L’ARREMBAGGIO DEI CAPITALI JIHADISTI

L’ARREMBAGGIO DEI CAPITALI JIHADISTI

Oggi pare che la l’Unione Europea, considerata l’ingestibilità degli enormi flussi migratori in arrivo soprattutto dall’Africa anche per effetto del jihad del Califfato e di Boko Haram, si stia orientando per il respingimento in luogo dell’accoglimento. In effetti, di africani in condizioni di fuggire ve ne sono decine di milioni, e non è possibile accoglierli senza precipitare l’Europa in condizioni insopportabili; perciò l’unico atteggiamento razionale è la chiusura, tanto più che infiltrazioni jihadiste sono già probabilmente in corso, e basterebbero poche centinaia di islamisti armati e votati alla morte per mettere a ferro e fuoco paesi isterici e militarmente imbelli come l’Italia. Probabilmente la politica accoglientista dei nostri noti politicanti è mirata non solo ai profitti della gestione degli immigrati e del loro uso come mano d’opera (in nero, per lo spaccio, per la prostituzione), ma anche a produrre una situazione di fatto compiuto, in cui ci si “accorga” che ci sono tanti islamisti decisi a rivendicare i principi della loro religione e della loro legge, e tanto ben organizzati e armati, che opporsi è ormai impossibile e bisogna fare concessioni, lasciare loro spazio in parlamento e nelle istituzioni, trattare con loro le leggi, etc. Gli italiani, soprattutto i settentrionali, hanno un indice di riproduzione bassissimo, l’1,23%; la partitocrazia italiana scoraggia gli italiani dal far figli imponendo loro più tasse e più tagli dei servizi per sovvenzionare gli immigrarti extracomunitari che hanno un indice di riproduzione tra 4 e 5; quindi la partitocrazia italiana sta usando i soldi degli italiani per finanziare la sostituzione etnica degli italiani con africani.

Chi voglia opporsi a un siffatto esito, sempre più probabile, dovrebbe non soltanto insistere per la chiusura all’immigrazione non selezionata, non soltanto insistere perché agli immigrati sia imposto il rispetto delle norme e dei costumi locali come condizione per non essere espulsi, ma anche esigere il congelamento degli investimenti provenienti da quei paesi che sostengono e finanziano i jihadisti, in primis Arabia Saudita e Qatar, grandi sponsors semiufficiali di Isis e di Boko Haram, nonostante la loro superficiale alleanza con gli USA (e gli USA stessi sono molto ambigui su questo punto). Non si può lasciare che potentati islamisti, o che si servono dell’islamismo armato per destabilizzare le aree di cui vogliono assumere il controllo, acquisiscano posizioni di potere finanziario e industriale in Europa, specialmente nelle infrastrutture strategiche: comunicazioni, trasporti, finanza, energia – altrimenti ci si rende ricattabili da loro e c i si deve sottomettere ciò vale soprattutto per un paese come l’Italia, che continua ad aumentare il suo debito pubblico e a non crescere, nonostante le condizioni molto favorevoli (svalutazione dell’Euro, deprezzamento del petrolio, ripresa internazionale), e che così da un lato dimostra l’inconcludenza delle riforme e dei sacrifici sinora realizzati, e dall’altro lato preavvisa che, in caso di venir meno di tali favorevoli condizioni, l’Italia subirà un tracollo. Però, scusate, dimenticavo un dettaglio: forse non possiamo congelare gli investimenti dei petrolieri filo-jihadisti perché dipendiamo troppo da loro per il petrolio, avendo democraticamente eliminato Gheddafi e Saddam, e scelto di fare i duri con la Russia.

Per finire, una nota sul fallimento dell’integrazione, dell’assimilazione, del multiculturalismo, applicabile non solo all’immigrazione suddetta. Per ragioni professionali, ho esaminato materiale di indagine anche “diretto” sull’infiltrazione delle varie mafie nel Nord Italia, compreso l’affare “Grande Aracri”. In tutti questi casi si vede bene che è stato un disastroso errore unire politicamente popoli con sistemi etico-sociali diversissimi tra loro. La “contaminazione” rapida, massiccia e non filtrata per le vie culturali, non apporta arricchimento, ma prevalentemente disfunzionalità, in campo etnico, in campo economico come in campo biologico. Pensate se vi piacerebbe farvi fare una trasfusione di sangue senza accertare la compatibilità del donatore. Oppure andate in Australia a vedere che cosa ha prodotto l’immigrazione degli innocui conigli europei. Dalle carte delle indagini sulla penetrazione mafiosa al Nord appare come i modelli sociali, poniamo, calabresi, frutto della particolare storia di quelle zone, quindi anche delle devastazioni operate dai Savoia e dei loro mandanti esteri, si trapiantano in Lombardia, Emilia etc. assumendo quivi forma e natura maligna, individuando le debolezze e i bisogni della gente, proponendo le loro “soluzioni”, le loro risorse finanziarie e corruttive, per legare a sé persone di tutti i tipi, e danneggiando irreparabilmente la società locale, la quale non ha avuto modo di sviluppare difese immunitarie contro questi modelli sociali, e viene quindi stravolta a tutti i livelli: imprenditoriale, amministrativo, politico… sono arruolati anche appartenenti alle forze dell’ordine… i settentrionali imparano ad aver paura, a sottomettersi, ad accettare. Il Nord si sta meridionalizzando.

Quanto aveva ragione il Cavour nell’opporsi all’annessione al regno sabaudo del Meridione, e successivamente, ad annessione effettuata, quanta ragione aveva, ancora, nel volere istituzioni separate!

07.03.15 Marco Della Luna

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ASSIMILAZIONE, INTEGRAZIONE, MULTICULTURALISMO

ASSIMILAZIONE, INTEGRAZIONE, MULTICULTURALISMO

L’Italia è fatta, ora facciamo gli italiani.

L’Euro è fatto, ora facciamo gli europei.

L’immigrazione è fatta, ora integriamo gli immigrati.

Queste sono le formule dell’ingegneria sociale applicata dalla politica ai popoli.

Ma le cose non funzionano così, e i fatti sono argomenti molto più forti delle formule ideologiche. Perlomeno alla lunga, perché fintanto che dura l’effetto emotivo dell’ideologia, i fatti possono anche non vedersi. Ma ormai si vedono. L’integrazione e l’assimilazione non avvengono, nel mondo reale, se non per casi individuali. E il multiculturalismo causa guai, non arricchimento, dappertutto nel mondo.

Le differenze di mentalità e comportamento, con tutti loro problemi, sono rimaste, anzi sono peggiorate, dalle unificazioni come pure dalle immissioni di popoli diversi. Ciò si nota anche su scala italiana, nella quale esse hanno prodotto e mantengono, anzi ampliano, differenze pure dei sistemi economici.

In questo paese già diviso in due, Nord e Sud, l’affaristica politica dell’accoglienza di massa finanziata con le tasse dei cittadini sta costruendo una gigantesca bomba, che aspetta solo l’arrivo della guerra santa o di un crollo economico per esplodere.

 

Certo, una classe politica e religiosa (con annessi “intellettuali”) che ha investito molto nella costruzione nell’impianto di una ideologia dell’accoglienza (anche a supporto dei propri affari), non può permettersi di ammettere la realtà, di parlare dei costi economici, sanitari, criminologici delle sue scelte, né di trarre le conseguenze, nemmeno in un frangente di concreto pericolo di infiltrazioni jihadiste. Perderebbe completamente credibilità.

 

Gli appartenenti a una data cultura, parità sensibilità se non hanno una formazione antropologica, implicitamente pensano che la mente (la sensibilità, il comportamento, le reazioni…) di tutti gli uomini, anche di quelli che vengono da altre culture, fondamentalmente sia come la loro. Non sanno che esistono diversità tali da rendere assurdo o controproducente il trattamento progettato per l’accoglienza e l’integrazione. Non sanno che molte popolazioni non hanno un’etica interiorizzata, cioè non hanno la coscienza morale, e rispettano le regole solo in quanto queste sono imposte da una costante vigilanza e minaccia esercitata da una struttura tribale. Il familismo amorale e feudale spesso rimproverato ai meridionali è una pallida approssimazione a questa struttura psichica, che non consente l’integrazione, a meno di riprodurre un sistema di controllo di quel tipo – cosa ovviamente non fattibile né accettabile. D’altronde, siccome i vari gruppi etnici di immigrati formano comunità (dai cinesi ai sikh agli islamici), essi mantengono e tendono spesso a rafforzare le loro rispettive mentalità-identità, non già ad assimilarsi. Imparano ad adattarsi, ad apparire integrati senza esserlo (da qui le sorprese degli integrati che, d’un botto, fanno la strage). Per sviluppare negli immigrati nati in Occidente una psiche capace della suddetta interiorizzazione, bisognerebbe poter separare i bambini dalle loro famiglie, cosa pure non fattibile.

Multiculturalismo, integrazione o assimilazione degli immigrati da altre culture, sono falliti. Non riescono, nemmeno alla seconda e terza generazione, che sono quelle col più altro tasso di devianza. Lo dimostrano nel modo più radicale e definitivo le differenze, soprattutto i deficit, che permangono negli statunitensi di origine africana, sebbene siano nati e cresciuti in America, come spiega l’articolo che segue.

19.02.15 Marco Della Luna

 

  How Africans may differ from Westerners…Fascinating Post on African Thinking and Logic from A white Man’s Point of View.

by Gedaliah Braun



“I am an American who taught philosophy in several African universities from 1976 to 1988, and have lived since that time in South Africa. When I first came to Africa, I knew virtually nothing about the continent or its people, but I began learning quickly. I noticed, for example, that Africans rarely kept promises and saw no need to apologize when they broke them. It was as if they were unaware they had done anything that called for an apology.

It took many years for me to understand why Africans behaved this way but I think I can now explain this and other behavior that characterizes Africa. I believe that morality requires abstract thinking—as does planning for the future—and that a relative deficiency in abstract thinking may explain many things that are typically African.

What follow are not scientific findings. There could be alternative explanations for what I have observed, but my conclusions are drawn from more than 30 years of living among Africans.

My first inklings about what may be a deficiency in abstract thinking came from what I began to learn about African languages. In a conversation with students in Nigeria I asked how you would say that a coconut is about halfway up the tree in their local language. “You can’t say that,” they explained. “All you can say is that it is ‘up’.” “How about right at the top?” “Nope; just ‘up’.” In other words, there appeared to be no way to express gradations.

A few years later, in Nairobi, I learned something else about African languages when two women expressed surprise at my English dictionary. “Isn’t English your language?” they asked. “Yes,” I said. “It’s my only language.” “Then why do you need a dictionary?”

They were puzzled that I needed a dictionary, and I was puzzled by their puzzlement. I explained that there are times when you hear a word you’re not sure about and so you look it up. “But if English is your language,” they asked, “how can there be words you don’t know?” “What?” I said. “No one knows all the words of his language.”

