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IMPORRE UN GOVERNO PRO BILDERBERG DESTABILIZZANDO LE BANCHE ITALIANE

IMPORRE UN GOVERNO PRO BILDERBERG

DESTABILIZZANDO LE BANCHE ITALIANE

 Per imporre in Italia un governo compiacente alla linea che molti oggi chiamerebbero “Linea Bilderberg”, o “Linea Monti-Merkel-Goldman Sachs”, nonostante l’esito elettorale dell’ultimo voto politico, potrebbe essere a breve orchestrata una crisi bancaria italiana che terrorizzi la popolazione e crei il consenso per un governo di quel tipo in cambio di soccorsi monetari di BCE, Fed e altri. I recenti spostamenti di capitali dello Ior da banche italiane a banche tedesche (compresa parte del nostro 8 per mille) corrobora questa congettura, assieme alla nomina di un tedesco alla presidenza dello Ior.

 Il voto politico del 25 febbraio esprime disinganno e rifiuto della maggioranza degli italiani verso la dittatura dei mercati, l’egemonia della Germania, il modello economico mercatista e neoliberista snaturato in Europa col socialismo tributario dei c.d. Illuminati, le ricette rigoriste e fiscaliste di tecnici e accademici balordi o traditori, la falsa solidarietà dei paesi euroforti, l’ideale europeista usato per coprire determinati interessi delegittimando le posizioni critiche. Sgamati. Tutti sono d’accordo che occorra riformare – ma in quale direzione? Quella di Monti, Rehn, Barroso, Merkel, Draghi, oppure una opposta, col recupero della sovranità monetaria alla Nazione e la sottrazione del debito pubblico alle manovre di mercati pilotati e ricattatori, e massicci investimenti pubblici infrastrutturali, e separazione tra banche di credito e risparmio e banche di azzardo finanziario?

Adesso pare impossibile formare un governo stabile, che dovrebbe comprendere il PD, quale detentore della maggioranza assoluta dei seggi della Camera per effetto del premio di maggioranza. Ma proprio il PD e Monti sono stati e restano paladini di quella politica che, come dicevo, la maggioranza degli italiani ha respinto, e sempre più respingerà via via che la depressione peggiorerà, palesando la sua strutturale falsità, delegittimando i suoi fautori e mettendo a rischio il rispetto del pareggio nominale di bilancio imposto, sotto severe pene, dal fiscal compact.

Stranamente e significativamente, in questa cruciale situazione, subito dopo il voto, Napolitano, anziché consultarsi coi leaders nazionali, vola in visita di Stato presso la potenza egemone. Non è che si pensi, colassù, a nominare un novello pseudo-tecnico, del tipo di Monti, come premier, in funzione di far continuare, sotto il pretesto dell’emergenza e del volere dei mercati, le riforme distruttive che trasferiscono capitali, imprese e cervelli dall’Italia a Germania, Svizzera e altri? E che si stia concordando coi tedeschi un sostegno finanziario germanico di breve termine per questo nuovo asso della delocalizzazione guidata, un sostegno che lo faccia apparire agli italiani come valido, stimato in Europa, apportatore di liquidità, una boccata di ossigeno per il Paese stremato?

Questo asso potrebbe essere Prodi o Amato, i quali con le loro leggi e riforme e privatizzazioni già tanto hanno fatto in quel senso, spezzando la schiena all’economia di questo Paese. O qualcuno della Banca d’Italia, che si è distinto nel non vedere lo svuotamento patrimoniale di MPS o nel legittimare davanti ai giudici penali il superamento della soglia di usura, mediante compiacenti circolari in conflitto di interesse e che esse stesse costituiscono concorso in quel medesimo delitto.

 Quel che mi aspetto è che, se non ci mobilitiamo con la denuncia e l’informazione preventive, e se non viene formato un governo compiacente e continuatore della linea Monti, parta un’azione di destabilizzazione del sistema bancario italiano, anche mediante un rialzo artefatto dello spread finalizzato a deprezzare i titoli pubblici italiani detenuti dalle banche italiane, in quanto queste detengono i detti titoli come importante componente del loro attivo patrimoniale, e in caso di rialzo dei rendimenti con conseguente calo del valore di mercato dovrebbero ridurre la loro valorizzazione in bilancio, con tutte le conseguenze di ciò (conseguenze che colpiscono, in prima battuta, le imprese e lo Stato, non il cittadino). Lo spread lo possono far salire a piacimento mediante lo shorting, il rating, le esternazioni. Poi, quando si sarà alzato a livelli di allarme, potrebbero imporre alle banche italiane di fare accantonamenti a copertura di possibili perdite sui titoli pubblici, così da comprimere il capitale netto delle banche. Allora saremmo davvero in croce.

La predetta manovra di destabilizzazione creerebbe panico, blocco di pagamenti, allarme per i depositi, carenza di contanti, limitazione della prelevabilità. Allora il Quirinale manderebbe avanti il nuovo Salvatore a cui il voto e la fiducia e l’obbedienza sono dovuti di necessità, perché “non c’è alternativa”. Egli imporrà sacrifici durissimi, innanzitutto in termini di rinuncia alla democrazia e alla sovranità, e in cambio apporterà un misericordioso aiuto dei fratelli europei. Potrebbe anche essere che Berlusconi e Bersani mandino avanti Alfano e Renzi per fare un inciucio e verniciare di giovinezza il vecchio, vuoi sostenendo il premier pseudo-tecnico, vuoi facendo un governissimo o un governo PD di scopo con appoggio esterno di PDL, Monti e, all’occorrenza, Grillo. In ogni caso, sarebbe un governo che continuerebbe il suddetto processo di trasferimento di cervelli, capitali e imprese nel quadro della politica merkeliana e in spregio al voto della maggioranza degli italiani. Un governo che non farebbe ciò che è necessario:

-fare il consuntivo degli effetti di 11 anni di Euro sull’Italia e sui partners (chi ha perso e chi ha guadagnato);

-contestare l’inadempimento delle misure di convergenza prescritte dal Trattato di Maastricht; -valutare se convenga restare nell’Eurosistema e nel mercato unico, a quali condizioni e con quali riforme del sistema monetario e finanziario;

- richiedere quelle riforme ai partners, e tornare alla Lira in caso di mancata attuazione di esse, con tutte le mosse tecniche e politiche del caso, per minimizzare i danni e sfruttare i benefici.

 Che ci sia da prevedere una crisi bancaria in Italia, anche senza attacchi mirati del capitalismo finanziario dominante, è facile da capire, perché i bilanci delle banche scricchioleranno sempre di più per la crisi economica dell’Italia, in continua recessione, quindi in difficoltà a rispettare il pareggio nominale di bilancio. La strada per uscirne è quella greco – islandese: cancellare il 50% del debito pubblico, ridisegnando la struttura e la distribuzione della ricchezza del paese. Le banche in perdita (a causa dell’annullamento di attività incerte) dovranno essere nazionalizzate ad interim. I colpevoli e beneficiari processati, banche comprese, e i loro beni sequestrati a garanzia dei risarcimenti. Ciò anche per dare un segnale di legalità e un motivo di fiducia.

Questo per l’emergenza. Ma a breve dovranno seguire i rimedi strutturali che ho descritto nei miei ultimi saggi Cimit€uro e Traditori al Governo, di cui il più importante e imprescindibile è l’adeguamento degli attuali IAS (principi contabili internazionali) in materia monetaria e bancaria al tipo di moneta che si usa oggi (moneta a circolazione forzosa, non convertibile, e perlopiù costituita da credito). Senza tale adeguamento alla realtà monetaria odierna, il fondo del secchio resterà sempre bucato, e il sistema instabile e destinato a scompensarsi qualsiasi altra misura si adotti.

Il bilderberghismo (con le sue sottomarche locali come il montismo in Italia e con le sue sullodate ricette e interpretazioni dell’economia) mi sembra essere un tentativo di adattare la società umana alle condizioni ottimali per il capitalismo speculativo dominante, anche politicamente dominante. Se questo tentativo fallisce, se i popoli rigettano diffusamente il bilderberghismo sentendo sulla propria pelle che quelle condizioni sono poco compatibili con le esigenze esistenziali degli uomini, allora il capitalismo dominante prenderà altre decisioni sul da farsi coi popoli – decisioni, credo, nel senso anticipato nel mio recente saggio Oligarchia per popoli superflui.

 

27.02.13 Marco Della Luna

 

MPS: PRESERVARLO E RILANCIARLO

 

MPS: PRESERVARLO E RILANCIARLO

 

MPS è, per l’Italia, una banca strategica, con 6 milioni di clienti, oltre trentamila impiegati e funzionari di apprezzabile competenza, e una grande conoscenza dei territori. Sin dal mio articolo Ora si salvi MPS, risalente al 29.06.11, mi sono speso per la sua tutela. E, pur sapendo più e prima di altri che cosa bolliva in pentola, ho mantenuto il mio storico conto corrente presso di esso.

Oggi nuovamente voglio intervenire in suo favore perché la stampa specializzata segnala manovre e preparativi di banche straniere, e non solo della già socia Axa, ma anche della Deutsche Bank, per prendersi il Monte approfittando della situazione. La Deutsche Bank, quella che, presumibilmente col placet delle autorità tedesche, ha sparato di shorting prima contro il debito pubblico greco, poi contro quello italiano, facilitando e aggravando le crisi di questi due paesi. La Deutsche Bank che, nel silenzio della Bundesbank, ha nascosto perdite per 12 miliardi onde evitare controlli ispettivi. La Deutsche Bank, sotto indagine per diverse altre anomale condotte.

Forse i miei articoli di avvertimento e segnalazione di dove e come si doveva indagare hanno contribuito a prevenire che, dopo essere stato spolpato (e non solo con l’operazione Antonveneta e coi derivati, ma anche con altre acquisizioni e con una marea di crediti concessi in mala fede), il Monte venisse adoperato per ulteriori malefatte, quali ho adombrate nei miei ultimi articoli.

Oggi, molto semplicemente, vorrei lasciare da parte le analisi e le critiche, e indicare il da farsi per il bene di questa banca, dei suoi dipendenti e clienti, del sistema-paese, in relazione alla situazione contingente, molto difficile. Ecco quanto raccomando:

1 – Mantenere la calma e non diffondere frenesia tra i quadri e gli impiegati; non è il momento di premere sull’acceleratore e mostrare agitazione, mentre buona parte della clientela sta chiudendo i rapporti; meglio mostrarsi normali e tranquilli; quindi non fare vendite da disperazione, come quella in programma della collezione di opere d’arte; e non trascurare la manutenzione e le pulizie delle filiali, per non mettere in ulteriore allarme la clientela: sono spilorciature controproducenti.

2 – Al personale, che è tutta la forza rimasta della Banca, non si deve raccontare falsità, attribuendogli responsabilità altrui, ossia non si deve dirgli, come si è detto di recente, che è suo compito riscattare l’onore della Banca: il danno all’onore e alle casse lo hanno fatto altri soggetti; il personale sa come stanno le cose e sa di essere vittima, non colpevole.

3 – Al personale è inopportuno imporre un budget irrealistico e togliere molto tempo per riunioni, teleconferenze, telefonate, circolari; è inopportuno mettergli l’ansia di fare raccolta e di piazzare prodotti anche inappropriati ad alto upfront e ad alto potenziale di delusione per i clienti; il prelevabile va ricostituito diversamente.

4 – Al personale è inopportuno mandare paternalistici decaloghi del perfetto dipendente: prima di dettare decaloghi i vertici devo ricostruire e rimeritare l’autorevolezza perduta, quindi è bene che mantengano un profilo sommesso e pragmatico, parlando il più possibile coi fatti.

5 – Al personale, che, dopo la perdita del capitale, è tutta la sostanza rimasta della Banca, si deve invece enunciare la realtà: Il Monte ha subito enormi perdite per le note vicende, vi chiamiamo a uno sforzo straordinario e a qualche sacrificio per saltarne fuori, e vi garantiamo formalmente che lo sforzo e il sacrificio vi saranno riconosciuti in termini di carriera e stipendio quando avremo superato questa fase; intanto, ci attiviamo subito per individuare i colpevoli e recuperare i soldi perduti. E’ meglio dire che, dietro le richieste pressanti di raggiungimento budget, e quindi di utili, c’è ( e c’era anche nel recente passato ), la necessità non di essere competitivi sul mercato, ma di coprire le perdite: ecco a che cosa serve il taglio dei costi praticato all’organico che ha prodotto utili.   

5 – Profumo e Viola non hanno denunciato prontamente i misfatti delle precedenti gestioni e le relative perdite, di cui avevano avuto almeno parziale conoscenza già nel 2012, e non hanno operato un’idonea discontinuazione rispetto ad esse; quindi devono essere sostituiti, possibilmente con persone che abbiano ottenuto, nel recente passato, risultati aziendali positivi, anziché perdite. Anche il Gabriello dovrebbe essere avvicendato con una persona qualificata come economista e di adeguata struttura culturale.

