LA CASTA VIVE, L’ITALIA MARCISCE

FINCHE’ LA CASTA VIVE, L’ITALIA MARCISCE

Il Mose di Venezia, la ricostruzione dell’Aquila, l’Expo di Milano, il villaggio della Maddalena, il sistema Sesto (San Giovanni), gli scandali della protezione civile, le mangerie sulla sanità e sui rifiuti nel meridione e nel Lazio, le ruberie sulla TAV e le porcate nei consigli regionali di mezza Italia (tutti quelli su cui si indaga), gli sprechi osceni nei palazzi delle istituzioni siciliane, tutto questo mostra che gli apparati dei partiti politici e della burocrazia sono strutturalmente dediti a queste cose, che la politica e l’amministrazione vivono di questo, che la spesa pubblica viene progettata allo scopo di arrivare a questo tipo di profitti in associazione all’imprenditoria privata.

La partitocrazia equivale alla mafia: controllo di territorio, lavoro, istituzioni, spesa pubblica

L’apparato di un grande partito, nelle sue zone di dominio, prende il controllo dei poteri pubblici (enti locali, uffici territoriali dell’amministrazione centrale, organi di controllo), degli appalti, dei concorsi, delle assunzioni, delle licenze, dei media, della scuola… non lascia spazio alla concorrenza economica, politica, culturale. Per questo può mangiare tanto e, perlopiù, impunemente, senza contrasto. Si comporta esattamente come la mafia. O come certe erbe coprenti per giardino, ad esempio la dicondra repens, che ho seminato nel mio: strisciando, forma un tessuto di radici molto compatto, che soffoca e scaccia le altre erbe, e ti dà un bel prato uniforme. Non occorre tosarlo, però devi innaffiarlo frequentemente.

 Inevitabile quindi che le medesime opere pubbliche costino in Italia il doppio o il triplo di altrove in termini sia di denaro che di tempo. E che le opere e i servizi pubblici siano molto più scadenti e inefficaci e mal concepiti. E che non ci sia alcun miglioramento in tutto ciò, nemmeno dopo la gonfiata epopea di Mani Pulite.

È parimenti assurdo, irrazionale, infantile credere che questo o quell’uomo politico possa risanare e voglia salvare il Paese: qualsiasi premier, qualsiasi statista politico poggia per il potere e per la fiducia in Parlamento su quegli apparati di partito e di burocrazia, che non lo appoggerebbero se egli impedisse i loro traffici. E un’organizzazione politica che non si adeguasse alla affarismo generalizzato, non riuscirebbe ad affermarsi nell’agone politico.

Irrazionale è anche pensare che la magistratura di un cosiffatto paese possa risanare il  sistema:

Primo, il potere giudiziario per sua natura agisce sui casi singoli e sulle colpe individuali, non sul sistema; e agisce in via punitiva, non preventiva.

Secondo: come andavano le cose si sapeva anche prima di Tangentopoli, si sapeva anche prima degli ultimi scandali, e complessivamente la giustizia non si muoveva; si è mossa solo nel ’92 a seguito del Britannia Party, quando si trattò di arrivare ad altri scopi, soprattutto coprire operazioni di svendita del Paese.

Terzo: se un sistema-paese ha determinate caratteristiche nel complesso, il suo apparato giudiziario non può essere molto diverso. Infatti, nell’affare Mose emergono coperture di magistrati corrotti, e Massimo Cacciari, all’indomani degli arresti di Venezia, ha narrato pubblicamente di aver a suo tempo presentato un dossier su questo scandalo del mosse in una pubblica seduta della Corte dei Conti, senza raccogliere interesse. E un giudice di questa Corte ha denunciato di aver redatto un rapporto sulle mangerie del Mose già nel 2009, ma di essere stato semi-silenziato da un superiore e dalla stessa struttura istituzionale.

Chi presenta lo Stato-apparato come custode o garante o, peggio, fonte della legalità, è un ciarlatano. Lo Stato-apparato è il contrario, è la buro-partitocrazia.

D’altronde, si vede continuamente che anche i condannati per reati amministrativi dopo un poco e escono e ricominciano. Gli uomini della casta si riciclano sempre tra di loro, e
smettono solo se muoiono, questa è la verità constatabile nei fatti. I compagni G non li fermi con l’interdizione dalle attività pubbliche,  ma solo rinchiudendoli a vita o uccidendoli, perché agiscono sott’acqua e non hanno bisogno di assumere cariche pubbliche.
Finché vivranno questi uomini, circa 400.000 secondo il libro La Casta, circa 1.000.000 secondo altri,  l’Italia continuerà a declinare e non inizierà alcun risanamento. Siccome è impossibile e improponibile eliminarli fisicamente, come fecero i francesi nella loro rivoluzione per liberarsi della loro casta parassitaria, non resta che emigrare, oppure rassegnarsi e adattarsi. I moralizzatori senza spada sono controproducenti, fan perdere tempo, finiscono per rafforzare l’esistente – mi sentite, Grillini?

Torniamo al Mose di Venezia. Adesso è stato scoperto il sistema delle tangenti
nell’esecuzione dei lavori. Ma questo, l’esecuzione, è solo il livello più superficiale.

I livelli sottostanti sono molto più interessanti.

Perché non andare a indagare anche la controversa scelta del tipo di soluzione da dare al problema dell’acqua alta? Si sa che la soluzione scelta col Mose fu e resta molto
controversa sia in quanto alla idoneità, sia in quanto ai suoi scopi.

Mio padre Gabriele, ingegnere idraulico, uno dei massimi esperti
in materia, al tempo delle fatidiche decisioni mi descriveva queste perplessità. Purtroppo sono passati decenni e non ricordo dettagliatamente le sue spiegazioni tecniche. Si sapeva che la stessa analisi del problema era viziata da una impostazione arbitraria, strumentale, che nasconde le vere cause dell’acqua alta, cioè l’ampliamento delle bocche di porto e il
restringimento del bacino lagunare.  L’analisi la soluzione, cioè il Mose, si sapeva che erano sbagliate, ma venivano portate avanti legittimate per affarismo. A scopo di spartizione. Così  mi spiegava. L’apparato dello Stato lo sapeva, ma andava bene che
si continuasse a questo modo. L’opera pubblica era un modo per
arricchirsi privatamente, non per servire la cosa pubblica. Il consenso politico,
il potere politico, si basavano su questo e si basano ancora su questo… Altra gente quindi dovrebbe finire agli arresti, altri livelli, anche tecnici e sedicenti scienziati.

Cose analoghe erano avvenute col Vajont., dove si sapeva che il Monte Toc sarebbe franato nell’invaso e avrebbe causato quel che poi avvenne, ma si decise di continuare per affarismo. E con Stava. E ora avvengono con la Tav, opera superata, inutile e nociva anche ai fini commerciali che dovrebbe servire, ma insuperata per gli affari – dunque anche per la partitocrazia.

Ma perché fermarsi al Mose? Perché non indagare tutte le scellerate scelte in
materia di tutela del territorio? Le scelte di cementificazione ed edificazione basate sul falso assunto che le precipitazioni sarebbero scemate negli anni e che quindi non vi sarebbero più state inondazioni e allagamenti? Quelle scelte, i cui autori hanno nomi e cognomi e mio padre li conosceva, hanno causato e causeranno, oltre a decine di morti, miliardi di danni collettivi e profitti privati. Non rivederle, non correggerle, quando è apparso palese che le precipitazioni calavano sì, su base annua, ma si concentravano nel tempo, quindi divenivano più pericolose, è stato ed è un crimine. Dr. Nordio, di grazia, indaghi anche questo – Glielo chiede il sangue delle vittime e quello dei contribuenti.

E perché limitarsi al settore idrogeologico, perché non indagare penalmente la scelta di non avvalersi dell’articolo 123 del Trattato sull’Unione Europea che consente agli Stati di finanziarsi attraverso una banca pubblica direttamente alla banca centrale
europea, così che l’Italia pagherebbe interessi dello 0,25 o 0,15 % anziché
del 5% sul debito pubblico, risparmiando 80 miliardi l’anno? Non è anche questa una scelta meritevole di indagine penale? E altre scelte, parimenti distruttive per il paese, non sono altrettanto meritevoli di attenzione investigativa? Mi riferisco alla scelta di prelevare 57 miliardi con le tasse dagli italiani già colpiti dalla recessione solo per darle ai
banchieri predoni francesi e tedeschi onde assicurare i loro profitti
nei prestiti fraudolentemente da loro concessi a Grecia Spagna e Portogallo? Perché non indagare i cancellieri europei che hanno premuto in tal senso, forse ricattando e limitando nella loro libertà le nostre istituzioni, appoggiati dai banchieri e dalle società di rating?