I have concluded that a relative deficiency in abstract thinking may explain many things that are typically African.

“But we know all the words of Kikuyu; every Kikuyu does,” they replied. I was even more surprised, but gradually it dawned on me that since their language is entirely oral, it exists only in the minds of Kikuyu speakers. Since there is a limit to what the human brain can retain, the overall size of the language remains more or less constant. A written language, on the other hand, existing as it does partly in the millions of pages of the written word, grows far beyond the capacity of anyone to know it in its entirety. But if the size of a language is limited, it follows that the number of concepts it contains will also be limited and hence that both language and thinking will be impoverished.

African languages were, of necessity, sufficient in their pre-colonial context. They are impoverished only by contrast to Western languages and in an Africa trying to emulate the West. While numerous dictionaries have been compiled between European and African languages, there are few dictionaries within a single African language, precisely because native speakers have no need for them. I did find a Zulu-Zulu dictionary, but it was a small-format paperback of 252 pages.

My queries into Zulu began when I rang the African Language Department at the University of Witwatersrand in Johannesburg and spoke to a white guy. Did “precision” exist in the Zulu language prior to European contact? “Oh,” he said, “that’s a very Eurocentric question!” and simply wouldn’t answer. I rang again, spoke to another white guy, and got a virtually identical response.

So I called the University of South Africa, a large correspondence university in Pretoria, and spoke to a young black guy. As has so often been my experience in Africa, we hit it off from the start. He understood my interest in Zulu and found my questions of great interest. He explained that the Zulu word for “precision” means “to make like a straight line.” Was this part of indigenous Zulu? No; this was added by the compilers of the dictionary.

But, he assured me, it was otherwise for “promise.” I was skeptical. How about “obligation?” We both had the same dictionary (English-Zulu, Zulu-English Dictionary, published by Witwatersrand University Press in 1958), and looked it up. The Zulu entry means “as if to bind one’s feet.” He said that was not indigenous but was added by the compilers. But if Zulu didn’t have the concept of obligation, how could it have the concept of a promise, since a promise is simply the oral undertaking of an obligation? I was interested in this, I said, because Africans often failed to keep promises and never apologized—as if this didn’t warrant an apology.

A light bulb seemed to go on in his mind. Yes, he said; in fact, the Zulu word for promise—isithembiso—is not the correct word. When a black person “promises” he means “maybe I will and maybe I won’t.” But, I said, this makes nonsense of promising, the very purpose of which is to bind one to a course of action. When one is not sure he can do something he may say, “I will try but I can’t promise.” He said he’d heard whites say that and had never understood it till now. As a young Romanian friend so aptly summed it up, when a black person “promises” he means “I’ll try.”

The failure to keep promises is therefore not a language problem. It is hard to believe that after living with whites for so long they would not learn the correct meaning, and it is too much of a coincidence that the same phenomenon is found in Nigeria, Kenya and Papua New Guinea, where I have also lived.

It is much more likely that Africans generally lack the very concept and hence cannot give the word its correct meaning. This would seem to indicate some difference in intellectual capacity.

Note the Zulu entry for obligation: “as if to bind one’s feet.” An obligation binds you, but it does so morally, not physically. It is an abstract concept, which is why there is no word for it in Zulu. So what did the authors of the dictionary do? They took this abstract concept and made it concrete. Feet, rope, and tying are all tangible and observable, and therefore things all blacks will understand, whereas many will not understand what an obligation is. The fact that they had to define it in this way is, by itself, compelling evidence for my conclusion that Zulu thought has few abstract concepts and indirect evidence for the view that Africans may be deficient in abstract thinking.

Abstract thinking

Abstract entities do not exist in space or time; they are typically intangible and can’t be perceived by the senses. They are often things that do not exist. “What would happen if everyone threw rubbish everywhere?” refers to something we hope will not happen, but we can still think about it.

Everything we observe with our senses occurs in time and everything we see exists in space; yet we can perceive neither time nor space with our senses, but only with the mind. Precision is also abstract; while we can see and touch things made with precision, precision itself can only be perceived by the mind.

How do we acquire abstract concepts? Is it enough to make things with precision in order to have the concept of precision? Africans make excellent carvings, made with precision, so why isn’t the concept in their language? To have this concept we must not only do things with precision but must be aware of this phenomenon and then give it a name.

How, for example, do we acquire such concepts as belief and doubt? We all have beliefs; even animals do. When a dog wags its tail on hearing his master’s footsteps, it believes he is coming. But it has no concept of belief because it has no awareness that it has this belief and so no awareness of belief per se. In short, it has no self-consciousness, and thus is not aware of its own mental states.

It has long seemed to me that blacks tend to lack self-awareness. If such awareness is necessary for developing abstract concepts it is not surprising that African languages have so few abstract terms. A lack of self-awareness—or introspection—has advantages. In my experience neurotic behavior, characterized by excessive and unhealthy self-consciousness, is uncommon among blacks. I am also confident that sexual dysfunction, which is characterized by excessive self-consciousness, is less common among blacks than whites.

Time is another abstract concept with which Africans seem to have difficulties. I began to wonder about this in 1998. Several Africans drove up in a car and parked right in front of mine, blocking it. “Hey,” I said, “you can’t park here.” “Oh, are you about to leave?” they asked in a perfectly polite and friendly way. “No,” I said, “but I might later. Park over there”—and they did.

While the possibility that I might want to leave later was obvious to me, their thinking seemed to encompass only the here and now: “If you’re leaving right now we understand, but otherwise, what’s the problem?” I had other such encounters and the key question always seemed to be, “Are you leaving now?” The future, after all, does not exist. It will exist, but doesn’t exist now. People who have difficulty thinking of things that do not exist will ipso facto have difficulty thinking about the future.

It appears that the Zulu word for “future”—isikhati—is the same as the word for time, as well as for space. Realistically, this means that these concepts probably do not exist in Zulu thought. It also appears that there is no word for the past—meaning, the time preceding the present. The past did exist, but no longer exists. Hence, people who may have problems thinking of things that do not exist will have trouble thinking of the past as well as the future.

This has an obvious bearing on such sentiments as gratitude and loyalty, which I have long noticed are uncommon among Africans. We feel gratitude for things that happened in the past, but for those with little sense of the past such feelings are less likely to arise.

Why did it take me more than 20 years to notice all of this? I think it is because our assumptions about time are so deeply rooted that we are not even aware of making them and hence the possibility that others may not share them simply does not occur to us. And so we don’t see it, even when the evidence is staring us in the face.

Mathematics and maintenance

I quote from an article in the South African press about the problems blacks have with mathematics:

“[Xhosa] is a language where polygon and plane have the same definition … where concepts like triangle, quadrilateral, pentagon, hexagon are defined by only one word.” (“Finding New Languages for Maths and Science,” Star [Johannesburg], July 24, 2002, p. 8.)

More accurately, these concepts simply do not exist in Xhosa, which, along with Zulu, is one of the two most widely spoken languages in South Africa. In America, blacks are said to have a “tendency to approximate space, numbers and time instead of aiming for complete accuracy.” (Star, June 8, 1988, p.10.) In other words, they are also poor at math. Notice the identical triumvirate—space, numbers, and time. Is it just a coincidence that these three highly abstract concepts are the ones with which blacks — everywhere — seem to have such difficulties?

The entry in the Zulu dictionary for “number,” by the way — ningi — means “numerous,” which is not at all the same as the concept of number. It is clear, therefore, that there is no concept of number in Zulu.

White rule in South Africa ended in 1994. It was about ten years later that power outages began, which eventually reached crisis proportions. The principle reason for this is simply lack of maintenance on the generating equipment. Maintenance is future-oriented, and the Zulu entry in the dictionary for it is ondla, which means: “1. Nourish, rear; bring up; 2. Keep an eye on; watch (your crop).” In short, there is no such thing as maintenance in Zulu thought, and it would be hard to argue that this is wholly unrelated to the fact that when people throughout Africa say “nothing works,” it is only an exaggeration.

The New York Times reports that New York City is considering a plan (since implemented) aimed at getting blacks to “do well on standardized tests and to show up for class,” by paying them to do these things and that could “earn [them] as much as $500 a year.” Students would get money for regular school attendance, every book they read, doing well on tests, and sometimes just for taking them. Parents would be paid for “keeping a full-time job … having health insurance … and attending parent-teacher conferences.” (Jennifer Medina, “Schools Plan to Pay Cash for Marks,” New York Times, June 19, 2007.)

The clear implication is that blacks are not very motivated. Motivation involves thinking about the future and hence about things that do not exist. Given black deficiencies in this regard, it is not surprising that they would be lacking in motivation, and having to prod them in this way is further evidence for such a deficiency.

The Zulu entry for “motivate” is banga, under which we find “1. Make, cause, produce something unpleasant; … to cause trouble . … 2. Contend over a claim; … fight over inheritance; … 3. Make for, aim at, journey towards … .” Yet when I ask Africans what banga means, they have no idea. In fact, no Zulu word could refer to motivation for the simple reason that there is no such concept in Zulu; and if there is no such concept there cannot be a word for it. This helps explain the need to pay blacks to behave as if they were motivated.

The same New York Times article quotes Darwin Davis of the Urban League as “caution[ing] that the … money being offered [for attending class] was relatively paltry … and wondering … how many tests students would need to pass to buy the latest video game.”

Instead of being shamed by the very need for such a plan, this black activist complains that the payments aren’t enough! If he really is unaware how his remarks will strike most readers, he is morally obtuse, but his views may reflect a common understanding among blacks of what morality is: not something internalized but something others enforce from the outside. Hence his complaint that paying children to do things they should be motivated to do on their own is that they are not being paid enough.

In this context, I recall some remarkable discoveries by the late American linguist, William Stewart, who spent many years in Senegal studying local languages. Whereas Western cultures internalize norms—“Don’t do that!” for a child, eventually becomes “I mustn’t do that” for an adult—African cultures do not. They rely entirely on external controls on behavior from tribal elders and other sources of authority. When Africans were detribalized, these external constraints disappeared, and since there never were internal constraints, the results were crime, drugs, promiscuity, etc. Where there have been other forms of control—as in white-ruled South Africa, colonial Africa, or the segregated American South—this behavior was kept within tolerable limits. But when even these controls disappear there is often unbridled violence.

Stewart apparently never asked why African cultures did not internalize norms, that is, why they never developed moral consciousness, but it is unlikely that this was just a historical accident. More likely, it was the result of deficiencies in abstract thinking ability.

One explanation for this lack of abstract thinking, including the diminished understanding of time, is that Africans evolved in a climate where they could live day to day without having to think ahead. They never developed this ability because they had no need for it. Whites, on the other hand, evolved under circumstances in which they had to consider what would happen if they didn’t build stout houses and store enough fuel and food for the winter. For them it was sink or swim.

