HITLER E RENZI: ANALOGIE DI METODO

Hitler e Renzi: analogie di metodo

Nota: questo appunto, serio e faceto insieme, intende descrivere oggettive analogie di metodo politico-giuridico nella scalata al potere compiuta dai due statisti e non affermare qualsivoglia equivalenza dei loro meriti o demeriti, né assimilar tra loro le rispettive personalità.

Hitler nel 1933 e Renzi nel 2016 stanno ambedue giocandosi il tutto per tutto per scalare il controllo dello Stato e per mutarne radicalmente la costituzione vigente, ma nel rispetto formale delle sue norme, ossia per rivoltarli dall’interno, servendosi dei poteri dello Stato, anziché attaccandoli materialmente dall’esterno.

Entrambi riconoscono che l’ostacolo principale al loro progetto è la separazione dei poteri dello Stato assieme all’esistenza di organi di controllo indipendenti, e puntano a eliminarlo unendo in sè il potere esecutivo, quello legislativo, quello di nomina degli organi di controllo.

Entrambi vengono terzi e ultimi di una serie di premier (il primo dopo Von Papen e Von Schleicher, il secondo dopo Monti e Letta) che sono “premier del Presidente” (rispettivamente, del vecchio presidente Von Hindenburg e del vecchio presidente Napolitano), dove “premier del Presidente” significa “capo del governo scelto e sostenuto dal capo dello Stato” che gli firma i decreti legge anche al di fuori dei presupposti costituzionali per la loro emissione e che assicura loro il voto del parlamento (forzando i partiti a collaborare e minacciando i parlamentari di scioglierlo se gli vota la sfiducia, così da far loro perdere seggio e vitalizio).

E qui segnalo una differenza tra Hitler e Renzi: Von Hindenburg era stato eletto dal popolo a maggioranza assoluta, mentre Napolitano da una maggioranza parlamentare frutto di una legge poi dichiarata incostituzionale, cioè del Porcellum, che è la medesima maggioranza con cui Renzi ha fatto votare la sua costituzione. Quindi il percorso di Renzi verso il potere è meno democraticamente legittimato e meno formalmente “legalitario” di quello di Hitler.

Torniamo alle analogie:

Entrambi epurarono l’ala sociale del loro partito (rappresentate rispettivamente, diciamo, da Strasser e da Fassina) per assicurarsi l’appoggio e le sovvenzioni del grande capitale.

Hitler divenne premier pugnalando alle spalle Von Schleicher, Renzi pugnalando alle spalle Enrico Letta. Entrambi rassicurarono la vittima prima di colpirla. Hitler fece uccidere Von Schleicher il 30giugno 1934.

Ambedue hanno cercato invano di ottenere la maggioranza assoluta alla elezioni generali, e hanno conseguito il potere sfruttando le divisioni e la miopia dell’insieme delle altre forze politiche.

Ambedue hanno sfiorato il 40% dei suffragi popolari, per poi iniziare a perdere consensi, ma hanno continuato nondimeno la scalata al potere e le rispettive riforme, fino a conseguirle, nonostante il declino della fiducia popolare.

Una volta divenuti premier, entrambi hanno preteso e ottenuto di modificare la costituzione in modo da accentrare nelle proprie mani le fila di tutti i poteri dello Stato, eliminando i controlli indipendenti di garanzia e la possibilità di una reale opposizione parlamentare.

Entrambi hanno usato il governo, il potere esecutivo, per promuovere queste riforme costituzionali.

Entrambi hanno chiamato il popolo a un referendum confermativo del nuovo ordine – Hitler nell’agosto 1934, Renzi nell’ottobre 2016 – presentando il referendum come un plebiscito per legittimare politicamente la propria persona senza sottoporsi ad elezioni generali, e per legare alla propria persona il nuovo ordine costituzionale.

Entrambi hanno fatto riforme che limitano sostanzialmente la partecipazione e la scelta politica popolari in favore delle liste bloccate redatte dal capo del partito.

Inoltre entrambi hanno preteso e ottenuto di sopprimere le autonomie federali, imponendo ai governi e i parlamenti regionali il principio di supremazia del governo centrale.

Ancora, entrambi hanno soppiantato la figura del Presidente, dopo averla usata per scalare il potere: Hitler assorbendone le funzioni alla morte di Von Hindenburg, Renzi, alle dimissioni di Napolitano, scegliendosi in proprio una persona assecondante, senza spicco né autonomia, come poi avverrà automaticamente sotto la sua costituzione,  con effetto analogo a quello ottenuto da Hitler quando riunì alla propria carica di premier quella di Presidente.

Entrambi, prima delle votazioni decisive, si sono assicurati appoggio e visibilità da parte dei principali mezzi di informazione di massa, sostituendo i direttori delle testate con uomini di loro fiducia: Hitler prevalentemente con la forza, Renzi prevalentemente con le sovvenzioni, il canone in bolletta e soprattutto occupando la direzione della Rai.

Entrambi hanno saputo comperare, fino all’ultimo, il sostegno dei cattolici centristi. Hitler li scaricò non appena possibile.

Entrambi, infine e naturalmente, hanno agito per il dominio della Germania sull’Europa.

15.05.16 Marco Della Luna

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MAGISTRATI, INDAGATI, DIMISSIONI

 

MAGISTRATI, INDAGATI, DIMISSIONI

Se fossi il sindaco di Parma o Livorno o Lodi, o un qualsiasi altro amministratore cui si chiede di dimettersi perché indagato, imputato, rinviato a giudizio oppure condannato non definitivamente, risponderei: «I magistrati stessi, quando si ritrovano indagati, imputati o condannati, talvolta si dimettono, ma di solito non si dimettono; quindi perché dovrei dimettermi io, tanto più che, a differenza dei magistrati, ho una legittimazione popolare, e che mi ritengo innocente? La democrazia non lascia ai PM di decidere chi può rappresentare la gente, altrimenti i PM diventano organi politici. »

Personalmente, conosco qualche magistrato che, accusato di un reato piuttosto grave, con prove piuttosto evidenti, si è semplicemente trasferito nella città più vicina, senza che alcuno chiedesse le sue dimissioni, e continua tranquillamente a giudicare o inquisire ed accusare, tra colleghi e avvocati che sanno della sua situazione. La stampa tace. Dov’è il problema? Se lo standard generale di sensibilità nel Paese è questo, va bene così.

Sapendo che nell’apparato pubblico l’illegalità e l’affarismo sono molto diffusi, è pure irrazionale credere che una parte specifica di esso, cioè il settore giudiziario, sia diversa e immune da quelle caratteristiche anziché simile al resto dell’apparato, che possa certificare la moralità delle liste, tanto più che si conoscono molti casi di magistrati autori di gravi illeciti, e che quindi è evidente che la qualità di magistrato non è affatto garanzia di legalità o moralità. Non esiste, nello Stato italiano, un organo credibile nel dare patenti di correttezza. Certo, sapere quanto è corrotto l’apparato pubblico suscita il forte bisogno emotivo di credere in un potere superiore e immune da questi vizi e in grado di colpire la corruzione e risanare il sistema. Questo bisogno alimenta il prestigio popolare della magistratura, con la sua mitologia televisiva da prima serata.

Vengo a un terzo punto, ancora più importante, che devo spiegare, come avvocato e giurista. Si tratta del rapporto tra processo e ricerca della verità. Comunemente si pensa che la verità debba essere accertata dal processo e dai giudici, perché accertarla sarebbe la funzione del giudizio, massimo strumento per questo scopo.

Così non è, come ogni avvocato sa, e per molte ragioni; e non mi riferisco banalmente ai magistrati politicizzati o corrotti, bensì alla natura del processo. Nella ricerca scientifica o storica o sociologica,

a)la verità è ricercata senza limiti formalistici e senza vincoli di scopo, liberamente;

b) qualora non si riesca ad accertare se una tesi sia vera o falsa, si sospende il giudizio e si lascia aperto il dubbio;

c)ogni accertamento può e deve essere rimesso in discussione quando emerga qualche dato di fatto che smentisca l’accertamento già acquisito: le conclusioni della scienza sono sempre provvisorie e aperte.

Questo è il modo di ricercare la verità come tale.

La ricerca della verità, nel processo giudiziario, è invece

a) finalizzata non alla conoscenza ma a chiudere un caso prendendo una decisione;

b) finisce sempre con la presa di una decisione, anche quando non è possibile accertare la fondatezza della tesi in contestazione; ed è

c) sottoposta a forme, limiti, scadenze che spesso portano a risultati molto diversi rispetto alla verità. Il processo deve adattarsi al principio del contraddittorio e al principio dell’onere della prova, che non si applicano all’indagine scientifica.

La sentenza può dichiarare come vera una tesi falsa solo perché un avvocato o il pubblico ministero non chiede per tempo l’audizione del testimone chiave oppure non riesce a produrre in tempo un documento importante o perché non rispetta qualche formalità nell’assunzione di una prova, per esempio di un’analisi chimica o di un’intercettazione telefonica. Avviene che un colpevole non venga nemmeno giudicato o sia prosciolto perché interviene la prescrizione o perché la querela viene rimessa o perché cambia la legge. O che sia assolto per insufficienza di prove, cioè con una sentenza che lo dichiara innocente perché non è stato possibile provare la colpevolezza. O che qualcuno sia indagato e arrestato e magari condannato perché alcuni magistrati vogliono neutralizzarlo per ragioni di politica o di affari, oppure, al contrario, può darsi che gli diano copertura e protezione, sicché neppure viene indagato. La ricerca scientifica e storica o investigativa spesso porta ad accertare, dopo molti anni, l’erroneità di sentenze oramai eseguite in casi che non possono più essere riaperti.

Per queste ragioni, è errato pensare che le sentenze accertino e certifichino la verità dei fatti e delle eventuali colpe in modo autorevole, appagante e definitivo, e che si possano sostituire alla libera indagine. Non è il sigillo dell’autorità statale a rendere certa e indiscutibile un’affermazione dal punto di vista della verità. E’ da stupidi o ignoranti od opportunisti dire: “non so quale sia la verità; aspettiamo che i giudici accertino se i fatti di cui Tizio è accusato o no”, “i giudici accerteranno la verità e noi potremmo e dovremmo attenerci alle loro verifiche come accertamenti definitivi e indiscutibili per decidere se Tizio o Caio sia degno o indegno di fare il sindaco, il ministro, il presidente di un ente pubblico.” Talvolta neppure una condanna o un’assoluzione definitiva risolve i dubbi.

Sarebbe comodo e rassicurante che le cose stessero così, ma così non stanno, e il principio di realtà esige che ci rassegniamo a non avere un metodo automatico per risolvere questi dubbi. Dobbiamo esaminare caso per caso e concretamente la vicenda, e, se non lo possiamo fare, in mancanza di prove evidenti, dobbiamo sospendere il giudizio e tenerci il dubbio. Conclusione questa molto frustrante per il sentire popolare, che invece è avido di giudizi chiari, semplici, forti, definitivi, e possibilmente che producano una scarica emotiva.

Un partito coltivante l’ambizione di rivolgersi all’intelligenza e al realismo del suo elettorato, dovrebbe aver il coraggio di dirgli quanto sopra, e non l’ingenuità di imporsi una regola di dimissioni automatiche in caso di iscrizione nel registro degli indagati – una regola che invita i pm legati al partito e agli interessi avversari ad accusare ad arte i tuoi uomini migliori. Ma un leader, per prevenire la concorrenza interna, può anche volere che i suoi colonnelli più brillanti siano eliminati da un potere esterno.

11.05.16  Marco Della Luna

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GIUDICI E BANCHIERI: MARRA LI SFIDA

GIUDICI E BANCHIERI: MARRA LI SFIDA

[L’avv. Gino Marra  – www.marra.it -, dopo aver invano esortato pubblicamente i magistrati a porre fine alla illegittima creazione di moneta da parte dei banchieri privati, convoca per il 23 Maggio a Roma, Piazzale Clodio, una manifestazione per denunciare questo rifiuto della magistratura di applicare la legge agli interessi forti]

Fa scalpore se un magistrato o un membro del CSM dice che bisogna fermare Renzi e la sua riforma costituzionale. Dovrebbe per contro far scalpore che chiunque abbia giurato fedeltà alla Costituzione, magistrati e militari innanzitutto, non faccia quanto in suo potere per fermarli entrambi, dato che la riforma Renzi stravolge l’impianto della carta fondamentale, abolisce la stessa separazione dei poteri dello Stato concentrandoli nel premier, mentre la Costituzione, art. 138, ammette soltanto revisioni, cioè ritocchi e aggiornamenti, non trasformazioni, tantomeno radicali, e ancor meno se fatte da una maggioranza parlamentare che sussiste solo in forza di una legge maggioritaria già dichiarata essa stessa incostituzionale.

Fermare Renzi è dunque un preciso dovere giuridico di chiunque abbia giurato fedeltà alla Costituzione – un dovere sulla carta, che si traduce, per ora, in ben poco sul piano dell’agito pratico, a conferma del costante dato empirico, ossia che, in tutti gli ordinamenti (non specificamente in Italia) gli organi giudiziari e gli altri “tutori della legge” servono a difendere non la legalità, ma le apparenze di legalità dell’ordinamento reale del potere, cioè la legittimità di facciata, nascondendone le pratiche e gli interessi, che seguono leggi non dichiarate e contrarie a quelle ufficiali. In cambio di questo servizio, la categoria dei magistrati, nei vari ordinamenti, riceve privilegi invidiabili. Ma guai a quelli di loro che non stanno a al gioco. Noto però che alcuni importanti e coraggiosi magistrati stanno pubblicamente denunciando l’illegittimità e lo spirito eversivo della Riforma Renzi-Boschi, e me ne compiaccio.

In effetti, nel complesso, il potere giudiziario in Italia non ha mai colpito alla radice la corruzione e la mafia: ha mirato agli effetti e non alle cause, alle singole manifestazioni ma non alla struttura, anche quando ha agito in modo di eliminare i partiti storici popolari escluso il PCI, e ogni altra volta in cui ha svolto un pesante ruolo politico, suscitando entusiasmo e solidarietà popolari. Mani Pulite non ha risanato nulla, anzi…

Renzi e la Boschi hanno dietro di sè il potere forte, cioè la casta bancaria, che infatti comprende anche i loro padri nonché il Verdini; questa casta, con la suddetta riforma e la nuova legge elettorale, vuole concentrare tutti i poteri dello Stato nella persona del suo fiduciario, così da poter disporre impunemente come vuole del Paese e dei risparmi e i redditi degli Italiani, come abbiamo visto nei recenti disastri di numerose banche, MPS in testa. Berlusconi invece non aveva la classe bancaria dietro di sé, quindi molti più magistrati proclamavano liberamente e senza destare scalpore che egli era un pericolo per la Costituzione e bisognava fermarlo, anche se in realtà non attentava affatto all’impianto costituzionale, al contrario di Renzi oggi.

Vi sono non pochi magistrati che sfidano il potere politico della casta bancaria dichiarando la nullità delle clausole comportanti interessi usurari o indebitamente anatocistici nei contratti finanziari. Però anche in fatto di banche nessun magistrato, che io sappia, è disposto ad andare alla radice dell’illecito, ossia al fatto che l’emissione dell’Euro (valuta legale) è per legge monopolio della BCE, e che, ciononostante, le banche ordinarie creano ex nihilo, cioè mediante semplice scritturazione elettronica, nell’atto di erogare prestiti o eseguire pagamenti, masse monetarie denominandole falsamente “Euro”, e per giunta non le contabilizzano come ricavi e le sottraggono all’imposizione fiscale. Grazie a questa illegale prassi, la classe bancaria si è impadronita della politica e delle istituzioni, e può sovvertire le costituzioni.