Perché non aprire un fascicolo sull’imposizione all’Italia dell’Euro, che si sapeva, tecnicamente, che avrebbe causato ciò che ha poi causato, perché si era già visto con lo SME,  perché molti economisti di vaglia l’avevano predetto e perché gli effetti del blocco dei cambi erano descritti nei libri di testo?

Perché non indagare ed eventualmente perseguire come creato scelte quali quella di dare l’indipendenza dallo Stato alla Banca d’Italia, scelta che ha raddoppiato in pochi mesi il debito pubblico sul Pil, sul prodotto interno lordo?

La politica italiana degli ultimi decenni è piena di simili scelte distruttive per il paese e lucrative per determinati soggetti finanziari, lucrative in termini sia di denaro
che di potere. Perché non indagare se costituiscano crimini contro gli
interessi nazionali? Alto tradimento? Attentato alla sovranità e indipendenza nazionali mediante violenza economico-finanziaria sulla popolazione e l’economia del Paese?

Perché non indagare, rovistando innanzitutto nei circuiti di compensazione bancaria semi-segreti (Clearstream, Euroclear e Swift) se i nostri politici, ministri, altri statisti, oltre a prendere soldi dalle grandi imprese per i grandi appalti, hanno preso soldi o altre utilità da finanzieri o statisti stranieri per fare quelle operazioni disastrose e che si poteva prevedere che avrebbero causato disastri per l’Italia e vantaggi per quei determinati soggetti?

Forse agli italiani non interessa nulla di ciò che riguarda la sfera della legalità e della moralità, e accettano che i loro governanti siano sleali e traditori.

Oggi riscuote successo e riscuote consenso un personaggio che ha  pugnalato alle spalle il suo compagno di partito allora premier dicendoli di stare tranquillo, che non gli avrebbe tolto Palazzo Chigi. Un personaggio che ha violato la promessa fatta pochi giorni prima alla nazione dicendo che non avrebbe accettato il premierato se non passando per le urne. In altri paesi un uomo così non sarebbe stato proponibile in politica. Davvero buone credenziali, per un moralizzatore! Con che coraggio si è presentato, dopo di questo, agli elettori, e con che faccia si presenta ora a presiedere l’Unione Europea?
Ma forse proprio quelle caratteristiche del novello statista sono ciò in cui
moltissimi italiani si identificano, si riconoscono, ciò in cui vedono grandi capacità, il contrassegno dell’uomo del destino italiano.

I poteri che lo hanno scelto, che lo hanno elevato da una condizione di sindaco di una città di medie dimensioni a candidato premier, che gli hanno dato tutto il possibile appoggio tv pubblico, hanno quindi scelto in modo molto oculato, ben conoscendo la psicologia nazionale, sapendo che gli italiani non avrebbero rifiutato un così fatto profilo ma anzi ne sarebbero stati entusiasti. Al punto di non andare a vedere se la mancia degli € 80 sarebbe loro costata molto di più in termini di maggiori tasse e tagli di servizi. Di non
badare al fatto che il novello premier non ha una strategia macroeconomica per rimediare alla situazione complessiva. Che la disoccupazione, la domanda interna, gli investimenti, il debito pubblico continuano a peggiorare senza indicazioni di miglioramento. Che tutto ciò che il governo fa è autofinanziarsi prendendo i soldi del risparmio degli italiani per
ridistribuirli senza creare nuove fonti di reddito al paese. Che l’apparato del partito pigliatutto ha una storia analoga a quella degli altri partiti di potere e spesa pubblica, e che non ha chiarito come i suoi uomini hanno gestito o lasciato gestire il Monte dei Paschi di Siena, saccheggiato di oltre 10 miliardi.

Tutto ciò non impedisce al novello statista di dichiarare, con la massima e più virginale serietà di espressione, che, se fosse per lui, condannerebbe per alto tradimento tutti i pubblici funzionari e amministratori che si lascino corrompere.

Davvero il personaggio giusto, per ridare la moralità alla Repubblica!

Il titolare delle indagini sul Mose, dr Carlo Nordio, Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, pubblicò nel 1997 un importante saggio, Giustizia, che io citai nel mio Le chiavi del Potere (2003), scrivendo: “dalle famose indagini sulla corruzione politica e amministrativa in Italia è affiorato – dice il dr. Nordio… … – che le tangenti si distribuivano secondo una proporzione costante tra i partiti politici: 40% – 40% – 20%. La Dc e il Psi (40% e 20% rispettivamente) si sono sciolti sotto i colpi degli scandali, delle indagini, delle inchieste. Il Pci, ora Pds, beneficiario dell’altro 40%, secondo l’illustre Autore, è invece andato al governo dopo 50 anni di opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati, dopo l’uscita del libro Giustizia, in cui il dr. Nordio si permetteva alcune benevole e mitigatissime critiche alle lobbies dei suoi colleghi, e ai parteggiamenti filocomunisti di certuni, attaccò il dr. Nordio con toni e contenuti molto preoccupanti, che io trovai esagerati e sorprendentemente minacciosi per un Paese in cui vige libertà di espressione.”

06.06.14 Marco Della Luna

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GOLPE BIANCO E MANDATO TRIONFALE

GOLPE BIANCO E MANDATO TRIONFALE

IL GOLPE BIANCO PER SPARTIRSI IL PAESE (articolo scritto per Punto Zero) E’ un segno di notevole cambiamento il fatto che oggi pubblicamente si accusi, senza finire sotto processo, il presidente Napolitano di essere un golpista, e che tranquillamente si parli nei Tg di impeachement e denunce per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Fino a poco fa era impensabile un tale livello di delegittimazione contro una figura che appariva addirittura sacrale, intangibile. Ma non ha commesso alcun golpe, perché non è possibile commettere un golpe contro una costituzione che non è mai stata posta in vigore, sostanzialmente, ed è stata solo usata come copertura per un sistema di potere radicalmente diverso. Ciò che Napolitano sta facendo è cercare di mettere insieme una costituzione transitoria per gestire questa fase di declino e disgregazione del Paese… Adesso che ha ricevuto dagli italiani il mandato legittimante, Renzi potrà formalizzare costituzionalmente l’autocrazia, con la collaborazione di un Berlusconi teleguidato mediante le sue disavventure giudiziarie. Il mandato lo ha avuto da italiani tipici, senza dignità e senza matematica,  a cui non importa della svolta autocratica né del fatto che il governo toglie in maggiori tasse e in minori servizi un multiplo della mancia di 80 euro al mese, né importa della sua impotenza sul piano economico e occupazionale.

 

