PADOAN: UN ECONOMISTA FALLITO ALLA GUIDA DELL’ECONOMIA ITALIANA?

Padoan: Un economista fallito alla guida dell’economia italiana?

I giornali, tolti alcuni più fedeli a Renzi, Napolitano e Merkel, si diffondono in esempi di clamorosi fallimenti del nuovo ministro dell’economia come economista. Citano le sue marcatamente erronee previsioni, ripetute, sulla fine della crisi. Citano la sua fedeltà al principio della austerità fiscale e quello dell’alta pressione tributaria, fedeltà che resiste all’evidenza del fallimento di questi due principi, i quali stanno, nel mondo reale, producendo effetti contrari a quelli che dovevano produrre. Cioè più indebitamento, più deficit, più recessione. Citano Paul Krugman,  che di Padoan dice che la sua regola è: bisogna bastonare l’economia finché non si riprende. Lo dipingono, insomma, come un dogmatico ottuso che rifiuta di vedere i fatti, cioè come un perfetto fanatico cretino.

Io però non credo che Padoan sia un cretino: per dimostrare che sia uno sciocco, bisognerebbe provare che creda in ciò che predica, e che non lo predichi solo per  sua convenienza – e di carriera ne ha fatta. Sa gestire bene se stesso. Non credo affatto che sia un economista fallito, perché si può parlare di fallimento dei principi che egli propugna e difende soltanto se si guarda ai loro effetti dal punto di vista dell’interesse della popolazione generale, non dal punto di vista dell’interesse dell’élite. È vero che la loro applicazione ha prodotto un impoverimento generale, ma è anche vero che ha prodotto un arricchimento dei vertici della società. Un arricchimento in termini sia di ricchezza economica che di potere politico sulla popolazione generale. Un gigantesco trasferimento economico dal basso verso la punta della piramide. Ha consentito una profonda ristrutturazione dei rapporti giuridici e sociali in favore delle classi dominanti a livello globale. Ma ha anche fatto gli interessi della classe dominante italiana, della cosiddetta casta, una classe parassitaria che deriva sia il suo benessere economico che la sua capacità di mantenere la poltrona dalla quantità di risorse che riesce a prendere al resto della popolazione. E le prende attraverso le tasse, perlopiù. I principi economici portati avanti da Padoan aumentano la pressione tributaria, aumentano le risorse che tale classe riesce a prendere per sé. Quindi vanno bene per la casta.

Vorrei evidenziare, inoltre, che la pressione tributaria, in una società dominata da questo tipo di casta “estrattiva”, parassitaria, che non si sa se sia più delinquente o più incompetente, non può mai ridursi, perché la casta non può logicamente rinunciare a quote di reddito e ricchezza nazionale che ha fatte già proprie, anche perché le servono per comprare i consensi in via clientelare. La pressione tributaria può quindi solo aumentare mediante l’aumento delle aliquote, l’introduzione di nuove tasse, l’introduzione o l’inasprimento delle presunzioni di reddito o di valore dei patrimoni,  l’aumento della cosiddetta lotta all’evasione fiscale. Quindi ognuna di queste mosse peggiora strutturalmente e funzionalmente l’economia perché distoglie stabilmente  e definitivamente reddito e risorse dall’economia produttiva in favore del parassitismo. E le distoglie in via irreversibile.

Riprendere quelle risorse alla casta per riportarle all’economia produttiva quindi alla possibile ripresa economica, può avvenire solamente attraverso un’azione violenta e rivoluzionaria nei confronti della casta. Violenta, perché si tratta di togliere la carne di bocca ai cani. E perché la casta comprende i vertici dei poteri giudiziario, militare e poliziesco. Al punto di rottura del sistema, l’appoggio e la spinta dei potentati esteri ed europei saranno decisivi in un senso o nell’altro, anche se io rimango dell’opinione che una rivoluzione sia impossibile in Italia (altrimenti sarebbe avvenuta tempo fa) e che la soluzione pragmatica stia nell’emigrazione-delocalizzazione.

Sarà decisivo anche il fattore comprensione. Esiste una concezione liberale dello Stato, secondo la quale lo Stato è un apparato erogatore di servizi, un fornitore, economicamente parlando la gente paga tasse a esso, e deve ricevere in cambio servizi corrispondenti alle tasse; se i servizi non corrispondono alle tasse, lo Stato va cambiato e in mancanza di correzione bisogna rifiutare il pagamento delle tasse. Questa concezione è ingenua se non tiene conto del fatto che vi è una classe sociale o casta che ha in mano le leve dei poteri dello Stato, e per la quale lo Stato è uno strumento per arricchirsi e per mantenere ed aumentare il proprio potere sulla popolazione generale. Uno strumento di sfruttamento e dominazione. Per essa, l’erogazione dei servizi alla popolazione generale è un costo, un costo aziendale; mentre è un utile, un utile aziendale, tutto quello che essa riesce a prendere attraverso lo Stato dalla popolazione generale e a trattenere a proprio vantaggio. Come per il pastore la lana lasciata indosso alle pecore è lana persa, così per questa classe sociale, per la casta italiana, il gettito fiscale è, aziendalmente, il ricavo; la spesa per servizi al corpo sociale è un costo; la differenza, tolti degli oneri finanziari, è il suo profitto. Perciò essa tende ad aumentare il prelievo fiscale indipendentemente dai bisogni effettivi del Paese, e gestire la spesa pubblica in modi clientelari e inefficaci, e  non per i bisogni effettivi del Paese, ma verso i suoi propri: ed ecco che le prestazioni e le opere pubbliche in Italia costano molto più che all’estero: la casta e i suoi clienti ci mangiano sopra. Col che si spiega come mai in Italia abbiamo tasse altissime e servizi pessimi.

E’ falso lo slogan ”più tasse, più servizi”. Non è vero che se si eliminasse l’evasione fiscale le tasse calerebbero: la casta tratterrebbe tutto. Stiamo già pagando tasse più che sufficienti, se non le pagassimo ai ladri, che le rubano e sprecano. E se non si elimina questa casta di ladri, di parassiti, non è possibile riqualificare e rendere efficiente la spesa pubblica, tagliandone gli sprechi, perché questi sono profitti per la casta, che quindi non ci rinuncia.

Padoan è il ministro giusto per questa gestione. Non è affatto un cretino o un economista fallito. È l’economista vincente, al contrario. Se lo ha scelto lui, Renzi ha scelto saggiamente : ha scelto un uomo che unisce gli interessi della casta italiana con gli interessi dell’élite capitalista finanziaria globale passando per i saccheggiatori di Berlino e di Brussel. Il suo governo è in linea perfetta coi precedenti.