Come avvocato, ho formalmente sottoposto questo problema di legalità, e altri connessi, a numerosi magistrati, oramai, e tutti lo hanno eluso, o facendo finta che non l’avessi sollevato, o ricorrendo a pretesti talvolta infantili, o arrampicandosi sugli specchi. E’ come quando Galileo invitava cardinali e teologi a guardare nel telescopio per convincersi che la Terra orbita intorno al Sole e che la Luna è un corpo materiale, ma essi rifiutavano di guardare la realtà perché riconoscerla era contrario ai loro interessi, legati alle false dottrine filosofico-cosmologiche della Chiesa. Rifiutarono finché la diffusione del telescopio e delle cognizioni di astronomia reale resero la loro posizione insostenibile e ridicola, sicché dovettero “convertirsi” per non perdere ogni residua credibilità.

Con gli interessi dei banchieri e la loro prassi di creare denaro, però, i magistrati sono costretti a stare molto più cauti di quanto erano i cardinali al tempo di Galileo, perché i cardinali, l’alto clero, erano il vertice della società e del potere, mentre i nostri magistrati non lo sono: l’alta finanza, attraverso la politica che tiene in pugno, potrebbe molto facilmente schiacciare la loro ribellione e privarli dei loro invidiabili privilegi, se i giudici osassero guardare nel telescopio anziché sostenere, come fanno a tuttora, la frottola ufficiale che i banchieri siano solo intermediari del denaro e non lo creino.

Pertanto, seppur formalmente e giuridicamente fondatissimo, l’appello dell’amico Gino Marra ai magistrati affinché pongano fine alle prassi illecite dei banchieri e addirittura li arrestino, deve fare i conti con rapporti di forza materiale che non permettono ai magistrati di fare il loro teorico dovere, quand’anche ne abbiano voglia e interesse.  La lobby dei magistrati italiani ha sì la forza per contrattare con la partitocrazia nazionale la tutela dei propri interessi, ma non certo di misurarsi col potere della grande finanza, che è un potere globale. E’ ridicolo solo pensarlo. Ma la campagna di Marra è una campagna di diffusione della conoscenza reale, del “telescopio”, che prepara le condizioni una possibile conversione dei magistrati negazionisti…

Tuttavia, se i mass media divulgheranno la conoscenza del suddetto problema, se l’opinione pubblica capirà di che si tratta, se glie ne importerà qualcosa, se scoppierà lo scandalo, se non interverranno subito la Fed, la BCE, il FMI e gli altri manipolatori dei liberi mercati per normalizzare la situazione, se l’effetto morale non sarà solo di aumentare la diffusa rassegnazione e la realistica sfiducia nelle istituzioni – allora Gino Marra festeggerà la sua vittoria.

07.05.16 Marco Della Luna

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POLITICA, CORRUZIONE, TASSAZIONE

POLITICA, CORRUZIONE, TASSAZIONE

Quando qualcuno della classe governante o dei suoi media parla alla gente di evasione fiscale, omette di ricordare che le tasse si giustificano in quanto spese per il pubblico interesse. Invece alla gente si parla di tasse come se fossero dovute a prescindere dall’uso effettivo che i governanti ne fanno, solo perché l’apparato statuale le pretende. Ovviamente!

Il comportamento gestionale è guidato, generalmente, dalla ricerca del massimo profitto.

Per l’imprenditore il guadagno, o profitto, è dato dal totale dei ricavi realizzati meno il totale dei costi sostenuti per l’attività aziendale. Perciò razionalmente tende a ridurre i costi e/o ad aumentare i ricavi.

Il gestore della cosa pubblica, dal ministro al sindaco al burocrate, non è diverso da un imprenditore: la sua azienda è il ministero, il comune, l’ente previdenziale, etc. I suoi ricavi sono dati prevalentemente dalle tasse, dalla vendita di beni pubblici, etc. I suoi costi sono dati da ciò che deve spendere per dare al paese servizi e opere pubbliche. Quindi, in generale, tende a tassare quanto più possibile e a tagliare al massimo le spese per la gente. Ovviamente tasserà meno la sua base elettorale e i suoi sponsors imprenditoriali. E non taglierà le spese pubbliche da cui mangia di più e che gli portano più voti.

Corollario: se gli evasori si mettessero a pagare le tasse, la classe dirigente ruberebbe più tasse, sicché non ci sarebbe miglioramento della finanza pubblica, ma solo aumento dei profitti della casta. Lo slogan “pagare meno, pagare tutti” è un inganno.

Le ultime spese che il gestore della cosa pubblica taglierà, sono proprio quelle più inefficienti per il pubblico interesse, quelle dove si ruba di più, perché sono quelle che più di tutte finiscono nelle tasche sue e dei suoi associati, clienti e sostenitori. Quelle con cui compera più consensi clientelari per compensare quelli perduti a causa della sua cattiva gestione. Taglia invece quelle che corrispondono al puro interesse collettivo.  Parimenti vende i beni e le aziende pubblici sottoprezzo, perché più gli ‘acquirenti risparmiano, più lo pagano. Il politico o burocrate che ha più successo è quello che, rubando di più, può comperare più consensi e supporti, oltre a intascare di più.

Se quanto sopra provoca una crisi, la crisi viene sempre gestita dalla classe politica, quindi la crisi è un’opportunità per la politica. Questa è la ragione per cui falliscono le spending reviews.

Appositi circuiti bancari internazionali, anonimi e praticamente inviolabili dalla magistratura, come Euroclear e Clearstream, sono a sua disposizione per occultare e riciclare tutti i profitti.

Il fatto che i governanti italiani, rispetto a quelli tedeschi, fanno costare le stesse opere e servizi pubblici un 33% in più, e che sono opere e servizi di qualità molto inferiore, dimostra che i nostri governanti rubano moltissimo, e che questo rubare moltissimo è il carattere generale della politica e della burocrazia italiane, le quali quindi con certezza non possono gestire bene la cosa pubblica. Sono arrivate a un livello altissimo di sfruttamento del Paese, un livello che il Paese può sostenere solo consumando le sue scorte.

Al contempo, la casta ha preso il controllo dei meccanismi elettorali, così che impedisce di essere sostituita per via elettorale. Le riforme di Renzi – Italicum e nuova costituzione – blindano perfettamente il sistema di dominio perché danno al capo del partito di maggioranza, non democraticamente eletto, la nomina del Capo dello Stato, il controllo sulle camere, sul governo, sugli organi di garanzia, compresa buona parte della Corte Costituzionale e del CSM, su quasi tutta la spesa pubblica (quindi i profitti politico-burocratici e i sussidii ai mass media): il padrone del Paese.

Con questa nuova costituzione, il premier avrebbe potuto agevolmente impedire la divulgazione delle vicende giudiziarie penali che riguardano il babbo suo (Carige), quello della ministra Boschi (Etruria), il compagno della ministra Guidi, il soccorritore del governo Verdini… cioè trattasi di riforma pensata anche per permettere alla partitocrazia di nascondere la sua base affaristica.

Essendo materialmente impossibile sostituire questa casta  per via rivoluzionaria, e non essendo prevedibile un intervento dall’estero per rimuoverla (essa anzi astutamente si mette al servizio degli interessi stranieri), l’alternativa è semplice: andarsene o subire.

Per queste ragioni oggettive e confermate dai fatti, non ha senso l’aspettarsi moralità non simulata dalla politica, dalla pubblica amministrazione, dalla burocrazia – esattamente come non lo ha prescriverla all’imprenditoria privata. Non ha senso l’aspettarsi che dalla casta venga il risanamento dell’apparato.

14.04.16 Marco Della Luna

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BCE INIZIA MONETIZZAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO

BCE INIZIA MONETIZZAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO

Per risolvere il problema del debito pubblico, è stato iniziato da Dublino un esperimento monetario sotto l’egida della BCE: l’Irlanda emette buoni del tesoro a scadenza centennale, al tasso fisso lordo del 2,5%, e la BCE li compera sul mercato primario. Le conferme si trovano nel web.

Dato che calcoli a 100 anni sono al di fuori di qualsiasi ragionevole prevedibilità economica, l’acquisto e la gestione di tali titoli è palesemente pensata per soggetti che non si limitano a cercare di prevedere o indovinare, come è il caso dei risparmiatori, ma che hanno la forza di prendere e imporre decisioni di lungo termine, come è il caso del cartello bancario-monetario BRI-IMF-FED-BCE & C.

Se l’esperimento avrà successo, e se Berlino non avrà la forza di bloccare tutto, lo si potrà estendere a tutti i paesi europei aventi un grave indebitamento pubblico, per rimetterli in grado di eseguire investimenti pubblici in funzione di rilanciare quelli privati, i redditi e l’occupazione.

E forse si potrà applicare anche per la risoluzione delle crisi bancarie da deterioramento dei crediti.

01.04.16 Marco Della Luna

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MORIREMO MUSULMANI, SANTITA’?

MORIREMO MUSULMANI, SANTITA’?

A seguito delle recenti stragi in Francia e Belgio, nonché dell’espansione dell’Isis in Medio Oriente e in vari paesi africani, compresa la Libia, anche il mainstream politically correct ha riconosciuto che non siamo alle prese con gesta di fanatici isolati ma con una strategia di espansione islamica diretta anche verso l’Europa. Tematizzare questa realtà, quindi, non è più islamofobia.

La geostrategia islamica agisce con tre strumenti principali:

-penetrazione finanziaria mediante l’acquisto di sostegni politici, di banche, di industrie strategiche, di mass media, pagati coi petrodollari soprattutto dai saudi-salafiti finanziatori del jihad e alleati di Washington; business dell’immigrazione per onlus etc.;

-espansione demografica mediante immigrazione incontrollata e graduale occupazione di spazi territoriali, assistenziali, sanitari, scolastici, con l’appoggio di politici e mass media  lautamente sensibilizzati; acquisizione di cittadinanza;

-intimidazione terroristica, con i jihadisti che entrano, si muovono, si appoggiano e reclutano martiri, mescolandosi tra gli immigrati.

Il primo strumento poteva essere fermato mediante la sovranità monetaria (cioè investendo per l’economia reale produttiva il denaro che ora la BCE sta creando e donando all’economia virtuale improduttiva);

il secondo, mediante respingimento tecnologico (controllo satellitare, respingimenti in mare e ai confini esterni dell’UE) e rifiutando o revocando la cittadinanza (avrete notato che, dopo gli ultimi attentati, non si insiste più per lo jus soli);

il terzo, sventando il secondo, e inoltre stabilendo che i cadaveri dei terroristi vengano mutilati e dati in pasto ai maiali – così non potranno andare nel loro paradiso.

I nostri politici complici e colpevoli non hanno fatto alcuna di queste cose pratiche e possibili, anzi hanno creato norme per impedirle e legarci le mani, mentre insistono sulle menzogne della necessità di investimenti stranieri e dell’inarrestabilità dell’immigrazione di massa.

Sua Santità si fa bello nelle periferie del mondo, dove la Sua chiesa può ancora espandersi, esibendo le porte aperte all’accoglienza in Italia che Egli contribuisce a mantenere. Sacrifica l’Italia per espandersi nel Terzo Mondo.

Entro 20 anni, continuando così, avremo nell’UE il 30% di islamici, quasi tutti giovani e combattivi, mentre noi siamo… La forza numerica moltiplicherà la loro potenza e le loro pretese politiche. L’alternativa allora sarà tra il sottomettersi e morire musulmani (ma sottomettersi al Corano non sarà peggio che sottomettersi alla Borsa) lasciandoli distruggere quanto rimane della civiltà europea, e il combattere una guerra interna all’Europa per liberarsi da loro – una guerra dalla quale, se la vinceremo, nascerà forse davvero l’unità-identità nazionale europea.

L’Italia è stata sinora risparmiata perché i suoi governanti hanno fatto gioco alla strategia islamica offrendola quale terra di sbarco e transito verso il resto d’Europa (come negli anni ’70-’80 era complice dei transiti terroristici palestinesi); se ora Austria e Francia ripristinano i controlli alle sua frontiere, gli immigrati non potranno più proseguire per l’Europa centrale e settentrionale, sicché diviene probabile che venga attaccata.

I fatti dimostrano che la strategia anti-jihadista, soprattutto francese, degli attacchi militari mirati ai centri di comando islamici in Siria, Libia, Mali etc. è inidonea a fermare l’espansionismo islamico. Gli attacchi massicci condotti dalla Russia in Siria sono invece risultati piuttosto efficaci.

La rinuncia agli attacchi mirati però è improponibile perché permetterebbe il dilagare dell’Isis e la sua estensione a buona parte del Medio Oriente e dell’Africa: nascerebbe un impero espansionista dell’Islam guerriero, che prima o poi si doterebbe di armi nucleari.

Una soluzione effettiva si avrebbe soltanto in due modi: o ripristinando in tutta l’area regimi forti, laici e repressivi come quelli che abbiamo da poco abbattuto in Iraq e in Libia; oppure mediante una campagna interna ed esterna di eliminazione materiale dell’Islam come tale, whatever it takes, con molti milioni di morti.

Una tale campagna diverrebbe politicamente proponibile solo in caso di stragi molto, ma molto più gravi delle ultime, magari nucleari, con bombe sporche o col gas Sarin che recentemente i nostri amici guerrieri hanno rubato in buona quantità. Oppure se fanno saltare una diga o avvelenano un acquedotto. Allora il cliché buonista si capovolgerebbe e l’Occidente userebbe la sua immensa forza militare per risolvere il problema. Forse è un evento simile, ciò che si sta aspettando, per poter agire in modo risolutivo. Ma – guardatevi intorno e siate realisti – è l’espansionismo islamico il fattore cardine nel mondo di oggi?

26.03.16 Marco Della Luna

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STRAGISTI ISLAMICI, COLPEVOLI EUROPEI

Nessuna sicurezza ci potrà essere, finché resteranno al potere proprio i portatori di quegli interessi

-che hanno messo in moto le migrazioni di massa, col land grabbing e con le loro guerre per accaparrarsi il petrolio del Golfo e della Libia, e l’oppio dell’Afghanistan (accerchiando al contempo la Russia);

-che hanno voluto le porte aperte all’immigrazione incontrollata;

-che ci guadagnano sopra;

-che, attraverso istituzioni asservite, mass media controllati, e un clero affarista, continuano a negare la spiacevole realtà, ossia:

-il fallimento del multiculturalismo (e come può riuscire il multiculturalismo con genti che storicamente non conoscono tolleranza né democrazia né legalità?),

-il fallimento dell’integrazione (e come può riuscire l’integrazione rispetto a gruppi etno-culturali forti e coesi, che vogliono rimanere distinti?),

-la strettissima correlazione statistica tra il 95% del terrorismo nel mondo e una precisa fede religiosa (e si tratta di terrorismo non di singoli, ma di gruppi religiosi collegati internazionalmente).

Continuano a negare, cosicché non si riesca nemmeno a progettare misure efficaci per la sicurezza.