Surprising confirmation of Stewart’s ideas can be found in the May/June 2006 issue of the Boston Review, a typically liberal publication. In “Do the Right Thing: Cognitive Science’s Search for a Common Morality,” Rebecca Saxe distinguishes between “conventional” and “moral” rules. Conventional rules are supported by authorities but can be changed; moral rules, on the other hand, are not based on conventional authority and are not subject to change. “Even three-year-old children … distinguish between moral and conventional transgressions,” she writes. The only exception, according to James Blair of the National Institutes of Health, are psychopaths, who exhibit “persistent aggressive behavior.” For them, all rules are based only on external authority, in whose absence “anything is permissible.” The conclusion drawn from this is that “healthy individuals in all cultures respect the distinction between conventional … and moral [rules].”

However, in the same article, another anthropologist argues that “the special status of moral rules cannot be part of human nature, but is … just … an artifact of Western values.” Anita Jacobson-Widding, writing of her experiences among the Manyika of Zimbabwe, says:

“I tried to find a word that would correspond to the English concept of ‘morality.’ I explained what I meant by asking my informants to describe the norms for good behavior toward other people. The answer was unanimous. The word for this was tsika. But when I asked my bilingual informants to translate tsika into English, they said that it was ‘good manners’ …”

An all-too-common problem.

She concluded that because good manners are clearly conventional rather than moral rules, the Manyika simply did not have a concept of morality. But how would one explain this absence? Miss Jacobson-Widding’s explanation is the typical nonsense that could come only from a so-called intellectual: “the concept of morality does not exist.” The far more likely explanation is that the concept of morality, while otherwise universal, is enfeebled in cultures that have a deficiency in abstract thinking.

According to now-discredited folk wisdom, blacks are “children in adult bodies,” but there may be some foundation to this view. The average African adult has the raw IQ score of the average 11-year-old white child. This is about the age at which white children begin to internalize morality and no longer need such strong external enforcers.

Gruesome cruelty

Another aspect of African behavior that liberals do their best to ignore but that nevertheless requires an explanation is gratuitous cruelty. A reviewer of Driving South, a 1993 book by David Robbins, writes:

Victim of Rwandan violence.

“A Cape social worker sees elements that revel in violence … It’s like a cult which has embraced a lot of people who otherwise appear normal. … At the slightest provocation their blood-lust is aroused. And then they want to see death, and they jeer and mock at the suffering involved, especially the suffering of a slow and agonizing death.” (Citizen [Johannesburg], July 12, 1993, p.6.)

There is something so unspeakably vile about this, something so beyond depravity, that the human brain recoils. This is not merely the absence of human empathy, but the positive enjoyment of human suffering, all the more so when it is “slow and agonizing.” Can you imagine jeering at and mocking someone in such horrible agony?

During the apartheid era, black activists used to kill traitors and enemies by “necklacing” them. An old tire was put around the victim’s neck, filled with gasoline, and—but it is best to let an eye-witness describe what happened next:

“The petrol-filled tyre is jammed on your shoulders and a lighter is placed within reach . … Your fingers are broken, needles are pushed up your nose and you are tortured until you put the lighter to the petrol yourself.” (Citizen; “SA’s New Nazis,” August 10, 1993, p.18.)

The author of an article in the Chicago Tribune, describing the equally gruesome way the Hutu killed Tutsi in the Burundi massacres, marveled at “the ecstasy of killing, the lust for blood; this is the most horrible thought. It’s beyond my reach.” (“Hutu Killers Danced In Blood Of Victims, Videotapes Show,” Chicago Tribune, September 14, 1995, p.8.) The lack of any moral sense is further evidenced by their having videotaped their crimes, “apparently want[ing] to record … [them] for posterity.” Unlike Nazi war criminals, who hid their deeds, these people apparently took pride in their work.

Where Amy Biehl was killed.

In 1993, Amy Biehl, a 26-year-old American on a Fulbright scholarship, was living in South Africa, where she spent most of her time in black townships helping blacks. One day when she was driving three African friends home, young blacks stopped the car, dragged her out, and killed her because she was white. A retired senior South African judge, Rex van Schalkwyk, in his 1998 book One Miracle is Not Enough, quotes from a newspaper report on the trial of her killers: “Supporters of the three men accused of murdering [her] … burst out laughing in the public gallery of the Supreme Court today when a witness told how the battered woman groaned in pain.” This behavior, Van Schalkwyk wrote, “is impossible to explain in terms accessible to rational minds.” (pp. 188-89.)

These incidents and the responses they evoke—“the human brain recoils,” “beyond my reach,” “impossible to explain to rational minds” — represent a pattern of behavior and thinking that cannot be wished away, and offer additional support for my claim that Africans are deficient in moral consciousness.

I have long suspected that the idea of rape is not the same in Africa as elsewhere, and now I find confirmation of this in Newsweek:

“According to a three-year study [in Johannesburg] … more than half of the young people interviewed — both male and female — believe that forcing sex with someone you know does not constitute sexual violence … [T]he casual manner in which South African teens discuss coercive relationships and unprotected sex is staggering.” (Tom Masland, “Breaking The Silence,” Newsweek, July 9, 2000.)

Clearly, many blacks do not think rape is anything to be ashamed of.

The Newsweek author is puzzled by widespread behavior that is known to lead to AIDS, asking “Why has the safe-sex effort failed so abjectly?” Well, aside from their profoundly different attitudes towards sex and violence and their heightened libido, a major factor could be their diminished concept of time and reduced ability to think ahead.

Liberian billboard

Nevertheless, I was still surprised by what I found in the Zulu dictionary. The main entry for rape reads: “1. Act hurriedly; … 2. Be greedy. 3. Rob, plunder, … take [possessions] by force.” While these entries may be related to our concept of rape, there is one small problem: there is no reference to sexual intercourse! In a male-dominated culture, where saying “no” is often not an option (as confirmed by the study just mentioned), “taking sex by force” is not really part of the African mental calculus. Rape clearly has a moral dimension, but perhaps not to Africans. To the extent they do not consider coerced sex to be wrong, then, by our conception, they cannot consider it rape because rape is wrong. If such behavior isn’t wrong it isn’t rape.

An article about gang rape in the left-wing British paper, the Guardian, confirms this when it quotes a young black woman: “The thing is, they [black men] don’t see it as rape, as us being forced. They just see it as pleasure for them.” (Rose George, “They Don’t See it as Rape. They Just See it as Pleasure for Them,” June 5, 2004.) A similar attitude seems to be shared among some American blacks who casually refer to gang rape as “running a train.” (Nathan McCall, Makes Me Wanna Holler, Vintage Books, 1995.)

If the African understanding of rape is far afield, so may be their idea of romance or love. I recently watched a South African television program about having sex for money. Of the several women in the audience who spoke up, not a single one questioned the morality of this behavior. Indeed, one plaintively asked, “Why else would I have sex with a man?”

From the casual way in which Africans throw around the word “love,” I suspect their understanding of it is, at best, childish. I suspect the notion is alien to Africans, and I would be surprised if things are very different among American blacks. Africans hear whites speak of “love” and try to give it a meaning from within their own conceptual repertoire. The result is a child’s conception of this deepest of human emotions, probably similar to their misunderstanding of the nature of a promise.

I recently located a document that was dictated to me by a young African woman in June 1993. She called it her “story,” and the final paragraph is a poignant illustration of what to Europeans would seem to be a limited understanding of love:

“On my way from school, I met a boy. And he proposed me. His name was Mokone. He tell me that he love me. And then I tell him I will give him his answer next week. At night I was crazy about him. I was always thinking about him.”

Moral blindness

Whenever I taught ethics I used the example of Alfred Dreyfus, a Jewish officer in the French Army who was convicted of treason in 1894 even though the authorities knew he was innocent. Admitting their mistake, it was said, would have a disastrous effect on military morale and would cause great social unrest. I would in turn argue that certain things are intrinsically wrong and not just because of their consequences. Even if the results of freeing Dreyfus would be much worse than keeping him in prison, he must be freed, because it is unjust to keep an innocent man in prison.

To my amazement, an entire class in Kenya said without hesitation that he should not be freed. Call me dense if you want, but it was 20 years before the full significance of this began to dawn on me.

Death is certain but accidents are not.

Africans, I believe, may generally lack the concepts of subjunctivity and counterfactuality. Subjunctivity is conveyed in such statements as, “What would you have done if I hadn’t showed up?” This is contrary to fact because I did show up, and it is now impossible for me not to have shown up. We are asking someone to imagine what he would have done if something that didn’t happen (and now couldn’t happen) had happened. This requires self-consciousness, and I have already described blacks’ possible deficiency in this respect. It is obvious that animals, for example, cannot think counterfactually, because of their complete lack of self-awareness.

When someone I know tried to persuade his African workers to contribute to a health insurance policy, they asked “What’s it for?” “Well, if you have an accident, it would pay for the hospital.” Their response was immediate: “But boss, we didn’t have an accident!” “Yes, but what if you did?” Reply? “We didn’t have an accident!” End of story.

South African AIDS education poster.

Interestingly, blacks do plan for funerals, for although an accident is only a risk, death is a certainty. (The Zulu entries for “risk” are “danger” and “a slippery surface.”) Given the frequent all-or-nothing nature of black thinking, if it’s not certain you will have an accident, then you will not have an accident. Furthermore, death is concrete and observable: We see people grow old and die. Africans tend to be aware of time when it is manifested in the concrete and observable.

One of the pivotal ideas underpinning morality is the Golden Rule: do unto others as you would have them do unto you. “How would you feel if someone stole everything you owned? Well, that’s how he would feel if you robbed him.” The subjunctivity here is obvious. But if Africans may generally lack this concept, they will have difficulty in understanding the Golden Rule and, to that extent, in understanding morality.

If this is true we might also expect their capacity for human empathy to be diminished, and this is suggested in the examples cited above. After all, how do we empathize? When we hear about things like “necklacing” we instinctively — and unconsciously — think: “How would I feel if I were that person?” Of course I am not and cannot be that person, but to imagine being that person gives us valuable moral “information:” that we wouldn’t want this to happen to us and so we shouldn’t want it to happen to others. To the extent people are deficient in such abstract thinking, they will be deficient in moral understanding and hence in human empathy—which is what we tend to find in Africans.

In his 1990 book Devil’s Night, Ze’ev Chafets quotes a black woman speaking about the problems of Detroit: “I know some people won’t like this, but whenever you get a whole lot of black people, you’re gonna have problems. Blacks are ignorant and rude.” (pp. 76-77.)

If some Africans cannot clearly imagine what their own rude behavior feels like to others—in other words, if they cannot put themselves in the other person’s shoes—they will be incapable of understanding what rudeness is. For them, what we call rude may be normal and therefore, from their perspective, not really rude. Africans may therefore not be offended by behavior we would consider rude — not keeping appointments, for example. One might even conjecture that African cruelty is not the same as white cruelty, since Africans may not be fully aware of the nature of their behavior, whereas such awareness is an essential part of “real” cruelty.