6 – La Fondazione e il CdA preannuncino che agiranno in giudizio per il recupero di ogni risarcimento dovuto da tutti i responsabili dei fatti illeciti che hanno danneggiato la Banca, ossia contro persone fisiche, persone giuridiche, istituzioni, sia italiane che non; dichiarino che saranno individuati e sanzionati, licenziati, citati in giudizio per danni, a seconda dei casi, tutti quei funzionari infedeli che sono stati complici di erogazioni di prestiti fraudolenti: questi signori hanno fatto soldi e carriera ai danni dei colleghi e di tutti gli stakeholders e shareholders, e colpirli risolleverà il morale e infonderà un senso di giustizia attiva, soprattutto nel personale, che ne ha molto bisogno.

7 – Fondazione e CdA valutino la possibilità di ottenere anticipazioni in denaro sulle azioni risarcitorie.

8 – I PM interessati richiedano il sequestro, ai fini risarcitori, dei beni dei presunti responsabili. Il Governo dichiari che esigerà il rimborso del maltolto anche dallo Ior e dal Vaticano, se risultino corresponsabili o beneficiari degli illeciti, o tramiti del riciclaggio dei loro proventi.

9 – Il governo, la Banca d’Italia e la Consob, rapidamente e discretamente, con un unico intervento, mettendo alle strette chi di dovere, e verificando i bilanci dal 2005 in poi di MPS, nonché i bilanci delle singole filiali, nonché i partitari, nonché i bilanci delle siv (società di cartolarizzazione), accertino tutte le rettifiche di bilancio da eseguirsi, il valore delle perdite effettive (buco), e facciano immediatamente fronte, garantendo al 100% i depositanti, nonché con misure adeguate quantitativamente e qualitativamente, non esclusa la nazionalizzazione: continuare a far emergere il male un poco alla volta, intervenendo a rate, costa molto di più e non risolve, mentre un MPS nazionalizzato sarebbe l’ideale banca pubblica per i finanziamenti a tassi competitivi alle pmi e allo small business. Del resto, BMPS andava al meglio quando era ente di diritto pubblico…

11.02.13               Marco Della Luna

 

TRADITORI AL GOVERNO?

Annuncio l’uscita di un mio nuovo, breve saggio:

 

TRADITORI AL GOVERNO?

come i capitalisti di Germania e Francia

tramite l’Euro e gli interessi sul debito pubblico

strangolano l’Italia

per svuotarla di aziende e capitali

 e renderla una loro colonia:

ARTEFICI, COMPLICI E STRATEGIE DELLA NOSTRA ROVINA

Arianna- Macro Edizioni, € 4,80 – diponibile anche come e-book.

 

 

IL PM DI SIENA CHIEDA IL FALLIMENTO DI MPS – ALTRIMENTI NON LO RISANANO

IL PM DI SIENA CHIEDA IL FALLIMENTO DI MPS

ALTRIMENTI NON LO RISANANO

Dalla Legge Fallimentare n. 267/1942 (sottolineature mie):

Art. 5  (Stato d’insolvenza) L’imprenditore che si trova in stato d’insolvenza è dichiarato fallito.

Lo stato d’insolvenza si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni

Art. 6  (Iniziativa per la dichiarazione di fallimento) Il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero.

Nel ricorso di cui al primo comma l’istante può indicare il recapito telefax o l’indirizzo di posta elettronica presso cui dichiara di voler ricevere le comunicazioni e gli avvisi previsti dalla presente legge.

 Art. 7  (Iniziativa del pubblico ministero) Il pubblico ministero presenta la richiesta di cui al primo comma dell’articolo 6:

1)  quando l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore;

2)  quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile.

In materia di banche, dice la giurisprudenza della Corte di Cassazione:

Lo stato di insolvenza di una banca sottoposta a liquidazione coatta amministrativa – la cui sussistenza, ai sensi dell’art. 82, comma secondo, del d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, deve essere riscontrata con riferimento al momento dell’emanazione del provvedimento di liquidazione – si traduce, sulla base della generale previsione dell’art. 5 legge fall., applicabile in assenza di autonoma definizione, nel venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie per l’espletamento della specifica attività imprenditoriale. La peculiarità dell’attività bancaria – la quale implica che l’impresa che la esercita disponga di molteplici canali di accesso al reperimento di liquidità per impedire la suggestione della corsa ai prelievi – fa peraltro sì che assuma particolare rilevanza indiziaria, circa il grado di irreversibilità della crisi, il “deficit” patrimoniale, che si connota come dato centrale rispetto sia agli inadempimenti che all’eventuale illiquidità. (Rigetta, App. Salerno, 5 Settembre 2001)

Cass. civ., Sez. I, 21/04/2006, n. 9408

Lo stato d’insolvenza bancaria deve essere accertato al momento dell’emanazione del provvedimento che dispone la liquidazione coatta amministrativa e sussiste, alla stregua di quanto previsto dall’art. 5 l. fall. – R.D. n. 267/1942, con gli adattamenti al quadro normativo di riferimento, in ragione del venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie per l’espletamento della specifica attività imprenditoriale. Particolare rilevanza indiziaria circa il grado d’irreversibilità della crisi è da attribuirsi alla sussistenza di un grave deficit patrimoniale, a prescindere dal verificarsi o meno dell’inadempimento delle obbligazioni.

Cass. civ., Sez. I, 21/04/2006, n. 9408

Al punto a cui siamo giunti e alla stregua di ciò che abbiamo appreso sinora, invito il PM di Siena e quello di Trani a richiedere al Tribunale di Siena la dichiarazione del fallimento di MPS. Ma non affinché fallisca, bensì affinché sia salvato, affinché i responsabili del problema  (banche straniere, Governo, Bankitalia, Abi, Consob, BCE e UE, nonché il PD e tutta la partitocrazia) smettano di negare, di fingere, di sprecare, di preparare nuovi dissesti, e risolvano utilmente il caso, valorizzando soprattutto il capitale umano e l’avviamento del Monte, coi suoi oltre 30.000 dipendenti, e le sue migliai di sedi, e i 6 milioni di clienti. E anche per stimolare riflessioni e riforme in materia di Banca d’Italia, legge bancaria, repressione dell’usura, sicurezza dei risparmiatori, disponibilità di credito all’economia reale.

In base alle norme di legge e ai principi giurisprudenziali sopra esposti, che chiariscono che, per aversi il fallimento di una banca, non è necessario che sia presente un’irregolarità attuale dei pagamenti, ma basta che questa sia prevedibile soprattutto in base al deficit patrimoniale, possiamo concludere che sussistono le condizioni di legge per la dichiarazione del fallimento di MPS: infatti, per soddisfare le proprie obbligazioni, comprese quelle scaturenti dai contratti derivati in essere,  ha avuto bisogno di contrarre prestiti con lo Stato per un ammontare superiore al proprio valore di mercato (Monti bonds) e a tasso squilibrato (9%, contro l’1% dei prestiti della BCE), di vendere beni strumentali immobili, di vendere la Biver Banca, di chiudere sedi, di licenziare migliaia di dipendenti, di tagliare gli stipendi. I bilanci sono risultati ampiamente inveritieri, nascondendo passività e sofferenze. Il bilancio depositato nel 2012 evidenza perdite ingentissime, multiple della valorizzazione di borsa. L’azione si è costantemente deprezzata negli ultimi anni sino a un valore decimale. La banca è ricorsa alla sospensione dei pagamenti di oltre 30.000 mutui dei clienti incapaci di pagare per evitare di dichiarare le relative sofferenze. E’ accertato che la banca ha subito forti perdite patrimoniali che ne hanno compromesso la vitalità. Il rating è stato abbassato a livello BB con outlook negativo. Sono contabilizzate sofferenze per 17 miliardi. Una rapida ispezione per verificare la criticità dei crediti, anche a campione, presso alcune filiali, potrà accertare la misura delle sofferenze non dichiarate in bilancio. In concreto, si tratta di andare nelle filiali e farsi estrapolare in tempo reale le liste delle posizioni critiche non ancora incagliate, oltre a verificare il volume dei  mutui che  sono stati sospesi. A seguito dell’istanza di fallimento che auspico venga presentata dal PM di Siena, la minaccia della dichiarazione di fallimento e della conseguente configurabilità di reati come la bancarotta fraudolenta distruttiva e documentale – reati che, data la gravità dei danni, possono comportare pene sui 10 anni di reclusione e molti mesi di custodia cautelare in carcere non solo per i managers ma anche per i responsabili istituzionali degli omessi controlli e interventi, nonché per il livello politico – può indurre a sanare realmente il male di MPS, anziché tirarlo avanti mascherandolo con continue iniezioni di denaro pubblico, cioè con continuo sperpero, perché chiuso un buco ne affiora un altro.

E la soluzione è semplice: invece che lasciarne dichiarare il fallimento, si può nazionalizzare la banca, azzerare il capitale sociale e ricostituirlo,  finanziarla all’1% presso la BCE, capitalizzarla con beni pubblici, e dedicarla ad erogare credito a tassi competitivi con quelli tedeschi per finanziare l’economia reale italiana, le imprese non finanziarie. Dato che le imprese italiane sono affamate di credito, la domanda è assicurata, soprattutto se contemporanemante si abbatterà l’imposizione sugli immobili. Considerato che attualmente le imprese pagano circa l’8-9%, e considerato che la banca pagherebbe il denaro l’1%, se prestasse al 4% avrebbe una discreta forbice, da moltiplicare mediante il moltiplicatore bancario. Inoltre introiterebbe le commissioni praticate sui fidi e i servizi connessi. Il suo management, ovviamente, non dovrà aver avuto legami con banche d’affari o straniere. Il suo management, ovviamente, non dovrà aver avuto legami con banche d’affari o straniere.

Questa possibilità è data da due articoli del Trattato di Lisbona:

Articolo 123 (ex articolo 101 del TCE)

1. Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte

della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.

2. Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati.

 

Articolo 124 (ex articolo 102 del TCE)

È vietata qualsiasi misura, non basata su considerazioni prudenziali, che offra alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri un accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie.

 

Questa possibilità di soluzione costruttiva fa apparire l’inconsistenza e l’incompetenza di proposte come quella avanzata il 29.01.13 a Piazza Pulita da Gianfranco Fini, che vorrebbe vendere beni pubblici per costituire col ricavato un fondo di garanzia – tipo Confidi – che co-garantisca quelle banche che fanno credito alle imprese. Fini aveva lanciato quella pessima idea rispondendo in diretta ad alcuni imprenditori milanesi che avevano infatti posto il problema seguente: poiché l’Imu, le altre tasse, le misure recessive, hanno abbattuto il valore degli immobili e soprattutto il mercato immobiliare, le banche non accettano più gli immobili come garanzia per erogare credito, o li accettano a condizioni assurde; quindi tagliano il credito, e ciò determina un taglio della liquidità, quindi della solvibilità, dei consumi, degli investimenti, e una marea di fallimenti e morti aziendali. Inoltre, gli imprenditori milanesi lamentavano gli altissimi tassi di interesse.

La proposta di Fini è pessima non solo perché è molto meno razionale e strutturale della precedente, ma anche per altre ragioni. Innanzitutto, i beni pubblici rimasti da vendere sono perlopiù tipologicamente difficili da vendere, poco appetibili. In secondo luogo, mancano i soldi per pagarli: chi ha i soldi ora sono gli stranieri e la criminalità organizzata. In terzo luogo, questa soluzione non è idonea ad abbassare il costo del denaro per le imprese, ma anzi fa sì che lo Stato, attraverso il fondo, si ritroverà a pagare interessi elevatissimi alle banche, quando queste chiameranno il fondo a pagare i debiti insoluti dei loro clienti. Quindi è un modo per indebitare lo Stato verso i banchieri e per trasferire ulteriore denaro dalla nazione agli speculatori. 

 Vi è una misura semplice, perché puramente legislativa, idonea ad abbassare il costo del denaro.

Oggi il reato di usura si ravvisa quando viene superato un tasso soglia calcolato periodicamente sulla base del tasso medio praticato dalle banche, maggiorato di 1/4, e maggiorato ulteriormente di 4 punti . Questo consente alle banche, le quali operano in cartello, di alzare a piacimento il tasso soglia, cioè di legittimare l’usura: basta infatti che, se il tasso medio praticato oggi è – poniamo – l’8% (quindi il tasso soglia è 8 + 2 + 4 = 14%), si accordino di portare il tasso medio al 12%, e il tasso soglia salirà a 12 + 3 + 4 = 19%. Cioè potranno prestare il denaro fino a tassi del 20% l’anno. Le indicazioni di Bankitalia a seguito della modifica dell’art. 644 c.p. della legge sull’usura evidenziano inoltre una ” dimenticanza”: non si prendono piu’ a base di conteggio le commissioni praticate sui fidi, con il risultato che adesso queste sono enormemente lievitate. Con il calcolo ante riforma oggi tutte le banche risulterebbero praticare tassi ampiamente usurai. 