La vicenda politica italiana dell’ultimo decennio si impernia sull’alleanza tra la casta nazionale e la grande finanza apolide (tedesca, francese, statunitense); alleanza per spartirsi il risparmio, i redditi, i mercati e le aziende di questo Paese, e metterlo sotto il governo del capitale bancario. In virtù di questa alleanza, la grande finanza, via Brussel e BCE, ha dato e dà alla casta legittimazione politica e morale nonché sostegno economico in termini prima di credito a bassi tassi (fase 1 dell’Euro), con cui la casta ha ampliato strutturalmente la spesa pubblica corrente clientelare; poi (fase 2 dell’Euro), usando la BCE per comperare massicciamente bonds italiani onde tenere artificiosamente bassi i loro rendimenti (a dispetto dei pessimi indicatori economici), sostiene le politiche dei governi Monti, Letta e Renzi, in quanto politiche strumentali ai suoi interessi. Un collasso finanziario dello Stato (sullo spread) o delle banche (sulle sofferenze) era da evitare, perché esso, spingendo l’Italia fuori dall’Eurosistema, avrebbe arrestato il processo di spartizione delle risorse dello sfortunato Paese. Ovviamente questo piano richiede l’effettuazione di profonde deroghe, violazioni e alterazioni della prassi e della stessa carta costituzionale – cioè di una serie di colpi di Stato e di rivoluzioni, giustificati dalle emergenze e dal “ce lo chiede l’Europa”. Dirò poi perché non si tratta di colpi di Stato, di eversione della Costituzione, né di un piano criminale.   Le emergenze sono state – oramai lo sappiamo – decise, pianificate, fabbricate, iniziando con la destabilizzazione dell’ultimo governo Berlusconi nel 2011. Berlusconi, in sede comunitaria, aveva insistito per l’accettazione di alcuni punti contrari agli interessi tedeschi (ossia: conteggiare ai fini del rapporto pil/deficit pubblico anche il pil sommerso; conteggiare ai fini del rapporto patrimonio nazionale/debito pubblico anche il patrimonio netto dei privati). Come reazione, le grandi banche tedesche (presumibilmente d’intesa con la Bundesbank e col governo) posero massicciamente in vendita grandi quantità di bonds italiani, facendone schizzare in su i rendimenti (spread) nonostante che gli indicatori economico-finanziari italiani fossero molto migliori di oggi; B. fu sostituito, come programmato, con l’eurocrate Monti (privo di meriti, se non negativi come co-architetto dell’eurosistema), che lanciò un piano di demolizione dell’economia nazionale e di spremitura fiscale degli italiani per assicurare ai banchieri francesi e tedeschi i loro iniqui incassi sui prestiti che in mala fede avevano erogato a Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Ne seguì un tracollo economico e occupazionale, una costante ascesa del debito pubblico nonché una campagna di svendite al capitale straniero – tendenze che sono continuate con Letta (pure privo di meriti, tolta la fedeltà cieca all’Euro) e continuano con Renzi (statista di immagine), appoggiate dagli acquisti della BCE. L’artificiosa calma finanziaria creata da questo sostegno consente al governi Renzi di procedere a riforme in senso autoritario e autocratico.   Oggi abbiamo un parlamento di nominati (dai segretari dei partiti), retto da una maggioranza artificiosa e incostituzionale (sistema maggioritario bocciato dalla Consulta), non rappresentativa del popolo. Questo parlamento dapprima ha ri-eletto un Capo dello Stato in violazione della Costituzione (che, come anche risulta dai lavori dell’Assemblea Costituente, non prevede un secondo mandato, mentre le Costituzioni che lo prevedono stabiliscono anche che non vi possa essere più di una rielezione di seguito, dal che è chiaro che la nostra Costituzione non consente il secondo mandato), un Capo di Stato che aveva sostituito con un burocrate un premier avente investitura popolare. Ora siffatto parlamento, nel silenzio-assenso del predetto Capo dello Stato, dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato illegittime le liste bloccate e il meccanismo maggioritario, perché antidemocratici, sta riformando la Costituzione. Non potrebbe farlo, perché l’art. 136 Cost. Stabilisce che le sentenze della Consulta siano immediatamente efficaci, anzi efficaci retroattivamente (i parlamentari eletti col maggioritario dovrebbero decadere), ma questa volta pare si sia fatta eccezione… Dietro una rassicurante facciata di attivismo, giovanilismo, idealismo, Renzi sta procedendo a una radicale riforma costituzionale ed elettorale, per rendere il parlamento ancora più maggioritario, ancora meno rappresentativo della volontà popolare, quindi ancora più strumento privato del segretario del partito dominante, che tale potrà diventare anche con un 30% dei voti più l’aiuto di qualche lista civetta. Sono le garanzie fondamentali della Costituzione, quelle che Renzi demolisce, aiutata da un Berlusconi filo-comandabile attraverso le sue vicende giudiziarie e i suoi interessi aziendali (opposizione ricattabile). Il premier potrà così, scegliendo persone a lui gradite, nominare il nuovo Capo dello Stato, i giudici costituzionali (5 direttamente e 5 indirettamente, su 15), i componenti laici del CSM, le autorità di controllo e garanzia. Avrà il controllo anche delle istituzioni di garanzia, dei poteri “neutri”, di quelle che dovrebbero appunto essere imparziali, per controllare lui e il suo governo e gli atti della sua (artificiosa) maggioranza. Una dittatura con pretese di costituzionalità, di legalità, di democrazia. Ma è una dittatura da quattro soldi, perché è la dittatura di una buro-partitocrazia ladra su un paese la cui sovranità monetaria, legislativa, fiscale è già stata trasferita ad organismi esterni, non italiani, non democraticamente responsabili, e in ampia parte esenti anche dalla sindacabilità dei tribunali. Questo trasferimento di sovranità, assieme all’eversione dei principi fondamentali della Costituzione (mi riferisco soprattutto all’eversione dell’art. 1, del lavoro come fondamento della Repubblica, sostituito con la finanza), è stato compiuto attraverso una serie di trattati internazionali, usando il grimaldello della falsa interpretazione dell’art. 11 della Costituzione, articolo che consente limitazioni (e non cessioni) della sovranità, sul piano di parità (e non di subordinazione), in quanto necessarie per la pace e la giustizia tra le nazioni (e non per scopi finanziari). Usando lo strumento dei trattati, senza consultare il popolo, e senza passare per le procedure di revisione della Costituzione (art. 138 Cost.), la Costituzione è stata stravolta nella sua stessa prima parte, nei principi fondamentali, iniziando con quello della sovranità popolare e dell’indipendenza. E questo percorso è iniziato non con l’Euro, ma già nel 1981, colla sostanziale privatizzazione della Banca d’Italia, tra il plauso generale dei giornalisti, degli economisti e dei politici, equamente divisi tra imbecilli e imbonitori. Adesso l’Italia è uno Stato fondato sul mercato e la sovranità, cioè il potere di prendere le decisioni politiche, sicuramente non appartiene al popolo, ma nemmeno a soggetti nazionali, prevalendo i condizionamenti sovra-nazionali.   Tuttavia nego che, in tutto questo, e soprattutto nelle operazioni Napolimonti, Napoliletta, Napolirenzi e Napolibis, si possa seriamente parlare di golpe, di eversione della Costituzione, perché sostanzialmente la Costituzione scritta non era mai stata attuata nelle sue parti determinanti, e perché la Repubblica italiana non era mai stata indipendente, bensì occupata militarmente da oltre cento basi militari statunitensi. Essa è nata sottomessa ed è vissuta secondo leggi diverse da quelle nominali. Nego anche che la strategia di liquidazione dell’Italia e di sua sottomissione a potentati stranieri sia moralmente o politicamente censurabile. Lo nego, perché l’Italia era ed è spacciata, ossia era già in un processo degenerativo senza possibilità di arresto o di recupero, a causa della sua stessa struttura o composizione, a causa di come è fatta, ossia di un fattore non separabile da essa, che sotto espliciterò. E a causa della sua classe dirigente, la buro-partitocrazia. Gli apparati dei partiti politici sono apparati dediti strutturalmente al saccheggio della spesa pubblica, come appare da tutte le inchieste giudiziarie. Non si tratta di mele marce, ma del sistema, dell’ambiente. Non vi è una alternativa politica diversa, anche perché la maggior parte della popolazione si è adattata, accetta il rapporto clientelare, di complicità, coll’uomo politico. Non è possibile che l’Italia sia amministrata non dico bene, ma almeno in modo non ladresco. I partiti si reggono sulla spartizione del bottino.   Il fattore di fallimentarità intrinseca dell’Italia vede suoi effetti vengono amplificati ed accelerati dall’Euro, che non è una moneta comune, ma una parità fissa tra le monete preesistenti, mentre i debiti pubblici dei singoli Stati restano separati e separatamente attaccabili, anche perché la banca centrale BCE, diversamente da quella di USA, Giappone, Regno Unito, etc., non li garantisce contro il default, né garantisce le loro banche contro il default. Per tale ragione, il debito pubblico dei paesi dell’Euro paga mediamente tassi di interesse più elevati di quello dei predetti Paesi, anche se ha un miglior rapporto col pil.   L’Eurosistema, come ogni sistema di blocco dei cambi, è inevitabilmente dannoso e non può essere corretto. Non si tratta di fare unioni fiscali, bancarie o politiche. Quando due o più paesi hanno rapporti di scambio commerciale, se uno dei due importa più di quanto esporta (perché ha costi della produzione superiori dell’altro, sicché è conveniente per i suoi abitanti importare dall’altro paese anziché comperare i prodotti interni), la sua moneta sarà più offerta (per pagare le importazioni) che domandata (per comperare le sue esportazioni), quindi tenderà a svalutarsi; svalutandosi, renderà più convenienti le esportazioni e meno le importazioni. Questo è il meccanismo naturale, di mercato, di correzione degli squilibri commerciali internazionali. Se blocco il cambio tra le due monete, la correzione non avviene, il paese che ha costi di produzione superiori continua a importare e a indebitarsi, la sua industria si atrofizza e in parte emigra, i suoi capitali pure. La disoccupazione si impenna. Il reddito cade. Lo sfortunato paese non riesce quindi più a sostenere gli oneri del debito interno e del debito estero. Deve svendersi. Il paese più efficiente, avendo accumulato crediti, compera i pezzi migliori, banche incluse, e assume il dominio anche politico del paese indebitato. Detta le regole. Questo è il percorso pianificato, e già ben avanzato, dell’unificazione europea. Lo strumento principale è l’Euro: una pompa che trasferisce risorse dai paesi eurodeboli e debitori ai paesi euroforti. Il paese che va a credito e compera, è la Germania, che prima dell’Euro aveva un debito estero di oltre 300 miliardi, e ora ha un credito estero di circa 1.800, e nella UE detiene l’iniziativa politica e il potere di veto. Ogni unione monetaria tra aree geografiche con diversi livelli di produttività (di costo per unità di prodotto) ha funzionato male e ha fatto degenerare i paesi coinvolti, perché (esclusi gli USA, che scaricano i costi sul resto del mondo attraverso il dollaro), per tenere insieme le sue parti tendenzialmente divergenti, deve trasferire costantemente reddito dalle aree più produttive a quelle meno produttive, col risultato di: -supertassare le prime, togliendo fondi per investimento e innovazione, nonché inducendo capitali, imprese e cervelli ad emigrare, sicché queste aree nel tempo si impoveriscono e non riescono più a sussidiare le aree meno produttive; -incentivare e rinforzare, anziché correggere, le caratteristiche disfunzionali delle aree meno produttive (sprechi, mafie, corruzione, parassitismo, clientelismo, immobilismo) e favorire la trasmissione di queste caratteristiche alle aree più produttive attraverso l’emigrazione interna (in Italia, soprattutto attraverso il pubblico impiego, occupato prevalentemente da meridionali, che trasferiscono la loro mentalità e le loro prassi alle parti più efficienti del paese, con effetti degenerativi); -questi meccanismi sono noti da molti decenni e i guai che ora constatiamo sulla nostra pelle a causa del blocco dei cambi erano stati preveduti da prestigiosi economisti già negli anni ’70, ’80 e ’90; ma erano anche stati già provati come effetto dei precedenti tentativi di blocco dei cambi (serpente monetario europeo e sistema monetario europeo), entrambi falliti per le suddette ragioni; -l’esperienza dell’Italia conferma tutto ciò: lo Stato ha speso per sollevare il Sud ai livelli del Nord, dal 1960 ad oggi, circa 300 miliardi di Euro tolti con le tasse al Nord, ottenendo il risultato di peggiorare le cose al Sud e di soffocare, o mettere in fuga verso l’estero, l’imprenditoria del Nord; -dunque chi ha voluto l’Euro lo ha imposto in perfetta mala fede, con dolo; -perciò erronea e controproducente è la soluzione “ci vuole più Europa”, “ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa”, ossia la soluzione proposta dai nekeynesiani per l’Europa, nel senso di istituire un bilancio federale europeo che metta in comune i debiti pubblici, ripiani i deficit e finanzi il pareggiamento delle aree meno efficienti a quelle più efficienti e/o per eseguire in esse investimenti per l’occupazione: la spesa pubblica che viene fatta attraverso le strutture, il ceto politico e il corpo sociale delle aree meno efficienti, sarà distorta e meno efficiente; inoltre già in sé lo spendere a scopo di collante è uno spendere distorto; meglio la soluzione della moneta di conto comune tra monete nazionali e bilanci nazionali, con centrale di compensazione multilaterale e tassazione dei surplus commerciali, del tipo raccomandato da Keynes ai tempi di Bretton Woods. La soluzione federale, il bilancio unitario di tipo italiano, in cui due regioni – il Veneto e la Lombardia – vengono fiscalmente saccheggiate per concorrere al mantenimento, pardon per sostenere il reddito, di certe regioni del Sud, non sarà mai accettata dai paesi europei efficienti, perché ovviamente non vogliono fare, nell’unificazione europea, la fine che veneti e lombardi hanno fatto nell’unificazione italiana; e anche perché la soluzione federale tra aree non omogenee produce un livellamento al basso, un degrado civile, un impoverimento globale che porta all’instabilità quando lo Stato centrale non è più in grado di “comprare” il consenso o perlomeno la quiete mediante l’assistenzialismo, e si mette a consumare con le tasse e con le privatizzazioni il risparmio e le risorse. Procede ad esaurimento delle riserve, cioè consumando con le tasse il risparmio (ricchezza mobiliare e immobiliare), dopo aver prelevato fiscalmente tutto il reddito prelevabile della popolazione governata. Queste sono le cause strutturali, essenziali, congenite nella sua composizione, che condannano l’Italia alla rovina e che legittimano quindi i suoi commissari liquidatori.