Non vogliono che lo si faccia, chiaramente. Vogliono che la situazione si deteriori per creare, con la paura, un consenso popolare a un surveillance state (europeissimo, naturalmente).

E sono proprio quei personaggi che ipocritamente dichiarano, da sempre, e di nuovo all’indomani della strage di Bruxelles, che combatteranno quel terrorismo fino a sconfiggerlo. Come se non fossero essi i suoi responsabili.

22.03.16                Marco Della Luna

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ITALIA, LIBIA, GUERRA, INTELLIGENCE

ITALIA, LIBIA, GUERRA, INTELLIGENCE

Stupidamente in questi giorni ci chiediamo se, quando e come l’Italia debba andare a combattere in Libia.

Stupidamente, perché, in forza dei trattati di pace con gli USA e del fatto che i banchieri yankee controllano il sistema bancario italiano, sarà Washington (con al più Londra e Parigi) a decidere che cosa farà l’Italia, anche questa volta, come già ha fatto con Kuwait, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Gheddafi. E lo deciderà senza riguardo agli interessi italiani e alla vita degli Italiani.

La storica stabilità della politica estera italiana malgrado la storica mutevolezza dei suoi governi, dipende dal semplice fatto che, a seguito della resa incondizionata agli angloamericani l’8 settembre 1943, sono stati imposti protocolli che stabiliscono che l’Italia obbedisca agli USA in materia di politica estera (e in altre materie, comprese quella finanziaria), al disopra delle norme costituzionali che proibiscono che l’Italia faccia guerre.

Quando personaggi istituzionali italiani e non, preposti alla sicurezza e alla difesa, dicono che si cerca di evitare la guerra e che il problema è in mano all’intelligence, intendono che i servizi segreti militari di paesi Nato, tra cui l’Italia, stanno eseguendo serie di uccisioni mirate di capi “nemici” mediante droni armati, mediante tiratori scelti trasportati con velivoli silenziati o stealth, mediante commandos di Legione Straniera o di corpi simili dei paesi Nato e di Israele. In questi giorni Renzi ha firmato e subito segretato un decreto che estende ai corpi speciali dell’esercito le coperture riservate ai servizi segreti. Il che vuol dire, esplicitamente, che manda le forze armate italiane a uccidere, cioè a fare la guerra, in Libia. Se qualcuno di quei militari sarà catturato dall’Isis, probabilmente sarà torturato e ucciso, oppure scambiato con armi o prigionieri, ma la sua cattura e uccisione (così come lo scambio) sarà tenuta segreta anche ai suoi familiari, non solo alla stampa. Il decreto in questione, essendo in contrasto con l’art. 11 della Costituzione, è illegittimo.

La guerra è già in corso, in segreto, non dibattuta, non dichiarata, non autorizzata dal parlamento, decisa da Washington. E così andava anche con le altre guerre in cui l’Italia ha partecipato: anche i nostri governi mandavano militari sotto copertura a uccidere i capi dei gruppi considerati nemici da Washington. Ma queste pratiche segrete sono da sempre la norma nella politica estera di tutti i paesi. E’ soltanto l’opinione pubblica ignorante, sistematicamente educata dai media a una visione cosmetica della realtà, che si stupisce e scandalizza.

Tornando alla Libia, che si dovrebbe fare per stabilizzarla? Il paese chiamato “Libia” comprende 3 regioni storicamente differenti: Fezzan, Tripolitania, Cirenaica, abitate da molte tribù da secoli in competizione o guerra tra loro. Un paese con una popolazione tribale, senza senso civico e democratico, più abituata a combattere che a lavorare, e con un’enorme ricchezza petrolifera che attira gli appetiti armati di potenze occidentali, le quali ricorrono alla guerra per assicurarsi pozzi e porti, e per toglierli agli altri (all’Eni, in particolare – vedi l’assassinio di Mattei). Come stabilizzare un siffatto paese e un siffatto popolo? E’ ovvio: bisogna che Washington, Londra e Parigi si accordino per spartirsi quelle risorse, che distruggano le forze in campo (usando l’ONU e lo pseudo-governo di Tobruk per deresponsabilizzarsi e dando il comando militare alla serva Italia), che mettano al potere un dittatore armato e finanziato da loro, col duplice incarico di reprimere ogni opposizione o disordine col terrore, e di consentire lo sfruttamento delle risorse petrolifere.

Mutatis mutandis, è quello che stanno realizzando in Italia mediante Renzi e le sue riforme elettorale e costituzionale, che concentrano nel premier i tre poteri dello Stato, limitano la rappresentatività del parlamento e neutralizzano la funzione dell’opposizione.

04.03.16 Marco Della Luna

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RAGION DI STATO: PROIBITO DIFENDERSI

RAGION DI STATO: PROIBITO DIFENDERSI

Molti si stupiscono e si indignano perché spesso i magistrati accusano e condannano cittadini che si sono difesi da ladri e rapinatori. Perché punire chi si difende dai criminali? Perché costringere la gente a subire la delinquenza passivamente? Con forze dell’ordine che spesso non intervengono per convenienza o mancanza di soldi per la benzina, e con tribunali che scarcerano subito i malfattori, col 97% dei crimini che rimangono impuniti, parrebbe logico, al contrario, incoraggiare l’autodifesa, a tutela della società e della legalità.

Però bisogna considerare che gli Italiani subiscono il grosso dei crimini e degli abusi non da parte dei criminali di strada, ma da parte del potere costituito, di un regime che viola sistematicamente i diritti civili, sociali e costituzionali dei cittadini, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati…

Se gli Italiani iniziassero a resistere a questi crimini dell’Autorità, non sarebbe più possibile usarli e sfruttarli, e il potere costituito andrebbe in crisi, l’Italia diverrebbe ingovernabile.

E siccome in ogni regime la funzione del potere giudiziario è proteggere l’apparenza di legalità del potere costituito, quale che questo sia, il potere giudiziario non può fare altro che mettersi ad educare gli Italiani alla sottomissione, alla passività, ad insegnar loro, nei modi più vistosi e clamorosi, che resistere al delitto è il delitto per eccellenza (perché va contro il potere), che difendersi è più pericoloso che subire, che bisogna rassegnarsi e porgere l’altra guancia. Salus rei publicae suprema lex. Amen.

26.02.16  Marco Della Luna

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ITALIA: SUBALTERNITA’ E CORRUZIONE

ITALIA: SUBALTERNITA’ E CORRUZIONE

L’inefficienza e la corruzione del sistema-Italia derivano dalla collocazione subalterna e asservita dell’Italia nella gerarchia delle potenze, quindi non è possibile curarle dall’interno dell’Italia, con mezzi politici o giudiziari o di altro genere. Promesse di questo genere sono pertanto mendaci o sciocche. Il dibattito politico e culturale resta sterile e impotente proprio perché non tematizza questa condizione giuridica internazionale di sudditanza dell’Italia, compresi i trattati e i protocolli riservati che sanciscono questa sua condizione, nonché il rapporto tra tale sua condizione da un lato e la sua decadenza dall’altro.

L’Italia, dall’alto medioevo in poi, non è mai stata indipendente (tolta Venezia e qualche altra città), ma è stata assoggettata a potenze e interessi esterni; questa sua posizione è stata consolidata dai secoli, è divenuta uno dei principi cardine del diritto internazionale; i suoi governanti sono sostanzialmente al servizio di questi interessi e potenze: ottengono e mantengono la poltrona in quanto obbediscono un padrone esterno, e in cambio possono fare i loro comodi all’interno a spese dei cittadini (del resto, lo Stato unitario italiano nasce per interesse e intervento di Londra e Parigi).

Ahi serva Italia! I rari tentativi di ribellione e di difesa di interessi nazionali sono stati repressi con ogni mezzo, compreso l’omicidio (vedi il caso di Enrico Mattei) e il downrating (vedi il caso Berlusconi).

Questa condizione millenaria di asservimento allo straniero, in particolare il fatto che i governanti italiani rispondono a interessi stranieri piuttosto che a interessi nazionali (tolti quelli forti, cioè la Chiesa e le mafie), impedisce il nascere di una coscienza nazionale, di una visione politica di lungo termine e di una classe politica con adeguata competenza: avendo la funzione di trasferire risorse dagli italiani a potentati stranieri, la classe dirigente italiana necessariamente è composta di ladri professionali con mentalità di ladri e compari tra loro. Infatti è connotata, complessivamente, da incapacità, nepotismo, corruzione, abuso, servilismo. Il suo orizzonte operativo è di breve o brevissimo termine. Non si cura di programmare. Vive e ruba alla giornata. Ogni governo fantoccio è un governo di ladri.

La popolazione percepisce queste caratteristiche del potere, e si adegua, ricorrendo all’arrangiarsi, al clientelismo, all’evasione fiscale, etc.

Da qui derivano il basso senso civico e la sfiducia verso le leggi e la loro abituale trasgressione, da parte delle istituzioni prima ancora che dei cittadini. Il pesce puzza dalla testa. La decadenza di un siffatto sistema-paese è geneticamente predeterminata.

Gli esempi di scelte eseguite da governi e presidenti italiani su ordine straniero e contro gli interessi nazionali sono abbondanti e macroscopici. Ne citerò alcuni che mi paiono particolarmente significativi:

-L’adesione a tre successivi sistemi di blocco dei tassi di cambio, di cui l’ultimo si chiama “Euro”, tutti molto dannosi per l’Italia e molto vantaggiosi per i paesi del Nord Europa; i primi due sono già saltati dopo aver cagionato disastri. Tutti ci hanno inflitto deindustrializzazione e indebitamento, apportando per contro sviluppo e attivo commerciale ai paesi forti. Tutti hanno aumentato il divario rispetto a questi paesi, sotto la promessa di ridurlo.

-L’accettazione di scelte europee in materie monetarie, bancarie e fiscali che consentono ai paesi forti di violare le regole a cui invece deve sottostare l’Italia – vedi il sistema bancario tedesco, cui è concesso di usare leve multiple di quelle italiane e di ricevere aiuti di Stato – congiuntamente al fatto che all’economia italiana viene negato l’uso di strumenti finanziari che invece sono disponibile ai paesi forti dell’UE, i quali quindi possono fare shopping e concorrenza sleale nei confronti dell’Italia, lo si sente!

-La partecipazione alla guerra contro la Libia, imposta via Quirinale a Berlusconi poco dopo la conclusione di un trattato di pace vantaggioso per l’Italia, e voluta nell’interesse di Regno Unito e Francia, a danno dall’Italia, che, per effetto della guerra, ha perso quote di risorse petrolifere a favore di quei due Paesi, e inoltre si ritrova l’Isis a soli 80 km e un flusso disastroso di migranti.

-L’imposizione, sempre via Quirinale, come premier di Monti, che ha irrimediabilmente spezzato le gambe all’economia nazionale soprattutto dove competitiva con quella tedesca, e ha trasferito decine di miliardi spremuti dagli italiani mediante tasse folli per assicurare a banchieri tedeschi e francesi i profitti delle loro speculazioni criminali in Spagna e Grecia.

-La demenziale adozione del principio di pareggio di bilancio in periodo di recessione, che automaticamente determina la rarefazione monetaria (perché per realizzare un avanzo primario il governo estrae dal Paese più soldi di quanti ne reimmetta, svuotandolo di liquidità), quindi insolvenze, licenziamenti, morie aziendali e avvitamento recessivo.

-La irragionevole adozione del bail in, cioè del principio che, se una banca va male (di solito perché i suoi gestori hanno mangiato), anziché farla salvare dalla banca centrale a costo zero e punire i colpevoli, le perdite si scaricheranno su azionisti, obbligazionisti e risparmiatori – principio che mina alla base la fiducia nelle banche stesse e le rende tutte più deboli, perché adesso chi vuole investire nel capitale azionario di una banca o nelle sue obbligazioni sa che rischia di più, e richiederà tassi più alti.

Queste cose non sono novità dell’Europa Unita, ma la prosecuzione del trattamento già riservato all’Italia a Versailles nel 1919. Alla conferenza di Versailles, che definiva i nuovi assetti alla fine della Prima Guerra Mondiale spartendo tra i vincitori territori e colonie dei vinti, il premier francese Georges Clemenceau, soffrendo di prostatite e vedendo il premier italiano, Vittorio Emanuele Orlando, piangere spesso e a dirotto, disse: “Ah, magari potessi urinare così copiosamente come Orlando piange!” Perché Orlando piangeva tanto? Perché il governo italiano, nel 1915, aveva deciso di partecipare alla guerra, che sarebbe costata un alto prezzo di morti, feriti e spese, allo scopo, sancito dal Trattato di Londra del medesimo anno, di far salire di grado l’Italia, di farla equiparare alle nazioni di prima classe; ma, al contrario, l’Italia fu trattata male da USA, Gran Bretagna e Francia in termini di dazi per le sue esportazioni, e fu esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche e dei territori tolti all’Impero Ottomano, cioè fu esclusa da importanti fonti di materie prime nonché sbocchi per la sua sovrappopolazione, e rimase una paese di seconda classe.

Anzi, divenne un paese di terza classe, perché gli USA, usciti dalla Grande Guerra come grandi creditori dell’Europa, in quel dopoguerra assunsero l’egemonia mondiale, spingendo nella seconda classe le vecchie potenze europee, e in terza il Belapaese. La Seconda Guerra Mondiale, col successivo piano Marshall e con l’europeismo, ha radicalizzato questa scomoda posizione di sub-subalternità di questo paese, che deve piegarsi agli interessi di due livelli di paesi padroni, e restare militarmente occupato dagli USA anche dopo la fine della minaccia “comunista”

All’interno dell’Italia, ancora più sottomessi e sfruttati sono Veneti e Lombardi, che devono cedere buona parte del loro reddito per sostenere il meridione e Roma. Emigrare è quindi la scelta razionale più adatta per chi può farlo.

20.02.16 Marco Della Luna

P.S.

L’Italia attuale non è una colonia: non ne ha le caratteristiche giuridiche e funzionali perché nessuna potenza straniera si assume la responsabilità di governarla direttamente né manda coloni. Essa è bensì oggetto di imperialismo, che impone governi fantocci e politiche di suo vantaggio, mantenendola inefficiente come sistema-paese.

Per funzionare, un paese strutturalmente inefficiente come l’Italia (Meridione inguaribilmente arretrato, mentalità parassitaria, burocrazia e partitocrazia marce, livello scientifico e culturale basso, popolazione vecchia) avrebbe bisogno di quello che aveva prima dell’Euro e prima del 1981, ossia di molta liquidità e molti investimenti pubblici a basso costo: è come un motore vecchio che brucia molto olio: bisogna rabboccarlo continuamente, altrimenti grippa.