I am hardly the only one to notice this obliviousness to others that sometimes characterizes black behavior. Walt Harrington, a white liberal married to a light-skinned black, makes some surprising admissions in his 1994 book, Crossings: A White Man’s Journey Into Black America:

“I notice a small car … in the distance. Suddenly … a bag of garbage flies out its window . … I think, I’ll bet they’re blacks. Over the years I’ve noticed more blacks littering than whites. I hate to admit this because it is a prejudice. But as I pass the car, I see that my reflex was correct—[they are blacks].

“[As I pull] into a McDonald’s drive-through … [I see that] the car in front of me had four black[s] in it. Again … my mind made its unconscious calculation: We’ll be sitting here forever while these people decide what to order. I literally shook my head . … My God, my kids are half black! But then the kicker: we waited and waited and waited. Each of the four … leaned out the window and ordered individually. The order was changed several times. We sat and sat, and I again shook my head, this time at the conundrum that is race in America.

“I knew that the buried sentiment that had made me predict this disorganization … was … racist. … But my prediction was right.” (pp. 234-35.)

Africans also tend to litter. To understand this we must ask why whites don’t litter, at least not as much. We ask ourselves: “What would happen if everyone threw rubbish everywhere? It would be a mess. So you shouldn’t do it!” Blacks’ possible deficiency in abstract thinking makes such reasoning more difficult, so any behavior requiring such thinking is less likely to develop in their cultures. Even after living for generations in societies where such thinking is commonplace, many may still fail to absorb it.

It should go without saying that my observations about Africans are generalizations. I am not saying that none has the capacity for abstract thought or moral understanding. I am speaking of tendencies and averages, which leave room for many exceptions.

To what extent do my observations about Africans apply to American blacks? American blacks have an average IQ of 85, which is a full 15 points higher than the African average of 70. The capacity for abstract thought is unquestionably correlated with intelligence, and so we can expect American blacks generally to exceed Africans in these respects.

Still, American blacks show many of the traits so striking among Africans: low mathematical ability, diminished abstract reasoning, high crime rates, a short time-horizon, rudeness, littering, etc. If I had lived only among American blacks and not among Africans, I might never have reached the conclusions I have, but the more extreme behavior among Africans makes it easier to perceive the same tendencies among American blacks.”

Source http://www.akfiles.com/forums/showthread.php?t=89225
Read more at http://www.liveleak.com/view?i=6af_1311056443#tmkTDHOHw5FocUMx.99

 

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ISIS, GENTILONI E LE GRANDI RIFORME

Due giorni fa, commentando l’annuncio che l’Isis, rectius il Califfato, aveva occupato alcune città costiere della Libia, quindi può colpire con gli Scud il territorio italiano, il nostro ministro degli affari esteri, Gentiloni, ha dichiarato che l’Italia è pronta a combattere, se l’ONU delibera la guerra. Esponenti del Califfato hanno prontamente replicato che Gentiloni e l’Italia sono crociati e nemici, quindi verranno colpiti. Era da aspettarselo, che reagissero così! E adesso, se lanciano qualche missile e fanno qualche morto italiano, che dirà il ministro degli affari esteri? Dirà “Scusate, riconosco che ho parlato in modo poco accorto, adesso pago di tasca mia i funerali e un equo risarcimento ai familiari”?

Ohibò, Gentiloni, sei piuttosto incauto e avventato, per essere il capo della diplomazia!

O forse no, forse sei un furbone, forse hai fatto bene a provocare l’Isis, perché un pericoloso nemico esterno, un bello scontro esterno con l’Isis, magari una guerra, è quello che ci vuole per compattare il Paese e distogliere l’attenzione degli italiani dal problema interno, cioè dalle riforme anti-democratiche ed eversive che il tuo governo sta portando avanti in parlamento ricorrendo a ogni sorta di violazione delle regole procedurali, come tutte le opposizioni oramai denunciano.

Fino a ieri c’era San Remo a distogliere l’attenzione degli Italiani, ma adesso che il Festival è finito, abbiamo un vincitore, e bisogna inventarsi qualcos’altro.

15.02.15  Marco Della Luna

 

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ASSE LEGA-FORZA ITALIA: ATTENZIONE ALL’IMMAGINE!!!

ASSE LEGA-FORZA ITALIA: ATTENZIONE ALL’IMMAGINE!!!

A mali estremi, rimedi estremi. Allearsi con Berlusconi è una mossa indispensabile per tentare di salvare il salvabile, stante la situazione. Ma, nel fare questa mossa, Matteo Salvini, abile comunicatore, vorrà prestare particolare attenzione a un pericolo di immagine nuovo e specifico connesso all’ex Cavaliere. Non mi riferisco al bordello di Arcore descritto dai giudici del processo Ruby bis (queste non sono novità), ma a come Berlusconi e i suoi paladini si sono messi a comunicare su un tema delicatissimo, che niente ha a che vedere col sesso, ma molto con le libertà fondamentali e i diritti politici.

Oggi, alle 14:40 circa, in una intervista trasmessa dal Tg3, Renato Brunetta, capogruppo berlusconiano alla camera, ha spiegato che effettivamente il governo Renzi costituisce un pericolo per la democrazia, avendo fatto una svolta autoritaria; e che quindi Forza Italia torna all’opposizione piena. Alla domanda dell’intervistatore, che chiedeva come mai, allora, fino a poco fa, Berlusconi votasse proprio quelle riforme di Renzi, se riteneva che fossero autoritarie, Brunetta ha precisato che prima Renzi non era autoritario e pericoloso per la democrazia, ma che lo è diventato decidendo di scegliere unilateralmente il nuovo presidente della Repubblica anziché concordarlo con Berlusconi. L’attentato alla libertà e alla democrazia non verrebbe dal fatto che, con le riforme di Renzi, un premier non eletto assomma in sé i poteri legislativo, esecutivo, di controllo e in più di formazione delle liste elettorali: se, pur facendo tutto ciò, Matteo Renzi avesse negoziato il nome del nuovo inquilino del Quirinale con Berlusconi, se avesse rispettato la combine dei duumviri, allora la democrazia sarebbe stata garantita.

Ma la parola ” democrazia “non significa “governo del popolo, partecipazione popolare”? Cioè l’esatto opposto dell’accordo privato e semi segreto tra capi politici – un genere di accordo che, fino a ieri, si chiamava lottizzazione, consociativismo, inciucio? Renzi è un pericolo per la democrazia solo perché non spartisce il potere con Berlusconi? E invece una sfacciata diarchia, ossia un accordo tra i due, significherebbe garanzia di libertà e di rappresentatività popolare? Sarà difficile persino a un brillante intellettuale come il prof. Brunetta far bere simili assurdità all’opinione pubblica.

Allearsi con Berlusconi può essere indispensabile per cercare di salvare il salvabile, ma se si sta con chi comunica così, si fa una figura di melma; e, se non si rimedia ai concetti espressi da Brunetta e da altri, ci si contraddice proprio sulla concezione della democrazia e della libertà.

Oltre a questo pericolo, ovviamente rimane l’altro rischio, ossia che Berlusconi, se domani gli si offre l’opportunità, torni con Renzi per sistemare, in cambio del suo appoggio, i propri interessi personali; ma questo è un rischio vecchio e ben noto di una linea politica, quella dell’ex Cavaliere, diretta e curvata dalle convenienze personali. L’opinione pubblica ha sotto gli occhi un Berlusconi che ha sempre promesso autentiche riforme di grande respiro, e non le ha mai fatte, usando invece il potere e i voti popolari che raccoglieva per negoziare obiettivi di interesse suo personale o familiare o aziendale. Tu voti Berlusconi per ottenere uno stato liberale, e Berlusconi usa il tuo voto per ottenere altre cose per sé e per le sue aziende. Ha persino sostenuto governi deleteri come quelli di Monti e Letta, sperando di conservare il seggio al Senato e l’agibilità politica. I suoi parlamentari gli davano ragione e lo sostenevano, cercavano tutte le possibili sponde concordare lo scambio – uno spettacolo indecente, altro che le notti Arcore! E oggi ci ritroviamo con due partiti medio grossi, Forza Italia e il M5S, formalmente all’opposizione, ma di fatto utili al governo, perché bloccati, non propositivi, non produttivi.

Ieri un acuto professore dell’università di Perugia, certo Campi, spiegava che in Italia non abbiamo partiti politici, perché le cose che vanno in Italia sotto il nome di partiti politici sono galassie di comitati d’affari dediti ai loro interessi particolari. La politica è quella cosa che si occupa dell’insieme del paese nel medio lungo termine, quindi in Italia non c’è politica. Il risultato complessivo è quello di una disgregazione generale della società Italiana, che si sta dissolvendo. Tutti lavorano alla giornata e per il proprio particolare interesse. Non c’è uno straccio di disegno comune, un progetto di lungo termine, qualcosa di credibile e di creduto.

Si potrebbe allora dire: stante questa situazione, una svolta autoritaria, un uomo forte, una specie di dittatore è quello che ci vuole per rigenerare il Paese, viva Renzi. Errore: l’uomo forte funziona solo se il paese è indipendente, cioè se chi lo comanda è in grado di fare una politica per il paese e non conto terzi. Questa condizione preliminare palesemente manca all’Italia.

Mantova, 9 febbraio 2015  Marco Della Luna

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L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING:

L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING:

Dedicato ai bancari e ai loro sindacalisti, che lottano contro il degrado del contratto di lavoro

Si è aperta una non rosea stagione di trattative sindacali. ABI ha disdetto il contratto nazionale di lavoro dei bancari adducendo esigenze di innovazione nei servizi e risparmio sul personale, a seguito di un calo degli utili in uno scenario generalmente depresso e di deterioramento dei crediti. Quindi, o meno salario, o meno occupazione. Ma questo principio si può e si deve concretamente rovesciare, perché la torta è… più larga di quanto si è abituati a pensare, e di quanto vorrebbe far intendere il documento denominato Posizione ABI sui temi principali del rinnovo contrattuale,  “Perimetro contrattuale” e  trattamento economico.

Col presente articolo intendo fornire conoscenze che cambiano strutturalmente e in positivo le premesse delle trattative, rivelando risorse scientificamente accertate e insite nel banking, da diffondere tra i colleghi bancari e adoperare energicamente nel negoziato, siccome esse sono utili per ripensare tutta la situazione, e la loro attuale propagazione fa prevedere l’imminente richiesta di una profonda rettifica del modo di redigere il bilancio bancario, particolarmente in fatto di utili.

Non bisogna lasciarsi ingabbiare nella vulgata ABI della realtà aziendale (e con “vulgata” non mi riferisco al solo documento succitato, ma al complesso della dottrina economico-finanziaria che essa ha sposato), dal suo piano di psicologia aziendale applicato… a voi, lavoratori dipendenti.