Aree di diversa produttività (e mentalità) abbisognano di bilanci, monete e politiche economiche separate, e di fare ciascuna i conti con le proprie caratteristiche. Questa è la ragione oggettiva per la quale l’Italia (come assemblato di aree eterogenee) e l’Eurozona funzionano male. Funzionando male, per sopravvivere arrivano alla violenza, alla violenza distruttiva di regole finanziarie economicamente assurde e controproducenti, da parte di Roma, con le sue tasse che ammazzano l’economia, e da parte dell’Eurozona, con regole inique, attraverso cui la Germania si difende dal pericolo della solidarietà coi paesi mediterranei, nel mentre che, per via commerciale, li sottomette, li svuota delle loro risorse industriali e finanziarie, attraverso i suoi Reichskommissaren, rinnovando ciò che faceva con i territori occupati durante la II G.M. 10.05.14 Marco Della Luna

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NUOVO LIBRO: SBANKITALIA – INTERVISTA DI LUIGI TEDESCHI

Sbankitalia locandina 

Luigi Tedeschi, esperto di finanza e direttore di Italicum, intervista Marco Della Luna, autore del saggio SBANKITALIA, sulla criminale strategia di firoma del sistema bancario italiano portata avanti dai potentati europei attraverso la partitocrazia italiana e culminata nella vergognosa riforma della Banca d’Italia nello scorso inverno.