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CAPITALISMO ESTINTIVO

CAPITALISMO ESTINTIVO

Il recentemente scomparso filosofo Costanzo Preve affermava (e anch’io lo ho scritto) che il probabile fattore della rottura del presente sistema capitalistico-finanziario arriverà (prima o poi, ma inevitabilmente) in forma di reazione della stessa natura umana (adattabile, ma non infinitamente comprimibile) alle sempre più dure trasformazioni delle condizioni di vita che il detto sistema e i suoi mercati impongono. Trasformazioni che non apportano maggiori investimenti, migliori produzioni, né stabilità con piena e stabile occupazione, né un progresso e superiore civiltà, ma una individualistica lotta quotidiana per la sopravvivenza nella competizione a 360° e nella precarietà, in un eterno presente, amorale e destoricizzato, di crescenti diseguaglianze economiche e giuridiche – praticamente, all’homo homini lupus o al bellum omnium erga omnes di hobbesiana memoria, cioè a una condizione a-sociale, in cui tutto e tutti sono merce compravendibile (ora anche l’ovocita, con l’utero per la vendita di figli già fatti con caratteristiche a richiesta – prezzi fino a $ 140.000). L’unico diritto inviolabile è quello del capitale a realizzare profitto  – vedi TTIP – e a tale diritto tutte le costituzioni devono adeguarsi. Tutto ciò che non è mercificabile è un’opportunità di profitto perduta, e chi resiste alla mercificazione è nemico, quindi estremista, pericolo pubblico: minaccia i Mercati. La globalizzazione e mercificazione senza limiti investono sia l’uomo che il territorio: nella loro logica, le persone, come le terre, sono sfruttate finché rendono, poi abbandonate e sostituite.

In fondo, il meccanismo del profitto, quindi del potere, si regge sulla sua capacità di creare e collocare, cioè smerciare, crescenti quantità (milioni di miliardi in controvalore) di “assets”, che sono simboli di ricchezza monetaria, privi di valore proprio, come se fossero ricchezza effettiva, e il cui ammontare è oramai decine di volte superiore, in termini di valore nominale, a quello dei beni reali esistenti. E’ una piramide rovesciata che deve continuare a crescere per non cadere. Quando scricchiola, cioè quando i mercati vacillano, la gente va in panico, perde risparmi e lavoro, così si creano le condizioni per dirle: “se volete uscire dalla crisi, dovete accettare riforme in favore dei mercati: tagli dei diritti dei lavoratori, dei risparmiatori, dei pensionati, dei malati, dei consumatori; aumento del potere della finanza.” La gente accetta o subisce le riforme, e in cambio i banchieri centrali iniettano denaro gratuito nelle banche, per tirar su i mercati, con poche briciole che ricadono nell’economia reale; allora i governi millantano che ci sia una ripresa dovuta alle loro illuminate riforme, e che si deve quindi continuare su questa strada.

Le suindicate trasformazioni sono la diretta, logica, inevitabile e constatabile applicazione del principio del capitalismo finanziario, di un mondo imperniato sul denaro e sulle transazioni contabili-elettroniche. Sono trasformazioni mal compatibili con gli equilibri ecologici e con i bisogni oggettivi dell’uomo, soprattutto in fatto di stabilità, di sicurezza, di programmabilità esistenziale, di ambiti di non-mercificazione, di non-competitività, di solidarietà. Per non parlare dei diritti politici e del primato della decisione politico-democratica sugl’interessi di breve termine propri del bilancio e dei mercati e della società di mercato. Quindi trasformazioni radicalmente peggiorative.

Preve ed io, nel fare l’anzidetta ottimistica previsione sulla reazione della natura umana a un sistema sbagliato, trascuravamo però un elemento fondamentale, proprio di questa stessa natura umana: il sistema capitalistico-finanziario domina incontrastato il genere umano non perché sia imposto dall’esterno, ma proprio perché esso, grazie alla sua capacità di creare dal nulla a costo zero e senza limiti i mezzi monetari (simboli di ricchezza reale, dotati di potere d’acquisto in quanto accettati o imposti per legge, ma non ricchezza reale), nonché di distribuirli, è il sistema che, più di ogni altro possibile sistema, è capace di attrarre e comperare consenso e collaborazione; altrimenti detto, che più di ogni altro è in grado di appagare l’avidità (acquisitività) degli uomini (e delle loro organizzazioni: aziende, partiti, chiese, istituzioni). Quindi appare il più democratico di tutti, ancorché sia essenzialmente oligarchico. E può bandire come illiberale, irrazionale ed estremistica qualsiasi posizione che lo contesti nelle fondamenta.

Ossia, questo sistema mette l’uomo in corto circuito con sè stesso e lo brucia, assieme al suo ecosistema, perché per un verso lo attacca e disgrega radicalmente, mentre per l’altro verso irresistibilmente lo seduce, compiacendolo specificamente in quel suo desiderio di ricchezza (appagabile mediante simboli monetari), che è quello che mette insieme e organizza stabilmente la quasi totalità degli uomini, spingendoli a ogni sacrificio (proprio e altrui!) per procurarsi il denaro, il quale è anche il mezzo principale con cui procurarsi altro denaro, cioè con cui le organizzazione lucrative ottengono successo e condizionano la società. In queste caratteristiche funzionali, l’avidità è diversa dagli altri desideri, come quello sessuale o di vendetta o di giustizia o di sapere o di salute. Il singolo, individualmente o in piccoli gruppi, può non essere dominato dalla logica del profitto, e può capire che la società finisce male se si lascia guidare da questa logica, ma è impossibile che la società nel suo complesso si sottragga a questa logica, perché è la logica degli scambi, della remunerazione, e di ogni grande organizzazione (infatti i tentativi di organizzare un’opposizione politica su grande scala si dissolvono tutti, appunto perché l’organizzare stabilmente e su vasta scala è guidato e sorretto dai valori di scambio). E, ogniqualvolta il mercato finanziario fallisce, la soluzione è che ci vuole più mercato e più finanziarizzazione.

Perciò è verosimile che il sistema capitalistico-finanziario prosegua nel trasformare l’uomo e la società, e si faccia sempre più penetrante nella vita, fino a distruggere l’umanità e il suo ecosistema con la collaborazione degli umani stessi – o meglio, che, magari sotto la scientifica guida di una piccola élite, il genere umano, facendo sempre più violenza a sé stesso per soddisfare sempre più la propria sete di guadagno, arrivi ad annientarsi o quasi, risolvendo con ciò il problema ecologico. E’ possibile che la specie umana faccia, insomma, col suo capitalismo finanziario globalizzante, la fine su scala globale che precedenti forme di capitalismo fecero fare agli indigeni nei territori coloniali da occupare e sfruttare: l’estinzione di massa. Eppure questo processo viene proprio dall’interno dell’uomo, dalla sua natura, cioè dall’avidità come costante empirica del volere-agire umano, da come questa ha strutturato i rapporti socio-economici. Le avidità dei singoli, le individuali ricerche della felicità, interagendo tra loro sul piano organizzativo della società, creano condizioni ambientali di vita degradanti e distruttive per gli stessi singoli su scala globale. Altroché vizi privati che si trasformano in pubblici benefici!

L’homo sapiens si sta comportando, col meccanismo finanziario che genera una quantità potenzialmente infinita di ricchezza monetaria, esattamente come il topo di laboratorio con gli elettrodi infissi direttamente nei centri cerebrali del piacere, il quale prende ad azionare freneticamente e incessantemente la leva che gli manda la scarica, trascurando di mangiare e di bere, finché non muore. Quel meccanismo dà non solo piacere, ma anche dipendenza, perché, quando rallenta, le borse e i ratings crollano e si profila la catastrofe: i mercati esigono che la leva sia azionata ancora più intensamente, sempre più intensamente… Pertanto è oggettivamente improbabile che il genere umano arrivi a fermare questo meccanismo, a interrompere il corto circuito che lo sta bruciando.

L’improbabilità che questo sistema, con le sue tendenze, venga cambiato da una forza alternativa, è rafforzata dal fatto che esso ha eliminato praticamente i principali possibili fattori di rivolgimento (la borghesia colta e ascendente, la ricerca scientifica indipendente dal capitale, i giovani dotati sentire sociale e capacità di lotta); e che, in aggiunta, attraverso la globalizzazione, la stretta interdipendenza dei vari paesi, la diffusa presenza di presidii militari statunitensi, nonché attraverso la dissoluzione degli stati parlamentari rappresentativi e indipendenti, esso ha fatto sì che, diversamente dal passato, nessun singolo paese possa decidere di cambiare rotta, ad esempio come fece la Francia con la sua rivoluzione repubblicana in un contesto mondiale monarchico. Ha fatto sì che non possa avvenire che un paese decida di uscire dal modello neoliberista del capitalismo finanziario e che realizzi un diverso modello socioeconomico (ad esempio, impostato sulla sovranità monetaria, sull’economia reale, sullo stato sociale, sulla protezione mediante i dazi, sulla proibizione dei derivati finanziari).

Se  a far ciò prova un paese “avanzato”, viene facilmente boicottato dall’esterno e ricondotto alla ragione e ad accettare un premier banchiere; se prova un paese arretrato, gli viene imposta con le armi la “democrazia” di esportazione.

Però il rischio che una qualche nazione “avanzata” cerchi di ribellarsi, viene eliminato alla radice dal fatto stesso che le nuove generazioni, crescendo in un ambiente di precarietà, competizione e lotta per la sopravvivenza quotidiana, oltreché spesso senza uno stabile nucleo familiare, non stanno facendo quelle esperienze di comunitarietà, che sono la matrice del sentimento e della volontà morali. Quindi crescono perfettamente omologate a un mondo anomico e senza valori diversi da quelli di scambio e di godimento utilitario individuale. E già nel presente stadio di disgregazione della società, con la precarizzazione dei redditi e l’estromissione di ampie fasce di lavoratori, si è ottenuto che la gente sia presa dai problemi di sopravvivenza individuale a breve termine, e non si interessi più ai problemi e ai progetti collettivi di medio e lungo respiro, cioè alla politica (decaduta in Italia a scandalismo e tribalismo saccheggiatore), quindi di fatto si allinei al sistema vigente e alle riforme che esso esige.

Alcune brevi considerazioni aggiuntive:

1-Sì, il modello di sviluppo neoliberista e globalizzato porta effettivamente a un modo di vivere e di sentire con le caratteristiche sopra indicate, cioè a un mondo assolutamente indesiderabile e degradato, anche a prescindere dalle sue crisi recessive. Ossia non è razionalmente desiderabile. I propugnatori di questo modello, e soprattutto quei personaggi istituzionali che non avvertono la gente di ciò a cui esso porta, o sono poveri sciocchi, o sono opportunisti in mala fede.

2-Realizzando pessime condizioni di vita, esso spingerà l’uomo a ripensare dalle fondamenta sè stesso, i rapporti sociali e la realtà. Può spingere anche a una scelta di ritiro, di ascesi, di neomonachesimo, analogamente a come spinse al monachesimo il crollo delle condizioni materiali e morali di vita seguito alla caduta dell’impero romano. Può spingere molti a staccarsi dal sistema, ad andare off the grid, sviluppando autosufficienza, per sottrarsi al condizionamento sistemico e a una moltiplicazione di dipendenze che destruttura l’uomo e lo annega in un’immanente ansia da impotenza e precarietà, in una sensazione di essere in balìa di un sistema per lui incontrollabile e ostile.

3-Togliere stabilità, tutele e fette di salario ai lavoratori dipendenti sta avendo effetti nocivi sulla civiltà e sull’economia (perché ha colpito la domanda interna), ma era inevitabile non solo perché la globalizzazione e i vincoli di bilancio costringono a recuperare competitività tagliando i costi del lavoro, bensì anche perché le facoltà cognitive (attenzione, capacità e/o volontà di capire istruzioni scritte, etc.), l’impegno e la correttezza della gran parte dei lavoratori dipendenti erano grandemente decaduti per effetto di decenni di diritti senza doveri (anche nella scuola); non escludo che ciò sia stato programmato ed eseguito (con la collaborazione dei sindacalisti) proprio per poter arrivare a schiacciare i lavoratori dipendenti come classe sociale.

4-Parlando di avidità come costante della natura umana, non intendo ovviamente fare un’affermazione ontologica sulla natura umana, ma semplicemente e fattualmente affermare che la ricerca di guadagno è ciò in cui la gran parte delle persone dedica la gran parte delle sue energie e capacità.

5-Poiché qualche lettore ha frainteso, ribadisco che il capitalismo finanziario è incentrato sulla creazione (tendenzialmente infinita, realizzata con metodi contabili-elettronici, sganciata da valori reali) e distribuzione di mezzi monetari, cioè di simboli di ricchezza, non di ricchezza reale (beni e servizi); mentre, molto diversamente (anche ai fini degli investimenti e dell’occupazione) il capitalismo industriale e agricolo era incentrato sulla produzione e vendita di beni e servizi reali – quindi aveva interesse ad aumentare la produzione, i consumi, i percettori di reddito, cioè alla crescita, alla distribuzione di ricchezza reale.

07.02.16 Marco Della Luna

 

 

 

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MARIA ELENA BOSCHI: OGGETTIVAMENTE INCOMPATIBILE

 

MARIA ELENA BOSCHI:  OGGETTIVAMENTE INCOMPATIBILE

Uno dei truffati di Banca Etruria sotto la vicepresidenza di Luigi Boschi, esclamava: “No, la bella ministra Boschi può restare al suo posto, perché non è colpevole delle colpe di quel d……. di suo padre; però deve lavorare sedendo su una poltrona rivestita con la sua pelle, per ricordarsi di non seguire il suo esempio!”

A questo truffato io replico, con tutto il rispetto per la sua tragedia umana, che si inganna completamente, e che le cose stanno al rovescio di come egli le ha messe. Stanno cioè così:

Maria Elena ama suo padre Luigi, anche con quello che egli ha fatto a tanta povera gente.

Luigi Boschi, qualora abbia fatto quello che dicesi abbia fatto, lo ha fatto, come i suoi colleghi, per lucro, per guadagnare, per portare a casa dei soldi.

Maria Elena è naturale che, come figlia ed erede legittima di Luigi, riceva una parte di questi guadagni, e quindi abbia un oggettivo interesse a proteggerli, a legittimarli, a consolidarli.

E qui sta l’incompatibilità, il conflitto di interesse, insomma una oggettiva ragione per cui Maria Elena deve lasciare il posto da ministro (e chiunque le voti la fiducia va considerato politicamente corresponsabile): il suo personale interesse e vantaggio patrimoniale come figlia-erede rispetto ai lucri paterni.

Inoltre, l’incompatibilità di Maria Elena sta anche nel fatto che ella deve la sua carriera politica alla posizione e ai successi di suo padre, come osserva un lettore. Ma anche la carriera di Matteo Renzi si deve ai collegamenti del medesimo coll’ambiente bancario e finanziario da cui certe prassi e certe problematiche scaturiscono. Anzi, tutto il PSD-DS-PD deve il suo potere all’alleanza con questi interessi (pensiamo al MPS e al pd Mussari). Quindi dall’incompatibilità particolare di Maria Elena Boschi si arriva all’incompatibilità generale degli uomini del PD con le funzioni di interesse pubblico (e alla loro compatibilità, per contro, con Verdini), perché il PD è partito fiduciario di questa classe bancaria, che ha interessi e prassi in conflitto con quelli della popolazione generale.

Non dimentichiamo che Maria Elena ha dato il suo nome a una riforma costituzionale che fu concepita quando i noti abusi bancari erano già in corso e che, se sarà realizzata, farà sì che il governo possa impedire che vengano portati a conoscenza dell’opinione pubblica, e davanti ai giudici, gli scandali bancari, politici e burocratici, perché essa, in combinazione con la riforma elettorale detta Italicum, concentrerà i poteri dello Stato, anche quelli di controllo (CSM, nomina del Capo dello Stato) nelle mani del premier (che è già dominus del partito di maggioranza, oltretutto), facendone il signore delle istituzioni. Gli scandali Mafia Capitale e quello di Banca Etruria, in quanto così delicati per gli interessi della casta, rischiavano di essere tenuti nascosti, se la Riforma Boschi fosse già stata operativa. Questa riforma è un misfatto immensamente più grave, sul piano giuridico e sociale, di tutto ciò che si imputa al padre della bella ministra.