Questa vulgata è formulata per impedire di parlare e persino di pensare su molti aspetti della realtà e per imporre una formulazione dei problemi in una chiave tale da pre-determinare, come esito, lo schiacciamento dei diritti e delle prospettive professionali, che è l’obiettivo datoriale. Un obiettivo che può essere raggiunto combinando due cose che gli ultimi governi (non eletti) hanno donato ai datori di lavoro: il diritto di cambiare le mansioni ai dipendenti (fungibilità) e il diritto di licenziare (quindi di porre i dipendenti sotto la minaccia di demansionamento e licenziamento). E’ prevedibile – proprio perché la controparte datoriale già si è preparata nel 2014 sia con una massiccia campagna di schede di valutazione negative, sia lamentando un problema di professionalità del personale bancario – che fra qualche tempo partirà un’ondata strumentale di spostamenti mansionali arbitrari, diretta a far apparire professionalmente inidonei anche coloro che sono invece idonei alle mansioni in cui sono stati formati e collocati, ma non nelle nuove mansioni (ad esempio, il funzionario addetto alla qualità del credito che viene ri-mansionato agestore affluent, o viceversa), allo scopo di creare il presupposto per licenziare. Sarà così possibile sbarazzarsi del personale ritenuto in eccesso o troppo costoso, e passare a una massiccia esternalizzazione attraverso società controllate che riservano al personale un trattamento di stretto risparmio – perché questo è il modello generale: comprimere i diritti salariali, previdenziali etc. dei dipendenti per migliorare i bilanci in funzione del mercato finanziario, ignorando quello macroeconomico, nel quale già si vede che questa politica del lavoro produce collasso dei redditi, della domanda aggregata, quindi dei ricavi e della solvibilità: una spirale recessiva.

Questo dovrebbe essere sempre tenuto e fatto presente: soprattutto se applicata per singole aziende, senza una visione aggregata, la logica del libero mercato finanziario produce disastri sul piano economico, cioè della produzione, dell’occupazione, dei redditi, perché è una logica di breve termine, di bilancio, che persegue ciecamente la compressione dei costi e trascura gli effetti distruttivi di lungo termine, sull’economia reale (tanto più che la finanza speculativa guadagna proprio sulle oscillazioni, sugli shock, non sulla stabilità, quindi non è da seguire). ABI non ha il diritto di agire con questa logica,  siccome è  un’associazione di imprese che esistono perché lo Stato ha dato loro la licenza bancaria ed esercitano in via esclusiva una funzione eminentemente pubblica, in virtù di una pubblica licenza bancaria, cioè la creazione e regolazione del credito l’economia nazionale, per la quale la finanza è un mezzo, non il fine; quindi ABI ha il dovere di agire con un’ottica nazionale, di lungo termine, con riguardo all’economia reale. Che non è quella del bilancio e della finanza.

Per rompere lo schema e uscire da questa gabbia concettuale, da questa prospettiva falsata ad hoc dalla controparte, non è necessario ricorrere allo sciopero. Vi sono altri mezzi, molto meno conflittuali e molto più adeguati ai tempi e al progresso dell’informazione. Mezzi che, a differenza dello sciopero, non comportano costi e sacrifici per i lavoratori, ma piuttosto a un lavoro di networking, di p.r. e, prima ancora, di apertura dei propri orizzonti culturali.

Innanzitutto, visto che la controparte ABI lamenta scarsa professionalità, bisogna replicarle che “certe” banche da tempo non erogano più corsi e richiederle l’organizzazione di opportuni corsi, corsi certificati onde il datore di lavoro non possa disconoscerli, ricordandole che per questo la banca riceve fondi europei. Se non lo farà, smentirà se stessa. E sarà più facile per i licenziati impugnare vittoriosamente il licenziamento davanti ai giudici del lavoro. Anzi, si può studiare la possibilità di una class action per ottenere dal giudice l’ordine di provvedere alla formazione, o in subordine risarcire i danni conseguenti alla mancata formazione. Insomma, c’è spazio per mettere le mani avanti. Già una simile class action è stata avviata contro la Regione Sicilia.

Ma in questo articolo vi voglio indicare e documentare anche un altro mezzo, credo ancora più potente.

Un responsabile dell’ufficio fidi e mutui di una nota banca, nel 2007, dopo aver letto la prima edizione del mio saggio Euroschiavi, mi scrisse: «… un giorno, aprendo un fido su un c/c, mi sono chiesto: Ma ‘sti soldi, da dove cavolo vengono? È possibile che vengano creati solo battendo una serie di tasti sul PC?” Poi hanno cominciato ad arrivare le informazioni, quasi mi stessero aspettando…».

Già, da dove provengono i soldi che la banca presta?

In proposito vi sono da tempo tre teorie:

La teoria ufficiale, recepita dal linguaggio delle leggi: la banca è un’intermediaria finanziaria, cioè presta i soldi della raccolta: tanto raccoglie, tanto può prestare. Da un lato riceve depositi, e dall’altro lato li presta, applicando una forbice di interessi, e guadagnando su questa e sulle commissioni; quindi, se presta 100, in bilancio deve registrare un calo di cassa di 100, e un incremento di 100 dei crediti. Ovviamente, ogni mancato rimborso dei prestiti concessi è una pari perdita. La quantità di liquidità, il money supply, è generata interamente dalla banca centrale di emissione e non dipende dalla quantità di credito erogato dalle banche.

La teoria per gli “istruiti”, insegnata a ragioneria e all’università, è quella della riserva frazionale: la singola banca può prestare un multiplo delle sue riserve, cioè può creare moneta creditizia o scritturale o contabile per un multiplo delle sue riserve – diciamo dieci volte – emettendo bonifici, lettere di credito, assegni etc. E siccome questi mezzi di pagamento possono essere depositati in altre banche (o su altro conto della medesima banca), andando così ad aumentare le loro riserve, essi mettono queste altre banche in condizioni di emettere ulteriore moneta contabile. L’effetto complessivo è di una moltiplicazione reciproca da parte del sistema bancario, in virtù della quale, se la banca centrale opera un incremento iniziale di 100 di moneta legale, con un moltiplicatore di 10 abbiamo un aumento di liquidità totale, nel sistema, di 9.900. La banca, quindi, non è un semplice intermediario finanziario, e l’uso di questa definizione, anche da parte dei testi di legge, è ingannevole. L’attività creditizia delle banche, comportando la creazione di mezzi monetari privati accettati anche dal settore pubblico (con l’assegno circolare della banca voi potete pagare le tasse o il prezzo di un terreno all’asta del tribunale), è in contrasto con la legge, ossia col Testo Unico Bancario, che concede alle banche licenza di intermediare (raccogliere e prestare) il risparmio ma non di creare moneta, e col Trattato di Maastricht, che, all’art. 105, riserva la creazione monetaria, sotto forma di banconote, al Sistema Europeo delle Banche Centrali. In ogni caso, poiché la banca, secondo questa teoria, intacca frazionalmente le sue riserve per erogare il prestito, necessariamente ad ogni erogazione le sue riserve in bilancio devono ridursi in proporzione al rapporto frazionario.

La terza teoria è che la banca – ogni banca, individualmente – crei direttamente i mezzi monetari che presta, semplicemente aprendo un conto di disponibilità intestato al cliente e scrivendoci sopra l’importo che intende prestare, senza attingere dalla cassa e senza usare o intaccare le riserve. Quindi crea moneta creditizia al 100% ex nihilo e la presta. O più esattamente la crea con l’atto del metterla a disposizione o prestarla. Il prestato (il messo a disposizione) non preesiste al prestare (al mettere a disposizione). L’incompatibilità col Tub (che consente alle banche solo l’intermediazione) e con Maastricht (che riserva la monetazione alla BCE sotto forma di banconote) è totale. Questa è la teoria che esponevo in Euroschiavi e che indusse il vostro collega del settore fidi e mutui a scrivermi quelle poche ma significative righe di commento e conferma. Leggendo il mio libro, aveva capito che cosa realmente faceva quando erogava, ossia aveva capito che creava liquidità, e che questa capacità di creare mezzi monetari è la vera peculiarità della banca, conferita di fatto (anche se non di diritto) dalla licenza bancaria, e che rende il prestare della banca qualitativamente diverso dal prestare di qualsiasi altro soggetto, perché qualsiasi altro soggetto presta solo denaro che si è procurato in precedenza in cambio di qualcosa (oppure con una rapina, un furto, una frode…); sicché, se non recupera quanto ha prestato, soffre una perdita vera e propria, mentre la banca no, quindi può sopportare molto bene le perdite sui crediti e non ha bisogno di scaricarle sul trattamento salariale dei dipendenti o sui livelli occupazionali, né sui depositi dei clienti (bail in). Questo privilegio ha, come presto vedremo, ulteriori conseguenze su come dovrebbero essere formulati i bilanci in fatto di ricavi e sull’imponibile fiscale effettivo. Ma in generale tutta la faccenda delle della sorveglianza, crisi bancarie e dei rimedi ad esse, va riconsiderata.

Orbene, che le cose stiano come spiega questa terza teoria è stato dimostrato scientificamente dal prof. Richard Werner dell’Università di Southampton mediante un esperimento, che è stato filmato da una troupe televisiva. Su International Review of Financial Analysis – 36 (2014), Werner ha pubblicato un paper su questo esperimento1, col titolo Can banks individually create money out of nothing? – The theories and the empirical evidence (Possono le banche creare denaro dal nulla? Teorie e prove empiriche).

L’esperimento è stato molto semplice: previo accordo con la Raiffeisenbank Wildenberg, una banca cooperativa della Bassa Baviera inserita in una rete di molte banche cooperative servite da un unico sistema contabile elettronico, il 07/08/13 Werner personalmente si fece erogare un mutuo di 200.000 Euro. Prima e dopo l’erogazione, e di nuovo il giorno dopo, egli si fece stampare il bilancio (balance sheet, situazione contabile) della banca per confrontare il suo stato (le singole voci contabili) prima e dopo l’erogazione del mutuo. Dal confronto tra le due situazioni, risultò che la banca aveva aumentato i propri crediti di 200.000 (a fronte della registrazione di una pari uscita), mentre non vi era stata alcuna variazione in meno vuoi delle riserve, come avverrebbe se fosse corrispondente alla realtà la teoria della riserva frazionaria, vuoi di alcun altro conto o fondo, e specificamente della voce “cassa”, come avverrebbe se fosse corrispondente alla realtà la teoria della banca come intermediaria. La banca aveva movimentato solo il nuovo conto.

Quindi la banca aveva effettivamente aumentato il proprio attivo patrimoniale a costo zero proprio con l’atto del prestare. In effetti, aveva creato un conto di disponibilità in favore del mutuatario Werner e vi aveva digitato dentro un importo, accreditandosi al contempo la medesima somma. Sarebbe interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.