1. Gli accordi Ecofin di fine dicembre 2013, che prevedono la devoluzione delle funzioni di vigilanza bancaria alla BCE, il cui intento ufficiale sarebbe quello di rafforzare la capitalizzazione del sistema finanziario, al fine di scongiurare i rischi di default emersi all’indomani della crisi del 2008, in realtà rappresentano un ulteriore rafforzamento del sistema bancario centrale europeo, a danno degli stati e delle banche più deboli. Tra l’altro, verranno sottoposti a stress test i titoli del debito pubblico degli stati. In realtà il coefficiente di rischio del debito pubblico è quasi nullo. I titoli pubblici vengono acquistati e restituiti dalle banche alla scadenza allo stesso valore. Variazioni possono verificarsi solo se i titoli vengano alienati prima della scadenza, ai valori di mercato. Tali stress test di per sé aumentano artificialmente il coefficiente di rischio e quindi tale procedura, potrebbe distogliere gli investitori dall’acquisto dei titoli pubblici dell’area euro, con relativo aggravio degli interessi sul debito degli stati. Le nuove procedure di vigilanza sono particolarmente perniciose per gli stati più deboli, che, con gli evidenti segnali di deflazione manifestatisi recentemente, vedono aggravarsi la loro situazione debitoria, indipendentemente dai ribassi dello spread. Nell’ambito bancario invece, vengono penalizzate specialmente le banche locali (popolari, cooperative ecc.), che esercitano il credito a breve, in quanto sottocapitalizzate ai sensi dei principi di verifica degli stress test. Vengono quindi penalizzati gli istituti che esercitano il credito verso la piccola e media impresa e i privati, in quanto dette banche incontreranno maggiori difficoltà nell’erogare il credito, dovendo effettuare gravosi accantonamenti a fronte delle concessioni dei prestiti. Non è questo accordo una ulteriore fase del processo di dissolvimento della economia reale a favore della economia finanziaria? R.: Certamente. La fase precedente era una fase di capitalismo finanziario, in cui il settore produttivo dell’economia era dominato dalla finanza e dalla sua logica budgetista, con tagli a investimenti, innovazione, impiantistica, formazione, e puntava alla massimizzazione della rendita del capitale. Ora, come spiega Nino Galloni, siamo entrati in una nuova fase, quella del capitalismo ultrafinanziario, in cui la finanza si interessa solo di sé, di congegnare, moltiplicare e collocare titoli prescindenti da qualsivoglia sottostante reale, e di riconfezionarli spacciandoli con nuove forme derivate quando entrano in crisi, e ultimamente di far intervenire, con enormi creazioni di denaro fresco, la banca centrale di emissione per assorbirli quando proprio divengono improponibili (cash for trash, q.e., ltro) e quando bisogna rifinanziare le banche destabilizzate dagli azzardi di chi le maneggia. Tutto questo senza curarsi del finanziamento dell’economia reale e di salvaguardare l’occupazione e il pil. 2. Nel libro, viene qualificato il neoliberismo come falso liberismo. Infatti, non rientra nelle dottrine economiche liberiste e nella visione liberale della società il regime monopolistico delle banche centrali, l’asservimento dei poteri pubblici e delle istituzioni ad enti finanziari privati, la stessa adozione di una moneta unica in aperta violazione delle leggi di mercato. In realtà, a mio avviso stiamo assistendo ad una realizzazione in forma compiuta di quelli che erano i fondamenti ideologici ed economici della società liberale cosmopolita idealizzata nel ’700. Il liberismo economico e la società capitalistica si basano su un presupposto indiscutibile, intrascendibile, irriformabile: la forma merce. Vale a dire che la società sussiste in quanto tutte le azioni umane, economiche e non, sono suscettibili di valutazione economica. Pertanto, è l’homo hoeconomicus il demiurgo del progresso, poiché, secondo un falso dogma ideologico, esiterebbe una perfetta corrispondenza tra l’utilità dell’individuo e il bene comune. Le dottrine economiche liberiste si sono rivelate dogmi ideologici indimostrabili. E’ falso infatti affermare che il libero mercato determina la migliore allocazione delle risorse: la logica della massimizzazione del profitto impedisce spesso lo sviluppo della ricerca scientifica e la crescita economica. La concorrenza non si svolge mai in condizioni paritarie, ma opera una selezione darwiniana tra i concorrenti. Il libero mercato comporta, come esito finale, prima oligopolio e poi il monopolio. Quest’ultimo non genera ricchezza, né profitti subordinati al rischio, ma rendite finanziarie. A mio avviso non esiste liberismo e pseudo liberismo, perché la sua genesi è unitaria e oggi stiamo vivendo la fase terminale di un processo univoco. L’emergere della global class non ci induce a ritenere che sia falsa l’identificazione del liberismo con il progresso, dato che esso conduce ad una stratificazione della società tipica delle epoche premoderne? R.: Concordo. Il libero mercato non esiste, perché non ne esistono le condizioni basilari, come la trasparenza e la neutralità delle istituzioni. Inoltre le risorse più importanti sono detenute da cartelli: moneta, credito, prodotti energetici, materie prime. Anche se esistesse, non è affatto provato che produrrebbe i risultati promessi dalla teoria, ossia la prevenzione/cura delle crisi, la piena occupazione dei fattori, l’ottimale allocazione di risorse e redditi, la massimizzazione della ricchezza prodotta. In ogni caso, la teoria dei mercati efficienti si riferisce – attenzione! – ai mercati dell’economia reale, mentre noi siamo sottoposti a un mercato di economia finanziaria, speculativa, che guadagna sull’ampiezza e frequenza delle variazioni, quindi proprio sulle crisi, prescindendo dalla produzione. I personaggi istituzionali che predicano la conformazione al mercato sono mistificatori e nemici pubblici. Ovviamente tanto questo liberismo dichiarato, quanto lo pseudoliberismo praticato con la socializzazione delle perdite da azzardo o pirateria finanziaria, non porta a un progresso complessivo della società, ma sicuramente apportano vantaggi a coloro che li impongono alla collettività. 3. La problematica legata alla recente rivalutazione del capitale di Bankitalia, con conseguente devoluzione delle azioni rivalutate al patrimonio delle banche / enti privati soci della banca centrale per 7,5 miliardi di euro, è un evento significativo del processo di smantellamento degli stati perpetrato mediante l’appropriazione e l’assoggettamento delle istituzioni politiche degli stati alle holding finanziarie. Le istituzioni politiche avrebbero potuto e dovuto operare diversamente, e le proposte in tal senso mesi fa non mancavano. Si sarebbe dovuto infatti effettuare la rivalutazione delle nostre riserve auree in possesso della Banca d’Italia. Tale misura, date le attuali alte quotazioni dell’oro avrebbe potuto generare nuova liquidità e determinare un decremento del debito pubblico. La tassazione delle plusvalenze avrebbe potuto fornire alla Cassa Depositi e Prestiti le risorse necessarie per acquistare la maggioranza delle azioni di Bankitalia, che sarebbe tornata ad essere banca centrale dello stato. Le banche private, già azioniste, attraverso i profitti ricavati dalla cessione delle partecipazioni in Bankitalia, avrebbero incrementato i loro patrimoni e quindi avrebbero potuto disporre dei capitali necessari per erogare credito alle imprese e contribuire al rilancio della produzione. Tuttavia, tale strategia si rivela irrealizzabile perché non tiene conto del fatto che, essendo Bankitalia una banca centrale privata proprietaria delle riserva auree italiane, questa potrebbe non consentirne la cessione. L’Italia, disponendo di 2.451 tonnellate di riserve auree è al terzo posto nel mondo dopo USA e Germania. La quotazione dell’oro, a fronte della volatilità finanziaria e della crisi economica, si è costantemente incrementata. Tutti i paesi del mondo industriale (la Cina in primis), si affannano a ricostituire le loro riserve auree. In Europa la Germania invece invita l’Italia a cedere le sue ultime industrie strategiche detenute dallo stato, oppure a vendere le proprie riserve auree per risanare il debito pubblico. L’Italia può reagire a tale azione ricattatoria della Germania solo restituendo allo stato la sua banca centrale, già espropriata a seguito della dissennata privatizzazione del sistema bancario. La rivalutazione del capitale di Bankitalia, visibilmente incostituzionale e fraudolenta, si inserisce nel processo di privatizzazione dell’economia, delle istituzioni statuali, dei rapporti sociali, proprio della società globalizzata. Ma come mai a questa liberalizzazione globale, non fa riscontro uno stato minimo, prossimo alla sua utopica scomparsa, ma un super – stato oligarchico che abroga di fatto gli ordinamenti democratici? R.: Nessuno prova più a riorganizzare uno Stato italiano, o una legalità costituzionale, perché oramai è provato e chiaro a tutti che l’Italia non funziona, non è vitale. L’unica cosa da fare è saccheggiare quanto rimane di buono in termini di risorse, aziende, mercati, nel sistema-paese, mentre si tira avanti consumando col fisco il risparmio, ad esaurimento. Ed è appunto questo che sta facendo la buro-partitocrazia come per conto della grande finanza straniera. L’Italia non funziona perché è un assemblaggio di nazioni e aree economiche e culturali molto diverse tra loro e che tra loro non hanno mai legato, anzi le differenze e le disfunzioni sono state amplificate dalle politiche di convergenza (trasferimenti e spesa assistenziale). 4. Hai ben illustrato nel libro la genesi, l’evoluzione storica e delineato i possibili sviluppi del capitalismo finanziario oggi dominante. La trasformazione epocale del capitalismo produttivo in capitalismo finanziario ebbe luogo negli anni ’70. In quegli anni, questa evoluzione avvenne sul presupposto che l’economia produttiva evidenziava scarsa crescita e decremento dei profitti, paventandosi una saturazione dei mercati. Il liberismo, oltre a fondarsi su equilibri di mercato astratti e mai verificabili nella realtà, non conosce il naturale principio della saturazione dei bisogni e dei consumi. Il liberismo presuppone illimitato sviluppo della produzione e del consumo. Occorre tuttavia rilevare che il capitalismo ha potuto nascere e svilupparsi sulla base di ordinamenti statuali in cui fino a pochi decenni fa sono sopravvissuti valori comunitari che gli hanno fornito una base etica, che gli hanno assicurato la necessaria coesione sociale, che hanno consentito di rimediare agli squilibri economici mediante misure di redistribuzione del reddito, che, attraverso lo stato sociale hanno garantito in misura sostanziale un equilibrio tra le classi sociali. Il liberismo finanziario inauguratosi con la Thatcher e Regan, ha potuto sussistere se e nella misura in cui gli stati hanno fatto fronte alle crisi da esso stesso generate, con relativo danno dei contribuenti. Oggi gli stati sono stati spogliati in larga misura della loro sovranità politica, il debito assorbe le loro risorse, le finanze pubbliche sono in molti paesi prossime al default, i popoli sono divenuti masse deprivate, oltre che dei loro diritti fondamentali, anche del lavoro stabile e della sicurezza sociale, possono generare un malcontento difficilmente controllabile. Un capitalismo finanziario cui manchi il sostegno degli stati e non riesca a realizzare un livello di produzione e consumo che possa assicurarne lo sviluppo è prossimo alla fine? O forse sussiste ancora perché ad esso mancano avversari politici adeguati? R.: Riesce a persistere proprio separandosi dall’umanità reale, dal piano dei bisogni e dei consumi, facendosi autoreferenziale e autosostentandosi attraverso la strumentalizzazione delle banche centrali e del fisco degli stati: decine di migliaia di miliardi di dollari prodotti per sostenere il mercato dei titoli derivati, in un mondo caratterizzato dalla presenza di una ricchezza contabilizzata ma irreale, consistente in milioni di miliardi di tali titoli. Per quando folle, il capitalismo ultrafinanziario non può avere consistenti avversarsi politici, perché, essendo capace di produrre moneta spendibile più di ogni altro sistema economico, può comperarsi il consenso di ogni organizzazione; inoltre, avendo la capacità di indebitare e destabilizzare finanziariamente ogni governo che gli si opponga, vince col ricatto ogni resistenza istituzionale. E’ probabile che stia marciando verso la sua fine, perché instaura un ambiente morale, sociale, giuridico incompatibile con la sana vita dell’essere umano. Ma è anche vero che l’essere umano può competere degnamente coi topi nell’adattarsi alle condizioni di vita più grame.