Orbene, è chiaro che questo sistema, che rimette ai banchieri, cioè ai potenziali usurai, la determinazione del livello di interessi che hanno il diritto di esigere, è un sistema escogitato da banchieri per banchieri. Si aggiunga che, anche quando il tasso usuraio viene superato, magari per effetto di anatocismo o commissioni esagerate, i responsabili si possono difendere, e di fatto vengono assolti dai tribunali di questo Stato dipendente dalle banche per il rifinanziamento del proprio debito pubblico, dicendo che quel calcolo dell’anatocismo, quelle commissioni, erano state autorizzate dalle circolari della Banca d’Italia. Ma la Banca d’Italia è di proprietà e gestione di banchieri e assicuratori privati, anche stranieri. Quindi è di nuovo la corporazione dei banchieri che sorveglia se stessa e stabilisce i propri diritti e poteri verso il resto della società. Il PM di Trani ha aperto un procedimento contro ignoti per ipotesi di omessa vigilanza da parte di Bankitalia e Consob. Il Tar di Roma ha convocato Bankitalia per sentirla in relazione al via libera dato ai Monti bonds.

 Per queste ragioni, per le troppe inefficienze od omissioni di vigilanza e intervento, riconducibili a quel clamoroso conflitto di interessi, o meglio incompatibilità di ruoli (sorvegliante-sorvegliato), Banca d’Italia, o perlomeno la maggioranza assoluta delle sue quote, va nazionalizzata.

 Il tasso-soglia di usura potrà essere  calcolato prendendo a riferimento, anziché il tasso medio praticato dalle banche, l’andamento del costo della vita rilevato dall’Istat; ad esempio, la formula potrebbe essere : tasso di svalutazione (inflazione) x 3 (includendo nel calcolo del taeg le commissioni praticate) – ad esempio: tasso di svalutazione (inflazione) x 3 (i valori qui scelti sono solo esemplificativi).

Inoltre dovrà essere stabilito che, negli interessi composti, non solo gli interessi si capitalizzino con pari frequenza per la banca e per il cliente, ma anche che la forbice tra tassi attivi e tassi passivi sia contenuta in termini equilibrati, altrimenti si ha che la banca, ad es., capitalizza ogni 3 mesi al tasso del 10%, mentre il cliente capitalizza sì pur’egli ogni 3 mesi, ma all’1%; quindi il risultato è iniquo.

Si potrebbe quindi integrare la formula proposta per il tasso soglia di usura come segue: tasso di inflazione x 4 :  + ∆ pil. Così se l’inflazione è al 3%, il pil al 2% e le banche mediamente prestano il denaro al 10% mentre pagano l’1% ai depositanti, il tasso soglia sarà 3 x 4 : 3 + 2 = 6%. Se invece lo prestano al 6% e pagano ai depositanti il 2%, avremo 3 x 4 : 2 + 2 = 8%. Se, ceteris paribus, il ∆ pil va a 0, avremo il tasso soglia del 6%. Se il ∆ pil va a 4%, avremo la soglia all’8%.

 Tre ulteriori riforme vanno introdotte, per mettere in sicurezza il credito e il risparmio, anche in funzione di stabilizzare il sistema bancario e di assicurare liquidità all’economia reale e serenità ai depositanti.

 La prima è il divieto per le banche di credito e risparmio di operare (anche indirettamente, tramite fidejussioni o partecipazioni) in derivati e in generale sui mercati speculativi; dovranno essere determinati per legge i tipi di strumenti finanziari che sono legittimate a trattare e tenere in portafoglio. Saranno altresì consentiti quei contratti derivati che hanno funzione di copertura assicurativa contro un rischio relativo ad assets effettivamente in portafoglio.

La seconda è il divieto per gli enti di diritto pubblico o di proprietà totale o maggioritaria pubblica di trattare o detenere titoli finanziari diversi da titoli del debito pubblico. Saranno anche qua consentiti specifici tipi di contratti derivati assicurativi.

La terza è la trasformazione dei depositi bancari da depositi irregolari (in cui tu depositi il denaro alla banca, e il denaro passa dalla tua proprietà a quella della banca, salvo che la banca ha l’obbligazione di restituirteli a richiesta, ma se fallisce tu li perdi) a depositi regolari (in cui i tuoi soldi rimangono tuoi e la banca si limita a custodirli contro un modico compenso, così che tu non perdi nulla anche se la banca fallisce) – e lo stato non ha bisogno di garantire i depositanti contro l’insolvenza della banca. Sarà salva la possibilità per il depositante di prestare i soldi alla banca, assumendosi il rischio di insolvenza della banca stessa contro il pagamento di un interesse della banca a favore di lui.

 Raccomando infine una riforma dell’art. 10 del Testo Unico Bancario per apportare chiarezza su una componente essenziale della reale attività delle banche, ossia sul fatto che esse, oltre a fare raccolta di depositi ed erogazione di prestiti, svolgono anche la funzione di creare, mediante il suddetto moltiplicatore monetario, mezzi monetari. Il sistema bancario, attraverso il credito, espande infatti la liquidità, i mezzi di pagamento, in quanto crea moneta contabile (o bancaria o creditizia) in aggiunta a quella legale, ossia alla cartamoneta creata dalla banca centrale di emissione. Attualmente questa attività, di dimensioni rilevantissime (oltre il 90% della liquidità è creato in questo modo) e di pubblico interesse, avviene de facto e di soppiatto, senza alcuna legalizzazione o regolamentazione. Dato il ruolo vitale per l’economia di questa attività, e dato il suo carattere altamente fiduciario dal punto di vista sociale, è logico che essa venga dichiarata, legalizzata e regolamentata. L’art. 10 andrà modificato con l’aggiunta qui sotto fatta in corsivo:

  10. Attività bancaria.

1. La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere d’impresa.

2. L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche.

3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali.

4.Le banche hanno la facoltà, nel rispetto del pubblico interesse e del risparmio, di  erogare credito per importi maggiori del loro patrimonio, creando con ciò mezzi monetari addizionali; tale attività è regolamentata dalla legge e sottoposta ai controlli da essa stabiliti.

31.01.13                      Marco Della Luna

 

CRISI EURO E CRISI MPS: LA GOVERNANCE ESTRATTIVA

CRISI EURO E CRISI MPS: LA GOVERNANCE ESTRATTIVA

(di questo articolo sono ricolate diverse bozza – questo testo è quello autentico)

Il caso MPS-ANTONVENETA e la sua gestione anche da parte di governo e Bankitalia consentono di capire concretamente una tecnica di governance ampiamente applicata sia alle aziende che agli Stati, specialmente per realizzare un’integrazione europea – non quella di Altiero Spinelli e della retorica europeista, ovviamente – attraverso destabilizzazioni a catena. L’Europa degli ideali viene usata per mascherare una realtà di interessi oggettivamente contrastanti, un progetto di sfruttamento e un consuntivo nettamente perdente per l’Italia.

Premesso che fatti e accuse devono ancora essere accertati, il caso MPS (come raccontato, e salva la verifica di realtà, che è in corso) è la regola: colui che ha disponibilità dei soldi degli altri, tende naturalmente a prenderli per sé o per i soci, direttamente o attraverso teste di legno. Ciò avviene sia nel management delle banche, che delle altre imprese, che degli enti pubblici. Avviene anche nei governi. Avviene ai danni degli azionisti, dei risparmiatori, dei dipendenti, dei contribuenti, dei cittadini. E’ un modello estrattivo (ossia saccheggiatore) di gestione del potere, di governance, che si sta affermando universalmente. Pensiamo al caso di quei governi che, coi crismi della legge, tassano i loro cittadini per assicurare profitti speculativi a banchieri stranieri.

La storia del compagno Giuseppe Mussari, come raccontata da mass media e talk shows, con gli scandali Antonveneta, Santorini, Alexandria, Casaforte, Ampugnano, liar loans (cioè mutui concessi largamente a chi si sapeva che non li avrebbe rimborsati), è una tipica storia di bancarotta mediante una testa di legno: si mette una persona di fiducia a spolpare una società e a prendersi tutte le colpe, mentre il malloppo va in tasca ad altri, meno il compenso per la testa di legno[i]. Quindi è di primaria importanza andare a vedere a chi è andato il malloppo effettivamente.

Mussari non aveva una formazione finanziaria: era un avvocato penalista di origine calabrese, che si era distinto come fedele del PCI-PDS-DS-PD e come difensore di suoi amministratori locali senesi. Fu nominato nel 2006 a presidente del MPS dalla Fondazione MPS che, su 16 consiglieri, ne ha 13 nominati da Comune, Provincia, Regione – enti da sempre in mano al PCI e succedanei. Fino al Maggio 2007 rimane però consigliere della Fondazione. Non appena nominato presidente di MPS, avviò i noti affari. Nel corso della sua permanenza, ha donato di tasca propria quasi € 700.000 al PD, in ossequio alla regola che chi diviene dirigente attraverso il partito, poi deve essere riconoscente. Ha compiuto le sue operazioni di spolpamento con metodo, tenendo formalmente nascoste alcune carte, ma in un contesto in cui era palese che stava avvenendo qualcosa di occultato e di illecito.

Tutti, a cominciare dal collegio sindacale di MPS, presieduto da Tommaso di Tanno (ora indagato dal PM senese), vedevano l’anomalo gonfiaggio del prezzo della Banca Antonveneta mediante una ben poco credibile tripla vendita in pochi mesi, prima a ABN-AMRO , poi a Banco di Santander, infine a MPS, con un’acquisizione tenuta segreta fino all’ultimo, annunciata dai tg, quindi tale da dover far subito scattare controlli e ispezioni, come pure doveva farli scattare il fatto che il pagamento avveniva per cassa, cioè subito, mentre di regola questi pagamenti si fanno a credito, nel tempo. Il fatto che si pagasse tutto subito suggeriva oggettivamente che era una compravendita fraudolenta. Tutti sapevano che il prezzo era gonfiato. Tutti potevano sapere, con un minimo di diligenza, che Mussari non aveva fatto la due diligence su Antonveneta prima di pagarla circa 17 miliardi e si era basato su una stima fatta dalla non molto attendibile, perché interessata, di agenzie di rating. Bankitalia, allora governata da Draghi, però lasciò fare, il che ben illustra l’incompatibilità inerente a Bankitalia, tra il suo compito di sorvegliare le banche e il fatto che le medesime banche sono le sue proprietarie, rectius partecipanti, nel suo ridicolo capitale sociale di € 156.000. E la Consob? Niente. E il Ministero del Tesoro? Niente, nemmeno dopo. Forse i gestori di MPS se lo tenevano buono comprandogli ben 27 miliardi di titoli di debito grazie al finanziamento all’1% elargito dalla BCE. La mole dello spolpamento è di molti miliardi: per un’Antonveneta che valeva 2,3 miliardi (detto da Tommaso di Tanno, presidente del Collegio Sindacale di MPS, ora coindagato con Mussari), MPS ha emesso 8 bonifici per un totale di oltre 17 miliardi.: 10 per pagare il prezzo dell’acquisto, e 7 poi per pagare i debiti nascosti dentro Antonveneta, che una due diligence avrebbe scoperto, se eseguita.

Già nel bilancio depositato nel 2012, 5 anni dopo l’acquisto di Antonveneta, quindi con un colpevole ritardo, il nuovo management di MPS esponeva una perdita di 4,7 miliardi di cui il 90% da minusvalenze di Antonveneta. In realtà, Antonveneta, considerate anche le sue sofferenze non registrate in bilancio, valeva sui 2 miliardi, e se è stata pagata 10, allora i gestori retrostanti si sono spartiti 8. Si aggiungano 750 milioni per i contratti derivati Alexandria e Santorini, e alcuni miliardi per i mutui fasulli. Adesso si tratta di vedere a chi è finito il bottino, di arrestare le persone fisiche e di citare per danni le società che hanno concorso nel reato. Sappiamo che il Banco di Santander ha incassato almeno 7 miliardi; ma poi, che uso ne ha fatto? A chi li ha accreditati? Sono partite quote del bottino dal Santander a favore di altri soggetti? E gli altri bonifici? Sappiamo che ulteriori 2,6 miliardi sono stati spediti a Londra nella disponibilità del medesimo Banco, e poi sono stati scudati e riportati in Italia. A chi sono poi stati girati? A chi sono finiti in tasca?

In quanto ai derivato Alexandria e Santorini (contratti tra MPS e Nomura Bank il primo, e tra MPS e Deutsche Bank il secondo), l’attuale management ci dichiara che ci sia stata una perdita di 220 milioni (ma un alto dirigente dice 740) dovuta a un’errata copertura di un rischio preesistente mediante un derivato. Questa spiegazione non è credibile, per due motivi.