22.02.14 Marco Della Luna

P.S. LE IMPRESE PASSATE DI PADOAN CON L’ARGENTINA E LE SUE POSIZIONI SULLA GRECIA RIVELANO IL SUO VERO COMPITO DI DISTRUTTORE DELLE NAZIONI PER CONTO DELLA FINANZA PREDONA E DEVASTATRICE CHE FA CAPO AL FMI: RENZI E NAPOLITANO HANNO CONSEGNATO L’ITALIA A UNA MACCHINA DI MORTE:

IL MINISTRO PADOAN? ARGENTINA E GRECIA

 di Gianni Lannes
Uno affidabile per il lavoro finale che porterà l’Italia dentro il baratro. Pier Carlo Padoan? In Argentina lo ricordano per unica ragione: aver spinto il Paese sudamericano nell’abisso economico. Ex dirigente del Fondo monetario internazionale, ex consulente della Bce ed ex vice segretario dell’Ocse. Ecco un telegrafico identikit del nuovo titolare dell’economia telecomandata dall’estero. In altri termini, uno sicuro per il sistema di potere dominante.
Rammentate cosa dichiarò un anno fa il neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan? Testuale: «La riforma Fornero è stato un passo importante per la risoluzione dei problemi dell’Italia». Avete capito ora cosa ci attende?
Scelto personalmente dal presidente abusivo della Repubblica Giorgio Napolitano e osannato dai mass media italiani. Sentite cosa scrisse di lui sul “New York Times” il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: «Certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano all’Ocse».
Un passo indietro: Padoan era responsabile in Argentina per conto del Fondo monetario internazionale nell’anno in cui il Paese sudamericano fece bancarotta.
Allora a cosa si riferiva il professor Krugman? Padoan è stato l’uomo che ha gestito per conto del Fondo monetario internazionale la crisi argentina. Nel 2001, Buenos Aires fu costretta a dichiarare fallimento dopo che le politiche liberiste e monetariste imposte dal Fmi (suggerite da Padoan) distrussero il tessuto sociale del Paese. In quegli anni il neo ministro si occupò anche di Grecia e Portogallo. Krugman scrisse in un altro articolo che furono proprio le ricette economiche «suggerite da Padoan a favorire la successiva crisi economica nei due Paesi».
Ecco cosa ha detto Padoan a proposito della crisi greca: «La Grecia si deve aiutare da sola, a noi spetta controllare che lo faccia e concederle il tempo necessario. La Grecia deve riformarsi, nell’amministrazione pubblica e nel lavoro». In altre parole, Atene avrebbe dovuto rendere il lavoro molto più flessibile, alleggerendo (licenziando) la macchina della pubblica amministrazione.
Nel marzo del 2013, quando la Grecia era sull’orlo del collasso indotto dalle speculazioni finanziarie, l’allora numero due dell’Ocse suggerì direttamente: «C’è necessità che il governo greco adotti una disciplina di bilancio rigorosa e di un continuo sforzo di risanamento dei conti pubblici, condizioni preventive per il varo di misure a sostegno dello sviluppo».
Mister Padoan è stato per quattro anni responsabile per conto del Fmi della Grecia. Successivamente, ha influenzato le politiche economiche di Atene in qualità di vice presidente dell’Osce.
Dopo la cessione definitiva della Banca d’Italia e della riserva aurifera nazionale (depositata a New York invece che a Roma) ai privati (grazie soprattutto  a Napolitano), vanno in onda gli ultimi affari sporchi che distruggeranno definitivamente le risorse naturali dello Stivale.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/02/italia-pronta-la-distruzione-finale.html
Per farvi una minima idea di quello che bolle realmente in pentola, date un’occhiata ai progetti speculativi rilevabili in parte sul sito del ministero del cosiddetto sviluppo produttivo nonché dell’ambiente.

La crisi non è economica bensì etica, o meglio ecologica. L’unico debito che abbiamo è con madre Natura.

documentario sulla crisi Argentina:

 

Pubblicato in MONETICA ED ECONOMIA POLITICA | Contrassegnato , , , , | 7 commenti

ART. 123 TUE: ROMPERE IL CAPPIO DEL DEBITO E DELL’INGANNO

PRESENTAZIONE

Quanto segue si basa su dati da tempo noti, circolanti e non controversi, anche da me riportati negli ultimi saggi.

Dati giuridici, quali l’art. 123 TUE che consente agli Stati dell’Eurozona di dotarsi di una banca statale e di usarla per finanziarsi presso la BCE ai tassi che questa pratica alle banche, cioè ora allo 0,25%; lo Stato italiano potrebbe così risparmiare circa 80 miliardi l’anno, ma non se ne parla nemmeno: combutta del silenzio tra mass media, istituzioni, politica. Segnalo che, contro la dolosa omissione governativa di questa soluzione, sto collaborando con l’amico Loris Palmerini (il primo, a mia conoscenza, che abbia segnalato la possibilità offerta dall’art. 123 TUE) alla redazione di una denuncia alla Corte dei Conti per danno erariale.

Dati economico-finanziari, come il fatto che, a far impennare i tassi di interesse, il deficit, l’indebitamento pubblico, e a scatenare il declassamento, è stata la scelta, fatta nel 1981, di rinunciare alla banca centrale nazionale che garantiva l’acquisto per mandare lo Stato a finanziarsi sui mercati finanziari speculativi sovrannazionali. Prima, il debito pubblico era sotto controllo. Da allora in poi, e sempre più, l’impennata dei rendimenti sta operando un massiccio trasferimento di redditi e assets, attraverso le tasse e i tassi, dalla popolazione generale e dal settore pubblico alla comunità bancaria-finanziaria sovrannazionale. L’Italia soprattutto ha un forte, fortissimo avanzo primario, maggiore di ogni altro paese comunitario, e il suo deficit, che capitalizzandosi nel corso degli anni ha prodotto il debito pubblico attualmente di circa 2.100 miliardi, è prodotto dagli interessi passivi sul debito pubblico. Ma gli alti tassi, rectius rendimenti, sono oggettivamente ingiustificati (dato l’avanzo primario del Paese), e vanno intesi come artefatti strumentali a “mungere” il lavoro e il risparmio degli italiani, anche attraverso un artificioso liquidity crunch che li costringe a svendere e a svendersi. Travaso che avviene anche col fatto che la BCE ha prestato migliaia di miliardi allo 0,50% e meno alle banche europee, che poi li hanno usati per comprare btp che rendono loro (e costano agli italiani) oltre il 4%. Mentre lo Stato potrebbe finanziarsi direttamente allo 0,25% dalle BCE attraverso la predetta banca statale. Ma i governi non lo fanno perché sono al servizio degli stessi beneficiari di questo travaso.