La scritturazione contabile operata nell’erogazione da parte dei funzionari della banca registra :

EUR                                CREDIT                             LIABILITIES                BALANCE

Current account            200,000

Loan                                                                                200,000                      -200,000

Bank Sum Total            200,000                                200,000                       0,00

Cioè i mezzi monetari, l’oggetto del prestito, sono creati semplicemente registrando ex nihilo un debito contro un credito, con un’operazione contabile esclusiva e peculiare delle banche, che nessun altro operatore economico potrebbe compiere, e che nondimeno fa quadrare il bilancio. Ma – osservo io – a quanto ammontano i mezzi monetari così creati? A 200.000, cioè la “somma” prestata, o a 400.000, ossia a quelli prestati al cliente più il credito che la banca ha registrato a proprio avere? Se questo credito è in qualche modo utilizzabile dalla banca come (se fosse) moneta, allora la creazione monetaria totale che si fa nell’erogare un prestito di 200.000 è di 400.000.

Questo esperimento (il quale ha ulteriori aspetti e corollari, che per brevità qui tralascio) conferma la terza teoria sulla origine dei depositi bancari (della liquidità bancaria) confutando le altre due, cioè quella della banca come intermediaria finanziaria, e quella della riserva frazionaria, dato che ambedue ritengono che un prestito possa essere erogato soltanto usando denaro preesistente. D’altronde, per non citare me stesso2, già la Fed e la Bank of England, recentemente, avevano pubblicato papers3 da cui appare che il grosso, circa il 97% della liquidità (M1), consiste in denaro bancario privato (contabile, scritturale, creditizio), e solo il resto in legal tender, ossia moneta legale creata dalle banche centrali di emissione: euro-note. E molti l’avevano capito in occasione della crisi finanziaria del 2008, in quanto si spiegava che la causa del liquidity crunch (restrizione della liquidità) era… il credit crunch (restrizione del credito bancario). Quindi il money supply è creato dal prestito bancario e, dopotutto, Werner ha confermato, col suo esperimento, ciò che già si sapeva e vedeva. I tempi erano maturi. Ancora prima, l’economista Antonino (Nino) Galloni aveva formulato, in termini vicini a questi, un disegno complessivo di come la banca “produce” il credito-liquidità nel saggio Il futuro della banca – Lineamenti di teoria bancaria e finanziaria (Eurilink Roma 2014 –  pp.11-26).

Del resto, il funzionamento e la stessa esistenza di Target2, la piattaforma per pagamenti interbancari nell’Eurozona (e non solo), dimostrano che il denaro sui conti correnti bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla BCE ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. Infatti, se fosse l’euro “vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000 euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in Germania, la mia banca opererebbe quando fa un bonifico a un altro conto corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, anziché passare per Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco. Infatti, l’euro vero disponibile al privato, ossia la banconota e il conio, è egualmente spendibile e accreditabile sui conti correnti direttamente (senza cioè passare per le banche centrali) in qualsiasi paese dell’Eurozona. Il che dimostra in modo diretto e compiuto, che gli “euro” segnati sui conti correnti italiani non sono veri euro (la valuta legale), non sono emessi dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…), e non sono l’Euro, la valuta legale del SEBC, di Maastricht, l’unica ammessa e lecita. Sono una moneta privata, creata internamente a ciascun sistema bancario nazionale, e diversa per ogni sistema bancario (cioè per ogni paese). In Italia, sono la moneta dell’ABI. Contabilizzarla al medesimo modo e con la medesima denominazione dell’Euro vero, è scorretto, ingannevole, illecito. E’ un’elusione del Trattato di Maastricht.

Dal punto di vista del bilancio, dei ricavi e dell’imponibile, le conseguenze sono facilmente immaginabili: l’importo prestato comporta automaticamente un ricavo di pari importo, quindi, se il bilancio un domani verrà fatto fedelmente, risulteranno maggiori gli utili e maggiore reddito. Sarebbe interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.

E’ significativo che le tre teorie siano esistite fianco a fianco per molti decenni senza mai essere verificate sperimentalmente per accertare quale fosse quella vera. Evidentemente, è un tema molto delicato, sul quale si è preferito mantenere l’oscurità e la disinformazione, senza le quali non si potrebbe continuare a parlare, anche da parte del legislatore, delle banche come “intermediarie finanziarie” senza che la gente anche solo un poco esperta del settore si accorgesse dalla falsità di questa definizione, del contrasto tra le leggi in materia bancaria e ciò che le banche realmente fanno, e degli erronei presupposti tecnici degli interventi sulle crisi bancarie, i cui costi sono stati, nel mondo, scaricati principalmente sui conti pubblici (quindi sui contribuenti) e sui risparmiatori (bail-in), con effetti molto negativi sull’economia reale.

Insomma, gli impatti di quanto sopra sulla macroeconomia sono notevoli, ma a voi, impiegati e funzionari di banca, oggi impegnati in una critica fase di ristrutturazione aziendale e di sfida ai vostri diritti di lavoratori da parte dell’ABI, non sarà certamente sfuggito che il conoscere questi dati di fatto è una potente arma di negoziato, per imporre nelle trattative che si parta da un piano di verità e che si rinunci, da parte datoriale, a presupposti fasulli, di falsa debolezza e di falsa impostazione contabile di comodo, oramai confutati sia dalla ricerca scientifica che da due primarie banche centrali. Oggi potete sbattere la prova della verità sul tavolo delle trattative, ma insieme dovete diffondere la conoscenza di questa verità, per far partire da essa un movimento di opinione e dibattito tra le categorie produttive, trai mezzi di informazione, tra gli economisti e i politici, così da renderla più forte e più efficace nelle vostre mani a tutela della vostra dignità e del vostro futuro. E diffonderla è facile e non costoso: internet, la rete delle conoscenze personali, i sindacalisti, i convegni e le conferenze stampa, Passaparola. Già oggi, attraverso i blog collegati, questo articolo raggiunge decine di migliaia di persone.

08.02.15 Marco Della Luna

1 Gratuitamente scaricabile da:

c.els-cdn.com/S1057521914001070/1-s2.0-S1057521914001070-main.pdf?_tid=077966da-9662-11e4-b087-00000aacb360&acdnat=1420631030_d75cc632b899eb31c147ff9a866e34b2,

2 Ad es. Euroschiavi, Arianna, IV ed., soprattutto il capitolo “L’albero del debito e del credito”

3 Trattasi Money creation in the modern economy, di Michael McLeay, Amar Radia and Ryland Thomas of the Bank’s Monetary Analysis Directorate (www.bankofengland.co.uk/…/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf ):
“La creazione monetaria in pratica differisce da alcune concezioni diffuse: le banche non agiscono semplicemente come intermedizri, prestando i depositi affidati loro dai risparmiatori, ne moltiplicano la moneta della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi… … nella realtà, le banche sono le creatrici della moneta costituente i depositi… … l’atto di prestare crea i depositi – l’inverso della sequenza ticipamente descritta nei libri di testo.

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RENZI ROTTAMA MONTESQUIEU E NOMINA MATTARELLA

RENZI ROTTAMA MONTESQUIEU E NOMINA MATTARELLA

Matteo Renzi, il rottamatore che non ha bisogno di chiedere consenso, tanto meno di essere eletto dal popolo (infatti non è mai stato parlamentare, ma dà comandi ai parlamentari), si sceglie e impone in parlamento il presidente della Repubblica, il quale invece dovrebbe rappresentare e garantire tutti, super partes. Facendolo, tradisce il Patto del Nazareno (che d’ora in poi potrà chiamarsi Patto del Giuda), e forma la sua terza maggiorana parlamentare, in perfetto stile africano.

Adesso anche il presidente della Repubblica è un nominato. Un nominato del Primo Ministro, ratificato da un parlamento di nominati, eletto con una legge elettorale già dichiarata incostituzionale una Corte di cui era membro lo stesso Mattarella! Ovviamente non potrà, quindi, svolgere una funzione di controllo e contrappeso rispetto al capo del governo. Questa è la componente sostanziale.
Ma c’è anche la componente del metodo, che in materia costituzionale è sostanza: Renzi lo ha scelto unilateralmente e ha comunicato il nome della sua scelta all’ultimo momento persino al suo partito. Non si potrebbe immaginare qualcosa che sia più di parte di questo. Per giunta, è chiaro che Renzi ha scelto lui perché non minaccia, sia in Italia che all’estero, di contendere a lui la scena e alla Germania l’egemonia imperialista.

A questo punto, che sia una figura politica e umana decente, presentabile, è secondario. In generale, la vicenda dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica evidenzia l’assurdità dell’assetto costituzionale presente, e ancora di più l’assetto costituzionale che risulterà dalla riforma elettorale congiunta la riforma del Senato: un assetto in cui un organo squisitamente di parte, parte politica, cioè il segretario del partito di maggioranza, non solo, direttamente o indirettamente nomina i deputati senatori, ma nomina persino il capo dello Stato che dovrebbe controllare e controbilanciare. È come se il premier britannico nominasse il re o la regina. L’assurdo non potrà mai essere legittimo, nemmeno se imposto con la legge costituzionale. Vedremo presto se Mattarella asseconderà questo processo eversivo della Costituzione.

La divisione dei poteri dello Stato sembrava un principio cardine, scontato oramai e indiscutibile, indispensabile ai fini della legittimità dello Stato, un’acquisizione definitiva e irreversibile della democrazia occidentale; ma evidentemente non era così, almeno in Italia: con le riforme del Senato e della legge elettorale, il nostro premier è riuscito a rovesciare il lavoro di Montesquieu, a ritornare a una struttura statuale come prima della rivoluzione francese. Ora infatti il premier unisce in sé il potere esecutivo, il potere legislativo, e un’ampia parte del potere di controllo. Inoltre, non vi sono contrappesi indipendenti da lui al suo strapotere.

La tesi fondamentale esposta da Montesquieu nel suo celebre trattato Lo spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, è che può dirsi libero solo quell’ordinamento in cui nessun governante possa abusare del potere a lui affidato. Per prevenire tale abuso, occorrono contrappesi e controlli, occorre che “il potere arresti il potere”, cioè che i tre poteri fondamentali siano affidati a persone od organi differenti, in modo che ciascuno di essi possa impedire all’altro di esorbitare dai suoi limiti e debordare in tirannia. La riunione di questi poteri nelle medesime  mani, siano esse quelle del popolo o del despota, annullerebbe la libertà perché annullerebbe quella “bilancia dei poteri” che costituisce l’unica salvaguardia o “garanzia” costituzionale in cui risiede la libertà effettiva. “Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”: è partendo da questa considerazione, che Montesquieu elabora la teoria della separazione dei poteri. Per evitare che si conculchi la libertà dei cittadini, il potere legislativo e quello esecutivo non possono mai essere accentrati in un’unica persona od organo costituzionale.