Ma il dato di fatto generale, quello che conta veramente al di là degli scandali individuali, è che, con le riforme di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi, figli di due banchieri sotto indagine per gravi accuse, la classe bancaria privata e sovranazionale, dopo essersi impossessata della Banca d’Italia, si impossessa delle istituzioni dello stesso Stato, del parlamento, del governo, del CSM, della Corte Costituzionale, emarginando il ruolo dell’elettorato. Il PD si conferma collaterale alla grande finanza.

Ora stiamo a vedere se il governo di cui Maria Elena fa parte farà o non farà partire azioni giudiziarie di risarcimento dei danni contro i dirigenti-truffatori delle banche che ha appena salvate, e contro i colpevoli degli omessi controlli e interventi.

31.01.16  Marco Della Luna

 

 

 

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CRISI, ROTTURA DEL SISTEMA E TRASFORMAZIONE

CRISI, ROTTURA DEL SISTEMA E TRASFORMAZIONE

Testo preparato per la conferenza organizzata dalla casa editrice Nexus e dal prof. A. Pala a Cagliari per il 17.01.16; la mia relazione è stata a braccio e  si è in parte discostata da questo testo.

Ci troviamo in una crisi del sistema, che potrebbe farlo cadere,  o  semplicemente in una ordinaria crisi nel sistema, oppure (peggio ancora) in una crisi progettata e prodotta dal sistema per perfezionarsi e perpetuarsi?

Il genere umano può essere portato ad accettare condizioni di vita tali da farlo regredire a livelli subumani, o da farlo estinguere, in modo che si scongiuri il disastro ecologico?

Il capitalismo finanziario digitalizzato e globalizzato tende a smaterializzare ogni bene, merce, servizio, anche gli esseri umani, traducendoli in valori finanziari, cioè in simboli, in numeri, e a metterli online per moltiplicare il profitto contabile che esso per sua natura persegue, ignorando tutto il resto. Siamo oggetto del cambiamento, non soggetti.

Il Cambiamento consisterà nell’essere tradotti in bits, bites e figures? Che altre trasformazioni ci saranno imposte per renderci idonei a questa traduzione? E che ragion d’essere resterà alla nostra vita biologica, dopo che questa smaterializzazione sarà state eseguita?

La logica impellente della massimizzazione del profitto non ammette (accetta solo provvisoriamente e tatticamente) limiti qualsivoglia (nemmeno morali) alla mercificazione di ogni cosa ed essere esistente o esistibile (futures), non ammette diritti inalienabili (che non possano essere alienati e venduti), non ammette quindi una natura umana (giuridica, genomica) data e intangibile, un uomo portatore di diritti incondizionati, perché di ciò che è incondizionato non si può fare trading, e ciò di cui non si può far trading non può generare profitto.

Perciò sono illogiche le posizioni, come quella della Chiesa (la quale è infatti anche, se non soprattutto, un’azienda di investimenti finanziari), che vorrebbero correggere il capitalismo finanziario per renderlo solidale e rispettoso dei diritti dell’uomo e della società, nonché dell’ambiente – cioè che vorrebbero che esso accettasse limitazioni al proprio imperativo categorico, ossia principio di massimizzazione del profitto contabile.

Premetto un breve testo dell’amico Paolo Coni, psichiatra e coautore di Neuroschiavi. Questo testo descrive il cambiamento che effettivamente sta avvenendo, soprattutto nell’uomo e nella società.

“Sono un grave paranoico e sto da anni pensando di mettere su un piano per assoggettare tutta la popolazione mondiale ai miei voleri. Il mio progetto consiste nel seguente decalogo:
1) Drogare la popolazione con sostanze d’abuso e farmaci;
2) Diminuire il QI generale favorendo programmi d’intrattenimento di massa demenziali, “divertendo” attraverso la solleticazione di impulsi primordiali
3) Distruggere ogni riferimento a tradizioni, cultura e religione, sbandierando, per prevenire obiezioni, che mi sto occupando di favorire la “cultura” della popolazione
4) Distruggere la scuola riempiendola di contenuti “alternativi” che confondono sugli obiettivi da raggiungere e fare screening psicologico-psichiatrici nelle scuole per individuare bambini disturbati da “normalizzare”
5) Rendere insicura la popolazione facendola invadere da masse informi e incontrollate, non integrabili
6) Fare proclami di integrazione e di accoglienza impossibili da gestire e, mentre la popolazione si sente invasa e impaurita, farla sentire ancora più insicura sbandierando l’apertura dei confini indiscriminata
7) Nel contempo, dopo aver fatto assaporare un periodo di benessere economico teso alla spesa incontrollata, con il denaro che ha sostituito i precedenti valori, provocare una “crisi” economica senza fine dove la popolazione fa fatica a tirare avanti e non ha più valori sostitutivi al denaro, che viene a mancare. Mostrare in parallelo gente viziata e ricchissima che guadagna stipendi da mille e una notte per tirare due pedate o cantare una canzoncina, o occuparsi del nostro bene pubblico
8) Distruggere quel che resta della famiglia, logorata da anni di leggi contrarie ad incentivarla e da un’ideologia del godimento che l’ha minata culturalmente, rendendola un optional arcobalenato 
9) Introdurre norme sempre più restrittive della libertà di pensiero, in nome della “democrazia”
10) Distruggere l’identità di genere fino dalle scuole, confondendo le idee su quelle che sono le basi della personalità individuale.”

Uno psicologo formatore professionista – non è Antonio Pala – mi spiegava che, nei corsi, nei seminari, non devi prospettare ai clienti un problema, se non hai anche la soluzione per questo problema da dar loro. Se enunci e analizzi il problema senza dare la soluzione, ti fai percepire come non padrone della situazione, non rassicurante, non valido, e perdi i clienti. Quindi, se c’è un problema di cui manca una soluzione, o non parli del problema, o inventi una soluzione bella, desiderabile, confortante e almeno astrattamente possibile, per quanto irrealistica, o non “falsificabile” – ad esempio, una soluzione “spirituale”. Devi sempre farti sentire come capace di controllare la situazione, come fonte di sicurezza; così i tuoi clienti avranno un bisogno permanente delle tue prestazioni per stare bene, per vincere, temporaneamente, la paura e la frustrazione.

Oggi siffatte soluzioni irrazionali o non verificabili trovano vasto favore nel pubblico, perché, di fronte a problemi molto grandi, gravi e minacciosi, da cui ci si sente sovrastati, si tende ad accettare soluzioni e speranze irrazionali, inverificabili, o anche magico-religiose.

Io non sono un formatore professionista, non è questa la mia fonte di reddito, quindi posso permettermi di parlare francamente senza inventare soluzioni che non ho.

Parlerò innanzitutto di alcune tipiche illusioni a cui vedo che molti tendono quando si confrontano con l’attuale situazione e con le sue fosche prospettive. Quando l’uomo si sente insoddisfatto, in pericolo e sfiduciato, anche delle proprie capacità di analisi razionale, tende a rivolgersi all’irrazionale, al pensiero consolatorio, per un aiuto o una speranza o una profezia, per poter pensare e progettare il proprio domani. E tende ad assumere un atteggiamento psicologicamente regressivo, infantile.

La prima illusione è che vi siano sistemi stabili, per loro natura durevoli se non permanenti, simili alle macchine, la cui condizione normale è funzionare uniformemente, e che a un certo punto vengono rotti da un qualche fattore sopravvenuto. Questa illusione suppone che vi siano, quindi, contrapposizioni tra sistemi, crisi, trasformazioni. In realtà non è così, è tutto un continuo divenire. Come meglio dirò in seguito, non vi sono, nella storia, sistemi stabili, perché in tutti i sistemi esistiti ed esistenti ci sono sempre processi trasformativi in corso, che magari non appaiono a tutti nella loro natura, causa, effetti, finché non assumono manifestazioni riconoscibili a tutti e si traducono in qualche evento materiale stravolgente, come una guerra che sostituisce un ordinamento formale con un altro ordinamento formale, una monarchia con una repubblica, per esempio. Lo Stato repubblicano italiano oggi si chiama ancora Stato italiano e ha la medesima bandiera anche se, rispetto a quando fu fondato, è divenuto una cosa qualitativamente diversa, avendo ceduto a enti non nazionali la sovranità monetaria, di bilancio, legislativa, e avendo così perduto quella sovranità e indipendenza senza cui uno Stato non è più tale, quindi avendo addirittura cessato, giuridicamente e politicamente, di essere uno Stato.

Per le predette ragioni, avrebbe più corretto rovesciare il discorso e dire che vi è un divenire di continua trasformazione a tutti i livelli, e che, in questo processo, si formano, ai livelli superficiali, immagini che rimangono riconoscibili per una certa durata temporale.

La seconda illusione è che “noi” facciamo le trasformazioni, il cambiamento. Soprattutto trasformazioni intenzionali, organiche, olistiche (in senso popperiano), ossia sostituzioni di un sistema vecchio con un nuovo sistema, come si sostituisce la scheda madre guasta di un computer con una nuova e più evoluta. Le trasformazioni, i cambiamenti, avvengono sì per effetto dell’interazione di azioni umane e di processi naturali (ad. es., i cambiamenti climatici che desertificarono il prima lussureggiante Nordafrica seimila anni fa), ma gli effetti, gli esiti dell’interazione delle azioni dei vari soggetti, generalmente, nel medio e lungo termine, non corrispondono affatto alle intenzioni né alle previsioni degli autori delle azioni. La storia non è una successione di decisioni o azioni di maggioranze. Il discorso “noi siamo il 999 per mille, voi siete l’l”, fatto ultimamente da Occupy, non ha funzionato, naturalmente. Anche su questo tornerò più ampiamente. Qui aggiungo qualche osservazione: negli ultimi tempi, la storia, intesa come analisi dei meccanismi del divenire e ricerca delle sue leggi o del suo senso, pare aver perso molta della sua capacità previsionale, cioè della capacità di indicare la direzione del divenire, di districarsi e di scegliere nel mare magnum delle possibili e alternative svolte dietro il prossimo angolo. Insomma, la storia ultimamente mostra sempre più il carattere aperto e non predeterminabile della vicenda del mondo.

Ciò si deve al fallimento, avvenuto alla prova dei fatti, dei due grandi paradigmi organici di interpretazione della storia, ossia di quello marxista (con la sua previsione di fine del capitalismo e di rivoluzione) e di quello liberal-capitalista (con la sua previsione di crescita costante del benessere e della libertà). Il terzo grande paradigma, quello cristiano, e in generale quello religioso, non viene mai smentito perché può sempre rinviare il momento della verifica finale. Pertanto le interpretazioni e le rassicurazioni religiose e magico-religiose tendono ad occupare lo spazio perduto dalle altre interpretazioni e rassicurazioni, quelle empirico-razionali.

Ma ultimamente, proprio grazie all’analisi della presente crisi, si sta diffondendo la consapevolezza di un nuovo modello esplicativo e previsionale, che è quello che presento nei miei scritti, soprattutto in Oligarchia per popoli superflui, in Neuroschiavi, in Cimiteuro: ossia il modello definibile come tecno-gestionale che chiamo “demotecnia” in analogia a “zootecnia”: un’élite sovranazionale dominante, detenendo il potere politico ed economico, e disponendo di una tecnologia idonea, ha assunto e conduce la gestione dall’alto e dal di fuori della popolazione terrestre in forme e con rapporti analoghi a quelli della zootecnica, grazie appunto al divario incommensurabile di conoscenze e di mezzi tecnologici a disposizione, simile a quello che divide l’allevatore dagli animali allevati, e alla sua capacità di pianificare e agire sottotraccia per raggiungere obiettivi di lungo termini, soprattutto in fatto di modificazione della società e della cultura. La presente crisi economica, come meglio dirò in seguito, è indotta volontariamente allo scopo di implementare questo sistema di gestione. E’ un’operazione di ingegneria sociale che mira non tanto al profitto quanto al controllo. Un siffatto sistema di dominazione è molto forte ma, come dirò, non per questo è assolutamente stabile o permanente.

La terza illusione è quella della giustizia, ossia di un potere giudiziario che abbia la forza e l’interesse per far valere o ristabilire la legalità e i diritti. Non c’è. Penso gli ingenui benintenzionati che studiano complesse e coraggiose denunce contro le illegalità del sistema e le presentano a qualche Procura della Repubblica, con alte aspettative. Regolarmente, queste iniziative finiscono nulla, ossia nelle sabbie giudiziarie. A prescindere dal fatto, ovvio, che i magistrati hanno poteri di intervenire su casi e responsabilità singole e non sistemiche, e dal fatto, pure ovvio, che non hanno un potere materiale nemmeno lontanamente paragonabile a quello degli interessi costituiti in potere statuale, essi in amplissima maggioranza sono fidelizzati al sistema degli interessi, che percepiamo come ingiusto, mediante la concessione di privilegi e prerogative. La loro funzione è piuttosto quella di mediare tra l’ordinamento reale del potere e dei suoi interessi, da una parte, e la legalità di facciata dall’altro, cercando di tener nascosto il primo e di preservare l’apparenza di legalità agli occhi della popolazione generale.

La quarta illusione è quella della magia delle parole, delle formule magico-giuridico, che, nella mente di chi ci crede, sarebbero capaci di alterare la realtà delle forze in campo, della potenza materiale, mentre è vero l’inverso, ossia che il diritto viene creato e plasmato dagli interessi e dai loro rapporti di forza materiale. Il diritto inizia dal rispetto del fatto, e non viceversa. In questa illusione si trovano coloro che pensano di poter ottenere trasformazioni pratiche del mondo (cioè rinunce ai soprusi che i potenti compiono per il loro tornaconto) usando formule, più o meno elaborate, altisonanti o astruse, invocanti la sovranità o l’indipendenza o la rivendicazione di particolari grafie dei nomi, etc.

Sebbene sia una forma di pensiero magico, ossia di un pensiero convinto che certe parole e concetti abbiano in sè il potere di modificare direttamente la realtà, questa però è pure un’illusione didatticamente benefica, perché avvia alla consapevolezza del problema fondamentale della teoria del diritto, e della filosofia politica, ossia il problema se e come il diritto e il potere di diritto si differenzi dal fatto e dalla potenza di fatto, materiale. E se e come e a quali condizioni lo Stato possa avere pretese di sovranità sugli uomini diverse da quelle basate sulla sua forza materiale di minaccia e coercizione. E quali siano i limiti della legittima azione del potere politico sugli esseri umani e sui loro diritti. I limiti delo legislatore positivo e il problema dell’esistenza di un diritto naturale.

Questa è una importantissima tematica, oggetto di studi e di elaborazione da quasi 25 secoli. Mi auguro che chi si interessa alla sovranità etc. cerchi di informarsi su questa materia, onde non trovarsi a prendere lucciole per lanterne e altri facili abbagli, rendendosi ridicolo, quando può dire, invece, cose sensate.