Ad ogni modo, l’operazione del 1981 – il c.d. Divorzio di Bankitalia dal Tesoro e la soppressione dell’autodeterminazione monetaria – risalta, nell’articolo che segue, assieme a Maastricht, all’Euro, al Fiscal Compact, come una tappa fondamentale non solo per la destabilizzazione finanziaria permanente dell’Italia e il suo perpetuo sfruttamento, ma altresì per la sottomissione politica dell’Italia al potere e all’interesse finanziario. E’ il grande golpe iniziale, rispetto a cui quelli recenti e ripetuti di Napolitano sono solo sotto-golpe attuativi.

La proposta degli autori del seguente articolo, cioè risolvere il problema del deficit e del finanziamento pubblico ricorrendo a una banca pubblica operante secondo l’art. 123 TUE – è  in se stessa perfettamente logica e dovrebbe essere attuata, pur tuttavia non mi sembra realizzabile proprio perché essa va contro gli interessi e i poteri che hanno, con successo e profitto, realizzato quanto sopra, acquisendo il dominio delle istituzioni nazionali ed europee.

20.02.14 Marco Della Luna

 

Il debito pubblico è un problema di interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere.

di Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni

 

Possiamo far ripartire l’economia risparmiando fino a 70 miliardi di euro l’anno.

La soluzione è scritta nell’articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi.

Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro e lo presta alla banca pubblica allo 0,25% e la banca pubblica lo presta allo Stato a tassi di interesse nettamente inferiori all’attuale 4%.

Lo abbiamo chiesto all’Unione Europea e il 14 gennaio 2014 abbiamo ricevuto la risposta. Si può fare.

Ecco i dettagli tecnici e la corrispondenza con la BCE.

 

L’immagine che ognuno di noi ha dell’Italia è di un paese in cui “non ci sono soldi” e la spiegazione che ci viene fornita è che i governi da decenni spendono di più di quello che incassano per cui l’accumulo dei deficit pubblici cronici ha creato un enorme debito rendendo necessaria l’austerità.

 

In realtà, la causa dell’elevato debito pubblico, attualmente di 2.100 miliardi, sta nel fatto che negli ultimi trenta anni lo Stato italiano ha pagato più di 3.000 miliardi di interessi. La soluzione del problema è quindi ridurre il costo degli interessi sul debito ad un livello pari o inferiore all’inflazione, come accade in Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone, Cina o come si faceva anche in Italia fino al 1981. Aggiungiamo che in termini di costo annuale lo Stato italiano ha pagato in media il 3% circa in più dell’inflazione (ad esempio adesso il BTP a 10 anni paga un 3,7% e l’inflazione in Italia è dello 0,6% e questo “spread” costituisce una rendita finanziaria permanente).

Il problema del debito pubblico non è, quindi, un problema di deficit eccessivi, ma di interessi eccessivi: ce lo dicono i dati.  Basta notare che dal 1992-1993 le spese delle Stato in Italia sono sempre inferiori alle entrate e addirittura, se guardiamo alla situazione attuale nel mondo, l’Italia è oggi il paese in cui lo Stato ha il surplus di bilancio più alto!

 

 

 

Se guardiamo i numeri nella tabella successiva vediamo che il debito pubblico italiano è esploso di colpo tra il 1982 al 1993, quando la spesa per interessi passò da 35 a 156 miliardi (traslando le lire di allora in euro di oggi). Si può quindi sostenere che, a parità (presumibilmente) di sprechi e corruzione, il debito pubblico è raddoppiato in percentuale del PIL a causa della spesa per interessi.

 

 

 

Come si vede nell’ultima colonna della tabella (in valori attualizzati e traslati in euro di oggi), i deficit annui (differenza tra spese ed entrate) hanno oscillato intorno ad una media di 40 miliardi annui e in percentuale del PIL hanno oscillato dal 3% al 7%, ma la spesa per interessi è raddoppiata in quattro anni, dai 35 miliardi del 1980 ai 69,8 miliardi del 1984 e di nuovo è raddoppiata a 142 miliardi nel 1991 per toccare un picco a 157 miliardi nel 1992.

 

Quello che si vede nella tabella è anche che dal 1992 lo Stato italiano ha applicato politiche di austerità, cioè di aumento delle tasse, aumentando le sue entrate in modo da avere sempre un avanzo di bilancio (differenza tra spese ed entrate prima degli interessi), come si vede nell’ultima colonna. Nonostante più di venti anni di politiche di austerità, cioè di imposizione fiscale crescente iniziate con i governi Ciampi e Dini nei primi anni ’90, lo Stato non è poi più riuscito a ridurre il debito pubblico a causa della “rincorsa” degli interessi che si cumulavano.

 

La ragione di questa esplosione di spesa per interessi è che nel 1981 è caduto l’obbligo della Banca d’Italia di comprare debito pubblico calmierandone gli interessi (e dal 1989 si è vietato formalmente, nel Trattato di Maastricht ogni finanziamento dello Stato da parte della sua Banca Centrale).

 

 

 

 

La “Troika” (UE, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario) e i governi Monti, Letta e ora Renzi, non menzionano mai, però, questo semplice fatto, che il debito pubblico si è cumulato a causa del fatto che lo stato è Stato costretto a finanziarsi sul mercato e quindi pagare interessi reali elevati, mentre prima usufruiva del finanziamento di Banca d’Italia che ne riduceva il costo ad un livello pari o inferiori all’inflazione e quindi il debito non si accumulava (in percentuale sul PIL).  In aggiunta, come molti sanno, con l’euro circa metà dei BTP sono stati comprati da investitori esteri per cui almeno metà degli interessi pagati sono usciti dalla nostra economia (a differenza di quanto avveniva fino a metà anni ’90).

Detto in parole semplici, lo Stato italiano è stato obbligato a farsi prestare denaro a costi di interessi dettati dalle banche estere (diciamo dal mercato finanziario estero), quando invece avrebbe potuto continuare a farsi finanziare a costo zero dalla Banca d’Italia.

Se quindi eliminiamo questo laccio finanziario che costringe all’austerità permanente, l’Italia potrebbe ridurre le tasse in modo sostanziale e tornare ad essere un paese con un economia paragonabile agli altri paesi europei e non un caso quasi disperato di depressione economica come accade ora.

 

Nella tabella di fianco l’andamento del Pil dagli anni ’70 ad oggi.

 

 

 

La soluzione

Lo Stato italiano può però invertire questo meccanismo e da subito. In apparenza non sembra possibile farlo senza uscire dall’Euro e rompere i trattati europei perché l’Unione Europea ha vietato alla Banca Centrale Europea di finanziare l’acquisto diretto di titoli di stato[1] e l’unica azione che la BCE può fare è quella di creare denaro per prestarlo alle Banche.