Primo: se io mi copro mediante un derivato dal rischio che un mio asset o contratto in essere si deprezzi, la copertura ha un costo molto basso, assicurativo, rispetto al valore capitale dell’asset; sicché, se l’asset perde valore, la copertura mi rifonde dalla perdita; mentre se (l’asset ) aumenta di valore, l’aumento assorbe il costo di copertura ( che in tal caso si azzera ) e lascia un margine di guadagno. In nessuno dei due casi caso io perdo in termini di capitale ( solo se l’asset non si muove nell’arco di tempo assicurato si perde il capitale investito nel premio; ma, data l’alta volatilità’ dei mercati, questo non si realizza mai). Per aver realizzato una perdita capitale a danno di MPS, chi ha agito coi soldi di MPS bisogna che abbia fatto un’operazione diversa, come una speculazione in proprio, decisa senza approvazione del CdA dai vertici gestionali, e che gli sia andata male, e che quindi ora egli o la banca stessa, per la propria immagine, stia creando una giustificazione posticcia.

Secondo: se fosse stata un’operazione di copertura legittima, ufficiale, e inerente a un asset o a un contratto della banca, sarebbe stata contabilizzata subito, e non tenuta sospesa e nascosta per anni!

Il razionale sospetto è, quindi, che qualcuno abbia preso soldi della banca e li abbia usati per speculare in proprio su qualche titolo o derivato, fidando di realizzare un grosso guadagno, con cui restituire alla banca quanto preso, tenendo per sé la differenza. Poi, invece di guadagnare, ha perso, e la banca si ritrova con un buco. Cose di questo genere mi risulta che siano avvenute e tuttora avvengano in grandi banche e società di gestione estere, dove chi ha il maneggio dei soldi della banca li usa per conto proprio, e lascia le operazioni in sospeso, cioè aperte a partitario, finché non si trova un modo di chiuderle fittiziamente.

Se fossi il PM di Siena, verificherei questa ipotesi, sequestrando ed esaminando i partitari storici su cui si devono trovare i movimenti delle somme interessate, cioè ipoteticamente usate per l’operazione suddescritta. Sequestrerei i partitari storici, perché chi fa queste cose non le fa una volta sola, ma le fa di prassi, quindi se ne troveranno molte, risalendo nel tempo. Dai partitari (che sono i registri di conti transitori, su cui si segnano le operazioni in attesa di imputarle alle voci del conto economico del bilancio) si desume se vi sono stati impieghi di denaro in quel senso. Tornando al caso MPS, bisogna anche considerare che quando va a partitario un movimento di decine di milioni di euro, gli organi interni di controllo della banca li hanno sotto gli occhi. Quindi, se tutti i presidii, interni ed esterni, sono rimasti inerti, vuol dire che non è stata un’operazione di singoli gestori infedeli, né un’operazione organizzata da un solo partito politico, sia pur dominante rispetto alla banca: può essere stata solo un’operazione di Stato. Pertanto, mi aspetto che, se mai verranno svelati i nomi degli effettivi percettori dei due miliardi di bottino scudato, e degli altri miliardi, si tratterà di nomi molto più esplosivi di quelli di un leader politico.

Se hanno chiuso gli occhi l’ispettorato interno (audit) di MPS, i sindaci, Bankitalia, Consob, il Ministero; e se il percettore dei due miliardi si sentiva tanto sicuro da riportarli in Italia, allora i casi sono due: o il regista è un potere molto alto, i vertici dello Stato; oppure è stata un’operazione trasversale, bipartisan, tra maggioranza e opposizione, magari con benedizione vaticana (il Banco di Santander è in mano a certo Emilio Botin, descritto dalla stampa come uomo forte dell’Opus Dei). Questa ipotesi è rilevante per capire la minaccia di Bersani (del 26.01.13) di “sbranare” i rivali politici qualora insistano sullo scandalo MPS. Minaccia che potrebbe riguardare la “finanza cattolica” e l’immagine della stessa Chiesa. Si tenga presente che, nella Fondazione come nel CdA di MPS, erano presenti anche uomini del centro cattolico, a cominciare da Gabriello Mancini, nominato presidente della Fondazione pur non avendo qualificazione tecnica, dato che era un funzionario dell’Asl locale.

Una conferma all’ipotesi che si tratti di un’operazione di Stato o bipartisan viene da Dagospia, che pubblica (http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/1-il-verbale-degli-ispettori-bankitalia-inchioda-draghi-tarantola-profumo-e-visco2-la-favola-49952.htm) documenti, per altro pubblicati anche da quotidiani nazionali, che sembrano inchiodare Draghi e Tarantola (allora responsabile dei controlli di vigilanza entro Bankitalia), smentendo Visco e Profumo, perché provano che le carte segrete sui derivati scoperti solo ieri dall’onesto successore di Mussari, Fabrizio Viola, nei cassetti di MPS, in realtà erano in possesso di Bankitalia sin dall’ispezione da questa eseguita in MPS da Maggio ad Agosto del 2010, nei cui verbali si menziona esplicitamente gli inopportuni contratti derivati con Deutsche Bank e Nomura Bank. Draghi e Tarantola addirittura collusi, insomma, secondo Dagospia?

Ai contribuenti col cui denaro è stato salvato il Monte, ma anche ai suoi defraudati azionisti e ai suoi tartassati dipendenti, su cui l’attuale management scarica il danno (licenziamenti, tagli stipendiali, costrizione a collocare prodotti discutibili), è dovuta un’azione risarcitoria verso le persone fisiche e giuridiche colpevoli e beneficiarie delle malefatte che via via emergono. Banca d’Italia potrebbe essere chiamata a risarcire per il suo mancato intervento a seguito della strana operazione Antonveneta e dei risultati dell’ispezione del 2010. Ma forse anche il Comune e la Provincia di Siena e la stessa Fondazione dovrebbero rispondere, per culpa in eligendo et vigilando: colpa nello scegliere e nel mantenere, omettendo la dovuta vigilanza, nonostante i segnali di allarme, quel certo management. Anche il PD potrebbe essere tenuto a risarcire, qualora si accertasse che la scelta di Mussari si debba a suoi organi centrali – cosa plausibile, dato che Mussari andava a compiere affari di dimensioni nazionali.

Sarebbe opportuno estendere, almeno per il futuro, mediante legge, la responsabilità per omessa vigilanza e omessa ispezione anche a Bankitalia e ai soggetti che la partecipano, solidalmente, così saranno motivati a tenere gli occhi doverosamente aperti anziché amichevolmente socchiusi. Non dovrebbe avvenire ciò che avviene in questi giorni, ossia che da un lato si svela quanto marcio e inaffidabile vi è nei conti di MPS, e dall’altra Banklitalia dichiara che i conti vanno bene e autorizza il prestito di 4 miliardi con denaro pubblico, senza poter valutare il rischio. Ma come fa Visco ad affermare che i conti siano a posto, in questa situazione? Per verificare la corrispondenza dei bilanci alla realtà, ci vorrebbero mesi di due diligence, bisognerebbe controllare tutti i contratti in tutti gli armadi, anche i contratti segreti come quello con Nomura, e verificare anche tutti i bilanci delle singole filiali, cosa che Visco non ha fatto, quindi non può dire certe cose.

Se potessi, se fossi nel PM di Siena, indagherei altre tre ipotesi:

-se e come il valore di Antonveneta sia stato gonfiato ad arte per giustificare da parte di MPS un esborso multiplo del suo valore; il gonfiaggio può essere operato con diversi strumenti: nascondimento delle sofferenze, erogazioni-cartolarizzazione di liar loans, contratti derivati truffaldini, dolo della società di rating incaricata della stima;

-chi, dal 2006, ha organizzato un sistema di erogazioni facili di mutui del medesimo tipo in MPS, che poi sono stati cartolarizzati a lunghissima scadenza e rifilati ai risparmiatori (vedi Casaforte); andrei a ricercare le correlazioni tra i mutui non regolarmente paganti (anche quelli sospesi e quelli non contabilizzati come tali, che sono molti), i funzionari che li hanno autorizzati, i collegamenti di questi funzionari coi dirigenti, gli intermediari finanziari e immobiliari dei mutui in questione, e gli azionisti importanti del periodo;

-se sia stato gonfiato a suo tempo anche il valore di Banca Agricola Mantovana, per farla pagare sensibilmente più di quanto valeva sempre a MPS; e se parte del prezzo pagato sia finito a terzi beneficiari, eventualmente anche a magistrati civili che respinsero i ricorsi contro la trasformazione di Banca Agricola Mantovana da cooperativa in spa – trasformazione necessaria per poterla vendere a MPS: qui a Mantova, infatti, circolavano al tempo voci sospette. Anche il valore della Banca del Salento pare sia stato gonfiato per realizzare un sovrapprezzo.

MPS, con l’assemblea del 25 Gennaio 2013, deliberando di non procedere alle azioni risarcitorie verso il precedente management e i suoi corresponsabili, ha dimostrato di non operare in discontinuità dal passato, di essere condizionato da poteri retrostanti, di non voler scoprire i colpevoli e i beneficiari delle colpe, di voler scaricare i danni sui dipendenti, sui clienti (con le solite politiche sempre più aggressive), sullo Stato finanziatore… a proposito, i 4 miliardi prestati dal governo Monti, sono stati prestati sulla base di un bilancio inattendibile perché non tiene conto dei contratti derivati segreti (vedi Alexandria) e perché continua a non registrare sofferenze sui crediti, che vengono tenute a partitario. Quindi è un prestito concesso illegittimamente, senza due diligence sul prestatario, basandosi un bilancio evidenziante perdite per 4,7 miliardi, oltre a quelle non dichiarate. Un’operazione molto “politica”, altro che governo tecnico, altro che professori! E Viola stesso, il nuovo direttore generale di MPS, ha detto che bisogna rettificare i bilanci passati! Per inciso: i Monti-bonds sono un prestito a tasso eccessivo (9%), senza vincoli di impiego per la banca, e per giunta convertibile in azioni qualora MPS abbia difficoltà a rimborsarlo (lo Stato perde il credito e diventa azionista di una banca dal valore molto, molto dubbio), mentre i Tremonti-bonds erano un prestito a tasso sostenibile, ma con vincoli di impiego in favore delle pmi, dell’economia produttiva, e non convertibile in azioni – e questa differenza specifica riflette la differente qualità umana ed etica tra un Monti e un Tremonti, al di là di tutto ciò che può essere rimproverato a quest’ultimo.  E come farà MPS, impoverito e indebitato, coi clienti che ritirano i depositi,  a pagare 360 milioni l’anno di interesse sui Monti Bonds (4 miliardi x 9%)? C’è un forte rischio di una crisi debitoria del Monte già nel breve periodo. Nel qual caso chi oggi ha dato il via ed elargito assicurazioni dovrà essere chiamato personalmente a rispondere.

Il PM senese che indaga Mussari e altri per lo scandalo Antonveneta pare sappia i nomi dei beneficiari della quota di 2,6 miliardi, poi scudata, ma che li voglia rivelare solo dopo le elezioni, per non influenzarle – evidentemente, si tratta di soggetti della politica italiana, o ad essa legati, e/o legati al Vaticano e/o a capitali “calabresi”. Con le rivelazioni post-elettorali, però, il PM delegittimerà il nuovo parlamento, perché gli elettori voterebbero diversamente, se informati. Inoltre, immaginate come potrà essere la formazione di una nuova maggioranza, sotto la spada di Damocle di quelle rivelazioni incombenti. O forse, ovviamente non da parte del PM, si vuole usare quell’informazione proprio come strumento di minaccia per condizionare la politica? O Mario Draghi? O la finanza cattolica, visto che il Banco di Santander era rappresentato, in Italia, dall’ex presidente dello Ior, Gotti-Tedeschi?