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ATTIVISMO CIARLATANO E RIFORMISMO CRIMINALE

 ATTIVISMO CIARLATANO E RIFORMISMO CRIMINALE

UNA NUOVA NORIMBERGA PER I RIFORMATORI DI MALA FEDE

La recente, nuova flessione del pil e dell’export, assieme alla continua salita del debito pubblico e della disoccupazione, non tanto annuncia il fallimento dell’attivismo ciarlatano dei tre bussolotti oggi proposto o propinato  al Paese  da Coloro che possono e dai mass media come ultima risposta all’emergenza, quanto piuttosto conferma il già accertato effetto controproducente, alla prova dei fatti, ottenuto dalla campagna di “riforme” da vent’anni in corso nell’area OCSE. Quelle riforme che tanto ci chiedono l’Europa, il FMI, il Colle. Quelle riforme che oggi proclamiamo di voler portare avanti a testa bassa e tambur battente.

 Le riforme per rendere la società market-friendly, marktkonform, ossia amica del mercato (finanziario), sono state socialmente costose, e insieme controproducenti rispetto al fine di rilanciare l’economia e l’occupazione, come pure di dare solidità alle banche – anzi, la crisi bancaria del 2008 è diretta conseguenza delle riforme-liberalizzazioni degli anni precedenti, soprattutto dal 1999 in poi; ciononostante, si insiste nel continuarle, evidentemente perché il loro scopo non è il rilancio economico e occupazionale, ma la concentrazione dei redditi e del potere.

 Non sarebbe quindi ora di sollecitare l’incolpazione per crimini contro l’umanità dei loro fautori, promotori, esecutori, di fronte al sangue di chi è morto e di chi morirà per i loro effetti, e alle lacrime di chi è e sarà disoccupato a causa di esse? Non sarebbe ora che qualcuno pagasse con la propria pelle anziché con quella degli altri? Perché qui stiamo parlando di  migliaia di morti, di milioni di vite rovinate.

 Nel 1999 l’Ocse tracciava una sintesi delle riforme economiche attuate in numerosi paesi nel decennio che si stava chiudendo (Ocse, 1999a, pp. 26 sgg.). In breve, le linee lungo le quali si era sviluppata l’azione di politica economica in quel decennio e lungo le quali si sarebbe sviluppata negli anni seguenti sono queste:

i) Ampliamento degli strumenti finanziari e riduzione della regolamentazione dei sistemi finanziari

ii) Riduzione delle aliquote per i redditi più alti

iii) Liberalizzazione dei movimenti dei capitali e ulteriore liberalizzazione del commercio

internazionale

iv) Deregolamentazione e privatizzazione nei settori delle utilities

v) Restrizioni all’utilizzo delle politiche industriali

vi) Flessibilizzazione dei mercati del lavoro e irrigidimento dei criteri di fruizione del welfare state

vii) Riduzione dell’area dell’intervento pubblico nell’economia

viii) Riduzione degli oneri, legali ed economici, allo svolgimento dell’attività d’impresa.

  Non trovate che siano proposte criminali, alla luce dei loro effetti?

Da Siena, città vittima della criminalità bankster, ma anche delle riforme bancarie che l’hanno resa possibile, Maurizio Zenezini, in Riforme economiche e crescita: una discussione critica, Quaderni del dipartimento di economia politica e statistica dell’Università di Siena, n.696 – Aprile 2014, studiando come, negli ultimi vent’anni, i paesi europei hanno introdotto numerose riforme economiche orientate a rendere le istituzioni economiche più “favorevoli ai mercati”, nella convinzione che l’ambiente regolativo costituisca un fondamentale fattore di crescita economica. In base ai dati empirici, ossia sottoponendo queste riforme alla prova dei fatti, gli effetti sulla crescita e l’occupazione dei più recenti interventi di riforma in Italia appaiono virtualmente nulli nel breve periodo e modesti, nel migliore dei casi, nel lungo periodo. O meglio, risultano nettamente negativi: le riforme flessibilizzanti del mercato del lavoro hanno peggiorato l’occupazione, le riforme bancarie hanno destabilizzato il sistema bancario, etc.

 Di fronte agli insuccessi delle riforme che ha imposto, l’OCSE le difende con gli argomenti più arbitrari, chiaramente in mala fede – quindi confermanti la possibile imputazione per crimini contro l’umanità – come il dire che, se non le si fosse fatte, ora le cose andrebbero molto peggio. Conclude Zenezini:

 “Se le riforme non mantengono le loro promesse, potremo dichiarare che l’efficacia di una riforma

già effettuata dipende da qualche altra riforma ancora da effettuare che, a sua volta, richiederà quasi

certamente riforme in nuove direzioni: le riforme del mercato del lavoro non funzionano se i mercati dei prodotti restano rigidi, le riforme delle utilities non rfunzionano se il commercio al dettaglio resta impantanato nelle regolamentazioni comunali, se le lavanderie restano chiuse il sabato pomeriggio, se i giudici non compilano il “calendario udienze” (Ocse, 2013a, p. 86).

In alternativa, si potrà affermare che le riforme agiscono nei tempi lunghi, mentre gli effetti di breve termine sono difficili da modellare, e potrebbero anche essere negativi: “le riforme […] dovrebbero aumentare il prodotto potenziale di lungo periodo, ma la grandezza di questo effetto, specialmente nel breve periodo, è difficile da stimare con qualsiasi grado di precisione” (Ocse, 2013a, p. 84).

Potremmo, infine, puntare il dito contro gli indici “formali” di deregolamentazione. Gli organismi economici internazionali hanno misurato le numerose riforme fatta in Italia, su questa base esperti e responsabili della politica economica hanno regolarmente tracciato bilanci di tale attivismo riformatore, ma, dato che il paese si è infilato in una traiettoria di declino economico, “si può sospettare che i principi legali della regolamentazione delle attività economiche divergano dalla pratica, o dalla loro percezione, in Italia più che in altri paesi” (Ocse, 2013a, pp. 82 sgg.): se le riforme non funzionano, dovremo rivedere gli indici delle regolamentazioni.

Sarebbe impossibile fornire un’immagine più sconcertante della irresponsabilità che costituisce la cifra latente della politica economica degli ultimi decenni. Nessun riesame delle riforme effettuate è permesso, è impedita la discussione su politiche economiche alternative: se le riforme non funzionano, si può sempre dire che senza di esse le cose sarebbero andate peggio, se gli indici di deregolamentazione non sono correlati con la desiderata performance potremo denunciare l’insufficienza degli indici, se le riforme hanno effetti trascurabili, si chiederà comunque di rafforzarle e di aumentare la flessibilità, se una riforma mirata ad un particolare obiettivo non ha successo, si modificherà l’obiettivo o si punterà in qualche altra direzione.

E’ la stessa irresponsabilità che Keynes denunciava nel 1925 esaminando le conseguenze della politica economica del governo Churchill (Keynes, 1925): Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes, alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto.”

 16.05.14 Marco Della Luna

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CONFERENZA DI TREVISO 9 MAGGIO: E’ TRASFERITA IN LOGGIA DEI CAVALIERI – ORARIO IMMUTATO

CONFERENZA DI TREVISO 9 MAGGIO: E’ TRASFERITA IN LOGGIA DEI CAVALIERI – ORARIO IMMUTATO

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LE BANCHE CENTRALI DIRIGONO I GOVERNI

La Grecia colloca tutte le sue emissioni di debito pubblico a tassi ragionevoli. Eppure è messa male.

L’Italia le colloca a tassi modesti, con uno spread sul Bund ai minimi. Eppure anch’essa è messa male: -

crescono debito pubblico, disoccupazione, insolvenze, spese per ammortizzatori sociali;

-i crediti bancari deteriorati si aggirano sui 400 miliardi (tra dichiarati, dichiarabili e sommersi);

-i tassi bancari per imprese e famiglie hanno spread dal 3,25 in su -molto più alti che negli altri paesi europei;

-le erogazioni di prestiti restano in calo;

-la popolazione è molto vecchia e invecchia sempre più: la previdenza non è sostenibile in proiezione.