Tecnicamente, perciò, Renzi ha restaurato l’ancien régime, lo stato assolutista pre-rivoluzione francese. Infatti con le sue riforme il premier domina il partito e ne forma le liste elettorali; domina la camera con un terzo circa dei suffragi; domina l’ordine del giorno dei lavori; domina il Senato; sceglie il capo dello Stato; nomina direttamente cinque membri della Corte Costituzionale  e cinque attraverso il capo dello Stato; nomina o sceglie i capi delle commissioni di garanzia e delle authorities; da ultimo, quasi dimenticavo, presiede il Consiglio dei Ministri. E gestisce molte altre cose. Si è fatto controllore di se stesso. Questo intendo dire quando affermo che è stato superato il principio della divisione dei poteri dello Stato. In ciò, Renzi batte Mussolini, perché l’espansione dei poteri del Duce incontrava la limitazione data dalla presenza del re a capo dello Stato,  il quale non era scelto, ovviamente, dal Duce ed era al di sopra del suo raggio d’azione, tanto è vero che il Re lo fece arrestare nel 1943. Rispetto a questo, Renzi è più simile a Hitler, perché anche in Germania non c’era la monarchia, quindi il cancelliere potè riunire nelle sue mani tutti i poteri.

L’abolizione della separazione dei poteri dello Stato è un salto costituzionale tanto lungo e radicale quanto sarebbe il salto per passare alla legge islamica, alla shariya. Eppure, chi si accorge di tale salto? Il popolo è scusato, dato che le stime ufficiali rilevano un 47% di analfabetismo funzionale e solo un 18% capace di capire testi un po’ complessi, figuriamoci Montesquieu.  Ma dove sono i liberali, i democratici, i costituzionalisti, i filosofi, i politici, gli intellettuali, quelli che hanno ampio accesso ai mass media e che fino a ieri si riempivano la bocca di antifascismo, costituzione, resistenza, garanzie? Dove sono i fieri magistrati che dimostravano con la Costituzione sotto il braccio togato? Perché tacciono di fronte alla concentrazione dei poteri in un’unica persona, di fronte all’abolizione dei controlli e dei bilanciamenti? Perché non insorgono come facevano in passato per molto, molto meno? Se non ora, quando, vostro Onore? O sono cambiati gli ordini di scuderia?

Forse voi, maliziosi lettori, pensate che i suddetti signori siano tutti diretti sul carro del vincitore, alla mensa del principe. Ma che male ci sarebbe, a questo punto? I poteri forti, la cosiddetta Europa del Bilderberg e di altri simili organismi, hanno capito che le inveterate caratteristiche sociologiche italiane non consentono il risanamento morale, la legalità e l’efficienza. Non provano nemmeno a metterci le mani. Si sono convinti che per governare e spremere questo paese ci vuole invece proprio il suo autoctono, tradizionale regime buro-partitocratico, con i suoi poteri collegati. Attraverso Renzi e Berlusconi, uniti da un patto sottobanco e di convenienza, forse comprendente la soluzione di problemi giudiziari, lo hanno perfezionato, stabilizzato, costituzionalizzato, ponendo tutto nelle mani del segretario del partito forte, controllore di se stesso. Honni soit qui a mal de panse. Adieu, Montesquieu: vive le renzien régime!

 

29-31.01.15 Marco Della Luna

 

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TARGET 2: NON ESISTE LA MONETA UNICA

TARGET 21: NON ESISTE LA MONETA UNICA

Il funzionamento e la stessa esistenza2 della piattaforma per pagamenti bancari internazionali detta Target23, dimostrano che tutto il denaro sui conti correnti bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla BCE, ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. “Euro” è solo l’etichetta applicata a realtà giuridico-monetarie diverse tra loro per indurre la gente a pensare che siano un’unica cosa.

Queste ragioni si aggiungono a quelle già comunemente addotte per negare che l’euro sia una moneta e che sia una moneta unica4.

Confermano inoltre la teoria, già ampiamente dimostrata5, che la liquidità, gli attivi dei conti correnti, siano generati dall’attività di prestito delle banche commerciali, e solo in minima parte dalle banche centrali.

Innanzitutto, dicevo, la moneta che si trova registrata sui conti correnti non è l’euro della BCE, ma un’altra cosa. Infatti, se fosse l’euro “vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000 euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in Germania, la mia banca opererebbe esattamente come quando fa un bonifico a un altro conto corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, anziché passare per Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco.

Il che dimostra che gli “euro” segnati sui conti correnti italiani non sono euro veri (non sono cioè la valuta legale), non sono emessi dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…): gli euro sui conti correnti italiani sono gli euro… dell’ABI, cioè creati dal sistema bancario italiano, e non sono accreditabili su conti correnti non italiani.

Abbiamo due riprove della veridicità di ciò.

La prima, diretta: se voglio pagare un debito estero usando gli “euro” che ho sul mio conto corrente, devo passare per il meccanismo suddescritto; se invece voglio pagarlo con euro-banconote o euro-spiccioli (cioè euro-valuta legale), posso pagarlo direttamente, versandoli sul conto corrente estero del mio creditore in una banca del suo paese. Ergo gli euro del cc sono una cosa diversa, per natura giuridica, dagli euro-valuta legale.

La seconda, indiretta: Target 2 è adoperato per i pagamenti anche da paesi che non usano l’euro, ergo Target 2 è strutturata per trattare valute anche diverse dall’euro.

Si conferma quindi che il grosso del money supply, circa il 97%, è generato con strumenti essenzialmente contabili dai vari sistemi delle banche commerciali. Vi sono tanti (pseudo) euro quanti sono i paesi partecipanti all’Eurozona, e ciascuno di essi ha circolazione limitata al paese del sistema bancario che lo ha generato; e in più vi è l’euro vero, la valuta legale, cioè quello creato dal Sistema Europeo delle Banche Centrali – l’unico che circoli, che sia accettabile, in tutta l’Eurozona, tanto in forma scritturale, che in forma cartacea o metallica.

Il che ha diverse implicazioni.

Innanzitutto, gli euro che ho sul mio conto corrente sono una cosa giuridicamente diversa dagli euro che si trovano sui conti correnti degli altri paesi dell’Eurozona, anche se hanno la medesima denominazione – imposta evidentemente per creare un’illusione di identità nell’opinione pubblica.

Dissolta tale illusione, appare evidente che non solo non esiste una moneta unica, ma siamo lontanissimi da un’unione monetaria e da un’integrazione bancaria europee, e che le tesi che essa si stia realizzando o si possa realizzare sono mistificazioni di mala fede.

In secondo luogo, Target 2 conferma che la massa monetaria non è creata dalla BCE, ma dai sistemi delle banche commerciali.

In terzo luogo, appare evidente anche che il money supply denominato in euro non è creato unico per l’intera Eurozona, ossia che non c’è un money supply unitario per la c.d. UEM, bensì paese per paese in forma di rilascio di prestiti di banche commerciali denominate “euro” sebbene, nella realtà giuridica, consistano non in euro (reali-legali), ma in promesse di euro reali-legali, emessi dalla BCE. Naturalmente, gli euro veri, oggetto delle promesse suddette, non esistono se non in minima parte, dato che, come già ricordato, il money supply consiste per il 97% circa in euro-promesse, e solo per il 3% in euro veri.

In quarto luogo, quelle cose che la banca ti presta (nel mutuo, nel fido, nello sconto, nell’anticipazione) non sono, giuridicamente, euro, anche se falsamente sono denominati “euro”, e tu quindi puoi chiedere al giudice di dichiarare che non sono euro, o perlomeno non sono il vero euro, la moneta legale, l’unica riconosciuta dalla Stato.

Ma che cosa sono, giuridicamente, gli “euro” sui conti correnti? Non sono il vero euro, la moneta legale, l’unica riconosciuta dalla Stato. Non sono soldi, sono saldi. Sono saldi attivi di un rapporto debito-credito: credito per il correntista, debito verso la banca. Debito di che cosa? Debito di euro veri. Se io ho un attivo di conto corrente di 1.000 euro, vuol dire che la banca, a mia richiesta, mi deve dare euro-banconote per 1.000 euro. E se io bonifico a te questi 1.000 trasferendoli sul tuo conto corrente, ciò che avviene è che  il rapporto debito-credito di 1.000 rimane, ma cambiano il debitore (che diventa la tua banca in luogo della mia) e il creditore (che diventi tu invece di me). Questa sostituzione può avvenire direttamente soltanto tra banche del medesimo sistema bancario. Evidentemente, le banche di un paese non accettano, senza la garanzia delle banche centrali e gli euro veri della BCE, di sostituirsi alla banca di un altro paese in questo rapporto di debenza. In sostanza, quindi, tutto questo discorso arriva a un approdo concettuale molto semplice: l’euro non esiste, se non come cartamoneta, conio e come moneta delle banche centrali; tutto il resto è promessa di euro emessa dalle banche ordinarie, che tra loro se la accreditano come se fosse euro, e ciascuna se la contabilizza come se fosse euro.

Corollario del fatto che l’euro vero è solo quello della Banca centrale europea e quindi la carta moneta, mentre sui conti correnti bancari un euro solo apparente, perché è illegittimo costringere allo uso del nome euro, cioè dell’euro apparente, proibendo quello dell’euro vero, cioè della carta moneta. È un costringere la gente a spogliarsi del vero e a darlo in cambio del falso. E’ un privarla del diritto all’uso dell’unica vera moneta, della moneta legale.

Analogamente è illegittimo istituire controlli e deterrenti al deposito e al ritiro o peggio all’uso, di euro veri, cartacei. Sono tutte operazioni nell’interesse dei banchieri privati quali creatori esclusivi dell’euro apparente – operazioni per rafforzare l’illusione e nascondere la realtà.

24.01.15 Marco Della Luna

P.S. Non affronto, in questo articolo, riservandola per altri, la problematica di come veramente funzioni Target2 e dei suoi effetti reali.

1Target” è l’acronimo di Trans-European Automated Real-time Gross settlement Express Transfer system

2Le basi legali di Target2 si trovano in https://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/1003/1349/html/index.en.html

3Se io voglio pagare una fornitura che importo da un fornitore tedesco, devo chiedere alla mia banca di chiedere alla banca centrale italiana di chiedere in prestito la somma dalla BCE, e di metterla a disposizione della banca centrale tedesca in modo che questa la accrediti al conto corrente della banca commerciale del mio fornitore. Se l’Italia esposta consistentemente più di quanto esporta, succede che la banca centrale italiana accumula debiti crescenti verso la BCE, mentre le banche centrali dei paesi da cui importiamo aumentano corrispondentemente i propri crediti verso la BCE. Così è successo: alla fine del 2011 le banche centrali dei PIIGS avevano accumulato debiti verso la BCE per 600 miliardi, e la banca centrale tedesca un credito di 800 miliardi. Praticamente, la BCE finanzia le esportazioni della Germania e dell’Olanda, favorendo il progressivo indebitamento dei paesi meno competitivi; così ha creato una mina monetaria colossale. Per una descrizione del funzionamento, vedi: http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=817:il-meccanismo-target2&catid=39:politiche-economiche&Itemid=176

4Queste ragioni sono: l’euro è in essenza un sistema di blocco dei rapporti di cambio delle monete dei paesi aderenti; non esiste un bilancio comune, non esiste un sistema di trasferimenti nell’Eurozona per compensare gli squilibri delle bilance commerciali interstato, non esiste una comune banca centrale di emissione che faccia da prestatore di ultima istanza e garantisca l’acquisto dei titoli del debito pubblico; le varie monete nazionali esistono ancora, sebbene denominate tutte “euro”, perché ciascuna poggia sui titoli del debito pubblico nazionale, e ciascun debito pubblico nazionale riceve un suo proprio rating, paga un suo proprio rendimento, è soggetto a un possibile default separato dagli altri.

