso), per sperare di essere ri-assunti. E quando iniziano ad invecchiare e non riescono più a tenere il ritmo, sono fuori. E la prospettiva della pensione diventa un miraggio. La scelta renziana di circondarsi di giovani collaboratori e parlamentari paga in forza del predetto meccanismo: questi giovani politici sanno che, se vogliono avere prospettive di conferma e carriera, devono sempre dire sì – a loro non serve una basa culturale e morale propria.

Mi pare ben possibile che un cosiffatto modello di controllo e sfruttamento sociale, nonostante tutti gli sforzi dei nostri illuminati leaders, si rompa semplicemente per la sua incompatibilità con i bisogni oggettivi dell’uomo – ossia, che la specie umana (nemmeno la sua componente cinese) non riesca a sostenerlo. Purtroppo, forse a causa del Peccato originale, non siamo infinitamente adattabili ai desideri dei banchieri, non siamo cioè perfetti, non partecipiamo alla pura e astratta perfezione dei numeri e delle cifre. La biologia non si lascia ridurre a ragioneria.

Se guardiamo alla storia, vediamo sempre, solo e dappertutto società che non si gestiscono dal loro interno per i loro interessi, ma sono gestite da padroni (oligarchie) esterni, che perseguono il duplice obiettivo di rinforzare il loro dominio sulla società, e di intensificare lo sfruttamento di essa. La migliore metafora di questa realtà, è quella del gregge, del pastore e del padrone  del gregge. Oggi tecnologia e globalizzazione, quindi accentramento planetario degli strumenti di controllo, danno caratteristiche inedite a questo gioco di dominio e controllo, gli consentono di spingersi oltre ogni limite prima concepibile, di sottoporre l’uomo e la società umana a sollecitazioni estreme, a tensioni altissime, perché al contempo gli impediscono di sottrarsi, di sfuggire, di trovare condizioni di vita sane.

I vari sistemi di dominazione, nel corso dei secoli, si sono rotti tutti, prima o poi, per diversi fattori, e in generale a causa della complessità dei sistemi da controllare: prima o poi, da dentro o da fuori, qualche fattore fa saltare il gioco.   Paradossalmente, e oggi più che mai, la più concreta ragione di speranza del genere umano sta proprio in questo,  ossia nel fatto che finora tutti i tentativi umani di soggiogare definitivamente l’umanità sono falliti, si sono rotti. Speriamo quindi nel caos, che vinca ancora e presto, nonostante la tecnologia.

04.10.14 Marco Della Luna

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ARSENALE DELLA DEMOCRAZIA E FABBRICA DELLE GUERRE

Arsenale della democrazia e fabbrica delle guerre.

Ormai comunemente si osserva che l’arsenale della democrazia continua a intervenire con le sue guerre, coinvolgendo i suoi alleati subalterni, per buttare giù soggetti politici che esso stesso aveva messo su, armandoli e finanziandoli. Pensiamo ai talebani, a Saddam Hussein, a Osama Bin Laden, ai miliziani dell’Isis.

Queste odierne operazioni in due fasi, costruzione e demolizione, sono la continuazione di ciò che l’arsenale della democrazia aveva fatto col nazismo, sostenendolo finanziariamente persino in tempo di guerra attraverso partecipazioni societarie, e combattendolo nella seconda fase con grande dispendio di mezzi, in larga parte addebitati agli alleati. È stato infatti grazie all’indebitamento abissale degli alleati e poi delle potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale, che l’arsenale della democrazia ha assunto l’egemonia di gran parte del pianeta, facendosi suo fornitore di credito e, con  Bretton Woods, di moneta di riserva.

In Ukraina avviene oggi qualcosa di simile: l’arsenale della democrazia dapprima sostiene una sorta di colpo di stato contro un regime eletto, poi incoraggia una deriva anti-russi a Kiev, usa ogni mezzo per fare della Russia un nemico e una minaccia militari per l’Europa occidentale, imponendoci di adottare contro Mosca sanzioni autolesionistiche per noi, che però ci rendono più dipendenti dall’arsenale della democrazia per le forniture energetiche, quindi arricchiscono l’arsenale della democrazia in termini di profitti ed egemonia; al contempo, annuncia che potrà in futuro contribuire alle spese della Nato in misura ridotta, quindi gli alleati europei dovranno metterci più soldi, ossia dovranno comprare più armamenti dall’arsenale della democrazia, il quale è di gran lunga il principale produttore di armamenti, con una larga quota del pil e dell’occupazione dipendente dalla produzione e… dal consumo di questi articoli; così contribuiranno alla prosperità della sua industria bellica a spese dei propri cittadini contribuenti.