Monti afferma che MPS era dominato dal PCI-PD – affermazione ovvia, anche se dimentica le altre componenti politiche compresenti. Aggiunge che l’Italia ha visto troppe commistioni tra banking e politica – affermazione grottesca, in bocca di uno che è stato imposto come premier dal mondo bancario, a meno che fosse diretta solo a banchieri e politici italiani, e che per contro riconoscesse il diritto dei banchieri stranieri a occuparsi di politica italiana, come appunto hanno fatto nominando lui. Bersani e D’Alema, con angolazioni diverse, affermano che il PD ha fatto il PD e non la banca, quindi non è responsabile. Gli uomini del PD in Fondazione erano sì la maggioranza, ma nominati non dal PD, bensì dagli amministratori locali eletti dai senesi. E nel PD vi sono sicuramente militanti disposti a credere che i titolari del PD lascino che la direzione della terza banca nazionale, fonte di finanza su scala nazionale per il partito, sia scelta in tutta autonomia dagli elettori di una cittadina di 55.000 abitanti. E che sia puramente casuale tutto ciò che, poi, questi gestori della banca hanno fatto e dato per il Partito, e che ora viene alla luce dei mass media… D’Alema, dal canto suo, si contraddice in modo buffo allorché, oltre a negare che il PD faccia banking, rivendica al PD l’iniziativa di sostituire Mussari e Vigni: se il PD ha questo potere, vuol dire che è il dominus di MPS! Questa affermazione non è solo contraddittoria con la precedente (che il PD faccia il PD e non il banchiere), ma è anche oggettivamente falsa, nel senso che è falso che il sindaco di Siena o il PD abbia di sua iniziativa cacciato Mussari e Vigni subito dopo aver scoperto la loro mala gestio: infatti, erano anni che si sapeva del loro mismanagement, della porcata con l’Antonveneta, dei mutui fraudolenti. Mussari fu scaricato come si scaricano le teste di legno quando si bruciano e si è costretti a scaricarle. Fu scaricato dopo che io stesso ebbi pubblicato, il 29.06.11, nel mio sito www.marcodellaluna.info, l’articolo “Ora si salvi MPS” (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8537) in cui descrivevo i mali di MPS, le sue sofferenze non dichiarate, le criticità dell’acquisizione di Antonveneta, preannunciavo lo scandalo. E fu scaricato perché si sapeva che le carte compromettenti erano già in mano a Report e ad altri. E a Report non le aveva certamente portate il sindaco, né D’Alema, né Bersani! Probabilmente gliele aveva portate qualche consigliere della Fondazione disgustato o scontentato.

 Però i banchieri italiani – comproprietari (“partecipanti”) di Bankitalia!- vollero e tennero Mussari come presidente dell’ABI persino dopo la sua uscita da MPS. Lo vollero e lo confermarono pur sapendo quanto sopra e pur sapendo dei procedimenti penali. E’ dal 6 maggio 2012 che Report aveva dato notizia anche dell’affaire Alexandria. In quella puntata emerse da fonti interne a MPS che in MPS si operava extracontabilmente, con fondi neri esteri, con brokers occulti esteri, per beneficiari pure occulti, assumendo rischi altissimi e irregolari (http://www.report.rai.it/dl/docs/1336333767662monte_dei_fiaschi_report_pdf.pdf), e che questa era una prassi. E già nel 2010 l’ispezione di Bankitalia aveva rilevato serie “criticità” operative del Monte, ma non era affatto intervenuta. Ordunque, se l’ABI lo nominò suo presidente pur sapendo che cosa bolliva in pentola, delle due l’una: o far quelle cose è normale in quell’ambiente, oppure, più probabilmente, fu una o più forze esterne, politiche o istituzionali, a imporre la sua nomina. Forse, con lo scopo che blindasse o coprisse l’operazione, la quale non era finita con l’acquisto di Antonveneta e il pagamento di circa 15 miliardi di cresta su 17.

La seconda parte dell’operazione si capisce che doveva consistere nel togliere di mezzo la maggioranza assoluta di MPS detenuta dalla Fondazione (cosa realizzata con 3 aumenti di capitale), nel confezionare MPS con una finzione di saldezza e redditività (cosa realizzata nel bilancio 2011 col ricorso a derivati e a una politica di budget molto aggressiva), per giustificare un suo acquisto a prezzo gonfiato da parte di altra banca (si parla di BNP), con relative creste. I derivati consentono di realizzare un beneficio immediato (togliere un debito dal bilancio o incassare una somma come anticipo su prodotti preventivati) in cambio dell’assunzione di un rischio di importo maggiore o multiplo. In particolare, hanno consentito di togliere dai bilanci i debiti scomodi trasformandoli in scommesse con altre banche, cioè da passività certe di, poniamo, 100, in una scommessa di, poniamo, 200. Se chi scommette perde, poi, d’improvviso, i debiti rispuntano all’improvviso. Da qui l’evidente necessità di proibire l’uso di derivati (e di tutta la finanza speculativa, compresi gli investimenti diversi dai titoli del debito pubblico) sia agli enti pubblici che alle banche di credito e risparmio, e magari in assoluto. Ma nel frattempo hai già venduto la banca, sicché la passività moltiplicata è a carico del compratore. Questa cosa si può fare non solo con le società commerciali, ma anche con gli Stati e il loro debito pubblico. Così la Grecia, mediante contratti derivati con l’intervento di Goldman & Sachs, ha “ristrutturato”, cioè trasformato in scommessa differita, il proprio debito pubblico, migliorando il rating, acquisendo una forte liquidità e ampliando la spesa pubblica e l’indebitamento verso banche tedesche e francesi. Poi ha perso la scommessa – come di solito avviene in questi casi, dato che l’algoritmo del contratto derivato viene studiato dagli ingegneri finanziari di una delle due parti della scommessa – e di conseguenza sono andate in crisi le banche tedesche e francesi che avevano in portafoglio il debito greco. Allora l’Italia europeista è intervenuta, e con nuove tasse, per aiutare la Grecia a pagare il suo debito. Con queste tasse, l’Italia mette anche a posto i suoi conti pubblici, e tira su il proprio rating, quindi si rifinanzia a migliori condizioni, colloca meglio il proprio debito pubblico, nel breve termine; però deprime la propria economia, sicché nel medio-lungo termine prevedibilmente avrà difficoltà a onorare i propri titoli, sicché scoppierà una nuova crisi, che costringerà a nuovi interventi di emergenza e cessioni di sovranità nazionale, sempre sotto la guida di uomini di Goldman & Sachs, e via così verso l’”integrazione” europea. Potere degli strumenti finanziari!

 Infatti in Europa si è affermato proprio questo tipo di business finanziario: svuotare un’impresa della sua ricchezza reale, farne un bidone indorato truccando bilanci e rating, metterle un nuovo amministratore pulito (Viola era pulito, anche se non era un abile risanatore, avendo fino al giorno prima gestito la Banca Popolare dell’Emilia Romagna con risultati pessimi), poscia rivenderla con sovrapprezzo (destinato a spartizione) ad altra impresa, la quale di conseguenza si destabilizzerà e diverrà un bidone da cosmetizzare e sbolognare al medesimo modo. Qualcosa di questo genere è stato fatto anche con Parmalat. Anche la Banca Antonveneta era stata svuotata, riempita di bad credits, indorata e venduta con accorgimenti per gonfiarne il prezzo. Venduta a MPS, che poi è stata destabilizzata appunto da questo bidone indorato. Qualcuno però, divulgando nel 2011 le informazioni sul reale stato di MPS, ha rotto le uova nel paniere proprio poco dopo che era stato depositato l’ingannevole bilancio dell’anno 2010, riportante una forte crescita dell’attivo, ovviamente al fine di far pagare MPS molto più di quanto valeva effettivamente e ripetere il giochetto. MPSA ora dichiara sofferenze per 17 miliardi, ma vi sono anche sofferenze non dichiarate come incagli e contenzioso per mancanza del denaro necessario a costituire i fondi relativi, e anche sofferenze mascherate mediante le oltre 30.000 sospensioni dei mutui.  Sommando anche queste, le sofferenze reali del Monte ammonteranno a circa 50 miliardi.

Quindi, posto che il valore di mercato attuale di MPS in base ai bilanci è di 2,3 miliardi (come dichiarato da Angelo Rovati a Piazza Pulita del 28.01.13, e confermato da altri), se consideriamo  le sofferenze non dichiarate quel valore va sotto zero. E allora qual è la ratio del prestare a MPS 4 miliardi a un alto tasso di interesse?

Nel 2011 il Monte, in funzione di “indorarsi” per vendersi con sovrapprezzo,  presentò un bilancio esponente un utile triplicato rispetto al precedente esercizio – ovviamente triplicato solo sulla carta. Poi però circolarono informazioni sulla irrealtà di tale dato, smentito da diversi fattori , tra cui il taglio delle retribuzioni dei dipendenti (vedi il mio articolo Ora si salvi MPS del 29.06.12, già citato), e sulla brutta situazione reale della banca, Allora i padroni reali del Monte rinunciarono all’operazione di vendita, e nel 2012 dovettero presentare un bilancio che esponeva enormi perdite, perlopiù per le minusvalenze (rettifica del valore di Antonveneta), ma quella era solo la punta dell’iceberg: il grosso doveva ancora emergere, e infatti ha iniziato ora. Intanto, sempre sulla base di un bilancio già brutto, ma molto più bello della realtà,  si diede il soccorso di Stato coi Monti bond. Ora emerge un altro pezzo del male, e si interviene coi Monti bonds. Però il grosso deve ancora emergere: il presidente di MPS, Profumo, ha ammesso che bisogna fare altre rettifiche di bilancio. Ma se il grosso emerge, il Monte fallisce. E allora probabilmente ciò che si sta facendo oggi è tamponare coi Monti bonds, diffondere dichiarazioni rassicuranti quanto irreali circa la solidità patrimoniale di MPS, del suo core tier costituto da 27 miliardi di titoli pubblici italiani, cercando – come dice sempre il Profumo – un nuovo socio di capitale,  e sperando che i tassi non salgano perché altrimenti questi titoli si svalutano e la banca fallisce oppure abbisogna di decine di  miliardi di aiuti di Stato.

Però a questo punto i dipendenti dell’antica banca dovrebbero svegliarsi, valutare tecnicamente il nuovo management sia di MPS che di Abi e Bankitalia esattamente  cosi come hanno imparato che si deve valutare il cliente che chiede fiducia, e rendersi conto che a un salasso di 15 miliardi e passa non può rimediare lavorando qualche ora gratis, rinunciando al premio di produttività, abolendo i gadget, chiudendo sedi, demansionando o scivolando i colleghi, e spremendo la clientela con polizze che danno alla banca un guadagno upfront fino all’8%, né coi prestiti SOV a 4 mesi (ufficiosamente) rinnovabili, che daranno luogo a cause per usura ( o a nuovo contenzioso). Spremere la clientela non paga, bensì affossa, analogamente a spremere la nazione con le tasse del Montismo, che servono a rendere apparentemente sano il btp, ma uccidono l’economia reale che lo dovrà rimborsare. Non è più tempo nemmeno di debustisiani contratti For You. Finché non ripristineremo un livello fisiologico di liquidità nel paese, invece che dissanguarlo, continuerà il calo di consumi, investimenti, produzione, occupazione. E l’aumento delle insolvenze e delle morti aziendali.

 Gli oltre trentamila montepaschini possono risanare la loro azienda solo unendosi e coordinandosi per dare al PM di Siena tutte le informazioni utili, e per promuovere un’azione giudiziaria per il risarcimento dei danni contro la Fondazione e i suoi consiglieri, contro i managers vecchi e nuovi, contro chi ha lucrato dalle operazioni scorrette, contro le autorità di vigilanza che non sono intervenute come dovevano, Bankitalia innanzitutto, se troveranno conferma le accuse che stanno circolando. Attivarsi per chiedere sequestri conservativi, in civile e in penale, onde assicurarsi il risarcimento. Anche  contro Santander, Dresdner Bank, e tutti gli altri beneficiari  dei malefici perpetrati ai danni del Monte.

Bersani, il 26 Gennaio 2013, minaccia: “Se Lega e PDL attaccheranno il PD su MPS, li sbraneremo”: con che denti? Coi democratici denti dei PM collaterali? Ma ci sono ancora? Oppure è una minaccia rivolta ai magistrati senesi? Oppure ancora è un preavviso di chiamata in correità di un sistema politico che, trasversalmente e sistemicamente, lucra abusando del suo controllo sulle banche, operato via fondazioni bancarie? Non credo che Bersani minacciasse di rievocare il dissesto delle due banchette della Lega, la Credieuronord e il Credito Cooperativo Fiorentino, perché si tratta di valori irrisori rispetto alla ventina di miliardi del buco MPS; ma soprattutto perché, in quei due casi, non vi fu un governo amico a turare con soldi del contribuente i buchi fatti dai politici, e perché, cosa ancor più importante, in quei casi le indagini giudiziarie sono state fatte e non sono state inibite dall’alto. E non dimentichiamo che i dirigenti della Lega hanno subito chiesto scusa e messo mano alle loro tasche per ripianare i buchi della loro banca: Bersani, D’Alema, Ceccuzzi e compagni seguiranno il loro esempio? 27.01.13 Marco Della Luna

 

 


[i] La bancarotta, come reato, non si è perfezionata perché lo Stato ha dato soldi pubblici, prevenendo così la dichiarazione con sentenza del fallimento, presupposto per il perfezionamento del reato di bancarotta.

USCITA DALL’EURO E SOVRANITA’ MONETARIA: UN’ESIGENZA TECNICA

Ringrazio i diversi amici che mi hanno invitato a candidarmi alle prossime elezioni politiche in diverse formazioni politiche. Non ho accolto l’invito di alcuno di loro, per diverse ragioni:

-per non scontentare gli altri amici;

-perché il fronte di chi porta avanti le mie idee si presenta molto frammentato e spesso confuso;

-perché mi è congeniale la posizione del teorico più di quella del pratico;

-perché credo che l’azione, prossimamente, ci sarà, ma non in parlamento.