 

E’ vero che la BCE ha anche comprato nel 2011-2012 titoli di stato di paesi in difficoltà, ma come misura di emergenza e in misura molto limitata perché appunto è vincolata dai trattati europei (a differenza delle Banche Centrali dei paesi anglosassoni e asiatici).  La BCE da quando è iniziata la crisi finanziaria nel 2008 ha però creato (“dal niente” e senza costi) circa 2,800 miliardi di euro e ha di recente fornito alle banche più di 1,000 miliardi ad un costo vicino a zero, usati da queste per comprare titoli di stato a lunga durata come i BTP.  In pratica le banche italiane hanno ricevuto prestiti ad un costo inferiore allo 0,5% con cui hanno comprato BTP che rendevano più del 4%.

 

E’ evidente che se lo Stato potesse prendere a prestito dalla BCE lo stesso denaro che ha fornito alle banche a questo tasso, risparmierebbe decine di miliardi e della famosa “spread” non si sentirebbe più parlare, ma come sappiamo questa strada sembra sbarrata, oltre che dall’opposizione dei quattro paesi nordici, dai trattati europei che l’Italia ha firmato.

 

In realtà il comma 2 dello stesso articolo 123 offre una scappatoia agli Stati dell’Eurozona[2], perché prevede che gli enti creditizi di proprietà pubblica possano anche loro ricevere finanziamenti dalla BCE. E poi niente impedisce che girino questi soldi allo stato.

 

Uno stato della UE che controlli enti creditizi potrebbe farsi finanziare da loro i deficit, pagando un interesse vicino a quello che la BCE offre, cioè vicino allo zero e comunque non superiore all’inflazione.  L’ideale sarebbe non continuare ad emettere BTP; ma utilizzare prestiti diretti, ad esempio a tre anni, che rispetto all’acquisto di BTP offrono il vantaggio che il loro valore a bilancio non oscilla di anno in anno a causa di andamenti di mercato e quindi elimina il problema degli attacchi speculativi sul BTP.

 

Su un debito pubblico italiano attuale di circa 2.000 miliardi questo significa arrivare a pagare interessi per ad esempio 10-20 miliardi annui invece che gli oltre 80 miliardi attuali. Anche se occorre del tempo perchè man mano il debito a scadenza venga rifinanziato con prestiti diretti di banche pubbliche, in pratica l’effetto di “calmiere” sul mercato lo sentiresti da subito, perché il mercato finanziario si renderebbe conto che lo Stato italiano ha di nuovo accesso diretto alla liquidità. In pratica avresti un effetto calmieratore sul costo del debito simile a quello che ottengono in Giappone, Gran Bretagna, Stati Uniti con l’accesso diretto alla liquidità della loro Banca Centrale

 

Le cifre che indichiamo sono esemplificative e l’analisi può essere fatta in modo più dettagliato, ma la sostanza è che se il debito pubblico venisse man mano rifinanziato tramite prestiti diretti di banche pubbliche (che hanno accesso al finanziamento della BCE), il suo costo non verrebbe più determinato dal mercato finanziario. Si tornerebbe cioè alla situazione pre-1981, quando il costo del debito pubblico non era un problema perché era costantemente pari o inferiore all’inflazione.

 

Va sottolineato che non ci sarebbe alcun rischio per le banche pubbliche, perché lo Stato italiano, al netto degli interessi, è un ottimo “pagatore”, come si evince dai dati della tabella precedente. Infatti lo Stato italiano sarebbe in attivo negli ultimi 20 anni di 500 miliardi di euro (sempre al netto degli interessi). E’ chiaro che è un ottimo cliente per qualsiasi banca e un banca pubblica può prestare senza fini di lucro, ad un costo che copra le sue spese amministrative. Senza contare che prestare allo Stato non è considerato nei regolamenti bancari europei un rischio che richiede di accantonare capitale e di conseguenza è possibile per le banche prestare 500 o 1.000 miliardi senza dover aumentare di un euro il loro capitale (cosa dimostrata dal programma di Draghi chiamato “LTRO” lanciato a fine 2012, in cui appunto le banche hanno comprato centinaia di miliardi di BTP senza accantonare alcun capitale addizionale).

 

Uno scambio di email con la Banca Centrale Europea

Esiste quindi la strada per lo Stato italiano per arrivare a risparmiare anche 70  miliardi di euro di interessi all’anno. Abbiamo voluto verificare questa possibilità, (applicata in Germania e Francia tramite due enti pubblici, rispettivamente KfW e Bpi), contattando gli uffici dell’Unione europea circa la fattibilità dell’utilizzo di banche pubbliche per finanziare lo stato.

 

La risposta ricevuta per email (a nome della BCE) è stata affermativa: “il divieto di scoperto bancario e di altre forme di facilitazione creditizia in favore dei governi non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”. Inoltre, in riferimento a banche pubbliche: “gli istituti di credito possono liberamente prestare i soldi ai governi o comprare i loro titoli di stato, nonché prestare soldi a qualsiasi cliente”

 

E’ quindi possibile per lo Stato italiano nazionalizzare una Banca, la quale acceda alla liquidità della BCE e finanzi il suo debito ad un tasso di interesse appena superiore a quello applicato dalla BCE stessa e in ogni caso sempre molto inferiore a quello di mercato, che va ricordato è attualmente superiore del 3% all’inflazione.

 

Stiamo parlando qui di come “trovare” non due o tre miliardi con l’IMU o qualche privatizzazione o risparmiando sulla sanità, le scuole, le infrastrutture, ma risparmiando sugli interessi, sulla rendita che da decenni lo Stato italiano paga a investitori esteri, banche e anche a investitori italiani.

 

Si tratta alla fine di scegliere tra rendita finanziaria favorendo il lavoro e le imprese. La rendita finanziaria ha incassato in trenta anni dallo Stato, lo ricordiamo ancora, più di 3mila miliardi di euro di interessi, mentre le imprese e i lavoratori italiani venivano schiacciati da una tassazione soffocante, giustificata con il peso del debito pubblico di 2mila miliardi, creato dall’accumularsi di questi interessi.

 

Gli italiani devono rendersi conto che non è vero che “non si può fare niente” contro il peso del debito pubblico e delle tasse a causa dei trattati firmati e delle posizioni degli altri governi all’interno delle istituzioni europee. In realtà, un governo italiano competente e che abbia a cuore gli interessi degli italiani invece che del “mercato finanziario” può muoversi anche all’interno dei trattati europei.

 

Il nostro, oltre che un articolo, è anche un appello ai cittadini italiani che trovino convincenti i fatti che abbiamo esposto e diffondano, ovunque possano, questa soluzione pratica al problema del debito, allo scopo di mettere la parola fine alle politiche di austerità che stanno soffocando l’economia italiana.

Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni

 

Giovanni Zibordi, si occupa di mercati finanziari e gestisce uno dei siti finanziari più noti in Italia, www.cobraf.com economia a Modena, ha anche tre anni di dottorato in economia a Roma, un MBA a UCLA e ha lavorato precedentemente in consulenza manageriale e ha vissuto a Los Angeles e New York per sette anni.

 

Claudio Bertoni si occupa di impresa ed è stato per più di vent’anni imprenditore nell’ambito del commercio equo e solidale. Dottore in Scienze Agrarie sa che i beni reali valgono di più del denaro e ricerca come cittadino le soluzioni possibili ai problemi monetari di macroeconomia.

 

 

Post fazione

Alcune obiezioni

Per quanto riguarda l’obiezione sul mancato rendimento che questi ultimi avrebbero sui loro investimenti in titoli di stato, va notato che gli investitori italiani hanno oggi solo un terzo dei titoli di stato e si concentrano in prevalenza sui BOT e CCT che rendono meno dell’1% mentre gli investitori esteri e le banche si concentrano sui BTP che pagano intorno al 4%. Si può stimare quindi che su circa 80 miliardi di interessi annui ne ricevano non più di 20-25 miliardi. In secondo luogo i detentori di titoli di stato in larga maggioranza appartengono alla fascia più benestante della popolazione, che è quella che ha in realtà beneficiato della crisi, perché ha goduto di rendimenti (al netto dell’inflazione) maggiori degli anni precedenti e anche di guadagni in conto capitale. In terzo luogo, quando, a causa del finanziamento diretto di banche pubbliche allo stato suggerito, i rendimenti dei BTP scendessero intorno o sotto l’1% le famiglie italiane possono comunque investire in fondi e titoli di reddito fisso in tante altre parti del mondo. Infine, se i titoli di stato diventeranno meno attraenti, possono essere spinte a investire allora di più in obbligazioni italiane aziendali, aiutando così il finanziamento delle imprese italiane.

 

Il carteggio originale con L’Unione Europea e la Banca Centrale Europea
Date: Tuesday, 10/12/2013 17:23:50
From: “Claudio Bertoni”

Subject: [Case_ID: 830870 / 1548784] art. 123- Delucidazioni
————————————————–

[...]

E’ chiaro che la BCE non può acquistare direttamente Titoli di Stato e quindi quello che è mia intenzione approfondire ora, e in ultimo, sono le seguenti domande:
 1) comma 2 art. 123  TFUE: è possibile per un Ente creditizio di proprietà pubblica accedere all’offerta di liquidità, oggi al tasso dello 0,25%, della BCE?

 

2) Se sì come penso, questo Ente creditizio di proprietà pubblica può prestare denaro al Governo affinchè lo stesso possa pagare i suoi debiti ai mercati finanziari? Ovviamente attraverso la cessione a garanzia dei Titolo di Stato acquistati dall’Ente creditizio pubblico stesso?

 

3) E l’Ente creditizio pubblico può decidere liberamente il tasso di interesse?

Grazie ancora per la vostra cortese risposta

 

 

———- Messaggio inoltrato ———-
Da: Europe Direct <citizen_reply@edcc.ec.europa.eu>
Date: 13 gennaio 2014 10:50
Oggetto: [Case_ID: 0830870 / 1548784] art. 123- Delucidazioni
A: claudio.bertoni1910@gmail.com

 

Gentile Signor Bertoni,

La ringraziamo per il suo messaggio. Desideriamo scusarci per il ritardo.

Le inoltriamo le risposte alle sue domande, fornite dalla Banca centrale europea:

 

1) comma 2 art. 123  TFUE: è possibile per un Ente creditizio di proprietà pubblica accedere all’offerta di liquidità, oggi al tasso dello 0,25%, della BCE?

 

1. Gli enti pubblici creditizi dell’area dell’euro sono un elemento importante del sistema bancario e pertanto hanno un ruolo essenziale nel fornire prestiti all’economia reale. Pertanto è importante per l’Eurosistema che essi siano trattati alla pari degli istituti creditizi privati nel contesto delle operazioni di rifinanziamento per assicurare un efficiente trasmissione delle decisioni riguardanti la politica monetaria all’economia. Pertanto la risposta alla sua prima domanda è si ed e per questo che l’articolo menzionato è presente nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE)*. L’articolo stabilisce che il divieto di scoperto bancario e altre forme di facilitazione creditizia in favore dei governi “non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”.

 

2) Se sì come penso, questo Ente creditizio di proprietà pubblica può prestare denaro al Governo affinchè lo stesso possa pagare i suoi debiti ai mercati finanziari? Ovviamente attraverso la cessione a garanzia dei Titolo di Stato acquistati dall’Ente creditizio pubblico stesso?

 

2. Non è il ruolo della banca centrale di decidere per gli istituti di credito come utilizzare i soldi. In pratica, gli istituti di credito possono liberamente prestare i soldi ai governi o comprare i loro titoli di stato, nonché prestare soldi a qualsiasi cliente. Questo è possibile nel caso in cui esista una decisione commerciale indipendente da parte dell’ente pubblico creditizio di entrare in tale rapporto con lo Stato. In questo contesto è necessario ricordare la clausola stabilita dall’articolo 124 del TFUE, che stabilisce quanto segue: “È vietata qualsiasi misura, non basata su considerazioni prudenziali, che offra alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri un accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie.” Lo Stato, nel caso in cui adottasse una legge, regolamento o qualsiasi altro strumento giuridicamente vincolante, che obbligherebbe un istituto finanziario a comprare i titoli di stato governativi, violerebbe l’articolo 124.

 

3) E l’Ente creditizio pubblico può decidere liberamente il tasso di interesse?

 

3. La domanda non è chiara. Tuttavia, nel contesto della decisione indipendente presa dall’istituto creditizio di prestare soldi ai clienti, il prezzo dell’operazione deve essere basata su considerazione finanziarie e economiche (per esempio, il profilo di rischio del cliente). Per quanto riguarda la decisione di comprare titoli di stato pubblici, si aspetta che il tasso di interesse nominale per i titoli governativi (come per gli altri) venga determinato dalle caratteristiche del titolo stesso (incluso il profilo di rischio dell’emittente, la liquidità e commerciabilità del titolo, etc.). Il rendimento effettivo del titolo (emesso da un pubblico o provato) negoziato sul mercato riflette l’evoluzione di queste caratteristiche nel tempo.

 

Ci auguriamo che queste informazioni possano esserle di aiuto. La preghiamo di contattarci nuovamente in caso avesse ulteriori domande.

 

 

 

 

 



[1] art. 123 della Versione consolidata del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea Comma 1: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca Centrale Europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.