Eccoci alla quinta illusione, l’illusione ingegneristica, ossia quella dei tecnici e degli studiosi, soprattutto economisti, che hanno analizzato bene la situazione e hanno capito che cosa non va, che cosa non si deve fare, che cosa si deve invece fare, e si aspettano che sia i potenti che la parte pensante del popolo capisca le loro ragioni, quindi metta in atto i loro consigli. E insistono a propalarli in scritti, convegni, interventi pubblici, tentativi di entrare in qualche partito. Ma ciò che si aspettano non avviene – e la recente storia economica è piena di ottimi moniti e consigli (circa l’euro o la banca universale o la globalizzazione) rimasti puntualmente disattesi – ; e ciò perché A) i loro consigli mirano al bene comune e non a quello di chi ha il potere di decidere; B) il popolo ha la testa altrove, non si interessa, non capisce, se capisce poi dimentica, e in ogni caso non si organizza e non agisce e si appaga di contentini non strutturali che il potere elargisce al momento opportuno; C) i grandi sistemi supercomplessi non possono essere riparati ingegneristicamente come le macchine, non solo perché troppo complessi per essere capiti organicamente, ma anche perché contengono chi li vuole riparare e reagiscono alla sua azione.

Vi sono anche illusioni a base economica, soprattutto quella dei mercati liberi ed efficienti (ossia che prevengono o guariscono rapidamente le crisi economiche), illusione smascherata dai fatti oggi sotto gli occhi di tutti.

Vi è anche l’illusione opposta, quella statalista, ossia che l’intervento pubblico possa correggere il mercato agendo su di esso; questa illusione è dissolta dall’osservazione che anche lo Stato, persino lo Stato comunista, viene privatizzato, ossia che organizzazioni private si impadroniscono di esso (il Partito, la Mafia, il cartello bancario).

Noi uomini siamo portati a pensare che sia possibile risolvere un problema, una crisi, un’ingiustizia, attraverso un’azione collettiva delle persone interessate e consapevoli. Se scopriamo quello che ci sembra essere la causa di un grave male che affligge la società (questa causa potrebbe essere il signoraggio o un certo uso delle onde elettromagnetiche o i vaccini o le registrazioni anagrafiche, tanto per fare qualche esempio), siamo portati a pensare che, diffondendo la consapevolezza di questa nostra scoperta fondamentale, susciteremo una reazione collettiva e coordinata dei nostri simili che potrà risolvere il problema dal basso, con un’azione di massa, magari rivoluzionaria. Solo che tale reazione collettiva e coordinata, nel mondo reale, non vuole partire: il grosso della popolazione non si interessa, se si interessa non capisce, se capisce presto dimentica, se non dimentica comunque non si coordina e non agisce. Questa è l’umanità reale, con i suoi reali comportamenti. Mi obietterete che però, di fatto, l’umanità è capace di fare rivoluzioni. Lo ha dimostrato. Avete ragione.

L’attuale situazione della società è veramente molto grave e con pessime prospettive, soprattutto perché la cosiddetta crisi economica appare ormai chiaramente come uno strumento volontariamente attivato e mantenuto per concentrare il reddito e la ricchezza, ma anche il potere politico, nelle mani di pochi grandi finanzieri che si deresponsabilizzano celandosi dietro istituzioni politiche ufficiali che essi hanno svuotato di potere effettivo; e al contempo per far accettare alla gente di avere meno diritti, meno libertà, meno dignità, meno benessere, e di essere governata da lontano e da soggetti irresponsabili. Insomma è una crisi indotta a scopi di ingegneria sociale. Appare altrettanto chiaro che, pertanto, non è possibile risolverla per le vie interne dell’ordinamento giuridico nazionale o internazionale, cioè ad esempio attraverso le elezioni e i parla menti, dato che esse sono interamente controllate dall’oligarchia al potere su scala globale. Quindi solo un’azione rivoluzionaria dal basso, una rivoluzione popolare, parrebbe idonea a risolvere il problema. Lo conferma il fatto che sono rimasti e rimangono completamente inascoltati, anche di fronte all’avverarsi delle loro previsioni, gli autorevoli economisti che, dagli anni ’70 ad oggi, hanno preavvertito le istituzioni dei disastri che sarebbero stati causati dalle riforme monetarie e bancarie in cantiere, perché hanno proposto e stanno proponendo rimedi razionali. Sono rimasti inascoltati perché parlavano dal punto di vista dell’interesse collettivo, non di quello dell’élite decidente. Molto semplice. Ed eccoci ritornati all’opzione rivoluzionaria. Ma questa opzione deve fare i conti con i dati della realtà storica seguenti.

Pensiamo alle grandi rivoluzioni popolari: quella francese, quella sovietica, quella cinese, quella nazista, quella khomeinista in Persia.

Tutte sono avvenute a furor di popolo, il popolo si aspettava di risolvere i suoi problemi, ma le cose sono andate diversamente, nel senso che il popolo ha subito un forte peggioramento della sua situazione. In Francia, dopo la rivoluzione, vi fu un ventennio di stragi, con il periodo del Terrore, poi delle guerre contro le coalizioni monarchiche, poi delle guerre napoleoniche, e intere generazioni di giovani furono annientate sui campi di battaglia. Alla fine, in Francia ritornò la monarchia – non è buffo? – e per giunta la Francia si ritrovò subalterna alla Regno Unito, cioè perse la sua indipendenza politica. Certo, la rivoluzione francese pose fine al feudalesimo e mise al potere il capitalismo. Negli altri esempi citati, sappiamo tutti che cosa avvenne a quelle nazioni dalle loro rivoluzioni popolari in termini di guerre, distruzioni, dittature, arretratezza.

Alle volte, in periodi di acuta crisi, nei quali era evidente una qualche particolare causa della crisi, gli interessi collettivi hanno ottenuto riforme a loro tutela contro gli interessi delle classi sfruttatrice dominanti. Cito come esempi le riforme dei Gracchi nella Roma antica e il Glass Steagall Act a seguito della crisi del ’29, entrambe tese a porre freno al saccheggio della società da parte della classe finanziaria. Ma poi, in tutti i casi di questo tipo, le classi dominanti, attraverso una pianificazione politica di medio e lungo termine, con azione di lobbying e corruzione, approfittando della cronica distrazione del popolo, hanno sempre recuperato le posizioni perdute e hanno portato avanti i loro interessi contro la popolazione subalterna. Ciò avvenne al tempo dei Gracchi, ed è avvenuto anche ultimamente, con l’abolizione del Glass Steagall Act nel 1999 e tutta una serie di riforme del diritto finanziario e bancario, che hanno permesso le megafrodi bancarie con cui i banchieri hanno realizzato e stanno realizzando enormi profitti a danno della collettività anche oggi e praticamente senza mai pagare il fio. Gli interessi concentrati e consapevoli vincono su sempre su quelli diffusi, nel medio e lungo periodo. Di solito però già anche nel breve periodo.

La via rivoluzionaria, nel mondo odierno, è peraltro impraticabile, sia perché l’oligarchia al potere a un enorme vantaggio tecnologico e militare su qualsiasi movimento popolare, disponendo non solo di argomenti ma anche di strumenti di monitoraggio e intervento capillari nella vita di ciascuno, il sogno di tutti i dittatori della storia; sia perché è un mondo interdipendente, perciò, quand’anche un paese insorgesse e se liberasse dai suoi oppressori finanziari e politici, verrebbe bloccato e messo in ginocchio nel giro di pochi giorni. Pensiamo inoltre che l’Italia è un paese e militarmente occupato dagli Stati Uniti con oltre 130 basi militari. E che dipende da forniture esterne per sopravvivere, innanzitutto dal petrolio, che si paga in dollari.

Siamo insomma condannati a restare stabilmente in questa situazione e in questo trend peggiorativo, che ci porta verso abissi di insicurezza, di privazione di diritti e libertà, di invasione delle nostre vite da parte di un potere tecnologico incontenibile, entro un regime alla Orwell?

Con ragionevole sicurezza, in base all’osservazione dei fatti storici, a questa domanda si può rispondere di no, poiché la storia ci mostra che i sistemi di potere, regni, imperi e repubbliche, così come le costituzioni e le condizioni giuridiche ed economiche, non sono mai stati stabili, non sono mai durati a lungo, soprattutto da quando l’umanità si è messa a commerciare e ha sviluppato varie tecnologie. Cioè da più di 25 secoli. Anche gli imperi apparentemente più solidi, più forti, più invincibili, sono crollati, si sono frantumati, perlomeno a causa di processi disorganizzati ivi interni. Senza bisogno di rivoluzioni popolari. Se esaminate per esempio la storia di Roma, dall’epoca monarchica a quella repubblicana a quella del principato e a quella del dominatus, cioè da Diocleziano in poi, vedrete che gli assetti costituzionali, economici, organizzativi, demografici, si trasformano incessantemente, e che le cose più costanti sono proprio i meccanismi che alimentano squilibri: la lenta demolizione dell’agricoltura e della popolazione in Italia, il trasferimento della ricchezza e del potere dall’aristocrazia terriera senatoriale alla classe finanziaria equestre, il travaso di oro da occidente a oriente (causato dal passivo della bilancia commerciale). .

Insomma, i grandi cambiamenti avvengono, sono sempre avvenuti, nella storia. Sono avvenuti non solo per effetto di azioni volontarie (collettive o individuali), ma pure e soprattutto per il concorso di forze e di processi molteplici, impersonali, perlopiù incompresi o fraintesi, perlopiù irresistibili, e solitamente con esiti diversi da quelli previsti, progettati, desiderati. Fattori di tipo climatico, economico, demografico o tecnico-scientifico. Pensate all’inaridimento delle fertili pianure nordafricane, al declino demografico della Grecia antica, al declino tecnologico dell’Impero romano, alla divaricazione economica operata dall’introduzione dell’Euro tra i paesi che lo usano.

Altra illusione abituale: l’uomo pensa che le cose continueranno ad andare in futuro nel modo in cui sono andate in passato, e mira sempre a raggiungere qualche assetto definitivo e sicuro, nel privato come nel pubblico: l’amore per sempre, il matrimonio indissolubile, il posto fisso, i diritti umani inalienabili, un’organizzazione statale perenne, definitiva, perfetta, come la repubblica progettata da Platone. O almeno destinata a durare 1000 anni, come il Reich vagheggiato da Hitler. Ma, al contrario, tutti gli assetti prodotti dall’uomo sono impermanenti, caduchi,  transeunti, provvisori. Come l’uomo stesso. Tutto scorre, giustamente osserva Eraclito. Non riusciamo a stabilizzare un tubo. Il grande Cesare Ottaviano Augusto aveva capito i difetti strutturali del possente sistema-paese che governava, e cercò di correggerli, ma non vi riuscì, e come lui non vi riuscirono molti, a Roma e altrove.

I grandi cambiamenti, le trasformazioni sistemiche, avvengono, ma solitamente sono molto diversi dai progetti di coloro che li causano: il divenire storico sfugge dal controllo e dalla pianificazione. Pensate per esempio alla I Guerra Mondiale: ognuna delle potenze che vi parteciparono aveva i suoi piani, le sue previsioni, le sue intenzioni, e tutte furono smentite dallo svilupparsi dei fatti. La guerra stessa assunse caratteri che nessuno aveva immaginato. Il suo esito fu… di innescare fascismo, nazismo e una II GM.

Invero, nessuno è mai riuscito a governare la storia, né a prevederla. Tanto meno ci sono riuscite le rivoluzioni popolari, le quali hanno bensì dato colpi e prodotto effetti, ma non gli effetti voluti e progettati, bensì gli altri e impreveduti – almeno per esse. Il comportamento collettivo è sempre miope e ottuso. I popoli non riescono a evitare fallimenti prevedibili. Anche l’attuale tecnocrazia globalizzata, come sistema di potere, è destinata a deteriorarsi, e a cadere, magari proprio perché primo poi le sfuggirà di mano la stessa tecnologia, che si sviluppa e moltiplica le sue capacità in modo praticamente è miracoloso – come Skynet della serie Terminator. Oppure forse cadrà per la sua contrarietà ai bisogni oggettivi, fisiologici, degli esseri umani: essa, guidata com’è dalla logica del bilancio, del rendimento annuale o comunque di brevissimo termine, sta forzando l’uomo e la comunità ad adattarsi a vivere secondo questo brevissimo termine, accettando la precarietà, la discontinuità, l’instabilità come caratteri di fondo dell’esistenza, e rinunciando alla sicurezza, alla progettabilità di lungo termine, alla stabilità, che sono esigenze oggettivamente insite nell’essere umano. E’ una violenza radicale e protratta, implementata attraverso il controllo delle istituzioni. Se scoppiamo, allora potremo dire davvero di essere noi il cambiamento. Oppure ancora è una catastrofe geofisica, climatica, ecologica, il fattore che sta per rimescolare le carte. La popolazione generale, anche buona parte di quelli con istruzione superiore, è consapevole del suo malessere, dell’insicurezza oggettiva in cui sempre più vive, di alcune malefatte compiute da certi potenti; ha una consapevolezza aneddotica, episodica, spesso personificata, dei mali del sistema; ma non è consapevole delle cause strutturali e non manifeste. Non saprebbe dove intervenire, anche potendo.

Quindi, mi direte, tu stai dicendo che non c’è niente da fare, per uscire dall’attuale situazione, perché non abbiamo la capacità di correggerla, e del resto essa prima o poi finirà da sé.

In effetti, più o meno è così. Più o meno, perché razionalmente e realisticamente ci sono alcune cose da fare, anche per cercare di fare in modo che l’uscita dall’attuale condizione sia verso una condizione non peggiore, magari migliore. Innanzitutto, bisogna fare cose per mettersi al riparo, per difendersi, a livello privato, personale. L’azione politica è pressoché inutile o controproducente, come dimostrano i casi di quei movimenti e di quei partiti che, dopo avere iniziato con grande promesse di rottura, o si sono spenti, oppure si sono omologati al sistema che dovevano abbattere, come in Grecia e in Spagna. Anche tra i grilli nostrani molti danno segni di volersi alleare col Partito Democratico per stabilizzarsi nel potere e nei suoi vantaggi. L’azione collettiva raramente parte e ancora più raramente è efficace, ma l’azione individuale o su scala di piccoli gruppi è fattibile, sul fronte della tutela della salute, del patrimonio, della libertà, considerando sempre anche l’opzione dell’emigrazione verso paesi che consentono una migliore tutela di questi valori. Certamente, di fronte a un drastico e rapido peggioramento della condizione di vita e del livello di dignità, a breve potrebbe anche porsi fortemente l’opzione del suicidio, del suicidio stoico, cioè dell’uomo che rifiuta di vivere privato della libertà e della dignità: pensiamo a Lucio Anneo Seneca che si suicida per non soggiacere agli arbitri e ai capricci di Nerone. Ma non preoccupatevi: pochissimi seguiranno Seneca, in ogni caso, perché gli uomini si adattano facilmente a una vita di pecore schiave, o di topi che sopravvivono arrangiandosi negli angoli bui.