Ma i tempi stanno maturando. Molti capiscono che la virtù risanatrice di Berlino e Francoforte a parole vorrebbe che l’Italia si liberasse dal sovraindebitamento, ma nei fatti  la priva della liquidità per lavorare, produrre, guadagnare e rimborsare il debito: è l’effetto automatico di avere un cambio fisso e un mercato aperto rispetto a paesi produttivamente più efficienti, come la Germania: fuga di capital e di aziende, crescente indebitamento, crescenti tassi, quindi ulteriore peggioramento della produttività e competitività rispetto alla Germania. E’ già avvenuto nel 1979 e nel 1992. Sono cose ovvie e arcinote.

Quindi l’Eurosistema e i suoi dogmi finanziari spingono l’Italia in una spirale recessiva, a lavorare per pagare interessi passivi senza poter ridurre il debito, a svendere le risorse pubbliche e private per tirare avanti tenendo buono lo spread nell’immediato, ma deindustrializzandosi strutturalmente a vantaggio di altri paesi. Siamo entrati nell’Eurosistema fingendo che fosse un luogo di solidarietà fraterne mentre è un luogo di egemonismo e interessi contrapposti.

Oramai è chiaro che, salvo un’improbabile rivolgimento del congegno monetario europeo, l’unica via per sottrarre l’Italia a un destino di recessione e di servaggio agli abili pirati della finanza che hanno portato il Paese in queste condizioni è il recupero almeno parziale della sovranità monetaria:

- il ritorno alla Lira,

-la ridenominazione in Lire del debito pubblico,

-la nazionalizzazione di Bankitalia, la sua garanzia di acquisto dei titoli invenduti,

-e una politica di taglio radicale delle tasse nonché di rilancio dell’economia attraverso piani di lungo periodo  di  investimenti infrastrutturali pubblici e misti e attraverso una banca pubblica di credito all’economia produttiva.

-Con separazione delle licenze bancarie per il credito e risparmio da quelle per l’azzardo finanziario.

-Con una disciplina delle monete integrative e complementari anche di enti locali.

-E una effettiva spending review, con drastici spending cuts sul parassitismo.

16.01.13 Marco Della Luna

IL SANTO GRAAL DELLA SOVRANITA’ MONETARIA : SCILIPOTI E LA MONETA AL POPOLO

IL SANTO GRAAL DELLA SOVRANITA’ MONETARIA

Il regno languiva malato di una oscura tabe, il re non guariva di una misteriosa piaga. Solo il Graal avrebbe potuto riportare la linfa vitale. E i cavalieri erranti partirono alla sua ricerca. Ma tra essi solo uno l’avrebbe potuto trovare: Parsifal, il Puro Folle. In tempi più pedestri, anche l’Italia langue di un male insanabile, e oramai si fa largo la comprensione che il Graal necessario a guarire la sua economia e il suo morale è quello della sovranità monetaria. E anche oggi qualche cavaliere riprende la ricerca del salvifico Vaso: Tremonti, Ferrero, Di Pietro, Berlusconi… Da ultimo l’on.le Domenico Scilipoti, medico oncologo, che, dietro la negativissima immagine costruitagli dai mass media, spezza le sue lance, una ad una, contro i grandi interessi istituzionalizzati: il cartello dell’energia, il cartello dei farmaci, il cartello delle industrie alimentari, il quale, con la copertura di norme non certo piovute dal cielo, propina all’ignara popolazione, ma soprattutto ai fanciulli, dovizia di cibarie e bevande ricche di ben note sostanze cancerogene, diabetizzanti o altrimenti patogene, soprattutto attive sui giovanissimi – dai coloranti, ai conservanti, ai dolcificanti, alle plastiche solubile dei contenitori. Ultimamente Scilipoti, con alcuni fidati collaboratori, ha scritto e pubblicato, per i tipi di Aurora Boreale, La Moneta al Popolo, un conciso volumetto contenente un’analisi dei mali economico-monetari, delle storture dell’Eurosistema e della BCE in particolare, della piaga, sempre più emergente e virulenta, del signoraggio o rendita (reddito, direi io) monetaria. La cosa più rilevante, dal mio punto di vista, è che il saggio di Scilipoti, e soprattutto il progetto di legge di riforma monetaria che esso contiene, costringono a tematizzare quella che, secondo me, come da anni scrivo, è la radice contabile del male monetario che affligge non solo l’Italia, ma tutto il mondo, ossia l’uso di principi contabili sbagliati, che producono una voragine di passività apparente, solo apparente, ma capace, da sola, di destabilizzare il sistema finanziario globale. Andiamo con ordine e partiamo dalle premesse storiche. La repubblica italiana nacque come paese a sovranità limitata dall’esito della guerra e dal suo inserimento, in posizione non certo paritaria, nell’area di egemonia del Dollaro. Tra il 1981 e il 1983 ha ceduto alla finanza privata il controllo della sua banca centrale di emissione e ha affidato al mercato speculativo il suo debito pubblico, che di conseguenza si è moltiplicato. Con una immeditata e impreparata adesione all’eurosistema e ai connessi trattati, e con la definitiva privatizzazione della sua banca centrale nazionale, si è cacciata in una situazione che la ha portata ad aumentare alquanto spesa pubblica, debito pubblico, disoccupazione, fuga di capitali e aziende, emigrazione di persone qualificate, disavanzo commerciale, pressione fiscale, esposizione agli speculatori, oltre a spingerla in una grave recessione economica, reddituale, progettuale e morale, e in una posizione di passività e dipendenza anche politica rispetto al fronte dei paesi euroforti, guidato dalla Germania, la quale condiziona pesantemente e del tutto asimmetricamente sia le istituzioni comunitarie che la BCE e il MES, mentre l’Italia continua a dare all’UE molto più denaro di quanto ne riceva. Nei primi dieci anni dell’Euro, il risparmio sui tassi di interesse apportato dall’adesione all’eurosistema, e pagato in termini di perdita di concorrenzialità delle nostre esportazioni, non è andato ad aggiornare ed efficientare il sistema paese, ma ad espandere la spesa pubblica clientelare e a esimersi dagli ammodernamenti, quindi si è tradotto in un danno maggiore del beneficio. Il male principale del Paese, assieme all’inettitudine e alla voracità della sua classe dirigente, nonché all’ormai azzerata fiducia-lealtà reciproca tra cittadini e istituzioni, è la carenza di denaro, di liquidi, con cui fare i necessari investimenti infrastrutturali e produttivi, sostenere i consumi, erogare decenti pensioni. Esclusa come è dai vincoli di bilancio eurogeni e dal fiscal compact ogni possibilità di un (neo)keynesiano deficit spending del settore pubblico in funzione di rilancio economico generale di lungo termine, non resterebbe che rassegnarsi a una lunga depressione economica, cioè alla povertà, salvo uscire dall’eurosistema, ritornare alla Lira, a una banca centrale che assicuri l’acquisto dei titoli del debito pubblico (prevenendo così speculazione e default, come fanno le banche centrali di USA e Giappone), svalutare per riprendere competitività, rilanciando industria, turismo e investimenti. La proposta degli Autori di questo denso volumetto, La Moneta al Popolo, è una terza via, una via di contemperamento: restare nell’eurosistema e nei suoi vincoli, ma recuperare una copiosa fonte di liquidità nazionalizzando il reddito da creazione di moneta per la quota spettante alla nostra banca centrale: si tratta di parecchie decine di miliardi l’anno. La creazione di denaro da parte delle banche centrali e l’uso di questo denaro per comperare titoli finanziari redditizi dà luogo a un reddito praticamente pari alla quantità di denaro creata, perché la creazione di denaro fiduciario, non convertibile, non ha costi di produzione né di copertura aurea e non dà al suo portatore diritti verso la banca emittente, quindi per questa non comporta una passività patrimoniale. Però, nei conti, nei bilanci, nelle dichiarazioni dei redditi delle banche, questo reddito non compare, siccome a questa attività di creazione monetaria si applicano a tuttora i principi contabili di quando la moneta era convertibile in oro, quindi costituiva un debito, un’obbligazione, una passività patrimoniale. Come molti famosi economisti dichiarano, la moneta fiduciaria, o fiat, in uso oggi, non costituisce una passività, ma nondimeno viene contabilizzata come tale. In tal modo il reddito monetario non compare, anche se vi è – rimane extracontabile, “a disposizione”. Quindi per realizzare il progetto degli Autori di questo volumetto è preliminarmente indispensabile riformare i principi contabili vigenti, per adeguarli alla realtà. Riformarli come? Esaminando i bilanci, troviamo, nello stato patrimoniale, il denaro circolante come debito della banca, mentre non dovrebbe essere menzionato. Nel conto economico, invece, non troviamo il ricavo da allocazione della moneta emessa, che invece dovrebbe essere registrato, perché viene usato per comperare titoli che hanno un valore commerciale e danno un reddito. Troviamo, invece, il costo tipografico della cartamoneta! Ecco, questi sono i termini della riforma. Riforma che non solo farebbe emergere risorse per investimenti e rilancio, ma, come meglio spiego nel mio recentissimo saggio Cimit€uro: uscirne e risorgere, evitando la sistematica sparizione contabile di valori numerari enormi, colmerebbe il gigantesco buco nero monetario che sempre più minaccia il sistema finanziario globale. 20.12.12 Marco Della Luna

LA TRIMURTI EUROPEISTA E LA FINE DELLA STORIA ITALIANA

 LA TRIMURTI EUROPEISTA E LA FINE DELLA STORIA ITALIANA

Casini è da sempre europeista e vuole da sempre  Monti candidato a premier. Bersani è europeista e vuole vincere al voto per aprire subito a Monti. Berlusconi, dopo l’ultima istrionica giravolta, è europeista e invita Monti a prender la guida dei moderati. Il pensiero va (pur conscio delle diversità) a quei rei africani che vendevano i loro sudditi ai negrieri europei. E pure ai numerosi uomini forti via via messi su dalla CIA e da Wall Street nei paesi poveri ma ricchi di risorse naturali e mano d’opera a buon mercato, per poter prendersi queste e quelle per quattro soldi.

Tutti i tre big vogliono portare i loro servigi al vincitore ormai certo e padrone destinato d’Italia: il capitalismo franco-tedesco che ieri, tredici dicembre,  con l’unzione del Washington Consensus (FMI + Casa Bianca), ha incoronato Monti successore di Monti. Pochi hanno la libertà e l’onestà intellettuale di spiegare, come il giorno medesimo ha fatto Giulio Tremonti, che oggi l’Italia fa da bancomat alle banche tedesche e francesi. O di un Paul Krugman o di certa stampa britannica, che rinnova la valutazione tecnica che l’Italia, per tornare a crescere, abbisogna di uscire dal sistema di cambi bloccati e vincoli di bilancio detto Euro.

 I tre leaders politici italiani pronamente gareggiano tra loro per ottenere dai poteri veri l’appalto della consegna-svendita di ciò che resta da rastrellare di questo sventurato Paese e salire sul carro dei nuovi padroni. Maroni, col suo partito rimpicciolito, nel migliore dei casi potrebbe di prendersi la Lombardia, e niente più – ma solo se asseconda Berlusconi, cosa oggi assolutamente discreditante, dopo che l’ex premier ha dapprima sostenuto, poi sfiduciato e il giorno dopo ri-fiduciato Monti. L’azione di Grillo e Casaleggio niente potrà contro il grande blocco europeista traversale. Pertanto, il prossimo voto politico consegnerà conclusivamente il Paese ai suoi nuovi padroni esterni appoggiati dai loro servitori interni, i quali manterranno, servendoli, i loro privilegi di casta. Seguirà un lungo tempo di miseria e sfruttamento senza speranza: la “fine della storia”, per la repubblica italiana. Arriva la fine della storia d’Italia. L’Italia verrà “integrata” nel sistema industriale a guida germanica, e nel Belpaese si faranno le lavorazione a basso costo di mano d’opera, a basso valore aggiunto, a bassa tecnologia (escluse poche nicchie), ad alto inquinamento. Il margine di profitto sarà trattenuto oltralpe. Gli italiani saranno lasciati nel debito, a lavorare con bassi salari e pensioni da fame e servizi da terzo mondo, per pagare gli interessi e sostenere il generoso sistema pensionistico nordeuropeo, l’enorme debito implicito nordeuropeo, il credito pubblico alle imprese tedesche. Però saranno orgogliosi di essere accettati dai fratelli europei più virtuosi, finalmente, e potranno dirsi “integrati”, e celebrare i padri dell’Integrazione, nelle persone di Monti, Draghi, Napolitano. I quali non meritano alcun biasimo, perché non vi è scelta, nella realtà: l’Italia deve finire così: necesse est, fata nolentes trahunt, volentes ducunt. I sistemi-paese non vitali vengono smantellati e presi a pezzi dai sistemi-paesi più validi, così come le aziende non vitali vengono smembrate e rilevate dalle concorrenti più vitali, che prendono il buono e lasciano i debiti nella Bad Company. La repubblica italiana ora è una Bad Country.