 

[2]Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”

Pubblicato in GENERALI | 23 commenti

SEGNALAZIONE SUL FILTRO ANTISPAM

NOTO CHE MOLTI COMMENTI VENGONO TRATTENUTI NELLA CARTELLA “SPAM”, ASSIEME A UNA MAREA DI VERO SPAM. OGNI DUE O TRE GIORNI ISPEZIONO LA CARTELLA E AUTORIZZO I COMMENTI.

Pubblicato in GENERALI | 1 commento

GIORGIO, SILVIO, MATTEO: LE RISORSE D’ITALIA

GIORGIO, SILVIO, MATTEO: LE RISORSE D’ITALIA

Monti, Letta, Renzi, non hanno in realtà alcuna particolare capacità e competenza, erano/sono a priori destinati a tradire le aspettative, sono solo apparenza artefatta per  calamitare speranze e sogni di cambiamento, così di garantire la continuazione.

 Questi finti statisti vengono sfornati e bruciati uno dopo l’altro, per tirare avanti, come per arrivare a una qualche scadenza…. Ma quale?

Sono arrivati a Palazzo Chigi non con le proprie forze, ma messe da forze retrostanti, esterne allo stesso Paese, anche se l’ottusità popolare, incosciente della condizione di subalternità dell’Italia, non se ne avvede e pensa che le scelte politiche italiane siano endogene. Adesso molti fessacchiotti che hanno votato Renzi alle primarie si pentono e chiedono indietro… i 2 euro pagati per votare!

 Dovunque si indaghi, si trova che gli apparati dei partiti politici, assieme a burocrati amministratori, sono dediti al parassitismo è al peculato. Sono privi di cultura, tecnicamente e scientificamente impreparati, del tutto incapaci di anche solo capire i problemi profondi del mondo, dell’Europa, dell’Italia. Quando anche domani avessimo un premier e un governo tecnicamente capaci in questo senso, essi dipenderebbero tuttavia da quegli apparati partitici, partitocratici, dalle loro naturali esigenze e richieste, incompatibili con la buona riforma e la buona gestione del Paese; quindi anche un tale leader, che peraltro non si vede all’orizzonte, un tale governo, non avrebbero alcuna probabilità di riuscire a salvare il paese dalla attuale deriva distruttiva.

Attualmente, i leaders in lizza sono due: Matteo e Silvio.

 Matteo viene da esperienze amministrative locali e da una rete di business ormai divulgate; non ha alcuna competenza, esperienza, qualificazione, in campo di economia politica, di macroeconomia, di geostrategia, ed è quindi inidoneo ad affrontare la situazione nazionale e le sue determinanti. Le aspettative su di lui, il suo sfavillare, sono prodotti da operazioni di immagine e non hanno basi di realtà . Chi gli ha dato il voto di gradimento nelle elezioni primarie, lo ha fatto irrazionalmente e senza cognizione di causa. Matteo sa che può fare il ganzo con Letta, con Fassina, con Alfano, ma non è in grado di farlo con la recessione, la disoccupazione, la deindustrializzazione, la fuga dei capitali e dei cervelli. Perciò, per non bruciarsi subito e per sempre, è stato riluttante a sostituirsi a Letta alla guida del governo. Lo ha rassicurato fino all’ultimo, salvo poi voltar gabbana e prendere il suo posto, con  un voltafaccia contraddittorio che si può spiegare solo con un ordine di agire così, che Renzi abbia ricevuto da chi lo ha messo su. Renzi è un leader costruito, illusorio, che prende ordini. Il suo discorso di sostituzione di Letta è stato il solito centone di luoghi comuni senza alcuna analisi dei problemi di fondo, interni e globali, e senza alcun programma concreto per trattarli.

 Silvio, adesso che è in rotta col sistema, dice cose chiare, razionali, competenti, sull’economia ed Europa, anche se non arriva a trattare il fondo dei problemi, si limita a quei temi che l’opinione pubblica è preparata ad accettare. In questo, fa un poco meglio di Renzi. Fidarsi di Berlusconi però è pericoloso, perché egli, allo scopo di risolvere i propri problemi giudiziari personali e di mettere al sicuro gli interessi delle sue aziende familiari, si è sempre prestato a votare leggi, trattati, fiducie anche contro gli interessi del Paese e contro le aspirazioni dei suoi elettori. Ha votato il fiscal compact, Monti, Letta, l’Eurogendfor. Persino ultimamente, alla vigilia del voto per espellerlo dal Senato, offriva, personalmente attraverso i suoi colonnelli, di mantenere la fiducia a Enrico Letta se questi gli avesse in qualche modo mantenuto il seggio in Senato. Uno scambio indecente. Quindi Silvio non è affidabile.

 Rimane re Giorgio. Questi, con la sostituzione di Berlusconi su richiesta di interessi stranieri, con la nomina e il sostegno a Monti e Letta, a politiche rovinose , ha compiuto operazioni che, se non avessero avuto l’appoggio e la legittimazione da parte di questi stessi interessi vestiti da Europa, sarebbero stati impossibili e inaccettabili. Lasciargli gestire ulteriori crisi di governo è un suicidio.  Sotto il suo sguardo malaugurate , la scelta elettorale è oggi in questa balorda alternativa tra Matteo e Silvio, che impedisce alternative vere. Ma, come dice la Merkel, “non ci sono alternative”. Le alternative sono un lusso che i debitori e i vinti non possono permettersi.

 14.02.14  Marco Della Luna

 

 

Pubblicato in GENERALI | 18 commenti

CHE FARE COL TRADITORE?

In questi giorni il dibattito mediatico e politico, e lo scandalo, si concentra sul punto se Napolitano abbia preparato con Monti il suo subentro a Berlusconi mesi prima che Berlusconi si dimettesse.

Ma il punto rilevante è un altro.

Ormai è di dominio pubblico che la crisi dello spread contro l’Italia non aveva fondamento oggettivo, essendo allora (inizio di estate 2011) i nostri fondamentali decenti e stabili, bensì fu scatenata artificialmente dalle  banche tedesche (e forse anche dal governo di Berlino) mediante la vendita criminale, massiccia e concentrata di btp italiani per creare allarme sulla solvibilità dell’Italia e far fuggire i capitali verso il Bund, in modo da puntellare l’allora vacillante sistema bancario tedesco, che si era riempito di titoli tossici americani e di debito greco e spagnolo. Il governo Monti, poi, servo di Berlino, supportato dal Quirinale, oltre agli altri macelli, tassò gli italiani per rimborsare ai banchieri speculatori tedeschi le perdite su questo debito.

Ciò premesso, il vero scandalo, il vero tradimento di Napolitano, si avrebbe se risulterà che Napolitano abbia scientemente collaborato a questo piano. In tal caso, non sarebbe da mettere in stato di accusa, ma da catturare e rinchiudere de plano. Si penserà poi a come processarlo.