Mi fermo qui.

Ma tanto basta per concludere che, se lo spread è così basso, è perché “qualche” Banca Centrale lo tiene basso mediante operazioni molto massicce, che il suo statuto consente di ammantare nella segretezza.

Lo tiene basso perché il governo va nella direzione voluta da chi guida la Banca Centrale, compreso il restare nell’Eurosistema fino in fondo.

Ma tenerlo basso non è un favore, è un sabotaggio, se la direzione in cui il governo viene diretto non migliora le condizioni strutturali.

E questo governo, come i precedenti, non le sta migliorando. Sta solo dando soldi del contribuente per assicurare il pagamento dei crediti dei banchieri tedeschie francesi. E riformando il parlamento e la legge elettorale in modo che possa governare e legiferare il segretario di un partito che abbia anche meno del 30% dei voti, con l’aiuto di un po’ di liste civetta.

Avanti così, non durerà a lungo.

29.04.14 Marco Della Luna

 

 

 

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DALLA QUESTIONE EVOLUZIONISTA A QUELLA ONTOLOGICA

DALLA QUESTIONE EVOLUZIONISTA A QUELLA ONTOLOGICA

A MONTE DELL’ORIGINE DELLE SPECIE

La teoria darwinistica dell’evoluzione e dell’origine delle specie afferma che gli organismi viventi, riproducendosi, sviluppino mutazioni casuali, e che la lotta per la sopravvivenza e la procreazione selezioni le mutazioni migliorative e deselezioni quelle peggiorative, sicché si ha un’evoluzione adattativa che produce specie nuove e continuo progresso delle specie.

Essa viene applicata anche all’uomo, alla società, al lavoro, all’impresa, e giustifica ideologicamente certe scelte politiche, soprattutto l’ incentivare la competizione, la concorrenza libera – penso soprattutto all’Eurozona, trasformata in un’arena finanziaria nazi-darwinistica, in cui i paesi più forti, santificati dal dogma della virtuosità di bilancio, sbranano il reddito, il risparmio e l’industrializzazione dei più deboli. Una moderna ordalia.

Sul piano biologico, mi pare persuasivo e sufficiente l’insieme di prove fornite – mi riferisco al saggio Genetic Entropy di John Sanford – per dimostrare l’infondatezza-impossibilità oggettiva, biologica, della predetta teoria evoluzionistica; ne accenno alcune più salienti e chiare :

-le mutazioni sono numerose e frequenti (producono l’invecchiamento, le malattie degenerative e altro) e praticamente tutte peggiorative (in base al principio entropico);

-la selezione del più forte opererebbe solo sui fenotipi, quindi non direttamente sui geni, sicché non potrebbe selezionarli.

Da tale dimostrazione risulta che non abbiamo una spiegazione per l’origine e la trasformazione delle molte specie viventi.

Ma non l’abbiamo nemmeno per l’origine della vita, del DNA, delle proteine: la questione rimane aperta, non siamo in grado di spiegarci l’origine di questi sistemi molto complessi e molto ordinati, anche perché il principio entropico – ossia la tendenza di ogni sistema dinamico a perdere il proprio livello iniziale di ordine la pratica impossibilità di recuperarlo – pone una freccia temporale di ordine calante, sicché il livello di ordine attuale pare poter necessariamente essere il risultato  del decadimento di un ordine più elevato e anteriore.

Rimane aperta anche una questione più profonda, a monte: quella dell’origine dei diversi elementi chimici.

E, più a monte ancora, quella sull’origine delle diverse particelle subatomiche.

Questa catena di domande, che porta al quesito centrale della filosofia greca, cioè quello circa le cause-origine (aitìai-archè) delle cose (tà onta) in generale, arriva alla sua formulazione più radicale e generale possibile, ontologica, con Leibniz, in questi termini: “Perché c’è l’essere e non il nulla”, “Perché c’è qualcosa anziché il nulla?”

 

L’esistenza di qualcosa, cioè della totalità dell’esistente (di me, quantomeno: cogito ergo sum) è constatabile, non è dubbia. Ma può avere una spiegazione, cioè si può dimostrare che sia cagionata o necessitata da un qualcosa?

Certo non da un qualcos’altro da essa, da un qualcosa fuori di quel medesimo qualcosa, perché questo qualcosa esterno esisterebbe, quindi farebbe parte dell’esistente, sicché anche di esso si porrebbe il medesimo quesito: perché questo qualcosa- bis c’è?

Certo non si può fornire la spiegazione (peraltro limitata a quell’ente speciale che è il dio abramita) nemmeno attraverso l’argomento ontologico anselmiano del Deus est ens cujus essentiam implicat existentiam, ossia del concetto di Dio che, implicando la perfettezza, implica di necessità l’esistenza effettiva (senza la quale non vi sarebbe perfettezza) – ragionamento che confonde il piano della coerenza logica del concetto col piano ontologico, come smascherato da Kant con l’argomento dei 100 talleri immaginari.

La risposta va invece ricercata risalendo a monte della domanda di Leibniz: è logicamente possibile, ha senso logico, o è auto-contraddittorio (cioè si toglie da sé stesso) il quesito se possa non esserci un’esistenza, un esistente, in assoluto (überhaupt, at all) (che è ben diverso dal quesito se un determinato ente possa sia esistere che non esistere, prima o dopo).

Questa domanda presuppone surrettiziamente l’assunzione, inespressa, che vi sia – che esista – che possa esistere – una condizione di indifferenza, di “libertà”, precedente il bivio ontologico tra l’esistere dell’esistere, e il non esistere, il niente-esistere.

Precedente, nel senso che, in essa condizione, almeno in senso logico, “ancora” il bivio sia “davanti”, ancora non sia stata imboccata la strada dell’esistere dell’esistere (che sappiamo che è stata imboccata, perché qualcosa esiste senza dubbio) e non l’altra.

Ma dire che quella possibilità, quella “libertà”, quello stesso bivio tra esistere dell’esistere e non esistere, esistevano, o sono esistiti, realizza una contraddizione in adjecto, perché appunto presuppone il già-esistere dell’esistere überhaupt: infatti quel dire afferma l’esistere di quella possibilità, di quella condizione anteriore.

Quindi la domanda è errata, si toglie da sé: il porsela, presuppone necessariamente che il bivio non ci sia, perché presuppone che l’esistenza (di chi se la pone, del bivio), sia, cioè che l’alternativa, la bi-possibilità, del bivio non sia.

E’ analogo al dire a qualcuno: “Immagina di non esistere”: per immaginare, deve esistere; per immaginare sé stesso, deve porsi come esistente.

Ma può anche dirsi che Il fatto stesso che qualcosa esiste, e qualcosa esiste di certo, si pone come il punto di partenza, cominciamento ontologico, e non lascia spazio logico (non auto-contraddittorio) a monte di sé, per il quesito in esame né per ogni quesito che, per strutturarsi, ponga la possibilità della sua non esistenza, o della non esistenza dell’esistere.

11.04.14

Marco Della Luna

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NON HA PIU’ SENSO VOTARE BERLUSCONI OSTAGGIO

BUONE RAGIONI PER NON VOTARE BERLUSCONI Se fossi il Procuratore della Repubblica che ha formulato il parere sull’affidamento in prova ai Servizi Sociali di Berlusconi, avrei fatto capire ai suoi difensori, ma non avrei mai messo per iscritto, che la Procura dà parere favorevole, ma si riserva di chiedere la revoca dell’affidamento qualora Berlusconi torni a criticare in un certo modo i magistrati. E non solo per la brutta tinta che ha un simile messaggio in se stesso, ma soprattutto perché esso può indurre coloro che credono che Berlusconi sia perseguitato da una certa associazione di magistrati per fini politici e a sostegno della sinistra, a pensare e ad agire come segue:

“Non voterò più per Berlusconi, ma voterò per il M5S o la Lega Nord o Fratelli d’Italia, perché Berlusconi ormai ha perduto la libertà politica, trovandosi sotto costante ricatto giudiziario e dovendo fare ciò che gli dicono per poter conservare, o sperare di conservare, non l’agibilità politica, ma una parziale libertà personale in alternativa alla reclusione. Se, grazie alla sua autosufficienza economica, aveva un po’ di libertà e originalità politica rispetto agli altri politicanti italiani del cavolo, ora gliela hanno tolta, gli hanno messo il guinzaglio. Probabilmente ciò che Silvio è andato recentemente a dire alle orecchie giuste è che, per evitare il carcere, mette il suo partito e i voti dei suoi elettori a disposizione incondizionata dei poteri forti. Il partito della grande finanza euro-americana può così prendersi, dopo la sinistra “moderata”, “liberale”, anche Forza Italia: potrà avere la maggioranza, il premio di maggioranza, e il controllo (giudiziario) dell’opposizione, o di una sua parte significativa.