Questo è un destino inevitabile per un paese mai esistito prima, assemblato 150 anni fa da un disegno di quegli stessi poteri stranieri, un paese fatto di culture e popoli diversi, uniti a forza, senza storia comune, senza cultura di autogoverno – tranne la repubblica di Venezia -, senza senso nazionale, senza fiducia sociale e istituzionale, senza capacità di innovazione e adeguamento all’evoluzione del mondo, bloccato e recessivo in tutto da vent’anni, quindi morto, con le migliori risorse di capitali, imprese e cervelli che in massa sono andate e vanno via, all’estero. Impoverito su tutti i piani e in tutti i settori, tranne che nella criminalità organizzata, e nell’abilità della casta e mantenere la poltrona e le prebende pur nella rovina che essa crea.

Questi sono tutti dati di fatto, oggettivamente certi. Il resto è chiacchiere e non si è tradotto in fatti, non ha mutato il trend, nonostante le molte promesse e i molti cambiamenti di maggioranze e di leggi elettorali: la riprova che il sistema-paese è finito.

Neanche eliminare fisicamente tutta la casta, quel milione e rotti di politici e alti burocrati, cambierebbe le cose, perché si tratta della mentalità e delle consuetudini della popolazione, del suo rapporto con qualsiasi potere, che è di complicità infedele, opportunismo amorale, particolarismo assoluto. Un paese così, cioè con una popolazione così, fallisce fatalmente come organismo dell’agone globale e può essere solo riforma(tta)to governato dall’esterno, previo take-over dei capitali stranieri. E dallo straniero, in effetti, tutte le sue componenti, tranne quella suddetta, cioè la Repubblica Veneta, sono sempre state governate, storicamente, salvi brevi periodi.

 Ciò che sta compiendosi oggi era prevedibile già diversi anni fa: i meccanismi erano già all’opera, come descrissi in alcuni saggi, a cominciare dalla prima edizione di Euroschiavi, uscita nel 2005:

“Uscire dal Trattato di Maastricht è, a ben vedere, indispensabile per

esercitare una qualche libertà di scelta politica nella gestione del Paese.

Infatti, a causa dei vincoli imposti da quel trattato e dalla cessione della

sovranità monetaria alla BCE e dal fatto che quasi tutte le entrate se

ne vanno in spesa corrente e interessi sul debito pubblico, governo e

parlamento non hanno più strumenti di manovra in fatto di politica

economica, sociale, ecologica, etc.: non possono emettere la propria

moneta ma devono comprarla dalla BCE; non possono agire sul tasso

di sconto, perché questo è fissato dalla BCE; non possono svalutare,

perché il cambio è gestito dalla BCE e vincolato alle altre euro–valute;

non possono spendere a debito per i necessari investimenti produttivi

(ricerca, infrastrutture, istruzione), perché sono vincolati a contenere il

deficit di bilancio e a ridurre il debito pubblico. D’altra parte, non possono

aumentare le tasse, perché hanno già raschiato il fondo (a meno

di sacrificare con un’ulteriore grossa imposta patrimoniale qualche categoria

sociale come i proprietari immobiliari o gli agricoltori).

Privata della possibilità di scelta sul piano che conta, quello economico,

il presupposto di tutte le altre scelte perché senza denaro quasi niente

si può fare, la politica si riduce a diatribe su matrimoni omosessuali, pillole

del giorno dopo e sotto–lottizzazioni di una torta sempre più magra.

Intanto, la produzione cala, la povertà aumenta, i servizi sociali peggiorano,

la domanda e la produzione ristagnano, la competitività va a picco.

L’alternativa è tra continuare la policy avviata nel 1992, mandando in rovina

il Paese in modo che i suoi assets importanti vengano comperati tutti

dal capitale estero (ossia, da soldi virtuali creati gratis e dal nulla a opera

del sistema bancario privato), che poi si metterà al comando; oppure

uscire dall’Euro e recuperare la sovranità monetaria – togliendola ai suoi

illegittimi detentori, la BCE e la Banca d’Italia, e recuperando le vaste risorse

monetarie del signoraggio e bloccando il take–over delle industrie

nazionali da parte di competitori esteri. Il suddetto articolo del Times evidenzia

come tutti gli studi su modelli econometrici mostrano che l’Italia

avrebbe un forte e rapido beneficio dall’uscita dall’Euro.

~ uroSchiavi e i segreti del Signoraggio ~

162”

 

Nel 2007, nell’introduzione alla seconda edizione di Euroschiavi, scrivevo:

la finanza internazionale ha preso atto che: 1) l’Italia, come sistema-paese, ha urgente bisogno di riformarsi e ammodernarsi per sopravvivere; 2) non può farlo dal proprio interno perché in Italia la produzione del consenso politico è basata proprio sulla protezione di privilegi e abusi disfunzionali, sicché qualsiasi maggioranza, per riformare, dovrebbe tagliare

il ramo su cui è seduta. Conseguentemente essa, ora, attraverso i suoi uomini posti nella stanza dei bottoni, sta procedendo al trasferimento del potere decisionale per l’Italia dall’interno del paese all’estero, in modo che possa essere riformato dall’estero, prescindendo dal consenso interno, soprattutto di quello della base.”

In Basta Italia, pubblicato nel marzo 2008, potete leggere:

“Se facciamo un bilancio consuntivo dell’unificazione d’Italia a circa

140 anni dal suo completamento, dobbiamo portare i libri nel Tribunale

della Storia per chiedere la dichiarazione di fallimento.Perché, secondo tutti i parametri, lo Stato “Italia” è un fallimento senza

prospettive.

È un fallimento in fatto di funzionalità e competitività internazionali

– continua a perdere posizioni, a impoverirsi.

È un fallimento come capacità di innovarsi e ammodernarsi, nonostante

ne abbia un bisogno estremo: è il più rigido tra i Paesi occidentali.

È un fallimento come produttività: è ultimo tra i Paesi occidentali.

È un fallimento di fatto di produzione: dal 1992 è divenuto l’ultimo

dei Paesi europei, con uno sviluppo di meno di metà della media.

È un fallimento come natalità: è ultimo tra i Paesi occidentali.

È un fallimento come pubblica amministrazione: è ultimo fra i Paesi

occidentali come efficacia e primo per costi.

È un fallimento come capacità di attrarre investimenti: è ultimo fra

i Paesi occidentali.

È un fallimento come lavoro: ha il tasso più alto di assenteismo, di

scioperi, di malattie, e ciò gonfia il costo del lavoro.

È un fallimento come capacità di attirare e trattenere il risparmio:

nel primo anno del Governo Prodi bis, 120 euromiliardi si sono rifugiati

in Svizzera.

È un fallimento in fatto di sviluppo economico: il suo prodotto interno

lordo, e ancora più il suo prodotto interno netto, marciano a tassi

frazionali rispetto alle economie forti.

È un fallimento in fatto di finanza pubblica: infatti, l’indebitamento

dello Stato è enorme, continua a crescere, e nessun governo lo ri-

~ Consuntivo dello stato “Italia” ~

37

basta_italia_BUONO_320 7-03-2008 12:38 Pagina 37

duce, mentre esso inghiotte sempre più risorse per il pagamento degli

interessi passivi.

È un fallimento in fatto di indipendenza – nel senso che ha sempre

più padroni stranieri, come meglio diremo, non tanto a Washington,

quanto a Francoforte, Londra, Parigi.

È un fallimento in quanto a capacità di ricerca scientifica e tecnologica:

è ultimo d’Europa, dopo la Grecia.

È un fallimento in fatto di pubblica istruzione: le scuole italiane sono

le meno efficaci nel preparare al lavoro.

È un fallimento come politica salariale: ha i salari più bassi dell’Unione

Europea e vorrebbe abbassarli ulteriormente per competere con

Paesi come la Cina nella manifattura a bassa tecnologia.

È un fallimento in quanto a debito pubblico e pressione fiscale – ovviamente

– che salgono in parallelo, alimentandosi a vicenda, come

qualcuno inizia a capire.

È un fallimento in fatto di integrazione economica, in quanto aumenta

il divario tra regioni sviluppate e regioni non sviluppate, regioni

che mantengono e regioni che sono mantenute.

È un fallimento in quanto a welfare, perché il governo ha organizzato

il fallimento del sistema pensionistico nel giro di pochi anni, così

che scoppino disordini sociali, che la sinistra cavalcherà per prendere

il potere e saccheggiare gli italiani con una nuova tassa patrimoniale.

È un fallimento in quanto alla giurisdizione, perché il sistema giudiziario

italiano è inefficiente e corrotto, alimenta la criminalità e allontana

gli investimenti stranieri, e viene costantemente condannato

dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

È un fallimento in quanto a infrastrutture, che sono state neglette,

anche come manutenzione, per decenni.

È un fallimento in quanto alla sanità: spesa fuori controllo e 6.000

morti l’anno per infezioni contratte in ospedale.

È un fallimento in quanto a ordine pubblico, dato che un terzo circa

del territorio resta in mano alla criminalità organizzata, e gli stessi

partiti politici riproducono i modelli di potere e consenso della mafia.

~ Basta con questa Italia! ~

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È un fallimento in quanto a rappresentatività e democrazia, dato

che la classe dirigente palesemente non rappresenta gli interessi della

collettività, ma quelli propri e corporativi, così come fanno i capi politici,

sindacali e i parlamentari.

È un fallimento in quanto a legalità e legittimità, perché la corruzione

e la deviazione dei poteri sono ambientali e strutturali e su di esse si

poggia il potere costituito anche per produrre il consenso dal basso.

È un fallimento in quanto a difesa idrogeologica, dato che non è in

grado di eseguire una prevenzione che costerebbe una frazione di quanto

costa rimediare ai disastri idrogeologici dopo che sono avvenuti.

È un fallimento in quanto a capacità difensive militari, siccome non

ha forze armate efficienti e non fa i necessari aggiornamenti dei sistemi

d’arma.

È un fallimento in quanto a capacità decisionale, in quanto nessun

governo riesce ad eseguire riforme strategiche e tutto si blocca.

È un fallimento in quanto a rinnovo della classe dirigente: dalla politica

all’università, abbiamo la gente più vecchia del mondo.

È un fallimento in quanto alla capacità di organizzarsi, in quanto la fiducia

e il rispetto verso le regole organizzative sono pressoché inesistenti.

È un fallimento senza speranza, perchè non c’è una classe politica

all’altezza del ruolo, dotata di competenze che vadano oltre il galleggiare

e il saccheggiare. Mancano gli uomini capaci. Non c’è nessuno

che possa portare il Paese fuori dalla rovina.

È un fallimento complessivo e definitivo, in quanto tutte queste cose

si sanno ma a nessuna di esse si è rimediato o iniziato a rimediare,

nemmeno con la “Seconda Repubblica”, nemmeno con l’“alternanza”.

Si è peggiorato, invece, in modo pilotato e voluto, per poter preparare

l’opinione pubblica alla privatizzazione di tutte le funzioni pubbliche,

a vantaggio di monopolisti privati che le rilevano in società con

politici, sindacalisti e pubblici amministratori, e le gestiscono in regime

monopolistico con sovrapprezzi monopolistici, quindi nessun incentivo

all’efficienza e massima possibilità di sfruttare il cittadino.

Pensate alle tariffe per i rifiuti, ai pedaggi per le autostrade.

~ Consuntivo dello stato “Italia” ~

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Ricercatori, scienziati, manager, imprenditori, professionisti, se ne sono

già andati o se ne stanno andando.

Restano i meno capaci, restano i sentimentalisti irrazionali che stupidamente

associano l’idea dell’emigrazione alla povertà e al fallimento

– e si dimenano o sguazzano in questo sistema, come pesci in

una pozzanghera economica che si sta prosciugando al sole della globalizzazione,

mentre oltre confine abbonda l’acqua fresca e profonda.

Un organismo che non riesce a reagire a processi degenerativi interni, è

un organismo morente.

L’Italia non ha capacità di reazione organiche, d’insieme. È come

un vasto corpo in fin di vita e ampiamente necrotizzato, in cui bande

di larve carnarie riescono ancora a ingrassarsi. Nel senso che alcuni

gruppi, alcune cordate di potere, riescono ad assicurarsi fette di potere

e sacchi di soldi attraverso la conquista di posizioni di rendita monopolistica

e attraverso il saccheggio fiscale dei risparmiatori e dei

produttori di ricchezza che ancora non se ne sono andati. In ciò, sostanzialmente,

consiste l’attività dei partiti politici italiani. Altroché alternanza!