L’arsenale della democrazia ha una necessità oggettiva e strutturale di agire così per rimanere egemone e per assicurare grandi profitti al suo complesso finanziario e industriale militare e salario ai suoi addetti. E per continuare a imporre la sua ultra- inflazionata valuta come valuta internazionale di riserva e pagamenti soprattutto delle materie prime, con cui comperare tutto nel mondo, continuando a stampare carta. Ha necessità di essere fabbrica di guerre, tiranni e terrori. La sua fisiologia richiede una continua domanda di armamenti, quindi continue guerre, tensioni, conflitti nel mondo. I suoi governi assicurano e producono queste condizioni. Nel corso della sua storia, l’arsenale della democrazia è quasi sempre stato impegnato in qualche guerra. Il papa non parla mai di questa causa di guerre e violenza. È una necessità oggettiva, che non ha implicazioni morali. Nessuno va condannato.

Finché resterà l’arsenale della democrazia, avremo guerre senza fine. Dopo, chissà. 23.09.14 Marco Della Luna

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ESAME DI ECONOMIA POLITICA

ESAME DI ECONOMIA POLITICA

Alla luce dei fallimenti sistematici degli ultimi governi rispetto alle loro promesse, ogni premier -e ancor più ogni governatore di banca centrale – dovrebbe pubblicamente svolgere questo compito in classe di economia politica:

Dica il premier con quali misure sia possibile mantenere l’equilibrio finanziario di uno Stato avente le seguenti condizioni:

-rifinanziamento del debito pubblico sui mercati speculativi;

-debito pubblico oltre il 130%  e in costante crescita, da rifinanziare sui mercati speculativi;

-spesa pubblica oltre il 50% del Pil;

-pressione fiscale oltre il 50%;

-disoccupazione oltre il 12%;

-situazione di declino economico pluriennale in accelerazione;

-costo dell’energia e della p.a. superiore ai paesi concorrenti;

-impossibilità di aggiustamento del cambio valutario, bloccato a livelli alti;

-fuga di imprese e capitali.

 

Spieghi il premier: come mai da molti anni lo Stato stringe la cinghia e che da un paio d’anni beneficia di bassi rendimenti sul suo debito pubblico e che per giunta realizza costanti aumenti del gettito tributario, eppure vede il debito pubblico costantemente crescere?

Quali sono le voci di spesa che crescono molto e fanno aumentare questo debito pubblico nonostante tutto il resto? Sono forse le spese assistenziali (accoglienza, vitto, alloggio, sanità, scuola, assegni) per di centinaia di migliaia di immigrati? Sono le spese per le indennità e le mini indennità di disoccupazione, generosamente concesse per mettere una toppa (che può reggere solo nel breve termine) alla scelta di lasciar costantemente aumentare la disoccupazione per effetto della deindustrializzazione e della desertificazione economica, frutto della indiscriminata apertura delle frontiere commerciali nonché del blocco dell’aggiustamento dei cambi?

Spieghi inoltre il premier come in questa situazione si possa rilanciare abolendo l’elettività del senato e dei consigli provinciali, nonché di quel poco che resta dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (già sostanzialmente svuotato da Monti), o con la ventitreesima riforma del processo civile in 23 anni, o togliendo ai magistrati qualche settimana di vacanze.

Spieghi infine il premier come una recessione da calo della domanda interna possa essere risolta diminuendo ulteriormente i redditi disponibili attraverso la riduzione programmatica dei redditi dei lavoratori dipendenti e autonomi.

Al punto in cui siamo arrivati, l’unico modo per fermare il disastro in tempi brevi, far ritornare la fiducia azzerata e le imprese fuggite, e far ripartire l’economia nazionale realmente, affrancandosi dai soldi che dovrebbero arrivare dall’estero dall’estero, sarebbe che lo Stato (con l’Eurozona se ci sta, senza se non ci sta) si mettesse a stampare moneta senza indebitarsi, per far lavorare la gente e le imprese, per fare gli investimenti utili a innescare gli investimenti privati e la domanda interna, nonché per dimezzare la pressione fiscale e contributiva subito. 

Chiunque dica di voler rimettere in corsa il Paese senza fare ciò, non merita alcuna fiducia, ma calci nel sedere, perché o è un bugiardo o è uno stolto.

17 settembre 2014 Marco Della Luna

 

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