5 Tra gli altri, èstato dimostrato scientificamente dal prof. Richard Werner dell’Università di Southampton mediante un esperimento, che è stato filmato da una troupe televisiva. Su International Review of Financial Analysis – 36 (2014), Werner ha pubblicato un paper su questo esperimento, col titolo Can banks individually create money out of nothing? – The theories and the empirical evidence (Possono le banche creare denaro dal nulla? Teorie e prove empiriche.

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DISASTRO E DITTATURA

DISASTRO E DITTATURA

Lo scenario italiano attuale ha due poli emergenti: da un lato abbiamo una situazione economica strutturalmente grave, con tendenze sfavorevoli, non sostenibile soprattutto in quanto a disoccupazione e pensioni; dall’altro lato abbiamo il combinato della riforma costituzionale ed elettorale detta Italicum. Un combinato che concentra tutti i poteri – legislativo, esecutivo e di controllo cioè di garanzia – nelle mani del segretario del partito di maggioranza relativa. Questi, prendendo anche solo in teoria il 25% dei suffragi, si aggiudica il controllo delle camere, del governo, delle commissioni anche di garanzia, della nomina del presidente della Repubblica, di giudici costituzionali e di componenti del CSM. In più, quale segretario del partito, forma le liste elettorali del suo partito, cioè decide chi si candida e con quali chances. Quindi i parlamentari eletti hanno un vincolo di mandato, ma non nei confronti degli elettori, bensì del segretario del partito. Una vera mostruosità giuridico-costituzionale, senza pari nel mondo ritenuto civile. Un ritorno massiccio e deciso a prima della separazione dei poteri statuali, cioè a un modello di Stato di tipo assolutistico, cioè a oltre due secoli fa.

Aggiungiamo che la riforma elettorale non solo dà il premio di maggioranza al partito che prende anche solo il 25% dei suffragi, ma anche, per effetto dell’attribuzione del premio di maggioranza non a una coalizione bensì al singolo partito, risulta congegnata per far sì che ci sia un partito fisso di maggioranza, cioè un partito-Stato – il Partito Democratico (e come altro potrebbe chiamarsi?) – più alcuni piccoli partiti in funzione di alleati mobili e clientelari del partito di maggioranza, più ancora un partito medio-grosso di opposizione perenne.

Insomma, in previsione di una situazione economica e sociale sempre peggiore e tale da generare forti tensioni e forse rotture sociali, viene costituito, con la massima precedenza, un apparato statuale autocratico e bloccato, per garantire alla buro-partitocrazia parassitaria e criminale le sue rendite, le sue poltrone, le sue impunità anche nel disastro nazionale; e insieme per garantire il dominio sul Paese ai grandi interessi finanziari stranieri, con la possibilità di completare l’estrazione o l’acquisizione degli asset nazionali e dei mercati nazionali ancora appetibili attraverso il controllo del suo governo e del suo capo di Stato.

Per fare queste importanti riforme, e per eleggere un adeguato Capo di Stato che funga da raccordo tra la casta nazionale e i superiori potentati europei e americani, cioè un presidente di garanzia per il suddetto assetto, niente di meglio dell’attuale parlamento di nominati, illegittimo perché eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale. Aiuta anche la “condizionabilità” giudiziaria, e non solo giudiziaria, del leader del primo o secondo partito di “opposizione”: nove o dieci milioni di voti controllati o neutralizzati così.

La precisa e chiarissima scelta di concentrare i poteri di legislazione, governo e controllo in un’unica persona, toglie ogni dubbio sul progetto dittatoriale: non esiste in Europa, neanche in Russia, qualcosa di simile. Neanche il fascismo la realizzò. La passività e la ignavia via con cui la popolazione italiana accetta tutto ciò, l’assenza di obiezioni e anzi l’incoraggiamento da parte dell’Europa verso tale mostruosità giuridica, confermano che il destino dell’Italia è già stato deciso, che non vi è spazio per un’alternativa, e che quindi l’unica via razionale, per chi può, è l’emigrazione.

15.01.15 Marco Della Luna

P.S. Impossibile è giustificare le riforme suddette dicendo che sono indispensabili per assicurare la governance e l’efficacia della politica: come ho spiegato in precedenti articoli, questo obiettivo si può raggiungere con un sistema bicamerale differenziato: una camera della governabilità, eletta con sistema maggioritario e premio di maggioranza, la quale vota i governi e le leggi; e una camera della rappresentanza e delle garanzie, eletta con metodo proporzionale e senza soglie, la quale elegge gli organi di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, commissioni di sorveglianza) e vota le leggi costituzionali nonché quelle elettorali e concernenti la cittadinanza. Quindi la giustificazione suddetta, in nome della governabilità, è falsa. Ma lo è anche perché la politica nazionale ha ben poco da decidere, essendo guidata da vincoli e dettami esterni, rispetto ai quali ha una funzione perlopiù esecutiva. La realtà è che, in Italia e in altri paesi deboli e arretrati, il capitalismo finanziario globale sta instaurando regimi autoritari al fine di usarli per imporre, rapidamente e senza possibilità di opposizione, leggi e riforme strumentali ai suoi interessi e al suo potere, come il famigerato TTIP, oggi in gestazione.

 

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JIHAD, MOSSAD, AL BANQAIDA: CHI E’ IL MANDANTE?

JIHAD, MOSSAD, AL BANQAIDA: CHI E’ IL MANDANTE?

Circolano tre differenti interpretazioni della ripugnante strage compiuta a Parigi nella sede di Charlie Hebdo il giorno 07.01.15, più o meno in contemporanea con un’altra strage islamica di qualche decina di persone perpetrata a Sanaa:

Strage jihadista: è la tesi ufficiale e mainstream: sono stati fanatici islamici addestrati e organizzati da altri islamici, miranti a eliminare persone che offendevano Allà e il Profeta con le loro vignette. Questa ipotesi ci fa riflettere che, se è vero che il Corano prescrive in molti passi (sura 27, ad esempio) di combattere gli infedeli e sterminarli col jihad senza pietà se non si convertono; se è vero che  Continue reading

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PER LA NASCITA DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

PER LA NASCITA DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Che Presidente nascerà dalla concimaia dei partiti?

Chiunque sia, dovrà avere, come tutti, i carismi obbligati per sedere sul Quislingale:

L’approvazione del Washington Consensus, cioè della grande finanza (ricordo che l’Italia, nel ’43, firmò una resa incondizionata e che da rimane occupata militarmente dagli USA con oltre 100 basi);

L’assenso del feudatario europeo di Washington, cioè della Germania, che domina le istituzioni della Fraternità Europea, e a cui il Quislingale deve garantire la sudditanza dell’Italia; Continue reading

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DISSIDENTI DEM: IL GIOCO DELLE PARTI

I “dissidenti” dell’ala sinistra del PD hanno montato e stanno menando per l’aia, da tempo, rumorosamente, inconcludentemente, una apparente battaglia interna su temi interessanti ma marginali ai fini pratici, ai fini dell’emergenza, temi quali il Jobs Act, che in fondo introduce cambiamenti modesti rispetto a quanto già fatto dai governi precedenti.

I “dissidenti” criticano Renzi sui aspetti limitati e su qualche principio, mentre la critica reale sarebbe quella sui risultati pratici del suo governo e su dove ci sta portando in concreto e a breve. Cioè, sarebbe chiedergli di Continue reading

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LE TASSE AI LADRI E ALLA MAFIA

LE TASSE AI LADRI E ALLA MAFIA

Pagate le tasse senza discutere! Sono per la mafia e per la partitocrazia!

Ormai è sotto gli occhi di tutti: le tasse che paghiamo vanno in mano ai ladri della politica, delle istituzioni, della burocrazia, delle mafie, che le usano soprattutto per arricchirsi, senza curarsi di spenderle bene e utilmente, nell’interesse collettivo. A Roma era così già 50 anni fa. E’ la costante nazionale, il carattere essenziale e immutabile dello Stato italiano. Rubare è lo scopo per cui si fa politica, e il mezzo con cui si fa politica, Continue reading

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DIVARICAZIONE SOCIALE: OLTRE LA DIVISIONE IN CLASSI

DIVARICAZIONE SOCIALE: OLTRE LA DIVISIONE IN CLASSI

La diseguaglianza di capacità, conoscenze, ricchezza e diritti è sempre esistita entro la società umana e la ha sempre strutturata e diretta, ma oggi la vertiginosa avanzata della tecnologia la sta moltiplicando sempre più velocemente e la politica non riesce più a contenerla e gestirla entro limiti etici e forme costituzionali, né a nasconderla sufficientemente. La moltiplicazione incontrollabile delle diseguaglianze di fatto, e il loro inevitabile tradursi in diseguaglianze di diritto, è il fulcro della politica contemporanea e il sottostante delle svariate “crisi” economiche e non, che incessantemente si succedono e sovrappongono. Le crisi economiche sono usate anche per Continue reading

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SCIOPERO SOCIALE E ROVESCIAMENTO DEL MODELLO NEOLIBERISTA

SCIOPERO SOCIALE E ROVESCIAMENTO DEL MODELLO NEOLIBERISTA

I dati economici per l’Italia e le proiezioni degli organi specializzati non lasciano dubbi: la recessione continuerà, le riforme di Renzi faranno cilecca, la situazione a breve si farà pericolosa. Gli interessi costituiti, la casta europeista e austerofila, si attrezzano per fronteggiare una possibile situazione prerivoluzionaria mediante una riforma del parlamento e della legge elettorale che metta tutto nelle mani dei segretari di pochi grandi partiti politici, e in particolare si consolida l’asse neoliberista Renzi-Berlusconi.

Andiamo infatti verso uno scenario di fallimento delle promesse renziane, di forte peggioramento economico, di dirompenti tensioni sociali, con un parlamento Continue reading

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CAPITALE, RENDITA, RECESSIONE: CRITICA A PIKETTY

CAPITALE, RENDITA, RECESSIONE: CRITICA A PIKETTY

Il processo di evoluzione in senso sempre più oligarchico della società del XXI secolo viene ampiamente documentatamente analizzato e spiegato nelle sue strutture profonde nell’ormai celebre opera dell’economista francese Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, uscita nel 2013E’ un saggio molto ampio e documentato, impossibile da riassumere qui ; qui cercherò di Continue reading

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