Questi sono gli elementi, in base ai quali dobbiamo valutare le prospettive

dell’Italia, e decidere se sia meglio restare o emigrare.

È questo il Paese a cui volete affidare il vostro futuro, il vostro lavoro,

i vostri investimenti?

E i vostri figli, li affidate a questo Paese? Se li amate, come potete

farlo? E come potete farli, se non ne avete ancora? Farli nascere sotto

un debito di 25.000 Euro a testa, in peggioramento? Tenerli qua quando

potreste portarli in salvo?”

 

Poiché non è possibile una maggioranza politica senza il voto delle

categorie parassite, non è possibile risolvere il problema della spesa

pubblica e dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Quindi

l’Italia sarebbe destinata alla rovina.

Invece, l’Italia non è destinata alla rovina, perché il problema della

spesa pubblica e dell’inefficienza del sistema-paese si può risolvere –

si può risolvere dall’esterno dell’Italia. Ossia, trasferendo i centri di

potere monetari, finanziari, economici, quindi politici, a potentati

stranieri, che imporranno le antipopolari e antiparassitarie riforme

dall’esterno dell’Italia, perciò senza bisogno di basarsi sul consenso

elettorale degli italiani. Certo, faranno riforme nell’interesse loro proprio,

non degli italiani.

Quindi l’Italia non è destinata alla rovina, ma al colonialismo. Allo

sfruttamento coloniale. Dall’assassinio di Enrico Mattei, passando per

quello dell’avv. Ambrosoli, i politicanti italiani si sono mossi, col sostegno

finanziario e – credo – anche sotto minaccia dei potentati stranieri, in questa

direzione: svendere banche, industrie, mercati etc. a potentati stranieri.

Bettino Craxi cercò di opporsi, a modo suo – appoggiandosi a meccanismi

clientelari nazionali. Il suo tentativo di opposizione fu liquidato attraverso

una gigantesca operazione giudiziaria, nota come Mani Pulite,

che eliminò tutti i partiti popolari italiani (DC e PSI in testa), aprendo la

via a una dilagante campagna di colonizzazione dell’Italia da parte della

finanza straniera e sovranazionale, soprattutto con Dini, Ciampi, Prodi –

campagna culminata con Maastricht, la BCE, l’Euro, lo smantellamento

dell’industria chimica, dell’industria cantieristica, dell’industria elettronica

nazionali in favore di quelle estere, la scellerata svendita alla concorrenza

straniera della Nuova Pignone – azienda leader mondiale e in forte

attivo: un misfatto economico senza precedenti. Con la cessione della sovranità

monetaria alla BCE. E della proprietà della Banca d’Italia ai finan-

157

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zieri privati, anche stranieri. E dei principali mercati, come la grande distribuzione

e l’automobile, a concorrenti stranieri. In sostanza, con la cessione

di ogni autonomia e la totale sottoposizione alla dipendenza da centri

di poteri privati stranieri.

I soggetti che stanno attuando tale programma, per attuarlo più

agevolmente e per meglio mimetizzare i propri scopi effettivi, hanno

assunto i colori politici della sinistra e si sono dati una vernice di socialità

o socialismo. In Italia non vi è una vera sinistra, se non di frangia,

né un vero centrosinistra. Vi sono operatori politico-economici

che si fingono di sinistra, che hanno assunto simboli e ideologie della

sinistra, che compiono isolati atti politici che paiono di sinistra in

quanto colpiscono i ceti medi. Ma non sono affatto di sinistra. L’abito

non fa il monaco. La loro vera natura è palesata dai frutti della loro politica

– declino, privatizzazione e colonizzazione – e da chi li raccoglie

– finanzieri e grandi capitalisti, soprattutto stranieri.

~ Basta con questa Italia! ~

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14.12.12 Marco Della Luna

 

BERLUSCONI: STRATEGIE E INTERESSI

BERLUSCONI: STRATEGIE E INTERESSI

Se alle elezioni politiche vince il PD, si completerà il dissanguamento monetario, la strage delle pmi, la cessione di sovranità, capitali, aziende, risorse nazionali dall’Italia al corporate capital franco-tedesco, e saremo fritti.

Saremo fritti anche se vince Berlusconi, perché la sua vittoria non andrebbe oltre a una sostanziale parità in Senato,  renderebbe il Paese ingovernabile, scatenerebbe gli attacchi giudiziari e la speculazione internazionale e aprirebbe la via, nell’emergenza,  a un Monti bis + Troika commissariale, quindi alla depredazione rapida e violenta di quel che resta di valido nel paese,  e a una susseguente,  letale depressione.

Si profila una drammatica convalida a breve del mio ormai decennale consiglio: chi può, emigri.

 Escludendo che segua personalmente il mio consiglio, Berlusconi a questo punto ha due strategie di fondo, tra cui scegliere:

a)      Mettersi nella posizione di massima forza politica possibile per negoziare una sua ritirata o collaborazione in cambio di una soluzione per i suoi processi e per le sue aziende di famiglia; per tale opzione, il suo programma dovrà essere ambiguo e oscillante tra il moderato e il populista;

b)      Cercare di rompere il meccanismo generale denunciando e spiegando che l’Euro, come non-moneta ma sistema di blocco dei cambi, ha avuto, e si sapeva che avrebbe avuto, effetti distruttivi sui paesi meno competitivi, che li ha indebitati e assoggettati verso i più forti, che l’eurosistema e le sue austerità sono un piano per asservire l’Italia e i suoi lavoratori agli interessi del capitale franco-tedesco, che la Germania è forte perché nasconde il suo enorme debito implicito e i buchi di bilancio delle sue banche, e che quindi se non ci si ribella si è perduti, anzi, peggio: schiavi di un nuovo sistema di Lager di lavori forzati al servizio del popolo superiore.

Nel secondo caso il suo programma elettorale dovrebbe dire:

Eleggeteci, e noi proporremo alla Germania, alla Francia e agli altri Stati forti una riforma dell’eurosistema che corregga i suoi squilibri soprattutto nelle bilance commerciali (e i metodi ci sono: vedi la International clearing union proposta da Keynes), che solidarizzi il finanziamento di un piano di investimenti pubblici e privati a lungo termine, che ristabilisca la parità di diritti tra i paesi membri. In cambio di riforme strutturali e morali, anche della politica e dei partiti.

Se non ci stanno, peggio per loro: nazionalizziamo gli assets strategici, usciamo dall’eurosistema, torniamo alla Lira, torniamo alla banca centrale  prima del 1981, e ai vincoli di portafoglio per le banche di credito, togliendo il rifinanziamento del debito pubblico dai mercati speculativi, visto che da quando l’abbiamo affidato alla speculazione il debito pubblico è raddoppiato senza alcun beneficio per l’efficienza del paese, e visto che paesi che hanno un debito pubblico molto più grosso rispetto al pil, come USA e Giappone, pagano tassi di interesse molto bassi proprio perché il loro debito non è posto sui mercati speculativi e la loro banca centrale garantisce il suo acquisto. Dovremo, necessariamente, uscire anche dal Mercato Comune ripristinando controlli e limitazioni sull’ingresso di capitali stranieri, onde impedire che questi vengano a fare shopping degli assets italiani. Controllando la banca centrale e potendo regolare il credito, assicureremo liquidità agli investimenti sani, pubblici e privati, ridaremo fiato ai consumi, riassorbiremo la disoccupazione.

Berlusconi non raccoglierà la forza per governare il paese, ma, con un’opportuna campagna di informazione e denuncia, e magari bocciando la legge di bilancio, può essere abbastanza forte da far saltare l’eurosistema e le euro strategie, le quali non sono certamente nell’interesse nazionale italiano, ma di chi ha avuto la forza di imporle. Se vuole passare alla storia, questa è la via. Dove la via porti, non lo so.

11.12.12 Marco Della Luna

CIMIT€URO: USCIRNE E RISORGERE

Annuncio la nascita di Cimit€uro, il mio nuovo saggio, di pagg. 456, € 11 circa. In questa nuova opera, edita da Arianna, Gruppo Macro, mi ingegno a indagare e spiegare in maniera chiara e completa le cause vere di ciò che sta avvenendo, e gli esiti concretamente possibili. Ho pensato a una mappa completa dei diversi meccanismi – alcuni ancora non resi noti – che stanno generando la crisi sistemica, con le loro implicazioni sui piani monetari, finanziari, economici e sociopolitici. 

 Il mondo è diventato un grande Schema Ponzi dove gli interessi su un debito globale di 4 milioni di miliardi vengono pagati contraendo continuamente nuovi debiti: lo scoppio è inevitabile. Sono bastati due principi contabili falsi per far precipitare l’economia e la società nel buco nero di un indebitamento che non dovrebbe esistere.

Ma auella che noi percepiamo come una crisi economico-finanziaria è invece una nuova strategia dei potenti della terra per concentrare il potere, dominare e sfruttare tutti noi, che abbiamo sempre meno potere di contrattazione, controllo e partecipazione. Lo sporco lavoro dell’€uro per il predominio tedesco. Per i paesi “euro deboli”, con l’appoggio di falsi amici (come la Germania), si varano norme e istituzioni coercitive, attraverso cui il capitale finanziario, dietro l’etichetta “Europa”, li asservisce in una stabile depressione, privandoli di ogni residua libertà e autonomia, e “prendendosi” i loro soldi, la loro capacità industriale e occupazionale. In questa luce divengono comprensibili i troppi, clamorosi “errori” di politica economico-finanziaria che hanno portato all’attuale situazione, e le scelte recessive, adottate anche dal governo Monti per gestirla, che hanno messo l’Italia nella condizione di non poter risollevarsi.

Sullo sfondo, risalta la stupidità e la corruzione della classe politica italiana.

Cimit€uro svela in maniera chiara e completa cosa e chi sta dietro a questa terribile crisi.

Le crisi economico-finanziarie sono sempre più chiaramente uno strumento costruito dai potenti della terra per ridurre i diritti civili e politici dei cittadini, i loro redditi e la loro possibilità di partecipazione alle scelte istituzionali. La crisi cronica, la finanza informatizzata e il monitoraggio cibernetico della vita delle persone sono sempre più uno strumento di centralizzazione del potere e di ingegneria sociale.

Cimit€uro mira a spiegare: il signoraggio, la natura del debito, del credito e del denaro,  le loro origini, i falsi principi contabili delle banche, il loro impiego per dominarci;  ma anche•come finanziare investimenti produttivi senza indebitare lo Stato e senza tassare; •come la produzione-regolazione del denaro (sovranità monetaria) potrebbe essere usata praticamente per il bene generale di lungo termine; •che ruolo hanno le illusioni, la disinformazione e gli equivoci nel sistema politico-economico in cui viviamo e in particolare nell’attuale crisi; •il grande inganno dell’austerità, del mercatismo, del liberismo, ma anche l’impraticabilità delle alternative economiche keynesiane e socialiste.

Esiste una via di uscita da questa situazione? Ritengo possibile una possibile nuova strada, che passa per la riforma della natura della moneta e dei principi contabili.

Il libro si articola nelle seguenti parti:

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA: LA SOCIETA’ DELL’INFERNO FINANZIARIO •MONETA ANGELICA, MONETA DIABOLICA •MOSTRI DI FINANZA E DI GOVERNO •LA VIOLENZA DEGLI ERRORI INTENZIONALI •BUCHI NERI E STUPRO FINANZIARIO •QUANDO CEDEMMO LA SOVRANITA’ •CINA: UN CENNO •LA QUESTIONE DEL TRADIMENTO •MONTI E IL NUOVO MODELLO SOCIALE •BUDGETISM, SHORT TERMISM E ALTRO •IL MES E L’€UROLAGER •GERMANIA: SCONTRO O COOPERAZIONE? •IL VERTICE DI BRUXELLES: ESITO PERVERSO •DA VERSAILLES AL MES

PARTE SECONDA: I MECCANISMI DELL’INFERNO FINANZIARIO •IL VIVAIO DEI MOSTRI •I MECCANISMI IN AZIONE •CHE COSA DA’ VALORE AL DENARO •TIPI DI MONETA •COME VIENE IN ESSERE IL DENARO •I QUATTRO CIRCUITI MONETARI •L’INFLAZIONE CHE NON C’E’ •LA FINANZA MONCA PER L’ITALIA IN LIQUIDAZIONE

PARTE TERZA : LA CRISI DELL’INFERNO FINANZIARIO •TECNOCRAZIA A SANGUE FREDDO •IL FALLIMENTO DELLE SOLUZIONI PERFETTE •LIVELLI DECISIONALI. CRITICA DELLE SPERANZE COMPARATE •ANCHE L’INFERNO PUO’ FALLIRE . VERSO IL FALLIMENTO DELL’UOMO

APPENDICE -  PARADIGMI A CONFRONTO di Antonino Galloni – POSTFAZIONE di clauidio Pioli

Mantova, 13.11.12

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