Ma lasciarlo lì, a gestire altre crisi di governo, ora, sarebbe da manicomio.

11.02.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | 9 commenti

AVVISO: CENSURA AL BLOG DOPO L’ARTICOLO SU LETTA

PROPRIO ORA UN AMICO MI SEGNALA DI AVERE RIPETUTAMENTE PROVATO, FINO A 2 MINUTI FA, A POSTARE UN COMMENTO DI PROVA, E CHE IL SISTEMA LO RESPINGE COME ERRONEO O AMMONENDOLO CHE STA SCRIVENDO TROPPO IN FRETTA.

IN EFFETTI, DOPO CHE HIO PUBBLICIATO L’ARTICOLO “LETTA NON E’ PAZZO NE’ BUGIARDO”, DAPPRIMA I COMMENTI SUCCESSIVI AD ESSO CHE ERANO STATI AMMESSI SONO STATI CANCELLATI, E IN SEGUITO I NUOVI COMMENTI SONO STATI BLOCCATI.

Pubblicato in GENERALI | 3 commenti

GRILLO ACCUSATO PER ISTIGAZIONE A DISOBBEDIRE

Grillo è stato denunciato e iscritto nel registro degli indagati per istigazione dei militari a disobbedire alle leggi poiché tempo fa esortò gli uomini delle forze dell’ordine a non  difendere più la casta corrotta e parassitaria. Naturalmente, la denuncia è stata sporta da un onorevole del PD.

Agli onorevoli Democratici, ai PM che sosterranno l’accusa contro Beppe Grillo e ai giudici che giudicheranno su di essa, voglio rammentare un precedente analogo: quando scoppiò la Rivoluzione Francese e il popolo affamato prese d’assalto il palazzo reale, alla Guardia Reale fu ordinato di sparare sul popolo, ma la Guardia Reale girò le sue armi verso chi affamava il popolo.

A Beppe, invece, voglio dire che gli italiani non sono i Francesi, che i poliziotti e i carabinieri punteranno sempre le armi dove ordinerà il loro datore di lavoro, e che a pochi di loro verrà in mente che il giuramento di fedeltà alla Repubblica forse suggerirebbe di fare diversamente, di fronte a una casta dirigente corrottissima, che vende il Paese agli interessi stranieri, che continua a stravolgere la Costituzione e i suoi principi fondamentali, a cominciare dalla tutela del lavoro e del risparmio dei cittadini e del mandato democratico ai governi.

Quindi non faccia conto su un senso di identità comune e solidarietà nazionale, o di interesse collettivo, che in Italia non si è storicamente formato, a differenza di molti altri Paesi, come pure il senso di legalità costituzionale.

08.02.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , | 4 commenti

QUALCOSA BLOCCA I COMMENTI

Da quando ho pubblicato l’articolo “LETTA NON E’ PAZZO NE’ BUGIARDO”, qualcuno o qualcosa impedisce nuovi commenti. Qualche lettore mi ha segnalato di aver tentato di postare un commento, ma di non esserci riuscito. Ho controllato anche tra quelli in attesa di moderazione, e neanche là si trovano quelli successivi al predetto articolo. Io stesso ho provata a inserire un commento, che è comparso, poi è sparito.  Qualcuno può suggerirmi una spiegazione?

Grazie.

 

08.02.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | 3 commenti

LETTA NON E’ PAZZO NE’ BUGIARDO

LETTA NON E’ PAZZO NE’ BUGIARDO

Letta in visita nel Golfo Persico ha detto ai petro-capitalisti locali: venite a investire in Italia, la crisi è finita, il pil è in ripresa. Confindustria, con Squinzi, non è d’accordo, e accusa il governo di inconcludenza e dice che, meglio di cincischiare, sarebbe andare al voto. Molti si scandalizzano delle affermazioni del premier, perché la recessione, la disoccupazione, il calo della domanda interna, il debito pubblico etc. continuano a peggiorare e se l’export un po’ riprende è grazie al traino della ripresa e della domanda estere, nonché al taglio dei salari e dei diritti dei lavoratori italiani. Alcuni mi dicono: Letta è il solito bugiardo ipocrita, nega l’evidenza. Altri mi dicono: no, Letta delira, è pazzo, ha perso il contatto con la realtà, vive in una bolla di sogno europeo.

Agli uni e agli altri io rispondo: vi sbagliate: ai capitalisti del Golfo, potenziali investitori, Letta invero sta dicendo che, adesso, possono venire a investire in Italia perché la crisi è passata, nel senso che ormai l’Italia è stata (da Berlino, da Bruxelles e da Roma), riorganizzata in modo da garantire i loro interessi, ossia:

-i costi del debito pubblico, dell’elusione fiscale dei grandi redditi,  della ridotta progressività delle imposte sui redditi, saranno tutti scaricati sui risparmiatori, sui lavoratori, sui pensionati, sui redditi e i capitali non delocalizzabili;

-i costi dei buchi delle banche saranno scaricati sui depositanti, sugli obbligazionisti, sugli azionisti (bail-in);

-i costi della competitività saranno scaricati sui salari e sulla previdenza;

- grazie a ciò, il regime manterrà le opportunità di elusione fiscale e di basse imposte per il grande capitale che investe in Italia;

-il poco di credito bancario disponibile sarà destinato alla grande impresa e le sofferenze che questa lascerà saranno scaricate sui clienti e sui risparmiatori;

-la politica fiscale del governo continuerà a togliere liquidità al sistema-paese così da costringere a (s)vendere aziende, partecipazioni, beni immobili di pregio;

-quindi i petrodollari, e in genere i capitali da preda stranieri, potranno fare affari d’oro quando la fame di capitali dovuta alle esigenze di finanza pubblica e di sostegno al sistema bancario traballante sotto la prossima revisione della BCE ( Asset Quality Review) imporranno di (s)vendere il meglio degli assets pubblici, in primis le quote di Bankitalia ultimamente rivalutate a costo zero per i partecipanti al capitale sociale della banca di emissione.

Letta, il regime, non possono dire che il trend economico è pessimo, ma devono affermare che il pil sia in aumento (e a questo fine servirà anche la imminente modificazione del metodo di calcolo del pil), perché se ammettessero che il pil è in calo, allora scatterebbe la clausola di sospensione della riduzione forzata del debito pubblico, contenuta nel Fiscal Compact, quindi il regime non potrebbe eseguire quel prelievo fiscale aggiuntivo di oltre 45 miliardi l’anno, che serve, unitamente ai contributi al MES, al fine di produrre quella crisi di liquidità interna e di recessione, che a sua volta servirà a giustificare la (s)vendita (privatizzazione) urgente degli assets e dei servizi pubblici (reali) al capitale (fittizio) degli investitori stranieri, burattinai del regime italiano (e greco).