Che cosa resta da fare, in positivo, dopo tanti “non podemos”? Proprio grazie a ciò che dicevo all’inizio, ossia alla indeterminatezza e libertà del divenire storico, alla sua apertura, non può mai venir meno la possibilità di entrare in modo rilevante in questo divenire. Poche verità storiche sono certe e comprovate come la potenza esercitata dalle idee nei millenni: Platone, Aristotele, Gesù, Galileo, Marx, Freud, Einstein, e Fra’ Luca Pacioli, l’inventore della partita doppia – solo per fare qualche nome – sono più che mai attuali e attivi, sono potentissimi… La Rivoluzione francese mancò gli obiettivi pratici di breve e medio termine, ma nel lunghissimo termine essa è – si può ben dire – ancora in svolgimento… nei cambiamento nel pensiero, nella coscienza collettiva, nelle dinamiche sociali… nell’aver creato una cosa che cosa prima assente, in Europa, dai tempi di Atene, ossia il pubblico dibattito politico. Assieme all’amico psichiatra Paolo Cioni, col saggio Neuroschiavi, ho cercato di dare un contributo mirato all’analisi e al contrasto ai mezzi di rimbecillimento e irreggimentazione di massa che tanta parte hanno nella governance sociale, nella compressione della libertà mentale e critica che è l’anima di quel dibattito. E in altri saggi, in solitaria oppure in cooperazione con qualche amico, ho diretto i riflettori su quello strumento di dominazione e sfruttamento sociale che è il potere monetario vestito nelle banche private, e sui suoi meccanismi occultati dalle prassi contabili oggi applicate, e la cui comprensione da qualche anno si viene ora diffondendo. La sua comprensione a livello perlomeno di classi imprenditoriali e intellettuali sarebbe un presupposto per un possibile rivolgimento strutturale della società, per una possibile fine del regime parassitario imposto dal capitalismo finanziario attraverso proprio quelle prassi contabili false, le quali sono alla base del fatto che esso è divenuto un perfetto strumento di dominio sociale: uno strumento che, da un lato, rende la società e l’economia e le istituzioni sempre più dipendenti da sé stesso e sempre più forzatamente obbedienti ai suoi dettami, perché sotto permanente ricatto di fatali conseguenze; e che, dall’altro lato, attraverso l’uso di moneta-debito progressivamente indebitante, sottrae alla società una quota sempre crescente di reddito, pubblico e privato, sotto forma di interessi, di bail out (saccheggio dell’erario) e bail in (saccheggio dei risparmi o investimenti finanziari). E’ una prigionia estorsiva sistemica, in via di perfezionamento, rispetto a cui le truffette del tipo Banca Popolare dell’Etruria sono soltanto incidenti dovuti all’avidità di banchieri locali, incidenti da coprire subito in qualche modo al fine di poter proseguire col perfezionamento del sistema, col piano di lungo periodo.

Prima della rivoluzione del 1789, i popolani francesi, sfruttati dai signori feudali, avevano fatto jacqueries, ossia assalti ai depositi di granaglie dei castelli sotto la spinta della fame – cioè avevano attaccato la sola superficie del problema. Questo equivale ai nostri movimentisti, agli indignados, a quelli che oggi manifestano contro i banchieri che li hanno fregati e chiedono rimborsi da parte dello Stato e carcere ai furbetti del credito e le dimissioni della bella ministra Boschi. Niente di risolutivo. Il salto di qualità che dalle jacqueries (le quali lasciano il tempo che trovano) portò alla vera rivoluzione, (che cambia invece il tempo), sia pur nel senso che abbiamo visto, avvenne allorquando, nell’agosto del 1789, alla guida del popolino, si misero intellettuali che sapevano dove mettere le mani, e allora gli insorti penetrarono nei castelli non per rubare la farina, ma per aprire i forzieri e distruggere gli atti di proprietà dei fondi terrieri in essi custoditi, facendo così crollare il sistema latifondista.

L’equivalente di questa operazione, oggi, potrebbe essere – dico: potrebbe – il pubblico smascheramento dei sistematici falsi in bilancio con cui i banchieri privati creano la quasi totalità dei mezzi monetari circolanti senza pagare su tale creazione alcuna tassa e senza assumersi le responsabilità politiche e sociali dell’esercizio di un tale primario potere pubblico, e la conseguente nazionalizzazione del sistema monetario-creditizio con la liberazione della società dalla moneta indebitante ora in uso. Ma ciò non credo possa partire dall’Italia, la quale non ha alcuna tradizione o predisposizione rivoluzionaria.

D’altronde, il vigente sistema di potere e pensiero, cioè il capitalismo finanziario, ha neutralizzato le tre principali matrici storiche del cambiamento:

-la ricerca scientifica, perché la controlla finanziandola e impadronendosi delle sue più rilevanti scoperte e innovazioni mediante il segreto militare e commerciale;

-le classi medie, perché le ha ampiamente dissolte livellandole a una condizione proletaria e precaria di aspettative declinanti e di allarmi ricorsivi;

-i giovani, perché ha costruito un modello educativo, scolastico e sociale basato sulla gratificazione, la mancanza di disciplina, l’individualismo atomista, centrato sull’edonismo e sui bisogni primari, sulla lotta con la precarietà del lavoro, che li ha resi generalmente fragili, privi di un razionale progetto alternativo per la comunità, destoricizzati e depoliticizzati, quindi inidonei a promuovere una rivoluzione.

12.01.16 Marco Della Luna

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BANCHE E SANGUE: “QUESTA E’ L’ITALIA CHE RIPARTE”

BANCHE E SANGUE:

QUESTA E’ L’ITALIA CHE RIPARTE”

I risparmi degli italiani, mobiliari e immobiliari, già stimati in 8.000 miliardi,  da tempo attraggono l’interesse di finanzieri e politici, che già ne hanno preso una  discreta parte tra truffe bancarie ed estorsioni tributarie, come ben sanno soprattutto i molti imprenditori che devono chiedere prestiti per pagare le tasse su redditi non realizzati.

Mercoledì 20  ho ascoltato per quasi un’ora il giornalista economico di Radio 24, il quale si meravigliava del fatto che continuano le vendite massicce di azioni delle banche italiane sebbene i loro  circa 300 miliardi di crediti  deteriorati siano coperti per oltre il 90% da accantonamenti e garanzie. Oggi i titoli bancari hanno recuperato, ma di ben poco rispetto alle perdite accumulate recentemente. MPS oggi passa da 0,50 a 0,73 – + 0,43%-, ma otto giorni fa era a 1 e otto mesi fa era 9,45!

Quest’anima candida di giornalista economico par non sapere ciò che sanno tutti gli operatori (quindi crederà a Draghi che oggi sostiene che le banche italiane siano solide).

Non sa, innanzitutto, che i crediti deteriorati sono molti di più di quelli dichiarati in bilancio, perché quasi tutte le banche  hanno molte sofferenze sommerse, cioè che non dichiarano perché non hanno i soldi per fare  I relativi accantonamenti. 

Non sa, inoltre, che molti crediti divenuti inesigibili figurano invece a bilancio come a rischio ordinario solo perché il loro ammortamento, cioè la scadenza delle rate, è stato sospeso dalle banche stesse in accordo con i clienti morosi, nel reciproco interesse. 

Non sa che molti crediti, apparentemente coperti da idonee garanzie, in realtà sono scoperti, perché le garanzie sono state  sopravvalutate ad arte al fine di concedere crediti a compari e a clientele politiche  che età inteso che non gli avrebbero rimborsati. O che sono beni sopravvalutati per consentire agli amici-venditori di venderli per un prezzo moltiplicato a compratori fasulli.

Non sa che le garanzie immobiliari acquisita dalle banche a collaterale dei crediti erogati si sono fortemente svalutate e sono divenute pressoché invendibili, fonte più di spese che di recuperi, a causa della quasi morte del settore immobiliare fortemente voluta con la politica fiscale dal governo Monti, sicché le banche, pur avendo sulla carta la possibilità di recuperare i loro crediti vendendo gli immobili ipotecati a copertura, in realtà incasserebbero troppo tardi perché il realizzo possa aiutare a superare la crisi odierna.

Non sa che il sistema bancario italiano non crolla solo perché continua

– a ricevere aiuti (credito gratuito) dalla BCE;

– ad avere la possibilità di realizzare profitti illeciti, ossia solo perché le varie autorità competenti non gli impediscono di continuare;

-ad applicare commissioni illegittime, interessi usurari, anatocismo;

-nonché a collocare titoli-spazzatura o sopravvalutati;

-e, come già detto, a non dichiarare in bilancio tutte le perdite sui crediti.

Tutte queste cose, al contrario, le sa la Banca Centrale Europea, che a giorni manderà i suoi ispettori nelle banche italiane, e si sa già che cosa quindi questi signori troveranno. Ecco il perché delle turbo-vendite massicce anche allo scoperto dei titoli delle banche italiane. Si sa che l’ispezione, se non solo minacciata ma anche rigidamente eseguita (e qui c’è spazio per mediazione politica e il buon senso, ovviamente) potrà portare a un disastro di tutto il sistema bancario e a conseguenze radicali per l’intero Paese. Più dell’arrivo  della Troika, di nuove tasse di emergenza per finanziare la bad bank, di un bail in generalizzato, di una legge che ipotechi forzatamente i beni immobili degli italiani a garanzia di qualche prestito di salvataggio  da parte del FMI.

E siccome una qualche situazione esplosiva molto probabilmente si realizzerà prima che sia stato instaurato il nuovo, schiacciante sistema di dominio autocratico del premier, cioè la riforma costituzionale  ed elettorale del governo Renzi, è abbastanza possibile che il Paese si ribelli.  Soprattutto se verrà divulgata la notizia (vedi il sottostante articolo dr Govoni) che gli stessi fondi di investimento e altri investitori istituzionali che stanno conducendo la campagna di svendita  dei titoli delle banche italiane, sono quelli che partecipano la Banca d’Italia, le agenzie di rating, e la stessa BCE, la quale adesso manda le ispezioni.

È molto pericoloso che la gente apprenda chi e come le sta portando via il risparmio e la casa e il posto di lavoro e, al contempo, la libertà.

21.01.16 Marco Della Luna

COMMENTO DI ALESSANDRO GOVONI:

Venerdì 15/1/2016 fondi e trust stranieri sono usciti dal capitale delle nostre banche (“bruciati 830 miliardi di euro di capitalizzazione” hanno titolato i giornali) facendosi rimborsare  le azioni.

 Se le sono fatte pagare bene Venerdì 15/1/2016, perchè il prezzo era ancora alto in quanto  lo avevano pompato nei mesi precedenti  loro stessi fondi e trust stranieri con acquisti allo scoperto .

Il 1 gennaio 2016 la BCE ha fatto entrare in vigore il bail-in : ossia le perdite delle banche dovranno essere pagate in questo ordine: dagli azionisti , dagli obbligazionisti e dai correntisti con più di 100 mila euro sul conto .

 
 Si è scoperto di recente che la BCE è partecipata, tramite interposte banche centrali nazionali , da fondi e trust stranieri, che detengono la maggioranza azionaria delle stesse banche centrali nazionali. 
 
La manovra del c.d. bail-in è ora quindi finalmente chiara : è stato pianificata da almeno 6 mesi per far pagare le perdite delle nostre banche  soltanto ai piccoli azionisti, essendo i grandi azionisti (fondi e trust stranieri) già usciti dal capitale delle nostre banche venerdi 15/1/2016. 
Fondi e trust stranieri erano perfettamente consapevoli che gli immobili che erano stati posti in garanzia per concedere i prestiti hanno in gran parte un valore di mercato irrisorio (milioni di euro di prestito garantiti da un orto di 20 mq o da un campo di margherite ) in quanto i prestiti politici creati con un click elettronico li hanno concessi proprio loro fondi e trust stranieri,  attraverso le banche che partecipano, a politici , amici di politici e compagnia bella , per gestire il consenso dei governanti al servizio di loro stessi fund e trust stranieri .
 
Gli unici immobili posti in garanzia  con un valore pari al valore di mercato sono quelli dei prestiti concessi a famiglie , imprese  ed enti locali , ma costituiscono una minoranza degli asset in pancia alle nostre banche , pertanto la messa all’asta di questi immobili è certo che non potrà mai coprire crediti in sofferenza in Italia  per 200 miliardi  di euro , in aumento di 2 miliardi al mese in quanto imprese, famiglie italiane ed enti locali sono ormai stremati e non riescono più  a pagare i prestiti . 
 
L’aumento dei crediti in sofferenza mese dopo mese , al di là di tanto ottimistici quanto inveritieri proclami governativi di ripresa , sono l’unico vero termometro della crisi.  
 
I crediti incagliati, secondo l’ ABI sono 350 miliardi di euro , 150 miliardi  di essi passeranno presto in sofferenza , raggiungendo il limite per cui le banche, tutte le banche italiane andrebbero in fallimento : le loro azioni arriveranno, come quotazione,  prossime allo zero (le azioni di MPS e Carige sono giunte,  con cali del 10% al giorno da Lunedi, ad una quotazione poco più di mezzo euro).
 
Fondi e trust stranieri potrebbero avere due enormi vantaggi da un eventuale dichiarazione di fallimento delle nostre banche : 
 
1)quello di comprare le azioni delle nostre banche e relativi asset  a meno di un euro per azione dal fallimento. 
 
2)L’altro grande vantaggio che fondi e trust stranieri avrebbero da un eventuale quanto inevitabile dichiarazione di fallimento di alcune nostre banche, si spera non tutte,  è il fatto che tutti i contenziosi banca e cliente , attualmente oltre n. 1 milione di contenziosi , verrebbero sospesi col risultato che famiglie, imprese, enti locali italiani , 
vessati  da questi stessi fund e trust stranieri in 20 anni  di bankismo privato dal 1992 con costi del credito abnormi oltre soglia, anatocismo con l’ammortamento alla francese nel 95% dei  mutui e nel 100% dei leasing , anatocismo con la capitalizzazione composta trimestrale nel 100% dei conti correnti , centinaia di miliardi di euro di perdite loro causate dalle banche d’affari di proprietà di codesti fondi e trust stranieri da derivati sul tasso e sulla valuta e da altri strumenti truffaldini,
non troveranno mai più ristoro e grandi fund e trust stranieri l’avranno ancora una volta fatta franca in Italia .
IN TUTTO questo la latitanza dei nostri organi di vigilanza che fingono di non sapere  cosa sia successo Venerdi 15 Gennaio 2016 quando codesti grandi fondi e trust stranieri  hanno ritirato miliardi dalle nostre banche facendosi rimborsare le azioni quando le quotazioni delle azioni Venerdi 15/1/2016 era ancora alte in quanto loro stessi fund e trust stranieri le avevano pompate in alto nei mesi precedenti con acquisti allo scoperto.
Un velo di tristezza su Bankitalia spa che si è scoperto di recente essere, dal 1992,  di proprietà e controllata al voto da questi fondi e trust stranieri , attraverso interposte banche (Unicredit, Intesa, Carisbo , Carige e BNL),  banche in cui questi fund e trust stranieri detengono, attraverso interposti delegati al voto persone fisiche in realtà studi legali italiani , oltre il 70% del capitale azionario.
Un velo di tristezza sulla CONSOB che ha sospeso le vendite allo scoperto Lunedi 18/1 e Martedi 19/1   a metà mattinata quando queste erano già avvenute e molti titoli bancari avevano già perso oltre il 10%. Le vendite allo scoperto in alcuni Stati (Belgio,Islanda,Svezia, Norvegia . …) sono state proibite da tempo,  in altri Stati sovrani non sanno nemmeno cosa siano (India , Venezuela, ….. )
Un velo di tristezza verso quei milioni di piccoli azionisti italiani che perderanno tutti i loro risparmi , operai che avevano investito la loro liquidazione, pensionati , impiegati statali e pubblici che avevano investito i risparmi di una vita . Davvero , davvero peccato .
Complementi invece alla BCE,  tutto come previsto e pianificato.
Ci si scusa per l’errore: Sabato 17 Gennaio si era previsto con una mail inviata ad una ventina di studi legali, quattro Procure ed a sette Procuratori ed alla Guardia di Finanza un  crollo dei titoli bancari italiani a partire da  Lunedi 18 Gennaio del 4 % al giorno per 4 giorni (20% di calo) .
Ci si era sbagliati : hanno perso dal  40% al 60% in tre giorni.  
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“MISSION ACCOMPLISHED, LORD ROTHSCHILD!”