Già molto prima Berlusconi aveva mancato praticamente a tutte le sue promesse di ammodernamento, razionalizzazioni, riforme liberali, rilancio economico.

Già aveva sempre governato oscillando tra una timida difesa degli interessi italiani e una complessiva compiacenza a quelli, contrari, di Germania e Francia, prestandosi sostanzialmente ad assecondare questi ultimi.

Già si era piegato al golpe dello spread, quell’operazione svelata al grande pubblico da Alan Friedman, che era stata decisa prima a porte chiuse e successivamente spinta avanti con la manovra bancaria, soprattutto tedesca, contro il BTP.

Già aveva sostenuto il governo e la politica di Monti, che minavano l’economia nazionale, dilatato il debito pubblico, e depredavano il risparmio italiano per garantire immorali lucri ai banchieri franco-tedeschi nelle loro speculazioni sui paesi più deboli.

Già aveva sostenuto il governo e la politica di Letta, altro grande economista, famoso autore di “Euro sì – Morire per l’Euro”, e che, inerme e inconcludente, ha peggiorato ulteriormente le cose.

Già ha avallato la porcata della riforma della Banca d’Italia [v. in proposito il mio e-book Sbankitalia, 2a edizione, Arianna editrice] nonché l’istituzione della dittatura del premier (o del suo puparo) in corso oggi con la riforma elettorale e del Senato [v. in proposito il mio articolo “Con Renzi preparano la dittatura del prossimo premier”].

Quindi è chiaro che Silvio Berlusconi ha sempre raccolto voti con precise promesse, per poi tradire i suoi elettori. E’ probabile che faccia questo ora, e forse da sempre, per tutelare se stesso e le aziende di famiglia, cioè che cerchi accordi con certi potentati offrendo in cambio di sterilizzare i voti che raccoglie con la promessa di andare contro quei medesimi potentati. Ciò porta al regime i voti dissidenti. Trasforma il dissenso in consenso. E’ chiaro che ora addirittura deve obbedire a bacchetta, perché sta sotto costante minaccia del carcere.

Quindi che senso ha votarlo? Io non lo voto. Voto contro il sistema, cioè voto o Lega o Grillo o Fratelli d’Italia, sperando che facciano fronte comune tra loro e con altri simili movimenti europei, perché ho una speranza di cambiare le cose e ancora non mi rassegno ad emigrare accettando le conclusioni rinunciatarie dell’autore di questo articolo.”

Marco Della Luna, 13.04.14

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IN TV A CANALE ITALIA E A TREVISO IN CONFERENZA

Giovedì prossimo, 10.04.14, h. 06-09, sarò con G. Versace su Canale Italia, Canale 53, a parlare di Indipendentismo Veneto e Riforma Dittatoriale della Costituzione e della Legge Elettorale.

 

Il venerdì 09.05.14 h. 20:30 terrò una conferenza pubblica all’Hotel Continental di Treviso.

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INDIPENDENTISMO VENETO E VERA VIOLENZA ARMATA

INDIPENDENTISMO VENETO E VERA VIOLENZA ARMATA

Premetto:  ogni unione tra aree geografiche con diversi livelli di produttività (di costo per unità di prodotto) funziona male e tende a degenerare perché (esclusi gli USA, che scaricano i costi sul resto del mondo attraverso il dollaro), per tenere insieme le sue parti tendenzialmente divergenti, deve trasferire reddito dalle aree più produttive a quelle meno produttive, col risultato di:

-supertassare le prime, togliendo fondi per investimento e innovazione, nonché inducendo capitali, imprese e cervelli ad emigrare, sicché queste aree nel tempo si impoveriscono e non riescono più a sussidiare le aree meno produttive;

-incentivare e stabilizzare, anziché correggere, le caratteristiche disfunzionali delle aree meno produttive (sprechi, mafie, corruzione, parassitismo) e favorire la trasmissione di queste caratteristiche alle aree più produttive attraverso l’emigrazione interna (in Italia, soprattutto attraverso il pubblico impiego).

Si ha, insomma, un livellamento al basso, un degrado civile, un impoverimento globale che porta all’instabilità quando lo stato centrale non è più in grado di “comprare” il consenso o perlomeno la quiete mediante l’assistenzialismo, e si mette a consumare con le tasse e con le privatizzazioni il risparmio e le risorse. Procede ad esaurimento delle riserve.

Aree di diversa produttività (e mentalità) abbisognano di bilanci, monete e politiche economiche separate. Questa è la ragione oggettiva per la quale l’Italia (come assemblato di aree eterogenee) e l’Eurozona funzionano male. Funzionando male, per sopravvivere arrivano alla violenza.

La violenza distruttiva di regole finanziarie economicamente assurde e controproducenti, da parte dell’Eurozona, con la quali la Germania si difende dal pericolo della solidarietà coi paesi mediterranei.

E la violenza famelica, cieca e distruttiva della casta italiana, che, per procurarsi i soldi necessari a mantenere i suoi redditi e privilegi, in un paese che affonda, da un lato si asservisce agli interessi tedeschi, e dall’altro lato spreme ciecamente il Nord e soprattutto il Veneto (40 miliardi l’anno) mentre chiude uno o due occhi sugli sprechi e sull’evasione fiscale e contributiva delle regioni più sussidiate, incurante delle imprese che muoiono, degli imprenditori che si suicidano, dei flussi migratori di aziende, imprese e lavoratori.

Questa è violenza reale di ogni giorno, che distrugge e uccide, che annienta il futuro, perpetrata attraverso il fisco e il braccio armato dello Stato contro i lavoratori e interi popoli produttivi da parte di gente spinta da una bramosia di denaro simile a quella degli eroinomani disposti ad ammazzare i genitori per trovare i soldi della dose quotidiana. Violenza organizzata, armata, legale, ingiusta. Violenza al potere. Violenza che col parlamento si fa le leggi per blindarsi ed assolversi. Ad oltranza.

l’Italia è preda di 10 milioni di voti, mafiosi o clientelar-parassitari. Con questa base di partenza non si potrà mai cambiare veramente. Le mafie, inoltre, si rinforzano con l’immigrazione incontrollata. L’immigrazione provoca, inoltre, una concorrenza sleale tra lavoratori nostrani e no: chi non lavora cerca assistenzialismo. Il cancro aumenta vertiginosamente le sue metastasi: poi il malato (Italia) muore generando un mostro incontrollabile che si dirigerà spavaldamente verso una più evidente forma di tirannia.

Anni fa conobbi qualcuno degli indipendentisti veneti arrestati ieri. Non so quanto fondate siano le accuse, e mi pare machi il presupposto degli arresti, non essendovi l’intento di terrorismo né di eversione dell’ordine democratico, che sappiamo inesistente in Italia. Ma erano persone del tutto incapaci di violenza organizzata e metodica. Spirito marziale zero.  Dissi loro che non è pensabile conquistare l’indipendenza con la forza, mancando la mentalità, il temperamento, la volontà di combattere realmente, indispensabili per l’auto-liberazione sul modello irlandese.

In Italia, le uniche organizzazioni capaci di condurre una vasta e metodica azione militare sono le mafie, ma non tutte. Gli indipendentisti irlandesi conquistarono sì la libertà nel 1922 dopo ottocento anni di occupazione britannica, ma lo fecero con metodi che i veneti e i padani non sono assolutamente in grado di replicare né di digerire moralmente. Ottenere la libertà attraverso i mezzi politici e giudiziari dell’ordinamento italiano, cioè con i c.d. mezzi pacifici, è pure impossibile, perché il potere costituito non molla la gallina dalle uova d’oro, la trattiene con qualsiasi mezzo, a torto o a ragione. Aspettare poi che siano gli stranieri a liberarci, è semplicemente assurdo.

L’unica via d’uscita da questo sistema che continua a degenerare e opprime e immiserisce sempre di più per tirare avanti, facendosi aiutare anche dall’esterno, e assumendo tratti vieppiù autoritari, è la secessione pacifica: andarsene, trasferirsi con beni e risparmi in qualche paese migliore, lasciando gli italiani ad arrangiarsi. Trasferirsi in gruppo, in modo organizzato, e dopo aver concordato con le autorità dei paesi di destinazione condizioni favorevoli per una nuova vita.

03.04.14 Marco Della Luna

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