03.02.14 Marco Della Luna

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , | 22 commenti

CONFLITTO DI CLASSE E SIGNORAGGIO MONETARIO

CONFLITTO DI CLASSE E SIGNORAGGIO MONETARIO: L’IMPERIALISMO OBBLIGATO DEGLI USA

Alla luce di quanto esposto nel precedente articolo, DEFINIZIONE DI SIGNORAGGIO MONETARIO, qui sotto riprodotto per comodità del lettore, si comprende che il conflitto di classe, oggi e domani più che mai, è il conflitto tra:

A)  coloro – diciamo la comunità bancaria e parabancaria, essenzialmente un cartello - che sono in grado di creare (enormi e crescenti quantità di) mezzi monetari scaricandone il peso debitorio sul resto del corpo sociale (debito pubblico, pubblicizzazione privatizzazione, verso altri soggetti, delle perdite), producendo continue crisi e bolle, ed estraendo così dal resto del corpo sociale non solo la ricchezza reale da questo prodotta, ma le sue capacità politiche e i suoi diritti giuridici; e

B)il rest0 del mondo.

La classe A si compone di poche migliaia di persone, al massimo; ha coscienza di classe, è consapevole dei meccanismi del mondo reale, è organizzata, concentra in sé il potere anche politico, tecnologico, militare; parla anche per bocca delle istituzioni pubbliche.

La classe B si compone di miliardi di persone, di cui pochissime hanno coscienza di classe e consapevolezza dei meccanismi del mondo reale; non è organizzata, se non frammentariamente; è divisa dai confini nazionali e da contrapposti interessi di categoria (lavoratori/pensionati, imprenditori/operai e impiegati; garantiti/non garantiti; primo mondo/terzo mondo, etc.); se resiste, è automaticamente  fuori legge, perché la legge è fatta dalla classe A.

L’internazionalismo comunista gridava: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”.

Si sono uniti, invece, i grandi capitalisti finanziari di tutto il mondo, formando una classe globale, prosperante e operante sopra i confini che dividono il resto della popolazione mondiale, e sopra i parlamenti e i governi.

Il mondo così organizzato dalla Classe A, ha una superpotenza unica ed egemone, gli USA, che mantengono (sia pure non da soli, ma in via di gran lunga principale) questa organizzazione del mondo adoperando metodi e mezzi imperiali, sia finanziari che militari, e comportanti costi enormi, quindi un deficit interno ed estero enorme e crescente, quindi la necessità di importare molto più di quanto esporta, e di finanziare questo squilibrio imponendo al resto del mondo l’accettazione della sua moneta superinflazionata nonché dei suoi titoli di debito pubblici e privati, compresi i famosi derivati, le cartolarizzazioni, i prodotti strutturati. Continua a creare sempre più moneta fittizia e sempre più capitale fittizio, in uno schema Ponzi globale di cui è prigioniera, e che è costretta  a imporre a tutti.  Le mega-truffe e le bolle speculative sono mezzi per collocare questi strumenti finanziari e farli fruttare a vantaggio di chi li progetta e a spese (debiti, tasse) della popolazione generale: signoraggio monetario internazionale.

L’ordinamento finanziario, e di conseguenza anche politico, del mondo, soprattutto della parte egemonizzata dagli USA, viene conformato a questa necessità di finanziamento dei costi per l’impero, come fino al ’29 avveniva con la precedente potenza imperiale, il Regno Unito, e la sua divisa, la Sterlina. In Asia, il principale accettatore del debito statunitense è stato il Giappone, fino al ’91, e poi, a seguito (o per mezzo) di una devastante recessione di quel Paese, gli è stata sostituita la Cina, e il Giappone, dopo 46 anni di crescita ininterrotta, ha smesso di crescere (guarda caso!). In Europa, la potenza che assicura l’acquisto del debito USA è la Germania, la quale, in cambio di questo servizio, ha ricevuto il feudo Europa (continentale), con licenza di dominarlo, scaricare alcuni suoi costi sui paesi europei subalterni, prendersi loro quote di mercato, vendervi i propri prodotti, estrarne capitali, industrie, cervelli, cambiarne i governi, e via discorrendo.

Il conflitto di classe tra Classe A e Classe B si presenta, pertanto, anche tra paesi: tra la superpotenza unica – gli USA, oggi; l’Impero Britannico, ieri - che ha la forza di imporre le proprie carte-debito senza valore come moneta accettata da tutti, e così di finanziarsi a costo zero, o meglio al costo delle forze militari di cui abbisogna per imporre l’accettazione; e paesi che sono forzati ad accettare quelle carte-debito e a dare in cambio beni, servizi, materie prime che gli USA non producono ma di cui abbisognano per il loro funzionamento e per pagare aiuti a regimi collaboranti e guerre contro quelli che non collaborano. Tra questi paesi, vi è una gerarchia: alcuni possono scaricare i costi su altri, che invece non possono scaricarli. L’UE e l’Euro, nel mondo dei fatti, servono principalmente a questo. Divide et impera.

02.02.14  Marco Della Luna

DEFINIZIONE DI SIGNORAGGIO MONETARIO

Il signoraggio monetario è la capacità di realizzare estrazione netta (cioè senza corrispondente cessione di beni o servizi reali) di potere d’acquisto dal corpo sociale mediante creazione ed emissione di mezzi monetari, ossia di  moneta primaria, moneta creditizia, promesse di pagamento e di ogni altro strumento finanziario liquido, cioè prontamente vendibile o scontabile, quali sono anche i prodotti finanziari derivati (da qui il business della produzione delle bolle finanziarie: servono ad estrarre ricchezza dalle società).

Più terra terra: è la capacità di prendere dal corpo sociale cose reali senza dare in cambio cose reali, ma mezzi simbolici  (generati senza costo) idonei a comperare cose reali prodotte dal lavoro degli altri e a loro spese.

Chi detiene il signoraggio si procura ricchezza, insomma, pagandola con  addebiti a carico del corpo sociale.

E’ ovvio il conflitto tra la Costituzione (principio di fondamento sul lavoro, principio di eguaglianza, etc.) e l’esercizio privato del signoraggio, soprattutto in regime di monopolio legale, come quello di cui gode il sistema bancario. E’ altrettanto ovvio che, in questo conflitto, vince il soggetto privato che possiede il signoraggio monetario.

Per nascondere la realtà, conseguentemente,  le regole contabili, quelle tributarie e l’insegnamento della finanza in generale devono ignorare la realtà economica dei flussi del potere d’acquisto, che sono flussi di ricavi, e che appunto non vengono contabilizzati.

28.01.14  Marco Della Luna

 

Pubblicato in GENERALI | Contrassegnato , , , , , | 14 commenti