 

“Fondi e trust stranieri hanno deciso di comprarsi ( tra qualche mese)  il resto delle nostre banche e i loro immobili posti a garanzia dagli italiani, per quattro soldi…”

 

“MISSION ACCOMPLISHED, LORD ROTHSCHILD!”

Dopo gli ultimi crolli in borsa, sulle rovine fumanti del Sistema bancario italiano, riempito di sofferenze, decotto, e grazie a ciò oramai interamente svenduto alla grande finanza imperialista, che ormai possiede al 95% anche la Banca d’Italia, ora Renzi può raccogliere il frutto dell’azione dei suoi predecessori filobancari dai tempi di Veltroni (seppur non da Veltroni personalmente) in poi, e annunciare al suo patron americano il fatidico “Mission accomplished!” Con un grazie sonoro a tutto l’ampio mercenariato pseudo-intellettuale della sinistra (oggi liberal e filoamericano), nei media, nelle scuole, nella “giustizia”, nonché ai babbei della sua base elettorale, senza la cui fede non sarebbe stato possibile consegnare il Paese interamente e dal suo interno agli interessi privati stranieri, né omogeneizzarlo alla loro cultura e ai loro valori, strumentalmente congegnati, dissolvendone l’identità storica.

Il take-over delle non molte banche italiane tuttora italiane è annunciato da Wall Street Italia nell’articolo attaccato qui sotto. Renzi è così sul punto di portare a compimento la lunga road map di riforme bancarie e finanziarie commissionata alla sinistra italiana, da Andreatta in poi, che, iniziata nel 1981 col rendere la Banca d’Italia indipendente da governo e parlamento, e col privatizzare il finanziamento del debito pubblico, ha rapidamente raddoppiato il medesimo, creando ad arte una situazione di cronica emergenza, sulla cui onda la sinistra (spesso con l’appoggio dei filoamericani del centro) ha poi eseguito le successive riforme, sopra tutte l’abolizione del Glass Steagall Act (omologo italiano), l’autorizzazione della creazione bancaria di moneta elettronica per i prestiti,  l’autorizzazione al massiccio uso truffaldino dei derivati finanziari, l’ingresso nel Sistema Europeo delle Banche Centrali, la riforma della Banca d’Italia nel 2006, la sua definitiva privatizzazione-esterizzazione nel 2014, l’adesione agli accordi privati di Basilea I, II, III, che erano studiati per lasciare senza credito le imprese italiane in favore delle grandi imprese nordeuropee, l’introduzione del fiscal compact e del bail-in, e la sistematica negligenza dei controlli sul deterioramento dei crediti delle banche (sofferenze arrivate a oltre 300 miliardi) e sulla concessione di prestiti compiacenti agli amici e ai raccomandati – che poi non pagano.

Era tutto preordinato a due obiettivi:

-sul lato esterno, per consegnare il sistema bancario italiano, compresa la Banca d’Italia, quindi il potere economico-politico sul Paese, ai finanzieri stranieri, trasformando l’Italia in una loro dipendenza, quale è ora, e le sue istituzioni in altrettante marionette, senza alcuna libertà di scelta politica;

-sul lato interno, per consentire ai finanzieri nazionali e ai loro affiliati politici di mantenere i loro privilegi e continuare a saccheggiare il risparmio e i beni reali degli Italiani senza mai pagare il fio.

La riforma della Costituzione della legge elettorale che Renzi sta completando, è il perfezionamento di questo disegno, in quanto consentirà ai suoi mandanti della grande finanza di governare un paese immiserito e lacerato, vanificando ogni possibile opposizione, pilotando un unico uomo che controlla partito, parlamento, Quirinale, CSM, commissioni di controllo. E al contempo consentirà alla partitocrazia di impedire alla parte non allineata della magistratura e dei mass media di scoprire e far conoscere i traffici criminali della medesima partitocrazia: casi quali Mafia Capitale e Banca Etruria non potranno più venire alla luce, dopo la conferma referendiaria della riforma costituzionale – conferma comperata da Renzi con la riforma della riscossione del canone Rai, che porterà ai dirigenti Rai circa 300 milioni in più, così da fidelizzarli al PD e da renderli leali sostenitori della sua linea.

I fatti stanno confermando, insomma, che la politica italiana si regge ormai strutturalmente sull’alleanza tra la partitocrazia interna e le lobby finanziarie esterne, alleanza per spartirsi le risorse del Paese.

19.01.16 Marco Della Luna

articolo da Wall Street Italia 

Banche italiane sotto attacco, bagno di sangue su Mps: -15%

18 gennaio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Bagno di sangue sui titoli bancari italiani, ormai sotto attacco dall’inizio del 2016. Mps sorvegliato speciale: le quotazioni della banca senese crollano oltre -16%, vengono sospese per eccesso di ribasso e aggiornano il minimo storico, scivolando fino a quota 0,75 euro.

La banca in Borsa vale solo 2,2 miliardi di euro, al di sotto dei tre miliardi dell’aumento di capitale lanciato lo scorso anno.

Ma nella sessione odierna, vengono congelati al ribasso anche altri titoli bancari scambiati sul listino benchmark Ftse Mib di Borsa Italiana: il panic selling non risparmia le banche popolari, che entrano anch’esse in asta di volatilità.

Numeri da bollettino di guerra, che portano l’indice di settore delle banche italiane a estendere le perdite del 2016 a oltre -16%. E per i broker non sarebbe finita. L’indice settoriale ha ceduto fino al -5% nella sessione di oggi, contro il -2% circa del sottoindice che monitora la performance dei titoli bancari europei.

Stando a quanto riporta un articolo di Reuters, aumenta il nervosismo degli investitori su come gli istituti riusciranno a far fronte a un contesto caratterizzato da bassi tassi di interesse – ostacolo alla loro redditività – e alla montagna di 200 miliardi di euro di crediti deteriorati che è improbabile verrà rimborsata dai debitori.

JP Morgan lo ha detto chiaramente: i titoli delle banche italiane devono essere evitati, in quanto i bassi tassi di interesse metteranno sotto pressione i ricavi più che nei casi di altre banche di altri paesi. La divisione di ricerca della banca Usa favorisce le banche spagnole, anche perchè a suo avviso i titoli vengono scambiati a premio rispetto alla possibilità di operazioni di M&A, che sarebbero state invece già in parte scontate dal settore bancario italiano.

I motivi del crollo

Gli interrogativi e i dubbi prendono di mira soprattutto il titolo Mps, che ha disperatamente bisogno di un partner con cui avviare una operazione di fusione, di una sorta di banca salvatrice che possa garantire la sua sopravvivenza. Ma il cavaliere bianco non si vede all’orizzonte.

La banca è uscita indebolita dagli ultimi aumenti di capitale e gli investitori hanno paura che se come sembra resterà fuori dal risiko del settore delle popolari subirà gravi conseguenze. Il progetto per la creazione di una bad bank in cui parcheggiare i crediti deteriorati, inoltre, è ancora in alto mare.

L’attenzione è sempre di più su una fusione tra BPM e BP. Pop Milano è anche nelle mire di Ubi Banca. E certo, in tutto questo, non si può dimenticare l’effetto che il decreto salva banche ha avuto sulla fiducia dei correntisti verso gli istituti italiani.

Secondo Affari & Finanza di Repubblica, gli advisor Ubs e Citi in sei mesi non sono riusciti a catalizzare l’interesse concreto di un partner. Versando in una condizione di intrinseca fragilità, Mps finisce così nel vortice del panic selling, con le vendite degli speculatori che si auto alimentano.

Le azioni Monte dei Paschi di Siena hanno azzerato nell’ultimo mese il 20% del proprio valore, cedendo ben il -50% negli ultimi 6 mesi.

 

Commenta il dr Alessandro Govoni, consulente (tra l’altro) di alcuni dei pochi magistrati che capiscono e contrastano le manovre politico-finanziarie di colonizzazione dell’Italia:

 

ore 8.15 di ieri lunedi 18/1, gli italiani vanno al lavoro tranquilli…hanno appena letto dai sottotitoli che compaiono su tg com 24 e su rainew  che piazza affari ed addirittura  i titoli bancari, (poi crollati  a partire dalle 9.30, in un ora , del 16% -si era scritto sabato che sarebbero crollati del 3/4 % per  3/4 giorni , ci si era sbagliati sono crollati in un giorno solo-) , sono in aumento.

Ma cosa trasmettono Rainews e tgcom 24? Trasmettono coi sottotitoli notizie Ansa.

Ma chi è l’Ansa ? Dal libro Colonia Italia  edizione chiarelettere appena pubblicato si legge che da un file  desecretato nel 2015 forse per errore da un archivio periferico di Stato del Regno Unito, l’ ANSA è controllata dalla Reuters, la  Reuters è l’agenzia di stampa della Corona inglese . quindi a noi giungono notizie filtrate o dettate dalla Corona inglese..

Ma cosa è successo ieri Lunedi 18 gennaio 2016?

Sabato 16/1 scadevano a livello mondiale le opzioni . Cosa hanno fatto allora i fondi e trust stranieri?

Mesi prima avevano pompato la borsa,  come ?

Si spiega  la tecnica con parole semplici ,  come il sito di Borsa Italiana , di Bankitalia spa,  wikipedia , della Consob o  la Treccani (presidente della treccani è  stato fino al 2014 giuliano amato),    mai vi spiegherebbero

Come avevano fatto fondi e trust stranieri a pompare la borsa italiana mesi prima ? acquistando titoli allo scoperto ossia acquistandoli senza in realtà comprarli,  titoli il cui valore nominale supponiamo era  100 euro per azione , li hanno comprati per esempio  a 80 euro quando la loro quotazione era bassa , ma questi in sostanza ordinativi di acquisto hanno l’effetto che in gergo è detto pump , di pompare verso l’alto la quotazione reale dei titoli. A scadenza dell’opzione , appunto Sabato 16 Gennaio 2016  fondi e trust stranieri hanno venduto , sempre senza possedere i titoli , incassando 120 euro perchè nel frattempo i loro ordinativi precedenti avevano fatto aumentare la quotazione reale dei titoli .

Ma cosa hanno fondi e trust stranieri il giorno prima della scadenza dell’opzione del 16/1/2016? Il giorno prima , venerdi 15 Gennaio 2016 quando i telegiornali hanno trasmesso la notizia “bruciati 830 miliardi di dollari ” fondi e trust stranieri hanno venduto per davvero tutti i titoli bancari che avevano nel portafoglio , sono riusciti  a vendere perche la borsa era ancora alta in quanto l’avevano pompata loro in modo artificioso con l’operazione descritta prima di acquisto allo scoperto.

Ma possibile che questi movimenti allo scoperto che possono avvenire anche a borsa chiusa e che si possono seguire in tempo reale sul sito  it.investing.com/indices/future  i nostri organi di vigilanza non li abbiano visti e non abbiano pensato bene di chiudere Piazza Affari  lunedi 18/1/2016 come hanno fatto gli americani?

Non pensate che certe feste (marthin luther king day) non cadano e quindi certe chiusure della borsa USA non cadano apposta .

Piazza Affari è gestita da Borsa Italiana, Borsa italiana è di proprietà della London Stock Exchange di Londra , la stessa che controlla Wall Strett e la borsa di Londra, di proprietà tutte degli stessi fondi e trust anglo -americani ed arabi.

Questi fautori del libero mercato , hanno creato in sostanza un mercato che non è affatto libero.

 

Se Piazza Affari fosse rimasta chiusa ieri  Lunedi 18 gennaio 2016,  vedendo tutti i movimenti che stavano per compiersi e che si erano compiuti tra Sabato e Domenica fuori borsa sulle opzioni ,  non sarebbe stato permesso lo scempio che è accaduto ieri sulle nostre banche .

Ma da quale parte stanno i nostri vigilanti?

fondi e trust stranieri vogliono proprio comprare le nostre banche ed immobili connessi dal fallimento delle stesse a meno di 1 euro per azione ? Si spera che lo stato italiano, intendendo per Stato italiano esclusivamente la Magistratura ed i cittadini, non lo permettano e che sia lo Stato italiano ossia il Tesoro, come è avvenuto nell’Ottobre del  2008 negli Stati Uniti e nel Regno Unito,  a comprasi le azioni a 1 euro per azione dal probabile fallimento di alcune, speriamo non tutte, nostre  banche.

Il Tesoro del Regno Unito comprò,anzi sequestrò,  nell’ottobre del 2008, le quote di The Royal Bank of Scotland, prima banca del Regno Unito e quinta banca al mondo , nazionalizzò una cinquantina di banche e di assicurazioni fallite , il Tesoro degli Stati Uniti ha nazionalizzato sempre nell’ottobre del 2008,   AIG la piu grande compagnia di assicurazione  al mondo, nazionalizzando in sostanza la raccolta del risparmio, ha nazionalizzato Fanny e  Mac, leader dei mutui ipotecari  , ha lasciato fallire Lehman , quarta banca d’affari degli Usa, per poi pretendere dagli acquirenti dal fallimento, anche di Bear stars , terza banca d’affari , una partecipazione agli utili .

La Magistratura statunitense non ha mai smesso di comminare multe da ottobre 2008 a questi banchieri privati: 13 miliardi di dollari a Jp Morgan, 17 a bank of America che non è la banca dell’america, ma una banca privata, 7 miliardi a Deutsche Bank, e l’altro giorno a Goldman Sachs 5 miliardi di dollari di multa, attenzione sono solo un paio di Procure statunitensi che stanno procedendo per conto di alcuni Stati confederati, immaginiamoci quando arriveranno anche gli altri .  I legislatori statunitensi ed inglesi hanno promulgato nel 2012 e nel 2011 rispettivamente la Volker Rule e la Vickers Reform che ripristina la separazione tra banche di prestito e banche speculative e che inibisce in sostanza questa ignobile creazione elettronica dei prestiti cd politici, a politici e compagnia bella, raccomandati, clienterali, milioni , miliardi di euro con a garanzia solo un campo di margherite od un orto di 20 mq, mentre a famiglie,  imprese ed enti locali italiani che ne hanno veramente bisogno, garanzie impossibili e tassi usurai , derivati truffaldini  e quant’altro.

Dietro le nostre banche con maggioranze azionarie schiaccianti attraverso delegati persone fisiche abbiamo visto, ci sono sempre loro, fondi e trust stranieri,  che incassano dagli italiani i proventi dei tassi usurai , delle perdite su derivati , che incassano le rate dei prestiti divenute, anche le quote capitali, oltretutto eluse al fisco,  tutto guadagno per loro in Italia  dal 1992 per effetto del d.lgs n. 481 del 14 dicembre 1992 , rischiando il banchiere, di suo,  dal 1992 in italia  solo l’8% del prestito concesso alla clientela…

 

 

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